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mercoledì 16 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.30: dal 90 al 161 e.v. (d.C.)

Claudio Tolomeo, da https://it.wiki
pedia.org/wiki/File:Claudio_Tolomeo
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Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. Claudio Tolomeo, in latino Claudius Ptolemaeus, nato a Pelusio, città dell'antico Egitto situata nella parte più orientale del delta del Nilo, intorno al 100 e morto ad Alessandria d'Egitto nel 175 circa è stato un astronomo, astrologo e geografo greco di lingua e cultura ellenistica, che visse e lavorò ad Alessandria d'Egitto, allora nella Prefettura d'Egitto dell'Impero Romano. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima del 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate dalla sua attività scientifica, al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Probabilmente Tolomeo aveva a cuore l'ansia che aveva assillato Platone, preoccupato di non potere spiegare, col suo modello cosmologico, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le apparenti variazioni di velocità visibili nei moti planetari, dovute alle orbite ellittiche dei pianeti e al fatto che al centro del sistema c'è il Sole e non la Terra. L'incongruenza fra la linearità e la perfezione del sistema cosmologico platoniano e l'evidenza delle osservazioni dei moti planetari era tenuta nascosta alla massa e rivelata solo agli addetti, agli iniziati, che Platone esortava a scoprire le leggi della meccanica celeste che avrebbero potuto salvare la "perfezione" della sua spiegazione del cosmo. Tolomeo riuscì così ad elaborare alcune ipotesi sul movimento dei pianeti atte a giustificare i loro apparenti moti retrogradi e relative variazioni di velocità, anche se erano dovute al sistema solare eliocentrico mentre lui lo immaginava geocentrico. Considerato uno dei padri della geografia, Tolomeo fu autore di importanti opere scientifiche, la principale delle quali è il trattato astronomico noto come Almagesto, il cui titolo originale era Mathematikè sýntaxis, "Sintassi matematica". I primi commentatori greci ne modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica" e quando ne vennero in possesso gli Arabi, tradussero soltanto le prime parole del titolo, "La più grande", per cui divenne per loro "al-majisti", e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. In questo lavoro, una delle opere scientifiche più influenti dell'antichità, Tolomeo raccolse la conoscenza astronomica del mondo greco basandosi soprattutto sul lavoro svolto tre secoli prima da Ipparco di Nicea. Tolomeo formulò un modello geocentrico, in cui solo il Sole e la Luna, considerati pianeti, avevano il proprio epiciclo, ossia la circonferenza sulla quale si muovevano, centrata direttamente sulla Terra. Questo modello del sistema solare, che da lui prenderà il nome di «sistema tolemaico», rimase di riferimento per tutto il mondo occidentale e arabo fino a che non fu sostituito dal modello di sistema solare eliocentrico dell'astronomo polacco Niccolò Copernico, che era già noto, comunque, nell'antica Grecia al tempo del filosofo Aristarco di Samo (310 a.C. circa - 230 a.C. circa). I metodi di calcolo illustrati nell'Almagesto (integrati nel XII secolo dalle cosiddette Tavole di Toledo, di origine sasanide e riprese dagli Arabi musulmani) si dimostrarono di una precisione sufficiente per i bisogni di astronomiastrologi e navigatori, almeno fino all'epoca delle grandi scoperte geografiche. L'Almagesto contiene anche un catalogo di stelle, probabilmente l'aggiornamento di un analogo catalogo compilato da Ipparco. L'elenco di quarantotto costellazioni che vi è contenuto è l'«antenato» del sistema di costellazioni moderne, ma non poteva coprire l'intera volta celeste, poiché questa non è completamente accessibile dalle latitudini del Mediterraneo, nelle cui vicinanze vissero Ipparco e Tolomeo. Tolomeo, oltre all'Almagesto, fu autore di diverse altre opere di astronomia. L'Iscrizione Canobica e le Tavole manuali sono strettamente collegate alla sua opera principale, mentre le Ipotesi Planetarie descrivono un modello meccanico del sistema planetario, costituito da sfere celesti incastonate l'una nell'altra, che è totalmente assente nell'Almagesto. Ci restano anche l'Analemma, il Planisphaerium e il secondo libro delle Fasi. Altra opera importante di Tolomeo è la Geografia, che contiene un'esposizione delle basi teoriche della geografia matematica e le coordinate di 8000 diverse località. Le fonti principali dell'opera furono l'opera del geografo Marino di Tiro e resoconti di viaggi attraverso l'impero romano, la Persia e altrove, ma gran parte delle informazioni relative a paesi al di fuori dell'impero erano imprecise. La prima parte della Geografia contiene una discussione dei dati e dei metodi impiegati. Tolomeo vi espone i metodi cartografici che gli avevano permesso di disegnare carte sia dell'intero mondo abitato (oikoumene) che delle singole province romane. La seconda parte della Geografia è invece un elenco di 8000 luoghi con le loro latitudini e longitudini. Una delle innovazioni di tale opera fu proprio l'utilizzo, per la prima volta, della latitudine e della longitudine per l'identificazione dei luoghi sulla superficie terrestre. Il suo oikoumenè copriva 180 gradi di longitudine, dalle Canarie (nell'Oceano Atlantico) alla Cina, e circa 80 gradi di latitudine, dal Mare artico all'Estremo Oriente (India Transgangetica) e all'Africa centrale. La latitudine era misurata a partire dall'equatore, come si fa anche oggi. Quanto alle longitudini, Tolomeo fissò il meridiano di longitudine 0 in corrispondenza al territorio più occidentale di cui fosse a conoscenza, le Isole Fortunate, che sono state identificate con le attuali isole Canarie. I valori riportati da Tolomeo, presentano due errori sistematici. Innanzitutto sottovalutò le dimensioni della Terra. Mentre Eratostene aveva stimato che un grado di meridiano corrispondesse a 700 stadi, Tolomeo usò il valore di 500 stadi per grado (1 stadio = 157 metri) allontanandosi così dall'ottima approssimazione di Eratostene e introducendo un errore di circa il 30%, inoltre vi è un notevole errore sistematico sulle longitudini.Un'altra opera scientifica importante di Tolomeo è l'Ottica, che ci è giunta incompleta. Il trattato comprende, oltre a una sezione sulla riflessione, una trattazione dei fenomeni di rifrazione e include, in particolare, una tabella che fornisce gli angoli di rifrazione corrispondenti a vari angoli di incidenza per le coppie acqua-aria, aria-vetro e acqua-vetro: si tratta di un'importante testimonianza dell'antico metodo sperimentale. Riveste interesse anche la sezione dedicata al colore, che include esperimenti con un disco ruotante colorato a spicchi di vari colori, usualmente attribuito a Newton. Il trattato "Tôn apotelesmatikôn" ossia "Degli effetti [delle configurazioni astronomiche sulla storia degli individui e delle nazioni]"), conosciuto anche come "Tetrabiblos" od "Opus quadripartitum" ("Opera in quattro libri"), è l'opera astrologica di Tolomeo, testo fondamentale dell'astrologia classica che sta alla base dell'astrologia occidentale. Tolomeo è il primo autore classico ad affrontare l'argomento astrologico con rigore: a differenza di coloro che lo avevano preceduto, organizza l'analisi delle influenze dei movimenti degli astri in pochi presupposti ben definiti, istruendo il lettore a dedurre le predizioni utilizzando leggi geometriche precise. Nelle prime righe del "Tetrabiblos" Tolomeo si scaglia contro i ciarlatani che, rivestendo in modo improprio l'astrologia con pratiche magiche e occulte, hanno gettato fango con predizioni arbitrarie su quella che lui considera una scienza esatta; il limite delle predizioni astrologiche, secondo l'autore, sta nell'incapacità umana di comprendere completamente il funzionamento delle influenze degli astri che determinano, sia negli essere umani che negli eventi meteorologici e tellurici, destini ineluttabili. Tolomeo fu anche autore di un'importante opera di teoria musicale, gli Armonici.

