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mercoledì 23 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.26: dal 73 al 49 p.e.v. (a.C)

Anfiteatro Romano di Capua.
Nel 73 a.C. - Dall'anfiteatro di Capua, di cui ancora è possibile ammirare l'imponente struttura, prese avvio la rivolta di Spartaco, poi annegata nel sangue. L'importanza notevole e la fama di Capua sopravviveranno tuttavia agli esiti infausti di queste vicende storiche, tanto che lo storico Livio in epoca imperiale ebbe a definirla la più grande e opulenta città dell'Italia antica e ancora nel I secolo a.C. Cicerone non esitò a definirla altera Roma, proprio per sottolineare come la magnificenza della città fosse paragonabile a quella dell'Urbe laziale.durante la prigionia e poté anzi restituire i soldi che i suoi compagni avevano dovuto richiedere per il riscatto.

Carta della Gallia con le popolazioni che la abitavano
nel I sec. a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 72 a.C. Tribù suebiche comandate da Ariovisto entrano in Gallia, passando il medio Reno, chiamate in soccorso dai celti Sequani. I Suebi stavano poi per conquistare la Gallia intera, quando nel 58 a.C. intervenne Cesare, che ricacciò Ariovisto e i suoi oltre il Reno, passò due volte il fiume (55 e 53), e ne fece la linea di confine fra l'impero e i Germani, che furono da allora in relazione con i Romani. La Svevia (in latino Suēbĭa, in tedesco Schwaben o Schwabenland) è una regione storica e linguistica della Germania e i Suebi, poi chiamati Svevi, furono una popolazione germanica che oltre duemila anni fa si era originata in un'area vicina al Mar Baltico, che era conosciuto dai Romani come Suebicum mare. In parte a causa della sua scarsa conoscenza con i diversi popoli germanici che interagirono con Roma, lo storico Tacito si è riferito a tutti i Germani dell'Elba con il nome di Herminones o Suebi, probabilmente semplificando notevolmente una realtà fatta di tribù non sempre strettamente affini.

- Nello stesso anno (72 a.C.) Gaio Giulio Cesare torna a Roma dove è eletto tribuno militare per l'anno seguente, risultando addirittura il primo degli eletti. Si impegna quindi nelle battaglie politiche sostenute dai populares, ovvero l'approvazione della Lex Plotia (che avrebbe permesso il rientro in patria di coloro che erano stati esiliati dopo aver partecipato all'insurrezione di Lepido) e il ripristino dei poteri dei tribuni della plebe, il cui diritto di veto era stato notevolmente ridimensionato da Silla, che aveva voluto evitare colpi di mano da parte dei populares. Il ripristino della tribunicia potestas fu però ottenuto soltanto nel 70 a.C., l'anno del consolato di Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso. Entrambi avevano acquisito un grande prestigio portando a termine rispettivamente la guerra contro Quinto Sertorio in Spagna, e quella contro gli schiavi guidati da Spartaco. Crasso in particolare era in stretti rapporti con Cesare (lo aiutò infatti più volte finanziandone le campagne elettorali) poiché, per quanto incredibilmente ricco grazie alle proscrizioni sillane, gli serviva l'appoggio, durante la sua campagna elettorale del carisma di Cesare, nascente leader popolare.

Nel 69 a.C. - Giulio Cesare è eletto questore per il 69 a.C.. I questori erano magistrati minori dello Stato, la cui carica (quaestura) costituiva il primo grado del cursus honorum e richiedeva come età minima 30 anni (28 per i patrizi). All'inizio possedevano giurisdizione criminale (quaestores parricidii), in seguito competenze amministrative, supervisionando e gestendo il tesoro e le finanze. Dopo il consolato di Pompeo e Crasso, il clima politico romano si stava avviando al cambiamento, grazie al quasi totale smantellamento della costituzione sillana che i due consoli avevano operato. Nel 69 a.C. Cesare pronunciò dai Rostri del Foro, secondo l'antico costume, gli elogi funebri per la zia Giulia, vedova di Gaio Mario, e per la moglie Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Cinna. Nel farlo, mostrò per la prima volta in pubblico dal periodo sillano le immagini di Gaio Mario e del figlio Gaio Mario il giovane e il popolo le accolse plaudente. Nell'elogio per Giulia, Cesare esaltava la discendenza della zia per parte di madre da Anco Marzio, evidenziando come negli esponenti della gens Iulia scorresse ora anche il sangue regale accanto a quello divino. «Da parte di madre mia zia Giulia discende dai re; da parte di padre si ricollega con gli dei immortali. Infatti i Marzii Re, alla cui famiglia apparteneva sua madre, discendono da Anco Marzio, ma i Giuli discendono da Venere, e la mia famiglia è un ramo di quella gente. Confluiscono, quindi, nella nostra stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santità degli dei, da cui gli stessi re dipendono.» (Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 6, traduzione di Felice Dessì). L'elogio di Cornelia parve invece piuttosto insolito, perché non era uso pronunciare discorsi in memoria di donne morte giovani, ma fu fortemente apprezzato dal popolo in quanto celebrava una figura femminile ben lontana da quella della classica matrona romana. Sempre nel corso del 69 a.C., Cesare si recò nella Spagna Ulteriore, governata dal propretore Antistio Vetere. Lì si dedicò a un'intensa attività giudiziaria e grazie al suo grande impegno poté anche accattivarsi le simpatie della popolazione, che liberò dai pesi fiscali che Metello aveva imposto.

Nel 68 a.C. - Dopo la morte della moglie Cornelia , Cesare sposa Pompea, nipote di Silla (era figlia di Quinto Pompeo Rufo e di Cornelia, una delle figlie di Silla).

Nel 63 a.C. - Giulio Cesare è eletto pontefice massimo, dopo la morte di Quinto Cecilio Metello Pio, che era stato nominato da Silla. Cesare, per quanto scettico, si era battuto perché il pontificato tornasse a essere, dopo la riforma sillana, una carica elettiva e comprendeva perfettamente quale aspetto avrebbe avuto la sua figura se insignita della carica di tutore del diritto e del culto romano. A sfidarlo c'erano però rappresentanti della fazione degli optimates molto più anziani e già da tempo giunti al culmine del cursus honorum, quali Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Vatia Isaurico. Cesare allora, aiutato anche da Marco Licinio Crasso, si procurò grandi somme di denaro che usò per corrompere l'elettorato e fu dunque costretto a pagare un prezzo altissimo per la sua elezione: il giorno del voto, uscendo di casa, promise infatti alla madre che ella lo avrebbe rivisto pontefice oppure esule. La nettissima vittoria di Cesare gettò nel panico gli optimates, mentre costituì per il neoeletto pontefice una nuova acquisizione di prestigio, in grado di assicurargli la nomina a pretore per l'anno seguente. Nel frattempo, per evidenziare l'importanza della sua carica, lasciò la casa natale nella Suburra per trasferirsi sulla via Sacra, cominciando ad attuare una politica volta ad accattivarsi anche le simpatie di Pompeo Magno.

