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martedì 22 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.16: dal 753 al 650 p.e.v. (a.C.)

Mappa del luogo in cui fu edificata Roma. Sono indicati il
Tevere, i colli, il Foro centrale comune, dedicato alla vita
sociale e fuori dall'area urbana il campo Marzio, "di Marte",
dove si poteva circolare con le armi, contrariamente
che all'interno dell'urbe.
Dal 753 a.C. -  E' intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo che, nel luogo in cui vi era già un'insediamento protourbano abitato da varie tribù italiche in cui erano preponderanti i Latini e i Sabini (o Sabelli), oltre alla presenza di Etruschi, i primi a fondare città-stato sul suolo italico, venne fondata Roma il cui nome magico segreto è Flora, "che fiorisce".
Fu proprio dagli Etruschi che furono trasmessi al mitico Romolo gli insegnamenti dei cerimoniali per la fondazione della città.
Caratteristica fondamentale della nuova città fu l'idea di un potere politico condiviso.
Romolo co-regna infatti con Tito Tazio, re Sabino e viene inoltre istituito un foro (forum, cioè fuori dai centri abitati) per legiferare in uno spazio comune e viene decretato uno stato di diritto (ius, da iusiurandum, "giuramento") che stabiliva i patti, le relazioni fra le varie istituzioni sociali. Mentre i poteri dispotici orientali sono identificabili da urbanizzazioni in cui solo i templi e il palazzo del re, unico detentore del potere, hanno un rilievo, nell'antica Roma abbiamo le "curie" per le assemblee e una netta ripartizione dei compiti e delle funzioni delle varie componenti del nuovo sistema sociale. Romolo istituisce anche un calendario di 10 mesi, e i nomi da settembre a dicembre che usiamo tuttora derivano da quella ripartizione dell'anno.
Carta dell'antica Roma di Romolo.
La cinta muraria esterna fu iniziata
da Tarquinio Prisco e ultimata da
Servio Tullio. Clicca sull'immagine
per ingrandirla.
Il 29-10-2006 Andrea Carandini, un archeologo che ha realizzato numerosi scavi nel centro di Roma, racconta alla cittadinanza gli eventi della fondazione di Roma del 21 aprile del 753 a.C., data più simbolica che vera. File solo audio ma preciso, esauriente, completo e intelligente nell'analisi della nascita di una nuova politica, che contraddistinguerà la cultura di tutto l'Occidente; per ascoltarlo, clicca QUI.
Con i suoi 290 ettari, la prima Roma era più estesa di Veio, la maggiore città etrusca, e proprio gli etruschi furono fra i primi fondatori di città, a cui si rivolse Romolo per conoscere i riti e le liturgie augurali delle fondazioni. Alla fondazione della città sono legate le tre imprese di Romolo:
Le tre aree di Roma interessate
dalle tre imprese di Romolo.
- la prima impresa di Romolo (con Tito Tazio, che co-regnava come re dei Sabini alleati) fu la benedizione del Palatino del 21 aprile (l'augurium) come cuore dell'abitato, con la cittadella del re.
- La seconda impresa di Romolo fu l'istituzione del Foro, del Campidoglio e dell'Arce, centro politico-sacrale della città-stato, in territorio neutro, super-partes.
Schema dell'organizzazione sociale nella prima Roma
monarchica. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

- La terza impresa di Romolo fu l'istituzione di tre ordinamenti correlati fra di loro: l'ordinamento del tempo, il calendario; l'ordinamento nello spazio con il confine, le mura con le porte della città (attorno al pomerium); l'ordinamento fra la gente, la ripartizione della popolazione in trenta assemblee, le curie.
La prima organizzazione politica della Roma monarchica è contraddistinta da un monarca elettivo, con pieni poteri, spesso forestiero onde evitare favoritismi di parte, e un corpo civico consultivo, formato dalle 3 tribù delle etnìe (Latini, Sabini ed Etruschi) costituenti la popolazione. Le tribù esprimono a loro volta 10 curie ciascuna (curia da "couviria"), le assemblee di maschi adulti, le quali si manifesteranno nei comizi curiati, la prima assemblea popolare. Il Senato, consiglio degli anziani capofamiglia, sarà il fulcro del corpo civico con compiti di reggenza negli interregno, fra un re e l'altro.
Inoltre molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca, sono firmati "Populus Romanus Quirites", intendendo per Populus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites (dal latino "couvirites", in Italiano "assemblee dei maschi adulti") l'insieme del corpo civico.

Carta dell'Italia nell'VIII sec. a.C. con indicate le zone in cui erano
stanziati i Cartaginesi, gli Umbri-Sabelli-Latini, i Greci, gli Etruschi,
la Cultura di Golasecca. Sono indicati inoltre i centri di Spina,
Fèlsina (l'attuale Bologna) Ravenna, Chiusi e Tarquinia in
territorio Etrusco. Sono poi indicate Cuma, Taranto, Reggio,
Messina e Siracusa. In Sicilia si sono inseriti i Sicani, iberici
scacciati dai Liguri, e i Siculi, probabilmente d'origine
ligure, l'unica popolazione occidentale autoctona
pre-indoeuropea. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta del Peloponneso con le sue regioni e città.
Sono evidenziate Sparta e la Messenia.
Dal 750 a. C. - Per quanto fin dalla sua fondazione, nel 1.200 a.C., Sparta eccellesse per le proprie produzioni artistiche e, ad esempio, per i propri cori religiosi, probabilmente a causa della migrazione in Arcadia di molti esponenti della tribù di Beniamino (vedi eventi del 1.140 a.C.), nel 750 a.C. aveva rinunciato a produrre arte, poesia, artigianato in bronzo e ceramica, vanto del centro religioso che era stato e decise di occupare la Messenia (di un'estensione di 8.000 Kmq.) assoggettando la sua società e le sue grandi risorse agricole e di ferro; si dovette così concentrare a dominare una popolazione di 250.000 uomini con 10.000 guerrieri. Per organizzarsi a questo scopo, Sparta si era trasformata in una società militarista egualitaria: ogni cittadino-guerriero spartiato aveva la stessa quantità di terre degli altri, non disponeva di denaro e non poteva vestirsi in maniera diversa dalla moltitudine. Gli Spartani, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco.
Prospetto della Costituzione
di Sparta. Clicca sull'immagine
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Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera.
Opliti Spartiati. Clicca sull'immagine
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I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare.
Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia: rappresentava per i greci antichi un modello di virtù.