"La scuola di Atene" di Raffaello Sanzio. In quest'opera
Raffaello rappresenta i grandi filosofi del passato:
Platone e Aristotele al centro, Diogene di Sinope
sui gradini ai loro piedi. Nel gruppo alla destra di Platone,
Socrate che parla con alcuni giovani, di cui quello con
l'elmo è Alessandro Magno. Epicuro, in basso a
sinistra consulta un testo retto da un putto. Alla sua
destra, Averroè con il turbante che osserva Pitagora,
inginocchiato mentre legge e dietro di lui l'unica
donna, Ipazia di Alessandria. Dalla parte opposta, di
spalle con veste gialla, Claudio Tolomeo che regge il
globo terracqueo e alla sua destra, Raffaello stesso.
- Nell'antichità, l'informazione era riservata a pochiFra i filosofi dell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di rivolgersi ad un ampio pubblico con insegnamenti essoterici, manifesti, e di riservare a gruppi ristretti, agli iniziati, gl'insegnamenti specifici: quelli esoterici, nascosti ai più. L'aristocratico Pitagora aborriva infatti l'idea di democrazia, anche solo come principio di condivisione delle conoscenze. Il problema fu che quando si scoprirono verità che scompigliavano l'ordine descritto dai grandi maestri, queste verità venivano tenute nascoste. Il primo caso fu la scoperta, fra i pitagorici, dei numeri irrazionali, come ad esempio il rapporto tra la diagonale di un quadrato e uno dei suoi lati, che conduce a un valore (la radice quadrata di 2) che non è espresso da un numero intero e quindi "perfetto", ma da un numero con una serie infinita di decimali; quindi, successe anche che chi svelasse il caso che mettesse in discussione la perfezione della visione pitagorica, venisse ucciso. Altro caso fu il bizzarro movimento dei pianeti nella volta celeste. Probabilmente l'osservazione e lo studio degli astri è la più antica delle scienze. L'Astrologia, da cui nascono tutte le scienze, ci è giunta dai Caldei (caldeo significa "conoscitore delle stelle"), che si insediarono in Mesopotamia dal 1.500 a.C. e che la ereditarono dai Sumeri, i primi agricoltori stanziali: solo l'agricoltura permette ad una popolazione di essere stanziale e di vivere in una società complessa, con classi sociali che non debbano occupare il proprio tempo a procacciarsi il cibo e che possano invece diventare, specializzandosi, nuove figure sociali. L'oroscopo aiutava quindi gli agricoltori a prevedere il tempo meteorologico e i momenti più adatti per le semine che dessero migliori  raccolti. Da li, si originò la ricerca delle cause e fu Platone a proporre un modello dei massimi sistemi comprensibile e caratterizzato da un moto "perfetto" del movimento degli astri, con la nozione di sfere cristalline, quindi solide e trasparenti per ogni pianeta, una dentro l'altra, che trasportavano nella loro rotazione attorno alla Terra, immobile al centro del cosmo, in successione, la Luna, poi il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultima la sfera delle stelle fisse che ruotava però nel senso opposto, come suggerito dall'osservazione dei moti planetari e delle stelle. Riteneva inoltre, giustamente, che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici: 1° la circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e 2° l' uniformità della loro velocità. Le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei pitagorici. Platone era tuttavia molto preoccupato di non potere spiegare, col suo modello, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le variazioni di velocità che venivano riscontrate nell'osservazione dei moti planetari. Quindi, anche questa informazione fu nascosta e riservata agli addetti, agli iniziati, che erano esortati a scoprire le leggi che avrebbe dovuto salvare la sua spiegazione del cosmo. Di questa esortazione è testimone lo storico della scienza Eudemo da Rodi, secondo cui Platone propose agli astronomi " ...di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le evidenze osservate nei moti dei pianeti...". Tolomeo lavorò molto su questo aspetto del problema e, come altri prima di lui, elaborò le sue spiegazioni sul fenomeno. E' buffo constatare che  mentre di Platone si dice: "grande fu il contributo di Platone all'astronomia perché fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi", di Tolomeo si dica: "... la comunità scientifica positivista dei secoli XVIII e XIX ha individuato in Tolomeo il capro espiatorio contro il quale dirigere il proprio risentimento per il cammino erroneo percorso dalla scienza astronomica per più di milleduecento anni."
Ermete Trismegisto, o
Hermes Trimegistus,
dal greco Τρισμέγιστος
«tre volte grandissimo»,
con i simboli di Hermes,
il Mercurio greco.
Si potrebbe pensare che la riservatezza degli insegnamenti propedeutici ad un'eventuale "illuminazione" da parte degli adepti, o "iniziati",  sia da attribuire ad una visione ermetica del mondo da parte degli insegnanti, convinti che le verità debbano rimanere esoteriche, nascoste, poiché solo gli eletti meritano di conoscerle. Probabilmente l'idea diffusa fra i sapienti era che solo gli "eletti" dovessero essere i depositari del sapere e indubbiamente una massa ignorante ed incolta sarebbe stata facilmente manovrabile, mentre  le  superstizioni popolari avrebbero potuto benissimo essere celebrate in una adeguata religione.
 Ermes Trismegisto in una
rappresentazione nel pavimento
del duomo di Siena.
L'ermetismo si fa risalire a Ermete Trismegisto, (Hermes tre volte grandissimo): secondo la tradizione, per gli Egizi era il dio Thot, colui che portò la scrittura fra le genti e per gli antichi ciò che era scritto era sacro, come le tavole di Mosè. Per i Greci era Hermes, il Mercurio dei Romani. Probabilmente l'ermetismo è il frutto di un sincretismo di saperi che giunge dall'antica Babilonia. A Ermete è attribuita la compilazione della Tavola Smeraldina: "È vero senza errore e menzogna, è certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una (unica). Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento. Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui. La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra. Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura. Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori. Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità. Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido. Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui. Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, (dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo») possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo. Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo." (Ermete Trismegisto,"Tavola Smeraldina"). Questo scritto sarà il  fondamento degli studi "esoterici" che giungeranno fino ai nostri giorni.
Da http://www.riflessioni.it/enciclopedia/ermetismo.htm: "Secondo i principi dell’Ermetismo, tutte le cose derivano da una Causa Prima o Unica Virtù, che si differenzia in miriadi di forme, che rappresentano la manifestazione, nell’Universo visibile, della capacità plastica di una materia eterea, primordiale, eterna, dalla quale scaturiscono gli elementi e che gli antichi iniziati chiamarono Etere, sostanza astrale o Quintessenza. Tutto nell’Universo può essere ricondotto all’unità perché, oltre la molteplicità delle forme visibili, non vi è che un Unico Principio, in grado di differenziarsi all’infinito e di riassorbirsi, riconvertendosi in pura essenza e potenzialità. Nelle migliaia di mondi che animano lo spazio infinito, nelle forme armoniose della Natura, come nel corpo dell’uomo, si ripete costantemente la stessa legge, che è legge unitaria perché sottesa dall’esplicazione di una Forza Unica e intelligente, eternamente in azione in quanto al di là di ogni umano concetto di relativo e temporale. La strada che porta alla comprensione dell’essenza dell’uomo passa dunque attraverso l’unitarietà dei fenomeni naturali e, quindi, della sublimazione del molteplice nell’unità sintetica dell’Unica Virtù. Nei tempi antichi esisteva una comprensione delle leggi naturali molto più grande di quella odierna. Gli dei dell’antico Egitto o dell’Olimpo Greco-Romano non furono che figure simboliche, rappresentanti forze naturali colte in varie fasi del processo di creazione e dissoluzione delle forme visibili, le cui epopee o cicli epici celavano la spiegazione di fenomeni complessi, di segreti non altrimenti raffigurabili per menti semplici e poco avvezze ad elaborazioni astratte, ma straordinariamente sensibili alle suggestioni di immagini antropomorfe che riproducevano, in chiave misterica, le gesta di eroi e dei umanizzati. Il Cristianesimo distrusse gran parte dei tesori della tradizione religiosa, segnando come eresiache le antiche dottrine sacerdotali e trasformando l’uomo, re della terra, nel suddito di un Dio orientale il cui insegnamento, come torrente in piena, corrose la psicologia e la morale di una civiltà decadente, sovvertendo gli antichi valori della vita e sostituendo, all’ideale sublime dell’uomo divinizzato e dominatore della Natura, la concezione di un Dio assurdo che, in cambio di un’ipotetica felicità in una dimensione eterna, pretendeva un’esistenza di rinunce, di sofferenze e di dolore. Quando i successori di Pietro eressero la Chiesa di Cristo sulle macerie dell’Impero Romano, sembrò che anche gli antichi insegnamenti misterici andassero perduti, sepolti sotto il peso intollerabile dei dogmi, liquefatti dal fuoco corrompente dei roghi e dall’intolleranza dei Papi, profanati dall’odio e dal cieco furore di preti psicopatici e ignoranti; mentre l’Europa, fulcro dell’antica civiltà, sprofondava nelle caligini oscure dell’ignoranza e della superstizione. Tuttavia, nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, vennero introdotti nel Rituale Romano, mentre l’insegnamento esoterico, trasmesso da pochi Maestri, veniva reso incomprensibile tranne per coloro che vennero giudicati degni. Nacque cosi l’Alchimia, che non si proponeva di risolvere un problema chimico bensì spirituale, anche se gli sperimentatori, avidi di ricchezze, ne fraintesero il senso dell’enunciato fondamentale, cercando di convertire il vile piombo in oro, ma obliando che il piombo di cui si parlava non era che la mente dell’uomo; mentre l’oro alchemico non era quello convertibile in moneta sonante, ma l’oro dell’Intelligenza Mercuriale privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto da influenze emotive, psicologiche e sensoriali.
