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mercoledì 23 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.38: dal 391 al 415 e.v. (d.C.)

L'anziana vestale Emilia, che custodisce il fuoco sacro
nel tempio di Vesta, da:  http://smell.ilcannocchi
Dal 391 - Tra il 391 e il 392 furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto che non fosse il cristianesimo di fede nicea, compresa l'adorazione delle statue. Furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si fossero riconvertiti al paganesimo e, nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di (lesa) maestà, punibile con la condanna a morte. I templi pagani furono oggetto di sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai vescovi locali (in molti casi con l'appoggio dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio. L'inasprimento della legislazione con i "decreti teodosiani" provocò delle resistenze presso i pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo ottenne il permesso imperiale di trasformare in chiesa un tempio di Dioniso, provocando una ribellione dei pagani, che si asserragliarono nel Serapeo (che conteneva la famosa bibblioteca) e compiendo violenze contro i cristiani. Quando la rivolta fu domata, per rappresaglia il tempio di Dioniso fu distrutto. Teodosio durante il suo regno fece coniare monete in cui era raffigurato nell'atto di portare un labaro recante il Chrismon.

- In seguito alla riforma teodosiana, il termine Eparchia è stato utilizzato nell'Impero romano d'Oriente per indicare una circoscrizione amministrativa equivalente alla provincia latina. Tali entità scomparvero poi nel VII secolo con l'istituzione dei temi (thémata in greco).

- Da allora, nell'Impero Romano non ci sarebbe più stata libertà di pensiero e di culto al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i successivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura; l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno la maggioranza delle religioni ma soprattutto le tre monoteiste.

Nel 392 - Il 15 maggio, il ventunenne Valentiniano II morì a Vienne, in Gallia, in circostanze misteriose: il suo corpo venne trovato impiccato ad un albero. Arbogaste spedì il corpo di Valentiniano a Milano e Teodosio scrisse ad Ambrogio, vescovo di Milano, di organizzare il funerale; Ambrogio compose per l'occasione l'orazione De obitu Valentiniani consolatio. Il cadavere di Valentiniano fu pianto dalle sorelle Giusta e Grata e fu disposto in un sarcofago di porfido vicino a quello del fratello Graziano, molto probabilmente nella cappella di Sant'Aquilino della basilica di San Lorenzo. Teodosio rimase signore di tutto l'impero. Arbogaste, che da più parti era ritenuto coinvolto nella morte di Valentiniano, fece nominare augustus dalle legioni di Gallia l'usurpatore Flavio Eugenio, con l'appoggio del Senato di Roma, che vide in lui la possibilità di opporsi al crescente potere della chiesa cattolica.

Nel 394 - Flavio Eugenio viene sconfitto da Teodosio nella battaglia del Frigido e l'impero ha in Teodosio I, nuovamente, un unico padrone. Uno dei capi goti emergenti, Alarico I, partecipò alla campagna che Teodosio condusse nel 394 contro il rivale Eugenio, per poi rivoltarsi contro Arcadio, figlio di Teodosio e suo successore in Oriente, subito dopo la morte dello stesso Teodosio. Nel corso di quest'anno i Visigoti di Fritigerno devastano la Macedonia, mentre gli Ostrogoti di Alateo e Safrax condussero nuove incursioni in Pannonia. Al termine di queste nuove incursioni l'imperatore Graziano fu costretto ad installarne alcuni di loro insieme ai Vandali come foederati in Pannonia.

Nel 395 - Il 17 gennaio Teodosio I muore. Nell'inverno del 394 si era ammalato di idropisia e dopo poche settimane morì, lasciando il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Il 27 febbraio del 395 si tennero i solenni funerali di Teodosio celebrati da Ambrogio, che pronunciò il "De Obitu Theodosii". Le esequie si svolsero seguendo per la prima volta il rito cristiano. L'8 novembre di quello stesso anno la salma di Teodosio venne tumulata nella basilica degli Apostoli di Costantinopoli. Vi rimarrà fino al saccheggio della città del 1.204 da parte di crociati (i veneziani si presero parecchi souvenir insieme alle spoglie di san Marco) nell'ambito della IV crociata.

- Teodosio I fu l'ultimo imperatore a regnare su di un impero unificato e fece del  cristianesimo  la  religione unica e obbligatoria dell'Impero; per questo fu chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani e dalle Chiese orientali è venerato come santo (San Teodosio I il Grande, commemorato il 17 gennaio).