- A metà dell'VIII secolo a.C., popolazioni di Germani risultano attestate lungo l'intera fascia litoranea che va dall'Olanda alla foce della Vistola. La pressione verso i territori interni si manifestò nei secoli successivi non come un movimento unitario e unidirezionale ma come un intricato processo di avanzamenti, retrocessioni e infiltrazioni in regioni abitate anche da altri popoli. Reperti archeologici confermano l'esistenza, dal 700 a.C., di popolazioni di cultura germanica detta di "Jastorf", collocata tra la Scandinavia del sud e le coste del Baltico (nello Jutland danese) e lungo il corso del fiume Elba. Da quell'epoca iniziano le prime grandi migrazioni di popolazioni germaniche verso sud e sud-ovest. Secondo Tacito nel suo "De origine et situ Germanorum", il loro progenitore comune era «il Dio nato dalla terra» tramite suo figlio Mannus o anche Manu, da dove nasce l'espressione "umanità". In quei tempi erano tutti amalgamati, quasi un unico popolo, ma si distingueranno in varie tribù, con alcune analogie negli usi e costumi e nelle loro arcaiche istituzioni che saranno anche molto differenziate. Si suddivideranno così in Germani, Danesi, Svedesi, e in seguito ancora in Franchi, Angli (da cui gli inglesi), Sassoni o Britannici. La loro divisione diventerà quasi netta, chi dai IV-III secoli a.C. e chi dopo, fino ai III-IV secoli d.C., quando inizieranno a scendere a sud, prima per fare razzie, poi per stabilirsi in vari territori, Italia compresa.