I postulati della Scienza Alchemica erano: 
- che nella materia tutti i metalli possono convertirsi in altri ed in particolare in oro e in argento;
- che negli uomini i tipi imperfetti possono raggiungere la perfezione;
- che nelle anime le intelligenze inferiori possono trasmutarsi in superiori.
E poiché, come ho detto, l’Universo è Uno (Materia e Spirito), deriva che la legge trasmutatoria alchemica dal meno perfetto al più perfetto deve potersi applicare sia in alto che in basso, sia nel campo spirituale che materiale, sia nella chimica dei fenomeni terrestri che nell’iperchimica delle trasmutazioni animiche. Di qui i due triangoli intrecciati del Sigillo di Salomone, che nasconde, in un simbolo apparentemente semplice, un arcano divino di valore universale. Esiste dunque nell’essere umano un’essenza sconosciuta, capace di penetrare tutte le cose, di trasformarsi plasticamente in ogni corpo, espandendosi all’infinito o contraendosi sino all’infinitesimo dell’atomo. Un nucleo originario di sostanza eterea allo stato radiante, vibrante, intelligente, eterna, fondamento dell’essere umano, che gli antichi ermetisti definirono Unica Virtù o Causa Prima (vedi: la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto), perché da essa tutte le cose discendono e per essa tutti i prodigi si compiono. Nel Macrocosmo (o Universo) essi la identificarono col Sole, simbolo del Dio misterioso e inconoscibile, forza maschia, attiva e generante, che gli antichi egizi venerarono come Amùn e che inonda la terra coi suoi raggi benefici, animando gli esseri viventi nei tre regni della Natura. Nel corpo umano (o Microcosmo), immagine dell’Universo, la chiamarono Intelligenza Divina incarnata o Corpo Solare, che sul piano della materia tangibile si manifesta nel corpo fisico o saturniano, di cui l’aura magnetica, dai colori cangianti, riflette lo stato nelle più sottili e impercettibili emanazioni. Nel cervello l’irradiazione solare genera il Corpo Mercuriale, primo fecondo adattamento della pura intelligenza allo stato di essere incarnato, vero spirito della materia, che attraverso la pura astrazione delle percezioni sensibili costituisce l’essenza di ogni virtù. Nel sistema nervoso neuro-vegetativo dà vita al Corpo Lunare, plastico, etereo, sensibilissimo, serbatoio immenso di immagini, ricordi, sensazioni, sede inesplorabile dell’inconscio personale e della memoria storica e istintiva, che i centri vorticosi dei chakra connettono all’Anima del Mondo. Dal Corpo Solare il processo creativo procede inarrestabile dal semplice al complesso, dall’infinitamente piccolo alla materia organizzata, attraverso una serie infinita di trasformazioni, che rappresentano la manifestazione di un’unica legge evolutiva. Mentre al contrario nelle degradazioni della sostanza organica nei suoi componenti elementari, per effetto delle fermentazioni naturali o indotte, e’ riassunto il processo dissolutivo delle forme visibili, che prelude al ciclico rinnovarsi di ogni cosa in Natura. Ma sia nelle forme degradative, che nei processi di sintesi organica; nell’uomo nel pieno vigore della sua forza giovanile, come nella lenta e inesorabile trasformazione senile; in ogni processo naturale, sia nelle reazioni chimiche che nelle modificazioni biologiche, non agisce che un’unica forza, che opera in tutti i corpi modificandoli e determinandone il destino. Questa forza straordinaria e sconosciuta, che gli Iniziati della Caldea e dell’antico Egitto appresero ad utilizzare conoscendone le leggi, e’ corrente vitale, e’ forza ignea intensamente magnetica, movimento vibratorio inarrestabile, che permea la materia, la dinamizza, ne determina e accelera i processi trasformativi. Nella Natura che si risveglia in primavera, segnando di verde i brulli paesaggi invernali; in un fiore che si schiude, nelle trasformazioni minerali, nella divisione delle cellule animali dall’ovulo primitivo all’individuo adulto ed integro; persino nel cadavere, che si decompone nei suoi componenti elementari non agisce che una sola forza, che e’ corrente di vita, che scorre inarrestabile ed eterna perché anche la morte non e’ che crisi trasformativa dal vecchio al nuovo e dal peggio al meglio. Nell’uomo la corrente vitale produce la vita del corpo, la circolazione del sangue e della linfa, la respirazione ed ogni funzione metabolica essenziale. In campo psichico essa induce gli eventi maturativi propri dell’evoluzione psicologica segnando, attraverso la continua creazione e distruzione di idee, di articolazioni logiche, di stati emotivi e la modificazione progressiva dei meccanismi percettivi e di elaborazione sensoriale, la costituzione di un nucleo mercuriale, che rappresenta allo stesso tempo la sintesi dell’esperienza esistenziale e la preparazione all'ulteriore evoluzione dell’anima. Non per questo si potrebbe attribuire alla corrente vitale una qualsiasi intonazione morale, per il suo carattere di forza neutra determinante i fenomeni psichici, le cui proprietà sono in rapporto al vissuto individuale ed all'applicazione, ai contenuti dell’esperienza, delle facoltà mentali superiori (volontà, ragione, ecc.). Ne’ sarebbe corretto definirla in termini di forza cieca e irrazionale, atteso che essa agisce in Natura secondo direttrici univoche e costanti potendo, in casi particolari, essere indirizzata verso la produzione di effetti voluti e tangibili. La possibilità di orientare la corrente vitale rappresenta campo di applicazione dell’Ermetismo e della Magia, intesa come la particolare facoltà, conquistata attraverso pratiche di ascensione psichica, a realizzare fenomeni non comuni in campo oggettivo e mentale.
Ermes Trismegisto in una rappresentazione nel
pavimento del duomo di Siena.
L’attitudine a compiere piccoli o grandi prodigi, vera chiave dei poteri spirituali, e’ uno stato d’essere particolare, di intensa vibrazione interiore o di coscienza alterata, che molti hanno definito intermedio tra la vita e la morte o stato di trance lucida. La capacità di riprodurre a volontà tale stato esaltativo non è innata che in pochi casi, ma si ottiene in lunghi anni di pratiche iniziatiche agenti sul Corpo Lunare o, più rapidamente, impadronendosi del segreto iniziatico dei grandi Maestri, che nasconde un Arcano realizzatore dell’anima capace di trasformare l’uomo in un semi-dio. Un Arcano che gli alchimisti hanno sempre gelosamente custodito, arretrando inorriditi dinanzi alla possibilità di svelarlo, senza mai indicare nelle loro opere elementi concreti per la sua scoperta, anzi occultandolo ulteriormente con minacce di morte e di terribili sciagure per l’incauto che, anche solo intuendone la natura, avesse osato profanarlo. Non vi sono tuttavia ragioni perché il cifrario degli antichi Maestri non debba essere reso comprensibile anche agli uomini moderni, più avvezzi al ragionamento scientifico e meno al linguaggio contorto e ricco di simbolismi astrusi dei vecchi alchimisti, così da consentire loro, se meritevoli, maggiori possibilità di successo. Scriveva Paracelso, medico e alchimista svizzero del XVI secolo: La vera Pietra Filosofale si trova senza dubbio nell'inespugnabile fortezza della verità [...]. Tale pietra sembra vile, disprezzabile ed esecrabile alla gente comune, ma per i filosofi è più preziosa di qualsiasi gioiello [...]. E il cammino della verità, che rigenera e rivitalizza ciò che non esiste più, facendolo tornare ciò che era prima della corruzione, tramuta ciò che non è in ciò che dovrebbe essere. L'oro dei filosofi che rende ricchi i Saggi non è certamente l'oro con cui si coniano le monete". L'ermetismo, con i suoi insegnamenti esoterici, giungerà fino ai nostri giorni, rilanciato nel Rinascimento da Marsilio Ficino, applicato da Paracelso, che diede vita a una nuova disciplina, la iatrochimica, da cui deriverà l'omeopatia e studiato da tanti altri, fra cui Isaac Newton stesso, accanito studioso, di nascosto, di alchimia: dopo la sua morte fu aperto un baule che teneva chiuso a chiave, pieno di appunti e studi alchemici.