Per ragioni amministrative, l'Impero Romano si divide definitivamente fra Impero Romano d'Occidente con imperatore Onorio, figlio di Teodosio I e Impero Romano d'Oriente con imperatore Arcadio, altro figlio di Teodosio I. La parte orientale dell'impero è ricca, grazie alle produzioni di cereali dell'Egitto e dell'Africa nord-orientale, i commerci della Siria, le produzioni agricolo-artigianali e manufatturiere di Siria, penisola Anatolica e Greca; inoltre la cultura, di stampo ellenistico, ha in Alessandria d'Egitto il centro più evoluto del mondo conosciuto. La parte occidentale ha come risorse agrarie solo la Sicilia e il nord Africa centrale, mentre è continuamente minacciata da invasioni di popolazioni Germaniche, dirottate a occidente dalle solide mura e dalle politiche di Costantinopoli. Mentre aristocratici e notabili di tradizione e formazione romana entrano nel tessuto amministrativo della cristianità, le gerarchie e le formazioni dell'esercito sono sempre più composte da esponenti di quelle popolazioni che minacciano l'integrità dell'impero. Il pagamento dei loro servizi nei territori di confine impoverisce progressivamente l'impero e indebita sempre più un'amministrazione che non ha risorse. Per questi motivi, l'impero romano d'Oriente, che verrà poi chiamato Bizantino dagli storici del XVI secolo, sopravviverà per quasi mille anni all'impero romano d'Occidente.

Cartina dell'Impero Romano nel 395, alla morte di Teodosio I, diviso in 2:
l'Impero Romano d'Oriente con capitale Costantinopoli e l'Impero
Romano d'Occidente, con capitale Roma, e dal 402 sarà Ravenna.
Sono indicate le varie città e regioni dell'impero e le varie popolazioni
al di fuori di esso.
- Impero bizantino è il nome con cui gli studiosi moderni e contemporanei indicano l'Impero romano d'Oriente, distinzione che aveva incominciato a diffondersi durante il regno dell'imperatore Valente, dal 364 al 378, di cultura prevalentemente greca, separatosi dalla parte occidentale, di cultura quasi esclusivamente latina, dopo la morte di Teodosio I nel 395. Non c'è accordo fra gli storici sulla data in cui si dovrebbe cessare di utilizzare il termine "romano" per sostituirlo con il termine "bizantino", anche perché entrambe le definizioni sono utilizzate da molti di costoro, spesso indistintamente, per designare il mondo romano-orientale fino almeno al VII secolo. Le diverse impostazioni storiografiche condizionano anche la diversità di opinioni nella determinazione della datazione: taluni lo fanno coincidere con il 395 (separazione definitiva dei due imperi) ma si è anche proposto il 476 (fine dell'Impero Romano d'Occidente), il 330 (anno di inaugurazione della Nova Roma o Νέα Ῥώμη, fondata da Costantino I, copia fedele e nostalgica della prima Roma), il 565 (morte di Giustiniano I, ultimo imperatore di madrelingua latina e del suo sogno della Restauratio imperii). Alcuni storici prolungano il periodo propriamente "romano" fino al 610, anno dell'ascesa al trono di Eraclio I il quale modificò notevolmente la struttura dell'Impero. Resta comunque il fatto che per gli imperatori bizantini e per i propri sudditi il loro impero si identificò sempre con quello di Augusto e Costantino I dal momento che "romano" e "greco" fino al XVIII secolo furono per essi sinonimi. L'impero, dopo una lunga crisi, la sua distruzione da parte dei crociati nel 1204 e la sua restaurazione nel 1.261, cessò definitivamente di esistere nel 1.453 (conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi ottomani guidati da Maometto II). Il termine "bizantino", derivato da Bisanzio, l'antico nome della capitale imperiale Costantinopoli, non venne mai utilizzato durante tutta la durata dell'impero (395-1.453): i bizantini si consideravano Ῥωμαίοι (Rhōmaioi, "romei", ovvero Greco-Romani in lingua greca), e chiamavano il loro Stato Βασιλεία Ῥωμαίων (Basileia Rhōmaiōn, cioè "Regno dei Romani") o semplicemente Ῥωμανία (Rhōmania). Fino al regno di Giustiniano I, nel VI secolo, si tentò ripetutamente di ricostituire l'antica unità dell'impero romano, sottraendo i territori occidentali ai successivi conquistatori. Il greco fu la lingua di cultura e d'uso, com'era stata da sempre nelle province orientali dell'impero romano. Il latino, piuttosto diffuso presso le classi alte di Costantinopoli fino almeno all'età marcianea (Flavio Marciano è stato un imperatore romano d'Oriente dal 450 al 457), rimase comunque lingua ufficiale dell'Impero d'Oriente: Eraclio I lo sostituì con il greco intorno al 625. Curiosamente, per lungo tempo fu considerato disdicevole riferirsi all'impero come "greco", poiché tale termine aveva l'accezione spregiativa di pagano.

