- In Europa centro-orientale si sviluppa la cultura di Unetice (le cui influenze si estenderanno in un ampio territorio) seguita dalla cultura dei tumuli (kurganica) e si diffonde l'usanza della cremazione dei defunti. Nella pianura padana appare la civiltà delle terramare che alcuni studiosi associano ai protolatini (altri invece collegano i latini ai successivi campi di urne villanoviani).
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Reperto della Cultura di Unetice.
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- La Cultura di Unetice, o più propriamente cultura di Únětice (in tedesco Aunjetitz), è una cultura dell'età del bronzo, derivata dalla cultura del vaso campaniforme, seguita dalla cultura dei tumuli. Il sito eponimo viene localizzato a Únětice, nel nord-ovest della città di Praga. Venne così denominata dai reperti trovati ad Aunjetitz, Boemia e i ritrovamenti di questa cultura sono concentrati fra la Repubblica Ceca, la Germania meridionale e centrale, e la Polonia occidentale. Viene datata dal 2.300-1.600 a.C. Secondo lo schema cronologico di Paul Reinecke, si può distinguere in due fasi: 2300-1950 a.C. per la produzione di pugnali triangolari, asce piatte, guardapolsi in pietra (inglese: stone wrist-guards), punte di freccia, e 1950-1700 a.C. per la produzione di pugnali con impugnature metalliche, asce flangiate, alabarde, spilli con testa sferica perforata e braccialetti massicci. Le date sono principalmente derivate dai reperti del cimitero di Singen, nei pressi del lago di Costanza (date fornite dal radiocarbonio) e dalle sepolture di Leubingen e Helmsdorf (datazione fornita dalla dendrocronologia). Secondo Marija Gimbutas un'alta percentuale delle necropoli contenevano ambra del Mar Baltico. Il Disco di Nebra, datato 1.600 a.C., può attribuirsi a questa cultura.
- Dalla cultura dei tumuli (kurganica) trae origine la cultura dei campi di urne che tra la tarda età del bronzo e la prima età del ferro si diffonde dall'Europa centrale in Italia, Francia, Catalogna, Inghilterra e nei Balcani. La cultura dei campi di urne è spesso associata ai Celti, Italici, Veneti ed Illiri. Più precisamente in Italia si possono riconoscere due gruppi di incineratori ascrivibili ai campi di urne, uno celtico fra la Lombardia e il Piemonte responsabile della nascita della cultura di Canegrate e poi di Golasecca e uno italico, riconducibile alla cultura protovillanoviana, che si estende dal Nord-est alla Sicilia orientale. A partire dal X secolo a.C. circa il "focolaio protovillanoviano" si suddivide in differenti facies regionali tra le quali la civiltà atestina (Venetica) e villanoviana.
- I Frigi e gli Armeni si spostano dai Balcani all'Asia minore. I Dori lasciano le loro sedi originarie (verosimilmente l'Epiro o l'Illiria) e si espandono nel Peloponneso.
- In generale, l'Età del Bronzo nell'Italia settentrionale può contraddistinguersi in diverse culture:
- Bronzo antico I, dal 2.300 al 1.900 a.C.: Cultura di Polada e Rodaniana.
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Ceramiche con anse (manici) ad ascia
di Fiavè, in Trentino. |
- Bronzo antico II, dal 1.900 al 1.650 a.C.: Cultura di Polada e Rodaniana. Reperti da Mercurago: ceramiche con anse (manici) ad ascia. Prime palafitte.
- Bronzo medio I, dal 1.650 al 1.550 a.C.: Prepotente sviluppo delle palafitte nel nord Italia.
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Ceramica ad anse (manici) cornute di
Hallstatt, del 700 a.C. |
- Bronzo medio II, dal 1.550 al 1.450 a.C.: Cultura di Viverone con ceramiche ad anse ad ascia, ceramiche ad anse cornute nelle zone più a est.
- Bronzo medio III, dal 1.450 al 1.340 a.C.: Palafitte nel nord e terramare in Lombardia meridionale ed Emilia.
- Bronzo recente I/II/III, dal 1.340 al 1.170 a.C.: Evoluzione del mondo palafitticolo. Sviluppo della cultura di Canegrate in nord-Italia, a sud-est del lago Maggiore.
- Bronzo finale, dal 1.170 al 950 a.C.: Degrado e abbandono delle terramare e delle palafitte. Sviluppo della cultura di Golasecca (proto-celtica), situata sul Ticino, presso la sua uscita dal Lago Maggiore.
- La divisione cronologica tra un’età del Rame e un'età del Bronzo trova origine nel tentativo di scandire l'evoluzione culturale umana nella preistoria secondo canoni tecnologici; la capacità di arricchire il rame nativo con piccole percentuali di stagno e arsenico (ottenendo il Bronzo) non deve essere stata sentita allora come una cesura importante e, per la gradualità della applicazione della scoperta e la limitatezza della sua applicazione, deve aver avuto riflessi graduali e limitati sul sistema di vita e sulla organizzazione socio-economica delle popolazioni. In ogni caso, effettivamente, il II millennio a.C. pare distinguersi per diversi aspetti da quello precedente, soprattutto nei secoli centrali, che segnano la comparsa in gran parte di Europa di una serie di innovazioni di grande portata quali la ruota, il cavallo (e non limitatamente alla alimentazione ma con certezza per il traino di carri da lavoro e da guerra), un armamento diversificato e ottimizzato studiato in rapporto alle diverse tecniche da guerra e, non ultimo, il diffondersi del misterioso fenomeno della edificazione di villaggi in acqua che prendono il nome di "palafitte".
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Carta con in rosso i siti in cui sono state ritrovate
testimonianze di palafitte. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
- Le palafitte sono una tipologia costruttiva ampiamente conosciuta anche dal pubblico dei non addetti ai lavori, a partire dal 1854, quando il livello dei laghi svizzeri si abbassò oltremisura permettendo agli studiosi di riconoscere una selva di pali infissi sui fondali chiaramente pertinenti ad antichi villaggi sommersi. La scoperta ha dato il via ad una lunga serie di ricerche culminata nella scoperta di ampi villaggi costruiti in legno su specchio d'acqua anche e soprattutto in nord Italia tra cui, per la grandezza ed importanza, vale la pena ricordare le palafitte del lago di Garda e quelle di Ledro e Fiavè in Trentino.
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Carta con l'ubicazione di Fiavè e del
lago di Ledro in Trentino. Clicca
sull'immagine per ingrandirla. |
A
Fiavè sono presenti strutture e testimonianze di vita con insediamenti su palafitte del periodo dal 2.300 al 1.200 avanti Cristo: l’imponente sito costituisce uno dei rinvenimenti preistorici più interessanti d’Europa, presentando un numero altissimo di resti di pali di pino, larice e abete e celando molte testimonianze dell’era preistorica. Il sito archeologico del
Lago di Ledro è un vero e proprio punto di riferimento per gli studiosi dell’eta’ del Bronzo e per gli appassionati di archeologia, e l’adiacente museo conserva manufatti risalenti ad oltre quattromila anni fa, raccolti nell’insediamento palafitticolo del suggestivo Lago di Ledro. La conoscenza dei dati archeologici ci permette oggi di sfatare alcuni luoghi comuni sulle palafitte. Partiamo dunque dal dato archeologico: gli archeologi subacquei hanno ormai tracciato sulla carta con una serie successiva di immersioni la planimetria di queste selve di pali che dovevano un tempo sorreggere un impiantito di tavole ed assi ed elevarsi talora per alcuni metri, a costituire la struttura portante di edifici interamente costruiti in legno. Purtroppo nulla, aldilà delle fondazioni, si è conservato perché la materia lignea, a contatto con l'aria e gli agenti atmosferici, si è irrimediabilmente disintegrata dopo l'abbandono del villaggio; i pali sommersi invece, si sono conservati grazie all'ambiente acquatico anaerobico che impedisce l'attivazione di reazioni chimiche di ossidazione e decomposizione. E' possibile tentare una ricostruzione immaginaria degli edifici osservando la dislocazione geometrica dei pali che rispetta in genere l'andamento delle banchine di passaggio e il perimetro degli edifici. L'operazione è tuttavia complicata dal fatto che i villaggi palafitticoli sono rimasti in vita sino a cinque secoli consecutivi e hanno certamente necessitato di opere di manutenzione, poiché quando un palo era instabile si preferiva piantarne uno nuovo a poca distanza, il fondale appare generalmente sovrabbondante di pali che corrispondono a fasi costruttive diverse. Perché i costruttori dell'età del Bronzo si sono impegnati in un lavoro di carpenteria così intenso? Da cosa nasce l'
esigenza di realizzare un
villaggio acquatico quando sono disponibili ampi terreni edificabili sulla
terraferma? Si ipotizza da tempo che i gruppi dell'età del Bronzo abbiano utilizzato l'acqua come difesa naturale contro eventuali aggressori. Questo è possibile, ma quali caratteri di difendibilità può avere un villaggio in legno davanti al fuoco appiccato e fatto propagare degli assalitori? Gli illustratori degli ultimi due secoli forniscono delle immagini idealizzate del villaggio palafitticolo: le stampe mostrano placidi villaggi composti di grandi capanne coperte con strame, sospese sull'acqua e unite da passerelle lignee a cui sono attraccate le barche che serviranno agli uomini per la pesca. Curiosamente non si vedono palizzate ed opere di fortificazione.
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Ricostruzione di palafitte
sul lago di Ledro, in Trentino. |
Ma quanto la fantasia si distacca dalla realtà? I dati raccolti nell'ultimo secolo dimostrano che le case dell'età del Bronzo non erano molto differenti da quelle del Neolitico finale. La struttura portante è ancora in grandi tronchi di legno uniti ed incastrati con abili opere di carpenteria, le pareti sono realizzate con incannicciato legato con argilla seccata al sole; le falde del tetto sono ampie e verticalizzate, ricoperte presumibilmente di paglia legata a fasci. L'interno, di ca. 3/4 x 6/7 metri ospita probabilmente un gruppo familiare di 6/7 persone ed è diviso da tramezzi deperibili in aree di cottura, filatura, tessitura.
L'edificio è certamente sufficientemente alto da permettere la realizzazione di un secondo piano, forse utilizzato come magazzino per le derrate alimentari o forse come giaciglio. Tipologie simili a queste sono note oltre 2.000 anni prima in svariati siti come Charavines (F) a Travo (I) e dunque non costituiscono una novità. Costituisce invece una novità, l'uso di costruire il villaggio sull'acqua con una moltiplicazione dei problemi connessi al taglio selettivo delle specie ad alto fusto da utilizzare per le fondazione, al loro trasporto, decorticamento e taglio geometrico fino a permettere l'incastro e il fissaggio delle tavole l'una con l'altra. Le comunità dell'età del Bronzo non sono molto grandi: un villaggio di buone dimensioni può ospitare qualche centinaio di persone e, in assenza di strumenti da costruzioni evoluti, una ingente quantità di forza lavoro deve essere stata sottratta all’agricoltura e all’allevamento per realizzare queste costruzioni. Alla radice di questa scelta vi deve dunque essere stata una ragione seria che non conosciamo ma che possiamo tentare di ricostruire attraverso qualche indizio. Innanzitutto il fenomeno palafitticolo è diffuso nell'età del Bronzo in vaste aeree d'Europa (Italia del Nord, Italia centrale, Svizzera, Francia...) e costituisce pertanto un fenomeno transculturale. E' tuttavia evidente che non si tratta di un fenomeno esclusivo dell'età del Bronzo perché sporadiche palafitte sono già costruite dall'uomo nei due millenni precedenti (ad es. in un settore del lago di Fiavè, a nord del Lago di Garda in Trentino, sin dal Neolitico). Alcune palafitte sono costruite con cassoni quadrati orizzontali su cui vengono appoggiati i pavimenti, altre sfruttano una palificazione verticale che costituisce l'ossatura dell'edificio e dei pontili; dunque la tecnologia non è univoca. È però singolare che edifici in legno simili a quelli palafitticoli siano stati scoperti anche in terraferma, ad es. in Svizzera a Padnal vicino a Savognin, nel canton Grigioni e a Zurigo-Mozartstrasse (con testimonianze del 1.600 a.C.). Infine è ormai chiaro che l'immagine del villaggio sospeso sull'acqua non è una regola. Recenti sondaggi e ricerche dimostrano ormai con chiarezza come alcuni impianti furono edificati sulle rive del lago e che quindi il villaggio non era affatto sospeso sull'acqua. Alcuni studiosi hanno quindi cercato di spiegare il diffondersi di questo criterio costruttivo rifacendosi a fattori esterni quali la variabilità climatica. Se lo scopo dell'impiantito ligneo è quello di proteggere le case dall'acqua alta, il diffondersi delle palafitte nell'età del Bronzo potrebbe manifestarsi in corrispondenza di un peggioramento climatico generale. Purtroppo la nostra conoscenza del clima nell'età del Bronzo è limitato e deriva dalla osservazione degli strati di ghiaccio sulle Alpi. La preistoria è divisa in 5 grandi periodi che corrispondono a consistenti variazioni del clima che possiamo così riassumere: Preboreale, 11.000-5.000 anni fa; Boreale, 9.000 -7.500 anni fa; Atlantico, 7.500 -5.500 anni fa; Subboreale, 5.500-2.800 anni fa e Subatlantico, 2.800 anni fa.
All'interno del Subboreale un deterioramento che può avere comportato un'
avanzata dei ghiacciai si è verificato attorno al
1.500 a.C. in Svizzera e attorno al
1.280 a.C. in nord Italia. Questa fasi coincidono straordinariamente con quelle della scomparsa dei ritrovamenti archeologici di palafitte nelle rispettive regioni. Forse quando il clima Subboreale è stato più o meno rigido le coste lacustri sono state più intensamente abitate attuando uno stratagemma per mettere al riparo gli edifici dalle repentine e stagionali trasgressioni del livello dei laghi. D'altronde, gli scavi di Padnal vicino a Savognin, nel canton Grigioni e di Zurigo-Mozartstrasse, dimostrano che case lignee di grandi dimensioni furono costruite anche lontano dall'acqua. La palafitta pare dunque il punto di arrivo di una secolare tradizione architettonica lignea sviluppatasi in Europa continentale sin dal Neolitico grazie all'alto grado di forestazione e la disponibilità di materia prima. Se
la palafitta è il prototipo della casa celtica o del casone medievale europeo
è possibile che essa
non sia esclusivamente lacustre e che anzi il problema stesso della "palafitta" sia sovrastimato se è vero che i resti di villaggi in legno in terraferma sono ben difficilmente riconoscibili per la dissoluzione esercitata sui materiali deperibili dai processi di decomposizione.
Nel 2.291 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Naram-Sin sale al trono di Akkad. Spinto
dalla bellicosa Inanna, penetra nella penisola del Sinai e invade
l'Egitto.
Nel 2.255 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Inanna usurpa il potere in Mesopotamia;
Naram-Sin contamina Nippur. I Grandi Anunnaki fanno sparire Agade.
Inanna fugge. Sumer e Akkad vengono occupate da truppe fedeli a Enlil
e Ninurta.
Nel 2.220 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, la civiltà sumerica si eleva a nuove vette
sotto i sovrani illuminati di Lagash. Thoth aiuta il suo re Gudea a
costruire un tempio-ziggurat per Ninurta.
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Una ricostruzione di palafitte costruite
su una bonifica di tronchi d'albero.
Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
- La
cultura di Polada (2.200-1.600 a.C. circa) è il nome con cui ci si riferisce ad una cultura dell'età del bronzo antica,
diffusa in tutta l'Italia settentrionale. Vi sono alcuni punti in comune con la precedente cultura del vaso campaniforme tra cui l'uso dell'arco e una certa maestria nella metallurgia . In un sito di questa cultura presso Solferino è stato rinvenuto il più antico esempio di cavallo addomesticato in Italia. Il nome deriva dalla località di Polada, nel territorio del comune di Lonato del Garda, dove negli anni tra il 1870 e il 1875 si ebbero i primi ritrovamenti attribuiti a questa cultura in seguito a lavori di bonifica in una torbiera.
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Reperti in stile "Ligure" della
cultura di Polada (2.200 a.C.).
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Altre stazioni importanti si ritrovano nell'area tra Mantova e il Lago di Garda e il lago di Pusiano. Gli insediamenti in zona di laghetti e paludi intermorenici sono a
palafitte appoggiate su "bonifiche" di tronchi orizzontali, disposti in piattaforma stratificata o cassonata. Se la
ceramica è di impasto ancora grossolano, le altre attività umane crescono e si sviluppano: industria litica, in osso e corno, legno, metalli. Gli
strumenti e le armi in
bronzo mostrano
somiglianze con quelli della
cultura di
Unetice e di altri
gruppi a
nord delle Alpi.
Nel 2.193 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Terah, padre di Abramo, nasce
a Nippur in una famiglia di alto rango sacerdotale-politico.
Nel 2.180 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, l'Egitto viene diviso: i seguaci di
Ra/Marduk mantengono il Sud; i faraoni suoi awersari ottengono il
trono del basso Egitto.
Nel 2.130 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, poiché Enlil e Ninurta sono sempre più
spesso lontani, declina anche in Mesopotamia l'autorità centrale. Il
tentativo di Inanna di riottenere la sovranità per Erech non dura a
lungo.
Nel 2.123 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Abramo nasce a Nippur.
Nel 2.113 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Enlil affida le terre di Shem a Nannar; Ur
viene dichiarata capitale del nuovo impero. Ur-Nammu sale al trono e
viene chiamato Protettore di Nippur. Un sacerdote di Nippur - Terah,
padre di Abramo - viene a Ur per stringere un legame con la corte
reale.
Dal 2.100 a.C. - Popolazioni chiamate poi
Fenici si insediano nelle coste orientali del Mediterraneo, nei pressi dell'attuale Libano. Dei Fenici si ha notizia fin dal XXI secolo a.C. La civiltà fenicia viene ricollegata ai Cananei dell'antica Palestina, che abitarono nel sud della stessa regione, essendo nei fatti i fenici indistinguibili per lingua (se non per variazioni dialettali) e cultura dal resto dei popoli cananei. Essi furono soprattutto un popolo di pescatori e navigatori: conoscevano e sapevano tracciare le rotte ed erano in grado di navigare di notte, prendendo come riferimento la Stella Polare. Praticavano la navigazione sottocosta, per poter attraccare in caso di difficoltà, fare rifornimento.
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Cartina della Fenicia intorno al 1.000
a.C. con Biblo, Sidone e Tiro. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
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Il termine "
fenici" viene fatto risalire alla parola greca φοίνικες (Phoinikes) (attestata già in Omero come nome di questo popolo), che probabilmente era un termine per designarli e non la parola con cui essi designavano se stessi; d'altra parte non risulta che i Fenici si siano mai dati una denominazione "complessiva", oltre alle denominazioni delle singole città. L'origine di Phoinikes sarebbe da collegarsi al termine φοῖνιξ (phoinix, da murex, che era la conchiglia da cui i Fenici ottenevano il rosso porpora per tingere i tessuti), ossia "
rosso porpora".
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Antica imbarcazione fenicia, con
chimera dipinta sulla vela. |
Phoinikes indicava il popolo e Phoinike la regione. Le fonti antiche rimarcano più volte come la lavorazione dei gusci dei murici (dai quali si otteneva il pigmento rosso-porpora) fosse una fiorente industria dei Fenici. Purtroppo l'archeologia non restituisce dati relativi a confermare quello che si può leggere nelle fonti perché gli stessi residui di lavorazione (costituiti dai gusci dei murici) venivano successivamente impiegati per la produzione di calce. È peraltro possibile che il nome comune ("porpora") derivi dal nome proprio. Analogo discorso per la parola "
cananei", che veniva usata a Ebla (III millennio a.C.) e nell'Antico Testamento, forse connessa con l'accadico kinakhkhu, sempre per indicare
la stessa tonalità di colore. I Fenici hanno abitato le coste orientali del mediterraneo dal 2.100 al 539 a.C. e la parte più a sud del loro territorio corrispondeva alla terra di Canaan, abitata anticamente dai Cananei, spesso nominati nella Bibbia.
- Le
culture kurganiche indoeuropee, che
allevavano
cavalli fin dal 4.000 a.C., sia per mangiarli che come animali da soma, verso il 2.100-2.000 a.C. imparano ad usarli per trainare agili carri da caccia, corsa e guerra e a cavalcarli in maniera incontrollata (con nasiere e senza sella o sottopancia) e finalmente, dopo circa
un millennio di tentativi e di selezioni del cavallo, sarà possibile
montarlo in maniera utile per poterlo impiegare in battaglia, controllandolo quindi con una mano o con le gambe e contemporaneamente poter brandire un'arma. I kurganici non avrebbero quindi avuto una superiorità militare sui popoli privi di cavalleria fino alla scoperta del carro leggero e a quelle del morso e dell'arte equestre. Nessun popolo fu "veramente" nomade e i Kurgan, in particolare, vanno interpretati come l'espressione di una civiltà dedita ad una
pastorizia transumante con al centro insediamenti fluviali. La scoperta della
cavalcabilità del cavallo (tra il 1100 e il 1000 a.C.) sarà una rivoluzione che metterà in moto le steppe occidentali mentre forse ad est degli Altaj, con l'addomesticazione della renna, si era verificato un fenomeno analogo.
- Popolazioni indoeuropee delle steppe colonizzano l'
Asia centrale dove nasce la cultura di Poltavka. La cultura di Poltavka venne seguita dalla cultura di Sintashta (2100-1800 a.C.) - che mostra forti legami anche con la cultura di Abaševo - e dalla cultura di Andronovo (2000-1200 a.C.), quest'ultima è vista come la cultura che diede
origini ai
popoli indoiranici e al
carro da guerra. L'assoluta irreperibilità di reperti ascrivibili alla cultura di Andronovo in India ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi che gli Indoiranici durante la loro graduale discesa verso sud abbiano via via abbandonato le loro tradizioni nomadiche della steppa adottando lo stile di vita stanziale e urbanizzato del cosiddetto BMAC, complesso archeologico bactriano-margiano. Si conclude che le popolazioni indoiraniche di cultura di Andronovo, originariamente stanziate nel territorio dell'odierno Kazakistan, si spostarono verso sud nel territorio dell'odierno Turkmenistan/Tagikistan dove adottarono la cultura urbanizzata di BMAC, dopodiché a causa di avvenimenti sconosciuti (il prof. Viktor Sarianidi parla di catastrofi naturali a seguito di cambiamenti climatici) si spostarono ancora una volta stabilendosi definitivamente prima in India, dove introdussero alcuni aspetti culturali del BMAC, e successivamente in Iran.
Nel 2.096 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Ur-Nammu muore in battaglia. Il popolo
considera la sua morte un tradimento di Anu ed Enlil. Terah, padre di
Abramo, parte con la sua famiglia per Harran.