Mitra.
Negli anni contemporanei alla nascita del cristianesimo, vi erano dei culti con tratti simili al cristianesimo stesso:
- In Iran veniva adorato Mithra, il cui culto seguiva rituali segreti e sacrifici cruenti, i misteri mithraici, riservati ai soli uomini. Nati come culto della vegetazione, si fondavano su due divinità, una delle quali doveva morire per assicurare la fertilità, per poi rinascere. Questo culto fu portato in Italia dai soldati dell'esercito romano nel I secolo a.C., e da qui si propagò nei paesi dell'area germanica, in Gallia, Britannia e Spagna: in Europa trovò enorme fortuna. Il Mitraismo prevedeva nel 25 dicembre il giorno di nascita di Mitra, figlio di vergine, che nell'uccisione del toro compiva un sacrificio che veniva celebrato in cerimonie che prevedevano pasti comuni.
- L'adorazione del Sol Invictus, che incarnava nella divinità solare la visione neoplatonica della luce come espressione divina. E' di questi tempi la rappresentazione di un giovane Cristo raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare di Apollo con i 4 cavalli dell'iconografia tradizionale.
- Simon mago, figlio di verginenato il 25 dicembre, aveva grandi poteri taumaturgici che esprimeva compiendo miracoli.

Sol Invictus.
- Il cristianesimo non individua più, come nei vecchi culti, le forze della natura come divinità e soprattutto la divinità non è più l'emanazione dello spirito della collettività (nell'antichità ogni gruppo o città aveva una propria divinità), ma è una via individuale verso una divinità individualizzata, addirittura umana. Questa presa di coscienza dell'ego individuale scatena una tensione verso la salvezza dalla morte, in cui la fede procura certezze non dimostrabili razionalmente, ridisegnando la visione dell'oltretomba degli antichi, che accettavano la mancanza di certezze. Quest'ansia di salvezza in una vita beata ed eterna dopo la morte, ha stimolato il desiderio di martirio, molto evidente nel Donatismo. La società cristiana dei primi tempi, pur essendo ordinata e compatta, è un organismo senza grandi motivazioni teologiche, visto che il messaggio del Cristo si era mantenuto sulla semplicità, motivazioni che stavano a cuore  invece a Saul-Paolo di Tarso, proteso a contenere nel cristianesimo, oltre agli Ebrei che come doveri religiosi dovevano solamente osservare la Legge della Torah, anche i Gentili (non-Ebrei) ellenizzati, che andavano coinvolti con elucubrazioni metafisiche che assicurassero una vita nell'aldilà. Per cui, Paolo di Tarso, in contrasto con Simon Pietro e Giacomo fratello di Gesù, permetterà ai nuovi convertiti di evitare la circoncisione, consuetudine della Legge ebraica, a favore del battesimo nell'acqua. Sarà poi Costantino I che, con il concilio di Nicea, darà un corpo all'edificio della Chiesa cristiana.