Cartina dell'Impero Romano nel 395: i confini, la linea di demarcazione fra
Impero d'Oriente e d'Occidente, le regioni altamente cristianizzate,
le aree di diffusione del cristianesimo e le regioni non evangelizzate;
le sedi dei principali concili con le date, le strade dell'Impero,
le maggiori città.
Gli storici moderni occidentali utilizzano il termine di impero "bizantino", al fine di non generare confusione con l'impero romano dell'epoca classica; questa dicitura fu introdotta nel 1557 dallo storico tedesco Hieronymus Wolf che in quell'anno diede alle stampe il libro "Corpus Historiae Byzantinae". La pubblicazione nel 1648 di "Byzantine du Louvre" (Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae) e nel 1680 di "Historia Byzantina", scritta da Du Cange, diffuse l'uso del termine "bizantino" tra gli autori francesi illuministi come Montesquieu. È interessante quindi notare che gli abitanti dell'impero romano  d'Oriente  chiamavano se stessi "romani" (RhōmaioiRomei), anche se di lingua greca, e che gli stessi musulmani conquistandone i territori fondarono il sultanato di "Rum", mentre gli europei occidentali venivano definiti "latini" (dalla lingua usata). Per corruzione dall'arabo Rūm (attraverso le modifiche in Hrūm e quindi in sogdiano, una variante dell'iranico parlata in Sogdiana, Frōm) derivò il termine cinese Fulin (pinyin: Fúlĭn Gúo, "Paese di Fulin"). Con questo termine, sebbene con varianti grafiche, le storie dinastiche cinesi definirono l'impero bizantino dal tempo degli annali della dinastia Wei, scritti dal 551 al 554, fino agli annali della dinastia Tang scritti nel 945. Prima dell'introduzione del termine "bizantino", l'Impero veniva chiamato dagli europei occidentali Imperium Graecorum (Impero dei Greci). Gli europei occidentali consideravano il Sacro Romano Impero, e non l'Impero bizantino, erede dell'Impero romano; quando i re di Occidente volevano fare uso del termine Romano per riferirsi agli imperatori bizantini, preferivano chiamarlo Imperator Romaniæ invece di Imperator Romanorum, un titolo che veniva attribuito a Carlo Magno e ai suoi successori. Tuttavia, prima della nascita dell'Impero carolingio ad opera di Carlo Magno, anche le fonti occidentali usavano il termine "romaniper riferirsi ai Bizantini, anche se talvolta veniva utilizzato il termine "greco" a causa delle differenze linguistiche. Nelle fonti papali del VI-VII-VIII secolo l'Impero romano d'oriente era definito "Sancta Res Publica" o "Res Publica Romanorum": solo con la rottura dei rapporti tra Papa e Imperatore d'Oriente in seguito all'Iconoclasmo (a metà dell'VIII secolo) coloro che venivano fino a poco tempo prima definiti "Romani" divennero per la Chiesa di Roma "Greci" e la "Res Publica Romanorum" si trasformò in "Imperium Graecorum".

Nel 400 - I Vandali Asdingi lasciarono la Pannonia intorno al 400, spinti alla colonizzazione di nuove terre dall'avanzata delle truppe unne. Nel 401, sotto la spinta di altri popoli germanici, gli Asdingi, che già si erano convertiti all'arianesimo, si spinsero sino alla Rezia, saccheggiandola. Stilicone li fermò temporaneamente, ma l'avanzata continuò e sembra che l'esercito gotico di Radagaiso, che invase l'Italia nel 405, comprendesse anche Vandali Asdingi, Alani e Quadi; in ogni modo l'esercito di Radagaiso fu sconfitto da Stilicone nei pressi di Fiesole.

Europa dal IV al VI sec., con i percorsi delle invasioni ed espansioni
degli Alani, gruppo dei Sàrmati e delle popolazioni Germaniche dei Goti
(Ostrogoti e Visigoti), Vandali, Svevi, Iuti, Angli e Sassoni,
popolazioni spinte a est dagli Unni, che giungevano,
su cavalli, dalle steppe NordAsiatiche.
Nel 402 - Ravenna diventa la capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Ormai Roma è troppo esposta alle scorrerie e viene quindi scelta Ravenna, con le paludi che ne ostacolano l'accesso e il porto alle spalle che garantisce una via di fuga, come sede imperiale dell'occidente.

- La “Notitia Dignitatum” attesta la presenza nei primi anni del V secolo di 15 colonie militari di Sàrmati anche in Italia, soprattutto nella pianura del Po, sotto il comando di un Praefectus Sarmatarum gentilium. Secondo quel documento una di queste guarnigioni era stanziata nell'odierna provincia di Cuneo, a Pollentia (oggi Pollenzo), nota per essere stata teatro nel 402 della battaglia tra i Visigoti di Alarico e i Romani, fra le cui fila erano presenti cavalieri Sarmato-Alani. In seguito si sarebbero spostati sul più sicuro e poco distante altopiano alla confluenza fra il Tanaro e la Stura di Demonte, dove oggi sorge il piccolo paese di Salmour che si ipotizza derivi il nome da quell'antico insediamento (Sarmatorium).