Ubicazione della Cultura celtica di Golasecca con le
varie genti Liguri, Celto-Liguri e Celtiche
stanziate in quei territori.
Dal 700 a.C. - Nell'ambito della Cultura Celtica di Golasecca, la situazione climatica, rispetto ai secoli precedenti, migliorò verso la fine dell’ VIII secolo e a testimonianza di ciò vi è la nascita di complessi abitativi e di necropoli lungo le due sponde del Ticino allo sbocco nel lago Maggiore. Si suppone che quelle genti controllassero la zona strategica che va dai passi alpini che conducono all’alta valle del Rodano e a quella del Reno e a sud seguendo le vie fluviali fino al Po. Tra gli scavi effettuati a Golasecca, Castelletto Ticino e Sesto Calende, spiccano due tombe a incinerazione databili VII secolo a.C., la cui ricchezza principesca fuga ogni dubbio sul rango che dovevano detenere i guerrieri all’interno della cultura di Golasecca, infatti al loro interno sono stati ritrovati un carro a due ruote, elmo e gambiere di bronzo, spada di ferro, lunga lancia di ferro con l’asta munita di tallone e situla di bronzo istoriata, servizio da bevande, il cui secchio (il calderone dei Celti) spicca per importanza in quanto è diverso da tutti gli altri, non vi è comunanza con i contemporanei etruschi e italici, con quelli veneti e con lo stile hallstattiano, ovvero significa che tale opera va attribuita ad una produzione autoctona in seguito anche esportata oltralpe.
Bacile in bronzo ritrovato a
Castelletto Ticino.
La principale caratteristica di tale decorazione sta nel fatto che mentre in nelle altre zone italiche iniziano a venir fatte decorazioni in rilievo e mediante tratti continui al fine di dare maggior contorno e realismo all’immagine, tecnica che caratterizzerà l’arte lateniana, a Golasecca si utilizza una tecnica che deriva direttamente dalla fine dell’età del bronzo, ovvero il rappresentare figure volutamente non realiste, mediante una serie di punti sbalzati dal rovescio. La volontà di non rappresentare figure simili alla realtà si evince anche dal fatto che tutte le rappresentazioni figurative sono in stile antropomorfo e questo non per incapacità o mancanza di originalità, ma per una precisa volontà. Un esempio per tutti è il bacile bronzeo ornato con leoni e persone alate ritrovato a Castelletto Ticino.
Stele di Bormio.
Esiste comunque una raffigurazione che consente di identificare l’aspetto dei celti di Golasecca, si tratta di una stele ritrovata a Bormio, (vedi figura "stele di Bormio") in Valtellina, estremamente importante sia perché unico ritrovamento del suo genere, sia per la rappresentazione che fornisce e che si ricollega all'aspetto guerriero golasecchiano, dandoci possibili indizi sul perché sono state ritrovate solo due tombe del livello sopra descritto. In questa raffigurazione spicca un personaggio di faccia, coperto da un grande scudo e con in testa un elmo, che tiene in mano un’insegna militare, tale insegna è parallela ad una lancia che sta dietro un piccolo scudo rotondo e che potrebbe trattarsi di un trofeo. Tale personaggio potrebbe essere sia un capo militare sia il Dio protettore del popolo, messo in una posizione che dà l’impressione di assistere ad una parata militare preceduta da trombettieri. Questa raffigurazione unita ai ritrovamenti nelle due famose tombe, possono significare che in alcuni momenti della loro storia, i Celti di Golasecca hanno avuto la necessità di formare un apparato militare; il carro a due ruote è un segno di questa urgenza, in quanto è databile al VII secolo a.C. mentre nel resto d’Europa si diffuse nel V secolo a.C.
Una cosa è certa, nonostante in Italia la cultura di Golasecca sia ignorata, fu un elemento fondamentale della cultura europea, ne influenzò le mode e lo stile artistico, lungo le vie commerciali che collegavano le due sponde delle Alpi e da lì nel resto d’Europa, le creazioni golasecchiane si sono diffuse un po’ ovunque, Francia, Belgio, Renania e Boemia; soprattutto oggettistica di bronzo prodotta grazie sia alle materie prime che transitavano sul suo territorio, come lo stagno proveniente dalla Boemia e dalla Gran Bretagna, sia dalle materie prime estratte dalle Alpi come il rame. La produzione bronzea era svariata, comprendeva recipienti, pendenti, oggetti ornamentali, porta fortuna e tutto ciò che col bronzo si può fare, oggettistica che si troverà frequentemente nelle tombe dei principi transalpini, insieme al carro a quattro ruote utilizzato per il trasporto del defunto, servizi per bevande con contenitori esageratamente grossi, fino alla capacità di 1100 litri come quello ritrovato a Vix. Per informazioni sull'importanza dei "calderoni" nella cultura e spiritualità celtiche, vedi il post "I Celti: Storia Cultura", cliccando QUI. Un’altro prodotto tipicamente golasecchiano è il Kline, un grosso letto in bronzo su cui veniva deposto il defunto all’interno della tomba, tipo il famoso kline della tomba principesca di Hochdorf a Stoccarda.
La croce celtica con i 4 oggetti affini alle direzioni
cardinali e gli alberi consacratii alle
direzioni intermedie.
 I prodotti in bronzo non sono gli unici reperti che si possono trovare nelle tombe principesche transalpine, infatti parecchie ceramiche riferibili a Golasecca sono state trovate in importanti tombe in area francese, svizzera e tedesca, ad esempio un caratteristico bicchiere decorato con motivi orizzontali rossi e neri. Senza voler attribuire, in mancanza di prove concrete, la paternità della croce celtica a Golasecca, va detto però che una tipica decorazione della ceramica golasecchiana consisteva nel stampigliare una croce inscritta in un cerchio, decorazione che nel VI secolo a.C. valicò le Alpi per diffondersi in Europa, dove i ritrovamenti di questo vasellame vanno dall’est della Francia fino alla valle del Danubio. Non solo l’oggettistica golasecchiana si diffonde in Europa, ma anche le tecniche stilistiche, come nel caso dei vasi stampigliati ritrovati in Armonica (l'attuale Bretagna e Inghilterra meridionale) nel VI secolo, luogo in cui non vi sono i precedenti che al contrario abbondano in nord Italia. Ciò può spiegare come l’oggettistica sia arrivata in quelle zone tramite i movimenti commerciali fatti dai golasecchiani i quali dovevano procurarsi lo stagno proveniente dall’altro lato della Manica, commercio che porterà tre secoli più tardi al ritrovamento di dracme padane in Cornovaglia. (Per le dracme padane vedi il 390 a.C.).
Carta delle prime culture celtiche apparse in Europa:
Golasecca nel XII sec. a.C., Hallstatt dal VII sec. a.C.
e La Tène dalla metà del V sec. a.C.
Che questo tipo di oggetti furono il motivo trainate di questi commerci e delle conseguenti esportazioni stilistiche si evince dal fatto che contemporaneamente alla stampigliatura armoricana, compare in Boemia la ceramica decorata a traslucido, una novità per il posto ma già ben conosciuta e diffusa a Golasecca, e la Boemia è un’altra zona stannifera. La ceramica stampigliata influenzerà nel V secolo a.C. la cultura lateniana, dove tale tecnica verrà adottata diventandone un fattore tipico. Le stesse decorazioni: esse, cerchi, croci e più raramente motivi vegetali e animali, la loro posizione ed i punzoni utilizzate non lasciano dubbio che la matrice originaria era Golasecca. Dal Blog "Sanremo Mediterranea":
per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI,
per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI,
per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti", clicca QUI.
Vedi anche: http://culturaprogress.blogspot.it/2014/12/la-cultura-di-golasecca.html

Primi insediamenti europei dei Celti: la cultura di Golasecca,
la cultura orientale di Hallstatt, a sud del Danubio
e la cultura occidentale di La Tène.
- In Europa centrale, nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia, nell'odierna Austria) dal 700 a.C. fino al 450 a.C., si sviluppò la Cultura Celtica di Hallstatt, resa fiorente dal commercio del sale e dalla produzione e commercializzazione di oggetti in ferro. La Cultura Celtica si basava prevalentemente su tre classi sociali:
Ogham su pietra, da
Carn Enoch, Galles, UK.
- la sacerdotale (druidica), che conservava e tramandava solo oralmente, la memoria collettiva
- l'aristocrazia guerriera dedita alle armi e alla caccia,
- la terza, il popolo, dedito  alla lavorazione dei metalli e all'allevamento di cavalli e suini.
OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni OGHA, simbolo-lettera,
è l'iniziale di un albero-pianta, un uccello e un colore, con
i nomi in gaelico: inoltre qui indichiamo la corrispondenza
con il calendario arboricolo proposto da John King.
Clicca l'immagine per ingrandirla.
L’incontro dei Celti con i Greci ebbe poi un grande valore culturale, perché diffuse nell’Europa celtica la scrittura alfabetica, anche se i Celti avevano un loro sistema di scrittura, l'ogham, l'alfabeto celtico,  che veniva usato esclusivamente dai druidi, e solo nei rituali sacri.
Fra i Celti, la conoscenza veniva tramandata nella classe sacerdotale solo oralmente, affinché non si perdesse la memoria, che veniva esercitata nella conoscenza mnemonica delle Triadi Bardiche.
Per "Celti: storia e cultura" clicca QUI,
per "Croce Celtica" clicca QUI,
per "Ogham: la scrittura rituale degli antichi Celti" clicca QUI