- I cristogrammi sono combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi.
I principali cristogrammi sono:
- il Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei giudei. 
Moneta di Magnenzio (350-353)
con al rovescio il crismon Chi Rho.
- il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon). Esso è un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. 
Significato del cristogramma
ICHTHYS, che in greco
significa "pesce".
- ΙΧΘΥΣ o ICHTHYS (che letteralmente significa “pesce” in greco) è un acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. Le lettere sono normalmente accompagnate o addirittura sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce.
- ICXC è un acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ -si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata che ricorda la lettera latina C). Compare molto spesso sulle icone ortodosse, dove il monogramma può essere diviso: "IC" nella parte sinistra dell'immagine e "XC" nella parte destra. Il tratto orizzontale solitamente sovrascritto alle lettere è un segno paleografico per indicare un'abbreviazione. 
- il trigramma di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù. È formato da tre lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ) . Ne esiste anche la variante IHC, sorta per la somiglianza fra la lettera latina “C” e la diffusa forma lunata della lettera greca sigma. Il trigramma era inizialmente una abbreviazione greca, poi venne interpretato come un acrostico latino e spesso arricchito di altri particolari grafici (la croce e il sole) e utilizzato come monogramma. Esso è caratteristico dei cristiani occidentali.

Nel primo periodo della cristianità, a giudicare dallo studio delle catacombe, il simbolo della croce, graffiato nel tufo o tracciato con il colore, si trova abbastanza di rado e gli storici ritengono che la croce fu rappresentata solo quando questo strumento di tortura non venne più utilizzato a tal fine. Esso è certamente meno frequente degli altri simboli della Cristianità come il pesce, i pani o l'ancora. Più diffuso si ritiene esser stato l'uso della "crux dissimulata", ottenuta ad esempio, interponendo la lettera "tau" maiuscola (T) al centro del nome del defunto.