Nel 405 - Traduzione della Bibbia in Latino. (Vulgata)

Carta delle migrazioni in Europa nel III e IV sec..
Nel 406 - Il Reno rappresentava il confine (limes in latino) fra l'impero romano e le popolazioni germaniche dell'Europa centrale ed era invalicabile per l'assenza di ponti. Alla fine del 406, il fiume si ghiaccia completamente e il 31 dicembre, presso Mogontiacum (Magonza, l'attuale Meinz che sorge alla confluenza del Meno e del Reno, nei pressi di Francoforte sul Meno), viene varcato da  VandaliAlaniBurgundi e Suebi (Svevi) alla ricerca di un futuro nella società romana. I federati Franchi Salii combatterono contro questi invasori, dirottando la loro spinta principale a sud della Loira ma è l'inizio della fine dell'impero romano d'occidente. Tempo prima, assieme agli  Alani ed ai Suebi (fra cui i Quadi), i Vandali Asdingi si erano spostati lungo il limes da Augusta (Augsburg) in direzione del fiume Meno, dove a loro si erano uniti i Silingi (Vandali unitisi ai Burgundi nel III secolo) e da qui avevano raggiunto il Reno, dove furono affrontati dai Franchi, che come federati dei Romani, presidiavano il confine dell'impero; i Franchi provocarono gravi perdite nelle file dei Vandali, ma sopraggiunsero gli Alani che capovolsero le sorti della battaglia. Il capo dei Vandali Asdingi, Godigisel aveva perso la vita nel corso della battaglia di Treviri, poco prima che la sua tribù, con l'aiuto degli Alani, avesse sconfitto i Franchi. A Godigisel successe il figlio Gunderico che guidò i Vandali della tribù degli Asdingi oltre il Reno, il 31 dicembre del 406, a Magonza, che fu rasa al suolo, poi attraversarono rapidamente la Gallia, razziando i villaggi e le città che incontravano lungo il loro cammino, sino ad arrivare ai Pirenei, dove si fermarono di fronte ai passi fortificati e si riversarono nella Gallia Narbonense. L'avanzata divenne un'invasione e scatenò il caos. Assieme alle tribù vandale degli Asdingi e di parte dei Silingi (il resto dei Silingi era rimasto nelle terre ancestrali della Pannonia e della Slesia finendo per fondersi con gli Slavi) si scatenarono sul territorio gallico anche  Suebi Alani, seguiti da Burgundi e Alemanni. Nell'autunno del 409, mentre Burgundi e Alemanni si stanziavano in Gallia, i Vandali Asdingi e Silingi con Alani e Suebi si diressero verso i Pirenei per superarli e penetrarono in Hispania, probabilmente con la complicità del governatore romano della penisola iberica, Geronzio, che si era ribellato a Roma e mirava a crearsi uno stato indipendente. Per due anni queste popolazioni, tre di origine germanica e gli Alani che erano una popolazione sarmatica, si aggirarono per le fiorenti campagne iberiche, abbandonandosi al saccheggio ed alle devastazioni: « Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, l’esattore tirannico e il soldato depredano le sostanze nascoste nelle città: la carestia infuriò, così forte che le carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cuocerono i propri nati mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccisero qualsiasi essere umano con le forze che gli rimanevano, si nutrivano di carne, preparando la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: ferro, carestia, peste e le bestie. »
La città di Braga, in Portogallo. Clicca per ingrandire.
(Idazio, Cronaca, anno 410). Gli Svevi o Suebi di re Ermerico penetrati in Hispania,  fuori dal controllo imperiale per la ribellione di Geronzio e Massimo nel 409, devastarono per due anni le province occidentali e meridionali. Dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori che erano un piccolo numero, non più di 30.000, ottennero da Roma lo  status  di   foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio (nel 410). Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena). In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Svevi in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca. Tale regno durò fino al 558, con centro politico Braccara Augusta (l'odierna Braga).