- Nello stesso 63 a.C. irrompe sulla scena politica Lucio Sergio Catilina. Nobile decaduto, tentò più volte di impadronirsi del potere, organizzando una prima congiura nel 66 o nel 65 a.C., a cui Cesare aveva preso probabilmente parte. La congiura, che avrebbe portato all'elezione di Crasso come dittatore e dello stesso Cesare come suo magister equitum, fallì per l'improvviso abbandono del progetto da parte di Crasso o forse perché Cesare si rifiutò di dare il segnale convenuto che avrebbe dovuto dare inizio al programmato assalto al senato. Quando nel 63 la seconda congiura di Catilina è scoperta da Marco Tullio Cicerone (pur non avendo prove certe) , Lucio Vezio, amico di Catilina, fa i nomi di alcuni congiurati, includendo tra essi anche Cesare. Questi sarà scagionato dalle accuse grazie al tempestivo intervento di Cicerone, ma resta assai probabile che avesse partecipato, almeno inizialmente, anche a questa seconda congiura. Ad avvalorare l'ipotesi è il discorso che lo stesso Cesare pronunciò in senato in difesa dei congiurati Lentulo e Cetego: dopo la sua fuga, Catilina aveva lasciato a loro le redini della congiura, ma i due erano stati scoperti grazie a un abile piano congegnato da Cicerone, principale accusatore di Catilina e responsabile del fallimento della congiura. Discutendo sulla pena cui condannare Lentulo e Cetego, molti senatori avevano proposto la condanna a morte; Cesare, invitando tutti a non prendere decisioni avventate e dettate dalla paura, propose invece di confinare i congiurati e di confiscare loro i beni. Il discorso di Cesare, che aveva convinto molti senatori, fu però seguito da un altro, molto acceso, pronunciato da Marco Porcio Catone Uticense, che riuscì a reindirizzare il senato verso la condanna a morte dei congiurati. Lentulo e Cetego furono quindi condannati a morte senza che gli fosse concessa la provocatio ad populum. Il discorso di Cesare, grazie al quale egli si presentò come un uomo saggio e poco vendicativo, fu molto gradito al popolo, che sperava nei benefici che Catilina gli avrebbe concesso; è però probabile che con le sue parole il futuro dittatore tentasse anche di salvare dalla morte degli amici e compagni politici con i quali aveva indubbiamente collaborato.

- Nel 63 a.C. nasce a Roma Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (Roma, 23 settembre 63 a.C. - Nola, 19 agosto 14), figlio di Gaio Ottavio, uomo d'affari che aveva ottenuto, primo della gens Octavia (ricca famiglia di Velitrae-Velletri), cariche pubbliche e un posto in Senato (era quindi un homo novus). La madre, Azia maggiore, proveniva invece da una famiglia da parecchie generazioni di rango senatorio e dagli illustri natali: era infatti imparentata sia con Cesare sia con Gneo Pompeo Magno. Azia era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Nacque a Roma nove giorni prima delle Calende di ottobre prima dell'alba, in quella parte del Palatino denominata ad Capita Bubula («teste di bue»), dove dopo la sua morte venne costruito un santuario a lui dedicato. In seguito si trasferì, sempre sul Palatino, in una casa ugualmente modesta di non grande ampiezza e priva di lusso, visto che le colonne dei suoi portici piuttosto basse, erano di pietra del monte Albano, mentre nelle stanze non c'era né marmo, né mosaici. Dormì nella stessa camera per più di quarant'anni, anche d'inverno, sebbene considerasse poco adatto alla sua salute il clima invernale di Roma. Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio, cui fu aggiunto Turino quando era fanciullo (Gaius Octavius Thurinus), soprannome in ricordo di suo padre Ottavio, vittorioso contro gli schiavi fuggitivi (i resti delle bande di Spartaco e di Catilina) nella regione di Thurii, città panellenica fondata nel 444 a.C. accanto alle rovine dell'antica Sibari i cui resti si trovano nei pressi di Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza.
“...Per dimostrare che veramente fu soprannominato Turino potrebbe bastarmi segnalare la scoperta che ho fatto di un'antica statuetta di bronzo, che lo rappresenta ancora fanciullo, sulla quale è inciso in lettere di ferro, quasi cancellate dal tempo, questo soprannome: ho fatto dono della statuetta all'imperatore che la conserva nella sua camera da letto e la onora tra gli dei Lari. Ma anche M. Antonio, nelle sue lettere, lo chiama spesso, con disprezzo. «Turino» e Ottavio si limita a rispondergli di meravigliarsi che gli si getti in faccia come un insulto il suo primo appellativo. Più tardi egli prese il nome di Gaio Cesare e quindi il soprannome di Augusto: il primo in virtù del testamento del suo prozio, il secondo su mozione di Munazio Planco. Alcuni volevano addirittura, come se fosse anche lui fondatore della città, che lo si chiamasse Romolo, ma alla fine prevalse il soprannome di Augusto, sia per la sua novità, sia per la sua grandiosità. Il termine, derivato tanto da «auctus» quanto da «avium gestus» o «gustus» si applica ugualmente ai luoghi santificati dalla tradizione religiosa nei quali si faceva una qualsiasi consacrazione, dopo aver preso gli auspici, come dicono anche i versi di Ennio: «Dopo che l'illustre Roma fu fondata sotto augusti auspici.»” (Svetonio: Vita dei Cesari, Libro II, Augusto, 7)

Nel 62 a.C. Publio Clodio Pulcroamante di Pompeamoglie di Cesare, si introduce in casa di Cesare, dove la stessa Pompea stava preparando le celebrazioni per la festa di Bona Dea (nella prima settimana di dicembre), antica divinità laziale con gli attributi della Grande Madre, il cui nome non poteva essere pronunciato. Scoperto mentre era travestito da ancella, Clodio venne processato per lo scandalo e Cesare ripudiò Pompea, pur rifiutando di testimoniare contro Clodio al processo. Publio Clodio Pulcro (Roma, 93 o 92 a.C. - Bovillae, 18 gennaio 52 a.C.) è stato un esponente dell'importante gens aristocratica dei Claudii, che vantava fra i propri antenati personaggi illustri come Appio Claudio Cieco. Si avvicinò, fin da giovane, alla politica della fazione dei populares, e si rese in più casi colpevole di atti di sovversione e corruzione. In occasione della congiura di Catilina, nel 63 a.C., collaborò con il console Marco Tullio Cicerone, che tuttavia testimoniò contro di lui nel 61 a.C., durante il processo per lo scandalo della Bona Dea, processo nel quale fu tuttavia assolto perché i giurati che avrebbero dovuto emettere la decisione furono corrotti dal ricco e potente Crasso. Deciso a perpetrare la propria vendetta, Clodio fu adottato da una famiglia plebea e così, effettuata la transitio ad plebem, poté essere eletto tribuno della plebe per il 58 a.C.. Fu dunque promotore di un'attività legislativa particolarmente intensa, propose e fece approvare una serie di plebisciti che contribuirono nel complesso a indebolire il senato a favore delle assemblee popolari, e determinò, tra l'altro, l'esilio di Marco Tullio Cicerone nel 58 a.C., dovuto all'emanazione della legge retroattiva che puniva coloro che non avevano concesso ai condannati a morte la provocatio ad populum prima di essere giustiziati.