Dal 92 - Traiano continua la penetrazione romana nell'area germanica degli Agres decumates, sia come governatore della Germania superiore (attorno agli anni 92-96), sia come imperatore (tra il 98 ed il 100) con l'avanzamento oltre il fiume Reno verso est, fino al cosiddetto limes di Odenwald, tratto di frontiera che collegava il fiume Meno presso Wörth, con il medio Neckar a Bad Wimpfen. Il successore Adriano, contribuì all'avanzamento lungo il cosiddetto limes dell'Alb.

Cartina dell'Impero Romano da Ottaviano Augusto a
Tiberio, Claudio, Vespasiano e Domiziano fino a Traiano,
che nel 117 d.C. lo portò alla sua massima estensione.
Nel 96 - Inizia l'impero di Traiano, che porterà l'Impero Romano alla sua massima estensione nel 117.

Nel 98 - Lo storico romano Tacito scrive "De origine situ germanorum", dove riporta i risultati delle sue ricerche e delle "interviste" che faceva ai soldati romani che tornavano dai territori in cui erano insediati i Germani, da cui era venuto a conoscenza che le tribù dei germani discendevano dai tre grandi ceppi provenienti dall'Oceanus Germanicus (il mare del Nord), dal Suevicum (territori limitrofi al mar Baltico) e dal Cimbrico (lo Jutland, nell'attuale Danimarca), nonostante le tribù incontrate dalle legioni romane fossero 40 e più. Dalle notizie raccolte, Tacito appurò che le antiche migrazioni germaniche avvennero lungo due grandi direttrici: dalla Scandinavia a sud-ovest verso il Reno e a sud verso il Danubio ed entrambe entrarono in contatto con la civiltà celtica che si era già diffusa in tutta l'Europa fin dal 1600 a.C. Durante l'età del ferro (con le culture di Golasecca , Hallstatt e Nauchâtel) i Celti avevano occupato i territori intorno ai fiumi Mosa, Reno, Meno, Marna e il territorio dello Champagne: tutti questi popoli erano stati chiamati dai Romani "Galli". Altri gruppi celtici dominarono invece l'intero corso del Danubio, dalle sorgenti in Svevia fino al Mar Nero e l'Italia settentrionale. A causa, dunque, delle migrazioni germaniche del nord Europa, iniziate nel 700 a.C., i Celti furono o cacciati (un buon numero rimarranno in Italia Settentrionale (anche fusi con gli antichi Liguri), nella Galizia iberica, in Bretagna, Galles, Irlanda e Scozia come si può evincere dalle lingue e culture lì sopravissute mentre i Celti Galati andarono in Asia Minore, prima come soldati di Filippo il Macedone e poi del figlio, Alessandro Magno) o, lentamente, furono assorbiti da questi successivi popoli invasori che furono detti "figli del mare: mero-vei" inarrestabilmente in ascesa ed in eterno movimento. I popoli germanici erano chiamati dai Romani "Germani" poiché una delle prime tribù che conobbero e sconfissero così si chiamava - Jerman - e proveniva dalla Jutland, scesa verso il Danubio superiore, ai confini dell'Impero romano, assieme ai Suebi, ai Marcomanni, ai Cimbri, agli Ambroni ed ai Teutoni..
A quel tempo i Germani erano ormai diventati da un pezzo agricoltori sedentari. Lo storico romano, come già Cesare prima di lui, si occupa esclusivamente dei "Germani occidentali", che sono dunque i primi a essere descritti dettagliatamente dalla storiografia. Tacito testimonia che inizialmente questi Germani non erano interessati ai territori romani. Ogni tanto sommovimenti generati all'interno o indotti da pressioni esterne convogliavano l'aggressività endemica di queste tribù guerriere verso i confini dell'Impero romano, che suscitava in loro paura, riverenza e cupidigia. Ma l'Impero era troppo forte e le tribù troppo deboli per potere consolidare quelle incursioni in vere e proprie campagne militari. Le incursioni erano piuttosto i Romani a effettuarle nelle terre barbare, con risultati terrorizzanti. Fu solo tra il II e il IV secolo che, spinti dalle tribù di nomadi delle steppe che, superiori militarmente, ne occuparono i pascoli, essi iniziarono a premere verso sud.
Sappiamo che a partire dalle campagne di Druso, (Nerone Claudio Druso, 39 - 9 a.C., conosciuto come Druso maggiore, militare e politico romano appartenente alla dinastia giulio-claudia in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla) la popolazione dei germani Sicambri (o Sigambri) aveva cominciato a fornire truppe ausiliarie all'interno dell'esercito romano. Sono citate le seguenti unità: I Claudia Sugambrorum tironum veterana, che fu prima in Mesia sotto Vespasiano (nel 77), poi in Mesia inferiore sotto Domiziano (nel 91), Nerva (nel 96-98) ed ancora sotto Antonino Pio nel 139 e nel 145. La troviamo in Siria nel 157; della II e III Sugambrorum se ne ipotizza l'esistenza in base alla presenza della IV; la IV Sugambrorum si trovava in Mauretania Caesariensis sotto Traiano nel 108. Dal 26 gli storici non li citano ma sembra che possano essere affluiti nella federazione dei Franchi. Secondo alcune fonti (Fredegario) i Franchi Sicambri, che discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino. sarebbero stati gli antenati dei  Merovingi.

La Germania Magna nel 98.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- Gli Slavi orientali, dell'Europa orientale (stanziati nel bacino del Dnepr centrale e superiore e distinti dagli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini) conosceranno tardi la differenziazione di ceti e classi. Fino al I sec. d.C. tra loro si conserverà un sistema comunitario non molto diverso da quello di mille anni prima. Infatti soltanto nel I-II secolo si formano le grandi famiglie patriarcali, proprietarie di tutti gli strumenti produttivi e in grado di avvalersi del servizio di forze schiavili, per quanto ancora nel VI sec. il diritto comune proibiva l'asservimento di propri connazionali, sicché si deve pensare che tali schiavi o erano nemici catturati in battaglia o venivano comprati sui mercati esteri dalle famiglie più facoltose.
Nell'Europa centrale furono soprattutto le tribù Slave nella Germania nord-orientale che, a seguito della disgregazione progressiva della comunità primitiva, si dedicarono ampiamente ai commerci con l'impero romano, la Scandinavia e l'Europa orientale. 