Dittico con Stilicone, la moglie Serena e il figlio Eucherio.
Monza, tesoro del duomo. Clicca per ingrandire.
Nel 408 Uccisione del generale romano, per metà vandalo, Stilicone. Fu l'ultimo tentativo da parte dell'elemento romano di combattere la preponderanza dei germani nell'esercito e nello stato. Il successivo sacco di Roma del 410 per opera dei Goti di Alarico, dimostrò che cosa valesse l'impero senza le milizie e i comandanti germanici ed ebbe così inizio l'epoca dei regni germanici nelle provincie romane.
Flavio Stilicone (359 circa - Ravenna, 22 agosto 408) fu un magister militum romano, d'origine vandala da parte di padre, patrizio dell'Impero romano d'Occidente e console. De facto governò la parte occidentale dell'impero romano dalla morte di Teodosio I fino alla sua esecuzione. Teodosio I, sul letto di morte, lasciò il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Con Onorio, Stilicone onorò la volontà di Teodosio e a causa dell'ambiguità del suo protetto fu poi eleminato. Considerato un comandante militare fedele alla causa dell'Impero d'Occidente, seguì una politica che non sempre ebbe effetti positivi. Pur avendo ripetutamente sconfitto Alarico, non poté o non volle annientarlo definitivamente. Non riuscì, inoltre, ad evitare il crollo definitivo della barriera difensiva sul Reno. Stilicone nacque nell'odierna Germania da padre vandalo, ausiliario romano ufficiale di cavalleria sotto l'Imperatore Valente, e da madre cittadina romana. Tuttavia si considerò sempre un romano, sebbene, come molti germani, fosse di confessione religiosa ariana, considerata eretica dal resto del Cristianesimo. Parlava correttamente le tre lingue principali dell'epoca: il germanico d'uso corrente (una sorta di lingua franca per le tribù nomadi barbare), il latino e il greco (idioma prevalente nell'Impero Romano d'Oriente). Entrò nell'esercito romano, dove fece carriera, al tempo di Teodosio I, che fu l'ultimo imperatore a reggere entrambe le parti dell'impero allo stesso tempo. Nel 384, Teodosio lo inviò presso lo Scià persiano sasanide Sapore III per negoziare la pace e la spartizione dell'Armenia. La missione ebbe successo e, tornato a Costantinopoli, fu promosso al rango di comes sacri stabuli e si sposò con Serena, nipote dell'Imperatore Teodosio. Dalla loro unione nacque Eucherio e due figlie: Maria e Termanzia che andarono in spose, in momenti successivi, all'imperatore Onorio. Dopo l'assassinio dell'imperatore d'Occidente Valentiniano II nel 392, Stilicone, all'epoca magister militum, mise insieme l'esercito che poi, sotto la guida di Teodosio, vinse la Battaglia del Frigido contro le truppe di Flavio Eugenio. In questa battaglia Stilicone ebbe anche un ruolo di comando, avendo alle sue dipendenze il visigoto Alarico (che poi sarebbe divenuto suo nemico), che guidava un consistente numero di foederati goti. Stilicone si distinse particolarmente al Frigido e Teodosio vide in lui un uomo a cui poter affidare la difesa dell'Impero, tanto che lo nominò custode e difensore del figlio Onorio poco prima di morire nel 395. Pare che Stilicone affermasse di essere stato nominato custode di entrambi i figli di Teodosio, e questo incrinò in pratica i suoi rapporti con la corte della metà orientale dell'Impero. La dinamica delle tante battaglie che Stilicone combattè contro Alarico resta sconosciuta: nessuna si rivelò decisiva, e Alarico poté sempre sfuggire ad un disastro definitivo. Più di uno storico ritiene che in realtà Stilicone, a corto di soldati, cercasse un accomodamento e forse addirittura un'alleanza con il potente esercito visigoto. Sembra infatti che Stilicone intendesse usare Alarico come alleato contro l'Impero romano d'Oriente per spingere l'imperatore d'oriente Arcadio a cedere all'Impero d'Occidente di cui era imperatore Onorio, l'Illirico orientale. I dubbi sono confermati dalla decisione con cui invece difese l'Italia dall'invasione dei Goti di Radagaiso nel 406, circondati e sterminati presso Fiesole con le ultime truppe romane rafforzate dai Visigoti di Saro. Nel 405 ordinò la distruzione dei libri sibillini, le cui profezie cominciavano a essere utilizzate per attaccare il suo governo. Nella fine del 406, inviò Alarico in Epiro, stringendo con lui un'alleanza contro l'Impero d'Oriente: l'intenzione di Stilicone era farsi consegnare da Arcadio l'Illirico orientale. Per difendere l'Italia fu però necessario sguarnire le frontiere della Gallia, e proprio il 31 dicembre del 406, attraversando il Reno ghiacciato presso Mogontiacum, Vandali, Alani e Suebi o Svevi, invasero la provincia. L'immagine resta di portata storica epocale, in quanto questi popoli non sarebbero mai più usciti dall'Impero e vi avrebbero fondato, insieme agli stessi Visigoti, i primi regni romano-barbarici. L'invasione, secondo la tradizione storica, causò immani massacri. In concomitanza con questi avvenimenti, un comandante militare di nome Costantino, discese dalla Britannia (oramai completamente abbandonata dalle legioni) con le sue truppe e avendo momentaneamente ragione sui barbari, fu proclamato Imperatore ad Arles. Stilicone non fu energico com'era stato con Radagaiso, e la Gallia restò abbandonata a barbari e usurpatori. La notizia falsa di un presunto decesso di Alarico