Plutarco in Vite Parallele, precisa di non voler essere uno storico ma un biografo e che non cerca di stilare un elenco di episodi a cui un personaggio storico ha partecipato ma è interessato invece a svelare comportamenti che rivelino la forma mentis del soggetto stesso. Su Cesare scrive: “Egli prima di tutto elargì senza risparmio denaro e beneficenza. Così dava a vedere di non voler ottenere dalle spedizioni di guerra ricchezze che servissero al suo lusso e al suo benessere personale, ma metteva da parte e conservava per premiare chiunque compisse un atto di valore: la sua parte di ricchezza consisteva in ciò che dava ai suoi soldati meritevoli. In secondo luogo si sottopose di sua volontà ad ogni loro rischio e non si sottrasse a nessuna delle loro fatiche. Che amasse il pericolo non stupiva i suoi uomini perché sapevano quanto era ambizioso; ma la sua resistenza ai disagi superiore alla forza apparente del suo corpo li meravigliava. Cesare era di costituzione fisica asciutta di carnagione bianca e delicata; subiva frequenti mal di testa e andava soggetto ad attacchi di epilessia: la prima manifestazione l’ebbe, sembra, a Cordova. Eppure non sfruttò la sua debolezza come un pretesto per essere trattato con riguardo; al contrario fece del servizio militare una cura della propria debolezza. Compiendo lunghe marce consumando pasti frugali dormendo costantemente a cielo aperto, sottoponendosi ad ogni genere di disagi, combattè i suoi malanni e serbò il suo corpo ben difeso dai loro assalti. Si coricava la maggior parte delle notti su qualche veicolo e nella lettiga, sfruttando il riposo per fare qualcosa. Durante il giorno si faceva portare in visita alle guarnigioni, alle città, agli accampamenti ed aveva seduto al fianco uno schiavo che era abituato a scrivere sotto dettatura anche in viaggio, e dietro, in piedi, un soldato con la spada sguainata.” (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 32)
E ancora: “Si alleò con Crasso, il più ricco dei Romani: Cesare, che aveva ottenuto la provincia di Spagna, non poteva partire prima di aver saldato i suoi debiti, mentre Crasso aveva bisogno dell’energia e della passione di Cesare per la sua lotta contro Pompeo. Crasso accettò di pagare i creditori più pressanti e inflessibili e diede garanzie per 830 talenti e così Cesare poté partire per la provincia. Nell’attraversare le Alpi, passando per un villaggio barbaro molto povero, di fronte agli amici che scherzando gli dicevano: “Anche qui ci sono ambizioni per arrivare al potere e contese per ottenere il promo posto e invidie dei potenti tra loro?”, Cesare, parlando sul serio, disse loro: “Vorrei essere il primo tra costoro piuttosto che il secondo a Roma”. Un’altra volta, in Spagna, leggendo un libro sulle imprese di Alessandro, pianse e agli amici diceva: “Non vi pare che valga la pena di addolorarsi se Alessandro alla mia età già regnava su tante persone, mentre io non ho ancora fatto nulla di notevole?”. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 11, 1-6). Riconciliò Pompeo con Crasso, che avevano il massimo potere, e da nemici li fece diventare amici e convogliò su di sé la potenza di ambedue. Non fu la discordia di Cesare e Pompeo che diede origine alle guerre civili, ma piuttosto la loro concordia, giacché si coalizzarono dapprima per distruggere l’aristocrazia e poi, allo stesso modo, litigarono tra di loro. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 13, 3-5)

Nel 61 a.C. - Gaio Giulio Cesare è eletto pretore, magistrato romano dotato di imperium iurisdictio. L'attività del Praetor si concretizzava nella concessione dell'actio, cioè lo strumento con cui si permetteva ad un cittadino romano che chiedeva tutela, nel caso in cui non ci fosse una lex che prevedesse la tutela, di agire in giudizio, e portare quindi la situazione dinanzi al magistrato. Scriveva Svetonio: “Sempre come questore gli fu assegnata la Spagna Ulteriore; qui, con delega del pretore, percorse i luoghi di riunione per amministrare la giustizia, finché giunse a Cadice dove, vista la statua di Alessandro Magno presso il tempio di Ercole, si mise a piangere, quasi vergognandosi della sua inettitudine. Pensava infatti di non aver fatto nulla di memorabile all'età in cui Alessandro aveva già sottomesso il mondo intero. Allora chiese subito un incarico a Roma per cogliere al più presto l'occasione di compiere grandi imprese. Nello stesso tempo, turbato da un sogno della notte precedente (aveva sognato infatti di violentare sua madre) fu incitato a nutrire le più grandi speranze dagli stessi indovini che gli vaticinarono il dominio del mondo quando gli spiegarono che la madre, che aveva visto giacere sotto di lui, altro non era che la terra stessa, considerata appunto madre di tutti.”(Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 7) Cesare fu quindi governatore della provincia della Spagna ulteriore, dove condusse operazioni contro i Lusitani; acclamato imperator, gli fu tributato il trionfo una volta tornato a Roma. Cesare fu tuttavia costretto a rinunciarvi, in quanto per celebrare il trionfo avrebbe dovuto mantenere le sue vesti di militare e restare fuori dalla città di Roma: il propretore chiese dunque al senato il permesso di candidarsi al consolato in absentia, attraverso i suoi legati, ma Catone l'Uticense fece in modo che la richiesta fosse respinta. Cesare, posto di fronte a una scelta particolarmente importante per la sua carriera futura, preferì dunque salire il gradino successivo del cursus honorum e candidatosi nel 60 a.C. fu eletto console per l'anno 59 a.C..

Marco Licinio Crasso
Nel 60 a.C. - Primo triumvirato, accordo mantenuto segreto per un po' di tempo come parte del progetto politico dei Triumviri per la spartizione del potere fra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno con Marco Licinio Crasso, quest'ultimi colleghi consoli nel 70 a.C., quando avevano emanato una legge per il completo ripristino dei poteri dei tribuni della plebe (Lucio Cornelio Silla aveva di fatto tolto tutti i poteri ai tribuni della plebe ad eccezione dello ius auxiliandi, il diritto di aiutare un plebeo in caso di persecuzioni da parte di un magistrato patrizio) ma che fino a quel momento avevano avuto una notevole antipatia reciproca, giacché ognuno riteneva che l'altro avesse superato i propri limiti per aumentare la sua reputazione a spese del collega. Il primo triumvirato segna l'inizio dell'ascesa politica di Gaio Giulio Cesare.

Nel 1553 a Roma, nel vicolo dei Leutari,
presso il Palazzo della Cancelleria, è
stata rinvenuta casualmente, sotto le
fondamenta di due modeste case, la
grande statua di Gneo Pompeo Magno,
la stessa scultura che si trovava nella
curia di Pompeo e ai piedi della quale
Cesare cadde ucciso dai congiurati.
Svetonio racconta che Augusto fece
spostare la statua fuori della curia per
farla collocare di fronte alla propria
basilica. Secondo alcuni esperti la
zona corrisponde al ritrovamento.
Nel 59 a.C. - Nell'anno del suo consolatoCesare porta al servizio dell'alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio e si adopera per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri. Nonostante la forte opposizione del collega Marco Calpurnio Bibulo, che tentò in ogni modo di ostacolare le sue iniziative, Cesare ottenne comunque la ridistribuzione degli appezzamenti di ager publicus per i veterani di Pompeo, ma anche per alcuni dei cittadini meno abbienti. Bibulo, una volta accortosi del fallimento della sua sterile politica volta esclusivamente alla conservazione dei privilegi da parte della nobilitas senatoriale, si ritirò dalla vita politica: in questo modo pensava di frenare l'attività del collega, che invece poté attuare in tutta tranquillità il suo rivoluzionario programma. Cesare infatti programmò la fondazione di nuove colonie in Italia e per tutelare i provinciali riformò le leggi sui reati di concussione (lex Iulia de repetundis), facendo approvare allo stesso tempo delle leggi che favorissero l'ordo equestris: con la lex de publicanis egli ridusse di un terzo la somma di denaro che i cavalieri dovevano pagare allo stato, favorendo così le loro attività. Fece infine promulgare una legge che imponeva al senato di stilare le relazioni di ogni seduta (gli acta senatus). In questo modo Cesare si assicurava l'appoggio di tutta la popolazione romana, ponendo le basi per il suo futuro successo.
Durante il consolato, grazie all'appoggio dei triumviri, Cesare ottenne con la Lex Vatinia del 1º marzo il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico per cinque anni, con un esercito composto da tre legioni (VII, VIII e IX). Poco dopo una deliberazione del senato gli affidò anche la vicina provincia della Narbonense, il cui proconsole era morto all'improvviso, e la X legione. Il senato sperava con le sue mosse di allontanare il più possibile Cesare da Roma, proprio mentre egli stava acquisendo una sempre maggiore popolarità. Quando lo stesso Cesare promise di fronte al senato di compiere grandi azioni e riportare splendidi trionfi in Gallia, uno dei suoi detrattori, per insultarlo, urlò che ciò non sarebbe stato facile per una donna, alludendo ai costumi sessuali dell'avversario; il proconsole designato rispose allora ridendo che l'essere donna non aveva impedito a Semiramide di regnare sulla Siria e alle Amazzoni di dominare l'Asia. Cesare seppe comprendere le potenzialità che l'incarico affidatogli presentava: in Gallia egli avrebbe potuto conquistare immensi bottini di guerra (con i quali saldare i debiti contratti nelle campagne elettorali), e avrebbe acquisito il prestigio necessario per attuare la sua riforma della res publica.