Cartina dell'antica Lidia nel 700 a.C.
In Europa compaiono le prime monete. Secondo Erodoto, i Lidi furono il primo popolo ad introdurre l'uso di monete d'oro e d'argento e il primo a stabilire negozi per la vendita al minuto in località permanenti. Non è chiaro, tuttavia, se Erodoto volesse significare che i lidi fossero stati i primi a introdurre monete di oro e argento puro o in generale le prime monete in metallo prezioso. Nonostante l'ambiguità, questa asserzione di Erodoto vale come attestazione spesso citata a favore del fatto che i lidi avessero inventato la monetazione, almeno in occidente, anche se le prime monete non erano soltanto d'oro o d'argento, ma costituite da una lega dei due metalli.
Antiche monete della Lidia.
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La datazione di queste prime monete coniate è uno degli argomenti dell'antica numismatica dibattuti più frequentemente, con date che vanno dal 700 a.C. al 550 a.C., ma la considerazione tenuta più comunemente è che esse fossero state coniate all'inizio (o quasi) del regno di re Aliatte (talvolta riferito in modo non corretto come Aliatte II), che governò la Lidia tra il 610 e il 550 a.C.
Il figlio di Aliatte fu Creso, che divenne sinonimo di ricchezza, e la città in cui risiedeva era Sardi, rinomata come bellissima città. Intorno al 550 a.C., all'inizio del suo regno, Creso finanziò la costruzione del tempio di Artemide (l'Artemision) a Efeso, che divenne una delle Sette meraviglie del mondo antico. Creso venne sconfitto in battaglia da Ciro II di Persia nel 546 a.C., per cui il regno lidio perdette la sua autonomia diventando una satrapia persiana, di cui il capoluogo era Sardi.
Fondamentale per la datazione delle prime monete, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso, il tempio fatto costruire da Creso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a.C. Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia.
La monetazione in elettro, battuta essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio", comprende lo statere (di circa 14,1 grammi, anche se le più grandi di queste monete sono comunemente riferite come 1/3 di statere, trite, del peso di circa 4,7 grammi, e nessuno statere intero di questo tipo sia mai stato trovato ) e alcune sue frazioni, fino a 1/96.
Scultura che ben rappresenta
lo stato d'animo della schiavitù.
Busto noto come Pseudo Seneca,
uno dei tanti custoditi nel museo
archeologico di Napoli, parte di
una serie di ritratti immaginari, a
volte identificati con Lucrezio,
raffiguranti il poeta Esìodo.
Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto "quadrato incuso", sull'altro. Le monete della Lidia venivano stampate con una testa di leone decorata con ciò che è probabilmente un raggio di sole, simbolo del re.
L'assegnazione a zecche specifiche risulta spesso problematica.
L'alto valore delle diverse denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche di livello piuttosto elevato. L'introduzione del denaro favorì il commercio di schiavi. L'antica Grecia diventò perciò la prima società schiavistica della storia, dove nacque una forma di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie.
Carta con parte dell'antica Ionia
con Sardi, Efeso e l'isola di Chio.
L'invenzione della schiavitù-merce si deve a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perché i Lacedemoni e i Tessali hanno tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che essi conquistarono, e li chiamarono rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato.

Alfabeto di
Lugano o
Lepontico.
Lepontii erano una delle diverse tribù celtiche indigene delle Alpi, distinta da quei Galli (come i Boi) che invasero la pianura padana in tempi storici. La lingua leponzia (o più recentemente anche lepontico) era la loro lingua, ora estinta, parlata fra il 700 a.C. e il 400 a.C. La lingua è conosciuta solo attraverso alcune iscrizioni che furono redatte nell'alfabeto di Lugano, da alcuni chiamato anche alfabeto Etrusco settentrionale, una delle cinque principali varietà di alfabeto italico settentrionale. Queste iscrizioni furono scoperte nell'area intorno a Lugano, comprendente anche il Lago di Como e il Lago Maggiore. Il raggruppamento di tutte queste iscrizioni in una singola lingua definita "celtica" è discusso: alcune (specialmente le più antiche) vengono considerate scritte in una lingua non-celtica affine al ligure (Whatmough 1933, Pisani 1964). Scritture simili furono usate per il retico, il venetico e le rune germaniche, che probabilmente derivano da una scrittura appartenente al gruppo degli alfabeti nord-italici. Da http://menhir-ticino.webs.com/alfabetoliticolugano.htm.

Stele di Prestino con iscrizione nei caratteri dell'alfabeto di Lugano.
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Alfabeto Etrusco
Settentrionale.
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Il Lepontico apparterrebbe quindi ad uno strato linguistico proto-celtico e pre-gallico, ovvero anteriore all'invasione gallica del 388 a.C. e dalle recenti ricerche individuato come una componente del ligure, che viene così a perdere il carattere sostanzialmente indoeuropeo a lungo attribuitogli: Ligure e Leponzio farebbero parte di un area linguistica caratteristica dell'Italia nord-occidentale da inserire nel più vasto quadro della famiglia delle lingue proto-celtiche. A sostegno di questa ipotesi, la migliore testimonianza ci è data dalla famosa stele di Prestino, sede dell'antica Comum (Como), in cui si legge: “UVAMOKOZIS PLIALE U UVLTIAUIOPOS ARIUONEPOS SITES TETU”. 
Alfabeto tartessico,
dell'antica Tartesso.
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Interpretando queste frasi con la fonetica del linguaggio ligürü = lingua o gergo degli antichi Liguri, (i Liguri si esprimevano in una lingua comune risalente al proto-iberico centrale, e sia la fonetica che la scrittura erano espresse dall'alfabeto di Tartesso, sulla foce del Guadalquivir in Spagna, nei pressi dell'attuale Siviglia) si potrebbe dedurre, capire od interpretare due degli etimologhi come nomi di dei o divinità: UVLTIAUIOPOS e ARIUONEPOS. Si deve pensare che il settentrione italico era abitato da popolazioni di ceppo ligure, come gli Euganei, gli Stoni, i Trumplini e i Camuni, e si ipotizza che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca.
L'antico linguaggio dei Liguri, che è stato la matrice di quello dei Baschi, ha forgiato anche il proto-celtico dell'Italia settentrionale, fra cui il lepontico, e in tempi successivi la langue d'oc, il catalano e il provenzale.
Dal Blog "Sanremo Mediterranea":
per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI,
per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti" clicca QUI.