Nel 2.095 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Shulgi sale al trono di Ur e rafforza i
legami imperiali. Mentre prospera l'impero, Shulgi cede al fascino di
Inanna e diviene il suo amante. Concede Larsa agli Elamiti in cambio
dei loro servigi come "legione straniera".
Nel 2.080 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, principi tebani fedeli a Ra/Marduk, durante
il regno di Mentuhotep, si spingono a nord. Nabu, figlio di Marduk,
fa proseliti per suo padre nell'Asia occidentale.
Nel 2.055 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, su ordine di Nannar, Shulgi manda truppe
elamite a sedare la rivolta delle città cananee. Gli Elamiti
arrivano alla porta della penisola del Sinai e del suo porto
spaziale.
Nel 2.048 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Shulgi muore. Marduk si sposta nella terra
degli Ittiti. Abramo viene mandato a Canaan con
un corpo scelto di cavalieri.
Nel 2.047 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Amar-Sin (il biblico Amraphel) diventa re di
Ur. Abramo va in Egitto, ci resta cinque anni, poi ritorna con altre
truppe.
Nel 2.041 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Amar-Sin, spinto da Inanna, forma una
coalizione di re dell'Oriente e lancia una spedizione militare a
Canaan e nel Sinai, con a capo l'elamita Khedorla'omer. Abramo blocca
la loro avanzata alle porte del porto spaziale.
Nel 2.038 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin,Mentre l'impero va disintegrandosi, Shu-Sin
subentra ad Amar-Sin sul trono di Ur.
Nel 2.029 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, Ibbi-Sin subentra a Shu-Sin. Le province
occidentali sono sempre più inclini a riconoscere Marduk come loro
divinità.
Nel 2.024 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, alla testa dei suoi seguaci, Marduk marcia
su Sumer e si incorona da sé sovrano di Babilonia. I combattimenti
si estendono alla Mesopotamia centrale. Il tabernacolo di Nippur
viene attaccato in maniera sacrilega. Enlil chiede che Marduk e Nabu
vengano puniti; Enki si oppone, ma suo figlio Nergal sta dalla parte
di Enlil. Mentre Nabu schiera i suoi seguaci cananei per impadronirsi
del porto spaziale, i Grandi Anunnaki approvano l'impiego delle armi
nucleari. Nergal e Ninurta distruggono il porto spaziale e le ribelli
città cananee.
Nel 2.023 a.C. - Secondo
Zecharia Sitchin, i venti portano su Sumer la nube
radioattiva. La gente muore di una morte terribile, gli animali
periscono, l'acqua è avvelenata, la terra si inaridisce. La grande
civiltà di Sumer si esaurisce. La sua eredità passa alla progenie
di Abramo, poiché egli genera - all'età di cento anni - un
erede legittimo: Isacco.
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Carta delle regioni e isole della Grecia, con Creta a sud,
in viola, e le isole Cicladi al centro, in rosa.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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Dal 2.000 a.C. - I Pelasgi, popolazioni migrate dall'Asia minore nel IV millennio a. C., furono probabilmente fra le prime a raggiungere l'Europa mediterranea da est, e svilupparono in Europa la loro cultura. Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia, e a loro fanno menzione gli autori antichi, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni" (da cui derivarono gli Etruschi). La caratteristica struttura della muratura della cittadella di Atene ha fatto sì che tutte le costruzioni in blocchi non squadrati e senza l'uso di malta abbiano avuto il nome, di "muratura pelasgica" esattamente come talvolta sono dette "mura ciclopiche", cioè costruite dai Pelasgi. Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus impersonificano ioni, eoli e achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli giganti Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche.
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| Antica imbarcazione egizia con vela. |
- In questi anni, nel Mar
Mediterraneo orientale entra in uso la
vela nella navigazione, e non solo da parte dei minoici.
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Antica nave cretese con vela,
per la navigazione d'altomare.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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- A Creta prosegue l'edificazione di grandi palazzi minoici. Con la costruzione di natanti adatti a lunghi percorsi in altomare, i Cretesi attuano la loro Talassocrazìa, il dominio del mare, scambiando merci con le città più forti e razziando le città più deboli con veri e propri atti di pirateria.
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Creta e la sua area di influenza
nel mar Egeo.
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Intorno a 1700 a.C. avverrà la prima distruzione dei palazzi di Cnosso e Festo, non si sa se a causa di un terremoto o di un'invasione. I Cretesi reagiranno facendo fiorire rapporti commerciali con il Mediterraneo orientale e fondando numerose colonie nel mare Egeo. Poi fra il 1650 e 1600 a.C., l'eruzione che ne determinerà il declinio.
Intorno al 1628 a.C. vi fu la seconda grande distruzione, dovuta all'eruzione vulcanica dell'isola di Thera (l'odierna Santorini), e l'indebolimento conseguente a questo cataclisma favorirà la conquista degli Elladici-Micenei dal XV secolo a.C. Forse Platone ha derivato il mito della distruzione di
Atlantide dall'eruzione di Thera, che faceva parte dell'impero di Creta. Vedremo poi perché nel 1.628 a.C.
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Pianta del monumento
megalitico di Stonehenge. |
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Ricostruzione di come doveva essere
il "cromlech" di Stonhenge.
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- A
Stonehenge, nel Wessex,
in Inghilterra, viene edificato un
grande monumento megalitico.
- La
Civiltà Cicladica raggiunge il
massimo splendore intorno al 2.000 a.C., quando viene edificato il santuario di Delo (nell'isola di Delos, vedi cartina qui sotto), dedicato ad Artemide.
La Civiltà Cicladica subirà poi l'influenza di Creta, che le imporrà con il tempo, il suo definitivo dominio.
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Carta della Grecia nel 2000 a.C. con le isole Cicladi, Rodi e
Creta con le sue proto-città. Micene non esisteva ancora.
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| Le Cicladi con i nomi in greco. |
- Nell'ambito di periodiche migrazioni di popoli nella penisola greca,
dopo i Pelasgi, verso il 2.000 a.C. giunse in Grecia la popolazione guerriera degli
Ioni, o
Yoni.
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Carta delle invasioni di Ioni e Achei nell'antica Grecia dal
2000 a.C., dei Dori dal 1200 a.C., con i monti Olimpo, Parnaso,
Elicona, Taigeto - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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La Y degli
Ioni. |
Erano chiamati Yoni poiché portavano un bastone biforcuto a forma della lettera Y per simbolizzare i genitali femminili (pare fossero infatti portatori di una
cultura matriarcale). Gli Ioni (in greco antico Ἴωνες, Íōnes) sono la prima delle tre popolazioni elleniche che invasero l'antica Grecia nel II millennio a.C. Secondo la leggenda, il
mitico capostipite degli Ioni fu
Ione, secondo altre versioni erano figli di Io. Secondo alcuni studiosi, gli Ioni migrarono per dissidi con altre culture dall'oriente poiché erano
matriarcali, e la loro lettera Y era scritta come nell'immagine qui sopra, a indicare il pube femminile, e tale era la forma del bastone portato da sacerdoti e sacerdotesse, che si vestivano di rosso porpora (il colore che determinò il nome
Fenici) come riferimento al mestruo, contrariamente al colore bianco portato dai sacerdoti delle culture patriarcali, evocanti il seme maschile. Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della
titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus impersonificano ioni, eoli e achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i
Pelasgi adoratori delle
divinità titaniche.
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Carta delle regioni della penisola
Anatolica con in giallo la Ionia.
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Il termine Ioni, forse originario dell'Asia minore, designa gli abitanti dell'Attica, in cui fu
fondata Atene, e dell'Eubea, oltre che della Ionia vera e propria, la parte occidentale dell'Asia Minore colonizzata in tempi più recenti.
Verso la fine del II millennio a.C. gli Ioni, pressati dalle migrazioni di altre popolazioni, migrarono dal continente verso le coste dell'Asia minore, dove più tardi diedero vita ad una confederazione religiosa di dodici città, incentrata sul santuario di Posèidon a Panionion, presso Mycale. Dal VII secolo a.C. le città ioniche caddero sotto il dominio della Lidia e, dopo la sconfitta di Creso, sotto quello persiano. Nel 480 a.C., in seguito alle Guerre persiane, gli Ioni tornarono indipendenti, ma nella sfera d'influenza di Atene. Per liberarsi dal dominio ateniese, si schierarono con Sparta, nella guerra del Peloponneso, ma ricaddero sotto il dominio persiano per gli accordi della Pace di Antalcida, nel 386 a.C. La lega ionica fu poi ricostituita da Alessandro Magno. In seguito le città ioniche entrarono nella sfera d'influenza di Pergamo e dal 133 a.C. fecero parte della provincia romana d'Asia.
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Nuraghe sardo. Clicca sull'immagine
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Dal 1.900 a.C. - In
Sardegna vengono edificati i
nuraghi.
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Sardegna: Tomba dei Giganti.
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Il nuraghe è un tipo di costruzione megalitica di forma tronco conica presente con diversa densità su tutto il territorio della Sardegna. Monumenti rappresentativi della Civiltà nuragica, i nuraghi furono costruiti nel II millennio a.C., a partire dal 1.900 a.C. Nello stesso periodo storico, sempre in Sardegna, venivano edificate le misteriose "Tombe dei Giganti".
- La prima menzione dei Popoli del Mare, databile dal 2.000 al 1.700 a.C., compare nell'obelisco di Biblo, dove viene nominato Kwkwn, figlio di Rwqq, transliterato Kukunnis figlio di Lukka.
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Biblo, tempio fenicio degli obelischi.
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I Popoli del Mare sarebbero una presunta
confederazione di predoni del mare provenienti dall'Europa meridionale, specialmente dall'Egeo, che navigando verso il Mar Mediterraneo orientale sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Canaan, Cipro e l'Egitto. I "Popoli del Mare" sono documentati dalle fonti scritte egizie durante la tarda Diciannovesima Dinastia e in particolare durante l'ottavo anno di regno di Ramses III, della Ventesima Dinastia, quando tentarono di ottenere il controllo del territorio egizio. Nella Grande iscrizione di Karnak il faraone egizio Merenptah parla di "nazioni (o popoli) stranieri del mare".
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Reperto con la scrittura
"Lineare A". |
- Nella Civiltà Minoica entra in uso la scrittura "Lineare A". La Lineare A è uno dei due sistemi di scrittura utilizzati nell'isola di Creta prima del sistema di scrittura dei greci micenei detto Lineare B, insieme ai geroglifici cretesi. Durante il periodo minoico, prima del dominio miceneo, la Lineare A fu utilizzata come scrittura ufficiale nei palazzi e per i riti religiosi, mentre i geroglifici venivano utilizzati soprattutto sui sigilli. Questi tre sistemi di scrittura furono scoperti da Arthur Evans, che gli dette il nome utilizzato attualmente. Nel 1952, Michael Ventris scoprì che la Lineare B veniva usata per mettere per iscritto una primitiva forma di greco, nota oggi come miceneo. Insieme ad altri utilizzò questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire. Il fallimento nel determinare la lingua trascritta con la Lineare A ha impedito lo stesso tipo di progresso fatto con la Lineare B nella sua decifrazione. Sembra che la Lineare A sia stata utilizzata come sillabario completo intorno al 1.900 - 1.800 a.C., anche se svariati segni apparvero già in precedenza. È possibile che la scrittura troiana rinvenuta da Heinrich Schliemann ed una iscrizione rinvenuta nella zona centrale di Creta, così come alcuni marchi su ceramica da Lahun, Egitto (12esima dinastia) provengano da un periodo precedente, circa 2.100 - 1.900 a.C., il quale è il periodo della costruzione dei primi palazzi. I sistemi di scrittura adottati a Creta e poi in Grecia prima dell'introduzione dell'alfabeto, vengono distinti con le designazioni di scrittura lineare A (dal 1600 a.C. al 1400 a.C.) e scrittura lineare B (dal 1450 a.C. al 1200 a.C.). La A, con 85 segni, è diffusa in tutta l'isola di Creta, mentre la B, con 88 segni, nell'isola è rinvenuta solo a Cnosso, ma si trova anche nella Grecia continentale, a Pilo e a Micene. La lineare A costituisce ancora notevoli problemi per la sua decifrazione, sembra inoltre che dietro questa scrittura si celi una lingua non indoeuropea. La lineare B, grazie all'opera di Michael Ventris, è ormai facilmente decifrabile e serviva per trascrivere un dialetto greco dalle caratteristiche molto arcaiche.
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Carta con Fiavè, in Trentino.
Clicca per ingrandire. |
- Nel sito palafitticolo di
Fiavè, in Trentino,
nel corso del XVIII-XVI sec. a.C., vennero edificati almeno due nuclei d'abitato secondo il classico modello della palafitta in elevato sull'acqua di cui si conservano e sono visibili i pali portanti, alcuni di oltre 9 metri di lunghezza. A questi segue un nuovo abitato palafitticolo (XV-XIV sec.a.C.) costituito da capanne su pali ancorati ad una complessa struttura a reticolo adagiata lungo la sponda e sul fondo del lago. L'età del Bronzo recente (XIII sec. a.C.) segna la fine degli abitati palafitticoli e la costruzione di un insediamento sul Dos Gustinaci, rilievo morenico al margine meridionale del bacino. Lungo il percorso sono visibili i terrazzamenti e le tracce di muratura a secco relative ad alcune abitazioni a pianta rettangolare. L’antico lago Carera sembra essere stato frequentato anche in epoche successive, non più a scopo abitativo, ma forse funerario o rituale. Ne sono testimonianza i ritrovamenti, effettuati negli anni ’40 del secolo scorso, di resti scheletrici, armi e attrezzi in ferro, ceramiche ecc. datati agli ultimi secoli del I millennio a.C., fino all’età romana.
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| Il disco di Festo. |
- Il 3 luglio 1908, gli archeologi che stavano scavando nell'antico palazzo minoico di
Festo, a Creta, si imbatterono in uno degli oggetti più sorprendenti nella storia della tecnologia:
il disco di Festo. La scoperta dell'ubicazione di Festo fu dovuta allo spirito avventuroso di un militare inglese, il generale Spratt il quale, Strabone alla mano, rintracciò l'antica città cretese di cui parlarono anche altri autori classici quali Omero nell'Iliade (II, 648) e nell'Odissea (III, 296) e Diodoro. Il Disco di Festo è un manufatto in terracotta ancora immerso nella leggenda e nel mistero. Venne rinvenuto sotto un muro del palazzo di Festo da due archeologi, Luigi Pernier e Federico Halbherr e l’attribuzione di una data con il metodo stratigrafico lo pone
intorno al 1.700 a.C. A una prima occhiata non sembrava niente di speciale: un disco piatto e non dipinto di terracotta del diametro di una quindicina di centimetri. Ma a un esame più attento, si vide che su entrambi i lati erano impressi i segni di una scrittura, disposti lungo una linea a spirale che in cinque giri convergeva verso il centro. Il disco sembrava progettato ed eseguito con cura, in modo che la scritta iniziasse sul bordo e finisse esattamente al centro, sfruttando tutto lo spazio disponibile. La prima particolarità che salta all’occhio sono le dimensioni del disco: 16 cm di diametro per 16 mm di spessore. In secondo luogo appare interessante il modo in cui il disco è stato decorato: si tratta di un motivo a spirale che si conclude esattamente nel centro del disco, su entrambi i lati. All’interno della spirale vi sono riportati 241 simboli divisi in gruppi con delle “stanghette” che chiudono lo spazio di scrittura. Il basso numero di simboli unici, 45 ha fatto ipotizzare un sistema sillabico, resta il fatto che ad oggi, dopo numerosi tentativi, il disco è rimasto indecifrato. Un’ultima curiosità: i simboli non sono stati incisi, bensì “stampati” sulla creta fresca del disco. Interessante è l'analisi di Rosario Vieni da:
http://www.misteria
Per eventuali integrazioni vedi "Storia dell'Europa n.8: dal 2.500 al 1.900 p.e.v. (a.C.)"
QUI.
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Carta tolemaica del III secolo della Scizia (Scythia e Serica)
La Scizia è separata in due parti dai monti Imai (l'Himalaya)
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Nel 1.700 a.C. - Tra le tante specie animali
addomesticate, il cavallo è forse quello che più ha fatto la
differenza in termini di fruttuosa alleanza con l’uomo, soprattutto
nell’ambito della vita bellica. E c’è un’intera regione
geografica che, senza la domesticazione del cavallo, avrebbe avuto
certamente una storia molto diversa. Il riferimento va alle ampie
steppe eurasiatiche, terre selvagge e difficili per gli esseri umani,
habitat naturali dei cavalli. In una schiera di popolazioni nomadi
che hanno abitato nei secoli queste regioni ce n’è una che più di
altre ha fatto del cavallo il suo principale mezzo di
sussistenza: gli Sciti, che
gli storici considerano generalmente di origine iranica, con
un periodo di esistenza collocato generalmente tra il IX secolo a.C.
al I secolo a.C. Le loro scorribande avvenivano in un’area
piuttosto ampia, che andava dalla Siberia meridionale e al Kazakistan
fino alle attuali Ucraina, Romania e Moldavia. La loro simbiosi
con i cavalli era tale che non solo ne facevano il principale mezzo
di trasporto, ma ne consumavano le carni e persino il latte,
e credevano che i loro fedeli destrieri li avrebbero accompagnati
anche nell’oltretomba. Le tracce più antiche di bardatura e uso
della sella si ritrovano proprio nei siti archeologici
attribuiti agli Sciti.
Secondo la teoria kurganica, nel 1.700 a.C. gli Sciti, popolazione indoeuropea di origine iranica formatasi dalla cultura di Srubna, si stanziano inizialmente nello Yenissei e proseguiranno poi verso l'Altaj ed il Caucaso, in direzione ovest, dilagando nelle steppe pontico-caspiche (costringendo i Cimmeri a migrare a sud del Caucaso) da dove si spingeranno successivamente in Europa orientale, spinti verso ovest delle tribù Hiung-nu (identificate con il popolo degli Unni), che muovendosi verso occidente mettevano in breve tempo in moto tutte le tribù nomadi delle steppe. Erodoto afferma che in origine gli Sciti sarebbero stati scacciati dagli Issedoni, un popolo del profondo nord. Gli Sciti avrebbero poi guadato il Volga e si sarebbero insediati negli antichi territori dei Cimmeri, poi chiamati Scizia, poiché erano stati braccati dai Massageti. L'invasione del regno dei Cimmeri lacerò quest'ultimi: la popolazione voleva semplicemente fuggire mentre i sovrani non volevano cedere all'invasione scita. Approssimandosi l'arrivo degli Sciti, i sudditi abbandonarono le loro terre senza combattere e i re, rimasti soli, si divisero in due gruppi e combatterono tra loro sterminandosi a vicenda. I loro corpi vennero seppelliti lungo le rive del fiume Dnestr. « Pare che i Cimmeri, in fuga dagli Sciti, si siano rifugiati in Asia (la penisola anatolica, N.d.R.) e abbiano colonizzato la penisola nella quale sorge attualmente la città greca di Sinope » (Erodoto, Storie, IV, 12, 2). Gli Sciti (o Scythi) furono una popolazione seminomade di origine iranica, mitologicamente nata o dall'unione tra Eracle ed Echidna, o tra Zeus ed il fiume Boristene, tra l'VIII ed il VII secolo a.C.
Erodoto riferisce che il nome Sciti fu attribuito a tale popolazione dai Greci e che tale nome derivava da quello di uno dei re degli Sciti, Skules, ad esso direttamente correlato. Infatti gli Sciti chiamavano se stessi Skula. Erodoto sostiene che i Persiani chiamassero gli Sciti Saka. Assiri ed Ebrei trassero il nome aškuza/iškuza tramite gli Sciti stessi dopo l'invasione del Medio Oriente, da cui deriverebbe il nome originario Skuza, pressoché identico al greco Σκὺθης, mutuato dal prototipo iraniano Skuδa. Questo nome si formò dalla radice skeud, "gettare, tirare", traslata anche nelle lingue germaniche (lingua inglese: shoot); il suo significato sarebbe pertanto "arciere", come del resto confermato dalle fonti storiche che fanno dell'abilità con l'arco un tratto fondamentale degli Sciti. Principale fonte primaria sulle origini e la storia degli Sciti è il libro IV delle Storie di Erodoto. Lo storico greco riferisce, circa le origini del popolo scita, la tradizione greca e quella scita. Per i Greci, il popolo degli Sciti è nato dall'unione di Echidna con Eracle che, essendo giunto in Scizia, era stato costretto a giacere con il mostro affinché gli restituisse i suoi cavalli che lei gli aveva sottratto. I discendenti della loro unione furono sottoposti ad una particolare prova, come ordinato da Eracle ad Echidna: dovevano essere in grado di tendere l'arco e cingersi in vita la cintura così come faceva lui. Quelli che ne fossero stati in grado, avrebbero potuto dimorare nella Scizia, gli altri no. Solo il terzogenito, Scita, fu in grado di tendere l'arco e cingere la cintura come Eracle e così fu il primo re della Scizia. Altra tradizione riferita da Erodoto è un mito tramandato dagli stessi Sciti, che racconta di come il primo uomo nato in Scizia fu Targitao, figlio di Zeus e del fiume Boristene. Questi generò tre eredi: Lipossai, Arpossai e Colassai. Un giorno, dal cielo discesero tre oggetti d'oro: un'ascia bipenne (la labris degli antichi Cretesi), un aratro d'oro con giogo ed una coppa. Il primogenito, Lipossai, tentò di afferrare i doni divini, ma non appena vi provò, gli oggetti si fecero incandescenti. Dopo di lui, anche il secondogenito Arpossai provò a fare suoi i regali, ma anche questa volta gli oggetti divennero incandescenti e fu impossibile afferrarli. Solo l'ultimogenito, Colassai, riuscì ad appropriarsi dei tre manufatti d'oro; per questo motivo, i fratelli maggiori gli cedettero la loro parte di regno. Da Lipossai discese la tribù degli Aucati, da Arpossai i Catiari e i Traspi, da Colassai i Paralati.