Nel 59 a.C., a circa a quattro anni Ottaviano perde il padre.

Cartina dei domini di Roma prima della conquista della
Gallia, nel 58 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 58 a.C. - Gaio Giulio Cesare inizia la conquista della Gallia. Il praenomen "Gaio" è forma corretta rispetto al pur comune "Caio". La forma "Caio", infatti, si è diffusa a seguito di un'errata interpretazione dell'abbreviazione epigrafica "C." (cfr., tra gli altri, Conte, Pianezzola, Ranucci, "Dizionario della lingua latina", sub voce Gaius: «il fraintendimento dell'abbr., in cui la G si scriveva, per conservazione di grafia arcaica, C., ha generato la forma "Caio").
Gaio Giulio Cesare,
Gaio Giulio Cesare, (Roma 100 - 44 a.C.), figlio del senatore Gaio Giulio Cesare il vecchio, è stato generale, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia, una delle figure più leggendarie e controverse del mondo antico, che gettò le basi del futuro sistema imperiale romano dopo il tracollo della repubblica di Roma provocato dallo scontro fra populares ed optimates. Nato da famiglia nobile, appartenente alla gens Julia, suo zio acquisito fu Gaio Mario, esponente  dei populares, che aveva sposato Giulia Maggiore, la sorella del padre e la cui influenza fu determinante per il futuro politico di Cesare. Quando il rivale di Mario, Silla, esponente del partito degli optimates, dopo aver vinto la guerra civile fu nominato dittatore nell'82 a.C., ordinò a Cesare di ripudiare la moglie Cornelia, figlia di Cinna (console campione dei populares e seguace di Mario, perciò nella lista dei proscritti fatta stilare da Silla), Cesare si rifiutò di farlo, per cui, messo al bando, dovette allontanarsi da Roma. Vi rientrò solo nel 78 a.C., dopo la morte di Silla, e in seguito si recò a Rodi, dove intraprese, secondo le usanze del tempo, studi di retorica.

In rosso, gli stanziamenti delle prime tribù dei Germani, poi
le espansioni dal 50 a.C. al 300 d.C..
- I territori delle future province di Germania inferiore Germania superiore entreranno nella sfera d'influenza romana con la conquista della Gallia da parte di Gaio Giulio Cesare.

- Prima di lasciare Roma per le Gallie, nel marzo del 58 a.C., Cesare incarica il suo alleato politico Publio Clodio Pulcro (amante della moglie Pompea che aveva ripudiato), tribuno della plebe, di fare in modo che Cicerone fosse costretto a lasciare Roma. Clodio fece allora approvare una legge con valore retroattivo che puniva tutti coloro che avevano condannato a morte dei cittadini romani senza concedere loro la provocatio ad populumCicerone fu quindi condannato per il suo comportamento in occasione della congiura di Catilina, venne esiliato, e dovette lasciare Roma e la vita politica. In questo modo Cesare cercava di assicurarsi che, in sua assenza, il senato non prendesse decisioni che compromettessero la realizzazione dei suoi piani. Allo stesso scopo, Cesare si liberò anche di un altro esponente dell'aristocrazia senatoria, Marco Porcio Catone, che venne allontanato da Roma inviandolo propretore a Cipro. Per evitare inoltre di divenire oggetto delle accuse legali dei suoi avversari, si appellò alla lex Memmia, secondo la quale nessun uomo che si trovava fuori dall'Italia a servizio della res publica poteva subire un processo giuridico. Infine, affidò la gestione dei suoi affari a Lucio Cornelio Balbo, un eques di origine spagnola; per evitare che i messaggi che gli spediva cadessero nelle mani dei suoi nemici Cesare adoperò un codice cifrato, che prese il nome di cifrario di Cesare. Mentre si trovava ancora a Roma, Cesare venne a sapere che gli Elvezi, stanziati tra il lago di Costanza, il Rodano, il Giura, il Reno e le Alpi retiche, si accingevano ad attraversare il territorio della Gallia Narbonense. C'era dunque il pericolo che essi, al loro passaggio sul territorio romano, compissero razzie e incitassero alla rivolta il popolo che ivi risiedeva, gli Allobrogi; i territori che si sarebbero svuotati, potevano poi divenire meta delle migrazioni di altri popoli germanici, che si sarebbero trovati a vivere al confine con lo stato romano, dando origine a un pericolo da non sottovalutare. Il 28 marzo Cesare, avuta notizia che gli Elvezi, bruciate le loro città, erano giunti sulle rive del Rodano, fu costretto a precipitarsi in Gallia, dove giunse il 2 aprile, dopo pochissimi giorni di viaggio. Disponendo solo della decima legione, insufficiente a contrastare un popolo di 368 000 individui (tra cui si contavano 92 000 uomini in armi), fece distruggere il ponte sul Rodano per impedire che gli Elvezi lo attraversassero, e cominciò a reclutare in tutta la provincia forze ausiliarie, disponendo, inoltre, la creazione di due nuove legioni nella Gallia Cisalpina e ordinando a quelle stanziate ad Aquileia di raggiungerlo al più presto. Gli Elvezi inviarono a Cesare dei messaggeri che chiesero l'autorizzazione ad attraversare pacificamente la Gallia Narbonense; Cesare, però, temendo che una volta in territorio romano quelli si abbandonassero a razzie, gliela rifiutò, dopo aver fatto fortificare la riva del Rodano. Gli Elvezi, allora, decisero di attraversare il territorio dei Sequani; Cesare tuttavia, non si disinteressò della questione e, adducendo tra i vari pretesti le devastazioni compiute dagli Elvezi stessi ai danni degli Edui, alleati dei Romani, si decise ad affrontarli, e li sconfisse irreparabilmente a Bibracte. Una volta sconfitti, agli Elvezi fu dato ordine di tornare nel loro territorio d'origine, in modo da evitare che questo venisse occupato da popoli germanici proveniente dalle zone del Reno e del Danubio. I Galli chiesero allora a Cesare la possibilità di riunirsi in un'assemblea generale per fronteggiare il problema dell'invasione dei Germani guidati da Ariovisto. Questi aveva già invaso la Gallia in precedenza ma, pur avendo ottenuto la vittoria, era stato convinto dal Senato a rientrare entro i propri confini, ottenendo il titolo di rex atque amicus populi Romani. Quando i Galli, al termine dell'assemblea, chiesero a Cesare di aiutarli a ricacciare l'invasore oltre il Reno, lo stesso Cesare propose ad Ariovisto di stipulare un accordo. Il re germano rifiutò, e Cesare decise di affrontarlo. Le legioni, però, intimorite dalla fama di imbattibilità che i Germani avevano guadagnato, sembravano sul punto di rifiutare il combattimento e ammutinarsi; Cesare, allora, disse che avrebbe sfidato Ariovisto portando con sé solo la fedelissima decima legione, e le altre, per dimostrare il loro valore, accettarono allora di seguirlo. Il generale romano avanzò verso Ariovisto, che aveva attraversato il Reno e l'Ill e, dopo un ultimo fallimentare negoziato, si decise a dare battaglia, presso l'odierna Mulhouse, ai piedi dei Vosgi. I Germani furono duramente sconfitti e massacrati dalla cavalleria romana mentre tentavano di salvarsi attraversando il fiume. Con la vittoria su AriovistoCesarefermate le invasioni germaniche e posto il Reno come confine tra la Gallia e la Germania stessa, salvò le popolazioni galliche dal pericolo dell'invasione, stabilendo così una propria egemonia sul territorio.