- Sàrmati e Romani non ebbero sempre rapporti pacifici e anzi spesso si fronteggiarono in lunghe guerre fin dai tempi di Augusto. Sul finire del I secolo-inizi del II d.C., Roxolani e Iazigi (alleati per tutto il I secolo d.C. di Roma) si schierarono contro i Romani con i Daci per difendere questi ultimi da Traiano che intendeva conquistarne i territori, e fu proprio Traiano a sconfiggerli durante la campagna.
Sàrmati erano un popolo iranico e quindi, come gli Sciti, facevano parte della famiglia linguistica iranica (famiglia linguistica indoeuropea). Aperti alla cultura e alla religione persiana, si dividevano probabilmente in quattro tribùIazigiRoxolani (o Rossolani), Aorsi e Alani.
In origine abitavano le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Nei loro territori d'origine essi si scontrarono con i Battriani, i Parti e i Sogdiani. In diversi periodi e a diverse ondate essi si spinsero verso occidente.

Nel 115/117 - Seconda guerra giudaica o Guerra di Kitos (Rivolta contro Traiano). La maggioranza dei rabbini e della popolazione aveva accettato la sottomissione a Roma come fase transitoria e necessaria in quanto voluta da Dio in preparazione dell’avvento dell’età messianica, mentre in una produzione letteraria fra il 70 e il 135 d.C., fra cui l’Apocalisse di Baruc e il Quarto libro di Esdra, ci si interrogava sulla distruzione del Tempio e sul suo significato, con allegorismi vari, fra cui la lotta fra il Leone e l'Aquila, in cui il leone è il Messia e l’aquila che soccombe è l’Impero Romano. Questo accumulo di tensione sfociò nella grande rivolta tra il 115 e il 117 d.C., che coinvolse numerose e importanti comunità giudaiche in Egitto, Cirenaica, Cipro e Mesopotamia. Essa colse di sorpresa le autorità imperiali e lo stesso imperatore Traiano, che usò la mano pesante nei confronti dei Giudei della Mesopotamia, volendoli punire in modo esemplare. Anche la Giudea, pur non avendo partecipato alla rivolta, ebbe dei contraccolpi. Il controllo del territorio venne rafforzato con lo stanziamento di un secondo contingente permanente.

Nel 122 - In Britannia viene eretto il Vallo di Adriano per contenere gli assalti dei Celti (in particolare i Pitti). 

Nel 131/136 - Dopo varie ritorsioni, l'Imperatore Romano Adriano rinomina Gerusalemme "Aelia Capitolina" e proibisce la circoncisione. Simon Bar Kokheba (Bar Kochba) capeggia gli ebrei nella terza guerra Giudaico-Romana, vasta rivolta ebraica contro Roma come reazione contro le azioni di Adriano. In seguito, la maggior parte della popolazione ebraica è annientata (circa 580.000 morti) e Adriano rinomina la provincia di Giudea "Syria Palaestina" intendendo cancellare il nome di Iudea sostituendolo con quello che deriva dal greco "Phalastine" e sta ad indicare la "terra dei Filistei" e tenta di sradicare l'Ebraismo. Sarà l'ultima rivolta, che vedrà, con la capitolazione di Masada, la fine delle ribellioni contro Roma e il completamento dell'espulsione del popolo Ebraico dalla Palestina. La tragedia dell'epoca di Adriano segnò per i Giudei la fine del sogno di uno stato indipendente e il rinvio definitivo dell'arrivo di un Messia. La realizzazione di questa aspirazione coincide con la nascita del sionismo nell'Ottocento e alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948.

Valli di Adriano e Antonino.
Nel 142 - Costruzione in Britannia del Vallo di Antonino, iniziata nel 142 (sotto Antonino Pio imperatore) e completata nel 144. Il vallo si estendeva per 39 miglia (pari a 63 chilometri) da Old Kirkpatrick nel West Dunbartonshire sul Firth of Clyde a Bo'ness sul Firth of Forth. La fortificazione fu costruita per rafforzare il Vallo di Adriano, posto 160 km più a sud come confine settentrionale della Britannia. I romani, anche se riuscirono a insediare accampamenti e fortilizi temporanei a nord del vallo, non arrivarono mai a conquistare e sottomettere le tribù indigene dei Pitti e dei Celti, che resistettero ed infersero danni alla fortificazione.  

Busto di Antonino Pio
conservato a Monaco
di Baviera
Dal 145 - È sotto Antonino Pio (nel 145-146) che molte delle torri e dei forti in legno disposti lungo il limes germanico furono ricostruiti interamente in pietra, ma soprattutto si ebbe il definitivo avanzamento del limes di oltre 30 km ad est della precedente linea dell'Odenwald-Neckar. Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio, nato come Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino (Lanuvio, 19 settembre 86 - Lorium, 7 marzo 161), è stato un imperatore romano dal 138 al 161. Antonino Pio visse in un momento cruciale della storia di Roma: l'apogeo dell'impero o il cosiddetto secolo d'oro. Gli imperatori che regnarono durante questo secolo, prendono il nome proprio da lui, che regnò all'incirca a metà di questo periodo (138 - 161). La successione di Antonino ad Adriano si rivelò stabilita da tempo e priva di possibili colpi di mano: Antonino continuò a sostenere i candidati di Adriano ai vari pubblici uffici, cercando di venire incontro alle richieste del Senato, rispettandone i privilegi e sospendendo le condanne a morte pendenti sugli uomini accusati negli ultimi giorni di vita da Adriano. Per il suo comportamento, rispettoso dell'ordine senatorio e delle nuove regole, Antonino fu insignito dell'appellativo "Pio". Uno dei primi atti ufficiali di governo (acta) fu la divinizzazione del suo predecessore, alla quale si oppose fieramente tutto il senato, che non aveva dimenticato che Adriano aveva diminuito l'autorità dell'assemblea e ne aveva mandato a morte alcuni membri. Alla fine si giunse ad un compromesso: il senato non si sarebbe opposto alla divinizzazione del defunto imperatore ma Antonino avrebbe abolito l'organo di governo dell'Italia formato dai quattro giudici circoscrizionali. Fu anche per aver cercato un accordo con il senato (l'imperatore se voleva poteva mettere a tacere le polemiche facendo intervenire i soldati) che Antonino ricevette l'inusuale titolo di Pio. Adeguandosi alle usanze Antonino rifiutò il titolo di padre della patria (pater patriae), ma poi finì con l'accettarlo nel 139 insieme con un secondo consolato, seguito da un terzo e da un quarto (120 il primo, 139 e 140 il secondo e il terzo, 145 il quarto). Ligio alla religione e agli antichi riti, nel 148 celebrò solennemente il novecentesimo anniversario della fondazione di Roma. « Certi teologi dicono che il divino imperatore Antonino non era virtuoso; che era uno stoico testardo, il quale, non contento di comandare agli uomini, voleva anche essere stimato da loro; che attribuiva a se stesso il bene che faceva al genere umano; che in tutta la sua vita fu giusto, laborioso, benefico per vanità, e che non fece nient'altro che ingannare gli uomini con le sue virtù; e a questo punto esclamo: «Mio Dio, mandaci spesso di queste canaglie!» » (Estratto dalla voce Virtù del Dizionario Filosofico di Voltaire)