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Carta della Scizia, con le popolazioni
Scite in marrone, gli Agatirsi
assimilabili agli Sciti in verde e le
popolazioni limitrofe in ocra. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
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Secondo Erodoto, il territorio della Scizia è di forma quadrata, ed è delimitata a nord dai territori degli Agatirsi, ad est dal Mare d'Azov e ad ovest dal Ponto Eusino. La Tracia ne era una propaggine, mentre la Crimea non ne faceva parte. Erodoto descrive l'estensione della Scizia partendo da Olbia, colonia di Mileto fondata sulla foce del Bug Meridionale, affermando che, seguendo la costa, il territorio era abitato da una popolazione culturalmente greco-scita, i Callippidi; oltre di essi ve ne era un altro, gli Alizoni. Culturalmente ascrivibili ai costumi Sciti, questi popoli erano sostanzialmente sedentari, poiché coltivavano grano, cipolle, aglio, lenticchie e miglio. Oltre gli Alizoni vi erano poi gli Sciti "aratori", che coltivavano grano, non per il proprio sostentamento ma per commerciarlo; erano stanziati dopo il Dnepr, all'interno. Gli "Aratori" erano chiamati, dai greci del luogo, Boristeniti, ma loro chiamavano se stessi Olbiopoliti. A est degli Sciti agricoltori, dopo il fiume Panticape, vi erano gli Sciti nomadi, che occupavano un territorio del tutto brullo, esteso fino al fiume Gerro; oltre questo fiume, vi erano i territori "reali", dimora degli Sciti più valorosi che, a loro volta, ritenevano gli abitanti del resto della Scizia loro schiavi; i territori reali arrivavano fino alla Crimea e, verso oriente, fino al Mare d'Azov. Un breve tratto di questa regione arrivava a lambire anche il fiume Don. Di là dal Don non si era più in Scizia ma, oltrepassati i territori dei Budini, dei Tissageti e degli Iurci, ad est, vi erano altre tribù scite che si erano distaccate dall'originario insieme degli Sciti reali. Da fonti assire, sembrerebbe che gli Sciti provenissero dalla Media e dall'Iran, e che fossero strettamente imparentati con i Medi (cosa del resto probabile visto la comune origine nel ceppo linguistico iranico) e solo in seguito siano andati ad abitare nell'area pontico-caspica, provenienti da Sud e non da Nord. Secondo Tamara Rice, gli Sciti appartenevano al gruppo indoeuropeo di probabile ceppo iranico, oppure ugro-altaico. Il Dragan ritiene che gli Sciti fossero un popolo indo-iraniano. Recenti analisi fisiche hanno unanimemente scoperto che gli Sciti, anche quelli che vivevano nella zona di Pazyryk, avevano caratteristiche fisiche spiccatamente europee. Ulteriori conferme sono giunte dallo studio di antichi resti di DNA. Uno studio del 2002 ha analizzato la genetica materna di resti umani di un uomo e una donna risalenti al periodo Saka provenienti dal Kazakhstan, presumibilmente marito e moglie. La sequenza mitocondriale HV1 del maschio era simile alla sequenza Anderson, che è la più diffusa tra le popolazioni europee. Viceversa, quello femminile suggeriva origini asiatiche. Nel 2004, è stata analizzata la sequenza HV1 ottenuta dai resti di un maschio scita-siberiano proveniente dall'Altaj, rivelando che l'individuo apparteneva alla linea materna N1a. Il DNA mitocondriale estratto da altri due scheletri della medesima zona ha mostrato come entrambi i soggetti presentassero caratteristiche di origine euro-mongolide. Uno dei due scheletri apparteneva alla linea materna F2a e l'altro alla linea D, entrambe caratteristiche delle popolazioni eurasiatiche. Uno studio del 2009 ha preso in considerazione gli aplotipi e gli alfatipi di ventisei campioni di antichi resti umani dell'area di Krasnoyarsk, in Siberia, risalenti ad un periodo compreso tra la metà del II millennio a.C. e il IV secolo a.C.. Pressoché tutti i soggetti appartengono all'aplogruppo R1a1-M17. Gli autori dello studio ritengono che i dati mostrino come, tra l'età del bronzo e l'età del ferro, la costellazione di popolazioni variamente chiamate Sciti fosse geneticamente più vicina ai popoli dell'Europa orientale che non dell'Asia centrale e meridionale.
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Corona reale rinvenuta a Tillia Tepe,
sito archeologico afgano, parte del
tesoro scita di Kul-Olba
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Un ruolo preponderante, nella religione degli Sciti, era svolto dall'oro, insediatosi nella cultura scita dopo la lunga permanenza in Medio Oriente. Esso è ben testimoniato da un mito fondativo scita riferito da Erodoto; grazie agli oggetti aurei, infatti, Colassai divenne il re-sacerdote della Scizia. L'oro veniva perciò considerato il tramite tra la dimensione umana e quella divina, elemento fondativo della società scita. Sempre secondo il mito originario scita, Colassai istituì tre regni per i suoi figli e il più vasto fu conferito a colui che aveva l'onere di custodire l'oro sacro. Anche per questo il re era considerato il custode dell'oro sacro, in onore del quale annualmente venivano celebrati particolari sacrifici propiziatori. Chi, durante tali feste, custodiva l'oro sacro beneficiava di particolari privilegi in quanto il compito era considerato piuttosto gravoso; infatti, gli Sciti ritenevano che chi si fosse addormentato mentre custodiva l'oro sacro sarebbe morto entro la fine dell'anno. Pertanto, chi doveva custodirlo riceveva in dono una porzione di terreno pari a quanto sarebbe riuscito a girarne a cavallo nell'arco di una giornata. Secondo gli Sciti, l'
oro veniva
custodito dai grifoni, che vivevano nel
profondo nord.
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La diffusione dei Celti in Europa.
Nella zona rossa i primi insediamenti, i
quadratini gialli indicano la cultura
proto-celtica di Canegrate del XIII sec.
a.C. e le culture celtiche successive:
Golasecca dal XII sec. a.C.,
Hallstatt dal 700 a.C. e La Tène dal
450 a.C. In verde le espansioni
dal VI sec. a.C. e in verde più chiaro
le successive espansioni.
I movimenti tribali sono indicati dalle
linee rosse.
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- Dal 1.700 a.C., la
coda della
migrazione degli
indeuropei dall'oriente, ha
contatti con gli
Sciti, di origine indoeuropea essi stessi. Gli indoeuropei che sarebbero divenuti i
proto-celti, oltre ad avere società patriarcali e culti di divinità maschili-solari, come gli Sciti, avevano con essi
molte altre
usanze comuni: l'uso delle
tombe a
tumulo (kurgan), l'allevamento del
cavallo, ritenuto sacro, il rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, la suddivisione in tre classi sociali (guerrieri, sacerdoti e lavoratori) in cui gli aristocratici possedevano più cavalli. I
Proto-Celti, diedero un grande impulso all'
agricoltura dei cereali ed ebbero il merito di
diffondere in Europa l'
uso dei metalli e del
cavallo. L'ampia diffusione dei metalli e della loro lavorazione è testimoniata dalla presenza di lavoratori di metalli nei Balcani orientali e l'influenza esercitata da questi fu notevole per tutta l'Europa centrale, specialmente per la sostituzione delle asce neolitiche realizzate in pietra o in corno con quelle in rame e in bronzo. Una delle strade attraverso le quali si diffuse la conoscenza delle asce di metallo fu forse quella che percorreva le steppe del Ponto, provenendo dal Caucaso. Oltre alla lavorazione dei metalli o alle asce da battaglia, gli allevatori pontici ed europei avevano altre caratteristiche in comune. L'inumazione in tombe singole, spesso sotto un tumulo circolare, con il corpo accompagnato dalle armi e dalla mobilia posseduta in vita dal defunto, costituiva la forma di sepoltura maggiormente diffusa, mentre nel vasellame lo erano alcune forme particolari e diversi tipi di decorazioni. Queste popolazioni praticavano l'
allevamento di
suini e
bovini, ma maggior interesse suscitano le tecniche di allevamento dei
cavalli e il loro sfruttamento. Ossa di cavallo insieme a quelle di suini e bovini (tutti animali aventi forti valori simbolici legati all'Altromondo) sono state ritrovate frequentemente nelle tombe in tutta la zona culturale presa in esame. A quell'epoca le
mandrie di tarpan, il piccolo cavallo eurasiatico, costituivano molto probabilmente un importante mezzo di trasporto e il loro valore come bestie da soma lascia pensare che non vennero utilizzate come carne da macello, a differenza di bovini e suini. Tuttavia si può supporre che i pastori del III e II millennio a.C. non utilizzarono il tarpan come mezzo di spostamento rapido, data la sua piccola taglia, e che questo antenato dei cavalli celtici venne considerato un animale da cavalcare solo in grazie a pasture migliori e allevamenti più selezionati. L'ipotesi di una grande invasione di popolazioni indoeuropee irrompenti in Europa dalle steppe eurasiatiche all'inizio del II millennio a.C. è basata sull'idea di utilizzo del cavallo come mezzo di spostamento rapido per gruppi di guerrieri armati di lance, spade, scudi, elmi e pugnali in metallo, anche se diversi studiosi oggi preferiscono pensare a un'espansione incruenta dovuta più alla diffusione di idee religiose, sociali e soprattutto tecnologiche che a una immigrazione consistente. La diffusione degli indoeuropei in Europa portò quindi nuove caratteristiche culturali e tecnologiche e determinò notevoli cambiamenti. Importante è sottolineare il fatto che le antiche culture europee cominciarono da questo momento ad abbandonare il matriarcato per accettare il patriarcato portato dai nuovi venuti, riducendo i riti per il culto della fertilità orientati verso la terra, per passare all'adorazione degli dèi solari. Gli studiosi sono ormai concordi nell'affermare che le tribù indoeuropee giunsero in Europa in un arco di tempo ampio compreso fra il 3500 e il 1200 a.C., apportando rilevanti innovazioni tecnologiche e contribuendo alla trasformazione profonda delle strutture sociali, culturali e religiose delle popolazioni neolitiche. Intorno al XIII secolo a.C., quando tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali quali terremoti, siccità, maremoti e gelo, giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, con lo
sviluppo del
fenomeno celtico.
Per "Celti: storia e cultura" clicca
QUI.
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In rosso, gli stanziamenti delle prime tribù dei Germani.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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- La cultura materiale che si sviluppò sulle rive del mar Baltico occidentale e nella Scandinavia meridionale durante la tarda età del bronzo europea (1700 a.C. - 500 a.C.), nota come età del bronzo nordica, è già considerata la cultura comune ancestrale del popolo Germanico. Esistevano a quel tempo insediamenti piccoli ed indipendenti, oltre ad un'economia fortemente incentrata sulla disponibilità di bestiame. Fu questa l'epoca in cui la lingua proto-germanica assunse, all'interno della famiglia linguistica indoeuropea, le proprie caratteristiche peculiari. Il germanico comune, da intendersi più come un insieme di dialetti affini che come una lingua completamente unitaria, rimase sostanzialmente compatto fino alle grandi migrazioni di Germani verso sud, iniziate già nell'800 a.C .- 750 a.C. Il grado di compattezza dell'insieme dei Germani è oggetto di dibattito storiografico. Comunemente si ritiene che, nonostante la scissione in numerose tribù e l'assenza di un endoetnonimo attestato, i Germani avessero coscienza della propria identità etnica, secondo quanto ampiamente attestato sia dalla storiografica coeva greca e romana, sia dalla stessa produzione germanica di poco successiva; tuttavia alcuni recenti filoni storiografici criticano tale impostazione e, interpretando la attestazioni di appartenenza come conseguenti alla descrizione etnografica classica, negano ogni forma di coscienza identitaria comune. Permane in ogni caso piena convergenza sia sul carattere etnicamente composito delle varie tribù germaniche, sia sulla contemporanea omogeneità sociale, religiosa e linguistica.
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Carta degli stanziamenti iniziali delle tribù dei proto-Slavi
e della loro espansione a est.
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- La culla dei popoli Slavi fu, molto probabilmente, la regione tra Cracovia ed il Danubio, vicina alle zone di origine dei balti. Gli slavi si espansero nella pianura ucraina del Dnepr nel VI secolo DC, dopo l'invasione degli avari, conquistando ed assimilando la maggior parte degli slavi orientali. Secondo alcune vecchie teorie, l'area di formazione dei Balti si trovava, fino alla fine del secondo millennio a.C. vicino all'alto e medio corso del Dnepr, nell'odierna Ucraina, dove si riteneva che si fosse stabilita un'ipotetica proto-comunità balto-slava, cioè un popolo comune che in seguito si fosse scisso e avesse dato origine agli odierni balti e slavi. All'inizio del primo millennio a.C., vari gruppi migrarono sulle coste del mar Baltico, e si stabilirono tra il fiume Pasłęka ed il fiume Nemunas. Non è chiaro se sia stata questa migrazione a dare origine alle tribù baltiche. Le più antiche popolazioni proto-Slave dell'Europa centrale, ancora prive di scrittura e dedite all'allevamento e all'agricoltura, probabilmente risiedevano nel corso medio-superiore della Vistola. Gli archeologi parlano di "cultura di Lausitz", ove sono state ritrovate delle urne funerarie. Questa cultura proto-slava si diffuse dal mar Baltico ai Carpazi, fino al Dnepr. Già dal II millennio a.C. si registrano alcune migrazioni di slavi dal bacino della Vistola e dell'Oder verso il Baltico orientale, là dove si mescolarono con le tribù ugro-finniche. Particolarmente studiato in Polonia è stato il villaggio di Biskupinsk, presso Poznan. La più antica civiltà euroslava che conosciamo, seppure parzialmente, è quella del bronzo e soprattutto del legno, almeno sino all'uso del ferro verso la metà del I millennio a.C. Non risulta fosse praticata la schiavitù. La maggior parte dei mezzi produttivi apparteneva a un collettivo, la tribù e soltanto dove i proto-slavi erano a contatto con Sciti, Traci e Celti, la proprietà di tali mezzi apparteneva a singole famiglie.
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Alfabeti antichi: Egiziano antico, proto-Sinaico (Cananaico), Fenicio, Greco,
Etrusco e Latino. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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Dal 1.680 a.C. - I Fenici, probabilmente ispirati dalla scrittura degli Egizi, studiano per mettere a punto un alfabeto di 22 simboli fonetici. L'alfabeto fenicio è un'evoluzione dell'alfabeto protocananaico, e per convenzione è fatto risalire al 1.050 a.C., ma le iscrizioni nel sarcofago di Ahiram risalgono al XIII secolo avanti Cristo. L'idea di codificare un sistema di scrittura derivava dalla scrittura dei Sumeri della fine del IV millennio a.C., da cui provenivano il cuneiforme dei Babilonesi e i geroglifici Egizi.
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Rappresentazione
di Thot. |
Secondo la tradizione, fu Thot a inventare la scrittura. Thot (vedi l'8.670 a.C.) è la divinità egizia della luna, sapienza, scrittura, magia, misura del tempo, matematica e geometria. È rappresentato sotto forma di ibis, uccello che vola sulle rive del Nilo, o sotto forma (meno frequente) di babbuino.
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Thot in
geroglifico. |
Il nome egizio del dio in geroglifico è:
Compagna di Thot fu Seshat che con lui divideva il compito di scrivere nomi ed imprese dei defunti sulle foglie dell'albero ished; secondo altre tradizioni sposa di Thot fu anche la dea-rana Heket. In quanto inventore della scrittura e patrono degli scribi fu tale ruolo che ebbe anche nei confronti del dio Ra di cui era segretario e visir.
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Alfabeto Egiziano-ieratico dei geroglifici, quello da cui
probabilmente i Fenici ricaveranno il loro alfabeto fonetico.
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I Libri di Thot sono dei mitici libri, 42 in tutto, redatti dal dio egizio Thot e lasciati sulla terra, nei quali si troverebbero i misteri dei cieli e predizioni di eventi planetari futuri. Questi libri profetici sarebbero stati nascosti in biblioteche egiziane segrete ed ora risulterebbero dispersi. Nell'antico Egitto l'arte era
uno strumento al servizio della politica e della religione; rifletteva l'immutabilità del potere del faraone, il suo essere divinità vivente che continua a esistere nell'immagine dipinta o scolpita anche dopo la morte. Nella statuaria gli dèi, il faraone, i dignitari di corte furono rappresentati sempre in pose stilizzate, con lineamenti idealizzati che non conoscono i segni della vecchiaia o della malattia. Nella postura in piedi, hanno le braccia lungo i fianchi e muovono un passo in avanti come se camminassero lentamente; se vengono ritratti seduti appoggiano le mani sulle ginocchia. Tutto era previsto dal rigido cerimoniale di corte e agli artisti non rimaneva che seguire delle precise regole di rappresentazione.
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Busto di Nefertiti, moglie
di Amenofi IV.
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L'unica eccezione riguardò il regno di Amenofi IV: questo faraone promosse la massima rivoluzione religiosa della storia d'Egitto e durante il suo regno agli artisti venne concessa una maggiore libertà interpretativa, come testimonia il bellissimo busto-ritratto della regina Nefertiti, sua moglie. In un dialogo platonico, il "Fedro", Thot viene nominato (come Theuth), in un breve apologo proposto da Socrate per contestare l'importanza della scrittura, di cui il dio egizio sarebbe stato l'inventore, a favore dell'oralità, che all'epoca di Socrate era ancora molto sviluppata, la quale sola permetterebbe all'uomo di "possedere" nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa su supporti materiali. Un’ipotesi sull’origine dei Tarocchi fa riferimento al Libro di Thot, nel quale sarebbero contenute delle conoscenze antiche originariamente trasmesse all’uomo da questa divinità.
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Ermes Trismegisto in una
rappresentazione nel
pavimento del duomo di Siena.
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Thot è stato a volte identificato con il dio greco Ermes o Hermes Trismegistus (Ermes o Ermete Trismegisto, dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo»). Ermes Trismegisto sarà poi il padre del sistema di pensiero che da lui prende il nome: l'Ermetismo. Vedremo poi che le idee filosofiche che porranno le basi del pensiero scientifico, prendono avvio dalla riflessione sulle dinamiche cosmologiche ed astrali, da cui si cercò di spiegare tutti gli altri fenomeni: la prima "scienza" fu, così, l'Astrologia, che, fin dai Sumeri, raccordava i movimenti astrali, considerati "cause" agli eventi in terra, gli "effetti". Probabilmente fu l'agricoltura a stimolare la ricerca nelle previsioni meteorologiche, ma è anche vero che i risultati erano di tutto rispetto. Talete, il primo filosofo, si arricchì con previsioni astrologiche inerenti i raccolti di olive: prese in affitto tutti i frantoi che poté, e grazie agli abbondanti raccolti li fece lavorare oltre misura.
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Testo tratto dalla Tavola Smeraldina di
Ermes Trismegisto.
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Se l'Astrologia è la più antica "scienza", Ermes Trismegisto introduce una nuova scienza, chiamata poi Alchimia (da cui la parola chimica), con la compilazione scritta della Tavola Smeraldina. Per queste e altre considerazioni su ermetismo e alchimia, vedi l'anno 90 d.C. di questi post. L'alfabeto fenicio è quindi un'evoluzione dell'alfabeto protocananaico, e usato presso i fenici per scrivere nella loro lingua, che era un idioma nord semitico. Quello fenicio era un'alfabeto puramente consonantico, il che significa che non erano indicate le vocali, mentre alcune evoluzioni di questo alfabeto iniziarono a rappresentare tutti i suoni del linguaggio, comprese le vocali.
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Particolare dell'iscrizione fenicia
nel sarcofago di Ahiram, XIII
sec.a.C. Clicca sull'immagine
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Questo alfabeto
divenne uno dei maggiori sistemi di scrittura, diffuso dai commercianti fenici attraverso Europa e Medio Oriente, dove divenne impiegato per una grande varietà di linguaggi. L’alfabeto fenicio è la
radice comune da cui si sono sviluppati
quasi tutti i moderni alfabeti.
Per eventuali integrazioni vedi "Storia dell'Europa n.9: dal 1.900 al 1.680 p.e.v. (a.C.)"
QUI.
Dal 1.650 a.C. - Apogeo della Civiltà Minoica nell'isola di Creta e nelle assoggettate isole Cicladi, con il leggendario re Minosse. Si è poi appurato che Minosse non è un nome proprio, ma il titolo di sovrano, come ad esempio "faraone".
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Carta con Micene in Grecia, le isole Cicladi, Rodi e Creta
con le sue proto-città. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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- Le
terramare erano antichi villaggi dell'età del bronzo medio e recente (del periodo 1.650 - 1.150 a.C.) dell'Emilia e delle zone della bassa pianura padana, come le attuali provincie di Cremona, Mantova (l'alto Mantovano) e Verona. Mentre il termine fa pensare a
edifici che
spuntassero dal mare, come alcuni immaginano la pianura padana a quei tempi, ufficialmente per terramare si intendono quelle che esprimevano le
attività commerciali dell'età del bronzo. Sono insediamenti lungo una via che attraversava le Alpi nella Val Camonica e giungeva alle sponde del Po. Qui venivano costruite le terramare, che fungevano da
depositi e punti di ripartenza delle merci, costituite da
ambra dal Mar Baltico,
e stagno dai Monti Metalliferi centroeuropei, dirette lungo il Po fino alla sua foce e all'Adriatico, verso il Mar Mediterraneo orientale, il Mar Egeo, Creta, l'Asia Minore, la Siria, l'Egitto. Il nome Terramare deriva da terra marna (dal dialetto emiliano = terra grassa) con riferimento alla terra, generalmente di colore scuro, tipica dei depositi archeologici pluristratificati, formatisi, attraverso i secoli, con il succedersi delle abitazioni che venivano ricostruite una sull'altra. Questi depositi formavano delle collinette, alte fino a 5 metri, che costituivano ancora nel XIX secolo un tratto caratteristico del paesaggio padano. Nel corso dell'Ottocento queste collinette furono per la massima parte distrutte dalla attività di cava volta al recupero del terriccio, che veniva venduto come concime. Il termine andò poi in disuso con la dismissione di queste cave e rimase ad indicare solamente i villaggi dell'età del bronzo.