Nel 57 a.C. - Dopo aver svernato nella Gallia Cisalpina, avvalendosi dell'aiuto degli alleati Edui e delle due nuove legioni che aveva fatto arruolare, Cesare decise di portare la guerra nel nord della Gallia. Qui i Belgi erano da tempo pronti all'attacco, consci del fatto che se Cesare si fosse completamente impossessato della Gallia avrebbero perso la loro autonomia. Il generale, radunate le forze, marciò allora verso il nord, dove i Belgi si erano radunati in un unico esercito di oltre 300.000 uomini. Raggiuntili, diede battaglia e li sconfisse una prima volta vicino a Bibrax presso il fiume Axona, provocando loro molte perdite. Cesare avanzò ancora, quando altri Belgi, in massima parte Nervi, decisero di unirsi nuovamente per combattere l'esercito romano. Essi attaccarono di sorpresa l'esercito romano, ma Cesare seppure con grandi difficoltà riuscì a respingerli e a contrattaccare, capovolgendo le sorti della battaglia: ottenne infatti la vittoria, riuscendo a uccidere moltissimi nemici. Portate a termine altre brevi operazioni, Cesare poté dirsi padrone dell'intera Gallia Belgica e all'arrivo dell'inverno tornò nuovamente nella Gallia Cisalpina.

Nel 56 a.C. - A insorgere a Giulio Cesare furono i popoli della costa atlantica, dopo che Cesare stesso aveva mandato il giovane Publio Licinio Crasso a esplorare le coste della Britannia, lasciando così intuire il suo progetto di espansione verso nord-ovest. Per contrastare gli insorti, Cesare fece allestire una flotta di navi da guerra sulla Loira e dopo aver inviato i propri uomini nei punti nevralgici della Gallia per evitare ulteriori ribellioni si diresse verso la Bretagna, per combattere i Veneti. Dopo aver espugnato alcune città nemiche, egli decise di attendere la flotta appena costruita, che giunse al comando di Decimo Giunio Bruto Albino. Con essa poté facilmente avere la meglio sui Veneti presso Quiberon e, dopo averli sconfitti, li fece uccidere o ridurre in schiavitù, per punire la condotta incresciosa che avevano tenuto nei riguardi degli ambasciatori romani.
Carta con i Celti (Galli) Veneti in
 Armorica.
La popolazione celtica dei Veneti abitava la zona del Morbihan, in Armorica, nell'attuale Bretagna (in quella che divenne Gallia Lugdunensis). La loro città più famosa (probabilmente la loro capitale) era Darioritum (oggi nota come Vannes), menzionata nella Geografia di Tolomeo. « I Veneti sono il popolo che, lungo tutta la costa marittima, gode di maggior prestigio in assoluto, sia perché possiedono molte navi, con le quali, di solito, fanno rotta verso la Britannia, sia in quanto nella scienza e pratica della navigazione superano tutti gli altri, sia ancora perché, in quel mare molto tempestoso e aperto, pochi sono i porti della costa e tutti sottoposti al loro controllo, per cui quasi tutti i naviganti abituali di quelle acque versano loro tributi.. » (Giulio Cesare: de bello Gallico, III, 8)
Cartina delle Gallie nel 58 a.C. con i nomi delle popolazioni
locali, prima della conquista di Gaio Giulio Cesare, in cui
erano province Romane solo le Gallie Cisalpina e
Narbonensis. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
I Veneti furono una grande ed influente potenza marittima e commerciale. Avevano una forte organizzazione ed erano probabilmente dotati di un Senato. Avevano un'importante flotta per commerciare con le Isole britanniche e l'Italia, da cui diffusero l'olio e il vino; vendevano inoltre  prodotti salati e salumeria che erano ben conosciuti ed apprezzati a Roma, nonché stagno, piombo e rame provenienti dalla grande isola britannica.
Più a sud dell'Armorica c'erano i Namneti, stanziati nella foce della Loira e che diedero il loro nome alla città di Nantes. I Namneti erano chiamati Sanniti da Strabone e da Tolomeo, ma furono semplicemente una tribù dei Veneti, come si evince da ciò che scrisse Giulio Cesare nel "De bello Gallico", II, c-8. « I Pictoni erano ostili ai Veneti come si può dedurre dalla loro alleanza con il proconsole Giulio Cesare nella sua prima campagna e dalle navi costruite o fornite ai Romani da parte loro, dei Santoni e da altri popoli gallici per facilitare la rovina del Veneti. » (Cesare, de bello Gallico, VIII e III, 11). Nel 56 a.C. le navi di Cesare, fornite dagli altri popoli gallici, distrussero la flotta veneta nella battaglia del Morbihan. Il parlamento fu passato per le armi e le donne ed i bambini venduti come schiavi.

La divisione dei comandi sui territori della Repubblica di
Roma secondo gli accordi di Lucca del 56 a.C. fra i triumviri.
- Nel 56 a.C. i tre triumviri si incontrano a Lucca, dove Cesare ebbe, in qualità di proconsole, il governo della Gallia cisalpina e di quella transalpina, oltre all'Illirico ed al comando di quattro legioni, per cinque anni; Pompeo e Crasso ebbero un secondo consolato nel 55 a.C. E una volta divenuti consoli, Crasso ricevette la provincia di Siria e la direzione della campagna contro i Parti, mentre Pompeo l'Africa, le due Spagne (Ulterior e Citerior) e quattro legioni, due delle quali cedette a Cesare per la guerra gallica. Ecco come descrive Plutarco l'accordo tra i tre a Lucca: «[Cesare] stipulò un accordo con Crasso e Pompeo sulle seguenti basi: essi si sarebbero candidati al consolato, Cesare li avrebbe appoggiati mandando a votare un gran numero di soldati. Una volta eletti, i due si sarebbero fatti attribuire province ed eserciti ed avrebbero ottenuto per Cesare la conferma di quelle province che già governava (Gallia cisalpina, Narbonense e Illirico) per altri cinque anni.» (Plutarco, Pompeo, 51.)