Nel 160 - Giunge all'apice, con Galeno, la scuola medica Romana.

Nel 161 Morte di Antonino Pio, a cui succede Marco Aurelio (Roma, 26 aprile 121 - Sirmio, 17 marzo 180), il cui nome completo era, nelle iscrizioni: IMP(erator) • CAES(ar) • M(arcus) • AVREL(ius) • ANTONINVS • AVG(ustus), che è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione dell'imperatore Adriano, fu adottato nel 138 dal futuro suocero e zio acquisito Antonino Pio che lo nominò erede al trono imperiale. Nato come Marco Annio Catilio Severo, divenne Marco Annio Vero (Marcus Annius Verus), che era il nome di suo padre, al momento del matrimonio con sua cugina Faustina, figlia di Antonino, e assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus Aurelius Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino stesso. Marco Aurelio fu imperatore dal 161 sino alla morte, avvenuta per malattia nel 180 a Sirmio secondo il contemporaneo Tertulliano o presso Vindobona. Fino al 169 mantenne la coreggenza dell'impero assieme a Lucio Vero, suo fratello adottivo nonché suo genero, anch'egli adottato da Antonino Pio. Lucio Ceionio Commodo Vero (Roma, 15 dicembre 130 - presso Altino, gennaio 169) più noto semplicemente come Lucio Vero, fu un imperatore romano e governò insieme al fratello d'adozione Marco Aurelio dal 161 sino alla morte. Nell'investitura di Marco Aurelio quale nuovo imperatoreLucio Vero fu contestualmente scelto come co-imperatoreevento senza precedenti nell'Impero romano. Ufficialmente entrambi avevano lo stesso potere, ma in pratica Marco Aurelio esercitò la propria influenza sul collega. A Vero fu dato il controllo dell'esercito, a riprova della fiducia che correva fra i due. Per rafforzare tale alleanza, Marco Aurelio dette in moglie sua figlia Annia Aurelia Galeria Lucilla a Vero che da lei ebbe tre figli. Anche se non sembra mostrare affetto personale per Adriano nei Colloqui con se stesso, Marco lo rispettò molto e presumibilmente ritenne suo dovere metterne in atto i suoi piani di successione. E così, anche se il Senato voleva confermare solo lui, egli rifiutò di entrare in carica senza che Lucio ricevesse gli stessi onori. Alla fine il senato fu costretto ad accettare e nominò Augusto, Lucio Vero. Marco divenne, nella titolatura ufficiale, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto, mentre Lucio, rinunciando al suo cognomen di Commodo, ma assumendo il nome di famiglia di Marco, Vero, divenne Imperatore Cesare Lucio Aurelio Vero Augusto. Questa era la prima volta che Roma veniva governata da due imperatori contemporaneamente.
Marco Aurelio, musei capitolini.
Fin dalla sua ascesa al principato, Marco ottenne dal Senato che Lucio Vero gli fosse associato su un piano di parità (diarchia), con gli stessi titoli, ad eccezione del pontificato massimo che non si poteva condividere. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. In teoria i due fratelli, entrambi insigniti del titolo di Augustus, ebbero gli stessi poteri. In realtà Marco conservò una preminenza che Vero mai contestò. Le ragioni pratiche di questa collegialità, voluta da Adriano forse per onorare la memoria di Lucio Elio, adottandone il figlio, e allo stesso tempo lasciare l'impero a Marco Aurelio di cui aveva capito le grandi qualità, non sono completamente chiare. A dispetto della loro uguaglianza nominale però, Marco Aurelio ebbe maggior auctoritas (autorità) di Lucio Vero. Fu console una volta di più di Lucio, avendo condiviso l'amministrazione già con Antonino Pio, e solo Marco divenne Pontifex Maximus. E questo fu chiaro a tutti. L'imperatore più anziano deteneva un comando superiore al fratello più giovane: "Vero obbedì a Marco... come il tenente obbedisce a un proconsole o un governatore obbedisce all'imperatore".

- Dal 161 l'Impero romano, ormai in pace da lungo tempo subisce una serie di attacchi contemporanei lungo molti dei suoi fronti. I Pitti nella Scozia premevano contro il vallo di Antonino, la Spagna subiva le continue scorrerie dei pirati mauri, mentre in Germania, tra l’alto Danubio ed il Reno, i Catti e i Cauci penetravano oltre le frontiere e lungo le coste, invadendo la Gallia Belgica e gli Agri Decumates. Il nuovo sovrano partico Vologese III, divenuto re nel 148, occupava l’Armenia, ponendo sul suo trono il fratello Pacoro, per poi invadere la vicina provincia romana di Siria nel 161. Nell'Europa centro-orientale il mondo barbaro era scosso da forti agitazioni interne e da movimenti migratori tra le sue popolazioni che tendevano a modificare gli equilibri con il vicino mondo romano. Vandali, Burgundi, Alemanni, Longobardi, Angli, Sassoni, Juti, Franchi e altre tribù ancora attaccarono i romani già nel II sec. d.C.



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