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Carta con la zona della civiltà delle
Terramare. Clicca sull'immagine per
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Le popolazioni terramaricole sono forse strettamente imparentate con i successivi proto-villanoviani e gli Etruschi. Infatti la grande tecnica nel trattare le acque di scolo, la presenza di argini, canalizzazioni e fognature nelle città etrusche, potrebbe essere derivata dai terramaricoli che da sempre ebbero a che fare con tali opere. Il collegamento tra Terramaricoli e Villanoviani si riscontra anche nella pratica d'incinerazione dei defunti, diffusasi dal centro Europa lungo la via dell'ambra. Proprio i Villanoviani potevano rappresentare un ramo periferico di questa via che portava l'ambra fino in Sardegna dove era fiorente la Civiltà nuragica. La struttura delle terramare si concilia con la tecnica delle palafitte costruite sui laghi dell'Italia settentrionale e centrale. Queste strutture su palafitte in terra erano adatte per costruire villaggi permanenti lungo le sponde dei fiumi soggetti a straripamenti. Il motivo di costruire in zone così difficili è sicuramente legato al commercio fluviale. Per le fondamenta delle palafitte si utilizzava il frassino, per il pavimento assi di abete, travi di pioppo coperte di canne per il tetto, rami intrecciati di nocciolo per le pareti; per rendere il pavimento impermeabile lo si ricopriva di argilla, mentre le pareti, per proteggersi dal freddo, venivano rivestite di un composto di argilla e sterco di vacca. Se una terramare prendeva fuoco, veniva abbattuta e ricoperta di terra. Nei secoli seguenti le Terramare furono abbandonate in favore della formazione del sentiero pedemontano che sarà poi la via Emilia. Altro fattore di declino fu lo spostamento della via dell'ambra che prima passava per la Val Camonica e poi per il Tirolo, che favorì invece la comparsa della Civiltà Atestina (o d'Este) dei Veneti. I villaggi erano di forma generalmente quadrangolare, delimitati da un fossato, nel quale scorreva acqua derivata da un vicino fiume o canale, e da un terrapieno. Nel periodo iniziale le terramare avevano tutte dimensioni analoghe, comprese fra 1 o 2 ettari. Successivamente verso la fine del Bronzo Medio, tra il 1.400 e il 1.300 a.C., alcuni villaggi aumentano le loro dimensioni fino ad arrivare a 15/20 ettari di estensione, altri invece rimangono di dimensioni ridotte, mentre altri ancora vengono abbandonati. Tutto farebbe pensare ad un riassetto politico del territorio, con la formazione di distretti entro i quali i villaggi assumono diversa consistenza demografica e diversa importanza. Gli scavi archeologici del XIX secolo e quelli più recenti hanno dimostrato che internamente i villaggi avevano un'organizzazione molto regolare, con case allineate secondo uno schema ortogonale determinato dall'incrocio delle strade. Intorno al 1.150 a.C., le terramare furono completamente abbandonate e tutto il territorio della pianura, specialmente nel settore emiliano, fu abbandonato per vari secoli. Le motivazioni di questa crisi non sono ancora del tutto chiare, sembra possibile che a fronte di una forte popolamento (si calcolano circa 200.000 individui) e ad un depauperamento delle risorse naturali, una crisi climatica in senso più arido abbia innestato una profonda crisi economica che a suo volta determinò una carestia e conseguentemente sconvolgimenti di ordine politico, che causarono poi il collasso dell'intera società.
Nel 1.628 a.C. - Data approssimativa dell'eruzione vulcanica dell'isola di Thera, l'odierna Santorini, stimata comunque fra il 1.600 e 1.650 a.C. L'eruzione minoica di Thera, anche riferita come eruzione di Thera o eruzione di Santorini, fu una vasta e catastrofica eruzione vulcanica (indice di esplosività vulcanica VEI = 6 o 7, Roccia Densa Equivalente DRE = 60 km3), la quale si stima sia accaduta nella metà del secondo millennio a.C.
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Ricostruzione dell'eruzione vulcanica
di Thera (Santorini). Clicca
sull'immagine per ingrandirla. |
L'eruzione fu uno dei più grandi eventi vulcanici accaduti sulla Terra, documentata storicamente. L'eruzione devastò l'isola di Thera (Santorini), compreso l'insediamento minoico ad Akrotiri come pure aree comunitarie e agricole sulle isole vicine e sulle coste di Creta. L'evento generò anche uno tsunami alto da 35 m. a 150 m. che devastò la costa nord di Creta, distante circa 110 km. Lo tsunami ebbe un impatto sulle città costiere quali Amnisos, dove i muri degli edifici furono deformati nel loro allineamento. Sull'isola di Anafi, 27 km ad est, sono stati trovati strati di cenere profondi 3 m., come pure strati di pomice sui pendii a 250 m. sopra il livello del mare.
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Posizione dell'antica Thera, la
Santorini di oggi. Clicca
sull'immagine per ingrandirla. |
Dove ha colpito l’onda? Certamente lo tsunami fu devastante, ma non è ancora completamente chiarito il suo sviluppo. Molti modelli, basati sulle conoscenze sempre più progredite, si sono succeduti ma le prove a conferma di queste teorie sono ancora scarse. Tuttavia proprio nell’ultimo lustro la caccia ai depositi di questo evento ha ottenuto buoni risultati. Sull’isola di Anaphi, una ventina di km ad est di Santorini, sono stati ritrovati livelli di pomici coperti da sedimenti alluvionali recenti a circa 350 metri dalla costa, ad un’altitudine di circa 50 metri sul livello del mare, per alcuni autori trascinati lì dall’onda di tsunami che avrebbe raggiunto quelle coste nel giro di dieci minuti. Altre evidenze simili sono state individuate a nord fino all’isola di Samotracia, ad est a Lesbo e Rodi, ancora più ad est sulle coste della Turchia, di Cipro e perfino di Israele, dalle parti di Jaffa, dove l’onda avrebbe avuto un’altezza di circa sette metri e sarebbe arrivata almeno un’ora e mezzo dopo l’inizio dello tsunami. Ipotesi quest’ultima tutta da verificare secondo altri autori, con i depositi che potrebbero essere dovuti ad altri tsunami dell’antichità. Tuttavia l’aspetto più interessante risiede a sud, in particolare nell’isola di Creta, distante circa 120 km da Santorini, dove l’onda di tsunami, viaggiando ad una velocità di circa 500 km/h, sarebbe giunta nel giro di 25-30 minuti, con un’altezza di 10-12 metri, colpendo (in modo differenziato a seconda della morfologia dei fondali) l’intera costa settentrionale. Molte evidenze, archeologiche e geologiche, portano a ritenere l’evento ormai assodato così come appare confermata l’ipotesi che
l’economia della civiltà minoica, allora fiorente a Creta e nell’intero Egeo, abbia subito dal cataclisma
un colpo praticamente mortale, vedendo
distrutta gran parte della sua potente flotta navale e
danneggiata sensibilmente l’agricoltura: proprio per questo si parla di
tsunami minoico.
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Come doveva presentarsi, vista dall'alto,
la città principale di Atlantide.
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Altrove nel Mediterraneo si sono trovati depositi di pomice causati probabilmente dall'eruzione di Thera. Gli strati di cenere nelle carote perforate sul fondale marino e dei laghi in Turchia, tuttavia, mostrano che la più abbondante caduta di cenere avvenne a est e a nord-est di Santorini. Adesso si sa che la cenere trovata su Creta è stata depositata in una fase precorritrice all'eruzione vera e propria, alcune settimane e mesi prima delle principali fasi eruttive, ed avrebbero avuto un'impatto sull'isola meno devastante di quello che si pensava. L'eruzione sembra avere ispirato certi miti greci e può avere causato scompiglio in Egitto.
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Come doveva presentarsi la città
principale di Atlantide.
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In aggiunta, si è congetturato che l'eruzione minoica e la distruzione della città di Akrotiri avesse fornito la base o altrimenti l'ispirazione a Platone per la storia riguardo ad
Atlantide. Platone, nel Timeo e nel Crizia, parlava di una favolosa isola, sede di una civiltà eletta, spazzata via da un’immane cataclisma del tutto simile ad un maremoto: molti autori hanno identificato la sua Atlantide proprio con Santorini. Quindi Platone ha derivato il mito di
Atlantide da un'impero che si estendeva da Thera a Creta? E' probabile, visto che fu Solone a riportare il racconto di avere visionato documenti egizi che descrivevano Atlantide e la sua popolazione, i cui profughi si sarebbero poi rifugiati in Egitto. Il nome che gli egizi usarono per identificare quei profughi era "
keptiu", lo stesso che usavano per indicare i Cretesi.
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Carta delle invasioni di Ioni e Achei dal 2000 a.C., e Dori
dal 1200 a.C., nell'antica Grecia.
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Dal 1.600 a.C. - Nella penisola greca, meta di periodiche migrazioni di popoli che consentiranno alla cultura greca di evolversi dall'iniziale cultura pelasgica, nel 2.000 a.C. giunge la popolazione guerriera degli Ioni, seguita nel 1.600 a.C. da
Achei ed
Eoli. Queste nuove migrazioni da nord, spingono gli
Ioni nei territori dell'Attica e gli
Achei in molte zone del
Peloponneso (in Elide, nell'Acaia che da loro ha preso il nome, oltre che nell'Argolide, regione che verrà poi conquistata dai Dori), nelle
isole attorno alla Grecia e nel resto del paese, mentre gli
Eoli si stanziano prevalentemente nei territori della
Beozia e della
Tessaglia. Gli
Achei (il cui nome deriva da Achille, da cui Acaia) sono quindi stati coloro che, seguiti dagli Eoli, sono riusciti a
egemonizzare definitivamente le genti preelleniche (definite dai più
Pelasgi). Son detti anche
Argivi, dalla città di Argo, o
Danai, cioè "figli di Danao", il fondatore di Argo, e quindi "occidentali"
rispetto agli orientali Troiani.
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Carta delle regioni dell'antica Grecia con
le città che furono poi edificate
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Oggi li si associa più che altro ai
Micenei, dalla città di Micene. Nell'Iliade con il nome Achei vengono indicati i popoli greci che presero parte alla Guerra di Troia. In età storica sono detti Achei gli abitanti dell'Acaia Ftiotide, nella Tessaglia meridionale, e dell'Acaia Egialea, corrispondente alla omonima regione denominata Acaia e parte dell'Arcadia. Per quanto riguarda la penetrazione di questo popolo nell'area greca si ritiene generalmente che queste genti di origine indoeuropea, attraverso i Balcani, occuparono il Peloponneso intorno al 1500 a.C., in coincidenza con la fine dell'era minoica.
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Carta con Micene in Grecia, le isole
Cicladi, Rodi e Creta con le sue proto
-città. Clicca sull'immagine
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Sono proprio gli Achei a intraprendere
i primi contatti commerciali con l'avanzata
civiltà Minoica cretese, e che subiscono l'influsso di questa cultura forte e civilizzata:
dall'incontro di questi due
popoli venne infatti a svilupparsi la fiorente
civiltà Micenea, e definire quindi Achei e Micenei come se fossero la stessa cosa, è errato. Gli Achei potrebbero essere stati, in seguito, una concausa della capitolazione Minoica. Il ruolo degli Achei nello scacchiere politico del Mediterraneo orientale era di sicuro di fondamentale importanza.
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Carta delle invasioni di Ioni, Eoli, Dori e Dori del
Nord nell'antica Grecia. In Arcadia si rifugiano
i Pelasgi, i primi indoeuropei arrivati in Grecia.
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Si parla di loro nei documenti ittiti, dove vengono chiamati Ahhiyawa, ed egiziani (Aqaivasa ) della seconda metà II millennio a.C.; Omero usa come sinonimi Achei e Danai, mentre sembrerebbe che Argivi si riferisca solo ai nativi del Peloponneso o della Grecia continentale, ma è quasi un sinonimo, mentre usa il termine Elleni solo per gli abitanti del nord della Grecia. Le città achee, erano governate dall'aristocrazia e riunite in confederazione. Gli
Eoli invasero l'antica Grecia nel II millennio a.C. e probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus personificano Ioni, Eoli e Achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche. Il nome "Eoli" deriva dal fatto che essi furono considerati i
discendenti di Eolo, figlio di Elleno, il mitico patriarca degli Elleni. Popolo originariamente stanziato in Tessaglia ed in Beozia, gli Eoli migrarono verso oriente verso l'XI secolo a.C., stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide. Secondo la tradizione tale migrazione, capeggiata da Oreste, sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, l'ultimo e quarto popolo (forse) ellenico, che soggiogò la civiltà micenea ormai decaduta. Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare con la guerra di Troia, intorno al 1.200 a.C. L'invasione dorica, di un secolo circa più tarda, invece ne sarebbe il colpo di grazia.
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Carta con i siti in cui si sono originate le culture celtiche in Europa: nei
piccoli quadrati gialli la proto-celtica Canegrate poi le celtiche Golasecca,
Hallstatt e La Tène. In rosso i territori in cui, dall'età del bronzo, erano
stanziati i Celti: Elvezi,Volsci, Insubri e Leponzi oltre ai Liguri. In verde
più scuro le espansioni dei Boi, Britanni e Goideli, Trinovanti, Senoni,
Boi e Sequani, Celtiberi, i Celtoliguri in cui sono mutati molti Liguri
nei sec VI e V a,C. In verde più chiaro le successive espansioni dei
Norici, Boi, Senoni, Scordisci, Traci e Galati. |
- Le
tribù antenate dei
Celti occupano le regioni dell'
alto e
medio Danubio intorno al XV-XIV secolo a.C. e cominciano poi a espandersi verso ovest e successivamente, come il riflusso di un'onda, verso est. In questo periodo si possono riconoscere due diversi orientamenti a livello economico: nelle aree fluviali continuò la
coltivazione dei cereali, anche se i villaggi cominciarono a situarsi su alture poco elevate (con un lento e costante abbandono dei villaggi su palafitte), mentre nei luoghi di maggior altitudine e nelle pianure centro-europee si assistette a uno sviluppo maggiore della
pastorizia. I diversi tipi di insediamenti e organizzazioni economiche diedero luogo a differenti organizzazioni sociali e religiose.
- Di origine indoeuropea, gli
Ausoni, esistevano già intorno al 1.600 a.C., cioè all'inizio del Bronzo medio. L'Ausonia era il loro territorio, si
estendeva dal basso Lazio fino alla Calabria, abitavano le terre
della Campania fino al fiume Sele; gli
Enotri vivevano nel territorio
a sud e gli
Japigi nell'attuale Puglia (ad essi si affiancava
un'altra popolazione enotria, quella dei Choni). Fra queste, quelle degli Ausoni e degli Enotri rappresentano, secondo le fonti, le più antiche popolazioni italiche dominanti ed avevano nell'VIII secolo a.C. ormai raggiunto una loro stabilità territoriale. Secondo la tradizione mitologica, verso il 1.400 a.C. un gruppo di Ausoni guidato da Liparo avrebbe raggiunto l'isola eoliana di Lipari e vi si sarebbe stabilito fondandovi una città chiamata Lipara (forse nel più volte riutilizzato sito del Castello di Lipari) ed uno stato che si mantiene lì dal 1.240 all'850 a.C., per poi essere distrutto violentemente e non più ricostituito. Attorno al 1.270 a.C. una parte del popolo ausonico (forse insieme ai Liguri Siculi) sarebbe emigrata dalla Campania in Sicilia.
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Disco di Nebra. Clicca
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- Il 1.600 a.C. è anche la data approssimativa della
produzione del
disco di Nebra, ritrovato a
Mittelberg, una collina di 252 metri nel sud-ovest della foresta di Ziegelroda a 180 km di Berlino, in Germania. Da
http://www.miste %20di%204000%20anni.htm: Il disco di Nebra è un manufatto circolare in bronzo e oro datato 1600 a.C. circa, con un diametro di 32 cm. con raffigurati sole, luna e stelle tra le quali si distinguono le sette Pleiadi; o almeno il gruppo delle 7 stelle visibili ad occhio nudo che fanno parte della costellazione delle Pleiadi. Il disco di Nebra sembrerebbe, così, essere la più antica rappresentazione di stelle in assoluto. Questo singolarissimo ritrovamento archeologico, sembra corroborare gli stretti legami tra l'Europa centro-settentrionale e il mondo miceneo e poi omerico evidenziati dagli studi di Rosario Vieni, di Harald Haarmann, e di Felice Vinci. Il disco è il perfetto pendant dei versi del XVIII libro dell'Iliade in cui Omero illustra le decorazioni astronomiche fatte dal dio fabbro Efesto sullo strato in bronzo posto al centro dello scudo di Achille: "Vi fece la terra, il cielo e il mare, / l'infaticabile sole e la luna piena, / e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, / le Pleiadi, le Iadi, la forza d'Orione". Il Disco di Nebra è stato attribuito alla cultura di Únětice (2.300 - 1.600 a.C.) in base ai pugnali in rame che presumibilmente erano associati al reperto.
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Carta con l'ubicazione del Lago
di Viverone, in Piemonte. |
Dal 1.550 a.C. - Nella
Cultura di Viverone (1.550 - 1.450 a.C.), alcune costruzioni palafitticole sono costruite con cassoni quadrati orizzontali su cui vengono appoggiati i pavimenti, altre sfruttano una palificazione verticale che costituisce l'ossatura dell'edificio e dei pontili; dunque la tecnologia non è univoca.
È però singolare che
edifici in legno simili a quelli
palafitticoli siano stati scoperti
anche in terraferma, ad es. in Svizzera a Savognin Padnal o a Zurigo a Mozartstrasse. Infine è ormai chiaro che l'immagine del villaggio sospeso sull'acqua non è una regola. Recenti sondaggi e ricerche dimostrano ormai con chiarezza come alcuni impianti furono edificati sulle rive del lago e che quindi il villaggio non era affatto sospeso sull'acqua. Alcuni studiosi hanno quindi cercato di spiegare il diffondersi di questo criterio costruttivo rifacendosi a fattori esterni quali la variabilità climatica. Se lo scopo dell'impiantito ligneo è quello di proteggere le case dall'acqua alta, il diffondersi delle palafitte nell'età del Bronzo potrebbe manifestarsi in corrispondenza di un peggioramento climatico generale. Purtroppo la nostra conoscenza del clima nell'età del Bronzo è limitato e deriva dalla osservazione degli strati di ghiaccio sulle Alpi.
La
preistoria è così
divisa in 5 grandi periodi climatici che, a partire dall'ultima glaciazione (di Wurm, terminata 15.000 anni fa) corrispondono a consistenti
variazioni delle temperature che possiamo così riassumere:
- Preboreale 11.000-5.000 anni fa (B.P. = prima del presente), improvviso innalzamento della temperatura ma comunque fredda, più del presente,
- Boreale 9.000 -7.500 anni fa, variazioni climatiche simili a quelle odierne, temperature più calde ed inverni miti,
- Atlantico 7.500 -5.500 anni fa, periodo più caldo e più umido, + 4°C rispetto al presente,
- Subboreale 5.500-2.800 anni fa, ritorno ad un clima più freddo e piovoso,
- Subatlantico da 2.800 anni fa, caratterizzato da temperature superiori a quelle attuali.
All'interno del periodo Subboreale, un raffreddamento rispetto al periodo precedente comportò l'avanzata dei ghiacciai e precisamente questo si verificò intorno al 1.500 a.C. in Svizzera e intorno al 1.280 a.C. in nord Italia. Queste fasi coincidono straordinariamente con quelle della scomparsa dei ritrovamenti archeologici di palafitte nelle rispettive regioni. Forse, durante le fasi più calde del periodo contraddistinto come Subboreale, le coste lacustri furono densamente abitate da genti che attuavano uno stratagemma per mettere al riparo gli edifici dalle repentine e stagionali trasgressioni del livello dei laghi.
Gli scavi di Savognid Padnal e Zurigo in Mozartstrasse, dimostrano che case lignee di grandi dimensioni furono costruite anche lontano dall'acqua. La palafitta pare dunque il punto di arrivo di una secolare tradizione architettonica lignea sviluppatasi in Europa continentale sin dal Neolitico grazie all'alto grado di forestazione e la disponibilità di materia prima. Se
la palafitta è il prototipo della casa celtica o del casone medievale europeo
è possibile che essa
non sia esclusivamente lacustre e che anzi il problema stesso della "palafitta" sia sovrastimato se è vero che i resti di villaggi in legno in terraferma sono ben difficilmente riconoscibili per la dissoluzione esercitata sui materiali deperibili dai processi di decomposizione. La scoperta del villaggio palafitticolo di Viverone (in Piemonte) ha fornito contributo alla definizione del popolamento dell’Italia nord-occidentale alimentando alcune interessanti riflessioni sulle società dell'età del Bronzo. II villaggio di Viverone che occupa un area di 200 x 250 m, è stato identificato assieme ad altri 6 siti minori da archeologi subacquei volontari nel corso degli anni e ‘60 e successivamente scavato e rilevato dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte.
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Monile bronzeo della
Cultura di Viverone. |
Viverone ha restituito oltre 150 oggetti in bronzo in perfetto stato di conservazione, miracolosamente conservatisi sui fondali del lago. Si tratta in parte di oggetti da guerra (spade, coltelli, asce) e di abbigliamento (spilloni, pinzette, pettini e eccezionalmente due rasoi - i più antichi attualmente noti in Italia). Particolarmente raro un morso piuttosto primitivo per cavallo realizzato anch'esso in bronzo. Il morso, in particolare, è di grande interesse soprattutto se messo in relazione con la scoperta effettuata il secolo scorso di due ruote in legno pertinenti ad un carro sul fondo della torbiera di Mercurago. La prima è una massiccia ruota composta di tre parti legate tra loro e sembrerebbe adatta ad un carro da lavoro. La seconda più leggera e raggiata ricorda da vicino quelle scolpite sui rilievi egiziani, ittiti o micenei. Gran parte degli studiosi, pur in assenza di una stratigrafia o di dati radiocarbonici (i reperti con il tempo sono andati distrutti e non esiste che un calco) assegnano queste ruote all'età del Bronzo. Si potrebbe dunque immaginare che i guerrieri di Viverone facessero uso del carro trainato dal cavallo in guerra; le loro spade sono troppo fragili per sopportare colpi di fendente e sembrano più adatte per essere utilizzate di punta. Il materiale di Viverone è tuttavia un unicum e la cronologia dei materiali di Mercurago non è affatto certa.
I reperti bronzei di Viverone sono stati in questi ultimi anni più chiaramente inquadrati culturalmente e paiono chiaramente esogeni, presumibilmente
prodotti nell'area dell'altopiano Svizzero e del Baden Württemberg. L'analisi condotta dallo scrivente sul complesso della cultura materiale ha però permesso di escludere che le genti di Viverone provenissero da quelle regioni; il materiale bronzeo di Viverone sembra frutto di scambi o dell'immissione del Piemonte in un circuito metallurgico occidentale che, attraverso il passo del Gran San Bernardo ha intensificato i rapporti tra l’Europa centrale e il Mediterraneo. I problemi da risolvere sono allo stato attuale molti e stimolanti e riguardano non solo la genesi ma anche l'
esaurimento del fenomeno palafitticolo.
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Carta con l'ubicazione di Mercurago.
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In Emilia e Lombardia meridionale un fenomeno simile e leggermente sfasato cronologicamente passa sotto il nome di "terramare':
il collasso dei due sistemi è tuttavia sincronico e allo stato attuale inspiegabile. Nell'area alpina piemontese i siti palafitticoli riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità sono due: l’insediamento di
Viverone, sulle sponde del lago omonimo, risalente all’età del Bronzo (1.550-1.400 a.C.), e quello di
Mercurago, in un’area umida poco distante dal Lago Maggiore, di grande importanza per la quantità di materiali e utensili ritrovati al suo interno.
Per eventuali integrazioni vedi "Storia dell'Europa n.10: dal 1.680 al 1.550 p.e.v.(a.C.)"
QUI.