e, soprattutto, dell'usurpazione di Costantino III, trattennero Stilicone dal raggiungere Alarico in Epiro per condurre una guerra civile contro l'Impero romano d'Oriente per il possesso dell'Illirico orientale. Per ordine di Stilicone, nel 407 il generale romano di origini gote Saro, venne inviato in Gallia per porre fine all'usurpazione di Costantino III: dopo alcuni iniziali successi (Costantino III venne addirittura assediato da Saro a Valence), proprio quando l'usurpatore sembrava sul punto di capitolare, durante il settimo giorno di assedio intervennero in suo soccorso le truppe di Edobico e Geronzio, che costrinsero Saro a levare l'assedio e a ritirarsi in tutta fretta in Italia; durante la frettolosa ritirata, Saro fu costretto persino a cedere tutto il bottino accumulato ai Bagaudi (briganti) per ottenere da loro il permesso di passare le Alpi. Nel 408 infine, Alarico, atteso invano l'arrivo di Stilicone, iniziò a premere sulle frontiere dell'Italia, domandando il pagamento di 4000 libbre d'oro "per i servizi resi", ovvero gli arretrati per l'esercito gotico per tutto il tempo che era stato in Epiro in attesa di Stilicone. Ovviamente anche questa vicenda confermerebbe la possibilità di un accomodamento tra Stilicone e Alarico. Il senato romano fu messo di fronte al fatto compiuto: soltanto un senatore di nome Lampadio, secondo la tradizione, ebbe il coraggio di affermare che non si trattava di alleanza ma di schiavitù. Secondo Zosimo, Stilicone intendeva inviare Alarico in Gallia per combattere l'usurpatore Costantino III, e avrebbe avuto l'approvazione dell'imperatore d'occidente Onorio, che scrisse persino ad Alarico, ma l'assassinio di Stilicone mandò a monte tutto. A questo punto Onorio decise di recarsi a Ravenna, per visitare l'esercito qui preparato. Si dice che Stilicone, volendo impedire quel viaggio, avrebbe spinto Saro a generare una rivolta dei soldati a Ravenna per intimidire Onorio, ma ciò non diede i risultati sperati e Onorio raggiunse comunque Bologna. Qui, incontrato Stilicone, ebbe con lui una discussione accesa: Onorio intendeva infatti andare a Costantinopoli per reclamare il trono d'Oriente essendo deceduto da poco suo fratello Arcadio, ma Stilicone lo convinse che la presenza dell'Imperatore in Italia in questi frangenti così delicati (con Alarico e Costantino "III" in agguato) era necessario e che sarebbe stato meglio che fosse andato lui stesso in Oriente a sistemare le cose. Convinto Onorio, Stilicone si preparò per partire per Costantinopoli ma, narra Zosimo, Stilicone tardò ad eseguire ciò che aveva promesso. Era il canto del cigno per Stilicone: la debolezza dell'impero, pur imputabile ad una catena di eventi scatenati dalla sconfitta di Adrianopoli e dall'inutile carneficina del Frigido, era palese. Per di più la sua origine non romana e il suo credo ariano gli procurarono odio tra i cortigiani imperiali, specialmente Olimpio, che complottarono contro di lui nel 408, spargendo diverse voci: che aveva pianificato l'assassinio di Rufino, che stava brigando con Alarico, che aveva invitato i barbari nel 406 in Gallia e che intendeva dirigersi a Costantinopoli con l'intenzione di mettere sul trono imperiale il figlio Eucherio. L'esercito si ammutinò a Pavia il 13 agosto, uccidendo almeno sette ufficiali anziani. Onorio riuscì a fatica a frenare la rivolta, mentre a Bologna Stilicone, alla notizia di questa rivolta, non sapeva quale mossa fare; inoltre Saro di notte uccise tutti gli Unni che stavano a guardia di Stilicone, e Stilicone si ritirò allora a Ravenna. Per di più, Olimpio riuscì a mettere contro Stilicone l'Imperatore Onorio stesso, inducendolo a scrivere all'esercito di Ravenna, di catturare Stilicone. Saputolo, Stilicone cercò di rifugiarsi di notte in una chiesa, ma il giorno successivo i soldati di Onorio entrarono nella suddetta chiesa e giurarono di fronte al vescovo che Stilicone avrebbe avuta salva la vita, venendo condannato solo al carcere; tale promessa non fu però mantenuta, in quanto uscito Stilicone dalla Chiesa, lo stesso ufficiale che aveva dato il primo ordine, violando la promessa, ordinò la sua uccisione. Anche se avrebbe facilmente potuto evitare l'arresto e sollevare le truppe a lui fedeli, non lo fece per timore delle conseguenze che il fatto avrebbe avuto sul destino del traballante impero occidentale, e spinse le truppe a lui fedeli che intendevano salvarlo, di desistere, accettando la propria sorte. Fu giustiziato il 22 agosto 408 da Eracliano, mentre il figlio Eucherio fu assassinato poco dopo. In tutta Italia scoppiò un'ondata di violenza contro le famiglie dei barbari foederati, che andarono allora ad ingrossare le file dell'esercito di Alarico. Questi attraversò le Alpi Giulie, devastò la penisola e pose l'assedio a Roma, che cadde e fu saccheggiata dopo due anni (nel 410). Dopo otto secoli un esercito straniero entrava di nuovo a Roma. Nella navata centrale della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, si può vedere un sarcofago paleocristiano in marmo chiamato Sarcofago di Stilicone. Risulta tuttavia inverosimile, per il luogo e il modo in cui fu ucciso, che il generale sia stato sepolto a Milano; il nome della tomba si deve probabilmente ad una tradizione popolare.

