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venerdì 25 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.50: dal 1.034 al 1.075 e.v. (d.C.)

Umberto Biancamano di Savoia.
Gli stemmi dei Savoia.
Nel 1.034 - Nasce la Contea di Savoia, sorta con Umberto Biancamano (Maurienne, dal 970 al 980 - Hermillon, 1.047 o 1.048) o "dalle Bianche Mani", in francese Humbert aux Blanches Mains, considerato il capostipite della dinastia sabauda, il primo personaggio storico definito “Conte“ in un documento del 1.003 dal vescovo Oddone di Belley. Probabilmente nel 1.003 governava, per conto del re di Burgundia o Borgogna, Rodolfo III, ventidue castelli nel Viennese (Viennois in francese, zona della città di Vienne, poco a sud-est di Lione, in Francia) costituenti la contea di Sermorens.
Con la morte di Rodolfo III, avvenuta nel 1.032, Umberto I si schierò contro il pretendente al trono burgundo Oddone di Champagne, conte di Blois e accompagnò la vedova di Rodolfo III, Ermengarda, presso l'imperatore germanico del Sacro Romano Impero e re di Germania Corrado II il Salico, per essere riconosciuto re di Borgogna.
Nel 1.034 comandò le truppe inviate a Corrado dal marchese Bonifacio di Canossa e dall'arcivescovo Ariberto di Milano, contribuendo alla disfatta definitiva di Oddone di Champagne ottenendo dall'imperatore non il regno di Borgogna ma altre terre, oltre al permesso di utilizzare l'aquila imperiale tedesca nel proprio stemma.
La contea di Savoia dal 1034 al XIII secolo con
indicati i valichi alpini controllati dai Savoia:
Gran San Bernardo, Piccolo San Bernardo,
Moncenisio e Monginevro. Sono inoltre
Corrado II, per l'aiuto ricevuto, ricompensó il Biancamano con una serie di diritti sul Viennese (Viennois in francese), sul Chiablese (o Sciablese o, in francese Chablais, zona montana francese e svizzera: la città principale e capitale storica del chiablese è Thonon-les-Bains, sulla riva meridionale del lago Lemano), su territori che si trovavano sul Rodano, a sud di Ginevra, che da allora presero il nome di Savoia vera e propriadi cui Chambéry divenne la capitale, oltre alla valle Moriana (Maurienne in francese, la valle del fiume Arc) e il comprensorio di Aosta. La Savoia, nel suo insieme di territori, si snoda lungo la valle dell'Arc, da Montmelian, sopra Chambéry, sino al Moncenisio, tra le rive del lago del Bourget (dove fu creato il mausoleo di famiglia nell'Abbazia di Altacomba), il lago Lemano e il corso del Rodano. Il nucleo principale della Contea si estendeva nell'area intorno a Chambéry, città che adempì al ruolo di capitale, anche se Umberto si installò nel castello di Charbonnières, costruito verso la metà del IX secolo e che dominava la città di Aiguebelle, nella Maurienne, che dunque fu la prima capitale della contea. Per effetto di tali concessioni Umberto Biancamano poté esercitare da quel momento un pieno controllo sui valichi alpini che nel Medioevo collegavano il nord con il sud dell’Europa, in particolare i passi del Moncenisio e del Piccolo San Bernardo, ma anche su Gran San Bernardo e Monginevro .
Carta con l'ubicazione dei
passi del Moncenisio e del
Piccolo San Bernardo.
Ambendo a nuovi territori, fu creato nel 1046 un legame con il Piemonte tramite il matrimonio di suo figlio Oddone (1.010-1.060) e Adelaide, figlia del Marchese di Torino: l’unione apportava così i territori delle aree montane del Piemonte occidentale, specie la Valle di Susa e la Val Chisone, attorno alla città di Pinerolo oltre al marchesato di Torino, tutti in Italia. Fu questa una tappa fondamentale per l'ingresso di questo casato in Italia che li avrebbero visti crescere e diventare duchi di Savoia, poi principi di Piemontere di Sardegna ed infine re d'Italia.
Mercanti e pellegrini che volevano valicare le Alpi per entrare nella pianura padana potevano farlo solo con il consenso dei Savoia. Controllare quei valichi significava controllare i traffici e si potevano accumulare ricchezze imponendo pedaggi per il transito, gestendo locande e offrendo servizi ai viaggiatori. Ciò comportò enormi vantaggi a favore di un territorio privo di frutti e di risorse economiche. Ma la possibilità di bloccare quei valichi con sbarramenti militari, e quindi favorire il passaggio solo a eserciti disposti a concedere favori e possessi feudali, costituì la vera forza dei Savoia che seppero fondare un originale «stato di passo» e giocare con spregiudicatezza tutte le opportunità diplomatiche che questo possesso garantiva. Ad Oddone I succedettero in via del tutto nominale Amedeo II (1.048-1.078) e Pietro I (1.048-1.080), dato che la gestione della contea restò nelle mani abili della madre Adelaide fino alla sua morte. Succedettero Umberto II (1.070-1.103) ed Amedeo (1.095-1.148), che edificò l'abbazia di Altacomba e morì di peste nel ritorno dalla crociata. Gli succedette il figlio Umberto III (1.136-1.189), proclamato beato e poi Tommaso I (1.177-1.233) che, nominato vicario imperiale da Federico II (1.225), ristabilì i domini della casata in Piemonte e ampliò i possessi d'oltralpe. Alla morte di Tommaso I i membri della famiglia, antagonisti da tempo, si divisero i possedimenti: Amedeo IV (1.197-1.253) mantenne il dominio diretto sui beni con il titolo di conte di Savoia, il fratello Tommaso ricevette le terre di Piemonte da Avigliana in giù e assunse il titolo di signore di Piemonte. Ad Amedeo IV succedettero gli zii Pietro II prima e Filippo I poi. Alla morte di Filippo I (1.285), la contea di Savoia fu scossa dai conflitti che sorsero fra i pretendenti alla successione e durarono per un decennio: prevaleva ancora il concetto che l’eredità dovesse passare al rappresentante più forte della famiglia, senza il principio della primogenitura o della successione diretta del defunto. Ci fu così una spartizione del potere fra tre pretendenti: il titolo comitale e la maggior parte dei domini andarono ad Amedeo V (1.249-1.323, nipote del defunto, che ottenne il controllo delle vie commerciali attraverso le Alpi; a suo fratello più giovane, Luigi I di Savoia-Vaud, andarono la regione nord-orientale organizzata nella Baronia del Vaud ed il paese di Bugey, così egli iniziò la dinastia cadetta dei Savoia-Vaud; infine a Filippo I di Savoia-Acaia (figlio di Tommaso III, fratello di Amedeo IV) andarono assegnate un terzo delle terre piemontesi (da lui poi si originerà l'altra casa cadetta dei Savoia-Acaia). Ad Amedeo V succedettero i due figli maschi: Edoardo (1.284-1.329) ed Aimone (1291-1.343) che lasciò il trono al figlio Amedeo VI (1.334-1.383), detto il "Conte Verde", che acquisì i territori di Biella, Cuneo, Santhià e riassorbì nei domini comitali la Baronia del Vaud; il figlio Amedeo VII (1.360-1.391), detto il "Conte Rosso", estese la contea di Savoia acquistando quella di Nizza (a patto di non fornire mai, né alla Provenza né alla Francia) e suo figlio, Amedeo VIII (1.383-1451), diciannovesimo conte di Savoia, fu designato duca dall’imperatore Sigismondo nel 1.416. Dal 1.416 diventerà ducato di Savoia.