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Carta della Grecia o Ellade arcaica,
con i nomi in Latino. In grassetto
sono indicate Focea (Phocaea),
Micene (Mycenae) e Tirinto
(Tiryntus). |
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La Porta dei Leoni
dell'antica Micene.
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Dal 1.500 a.C. -
Ascesa della
Civiltà Elladica (
o Micenea). Dal 1.500 al 900 a.C. ha luogo l'ascesa e il declino della civiltà Elladico-Micenea. Fra i popoli indoeuropei che dalla fine del III all'inizio del II millennio a.C. invadono il territorio greco, vi sono gli Achei, che si stabiliscono nel Peloponneso. Sono proprio gli Achei (il nome Achei deriva da Achille) a intraprendere
i primi contatti commerciali con l'avanzata
civiltà Minoica cretese, e subiscono l'influsso di questa cultura forte e civilizzata:
dall'incontro di questi due
popoli venne infatti a svilupparsi la fiorente
civiltà Elladico-Micenea. Achei e Micenei sono quindi definizioni che intendono persone diverse, appartenenti a diverse culture. La
civiltà micenea (che è contraddistinta dal militarismo) si sviluppa quindi dall'
incontro tra cultura elladica e cultura minoica da Creta (più pacifista e gioiosa), e prende il nome da Micene, città più importante del Peloponneso (i resti di Micene vennero portati alla luce da H. Schliemann nel 1878). I Micenei si sostituiranno poi ai Minoici nel commercio nel mare Mediterraneo (come narrato nel mito di Giasone e della nave Argo) e a partire dal XVI secolo a.C. conquistano le Cicladi e le coste dell'Asia Minore. Si avrà quindi un'espansione commerciale anche in Italia.
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Civiltà Micenea, o Elladica, con Micene e le sue maggiori città, sviluppatasi dal 1450 al 1200 a.C.. |
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I valori della Civiltà Micenea, o Elladica, a confronto con quelli della
Civiltà Minoica Cretese. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
- Probabilmente l'eruzione di Thera del 1.628 a.C., che fondamentalmente aveva
distrutto la
Civiltà Minoica, favorì gli Elladici-Micenei, tramite spedizioni militari ed imprese piratesche, a conquistare quello che ne rimaneva, e si espansero inoltre verso le Cicladi meridionali, l'isola di Rodi e fino alle coste dell'Asia Minore. L'ennesimo cataclisma che si era abbattuto sulla Civiltà Minoica, pacifica e gioiosa, determinò quindi la
supremazia definitiva della
civiltà Micenea, fortemente guerriera. Nella tabella a lato sono indicate le
caratteristiche profondamente diverse fra le due civiltà.
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| Alfabeto della scrittura sillabica "Lineare B". |
- Nel 1.952, Michael Ventris scoprì che la scrittura sillabica "Lineare B" veniva usata per mettere per iscritto una primitiva forma di greco, nota oggi come Miceneo. Insieme ad altri utilizzò questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire. Il sillabario miceneo, esclusi alcuni ideogrammi, è costituito quasi esclusivamente da segni per vocali isolate e per sillabe del tipo consonante+vocale, le consonanti sonore G, B e aspirate KH, TH si scrivono sempre sorde (K, P, T), mentre è mantenuta l'opposizione T/D. I suoni R e L sono indicati da un unico suono R, con Q si designa un suono molto antico ("Koppa") conservato in latino e mutato nel greco classico (lat. quis, greco tis.gif); inoltre il sillabario si rivelava poco adatto a rendere sia le consonanti finali di parola che i gruppi consonantici interni. Gli espedienti grafici che l'ortografia micenea adotta per ovviare all'imperfezione della scrittura sono due:
I) omissione grafica delle consonanti finali;
II) notazione di entrambi gli elementi consonantici mediante una vocale di raccordo ("quiescente").
La prima norma si applica per le consonanti finali (lmn.gif); es.: KO-WO = korwos.gif. Questo primitivo sistema di trascrizione è da imputarsi non solo all'adozione della scrittura sillabica del tutto inadatta al greco, ma anche all'inettitudine degli scriventi a intendere rettamente i suoni della lingua suddetta.
- L'inizio dell'età del bronzo in Estonia viene fatta risalire approssimativamente al 1.800 a.C., mentre in Finlandia poco dopo il 1.500 a.C. Le regioni costiere della Finlandia furono influenzate della cultura del bronzo nordica, mentre nelle regioni dell'entroterra le influenze vennero dalle culture della Russia settentrionale che usavano il bronzo. Stava iniziando lo sviluppo delle frontiere fra i popoli finnici e i Baltici. Iniziarono ad essere costruiti i primi insediamenti fortificati, Asva e Ridala sull'isola di Saaremaa e Iru nell'Estonia settentrionale. Lo sviluppo delle costruzioni di navi facilitò la diffusione del bronzo. Ci furono dei mutamenti nelle usanze funebri; un nuovo tipo di cimitero si estese dalle aree germaniche ed estoni, tombe a cista in pietra e la cremazione divennero sempre più comuni a parte un piccolo numero di tombe in pietra a forma di barca.
- I primi abitanti degni di nota che si
stabilirono nella zona dell'odierna Svizzera, furono alcune tribù di
origine celtica, gli Elvezi (i Leponti in Ticino) verso l'anno 1.500 a.C. e i Reti, di probabile origine ligure (secondo Plinio il Vecchio), che si stabilirono nella zona ad
Est, mentre gli Elvezi si stabilirono ad Ovest.
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Cartina con le lingue parlate nella penisola
Italica preromana, dal 1.000 a.C.: Celtica,
Ligustica, Lepontica, Retica, Venetica,
Etrusca, Picena, Umbra, Falerica, Latina,
Osca, Messapica, Sicula, Greca.
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- I Veneti, a volte indicati anche come Venetici, antichi Veneti o Paleoveneti per distinguerli dagli odierni abitanti del Veneto, erano una popolazione indoeuropea che si stanziò nell'Italia nord-orientale dopo la metà del II millennio a.C. e sviluppò una propria originale civiltà nel corso del millennio successivo. Il nome "Veneti" ricorre frequentemente nelle fonti classiche. Erodoto ricorda gli Eneti tra le tribù illiriche, probabilmente i nostri Veneti italici; nell'Europa centrale Tacito localizza i Veneti, o Venedi e Venedae, distinguendoli dai Sàrmati, che sono gli Slavi Venedi-Sclavini; Pomponio Mela cita il lago di Costanza come Venetus lacus; infine Venetulani sono un popolo laziale scomparso citato da Plinio. Vi sono inoltre i Veneti Celti, della Bretagna francese, battuti poi da Giulio Cesare. La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto con un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare). I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli". Agli antichi Veneti ci si riferisce talvolta con "Paleoveneti", "Veneti adriatici" o "Venetici" per distinguere il popolo dell'antichità dagli attuali abitanti della regione italiana del Veneto. Nel periodo antico vi erano rapporti culturali con la Civiltà villanoviana, con l'Egeo e l'Oriente, e successivamente anche con gli Etruschi. Caso unico tra i popoli dell'epoca nell'Italia settentrionale, si può stabilire l'identità tra la popolazione attuale e la cultura degli antichi, in questo caso i paleo-Veneti; è possibile infatti attribuire una precisa cultura materiale e artistica nel loro territorio di stanziamento, la Venezia. Questa cultura si sviluppò durante un lungo periodo, per tutto il I millennio a.C., anche se nel tempo subì diverse influenze. Di questa popolazione e identità la documentazione archeologica è particolarmente ricca. I Veneti si stanziarono inizialmente nell'area tra il Lago di Garda ed i Colli Euganei; in seguito si espansero fino a raggiungere confini simili a quelli del Veneto attuale, anche se bisogna considerare che la linea di costa del Mar Adriatico era più arretrata rispetto ad oggi. Secondo i ritrovamenti archeologici (che concordano anche con le fonti scritte), i confini occidentali del loro territorio correvano lungo il Lago di Garda, quelli meridionali seguivano una linea che parte dal fiume Tartaro, segue il Po e raggiunge Adria, lungo il ramo estinto del Po di Adria, mentre quelli orientali giungevano fino al Tagliamento. Oltre tale fiume erano insediate genti di ceppo illirico, anche se fino all'Isonzo la presenza veneta era tanto forte che si può parlare di popolazione veneto-illirica. I confini settentrionali erano invece meno definiti e omogenei; il territorio veneto risaliva soprattutto i fiumi Adige, Brenta e Piave verso le Alpi, che fungevano comunque da confine naturale. La presenza veneta sulle Alpi è attestata soprattutto nelle Dolomiti del Cadore, a Lagole.
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| Cavallo degli antichi Venetici. |
La ricerca moderna, in questo modo, si è trovata in sostanziale accordo con quanto sostenuto già dalla storiografia latina: i Veneti condividono con i Latini una comune origine protostorica, anche se non attraverso quel comune legame con l'Antica Grecia (e con Troia in particolare) postulato dai Romani mediante il mito di Antenore. L'insieme indoeuropeo veneto-latino si era formato come gruppo a sé in un'area dell'Europa centrale, probabilmente ubicato entro i confini dell'odierna Germania e parte di un vasto continuum indoeuropeo esteso nell'Europa centro-orientale fin dagli inizi del III millennio a.C. Da qui mosse verso sud nel corso del II millennio a.C., probabilmente intorno al XV secolo a.C.; mentre una parte di queste genti proseguì fino all'odierno Lazio (i Latini), il gruppo che avrebbe dato origine ai Veneti si insediò a nord del Golfo di Venezia e lì si attestò definitivamente. La civiltà o cultura Atestina o d'Este, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) fu un'espressione di questa popolazione, i Venetici.
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Antica rappresentazione di Eingana.
Il ricordo degli Euganei si conserva
nelle leggende e nelle favole delle eingane
o anguane/angane/aivane, ecc. Gli antichi
Euganei abitavano palafitte lungo laghi
e fiumi e le Anguane sono la loro mitica
rappresentazione che ne determina il nome
nelle varianti etnonimiche: in retico Anauni,
in ligure Ingauni. Clicca sull'immagine
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- Gli
Euganei erano un popolo insediatosi originariamente nella regione compresa fra il Mare Adriatico e le Alpi Retiche. Successivamente essi furono
scacciati dai popoli Veneti in un territorio compreso tra il fiume Adige ed il Lago di Como, dove rimasero fino alla prima età imperiale romana. Catone il Censore, nel libro perduto delle Origines, annoverava tra le maggiori tribù euganee i Triumplini della Val Trompia ed i Camuni della Val Camonica. Si trattava probabilmente di un popolo
preindoeuropeo di stirpe
affine a quella dei Liguri
Ingauni, come testimoniato dall'analogia dei nomi. Appartengono alla stessa stirpe degli Euganei, secondo Plinio il Vecchio anche gli
Stoni in Trentino.
- Nel sito palafitticolo di Fiavè, in Trentino, nel corso del XV-XIV sec. a.C. venne edificato un nuovo abitato palafitticolo costituito da capanne su pali ancorati ad una complessa struttura a reticolo adagiata lungo la sponda e sul fondo del lago.
- I Latini discesero in Italia nel corso del II millennio a.C., probabilmente nel XV sec. a.C., provenienti forse dall'Europa centrale danubiana o, secondo la storiografia greco-romana, dall'Asia minore, anche se teorie su una loro origine autoctona non sono da escludere. La migrazione Latina avvenne via terra, seguendo il percorso naturale dato dalla dorsale appenninica da nord a sud, seguendo il versante occidentale della penisola. Secondo l'ipotesi del Mommsen la migrazione del gruppo Latino, si sarebbe estesa dal Lazio fino all'attuale Calabria. In seguito ai successivi arrivi di Greci e Sanniti, la presenza di popolazioni Latine, si sarebbe contratta, fino a coincidere con il Lazio Antico. Anche le altre popolazioni italiche di epoca storica, quali Umbri, Volsci, Sanniti, Marsi e Sabini, appartenevano al gruppo di popolazioni indoeuropee, stanziatesi in Italia, a seguito di migrazioni via terra, lungo la dorsale appenninica, seguendo un percorso da nord a sud, successive a quella dei Latini. I Latini diedero origine al popolo romano. Oggetto di dibattito è, oltre il luogo di provenienza del popolo latino, anche l'età in cui avvenne la sua migrazione nell'attuale Lazio. L'archeologia rileva che nella tarda età del bronzo il territorio a sud del Tevere era caratterizzato dalla cosiddetta facies laziale o cultura laziale (X-VIII secolo a.C.), regionalizzazione della precedente cultura protovillanoviana (collegabile con la civiltà dei campi di urne dell'Europa centrale) che uniformò l'area tirrenica della Toscana e del Lazio fra il XII e il X secolo a.C. sovrapponendosi alla cultura appenninica che dominava la regione nei secoli precedenti. Alla cultura laziale viene associata la formazione dell'ethnos latino che sul finire del secondo millennio a.C. si era già costituito in una serie di comunità (menzionate da Plinio il Vecchio) che avevano come centro principale Alba «Longa».
- L'insediamento dei coloni greci sul suolo italico ebbe luogo in due fasi, di cui la prima, in ordine sparso e a opera di gruppi di Achei, (intesi come popolazioni che costituivano la civiltà Micenea n.d.r.) avvenne in età arcaica, tra i secoli XV e XIV a.C., e il ricordo sopravvisse nei racconti degli avventurosi viaggi verso l'Occidente favoloso (ciclo troiano) e nei santuari di divinità ctonie (divinità generalmente femminili legate ai culti di dèi sotterranei e personificazione di forze sismiche o vulcaniche n.d.r.) che ancora in epoca storica sorgevano al di fuori delle città (e ciò trova conferma nell'archeologia). Quel remoto flusso immigratorio si interruppe verso il sec. XII a. C., forse in conseguenza dell'invasione dorica della Grecia, che sospinse gli Achei verso l'Asia Minore. La seconda fase si verificò poi dall'VIII secolo a.C..
- Verso il 1500 a.C. le popolazioni indoariane emigrano dall'Asia centrale nel subcontinente indiano dove sottomettono i nativi ed impongono il sistema delle caste. È opinione abbastanza diffusa che le guerre e le battaglie narrate nei Veda, i testi sacri dell'induismo, riflettano più o meno fedelmente la conquista dell'India nord-occidentale (Punjab) da parte degli stessi Arii. La cultura di Yaz (iranica) si espande verso ovest, Medi e Persiani giungono in Iran occidentale agli albori del I millennio a.C., importando un caratteristico stile ceramico.
- La
civiltà delle terramare era
una delle più avanzate nell'Europa continentale durante l'età del
bronzo. Rappresentava infatti l
'anello di congiunzione tra
l'
area alpina e l'
Europa centro settentrionale ed ebbe
un'importanza storica fondamentale anche come
snodo attivo con
la
Grecia micenea e il vicino oriente. I terramaricoli
riuscirono a conquistarsi questo ruolo centrale in area mediterranea
grazie alla loro
abilità nella gestione dell'acqua e nella
messa a coltura di tutte le
fasce territoriali e al
commercio di risorse fondamentali, come il
rame e
l'
ambra.
Eppure, dopo aver
dominato la
Pianura padana per quasi
cinque secoli, verso l'inizio del
1.200 a.C. questa civiltà
collassò rapidamente, anche a
causa di un
impatto antropico incontrollato sull'
ambiente
naturale e dei
cambiamenti climatici. Da
https://ilbolive.unipd.it/it/news/cambiamenti-climatici-territorio-terramare. A raccontare questa storia è Michele
Cupitò, professore di protostoria europea e protostoria
dell'urbanizzazione in Italia settentrionale all'università di
Padova, e direttore dal 2010 dello scavo nella terramara di
Fondo
Paviani, che rappresenta uno dei contesti più importanti per
studiare le relazioni tra gli abitanti della Pianura padana sia con
l'Europa centrale, sia con l'Egeo e il Mediterraneo orientale, e per
ricostruire le dinamiche che portarono all'emergere dell'abitato
protostorico di
Frattesina, sul fiume Po. Il professor Michele
Cupitò racconta la storia della civiltà delle terramare. Montaggio
di Barbara Paknazar: “La civiltà delle terramare è una
illustre sconosciuta per quanto riguarda le fasi più antiche della
storia dell'Europa, ma in realtà fu una delle più importanti
dell'età del bronzo europeo”, racconta il professore. “Si
trovava nella Pianura padana tra la Lombardia orientale, il Veneto
occidentale e l'Emilia, in un territorio che comprendeva anche le
fasce pedecollinari, pedemontane, prealpine, alpine e appenniniche
nel periodo compreso tra il 1600 e il 1200 a.C. La parola “
terramara”
ha molto a che fare con la terra, ma ben poco con il mare. Deriva
infatti dalla
distorsione del termine “
terra marna”,
con cui gli agronomi dell'Ottocento definivano le
terre molto
fertili ricavate da queste aree. Nella metà dell'Ottocento,
momento di straordinario sviluppo dello studio della preistoria in
Italia, gli archeologi scoprirono nella Pianura padana delle vestigia
di abitati preistorici che venivano sfruttate come cave di terreno
fertilizzante. Decisero di descriverle con il termine terramare
riferendosi a quella “terra fortemente fertilizzata”, ovvero la
terra marna, derivante da depositi antropici e quindi ricca di
materiali organici, che caratterizzava la zona. Questo termine, quindi, indica un
insediamento dalle
dimensioni molto
variabili (si va
dalle terramare di
un ettaro fino a quelle più grandi che
raggiungono i
20 ettari) con tre caratteristiche fondamentali
e costanti: una
forma sub-
quadrangolare, un sistema di
perimetrazione costituito da un
argine, ovvero un terrapieno
di terra armata, e circondato da un
fossato collegato a un
corso d'
acqua. Questi villaggi ospitavano delle case,
che erano per lo più delle
palafitte, quindi abitazioni
sopraelevate e sostenute da pali, e anche delle infrastrutture come
recinti per gli animali, granai e tutto ciò che serviva per
la vita degli abitanti. A seconda delle differenze del territorio,
pianure, colline e aree pedemontane accoglievano insediamenti
diversi. In ogni caso i reperti di cultura materiale, come le
ceramiche e i prodotti in metallo e in
bronzo, sono
molto omogenei in questo vastissimo territorio, e questa è la
ragione per cui si parla di una
civiltà”. E prosegue: “La grande forza della civiltà
terramaricola, che progressivamente
occupò tutta la pianura e
anche tutte le
fasce pedemontane e
pedecollinari, fu la
sua capacità di
gestione dell'acqua, che rappresentava,
naturalmente, una risorsa fondamentale non solo per la sopravvivenza
degli abitanti, ma anche per l'agricoltura e l'allevamento”,
continua il professor Cupitò. “La Pianura padana, soprattutto
quella
a nord del Po, è un'
area ricchissima d'acqua,
mentre
a sud di questo fiume i
corsi d'acqua hanno
carattere torrentizio e sono più legati alle oscillazioni climatiche
e ai regimi di
pioggia meteorica. Nelle fasi più avanzate del suo
processo di sviluppo i terramaricoli perfezionarono una
tecnologia
idraulica straordinariamente
raffinata, con canalizzazioni
e
sistemi di irrigazione in grado di portare l'acqua dalle
zone basse e umide a quelle dossive. Fu così che
questa civiltà
riuscì a
colonizzare l'
intera pianura. Con il tempo,
da una situazione
in cui gli
insediamenti occupavano in modo omogeneo il
territorio e non c'erano grosse differenze dimensionali o di rango
tra i diversi insediamenti, si passò progressivamente alla
costruzione di
sistemi territoriali complessi, fortemente
gerarchizzati e con dei
siti chiave che gestivano, da
una posizione dominante, tutto il territorio”.
Dal 1.450 a.C. - Pare che il centro di commerci extra-territoriali rappresentato dalle Terramare padane, abbia attratto anche la più antica popolazione ellenica: "i Pelasgi... un popolo che occupava in antico tutto il bacino dell'egeo e tutta la Grecia continentale compreso il Peloponneso, e occupò in seguito vaste zone dell'Italia... nessuna altra stirpe pregreca viene descritta dagli storici antichi come colonizzatrice di estensioni così vaste, e l'opera di colonizzazione sembra partisse appunto dalle bocche del Po, con Spina, e di qui si irradiarono per tutta la pianura padana fondandovi le dodici città ricordate da Diodoro Siculo (XIV, 113, 1) che secondo lo storico preesistevano all'occupazione da parte degli Etruschi di almeno sette secoli" (da "La Tirrenia antica", opera in due volumi scritta da Claudio De Palma e pubblicata da Sansoni Editore: volume primo, pagine 214-215).
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Ubicazione di Spina quando era ormai inserita nel mondo
etrusco. clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Spina era un'antica città situata nella bassura padana accanto alle sponde dell'Adriatico, la cui esistenza è attestata da varie fonti. Tra queste Dionisio di Alicarnasso (Antichità romane, I, 18, e 28, 3) secondo il quale schiere di Pelasgi, o per consiglio dell'oracolo di Dodona o per sottrarsi agli Elleni, passarono per mare in Italia, e presso il
fiume Spinete (un
ramo del Po, nei pressi dell'attuale Comacchio) fondarono un accampamento, che si trasformò nella florida città di Spina, che mandava doni votivi a Delfi; ai Pelasgi successero i barbari (cioè i Celti), poi i Romani. Spina, come riferiscono Strabone e Plinio, aveva un edificio per contenere doni votivi, nel santuario apollineo di Delfo. Era perciò considerata come città ellenica, e l'elemento ellenico dovette essere numeroso in Spina, specialmente quando nei primi tempi del secolo IV a. C. Dionisio il Grande, signore di Siracusa, fece sentire il suo potere alle foci del Po. Tale elemento ellenico si dovette distendere sull'elemento etrusco e sull'antico elemento etnico veneto o umbro; poi fu l'assoggettamento di Spina ai Galli (dall'inizio del sec. III a. C.). Ai tempi augustei Spina era ridotta a un semplice villaggio.
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Il Cigno, la costellazione del popolo
ligure, il popolo del Cigno.
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- Nel XIV/
XIII sec. a.C. una frazione di
Liguri si era stabilita nel Lazio, proprio
nell'area dove verrà poi fondata
Roma. Presumibilmente queste popolazioni avevano avuto il controllo della Toscana, Umbria (loro erano Cere, Pisa, Saturnia, Alsio, Faleri, Fescennio) e delle Marche, in cui avevano fondato Numana e Ancona. Questi Liguri erano denominati
Siculi, e potrebbe trattarsi dei
Šekeleš, uno dei
popoli del Mare. Dionigi di Alicarnasso nella sua storia delle antichità romane parla dei Siculi come della prima popolazione che abitò la zona di
Albalonga, dove poi sorse Roma. Il nuovo confine territoriale fu il fiume Salso dove rimase fino all'arrivo dei Greci.