Gli Stoni o Stoeni, in letteratura detti anche Stini o Steoni, furono un popolo dell'Italia antica, sottoclasse  degli Euganei (che erano Liguri Ingauni), stanziato nel sud delle Alpi, nell'area geografica della Valle del Chiese, Valli Giudicarie in Trentino e della Val Sabbia e Val Vestino in provincia di Brescia. Il loro villaggio-capitale era Stonos che per alcuni ricercatori, tra questi Federico Odorici e Scipione Maffei, corrisponderebbe all'attuale Vestone, mentre per altri a Storo o a Stenico. Dal nome del popolo degli Stoni deriva lo stesso toponimo di Vestone, ma anche Bostone, monte Stino e Val Vestino.

Carta con gli insediamenti degli Euganei, Carni, Veneti
(Venetici), Reti, Camuni, Leponzi e Cenomani.
I Camuni erano una popolazione che abitava l’attuale Val Camonica, sottomessa dai Romani nel 16 a.C. con la spedizione militare di Publio Silio contro le popolazioni alpine. Il loro nome appare per secondo, subito dopo quello dei Trumplini, tra le "gentes Alpinae devictae" nell’iscrizione del Tropaeum Augusti a La Turbie, presso il principato di Monaco, il cui testo è riportato integralmente da Plinio il Vecchio (Nat. hist., III, 134). I "Camunni" erano considerati, insieme ai "Trumplini" e agli "Stoeni", questi ultimi abitanti delle Giudicarie, “gentes Euganee” da parte di Plinio poiché così era stato riportato da Catone (Nat. hist., III, 133-34), mentre Strabone (IV, 206) li considera di stirpe retica. Dal punto di vista archeologico, la Val Camonica appare durante la seconda età del Ferro (V-I sec. a.C.) al centro di un’area culturale, comprendente anche la Valtellina, la Val Trompia, la Val Sabbia e le Giudicarie, caratterizzata dalla ceramica tipo Breno-Dos dell’Arca, il cui tipo più significativo è una foggia di boccale a base svasata e con parete piatta o rientrante dalla parte dell’ansa, e da iscrizioni su ceramica e pietra in alfabeto di Sondrio, il significato delle quali rimane ancora oggi del tutto oscuro.
Alfabeto
camuno, o
di Sondrio.
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Con l’alfabeto retico di Bolzano, quello di Sondrio o Camuno condivide l’assenza della vocale o, come nell'Etrusco. Pur presentando aspetti comuni o affini, in questo periodo il territorio della cultura tipo Breno-Dos dell’Arca si differenzia in maniera precisa dall’area culturale di Fritzens- Sanzeno, che certamente corrisponde al Paese dei Reti. È probabile quindi che la notizia di Plinio sia quella giusta e che la cultura tipo Breno-Dos dell’Arca debba essere attribuita agli Euganei. Per quanto riguarda la prima età del Ferro, l’estrema lacunosità delle fonti non consente di delineare un quadro culturale preciso. Gli oggetti sporadici, per lo più di bronzo, mostrano affinità con i tipi diffusi nell’ambiente alpino centro-orientale, in particolare nell’area culturale di Luco e Meluno. I riti funerari sono scarsamente conosciuti. I pochi documenti, come la piccola necropoli di Breno del V-IV sec. a.C., alcune tombe di Castione della Presolana e due tombe di Capo di Ponte del I sec. a.C. - I sec. d.C. attestano il rito dell’inumazione. La documentazione più importante per conoscere la civiltà dei Camuni dell’età del Ferro è senza dubbio l’arte rupestre della Val Camonica. Il IV stile copre tutto l’arco cronologico dell’età del Ferro e si può suddividere in cinque fasi: IV-1, caratterizzata da uno stile geometrico-lineare e databile all’VIII sec. a.C.; IV-2 o stile protonaturalistico, databile al VII-VI sec. a.C.; IV-3 o stile naturalistico (V-IV sec. a.C.); IV-4 (IVIII sec. a.C.) e IV-5 o stile decadente, databile al II-I sec. a.C. I principali soggetti raffigurati sono scene di caccia al cervo da parte di cavalieri armati di lancia e con l’ausilio dei cani, scene di duello, scene di parate militari con esibizione delle armi e della virilità e inoltre raggruppamenti di capanne, scene di attività artigianali (fabbro, tessitura), composizioni di armi, motivi simbolici (impronte di piedi, figure di palette, labirinti, la “rosa camuna”), iscrizioni. Dopo la conquista romana, la tribù dei Camuni fu attribuita probabilmente a Brescia. Il capoluogo della valle prese il nome di Civitas Camunnorum, centro che gradualmente assimilò il modello urbano romano, con un’area pubblica destinata ad accogliere terme, teatro e anfiteatro, quest’ultimo scoperto nel 1984-85. Nella vicina Breno, nel corso del 1986, è stato scoperto un santuario dedicato a Minerva, che ha restituito una statua della dea di marmo di Carrara. A seguito della conquista romana i Camuni adottarono gli usi romani anche nel campo dei riti funerari e si diffuse quindi la cremazione. Necropoli a cremazione sono state scoperte a Breno, Cividate Camuno e Borno.