Nel 410 - I Visigoti, su cui regna Alarico, conquistano e saccheggiano Roma. L'episodio avviene dopo anni di promesse (non mantenute) di terre ad Alarico da parte dell'imperatore romano, come pagamento per i servizi militari prestati dai Visigoti all'impero. Da allora Roma perse la sua importanza mondiale, al punto che la nuova capitale dell'impero d'occidente fu trasferita a Ravenna. Nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana. Quattro anni dopo, nel 70 d.C., Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato, e il contenuto del Santo dei Santi venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva l'immenso candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., quando Roma fu saccheggiata a sua volta, gli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ».

Invasione di Angli e Sassoni nella Britannia romana,
- Nello stesso 410 i germani  Angli  Sassoni  invadono la Britannia.                                                                                               
Nel 411 - Primo Concilio di Cartagine che ebbe come tema l'eresia donatista, dopo che nel 406 l'imperatore Onorio, attraverso l'Editto di Unione, aveva assimilato i donatisti agli eretici e dato le loro proprietà ai cattolici. Il vescovo donatista Primiano, non volendosi dare per vinto, si recò dall'Imperatore a Ravenna, chiedendo e ottenendo un dibattito con i cattolici, sul cui esito si sarebbe pronunciato da arbitro il praefectus praetorio. L'imperatore nel 410 diede incarico al senatore Marcellino di organizzare i preparativi per la conferenza. Lo stesso Marcellino doveva esserne arbitro e giudice. Con lettera del primo giugno 411, Marcellino invitò alla conferenza i vescovi delle due confessioni, assicurando imparzialità di giudizio. Nel dibattito emersero entrambe le posizioni, quella cattolica e quella donatista, e Agostino, vescovo d'Ippona, ribatté con le sue argomentazioni, divenendo la figura chiave di tutto il concilio. Egli si soffermò, in particolare, sul rapporto ministro-sacramenti, affermando che chi ribattezza "pone la propria speranza in un uomo" e non in Cristo, vero auctor sacrament. Noi siamo stati salvati solo per i Suoi meriti e per Sua giustificazione. Inoltre i sacramenti dei donatisti, anche se sono validi, non sono però fruttuosi, a causa della loro posizione scismatica. Infatti mancano della grazia santificante dello Spirito Santo. Costui opera solo nella Chiesa unita e non agisce nelle comunità separate. A tarda sera Marcellino emanò il verdetto secondo cui i donatisti erano stati confutati. Questa decisione fu confermata da Onorio con editto del 30 gennaio 412. Agostino d'Ippona (latino: Aurelius Augustinus Hipponensis; Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) è stato un filosofo, vescovo cattolico e teologo berbero. Padre, dottore e santo della Chiesa cattolica, è conosciuto semplicemente come sant'Agostino, detto anche Doctor Gratiae ("Dottore della Grazia"). Secondo Antonio Livi, filosofo, editore e saggista italiano di orientamento cattolico, è stato «il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto». Le Confessioni sono la sua opera più celebre. Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori. Agostino stesso narra che fu attratto dalle promesse di una filosofia libera dai vincoli della fede; dalle vanterie dei manichei che affermavano di aver scoperto delle contraddizioni nelle Sacre Scritture; e, soprattutto, dalla speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica della natura e dei suoi fenomeni più misteriosi. La mente indagatrice di Agostino era entusiasta per le scienze naturali ed i Manichei dichiaravano che la natura non aveva segreti per Fausto di Milevi, il loro dottore. (Milevi era in Numidia, l'attuale Algeria). Tuttavia, tale adesione non fu scevra da dubbi che l'attanagliavano: essendo torturato dal problema dell'origine del male, Agostino, nell'attesa di risolverlo, diede credito all'esistenza di un conflitto tra due principi. C'era, inoltre, un fascino molto potente nell'irresponsabilità morale che risultava da una dottrina che negava la libertà ed attribuiva la commissione di crimini ad un principio esterno. Nel 383, Fausto di Milevi, il celebre vescovo manicheo, giunse a Cartagine. Agostino gli fece visita e lo interrogò, ma scoprì nelle sue risposte solo volgare retorica, assolutamente estranea a qualsiasi cultura scientifica. L'incantesimo si ruppe e, anche se Agostino non abbandonò immediatamente il gruppo, la sua mente iniziò a rifiutare le dottrine manichee. Nel 383 Agostino, all'età di 29 anni, cedette all'irresistibile attrazione che l'Italia aveva per lui; a causa della riluttanza della madre a separarsi da lui, dovette ricorrere ad un sotterfugio ed imbarcarsi con la copertura della notte. Non appena giunto a Roma, dove continuò a frequentare la comunità manichea, si ammalò gravemente. Quando guarì aprì una scuola di retorica ma, disgustato dai trucchi dei suoi alunni, che lo defraudavano spudoratamente delle loro tasse d'istruzione, fece domanda per un posto vacante come professore a Milano. Il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco l'aiutò ad ottenere il posto con l'intento di contrastare la fama del vescovo Ambrogio. Dopo aver fatto visita al vescovo, però, si sentì attratto dai suoi discorsi e iniziò a seguire regolarmente le sue predicazioni. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: egli cercò sempre di conciliare l'atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita pratica e attiva. Poiché visse spesso drammaticamente il conflitto tra i due estremi, il suo pensiero consistette nel tentativo grandioso di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Fu proprio l'insoddisfazione per quelle dottrine che predicavano una rigida separazione tra bene e male, tra luce e tenebre, a spingerlo ad abbandonare il manicheismo, e a subire l'influsso dapprima dello stoicismo e poi soprattutto del neoplatonismo, i quali viceversa riconducevano il dualismo in unità, così che oggi gli studiosi concordano sul fatto che la filosofia agostiniana è sostanzialmente di stampo neoplatonico. Ciò significa che Agostino recepì il pensiero di Platone filtrato attraverso quello di Plotino. Rispetto a questi ultimi tuttavia egli introdusse alcuni concetti nuovi marcatamente religiosi e attinenti in particolare alla fede cristiana: sostituì ad esempio la teoria della reminiscenza delle Idee con quella dell'illuminazione divina; o ancora, concepì la creazione dell'universo non semplicemente come un processo necessario tramite il quale Dio (plotinianamente) si manifesta e produce se stesso, ma come un libero atto d'amore, tale cioè che si sarebbe anche potuto non realizzare. E soprattutto, il Dio di Agostino non è quello impersonale di Plotino, ma è un Dio vivente che si è fatto uomo. All'amore ascensivo proprio dell'eros greco, egli avvertì così l'esigenza di affiancare l'amore discensivo di Dio per le sue creature, proprio dell'agape cristiano. Secondo Agostino di conseguenza, anche il mondo e gli enti corporei, essendo frutti dell'amore divino, hanno un loro valore e significato, mentre i platonici tendevano invece a svalutarli. Questo tentativo di collocare la storia e l'esistenza terrena entro una prospettiva celeste, dove anche il male trovi in qualche modo spiegazione, rimase sempre al centro delle sue preoccupazioni filosofiche. Nonostante le sottigliezze delle interpretazioni plotiniane di Platone nelle esposizioni di Agostino, nei concili di Cartagine fu emanata la proibizione per tutti, vescovi inclusi, di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Pitagora, Tolomeo ecc.