Siculo (o Sikelòs o Siculos), è il presunto re che avrebbe dato il nome al popolo dei Siculi e alla Sicilia (Sikelia). La sua figura nella tradizione storiografica rimane costantemente legata alla storia dei Siculi, che dalla penisola italiana passarono in Sicilia, mentre si suppone che la tribù dei Siculi, così chiamati dal nome del loro condottiero Sikelòs, fosse di
etnia Ligure. Antioco Senofaneo parla di un Siculo indistinto che sembra comparire dal nulla per dividere le genti, i Siculi dai Morgeti e dagli Itali-Enotri. Dei
Siculi si fa menzione a proposito dell'arrivo dei
Pelasgi in Italia.
Così tramanda Dionigi di Alicarnasso a
proposito del vaticinio dell'oracolo di Delfi ai Pelasgi,
approssimativamente nel 1350 a.C.: “Affrettatevi a raggiungere la
Saturnia terra dei Siculi, Cotila, città degli Aborigeni, là dove
ondeggia un'isola; fondetevi con quei popoli, ed inviate a Febo la
decima e le teste al Cronide, ed al padre inviate un uomo”. I
Pelasgi accolto l'ordine di navigare alla volta dell'Italia, e di
raggiungere Cotila, nel Lazio vetus, allestirono numerose navi e si
diressero come prima tappa verso le coste pugliesi, che erano le più
vicine. Lo schema narrativo seguito da Dionigi è identico a quello
che Varrone aveva prodotto prima di lui, per cui ci si aspetterebbe
che i Pelasgi, obbedendo all'oracolo che ingiungeva loro di recarsi a
Cotila, andassero a sbarcare sulle coste del mar Tirreno dove lo
stesso Varrone infatti, li aveva fatti approdare. “Ma”, dice
Dionigi, “per il vento di Mezzogiorno, e per la imperizia dei
luoghi, andarono a finire in una delle bocche del fiume Po,
chiamata Spina. Qui lasciarono le navi, fondarono la città
di Spina, si diressero verso l'interno e, superati gli Appennini,
vennero a trovarsi sul versante occidentale della penisola italica
nella regione dove a quel tempo abitavano gli Umbri.” Ai Siculi
(Liguri della tribù di Sikelòs), dice poi Dionigi, i Pelasgi
tolsero Cere, Pisa, Saturnia, Alsio, Faleri, Fescennio ed altre città
che nel tempo saranno degli Etruschi, probabili discendenti
dei Pelasgi stessi.
In Dionigi di Alicarnasso leggiamo che
i primi aggressori dei Siculi (o Liguri-Siculi), quando ancora si
trovavano nell'Italia continentale, sono stati i cosiddetti
Aborigini, che avevano chiamato in loro aiuto i
Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i
Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto riferisce Ellanico
Lesbio tramite Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non
potendo resistere inoltre a queste, avrebbero lasciato il territorio
e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia,
lasciando sul continente la tribù del padre di Sikelòs, Italòs.
Secondo Dionigi di Alicarnasso, la città di Roma avrebbe avuto, come
primi abitanti indigeni, dei barbari Siculi, successivamente espulsi
dagli Aborigeni con l'aiuto dei Pelasgi. I Siculi respinti, si
sarebbero rifugiati in Sicilia e gli Aborigeni si sarebbero estesi
sino al fiume Liris assumendo il nome di Latini, dal re che li
avrebbe domati al tempo della guerra troiana (ca. 1200 a.C.). Altre
località che poi divennero pelasgiche, come Antemnae, Fescennium,
Falerii, Pisae, Saturnia ecc. sarebbero state in origine occupate dai
Siculi mentre un quartiere di Tivoli, che ancor oggi conserva il nome
di Siciliano, sarebbe ancora stato abitato da Siculi, al tempo di
Dionigi.
Varrone nel "De lingua latina" considerava i Siculi originari di Roma perché numerose erano le somiglianze tra la lingua loro e quella latina. Servio considerava addirittura i Siculi giunti dalla Sicilia a Roma, e cioè proprio al contrario di tutte le altre testimonianze. Invece Festo fa i Siculi respinti dai Sacrani o Sabini insieme con i Liguri. Infine Solino li considera tra le più antiche popolazioni dell'Italia con gli Aborigeni gli Aurunci i Pelasgi e gli Arcadi. Anche i Sicani sono ricordati nel Lazio (l'antico Latium vetus), in Solinosia in Plinio il Vecchio dove i Sicani sono considerati popoli della lega del Monte Albano. Questi stessi Sicani sono ricordati nell'Eneide di Virgilio come alleati dei Rutuli, degli Aurunci, dei Sacrani; Aulo Gellio e Macrobio li ricordano con gli Aurunci ed i Pelasgi. Evidentemente si tratta non di Sicani ma di Siculi che nella tradizione poetica latina sono stati confusi tra loro. L'altra tradizione di Filisto di Siracusa sarebbe quella che fa dei Siculi una popolazione ligure, ed i liguri sarebbero stati coloro che, secondo Tucidide e Dionigi di Alicarnasso, avrebbero scacciato le popolazioni sicane dall'Iberia, costringendole ad occupare la Sicilia. Questa tradizione dell'origine ligure dei Siculi si ritrova in Stefano di Bisanzio in cui si cita un passo di Ellanico, e anche in Silio Italico i Siculi sono considerati Liguri. In seguito a queste affermazioni si è rilevata dagli storici moderni la presenza di nomi di città come Erice, Segesta ed Entella in Liguria. « Anche il nome di Alba s'incontra spesso in Liguria. Un luogo di questo nome trovasi a occidente del Rodano nel territorio degli Elvii. A settentrione di Massalia (Marsiglia) conosciamo una popolazione montana ligure degli "Aλβιείς", Albienses o Albiei, e nel suo territorio Alba Augusta. Seguono in direzione orientale sulle coste italiane Albium Intemelium, Albium Ingaunum, Alba Decitia. Non lontana dal versante settentrionale degli Appennini trovasi sul Tanaro Alba Pompeia. Da ciò viene il quesito, se non sia la stessa voce ligure contenuta nel nome di Alba Longa. Al tentativo di spiegare questo nome con l'aggettivo latino "albus" contraddice non solo che da qualche attributo non siasi giammai formato un nome di luogo, ma anche la considerazione che l'aspetto di Alba Longa debba destare una impressione opposta all'aggettivo latino. Questo luogo è collocato sopra materiali vulcanici dei monti Albani, e il colore fondamentale della regione è grigioscuro. » (W. Helbig, Die Italiker in Der Poebene, 1879). G. Sergi facendo riferimento alle affermazioni di Helbig sulla strana natura del nome "Alba Longa", conviene che «il colore dei monti Albani è scuro, bluastro quasi, e va al nero in alcune ore del giorno». Quindi Alba Longa non poteva apparire molto "alba". Ma oltre Alba Longa si hanno nomi derivati da Alba come i monti Albani, il lago Albano, e il più importante di tutti il nome di Albula, già nome del Tevere. Sergi si chiede quindi se Alba Longa sia stato un abitato Ligure. Nel Lazio non c'è mai stata una tradizione che ricordi i Liguri, ma invece i Siculi, come leggiamo in Dionigi di Alicarnasso: « La città che dominò in terra e per tutto il mare, e che ora abitano i Romani, secondo quanto viene ricordato, dicesi tenessero gli antichissimi barbari Siculi, stirpe indigena; questi occuparono molte altre regioni d'Italia, e lasciarono sino ai nostri giorni documenti non pochi nè oscuri, e fra questi alcuni nomi detti Siculi, indicanti le loro antiche abitazioni » (Dionigi di Alicarnasso I, 9; II, 1, Trad. Sergi). Ed esaminando i caratteri fisici dei Liguri e dei Siculi, Sergi avrebbe stabilito la loro identità: anche da ricordi archeologici risulta esservi stato un simile comune costume funerario; e lo scheletro neolitico di Sgurgola presso Anagni era colorato in rosso come gli scheletri neolitici delle Arene Candide di Finale Ligure, (e dei Balzi Rossi, n.d.r.), grotte liguri. Liguri e Siculi sarebbero stati quindi due rami dello stesso ceppo umano, solo che, avendo differenti abitati, sarebbero stati erroneamente considerati come due razze diverse. La teoria è quindi che quando si parla di questi antichissimi barbari Siculi, primi abitatori della città che poi fu Roma, si tratti di una popolazione ligure-sicula condotta da Siculo. Troviamo effettivamente riscontro in Filisto di Siracusa che, riportato da Dionigi di Alicarnasso, sostiene che la gente, la quale passò dall'Italia in Sicilia, non era di Siculi, ma di Liguri condotti da Siculo. Servio scrive che la città da lui denominata "Laurolavinia", composizione delle due, Laurentum e Lavinium, che si fusero, sorse dove già abitasse Siculos. Antioco di Siracusa ci dice che: « La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (in Dionigi di Alicarnasso, 1,12). Nel Lazio e in altre regioni d'Italia questa identità di razza dei Siculi con i Liguri è rivelata da un altro fatto, cioè dai nomi dei luoghi, monti, fiumi, laghi, oltre che dalle forme nominali etniche dei rami differenti della stirpe. Le teorie che abbiamo visto sulle origini centro italiche prima, e liguri poi, si incontrano e si sposano perfettamente in questa terza teoria: Dionigi che aveva scritto che i Siculi fossero i più antichi abitatori della città che fu Roma, e del territorio latino, narra che i primi aggressori per occupare il loro abitato con lunga guerra furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lesbio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia, che da loro avrebbe preso il nome. Non tutti i Liguri-Siculi avrebbero seguito Siculo in Sicilia e sarebbe per questo motivo che si riscontrano tracce liguri-sicule in tante regioni italiane. La fondazione di Alba, secondo la tradizione che vuol essere storia, così è descritta da Dionigi di Alicarnasso: « Nel trentesimo anno dopo fondata Lavinio, Ascanio, figlio di Enea, fondò un'altra città; e dai Laurentini e da altri Latini e da quanti altri desideravano una sede migliore, trasportò gente nella città recentemente costrutta, cui aveva posto nome "Alba", la quale in lingua greca vuol dire λευκή ("bianca" in italiano), ma per distinguerla da altra città che aveva lo stesso nome, vi aggiunse una parola, che con la prima forma un insieme, "Alba Longa", cioè, Λευκή μακρά » (Dionigi di Alicarnasso, I, 66). Quale fosse quest'altra "Alba", e dove, Dionigi non lo dice, né adduce il motivo per il quale la nuova sia detta "Longa" (μακρά). Livio, invece, scrive: « is Ascanius, ubicumque et quacumque matre genitus - certe natum Aenea constat - abundante Lavini multitudine florentem iam, ut tum res erant, atque opulentam urbem matri seu novercae relinquit, novam ipse aliam sub Albano monte condidit, quae ab situ porrectae in dorso urbis Longa Alba appellata est » (livio, I, 3). Qui c'è da osservare che la città si fondava sub monte Albano, vuol dire che già questo monte aveva un nome, che, potrebbe secondo Sergi essere ligure-siculo in quanto non potrebbe significare bianco, come sarebbe in lingua latina, per via della palese colorazione scura-bluastra tendente al nero dei monti Albani. Dionigi che aveva preso la tradizione dagli autori della tradizione romana, traduce infatti Alba per Λευκή, Bianca. Sergi dopo aver esaminato il nome "Alba Longa" passa ad osservare i suoi derivati e si sofferma su "Albula", antico e primitivo nome del Tevere, come Livio, Plinio, Virgilio (Albula nomen) scrissero. Si conclude che il nome non può aver a che fare con la colorazione in quanto Virgilio stesso chiama flavus il Tevere perché trasporta sabbia, poi ancora lo chiama "caeruleus", "ceruleo", e anche Orazio lo chiama flavum. Esiste un altro fiume Albula nel Piceno, ricordato da Plinio nell'enumerare abitati e fiumi della quinta regione italica, il Piceno; e nomina anche fra altre città "Numana", a Siculis condita. Ciò significa che la regione era occupata dai Siculi, i quali diedero i nomi dei fiumi e degli abitati secondo il loro linguaggio. Poi ancora abbiamo Albinia, nell'Argentario, territorio che fu etrusco, ancora una città Alba vicina al Fucino, e Alba in Piemonte, un monte Alburnus in Lucania, un fiume Alba in Sicilia, ricordato da Diodoro Siculo; e in Liguria Alba Pompeia, Alba Decitia, e Albium o Album o Alba Intemelium e Ingaunum, (Albenga da Albium Ingauna e Ventimiglia da Albium Intemelia); Albiei e Alba nella Provenza; Alba nella Betica in Spagna e Alba fiume a nord-est della Spagna. Ancor più sorprendente il ricordo di Strabone, che le Alpi prima avevano il nome di Albia, e Albius mons era detta la sommità delle Alpi Giulie. G. Sergi esamina attentamente i rapporti linguistici che potrebbero esserci fra i tratti linguistici siculi e quelli liguri, ma non solo. Inizia il suo studio ponendo lo sguardo su alcuni suffissi che egli ritiene caratterizzanti dei linguaggi liguri e siculi. Un suffisso caratteristico ligure accettato è quello delle parole terminanti in -sco, -asco, -esco, in nomi propri, dovuto alla scoperta di un'antica iscrizione latina dell'anno 117 a.C., dove trattasi di un giudizio in una controversia territoriale fra Genuenses e Langenses, liguri. Qui s'incontrano i nomi di Novasca, Tulelasca, Veraglasca, Vineglasca. Inoltre nella tabula alimentaris riferibile alla disposizione di Traiano imperatore, per soccorrere di viveri fanciulli e fanciulle, si trovano altri nomi liguri con la stessa terminazione. Il Zanardello Tito, in alcune sue memorie, tentò di mostrare l'espansione dei nomi con tale suffisso ligure e anche di altri similmente liguri non soltanto in Italia, ma ancora nell'antica Gallia compreso il Belgio; e calcola seguendo il Flechia, che il numero dei nomi italiani col suffisso -sco in alta Italia supera 250; e simili forme si sono trovate nella valle della Magra, nella Garfagnana e altrove. Abbiamo nomi etnici Volsci, Osci o Opsci, poi Graviscae, città tenuta dagli Etruschi, Falisci, un popolo o una tribù Japuzkum o Iapuscum delle Tavole icuvine; e poi Vescellium in Arpinia, Pollusca nel Lazio, Trebula Mutuesca nell'Umbria, Fiscellus, monte ai confini dell'Umbria, ed altri altrove. Poi ancora abbiamo il nome di Etrusci e Tusci, che adoperarono i Romani e dopo gl'Italiani e altri. Altri suffissi:
-la, -lla, -li, -lli, come in Atella, Abella, Sabelli, Trebula, Cursula;
-ia, -nia, -lia, come in Aricia, Medullia, Faleria, Narnia;
-ba, come in Alba, Norba;
-sa, -ssa, come in Alsa, Suasa, Suessa, Issa;
-ca, come in Benacus (Benaca), Numicus (Numica);
-na, come in Artena, Arna, Dertona, Suana;
-ma, come in Auxuma, Ruma, Axima, e forse anche Roma;
-ta, -sta, come in Asta, Segesta, Lista;
-i, come Corioli, Volci o Volsei.
che motiverebbe la successiva
fusione dei
Liguri con le
popolazioni Celtiche. La famiglia toponimica
paleoligure di
Alba, connessa a idronimi paleoeuropei in
Alb- e, apofonicamente, al tipo
Olb- (anche Orb- in area ligure), non rappresenta una formazione diretta sull’aggettivo indoeuropeo albho- ‘bianco’, ma, insieme a questo, continua un radicale pre-protoindoeuropeo Hal-bh- ‘acqua’ attestato anche dal sumerico halbia, (accadico halpium, ‘sorgente, massa d’acqua, cavità d’acqua’) ed è ulteriormente analizzabile come ampliamento della radice
protoindoeuropea Hal- ‘nutrire’. Simile diffusione ha la base
indoeuropea HwaH-r- ‘acqua’. Alcuni toponimi e idronimi di area ligure (l’area linguistica e culturale di formazione di nomi quali Olbicella, appunto) e delineando l’esistenza di una “famiglia” di denominazioni di luoghi che ci piace definire (sulla base del radicale non solo indoeuropeo che è all’origine della loro formazione) “
città d’acqua”. Esistono prove di
elementi comuni, sia pure remoti (già dalla fase indoeuropea), in ambito culturale e linguistico, tra gli
antichi Liguri e gli abitanti (ad essi contemporanei) dell’Europa occidentale storicamente noti, almeno in parte, come
Celti. Una macroscopica similitudine toponimica riguarda la Britannia (forse solo quella meridionale, in origine). Si ritiene (e l’ipotesi è assai convincente) che Albiōn, il nome di origine ancestrale della Britannia, sia connesso con le forme toponimiche liguri Albium e Album. La radice della denominazione è comune ed è, appunto,
alb indoeuropeo
albh. Da Albium ed Album derivano nella toponomastica ligure antica e “contemporanea” tra gli altri, l’omologo (omofono ed omografo rispetto alla seconda forma) Album, Album, Inganum, Album, Ingaunum, Albingaunum, ‘Albenga’, Albium Intemelia ‘Ventimiglia’, Albuca (nelle Gallie ed in Aquitania), Alba in provincia di Cuneo, Alba Heluorum in Provenza, Alba, attuale Arjona, in Spagna. Giacomo Devoto segnala inoltre,come di possibile ascendenza (o influenza nella formazione onomastica ligure, il toponimo di Albona, città istriana che sorge a pochi chilometri di distanza dal mare. Tutte queste denominazioni sono riconducibili direttamente alla radice "alb" e a una forma simplex che è Album. Ma Album
non è connesso primariamente (si appurerà in seguito come si tratti di uno spostamento di significato rispetto all’originale) al
latino albus, ‘
bianco’. Deriva, invece, dalla radice "albh" che è la base, ad esempio, dell’idronimo germanico Albis, il nome del fiume Elba. Tutti questi nomi indicano stanziamenti su canali, su fiumi o su mari, in pratica luoghi situati in prossimità dell’acqua (e anche idronimi, denominazioni, appunto, di referenti che coincidono con l’iconimo: corsi d’acqua). Quel che a noi interessa in questa sede è che come la radice "albh" viene a essere la base dell’idronimo
Albis, nome di
origine ancestrale (in quanto
idronimo paleoeuropeo) del fiume Elba, così essa è la componente generativa di alcune delle numerosissime denominazioni (antiche e “contemporanee”) Olbia che denotano, come tutti i nomi formati dalla radice albh, luoghi situati su canali, fiumi o mari.
Olbia, la più antica colonia di Mileto, sul Mar Nero, ad esempio, ebbe come nome epicorico Olbia (senza varianti), derivato dalla radice "albh" con apofonia vocalica della [a] iniziale nel grado atimbro [o] (il radicale olbh è equivalente sul piano lessicale e derivato a livello morfofonologico dalla base albh). Olbia si ritrova, come toponimo, in Britannia, sulla destra del fiume Bug (in Ucraina), in Provenza, in Sardegna e altrove , a latitudini moltodifferenti, dunque – in Licia e nell’Ellesponto; naturalmente, soprattutto nel caso delle colonie elleniche, è stata inevitabile una sovrapposizione motivazionale col beneaugurante aggettivo greco ólbios, (femminile olbía). Se si resta nell’ambito di denominazioni legate alla radice "albh" e al significato di‘acqua’, può essere interessante ricordare che
Albula, fu l’antico nome del fiume
Tevere.
Albiōn, il nome di origine ancestrale della
Britannia, viene a denotare, dunque, la grande isola sul Canale della Manica, un locus, quindi, sull’acqua e circondato dall’acqua. La ricostruzione "albh" (con bh richiesta dal
germanico b/inAlbiz, ‘Elba’) non è tuttavia l’unica presa in considerazione nella glossografia. Giovanni Semerano, tra gli altri sostenitori dell’origine della radice "alb" da una famiglia linguistica non indoeuropea (nella teoria dell’Autore questo è postulato per definizione, dato che viene rifiutata l’esistenza stessa dell’indoeuropeo), propone una derivazione dall’antichissima voce
accadica "alpium" a sua volta dal
sumerico "albia", ‘sorgente’,‘massa d'acqua’,‘cavità d'acqua’. Questa forma si sarebbe poi trasferita nel sistema toponimico delle lingue “indoeuropee”, da un lato mantenendosi immutata nella radice "alb". Dal Blog "Sanremo Mediterranea": "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico"
QUI, "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti"
QUI, "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti"
QUI, "Antichi Liguri: i Miti e le Fonti storiche"
QUI e "Antichi Liguri: le Datazioni e le Fonti storiche"
QUI.
Dal 1.350 a.C. - I
villaggi terramaricoli della bassa
pianura padana entrano in vasti circuiti commerciali che coinvolgono le coste del Baltico, l'area danubiano-carpatica, l'Egeo e il Mediterraneo orientale.
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Maschera in oro del re miceneo
Agamennone.
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Dal 1.320 a.C. - Apogeo della
Civiltà Elladica, o
Micenea. Nei miti e leggende della cultura micenea, l'epopea di Teseo, Arianna e del Minotauro, indica pesanti tributi imposti da Creta, nella fase minoica, ad Atene. Così, il mito di Giasone e degli argonauti alla ricerca del vello d'oro, indica l'esplorazione elladico-micenea delle coste del Mar Nero a bordo di natanti, nel mito rappresentati dalla nave Argo, probabilmente una pentecontera. La
pentecontera era una nave a propulsione mista, essendo sospinta sia dalla vela che da remi e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave.
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Antica pentecontera greca.
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L'esemplare più famoso appartiene al mito:
la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti. In seguito il termine andò a designare un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine (monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza.
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Europa intorno al 1.300 a.C. con i
territori dei Liguri, Celti, Italici (Umbri,
Opici, Ausoni, Japigi, Enotri, liguri
Siculi e Sicani), Germani, Slavi
(Venedi-Sclavini e Orientali) Traci,
Frigi, Illiri (fra cui i Venetici), Greci
(Elleni e Pelasgi), Baltici, Sciti
(Indo-Iraniani, Sarmati e Alani) e Anatolici.
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Per eventuali integrazioni vedi "Storia dell'Europa n.11: dal 1.550 al 1.320 p.e.v. (a.C.)"
QUI.
Dal 1.300 a.C. - Tucidide (Alimunte in Attica, 460 a.C. circa -
dopo il 404 a.C., o secondo altri, dopo il 399 a.C.) riferisce come i
Sicani si sarebbero stabiliti in
Sicilia scacciati dai
Liguri dal loro territorio originario presso il fiume Sicano (l'attuale Xùcar, Jùcar in castigliano, a sud di Valencia, vedi la mappa dei 7 fiumi di seguito) nella penisola iberica, prima della guerra di Troia. I Sicani, avrebbero addirittura preceduto in Trinacria i Ciclopi e i Lestrigoni, e da più fonti risulta che fossero in realtà Iberi stanziati presso il fiume Sikanos in Iberia (Stefano di Bisanzio ed Ecateo di Mileto, 550 - 476 a.C., ricordavano anche una città iberica chiamata "Sikanè"), da dove i Liguri li avrebbero scacciati. Da loro l'isola, che prima si chiamava Trinacria, finì col prendere il nome di Sicania.