Carta della Gallia Belgica con
le popolazioni che la abitavano.
Nel 55 a.C. - I popoli germanici degli Usipeti e dei Tencteri, che assieme costituivano una massa di 430 000 uomini, si spinsero fino al Reno e occuparono le terre dei Menapi. Cesare, allertato dalla possibilità di un'avanzata germanica in Gallia, si affrettò a raggiungere la Belgica, e impose loro di tornare oltre il Reno. Quando questi si ribellarono agli accordi, Cesare ne fece imprigionare a tradimento gli ambasciatori e ne assaltò a sorpresa gli accampamenti, uccidendo quasi 200 000 tra uomini, donne e bambini. L'azione, particolarmente cruenta, suscitò la sdegnata reazione di Catone, che propose al senato di consegnare Cesare ai Galli, in quanto colpevole di aver violato i diritti degli ambasciatori. Il senato, invece, proclamò una lunghissima supplicatio di ringraziamento di ben quindici giorni. Per scoraggiare altri eventuali tentativi di invasione, Cesare decide quindi di passare per la prima volta il Reno con un ponte di legno, nei pressi dell'attuale città di Colonia, penetrando prima nel paese alleato degli Ubi, e poi volgendo le sue armate (composte da 8 legioni) verso nord, dove per 18 giorni mise a ferro e fuoco i territori delle vicine popolazioni germaniche dei Sigambri (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, IV, 16, 2; 18, 2; 19, 4 e Cassio Dione, Storia romana, XXXIX, 48). Questo popolo, dunque, abitava sulla riva destra del Reno, di fronte al popolo degli Eburoni, nella regione dei fiumi Sieg e Wupper, a nord degli Ubi (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, IV, 16). Alcune fonti storiche citano i Sigambri (dal latino: Sigambri o Sicambri o Sugambri), un'antica popolazione germanica stanziati lungo la riva destra del medio corso del fiume Reno,(Strabone, Geografia VII , 2.4) tra il fiume Lippe e il Sieg, a partire dalla metà del I secolo a.C.. Confinavano con i Marsi a est, la Gallia dei Celti a ovest, gli Usipeti a nord e i Tencteri a sud.  Fredegario, uno storico franco del VII sec., narra nella sua Cronaca che i Franchi Sicambri venivano dai tempi remoti degli antichi Patriarchi ebrei alla sua epoca, citando numerose fonti d'informazione e di rimando, fra cui gli scritti di San Girolamo, l'arcivescovo Isidoro di Siviglia ed il vescovo Gregorio di Tours, anch'egli autore di una Storia dei Franchi. Per raggiungere tale precisione, Fredegario, che godeva di molta considerazione alla corte borgognona, approfittò della sua possibilità di accedere a svariati archivi ecclesiastici ed annali statali. Egli, dunque, racconta come i Franchi Sicambri, da cui prese nome la Francia, erano stati a loro volta chiamati così per via del loro capo Francio o Francione, morto nel II secolo a.C. La tribù, che era passata nella Scozia, affondava le sue radici nell'antica città di Troia. Tracce di questa discendenza si potrebbero trovare in alcuni nomi come quello della città di Troyes e, perfino di Parigi che porterebbe il nome del principe Paride, figlio del re Priamo di Troia. Quella dei Merovingi, quindi, sarebbe stata una dinastia discendente in linea maschile dai "Re pescatori" che corrispondevano anche ad una linea di successione femminile sicambrica. I Sicambri, prendevano il loro nome da Cambra, una regina tribale vissuta intorno al 380 a.C., originaria della Scozia ed erano chiamati anche i "nuovi parenti". La città di Cambrai, potrebbe avere ereditato il nome dalla regina Cambra.
La Britannia nel I sec. a.C.
Scudo Celtico in bronzo
del I sec. a.C. ritrovato nel
Tamigi a Battersea, in
Inghilterra. Clicca
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Nell'estate del 55 a.C., Cesare decise di invadere la ricca e misteriosa Britannia. Dopo alcune operazioni preventive, salpò con ottanta navi e due legioni per sbarcare nei pressi di Dover, poco lontano da dove lo attendeva l'esercito nemico. Dopo un duro combattimento, i Britanni furono sconfitti e decisero di sottomettersi a Cesare, ma tornarono quasi subito alla ribellione, non appena appresero che parte della flotta romana era stata danneggiata dalle tempeste, che impedivano l'arrivo di rinforzi. Attaccati di nuovo i Romani, i Britanni risultarono, però, nuovamente sconfitti, e furono costretti a chiedere la pace e a consegnare numerosi ostaggi. Cesare tornò allora in Gallia, dove dislocò le legioni negli accampamenti invernali; intanto, però, molti dei Britanni si rifiutarono di inviare gli ostaggi promessi, e Cesare cominciò a programmare una nuova campagna.

- Nel 55 a.C., all'età di sedici anni, Ottaviano indossa la toga virile e ottiene alcune ricompense militari in Africa, in occasione del trionfo del prozio Gaio Giulio Cesare, senza nemmeno aver partecipato alla guerra per la giovane età.

Nel 54 a.C. - Dopo essersi assicurato la fedeltà della Gallia, Giulio Cesare salpa nuovamente verso la Britannia con ottocento navi e cinque legioni. Sbarca senza incontrare nessuna resistenza, ma, non appena si accampa, viene attaccato dai Britanni guidati da Cassivellauno. Cesare decide allora di portare la guerra nelle terre dello stesso Cassivellauno, oltre il Tamigi e attacca fulmineamente i nemici: dopo aver riportato delle facili vittorie, molte tribù gli si sottomisero e Cassivellauno, sconfitto, fu costretto ad avviare le trattative di pace, che stabilirono come avrebbe offerto ogni anno un tributo e degli ostaggi a Roma. Cesare si ritirò allora dalla Britannia stabilendo numerosi rapporti di clientela che posero la base per la conquista dell'isola nel 43 d.C.. Il proconsole dislocò le sue legioni negli hiberna (antico nome latino attribuito dai Romani all'Irlanda. Il nome Hibernia viene da fonti geografiche greche), quando già in più zone della Gallia si respirava aria di rivolta. Infatti il capo degli Eburoni Ambiorige, in particolare, decise di prendere d'assedio un accampamento e, convinti con l'inganno i soldati a uscire allo scoperto, li aggredì, massacrando quindici coorti. Spinto dal successo, attaccò un altro accampamento, retto da Quinto Cicerone; questi si comportò in modo prudente, e attese l'arrivo di Cesare, che mise in fuga l'esercito nemico di 60 000 uomini. Contemporaneamente, anche il luogotenente di Cesare, Tito Labieno, fu attaccato dai Treviri, guidati da Induziomaro ma, sebbene in svantaggio numerico, li sconfisse, uccidendo anche lo stesso capo Induziomaro.

Nel 53 a.C. - All'inizio dell'anno Cesare porta il numero delle sue legioni a dieci, arruolandone una ex novo e ricevendone un'altra da Pompeo. Fermata una rivolta nella Belgica, marciò contro Treviri, Menapi ed Eburoni, affidando parte delle truppe al luogotenente Tito Labieno. Lo stesso Cesare sottopose a crudeli razzie le terre dei Menapi, che furono costretti a sottometterglisi, mentre Labieno, mediante vari stratagemmi, poté avere facilmente la meglio sui Treviri e sugli Eburoni. Lo stesso Cesare racconta che il suo legato, Quinto Tullio Cicerone, a capo di 7 coorti legionarie della legio XIV, viene sconfitto presso Atuatuca da 2.000 guerrieri Sigambri. Cesare, venuto a conoscenza dell'accaduto, raggiunse il Reno, lo passò per la seconda volta, costruendovi un nuovo ponte e messo piede sul territorio germanico, qui lasciò 12 coorti di fanteria legionaria a guardia della riva destra del grande fiume, per ricordare ai Germani delle precedenti devastazioni e dissuaderli dal compiere nuove scorrerie nelle Gallie (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, VI 35, 5 e Cassio Dione, Storia romana XL, 32). Decise così di tornare indietro lasciando in piedi il ponte (a eccezione della parte terminale) come monito della potenza romana e condusse l'intero esercito contro gli Eburoni e il loro capo Ambiorige; i popoli limitrofi, impauriti dall'entità delle forze dei Romani, accettarono di sottomettersi a Cesare e Ambiorige si ritrovò così isolato. Molti Galli anzi, si unirono ai Romani e cominciarono a combattere gli Eburoni e questi, non senza reagire, furono gradualmente sconfitti e massacrati, così che alla fine dell'estate Cesare poté ritenere vendicate le sue quindici coortiUltimo atto della guerra di Gallia fu la rivolta guidata dal capo degli Arverni Vercingetorige, attorno al quale si strinsero tutti i popoli celti, inclusi gli "storici" alleati dei Romani, gli Edui. La rivolta ebbe inizio dalle azioni dei Carnuti, ma ben presto a prenderne il comando fu Vercingetorige che, eletto re degli Arverni, si guadagnò l'alleanza di tutti i popoli limitrofi.