Carta con i territori dei Leponzi, Trumplini, Tridentini, Stoni, Euganei,
Reti, Vindelici, il Norico; le Alpi centrali e orientali con i territori limitrofi.
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Reti, antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-orientali, erano inseriti nel contesto culturale di Fritzens-Sanzeno, che aveva come epicentro il Trentino e il Tirolo, sviluppandosi fino all'Engadina, nel Canton Grigioni, in Svizzera. Secondo lo storico romano Plinio il vecchio essi erano divisi in vari gruppi, riconducibili però a una unica entità etnico-culturale di origine etrusca; la molteplicità delle comunità pone serie difficoltà agli studiosi nel delineare con precisione l'area da loro occupata. A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 15 e il 16 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia. Lo storico latino Plinio il Vecchio (23 - 79 d.C.) fa derivare il nome Reti dal re eponimo "Reto", comandante delle popolazioni etrusche che, stanziate nell'area padana, furono costrette a riparare sui monti alpini dall'arrivo dei Galli. Secondo lo storico latino Tito Livio (59 a.C. - 17 d.C.) i Reti discenderebbero dagli etruschi, ritirati sull'arco alpino a seguito delle invasioni celtiche nel nord Italia. Il primo uso del termine "retico" risale a Catone il censore (234-149 a.C.), che lo utilizzò per descrivere un vino pregiato. Lo storico greco Strabone (58 a.C. - 25 d.C. circa) descrive i Reti associandoli ai Vindelici, collocandoli tra Elvezi e Boi sopra "Verona e Como"; precisa inoltre che alla "stirpe retica" appartengono sia i Leponzi che i Camuni: « Vi sono poi, di seguito, le parti dei monti rivolte verso oriente e quelle che declinano a sud: le occupano i Reti e i Vindelici, confinanti con gli Elvezi e i Boi: infatti si affacciano sulle loro pianure. Dunque i Reti si estendono sulla parte dell'Italia che sta sopra Verona e Como; e il vino retico, che ha fama di non essere inferiore a quelli rinomati nelle terre italiche, nasce sulle falde dei loro monti. Il loro territorio si estende fino alle terre attraverso le quali scorre il Reno; a questa stirpe appartengono anche i Leponzi e i Camunni. I Vindelici ed i Norici invece occupano la maggior parte dei territori esterni alla regione montuosa, insieme ai Breuni e ai Genauni; essi appartengono però agli Illiri. Tutti questi effettuavano usualmente scorrerie nelle parti confinanti con l'Italia, così come verso gli Elvezi, i Sequani, i Boi e i Germani. Erano considerati più bellicosi dei Vindelici i Licatti, i Clautenati, e i Vennoni; dei Reti i Rucanti e i Cotuanti. » (Strabone, Geografia, IV, 6.8).
Nel libro VII, sempre Strabone descrive il territorio dei Reti, che si trova a cavallo delle Alpi tra il lago di Costanza e le terre degli Insubri in Italia: « I Reti toccano per poca parte col loro territorio il lago (Lago di Costanza), mentre la maggior parte ricade sotto gli Elvezi, i Vindelici e il gruppo dei Boi. Tutti, fino ai Pannoni, ma in special modo Elvezi e Vindelici, abitano gli altipiani. I Reti ed i Norici si estendono dai passi delle Alpi fino verso l'Italia, confinando i primi con gl'Insubri, i secondi con i Carni e le terre d'Aquileia. » (Strabone, Geografia, VII, 1.5). Lo storico latino Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Storia naturale ricorda che "Feltre, Trento e Belluno sono centri dei Reti, e Verona è dei Reti e degli Euganei; « Con loro (i Norici) confinano i Reti e i Vindelici, tutti divisi in molte comunità. Si ritiene che i Reti, discendenti degli etruschi, condotti da Reto, furono scacciati dai Galli. » (Plinio il Vecchio, "Naturalis historia", III, 133). Durante l'età del ferro, soprattutto dal VI secolo a.C., si afferma nell'area tra il Tirolo ed il Trentino la cultura di Fritzens-Sanzeno, che perdurerà fino alla conquista dell'area da parte di Roma, nel I secolo a.C., che segnerà appunto la fine di quell'epoca. Dal VI secolo a.C. si segnala anche una significativa influenza etrusca nel nord-Italia, ponendosi di fatto come cultura mediatrice tra le popolazioni mediterranee e quelle transalpine. Il territorio della valle dell'Adige si presentava come la via più breve per giungere oltralpe, attraverso i due passi della Resia e del Brennero. Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; tra i vari gruppi quello dei Celti Cenomani s'inserisce tra il fiume Oglio ed Adige, sostituendo gli etruschi nei traffici con i Reti.
Alfabeti retici di
Magrè e Bolzano.
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Nelle antiche descrizioni i Reti appaiono come un popolo selvaggio portato alla guerra, che non perdeva occasione per effettuare scorrerie ed attacchi verso i fondovalle già romanizzati. D'altro lato essi stessi erano visti come un ostacolo al transito tra i versanti nord e sud delle Alpi, in quanto obbligavano al pagamento di pedaggi e assalivano convogli. Si suppone che queste descrizioni siano state volutamente enfatizzate per giustificare la conquista delle Alpi da parte dei romani. I siti archeologici più importanti sono Sanzeno e Mechel in val di Non, il Doss Castel, il castelliere sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin, e Laives: per tali insediamenti è possibile parlare di strutture protourbane. Si definisce Cultura di Fritzens-Sanzeno la cultura materiale retica, che prende il nome da queste due località (l'una nella valle dell'Inn e l'altra in Val di Non), che andò a sovrapporsi alle precedenti Cultura di Luco-Meluno e cultura di Hallstatt. La scrittura retica, la cui comparsa è collocata attorno al 500 a.C., presenta un forte influsso etrusco, se non una vera e propria derivazione. Analizzando numerose iscrizioni rinvenute nel territorio retico, sono state distinte quattro varianti grafiche: gli alfabeti di Lugano, Sondrio-Valcamonica, Bolzano-Sanzeno e Magrè. Nel caso dell'alfabeto di Lugano è stata notata una parentela con il celtico. Per l'alfabeto di Bolzano-Sanzeno e Magré è importante notare, come nell'Etrusco, l'assenza della vocale "o". I Reti, sebbene con modalità diverse e più articolate, condivisero con i Venetici l'adozione dell'alfabeto etrusco. Un'ipotesi è che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca. Nel 1960 Osmund Menghin ha avanzato l'ipotesi che i Reti non fossero una popolazione, quanto invece un "gruppo di culto", a cui si associa, per assonanza, il culto della divinità Reitia. A proposito delle divinità dei Reti è immediato il riferimento innanzitutto alla dea Reitia che veniva venerata nel santuario di Baratela a Este, nei pressi di Padova, un centro della cultura venetica. Nato alla fine del VII secolo a.C., sotto l'influsso religioso etrusco, fu frequentato fino al II-III secolo d.C. Si presume che Reitia non fosse il nome proprio della divinità, ma un attributo caratteristico di una dea, che presenta molti tratti in comune con la dea greca Artemide-Diana e che sarebbe concepibile come dea madre della fertilità, della guarigione e dell'al di là.
Statuetta della dea Reitia.
Difficile dire se le figure femminili stilizzate, le cui braccia terminano con una testina di cavallo o di uccello, rappresentino la dea Reitia. Altrettanto problematico è appurare se le popolazioni alpine siano state denominate Reti proprio in base alla loro venerazione per la dea Reitia. In ogni caso nell'età Romana è epigraficamente documentata in Valpolicella la presenza di un sacerdote che presiedeva ai "riti Reitiae" (riti della dea Rezia). A Sesto alcune iscrizioni menzionano la divinità Ierisna, simile ad Era o ad una dea delle stagioni e dei prodotti della terra.