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Carta geografica dei sette fiumi importanti per la storia dei
Liguri e dei confini delle loro aree di influenza:
Guadalquivir (l'antico Tartesso o Betis) , Jùcar
o Axucar (l'antico Sicano), Ebro, Rodano, Var (Varo),
Magra e Arno. - Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Ai tempi di Tucidide i Sicani avrebbero abitato la parte occidentale della Sicilia. Dionigi di Alicarnasso, storico greco del I secolo a.C., nelle Antichità romane, parlando degli
aborigeni italici, riporta l'opinione di alcuni secondo i quali essi sarebbero stati
coloni dei Liguri e definisce questi ultimi "vicini degli Umbri", riportando che abiterebbero "
molte parti dell'Italia e alcune parti della Gallia" ma che non si conosce il loro luogo di origine. Riferisce inoltre dei versi del "Trittolemo" di Sofocle, che enumera i Liguri lungo la costa tirrenica a nord dei Tirreni e ancora riprende la notizia di Tucidide, riferendo come i Sicani fossero una popolazione di origine iberica, scacciata dal loro originario territorio dai Liguri, mentre, secondo Filisto da Siracusa,
gli stessi Siculi sarebbero stati Liguri, cacciati dalla loro terra dagli Umbri e dai Pelasgi, che passarono in Sicilia sotto la guida di
Siculo, tre generazioni o ottant' anni prima della guerra di Troia, avvenuta presumibilmente nel 1.194/1.184 a.C. Infine riferisce che i Liguri occupassero i passi delle Alpi e avrebbero combattuto contro Ercole (o contro Prometeo, secondo il "Prometeo liberato" di Eschilo). Nell'Eneide i Liguri sono una delle pochissime popolazioni che combattono al fianco di Enea nella guerra contro i Rutuli. Virgilio nomina anche i loro due re, Cunaro e il giovane Cupavone, il figlio e successore di
Cicno, figura già nota nella mitologia greca.
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Sarcofago di Ahiram, tomba V del
XIII sec. a.C., ora al National Museum
di Beirut, e proveniente dalla
necropoli regale di Biblo.
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- Sono del
XIII secolo a.C. le prove che
i Fenici adottarono, primi fra tutti, una
scrittura alfabetica, usando un alfabeto fonetico.
I
Fenici hanno abitato le coste orientali del mediterraneo dal 2100 al 539 a.C. ed erano un popolo di navigatori e commercianti; il loro nome deriva dal colore rosso porpora, di cui erano esperti produttori. La parte più a sud del loro territorio corrisponde alla terra di Canaan, abitata anticamente dai Cananei, spesso nominati nella Bibbia. Inizialmente i fenici scrivevano in cuneiforme, ma poi, a partire dal XIII secolo a.C., svilupparono, primi fra tutti, una scrittura alfabetica.
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Sarcofago di Ahiram, particolare
dell'iscrizione. Clicca sull'immagine
per ingrandirla. |
I fenici scrivevano su righe da destra a sinistra. Il loro alfabeto comprendeva
22 segni consonantici, mentre per le vocali non si usava alcun segno (è un
abjad, termine che indica un alfabeto solo consonantico);
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Alfabeto Canaanita Fenicio, da cui il Greco,
il tardo Greco e il Latino
Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
in effetti la loro lingua, come del resto le lingue semitiche in genere, non aveva un vocalismo molto complesso e non era necessario scrivere le vocali perché si potevano facilmente dedurre dal contesto. Le lettere dell’alfabeto furono ricavate dagli antichi segni pittografici: si scelse una parola che iniziava con una determinata consonante; il suo simbolo venne poi semplificato e usato per rappresentare sempre quella consonante. Il sistema alfabetico era molto più
semplice rispetto alle scritture pittografiche e ideografiche diffuse a quel tempo, come l’egiziano o il cuneiforme; permetteva di essere compreso e scritto più facilmente da tutti, non solo dagli scribi e dalla casta regale e sacerdotale.Il più antico reperto che riporta iscrizioni in alfabeto fenicio è il
sarcofago di Ahiram, un'antico re fenicio, che fu ritrovato a Byblos nel 1923 e che risale al XIII° secolo a.C., ma non ci sono pervenuti molti documenti, a parte qualche iscrizione di carattere religioso e ufficiale; molto di ciò che hanno scritto i fenici è andato perduto. I fenici diffusero il loro sistema presso molte altre popolazioni con cui vennero a contatto durante i loro viaggi per mare: l’alfabeto
Aramaico e
Greco mostrano chiari segni di derivazione dal fenicio; e perfino scritture dell’
India e dell’
Asia ne portano traccia. In pratica, l’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.
 |
Carta del mondo con la diffusione dei caratteri degli alfabeti
usati: il Latino in azzurro, l'arabo in verde, il cirillico in viola,
il sanscrito in giallo ocra, altri caratteri indi in giallo, e
tutti i caratteri usati nel mondo.
Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
- Alcuni studiosi Albanesi sostengono come dai
Pelasgi siano derivati Tirreni ed Etruschi oltre a
Illiri e
Albanesi e come
i linguaggi di questi popoli siano quindi affini. Seguono alcune ipotesi di uno di loro, Nermin Vlora Falaski da
http://www.thelosttruth.altervista.org/SitoItalian/CasoPelasgico.html: "I
Pelasgi adottano l'
alfabeto fonetico fenicio, adattandolo alla loro lingua: si definirà poi alfabeto Etrusco. Diodoro Siculo ci informa che
i poeti preomerici si esprimevano in lingua Pelasgica, e dalla stessa fonte, apprendiamo che almeno nel 1.000 a.C.
si usava quella stessa scrittura. Inoltre Diodoro riferisce che furono i Pelasgi a portare per primi l’alfabeto in Italia e nel resto dell’Europa. Plinio il Vecchio conferma le informazioni di Diodoro. Virgilio (Eneide, VIII, V. 62-63), scrive: “Si dice che i primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi”. Dagli autori dell’antichità abbiamo appreso che prima dell’arrivo delle popolazioni indoeuropee che sarebbero divenuti i Greci (Ioni, Achei, Eoli e Dori), il territorio dove si stabilirono si chiamava
Pelasgia. Le varie fonti ci informano inoltre, che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e facendo proprie le loro divinità. Varie popolazioni, ma in particolar modo quella pelasgica, hanno dato al paese il loro nome. Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. La citazione di Pindaro potrebbe apparire valida solo come ispirazione poetica, forse perfino mitologica, però malgrado ciò, scienziati posteriori hanno dimostrato che la luna è un frammento staccato dal nostro globo. Omero menziona i Pelasgi fra gli alleati dei Troiani, (Illiade, II, 840-843) e narra che Achille pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Iliade, XVI, 223). Omero li menziona anche come “POPOLI di CRETA” , (Odissea, XIX, 177). Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei
Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "
Tirreni" (da cui derivarono gli
Etruschi). La caratteristica struttura della muratura della cittadella di Atene ha fatto sì che tutte le costruzioni in blocchi non squadrati e senza l'uso di malta abbiano avuto il nome, di "muratura pelasgica" esattamente come talvolta sono dette "mura ciclopiche", cioè costruite dai Pelasgi: coloro che insegnarono ai greci i metodi delle costruzioni, il modo di scrivere e la cultura. Nermin Vlora Falaski, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico", ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con l'odierna lingua Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (discendenti degli Illiri) siano discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Ecco alcune traduzioni di Falaski:
"Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”).
In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali.
Su questo sarcofago appare la seguente scritta:
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Scritta Etrusca tradotta con la lingua albanese, che testimonia la
derivazione comune della lingua Etrusca con quella Illirico-Albanese.
Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht. Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA), la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi furono chiamati anche “Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori. I geroglifici egizi di Medinet Habu, parlano dei Popoli del Mare, ed elencano fra gli invasori anche i Twrs, nome che è stato confrontato con il greco Turs-anòi (dorico) e Tyrs-enòi (ionico) e Tyrrh-enoi (attico) e con il latino Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Tutte queste scoperte avvalorano l'ipotesi della derivazione di Illiri, Tirreni ed Etruschi dai Pelasgi, le prime popolazioni indeuropee a raggiungere il Mediterraneo e l'Europa". L'Arcadia stessa rimase un territorio abitato dai discendenti dei Pelasgi.
- Queste ipotesi hanno scatenato discussioni anche violente, e riporto anche alcune considerazioni tratte da
http://wikipedia.sapere.virgilio.it/wikipedia/wiki/Discussione:Pelasgi: "Un'affinità tra la lingua etrusca/lemnia con la lingua albanese è stata avanzata da Zacharia Mayani, e la stessa somiglianza è stata notata in precedenza da altri studiosi come G. I. Ascoli, 1877, É. Schneider, 1889, J. Thomopoulos, 1912, G. Buonamici, 1919. A mio avviso non bisogna mettere in discredito una teoria riconosciuta da molti eminenti studiosi. La spiegazione potrebbe essere molto semplice. Oggi molti linguisti riconoscono un'affinità dell'albanese più con la Lingua tracica che con le lingue dell'Illiria. La regione originaria degli albanesi potrebbe essere dunque la valle del fiume Strimone nel sudovest dell'attuale Bulgaria, dalla quale emigrarono nell'attuale Albania nel XI sec. d.C., a causa delle invasioni dei popoli slavi. Secondo lo storico tedesco G. Schramm gli albanesi potrebbero essere i discendenti della tribù tracia dei Bessi, sopravvissuta con la sua lingua fino almeno al VI sec d.C.. Sappiamo da Erodoto, che la regione Crestonia sulla costa alle foci dello Strimone, a nord del mare Egeo, era abitata ai suoi tempi dai pelasgi e dai tirreni. Quindi è abbastanza logico pensare che nella sua formazione la lingua albanese abbia preso in prestito molte parole da lingue affini all'etrusco."
- Con estremo interesse vanno lette le iscrizioni in geroglifico del tempio funerario del faraone Ramses III (1193-1155 a.C.) di Medinet Habu, che potrebbero contenere un chiaro riferimento, forse
l'unico, archeologicamente documentato, dell'
esistenza reale del popolo
dei Pelasgi, chiamati dagli egizi:
Peleset.
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Antica raffigurazione dei Peleset,
i Pelasgi che si insediarono nel
Canaan, chiamati poi Filistei,
da cui il nome Palestina. |
L’iscrizione descrive un attacco effettuato nell’8º anno di regno del faraone Ramses III (il 1186 a.C.) da un’alleanza di cinque popoli, stretta dopo che ebbero distrutto la città di Ugarit (in Siria): tra costoro compaiono i
Peleset (i Pelasgi), oltre agli
Šekeleš (probabilmente i Siculi), i Tjeker, gli Wešeš e i Denyen, con al seguito donne, bambini e masserizie. I popoli vengono complessivamente denominati "Popoli del mare, del nord e delle isole". Secondo l'iscrizione, gli Egizi respinsero gli invasori a Djahy, una località nella terra di Canaan. L'origine egea dei Peleset (e quella dei Tjeker e dei Denyen) è attestata dall'iconografia dei guerrieri riprodotti, che indossano un elmo piumato, trattenuto alla gola da una fascetta di cuoio e hanno in dotazione spade di tipo acheo. L'elmo piumato, infatti, trova riscontri anche nell'ambito egeo dell'età del bronzo e nel cretese disco di Festo. I Peleset si sarebbero poi stabiliti nel Canaan, dove avrebbero formato il popolo dei Filistei.
- A seguito degli accordi delle popolazioni italiche di origine indoeuropea (anche se definiti Aborigeni dagli storici antichi), con gli Umbri in prima fila, con i Pelasgi, dopo le loro campagne vittoriose contro i Liguri (chiamati Siculi), avvenute orientativamente alla fine dell'età del bronzo,
gli Italici avrebbero concesso ai Pelasgi il popolamento dell'Etruria, che era stata dei Liguri, dove si sarebbero insediati e
da cui sarebbe scaturita la civiltà Etrusca. Complessivamente, si è attribuita ai Pelasgi una vocazione migratoria e, in particolare, marinara: Eusebio, nel "Chronicon", considerava quella dei Pelasgi una "
talassocrazia" che potrebbe essere stata la protagonista dell'avvicendamento al
governo della
Tartesso iberica, appannaggio dei liguri arcaici, che passerà poi sotto il controllo dei Cartaginesi nell'VIII secolo a.C., e gli riconosceva il
dominio del Mar Mediterraneo, in un periodo che sarebbe iniziato novantanove anni dopo la caduta di Troia (quindi intorno al 1080 a.C.) e sarebbe durato altri ottantacinque, quindi fino al 995 a.C. circa (secondo la cronologia di Eratostene di Cirene, tra il 1082 e il 997 a.C.). Non a caso l'alfabeto adottato a Tartesso ha ispirato i 5 alfabeti nord-italici del V secolo, che vennero invece attribuiti a nuove adozioni dell'alfabeto etrusco: se i
Pelasgi, considerati "
Tirreni", avevano sottomesso
Tartesso intorno al 1200 a.C. e da loro erano derivati gli
Etruschi italici, il cerchio si chiude. Per il post "Dal linguaggio ligure al celtico nell'Italia settentrionale antica, i 5 alfabeti usati e il runico germanico", clicca
QUI
- Il
XIII sec. a.C. vede la
fine degli abitati palafitticoli a Fiavè, in Trentino e non se ne conosce il motivo. Il periodo interglaciale che stiamo
attualmente attraversando (periodo postglaciale) è iniziato circa 10 - 12.000 anni fa e la sua analisi avviene per mezzo di cronologie
molto accurate grazie soprattutto agli studi di dendroclimatologia,
in particolare per l'Europa. La
preistoria è così
divisa in 5 grandi periodi climatici che, a partire dall'ultima glaciazione (di Würm, terminata 15.000 anni fa) corrispondono a consistenti
variazioni delle temperature che possiamo così riassumere:
- Preboreale 11.000-5.000 anni fa (B.P. = prima del presente), improvviso innalzamento della temperatura ma comunque fredda, più del presente,
- Boreale 9.000 -7.500 anni fa, variazioni climatiche simili a quelle odierne, temperature più calde ed inverni miti,
- Atlantico 7.500 -5.500 anni fa, periodo più caldo e più umido, + 4°C rispetto al presente,
- Subboreale 5.500-2.800 anni fa, ritorno ad un clima più freddo e piovoso,
- Subatlantico da 2.800 anni fa, caratterizzato da temperature superiori a quelle attuali.
All'interno del periodo Subboreale, un raffreddamento rispetto al periodo precedente comportò l'avanzata dei ghiacciai e precisamente questo si verificò intorno al 1.500 a.C. in Svizzera e intorno al 1.280 a.C. in nord Italia. Queste
fasi coincidono straordinariamente
con quelle della scomparsa dei ritrovamenti archeologici
di palafitte nelle rispettive regioni. Forse, durante le fasi più calde del periodo contraddistinto come Subboreale, le coste lacustri furono densamente abitate da genti che attuavano uno stratagemma per mettere al riparo gli edifici dalle repentine e stagionali trasgressioni del livello dei laghi. Il problema che ci si pone allo stato attuale, riguarda la motivazione dell'
esaurimento del fenomeno palafitticolo. In Emilia e Lombardia meridionale il fenomeno delle costruzioni palafitticole è leggermente sfasato cronologicamente rispetto alle zone alpine, è più tardo e passa sotto il nome di "terramare':
il collasso dei due sistemi è tuttavia sincronico e allo stato attuale inspiegabile.
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Ubicazione della cultura proto-
celtica di Canegrate e di quella
propriamente celtica di
Golasecca, con indicati i nomi
delle genti liguri, celtoliguri
e celtiche stanziate in quei
territori e di quelle che si
stanziarono successivamente.
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- Nel XIII secolo a.e.v., sulle sponde dell'Olona, fiorisce la
cultura proto-celtica di Canegrate, che ispirerà la conseguente cultura di Golasecca.
Nel 1.270 a.C. - Popolazioni
Liguri chiamate
Siculi, poiché guidate dal re
Siculo, figlio di
Italo, approdano in
Sicilia, che da allora da loro prende il nome. Dalle popolazioni Liguri che rimasero nel continente, il cui re era stato Italo, l'
Italia prenderà il suo nome. Tucidide narrava che dopo l'arrivo in Trinacria dei Sicani (che da loro prese il nome di Sicania) e successivamente degli Elimi dopo la caduta di Ilio (Troia), i Siculi, spinti dagli
Opici sul continente, sarebbero giunti in Sicilia numerosi, e avrebbero vinto e respinto i Sicani nella parte meridionale e occidentale dell'isola, impadronendosi della parte migliore della Sicilia (che da loro prese il suo nome definitivo) 300 anni prima della colonizzazione greca. Gli
Opici erano un antico popolo
di
ceppo latino falisco (o protolatino) stanziato nella Campania
pre-romana, nella regione che da loro prese il nome di "Opicia".
Probabilmente provenienti dalla Puglia e Lucania, si insediarono
nell'area nel contesto del primo processo di indoeuropeizzazione
dell'Italia peninsulare, quello che portò all'ingresso nella
penisola dei Protolatini (II millennio a.C.) e comunque non dopo l'XI
secolo a.C. Gli Opici arrivarono in Campania dopo aver in un primo
momento sospinto i Siculi verso la Sicilia e a loro volta essere
stati poi premuti dagli Enotri. Nei primi secoli del I millennio a.C.
furono sopraffatti e assimilati dall'irruzione nella loro area da
diverse popolazioni: dapprima gli Etruschi (verosimilmente derivati
dai Pelasgi) e successivamente nuovi nuclei indoeuropei, questa volta
di ceppo osco-umbro: gli
Osci, originatisi
dai Sabini
attraverso un rito di "primavera sacra", una ricorrenza
rituale di origine italica, praticata poi da diversi popoli
dell'Italia antica, che comportava la deduzione di nuove colonie.
Veniva celebrata in occasione di carestie e in momenti difficili, o
per scongiurare un pericolo particolarmente grave. Un altro fattore
importante era la pressione demografica, per cui tramite questo
rituale si favorivano i processi migratori. E ancora: « La regione, che ora
chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il
loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali;
succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un
Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e
Itali furono quelli che erano Enotri » (Antioco di Siracusa, in
Dionigi di Alicarnasso 1, 12). Dionigi di Alicarnasso ricorda
l’opinione di Ellanico di Lesbo e Filisto di Siracusa, i quali
collocavano l’evento rispettivamente tre generazioni o ottant'anni anni prima
della guerra di Troia, cioè intorno al 1270 a.C.; per Tucidide
invece, la discesa dei Siculi in Sicilia sarebbe avvenuta 300 anni
prima dello stanziamento dei coloni greci, quindi nell’XI sec.
a.C.
Dionigi riferisce anche la testimonianza di Ellanico di Mitilene, che non soltanto localizza l'avvenimento del passaggio dei Siculi a tre generazioni (una generazione sono trent'anni) prima della guerra troiana (nel 26º anno del sacerdozio di Alcione ad Argo) ma indica anche che due flotte passarono in Sicilia a cinque anni di distanza l'una dall'altra, la prima degli Elimi cacciati dagli Enotri, la seconda degli Ausoni respinti dagli Iapigi; loro re sarebbe stato Sikelòs che avrebbe dato il nome all'isola.
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Popoli della Sicilia dopo
la Guerra di Troia.
|
Allo stesso modo Filisto di Siracusa ha
datato l'immigrazione dei Siculi in quella che allora si chiamava
Sicania, nell'ottantesimo anno prima della guerra di Troia. In
Filisto, Sichelo viene definito eponimo del popolo dei Siculi, che
egli stesso guida verso la Sicilia. Afferma lo storico siracusano che
Sichelo (o Siculo) era figlio del re Italo. Un ligure, poiché per
Filisto i Siculi sono in realtà Liguri che, cacciati dagli Umbri e
dai Pelasgi (coloro che fondarono Spina e che verosimilmente
originarono gli Etruschi), mutano il loro nome dopo la traversata
nell'isola mediterranea, avvenuta 80 anni prima della Guerra di
Troia. (Filisto FGrHist 556 F 46)
E ancora: « La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (Antioco di Siracusa, in Dionigi di Alicarnasso 1, 12). Da altre fonti pare che, alla fine della guerra di Troia (svoltasi nel 1.194/1.184 a.C.) un gruppo di Troiani, scampati su navi e alla caccia di Achei, sarebbero approdati nelle coste occidentali della Sicilia e stabilita la loro sede ai confini con i Sicani, sarebbero stati tutti compresi sotto il nome di Elimi, e le loro città sarebbero state chiamate Erice e Segesta; inoltre si sarebbero stanziati presso di loro anche un gruppo di greci originari della Focide, reduci anch'essi da Troia.
Dal 1.250 a.C. - Per i coltivatori dell'epoca, bastava che qualcosa andasse storto nel precario equilibrio dell'agricoltura di sussistenza, che non si otteneva nessun raccolto e popoli interi subivano la fame e la disperazione. Fu per primo il classicista Rhys
Carpenter ad elaborare una sconvolgente teoria, nel 1966, che successivamente è stata confermata dai climatologi Bryson, Reid e Lamb,
studiando gli inverni greci degli anni '50. I minimi depressionari invernali sul
Mediterraneo occidentale si portarono più ad ovest del normale, e
sulla Turchia si rafforzava sempre più l'anticiclone. Le vie dei
temporali, che normalmente portano pioggia alla Grecia meridionale,
deviarono bruscamente verso nord. Atene e l'Attica ebbero quindi un
clima più umido del solito; Peloponneso meridionale e Beozia
avrebbero avuto, come buona parte dell'Anatolia e della Libia (con
conseguenze anche su Sicilia e Sardegna), un crollo delle
precipitazioni pari al 50-60%. In quei posti e in quei climi, questo
significa solo una cosa: desertificazione. In Grecia, in
estate, il sole ed il vento secco e asciutto di Melteni, sottopongono
i terreni ad uno stress idrico molto violento, che normalmente le
piogge e la neve (più frequente che da noi per quanto più
meridionali) tendono a recuperare, ma in mancanza di questa è crisi, crisi finisce solo con il
ritorno delle piogge, quando le comunità costrette al
nomadismo dalla fame possono ritornare stanziali. Quello è stato l'inizio di una serie di gravi periodi di siccità
succedutisi nell'arco di 150 anni, tra il 1.250 e il 1.100 a.C. circa.