- Dopo la morte di Crasso avvenuta in quell'anno a Carre, in Siria, mentre combatteva i Parti, Cesare si scontra con Gneo Pompeo e la fazione degli optimates per il controllo dello stato.

Nel 52 a.C. - Cesare, allertato, si affretta a tornare in Gallia, lasciando la Pianura Padana (Gallia Cisalpina) dove si trovava a svernare. Vercingetorige decise di marciargli contro ma il proconsole cinse d'assedio la città di Avarico e riuscì ad espugnarla dopo quasi un mese con l'ausilio di imponenti opere di ingegneria militare, mentre il re degli Arverni, benché potesse contare su di un esercito ben più numeroso di quello di Cesare, si sottrasse allo scontro e assistette impotente al massacro di tutta la popolazione della città (oltre 40 000 persone), mentre riuscì ad ottenere l'appoggio di altre popolazioni galliche. Affidato ai luogotenenti l'incarico di occuparsi del resto della Gallia, Cesare puntò su Gergovia, capitale degli Arverni, dove Vercingetorige si era asserragliato. Sconfitto, anche se di misura, in uno scontro, Cesare fu costretto a togliere l'assedio, preoccupato dalle voci che gli annunciavano una defezione degli Edui, suoi storici alleati. Intanto Vercingetorige, che si vide confermare il comando della guerra dall'assemblea pangallica, evitò nuovamente una vera battaglia in campo aperto, e decise di rinchiudersi nella città di Alesia.
Monumento a Vercingetorige, da: htt
Lì Cesare lo raggiunse e fece costruire una doppia linea di fortificazione che si estendeva per oltre 17 chilometri: egli, infatti, si aspettava l'arrivo di un esercito di rinforzo, e temeva che i suoi 50 000 legionari potessero rimanere schiacciati tra le forze nemiche. Difatti, dopo oltre un mese, a sostegno dei 60 000 assediati giunsero altri 240 000 armati, che attaccarono le dieci legioni di Cesare: egli, guidando l'esercito in prima persona assieme a Labieno, ottenne una decisiva vittoria e costrinse Vercingetorige a consegnarsi. Finiva così la ribellione gallica, e Roma poteva dirsi ormai padrona di una nuova immensa estensione territoriale. Tra il 51 e il 50 a.C., Cesare non ebbe infatti che da sedare alcune rivolte locali, e poté riconciliarsi con le tribù che aveva combattuto.

Cartina delle Gallie dopo la conquista di Gaio
Giulio Cesare Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Il senato, intimorito dai successi di Cesare, aveva dunque deciso di favorire Pompeo, campione degli optimates, nominandolo consul sine collega nel 52 a.C., perché frenasse le ambizioni del suo vecchio alleato. Anche negli anni seguenti il senato farà in modo che i consoli eletti siano sempre appartenenti alla factio degli optimates e che osteggiassero dunque le mosse del proconsole populares di Gallia. Gaio Giulio Cesare, di contro, aveva in mente di ottenere il consolato per il 49 a.C. in modo da poter tornare a Roma senza divenire oggetto di eventuali procedure penali e, una volta rientrato nell'Urbe, impadronirsi del potere.

- Terminato il tribunato clodiano (di Publio Clodio Pulcro), l'aristocrazia senatoria si adoperò per cancellarne gran parte delle realizzazioni, mentre attorno a Clodio si radunarono gruppi di sostenitori, reclutati tra la plebe urbana, che diedero origine a numerosi disordini, contribuendo a creare nell'Urbe un diffuso clima di tensione e violenza. Clodio, dunque, divenuto punto di riferimento del popolo romano, fu prima edile, e si candidò poi alla pretura per il 52 a.C., deciso ad attuare un programma rivoluzionario. Pochi giorni prima dei comizi elettorali, tuttavia, Clodio perse la vita in uno scontro tra i propri uomini e i seguaci di Tito Annio Milone, candidato al consolato per il medesimo anno e suo nemico politico. La sua figura, tra le più importanti nello scenario della crisi della repubblica romana, fu a lungo considerata come simbolo di corruzione e violenza, come appare in numerose opere di Cicerone. È stato tuttavia rivalutato dalla storiografia recente, che ha veduto in lui ora un agente dei triumviri, ora un uomo dalle geniali intuizioni politiche.

- Subito dopo la morte di Publio Clodio Pulcro, Marco Emilio Lepido (figlio) è nominato interrex dal Senato (l'interrex, pl. interreges, era un magistrato nominato dal Senato romano esclusivamente per convocare i comitia centuriata, le assemblee popolari della Res Publica Romana deputate ad eleggere i nuovi consoli o i nuovi tribuni consolari, quando i loro predecessori non avevano potuto provvedere) perché convochi i comitia centuriata che eleggano i nuovi consoli.
Marco Emilio Lepido (figlio), Roma, 90 a.C. circa - San Felice Circeo, 13 a.C., era figlio dell'omonimo Marco Emilio Lepido e fratello del console Lucio Emilio Paolo ed è stato un politico romano, membro del secondo triumvirato assieme a Ottaviano e Marco Antonio, oltre a pontefice massimo.
Marco Emilio Lerpido (figlio) il
triumviro, da: https://comunitaoli
Roma però si trovava in uno stato di anarchia e Lepido rifiutò la convocazione dei comizi per l'elezione dei consoli; per tale motivo la sua casa venne assediata dai partigiani di Clodio e lui a stento riuscì a salvarsi. Successivamente compì un rapido cursus honorum che lo vide pretore nel 49 a.C., governatore della Spagna Citeriore nel 48-47 a.C. e console nel 46 a.C. grazie all'appoggio di Gaio Giulio Cesare. Negli anni 46-44 a.C. la collaborazione con Cesare divenne ancora più stretta con la nomina di Lepido a magister equitum, seconda carica dello Stato in quegli anni. Alla morte di Cesare nel 44 a.C. Lepido era a Roma con una legione, fatto che lo poneva in una situazione di netto vantaggio potendo minacciare vendetta nei confronti dei cesaricidi. Appoggiò e sostenne Marco Antonio che gli conferì la più alta carica religiosa lasciata vacante dall'assassinio di Cesare, quella di pontifex maximus. Con l'arrivo a Roma dell'erede di Cesare, Ottaviano, Lepido seguì le sorti di Marco Antonio presentandosi come garante fra i due contendenti alla successione del defunto dittatore e, nell'accordo stretto a Bologna e passato alla storia come Secondo triumvirato, assunse il governo prima della parte occidentale dei territori soggetti a Roma e successivamente dell'Africa settentrionale. Fu console per la seconda volta nel 42 a.C. Nel 40 a.C., con la pace di Brindisi, ottenne le province africane dalla divisione della repubblica con gli altri triumviri. Durante la battaglia di Filippi rimase a guardia di Roma. A seguito dell'aiuto fornito a Sesto Pompeo durante la guerra condotta contro quest'ultimo da Ottaviano, dopo la sua sconfitta (36 a.C.) fu esautorato dalla vita politica e costretto a un volontario esilio al Circeo, mantenendo tuttavia la carica di pontefice massimo fino alla morte, avvenuta nel 13 a.C.. Sposato con Giuniasorella del cesaricida Marco Giunio Bruto, ebbe da lei due figli maschi: Marco e Quinto.