Alfabeto d'Este
o Venetico.
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- I Veneti antichi, o Venetici,  per scrivere la loro lingua avevano adottato l'alfabeto chiamato d'Este. La civiltà o cultura Atestina o d'Este è una testimonianza dell'antica popolazione dei Venetici (Veneti) nell'Italia protostorica, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) e derivata dalla precedente e più estesa cultura protovillanoviana. L'economia era fondata sull'agricoltura, l'allevamento delle pecore, la pesca in acqua dolce. Si praticavano scambi con la regione villanoviana e l'Etruria, la Slovenia, il Tirolo e la regione hallstattiana.
Cavallo dei Veneti.
Il cavallo, chiamato Ekvo dai Veneti antichi, animale-totem della protostoria dell'Europa, giocò nella loro cultura un ruolo di prim'ordine. Questi animali erano allevati per la loro valenza economica e come simbolo di predominio aristocratico e militare. I cavalli dei Veneti erano noti per la loro abilità nella corsa ed erano spesso riprodotti negli ex voto, nelle aree più sacre. Centinaia di bronzetti a forma di cavallo o di cavaliere su cavallo provengono dai luoghi di culto dei Veneti. Al cavallo erano riservati appositi spazi di sepoltura nelle necropoli, e compare in vari manufatti come immagine simbolica o elemento decorativo.

Dal 683 a.C. - Inizia in Grecia l'età dei tiranni (700 - 500 a.C. circa). Alcuni tiranni furono buoni governanti, come Periandro a Corinto, Gelone a Siracusa e Policrate a Samo. Fiorisce la cultura grazie all'introduzione della scrittura, e vengono fissati per iscritto i poemi di Omero e di Esiodo. Probabilmente Omero non era un solo poeta, ma un gruppo o una scuola di cantori che conservavano la memoria storica della cultura greca antica.
Analizzando la costruzione di Iliade e Odissea, composta molto tempo dopo, ci si rende conto che non possono essere state scritte dalla/e stessa/e persona/e e nella stessa epoca.
Nasce la filosofia nella Ionia (Talete, Anassimandro, Anassimene), si affermano poeti lirici (Archiloco, Tirteo, Alceo) e il Santuario di Delfi acquisisce rinomanza universale.
Dall' VIII al VI secolo Atene e Sparta si affermano come i centri più importanti, ciascuna riunisce diverse città vicine in lega, Atene con modalità persuasive, Sparta con modalità coercitive.
Sparta vige un regime oligarchico: due re e un consiglio consultivo, la Gherusia, di 28 anziani.
Ad Atene la monarchia è abolita dall'inizio del VII secolo e vi si instaura un regime tirannico che trova riscontro anche in altre città greche, come Corinto. Il governo è affidato a nove arconti con carica annuale, coadiuvati dall'areopago, consiglio di ex arconti.
Pallade Atena, la Dea
Vergine, con lancia e
l'"Egida", l'elmo
Nella mitologia greca la Dea Atena, figlia di Zeus, era la dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, delle arti e degli aspetti più nobili della guerra. Con Atena è presente un gufo o una civetta, indossa una corazza d'oro ed ha uno scudo rivestito di magica pelle di capra chiamata Egida, (la capra che l'ha allattata).
Spesso è accompagnata dalla dea alata della vittoria: Nike.
Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo con appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo. Non ebbe mai alcun marito od amante, e per questo era conosciuta come Athena Parthenos (La vergine Atena), da cui il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull’acropoli di Atene.
Carta del Caucaso secondo le fonti letterarie grecoromane.
Le Amazzoni sono poste nella parte più settentrionale
della Sarmazia asiatica. La carta mostra anche l'ubicazione
dell'Albania caucasica, della Scizia e della Palude Meote:
tutti luoghi variamente citati dagli autori classici come
patria delle Amazzoni. Clicca per ingrandire.
Dato il suo ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo greco anche come Athena Polis (Atena della città). Il suo rapporto con Atene era davvero speciale.
Narra la leggenda che Poseidone propose agli ateniesi l'invincibilità in guerra, in terra e in mare, se gli avessero intitolato la città, e invece Atena, donando l'ulivo, promise la saggezza in cambio di una dedica a lei: gli ateniesi la scelsero. La donna guerriera ed eroica è sempre esistita,  a cominciare dalle Amazzoni (autentiche donne guerriere della Scizia) e dalla loro regina Pentesilea, che sfidò Achille e ne fu sconfitta. Per non essere da meno dei Greci, i Latini cantarono nell’Eneide virgiliana le gesta di Camilla, un’altra eroina che ebbe la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata.