Dal National Geographic Italia: "Gli scienziati hanno notato che intorno
al 1.250 a.C., nel levante dell'area mediterranea si è verificato un
netto calo di querce, pini e carrubi, la tradizionale flora del
Mediterraneo durante l'Età del Bronzo, e un aumento delle piante che
si trovano di solito in regioni semi-aride. Si notava anche una
grossa diminuzione degli ulivi, segno di una crisi dell'agricoltura.
Tutto insomma faceva pensare che la regione fosse afflitta da siccità
gravi e prolungate. Gli anni fondamentali per il crollo furono
probabilmente quelli tra il 1185 e il 1130 a.C., ma si trattò di un
processo che avvenne su un arco di tempo abbastanza lungo. Il
cambiamento climatico agì come una scintilla che diede il via a una
serie di eventi a catena. Il crollo dei raccolti costrinse
alcuni gruppi che abitavano nelle regioni settentrionali a migrare in
cerca di cibo, combattendo con altre comunità che a loro volta si
spostarono per terra e per mare. Questa reazione a catena suscitò
guerre e distruzioni e mise in crisi il delicato sistema commerciale
dell'epoca. Le conclusioni raggiunte dagli scienziati, anche grazie
alla datazione al radiocarbonio, coincidono quasi alla perfezione con
i pochi resoconti storici del periodo, che appunto narrano di
carestie, interruzioni delle rotte commerciali, tumulti, saccheggi e
guerre per impadronirsi delle scarse risorse."
Mario Liverani nel manuale Antico
Oriente - Storia società economia: “...Guerre e deportazioni,
spopolamento e crisi produttiva, portano carestie e pestilenze (...)
particolarmente alla metà del XIV secolo e poi alla fine del XIII
a.C. Gli affannati richiami degli ultimi re hittiti ai loro residui
vassalli, per ottenere a qualunque costo del grano, o l'intervento
dell'Egitto 'per mantenere in vita il miserabile paese di Hatti'
mostrano una situazione di gravità eccezionale.
Le carestie nel Mediterraneo iniziate con una siccità locale che aveva coinvolto solo
alcune zone del Peloponneso e dell'Anatolia, scatenarono una serie di
guerre e di migrazioni a catena di interi popoli.
La struttura di comando
della civiltà micenea ne fu spazzata via, i grandi palazzi di Pilo,
Tirinto, Micene abbattuti e dati alle fiamme. Delle civiltà acquatiche delle Terramare padane rimarranno cumuli di terra mentre Peloponnesiaci, Libici,
Anatolici occidentali, Siculi e Sardi
formarono una lega di popoli, uniti dalla fame e dalla
disperazione, che si lanciò come un colpo di maglio contro i
più potenti imperi di allora: quello Ittita (che fu distrutto) e
quello egiziano (che resse, dopo una serie di terribili battaglie nel
Delta del Nilo).
La tarda Età del Bronzo è caratterizzata quindi da bande di predoni, detti "Popoli
del mare" che attaccano e razziano le coste del
Mediterraneo orientale.
Nel 1.208 a.C. - Nella "Grande iscrizione di Karnak", Merenptah, tredicesimo figlio di Ramesse II e faraone dal 1212 al 1202 a.C., ricorda la sua vittoria su una prima ondata di invasione dei cosiddetti "
Popoli del Mare", nella quale avrebbe ucciso 6.000 nemici e fatto 9.000 prigionieri. L'attacco venne condotto da una coalizione composta da tre tribù Libiche (Libu, Kehek e Mushuash) e dai "popoli del mare", composti da cinque gruppi:
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| Grande iscrizione di Karnak. |
- Eqweš o Akawaša,
- Tereš o Turša o Twrs o Twrshna o Tursha,
- Lukka,
- Šardana o Šerden e
- Šekeleš.
Nell'iscrizione, il faraone egizio Merenptah parla di "nazioni (o popoli) stranieri del mare". I Popoli del Mare erano una confederazione di predoni del mare provenienti dall'Europa meridionale che insidiavano il Mar Mediterraneo orientale. Sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Canaan, Cipro e l'Egitto. Le tavolette egee in lineare B di Pylos risalenti alla tarda età del bronzo dimostrano la diffusione, in quel periodo storico, di bande di guerrieri mercenari e la migrazioni di popolazioni (alcuni autori si sono chiesti quali fossero i motivi). Tuttavia la precisa identità di queste "popolazioni del mare" è ancora un enigma per gli studiosi. Alcuni indizi suggeriscono che per gli antichi egizi l'identità e le motivazioni di queste popolazioni non erano sconosciute, infatti molte avevano cercato ingaggio presso gli Egiziani o avevano intrattenuto relazioni diplomatiche con essi a partire almeno dalla media età del bronzo. Per esempio alcuni Popoli del Mare, come gli Shardana, furono utilizzati come mercenari dal faraone Ramses II. Le iscrizioni in geroglifico del tempio funerario del faraone Ramses III (1193-1155 a.C.) di Medinet Habu, nei pressi di Tebe, racconta che, circa venti anni più tardi, Ramesse III dovette respingere una seconda invasione degli "Haunebu", i "Popoli del mare" in egizio. I popoli del mare si erano coalizzati questa volta con i Pelasgi-Filistei (i Peleset) ed erano composti da Peleset, Zeker o Tjeker, Šekeleš (Siculi), Danuna o Denyen, Šerden e Wešeš. Segue un'elenco dei presunti "Popoli del mare":
 |
Bronzetto di
Guerriero Sardo
nuragico. |
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| Nave Shardana. |
- I
Shardana sono citati per la prima volta dalle fonti egizie nelle lettere di Amarna (1.350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton. Compaiono poi durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III con i quali ingaggiarono numerose battaglie navali.
Gli Shardana fecero parte della guardia reale del faraone Ramses II durante la battaglia di Qadeš e, sempre in qualità di mercenari, furono stanziati in colonie in Medio e Alto Egitto fino alla fine dell'età ramesside come testimoniato da vari documenti amministrativi databili al regno di Ramses V e di Ramses XI. Nelle raffigurazioni utilizzano lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo. Il gonnellino è corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna. Le generiche similitudini fra il corredo bellico dei guerrieri Shardana e quello dei nuragici della Sardegna, nonché l'assonanza del nome Shardana con quello di
Sardi-Sardegna, hanno fatto ipotizzare, ad alcuni, che gli Shardana fossero una popolazione proveniente dalla Sardegna o che si fosse insediata nell'isola in seguito alla tentata invasione dell'Egitto.
- Šekeleš, un tempo anche scritto Sakalasa o, più correttamente, Shakalasha (Shklsh). Sono stati associati ai
Siculi, popolazione di probabile etnia Ligure che si stanziò nella tarda età del bronzo in Sicilia orientale, scacciando verso occidente i Sicani. Questi
Liguri erano denominati Siculi, dal nome di un loro capotribù, Siculo o Siculos o Sikelòs. "I Šekeleš erano uno dei popoli del Mare, che nel nome ricordano appunto il termine greco Sikelioi, i Siculi: questo popolo di pirati/invasori, coalizzato con altri Popoli del Mare, fu sconfitto e ricacciato dall’Egitto nel 1176 a.C. dal Faraone Ramses III ("Storica" del National Geographic, numero 42, agosto 2012, pagg. 45-56)".
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Carta dei territori di Canaan
occupati dalle 12 tribù di
Israele e del territorio
occupato dai Filistei:
l'attuale striscia di Gaza.
Clicca sull'immagine
per ingrandirla. |
- I
Peleset (i Pelasgi) chiamati poi
Filistei dopo il loro insediamento nel Canaan, raffigurati con il caratteristico elmo piumato delle genti egee, documentati anche nella Bibbia, secondo cui provenivano da Kaftor, forse identificabile con Creta. I Filistei si insediarono sul finire dell'età del bronzo in Palestina dove costituirono varie città-stato; i ritrovamenti archeologici farebbero ipotizzare un'origine egea di questa popolazione, probabilmente micenea. Alcune recenti scoperte hanno permesso di stabilire una loro presenza in Sardegna in concomitanza (o in un periodo antecedente) ai Fenici. Secondo la Bibbia quindi, i Filistei sono uno dei popoli del mare, che probabilmente arrivavano da Creta, e secondo gli storici furono una popolazione molto antica, di origine indoeuropea, che si stanziò tra il 1200 e l'800 a.C. nell'attuale
Palestina (nome che deriva da Philastinia); secondo altri invece, il nome Palestina deriva dalle popolazioni migrate dalla valle dell'Indo nel 3.250 a.C., quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che poi abitarono sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora presero il nome di Yoni poiché portavano un bastone biforcuto a forma di Y per simbolizzare i genitali femminili (erano infatti portatori di una cultura matriarcale). Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis (palo, bastone, pastori), a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan” (tan = terra), che significa “Terra dei Pastori”, italianizzato in
Palestina. Comunque sia, dopo la repressione della rivolta giudaica guidata da Bar Kochava nel 135, l'Imperatore Adriano intese cancellare il nome di Judea sostituendolo con quello di Palestina. Quando i Filistei, fondendosi con la popolazione cananea preesistente, ne adottarono il pantheon, scelsero (come tutti i popoli loro vicini) una divinità in particolare quale loro "dio nazionale": Dagon, il padre di Baal. Questa divinità, denominata Ba' al Zəbûl, Il signore della Soglia (dell'Aldilà), è entrata a far parte della mitologia ebraica, cristiana ed islamica con il nome con cui la definisce la Bibbia, tramite uno sprezzante gioco di parole: Ba' al Zebub, "Il signore delle mosche". Da qui deriva il nome dell'entità diabolica suprema:
Belzebù, uno dei "sette prìncipi dell'Inferno", identificato anche dalla tradizione cristiana come un demone. La Bibbia parla di un tempio dedicato a Dagon ad Ekron (a soli 35 km da Gerusalemme), descrivendolo come un tempio cananeo puntellato da due pilastri centrali. La narrazione biblica descrive infatti l'atto di Sansone che, ottenuta da Yahweh una forza sovrumana
, abbatte i due pilastri, provocando il crollo dell'intero tempio. Sansone muore schiacciato assieme ai filistei presenti nel tempio di Dagon. Da qui il celebre detto "Muoia Sansone con tutti i Filistei".
- I Zeker o Tjeker, menzionati anche dai documenti ittiti sembrano costituire insieme ai Peleset un gruppo omogeneo, distinti solo in quanto dediti alle attività marinare. Sono stati anche messi in relazione con i Teucri.
- I Libu, popolo identificato con nome Libici, si insediarono sotto la Cirenaica. Nelle rappresentazioni Egizie i "Libu/i" , vengono rappresentati con caratteristiche somatiche "europee" , carnagione rosea, occhi chiari e barba biondiccia (forse di derivazione Mechta-Afalou).
- I Lukka dovevano occupare la costa meridionale dell'Anatolia e l'isola di Cipro ed erano considerati nei documenti ittiti un vero e proprio stato con dominio sul mare. Successivamente si stanziarono forse nella regione anatolica della Licia. Con i Licii stessi vengono identificati, e si tratterebbe allora di una popolazione greco-indoeuropea. Il nome di tale popolazione viene fatto derivare dalla radice indoeuropea leuk- luk- ("luce").
- Gli Eqweš o Akawaša, forse identificabili con gli Ahhiyawa degli archivi ittiti di Ḫattuša e Ugarit, ossia probabilmente gli "Achei", micenei di stirpe greca, che dovevano essersi già stabiliti sulla costa occidentale dell'Anatolia: la Millawanda dei testi ittiti potrebbe essere identificata con Mileto, mentre Wiluša indicherebbe forse Ilio, Troia. Un ostacolo a questa identificazione tra Eqweš e Ahhiyawa, o Achei, consiste tuttavia nel fatto che i primi sembra praticassero la circoncisione e che quest'uso è piuttosto insolito tra le popolazioni indoeuropee, di cui gli Achei fanno parte.
- I Tereš o Turša o Twrs (Twrshna, o Tursha) possono essere identificati con con le genti chiamate dai greci Turs-anòi (in dorico), Tyrs-enòi (in ionico), Tyrrh-enoi (in attico) e dai latini Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Nelle lingue antiche la "c" e la "g" erano dure, come in cane e gallo, per cui Tusci si pronuncia "tuschi" ed Etrusci si pronuncia "etruschi". Questa identificazione sembra avvalorare il racconto di Erodoto circa l'origine anatolica di questo popolo, ma soprattutto la mitica parentela degli Etruschi con i Troiani cantata da Virgilio nell'Eneide. Rapporti dei Tirreni o Etruschi col mondo Mediterraneo orientale dell'isola di Lemno (che si trova a poche miglia dinanzi a Troia) sembrerebbero esistere in seguito al ritrovamento della cosiddetta Stele di Lemno, un'iscrizione rinvenuta nel 1885, in cui è attestata la Lingua lemnia un dialetto simile all'etrusco. Tale stele è comunque al vaglio degli studiosi in quanto sembrerebbe ascrivibile al VI secolo a.C. In alternativa alcuni studiosi mettono in relazione il loro nome con l'ebraico Taršiš e con l'iberico Tartessos. Tuttavia dei Tirreno-Etruschi, nei testi d'epoca Miceneo-Ittita e nei poemi classici Odissea e Iliade, non si trova traccia.
- I Danuna o Denyen, di provenienza anatolica, è stata proposta una loro identificazione con i Dauni e i Danai, altro nome dei Micenei di stirpe greca.
- I Wešeš, forse in relazione con la città di Wiluša, che a sua volta è forse identificabile con Troia.
Dal 1.200 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro i cui maggiori centri sono Halstatt, Huttenberg e Cnosso.
- Mario Liverani in "Mutamenti climatici nell’antichità vicino-orientale e mediterranea", Torino 17-18 maggio 2012 afferma: "I dati climatici (in particolare le sequenze dendrocronologiche e polliniche) mostrano un episodio di brusca aridità, breve ma intensa, intorno al 1200 a.C. seguita poi da una fase di prolungata instabilità e aridità fino alla metà del IX secolo. I dati archeologici mostrano una serie di distruzioni dei centri urbani e palatini in Grecia (è il collasso della civiltà micenea), in Anatolia e nel Levante siro-palestinese all’inizio del XII secolo, e poi una prolungata fase di localismo, dimensione di villaggio e campi pastorali per tutta la prima età del Ferro, fino appunto alla metà del IX secolo. E i testi documentano bene sia la carestia alla fine del XIII secolo, sia la famosa invasione dei cosiddetti “Popoli del Mare” - genti di provenienza balcanica che si riversano dapprima nell’Egeo (è quella che le tradizioni classiche definivano l’invasione dorica) e poi in Anatolia e nel Levante - nel 1190 a.C., con il crollo dell’impero hittita e il restringimento di quello egiziano. Infine i testi documentano bene il successivo “effetto domino” anche nelle zone ad est dell’Eufrate (Assiria e Babilonia) ma con un décalage di un secolo buono rispetto all’invasione dei Popoli del Mare. In questo caso dunque le coincidenze sembrano già così ben documentate e circostanziate da renderci sicuri della spiegazione.
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Località di rilievo nelle civiltà dei metalli europee: dopo la civiltà del Rame, la civiltà del Bronzo dal II millennio, civiltà del Ferro dal XII secolo a.C., i cui maggiori centri in Europa sono: Halstatt, Huttenberg e Cnosso. |
Ovviamente la presentazione di questi casi andrebbe meglio articolata, e altri casi si potrebbero e dovrebbero aggiungere, sia per l’area circum-sahariana, sia per quella dell’Indo, sia per quella dell’Asia centrale. Ma l’esemplificazione mi pare già così sufficiente per chiarire come gli studi di proto-storia e di storia antica del mondo mediterraneo e vicino-orientale abbiano ormai ben superato il tabù della storiografia idealistica, si stiano attrezzando per metabolizzare le procedure (e comunque i risultati) di ambito scientifico, e stiano contribuendo alla costruzione di una storia delle società umane in cui il fattore ambientale e le variazioni climatiche occupano il posto che loro compete. Resta escluso, almeno spero, ogni riduzionismo: i processi e gli eventi messi in moto dai fattori climatici hanno una loro complessità di concause, di meccanismi e di effetti di natura sociale e tecnologica, economica e politica, culturale e simbolica, nonché le loro peculiarità regionali e diacroniche, che costituiscono il valore della storia nel suo senso più pieno."
- Il periodo che va dal 1.200 a.C. al 1.000 a.C. è perciò abbastanza oscuro, ma ci si sta convincendo che la carestia del 1.200 a.C. sia stato l'evento scatenante il riassetto del quadro politico mediterraneo e mediorientale: secondo la ricerca di David Kaniewski, dell’Università Tolosa III - Paul Sabatier, effettuata assieme a colleghi di altre istituzioni e pubblicata sulla rivista on-line PlosONE, i ricercatori sono giunti alla conclusione che la crisi della tarda età del bronzo, piuttosto che imputabile ad una serie di eventi non correlati, sia stata provocata dal cambiamento radicale del clima, scatenante una siccità a cui sarebbero seguite carestie, inevitabili conflittualità politiche e invasioni dal mare da parte di popoli in cerca di fonti di sostentamento. Gli studiosi sottolineano anche che questo evento è in stretto rapporto con la sensibilità alle variazioni climatiche delle società dipendenti dalle proprie risorse agricole. Sensibilità e struttura economica, un binomio che, con il variare del clima, avrebbe portato inevitabilmente alla rovina.
Pare del resto che la sequenza
dendrologica di Gordion (la città, oggi turca di Gordio, del famoso
nodo sciolto da Alessandro Magno con un colpo di spada) registri
intorno al 1.200 a.C. un seguito di sette-otto anni particolarmente
secchi: ciò che spiegherebbe la rovinosa carestia che investe una
Anatolia già in difficoltà. Altrove, in bassa Mesopotamia, è stato
il progressivo collasso della rete dei canali mettere in crisi
l'agricoltura.
Tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali con conseguenti migrazioni di popoli e da oriente giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che, con lo sviluppo del fenomeno celtico, completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, in cui l'economia era ridotta a pastorizia e agricoltura.
- Dal National Geographic Italia: "Gli anni fondamentali per il crollo furono probabilmente quelli tra il 1.185 e il 1.130 a.C., ma si trattò di un processo che avvenne su un arco di tempo abbastanza lungo. Il cambiamento climatico agì come una scintilla che diede il via a una serie di eventi a catena. Il crollo dei raccolti costrinse alcuni gruppi che abitavano nelle regioni settentrionali a migrare in cerca di cibo, combattendo con altre comunità che a loro volta si spostarono per terra e per mare. Questa reazione a catena suscitò guerre e distruzioni e mise in crisi il delicato sistema commerciale dell'epoca. Le conclusioni raggiunte dagli scienziati, anche grazie alla datazione al radiocarbonio, coincidono quasi alla perfezione con i pochi resoconti storici del periodo, che appunto narrano di carestie, interruzioni delle rotte commerciali, tumulti, saccheggi e guerre per impadronirsi delle scarse risorse."
- Da
https://ilbolive.unipd.it/it/news/cambiamenti-climatici-territorio-terramare: "Nella fase finale dell'età del bronzo recente, che va dalla fine del XIII all'inizio del XII a. C., c'era una provincia del mondo terramaricolo, ovvero quella della
bassa pianura veronese, il cui centro fondamentale è il
Fondo Paviani, che metteva
in rapporto diretto i navigatori egei e levantini.
 |
I principali centri di commercio delle Terramare prima e dopo le carestie del 1.200 a.C. |
Questi ultimi, in un momento storico che corrisponde al
collasso della civiltà micenea, arrivarono fino al
delta del Po, e
risalendo il fiume entrarono in contatto con i gruppi terramaricoli delle pianure veronesi. Il loro scopo non era tanto l'approvvigionamento del metallo, materiale di cui si rifornivano sull'isola di Cipro, bensì quello dell'
ambra. Si tratta di una resina fossile che si trova soprattutto sulle coste del Mar Baltico e del Mare del Nord. È una materia prima inutile, ma di grande lusso. Poiché
la civiltà delle terramare controllava l'afflusso di queste materie prime fondamentali, aveva raggiunto il suo apice anche dal punto di vista della
pressione insediativa. Tutta la
pianura e le fasce collinari, pedemontane, pedeappenniniche e appenniniche erano state
completamente occupate grazie agli avanzatissimi sistemi di gestione delle acque. La
deforestazione aveva raggiunto un punto limite. L'abbattimento della copertura forestale per far spazio ai campi, ai pascoli e agli insediamenti aveva causato problemi di carattere geomorfologico, come il degrado dei suoli e il ruscellamento. I terreni venivano ipersfruttati anche dal punto di vista della produzione, poiché c'era un'enormità di gente da sfamare, e ciò aveva provocato un
impoverimento dei suoli. Tutto questo ha innescato una sorta di effetto domino che ha progressivamente reso il sistema delle terramare
non più sostenibile. A questo si è aggiunto anche un aspetto di carattere climatico non dipendente dall'impatto antropico, al contrario di ciò che invece accade oggi. Sulla base dei dati archeologici, archeobotanici e geomorfologici possiamo osservare che nella Pianura padana e nell'intera Europa,
intorno al 1200 a.C. si verificò un'oscillazione climatica in senso arido piuttosto rapida, la quale determinò anche l'
abbassamento delle falde acquifere.
Questa sorta di “tempesta perfetta”, in parte autoindotta, perché dovuta all'autodistruzione a cui i terramaricoli erano andati incontro inconsapevolmente dopo aver raggiunto il loro apice, e in parte eteroindotta, derivante da questa oscillazione arida, determinò l'impossibilità di portare avanti un sistema che aveva funzionato per centinaia di anni.
C'è da dire, comunque , che la risposta a questa crisi fu diversa tra l'area a nord del Po e quella a sud. Quest'ultima, quella dell'Emilia, fu completamente spopolata. Ci sono evidenze che confermano che gli ultimi gruppi terramaricoli migrarono da questi territori, in cui era diventato difficile vivere, verso l'Italia centro-meridionale.
Nelle zone a nord del Po, invece, vennero messe in campo delle strategie di resilienza: il territorio era solcato infatti da grandi fiumi di risorgiva che subivano meno gli effetti negativi della transizione climatica in senso arido. Per questo, il sistema delle terramare nord padane non collassò, ma attraverso un processo di iperselezione e iperconcentrazione del popolamento, diede vita a un nuovo sistema, che vide nel Po e nell'Adige i due assi fluviali fondamentali, composto però da pochi insediamenti, il più importante dei quali fu quello di Frattesina di Fratta Polesine, che ereditò dal sito di Fondo Paviani e dall'area delle valli veronesi quella vocazione a diventare centro di scambio internazionale".
Per eventuali integrazioni vedi "Storia dell'Europa n.12: dal 1.320 al 1.200 p.e.v. (a.C.)"
QUI.
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