Secondo la testimonianza del cronista Idazio, nel 411 gli invasori in Hispania si spartirono le terre occupate in questo modo:
Carta dell'Hispania nel periodo 409-429 di Alcides Pinto.
 « [I barbari] si spartirono tra loro i vari lotti delle province per insediarvisi: i Vandali (Hasding, gli Asdingi) si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell'Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province. » (Idazio, Cronaca). Tutta l'Hispania, tranne la Tarraconense rimasta ai Romani, risultò dunque occupata dai Barbari nell'anno 411. Orosio, vissuto all'epoca dei fatti, afferma esplicitamente che l'occupazione fu illegale, ma dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori, che erano un piccolo numero, non più di 30.000, avevano ottenuto da Roma lo status di foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio nel 410. Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena). In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Suebi (Svevi) in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca. Tale regno durò fino al 558, il suo centro politico fu Braccara Augusta (l'odierna città di Braga).

Territori degli Unni, con la loro capitale nella pianura ungherese,
nella metà del V secolo. Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Unni
Nel 412 - 413 - Lo storico e ambasciatore Olimpiodoro di Tebe conduce un'ambasceria presso gli Unni, che erano già stanziati lungo il corso medio del Danubio.
Quindi gli Unni, popolo guerriero nomade, probabilmente di ceppo turco, provenienti dalla Siberia meridionale, sono giunti in quegli anni  nella grande pianura ungherese e probabilmente, secondo la teoria di Heather, fu lo spostamento degli Unni a spingere Radagaiso (condottiero ostrogoto che capo di una vasta coalizione di tribù germaniche e celtiche invase l'Italia tra la fine del 405 e gli inizi del 406, per poi essere sconfitto dall'esercito romano nella battaglia di Fiesole) a invadere l'Italia, Vandali, Alani, Svevi e Burgundi a invadere le Gallie, mentre Uldino (uno dei primi capitribù degli Unni durante il regno degli imperatori Arcadio e Teodosio II) invade la Tracia durante la crisi del 405-408. All'epoca dell'ambasceria di Olimpiodoro, gli Unni erano governati da molti re, ma nel giro di vent'anni, probabilmente attraverso lotte violente, il comando fu unificato sotto il comando di un unico re: Attila.
Nella metà del V secolo, gli Unni costituiranno un regno nell'Europa centro-orientale e, come gli orientali Xiongnu, incorporeranno gruppi di popolazioni tributarie, arrestando così il flusso migratorio ai danni dell'Impero che essi stessi avevano provocato, in quanto, volendo dei sudditi da sfruttare, impedivano ogni migrazione da parte delle popolazioni sottomesse. Nel caso europeo, Alani, Gepidi, Sciri, Rugi, Sarmati, Slavi e specialmente le tribù gotiche, vennero tutti uniti sotto la supremazia militare della famiglia degli Unni. Guidati dai re Rua, Attila (406-453 che apparteneva alla famiglia reale) e Bleda, gli Unni si rafforzarono molto.

Scuola di Atene di Raffaello Sanzio. In quest'opera Raffaello rappresenta
i grandi filosofi del passato: l'unica donna è Ipazia di Alessandria.
Nel 415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e patriarca d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa  biblioteca contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi), che fu data alle fiamme, ordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca, nata nel 370 ed erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia concepì e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo invece aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo legò a se Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di: "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!". Nel seguente link c'è il racconto in cui sono ricostruite la figura e la fine di Ipazia: QUI. Ipazia fu poi rappresentata fra i grandi filosofi nella "Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio.



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