Nel 51 a.C. - A dodici anni circa, Ottaviano pronuncia l'orazione funebre (laudatio funebris) per sua nonna Giulia (sorella di Giulio Cesare). Svetonio racconta di un episodio avvenuto in questo periodo secondo il quale, Cicerone, mentre accompagnava Gaio Giulio Cesare in Campidoglio, raccontò agli amici di aver fatto un sogno la notte precedente. Nel sogno aveva visto un fanciullo dai nobili lineamenti, che scendeva dal cielo appeso a una catena d'oro e si fermava davanti alle porte del Campidoglio, dove Giove gli consegnava una frusta. Quando Cicerone vide Ottaviano, che il prozio Cesare aveva fatto venire a un sacrificio, disse che era proprio lui il ragazzo apparsogli in sogno.

Cartina dei domini di Roma dopo la conquista della Gallia,
nel 50 a.C.. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 50 a.C. - Gaio Giulio Cesare dichiara la Gallia, ormai totalmente in suo possesso,  provincia romana, per cui per il 49 a.C. le sue legioni avrebbero potuto finalmente tornare in Italia. Cesare chiede al senato la possibilità di candidarsi al consolato in absentia, ma se la vede negare, come era già successo nel 61 a.C.. Comprende quindi le intenzioni del senato e "neutralizza" il console pompeiano Lucio Emilio Paolo facendo avanzare dai suoi tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) una proposta che prevedeva che sia lui quanto Pompeo avrebbero sciolto le loro legioni entro la fine dell'anno. Invece il senato ingiunse ad entrambi i generali di inviare una legione a testa per la progettata spedizione contro i Parti ed elesse consoli per il 49 a.C. Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, feroci avversari di Cesare. Giulio Cesare fu dunque costretto a lasciare andare una delle sue legioni, che si radunò con quella offerta da Pompeo nel sud dell'Italia e ordinò ad Antonio e Curione di avanzare una nuova proposta in senato, chiedendo di poter restare proconsole delle Gallie conservando solo due legioni e candidandosi in absentia al consolato. Sebbene Cicerone fosse favorevole alla ricerca di un compromesso, il senato, spinto da Catone, rifiutò la proposta di Cesare, ordinando anzi che sciogliesse le sue legioni entro la fine del 50 a.C. e tornasse a Roma da privato cittadino, per evitare di divenire hostis publicus (nemico pubblico).

- Nel 50 a.C. i Romani perfezionano i mulini ad acqua e le tecniche degli acquedotti.

Via dei Fori Imperiali di Roma:
statua di Gaio Giulio Cesare.
Nel 49 a.C. - Cesare ordina ai tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) di osteggiare, tramite il diritto di veto, il senato, ma questi, al principio del 49 a.C., sono costretti a fuggire da Roma. Cesare allora decide di varcare con le sue legioni il confine politico della penisola italiana, il fiume Rubicone. Il 9 gennaio ordina a cinque coorti di marciare fino alla riva del fiume e il giorno successivo lo attraversa, pronunciando la storica frase "alea iacta est" (il dado è tratto o si getti il dado), scatenando la guerra civile. Il senato, di contro, si stringe attorno a Gneo Pompeo Magno e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane care agli optimates, decide di dichiarare guerra a Cesare. Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale.

- Scriveva Plutarco: “La morte di Crasso spinse Cesare a chiudere la partita con Pompeo; nella pratica delle guerre galliche aveva allenato l’esercito e accresciuto la sua fama: il malgoverno in Roma e la nomina di Pompeo a console unico accelerarono itempi. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 28, 1-8)
Ribellandosi agli ordini del senato, Cesare fece occupare Rimini, grande città della Gallia, affidando l’esercito ad Ortensio. Successivamente, egli scese verso Rimini e giunto al Rubicone, il fiume che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e il resto dell’Italia, si fermò e in silenzio e a lungo tra sé e sé meditò il pro e il contro. Alla fine, con impulso, dopo aver detto “si getti il dado” si accinse ad attraversare il fiume e prima di giorno si buttò su Rimini e la conquistò. Dicono che la notte precedente il passaggio del Rubicone egli fece un sogno mostruoso: gli parve di congiungersi con sua madre. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 32, 3-8)

- Con quest'atto Cesare dichiarava ufficialmente guerra al senato e alla res publica, divenendo nemico dello stato romano. Si diresse verso sud spostandosi lungo la costa adriatica, nella speranza di poter raggiungere Pompeo prima che lasciasse l'Italia, per tentare di riconciliarsi con lui; Pompeo, al contrario, allarmato anche dalla caduta di numerose città, tra cui Corfinio, che si erano opposte a Cesare, si rifugiò in Puglia, con l'obbiettivo di raggiungere assieme alla sua flotta la penisola balcanica. L'inseguimento da parte dello stesso Cesare fu inutile, in quanto Pompeo riuscì a scappare assieme ai consoli in carica e a gran parte dei senatori a lui fedeli, e a mettersi in salvo a Durazzo. Cesare allora, rientrato il 1º aprile a Roma dopo anni di assenza, si impossessò delle ricchezze contenute nell'erario e, a una sola settimana dal ritorno, decise di marciare contro la Spagna (che gli accordi di Lucca avevano assegnato a Pompeo). Giunto in Provenza, lasciò tre legioni al comando di Decimo Bruto e Gaio Trebonio con l'incarico di assediare Marsiglia, che cadde in mano ai cesariani solo dopo mesi di assedio. Lui invece proseguì verso la penisola iberica, dove combatté contro i tre legati di Pompeo che amministravano la regione e dopo qualche mese di scontri riuscì ad avere la meglio e poté tornare in Italia.

- Gaio Giulio Cesare è stato dittatore (dictator) della Repubblica di Roma alla fine del 49 a.C., nel 47 a.C., nel 46 a.C. con carica decennale e dal 44 a.C. come dittatore perpetuo e per questo ritenuto da Svetonio il primo dei dodici Cesari, in seguito sinonimo di imperatore romano. Il dittatore non aveva alcun collega e non veniva eletto dalle assemblee popolari, come tutti gli altri magistrati, ma veniva dictus, cioè nominato, da uno dei consoli, di concerto con l'altro console e con il senato, seguendo un rituale che prevedeva la nomina di notte, in silenzio, rivolto verso oriente e in territorio romano. Cicerone e Varrone ricollegano l'etimologia del termine a questa particolare procedura di nomina. È probabile che il dittatore fosse l'antico comandante della fanteria, il magister populi, e questo spiegherebbe l'antico divieto, per lui, di montare a cavallo mentre nominava come proprio subalterno il magister equitum (il comandante della cavalleria). Alla dittatura si faceva ricorso solamente in casi straordinari (quali particolari pericoli da nemici esterni, rivolte o un impedimento grave ad operare del console che lo nominava), e il dittatore durava in carica fino a quando non avesse svolto i compiti per i quali era stato nominato e comunque non più di sei mesi; inoltre il dittatore usciva dalla propria carica una volta scaduto l'anno di carica del console che lo aveva nominato. Il dittatore era dotato di summum imperium, e cumulava in sé il potere dei due consoli; per questa ragione era accompagnato da ventiquattro littori. Inoltre non era soggetto al limite della provocatio ad populum (un istituto del diritto pubblico romano, introdotto dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C. rogata dal console Publio Valerio Publicola che prevedeva la possibilità di commutare la pena capitale di un condannato a morte in altra pena se così stabilito da un giudizio popolare) e per questo i suoi littori giravano anche all'interno del pomerium (il confine sacro e inviolabile della città di Roma) con le scuri inserite nei fasci, mentre era proibito a chiunque portare armi. Tutti gli altri magistrati erano a lui subordinati. Con l'assunzione della dittatura a vita diede inizio a un processo di radicale riforma della società e del governo, riorganizzando e centralizzando la burocrazia repubblicana.



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