Franz von Stuck: "Amazzone ferita"
(1903).
- I Sàrmati (Sarmăti, Sauromăti) furono una popolazione di schiatta iranica affine agli Sciti. Erodoto conosce i Sauromati abitanti la Russia meridionale a oriente del Don. La leggenda greca li considerava nati da Sciti e da Amazzoni, e in tal modo spiegava l'affinità con gli Sciti e le abitudini guerriere delle donne. La tribù più importante e forse più ellenizzata sembra essere stata quella degli Iazamati, già ricordata in Ecateo. Dalla seconda metà del sec. IV a. C. si hanno le prime tracce dei Sàrmati, che diventano però chiare solo nel sec. II a. C.: Polibio testimonia un regno di Sàrmati per il 179 a. C. fra il Don e il Dnepr. Degli antichi, alcuni tengono distinti i Sàrmati dai Sauromati, i più li identificano. Le moderne ricerche dimostrano che i Sàrmati sono una popolazione ugualmente iranica venuta a sovrapporsi ai Sauromati per una lenta emigrazione dal centro dell'Asia: resta incerto se la sostanziale comunanza di nome sia comprova dell'affinità originaria o derivi dalla più tarda sovrapposizione; ed è pure incerto se taluno dei gruppi di tribù, in cui i Sàrmati si suddividevano, possa più direttamente ricollegarsi con i Sauromati (si allude in special modo agli Iazigi in confronto ai citati Iazamati).
Carta del 100 a.C. con la Scizia e
la Sarmazia, oltre alla Partia.
Alla fine del sec. II a. C. all'incirca, gli Iazigi erano già arrivati tra Dnepr e Danubio, i Rossolani tra Don e Dnepr, dove ebbero poi da combattere con Mitridate Eupatore: gli Sciti di queste regioni erano in parte assimilati, in parte fatti schiavi, o circoscritti in taluni territori (per es., Crimea). I Sàrmati furono un popolo iranico e quindi, come gli Sciti, facevano parte della famiglia linguistica iranica (indoeuropea). Aperti alla cultura e alla religione persiana, si dividevano probabilmente in quattro tribù: IazigiRoxolani (o Rossolani), Aorsi e Alani. Essi in origine abitavano le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Nei loro territori d'origine essi si scontrarono con i Battriani, i Parti e i Sogdiani. In diversi periodi e a diverse ondate essi si spinsero verso occidente.

Nel 682 a.C. -  In Grecia, Terpandro inizia l'arte del canto con l'accompagnamento musicale. 
Ad Atene gli incarichi dei 9 arconti, tutti di estrazione nobiliare, diventano annuali. I tre arconti più in vista, oltre ai sei tesmoteti, erano: l'arconte eponimo, l'arconte re (capo religioso) e l'arconte polemarco (capo militare).

Verso la metà del VII secolo a. C. i greci di Cuma fondarono Partenope (Παρθενόπη), sull'isoletta di
Megaride (oggi Castel dell'Ovo) e sul promontorio di Pizzofalcone.

Carta dell'Illira nel 650 a.C. Clicca per ingrandire.
Nel 650 a.C. - Fra il VII e VI sec. a.C. si forma la struttura politica degli Illiri. Artigiani eccellenti del metallo e guerrieri feroci, gli Illiri hanno basato i loro regni sulla guerra ed hanno combattuto fra di loro per la maggior parte della loro storia.
Hanno generato e sviluppato la loro cultura, lingua e caratteristiche antropologiche nella zona occidentale dei Balcani, come menzionano scrittori antichi . Le regioni che gli Illiri hanno abitato includono l'intera penisola balcanica occidentale, il nord ed Europa centrale, il sud fino al golfo di Ambracian (Preveza, Grecia) e l'est intorno al lago Lyhnid (lago Ohrid). Altre tribù di Illiri, inoltre, migrarono e si sono stabilirono in Italia, nell'attuale Puglia; fra di loro vi erano i Messapii e gli Iapigi. Il nome “Illiria„ è menzionato dal quinto secolo a.C. mentre alcuni nomi di tribù risalenti al dodicesimo secolo a.C. sono citate da Omero. La formazione etnica degli Illiri ha luogo entro il quindicesimo secolo a.C., da metà dell'eta del Bronzo, ed avevano ereditato le loro caratteristiche antropologiche e lingua dall' età Neolitica. Dall'età del ferro, gli Illiri erano completamente caratterizzati. Alcuni studiosi Albanesi sostengono che dai Pelasgi sono derivati Tirreni ed Etruschi oltre a Illiri e Albanesi, e che i linguaggi di questi popoli sono quindi affini: Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. I discendenti dei Pelasgi chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro nuova patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio. Parole con la radice Lir, ne troviamo con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante). Il nome Pelasgi si può riferire alla parola Albanese PELLG (mare profondo), come in italiano “pelago”. In generale, le iscrizioni più antiche si presentano formulate da destra a sinistra e continuando talvolta da sinistra a destra, cioè in forma bustrofedica, e spesso senza interruzione tra una parola e l’altra".



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