Circoscrizioni (thémata in greco) in cui era diviso l'impero
romano d'oriente (chiamato bizantino in occidente) nel
1.045. Nominalmente appartenevano a Costantinopoli
anche i possedimenti di Venezia, la Croazia e la Dioclea.
Nel 1.048 - In dicembre, Leone IX, nato Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg (Eguisheim 1.002 - Roma 1.054), è nominato 152º papa della Chiesa romana. Alla morte di papa Damaso II, Brunone venne scelto come suo successore da un'assemblea tenuta a Worms (come previsto dal "Privilegio Ottoniano" del 962, non era un conclave ecclesiastico a nominare il papa). Sia l'imperatore che i delegati romani vi concorsero, ma Brunone richiese, come condizione per la sua accettazione, di poter andare a Roma per essere eletto canonicamente per voce del clero e del popolo. Partendo poco dopo Natale, si incontrò con l'abate Ugo di Cluny a Besançon, dove venne raggiunto dal giovane monaco Ildebrando, già assistente di papa Gregorio VI e futuro papa Gregorio VII. Arrivando a Roma in abiti da pellegrino nel febbraio seguente, venne accolto con molta cordialità e alla sua consacrazione assunse il nome di Leone IX. Fu il quarto papa tedesco della Chiesa cattolica. Uno dei suoi primi atti pubblici fu quello di tenere il noto Sinodo di Pasqua del 1049, nel quale fu confermato il celibato del clero per chiunque fosse almeno suddiacono e nel quale riuscì a rendere chiare le sue convinzioni contro ogni tipo di simonia. Il resto dell'anno fu occupato da uno di quei viaggi attraverso l'Italia, la Germania e la Francia che sarebbero diventati una caratteristica del suo pontificato. In uno di questi viaggi si fermò all'Abbazia di Reichenau instaurando rapporti di stima con Ermanno il contratto. Dopo aver presieduto un sinodo a Pavia, si unì al Sacro romano imperatore Enrico III in Sassonia, e lo accompagnò a Colonia e ad Aquisgrana. A Reims indisse un incontro dell'alto clero, tramite il quale vennero fatti passare diversi e importanti decreti di riforma, iniziando il percorso che porterà all'annullamento del “Privilegio Ottoniano”. Tenne un concilio anche a Magonza, al quale presero parte rappresentanti del clero italiano e francese così come di quello tedesco, ed ambasciatori dell'imperatore bizantino; anche qui simonia e matrimonio del clero furono le questioni principali. Dopo il suo ritorno a Roma, tenne un nuovo Sinodo di Pasqua (il 29 aprile 1050), che venne occupato principalmente dalla controversia sugli insegnamenti di Berengario di Tours e convocò un concilio a Roma nel 1051 in cui decretò che le donne che si fossero prostituite con degli ecclesiastici entro le mura di Roma dovessero diventare eternamente schiave al servizio del palazzo Lateranense.
La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma del 1.054 che si consumò tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli

Nel 1.050 - Si diffonde l'uso dell'aratura con vomere ricurvo frangizolle.

- Nelle cronache armene di Matteo di Edessa i Peceneghi sono menzionati diverse volte.
Khanato Pecenego nel 1015, da: https://it.wikipedia.org/wi
La prima volta nel capitolo 75, dove egli afferma che nell'anno 499 secondo il calendario armeno (1050 - 51 secondo il calendario Gregoriano) la nazione dei Badzinag (i Peceneghi) compì delle terribili razzie nel territorio di Roma. La seconda citazione si trova nel capitolo 103 sulla battaglia di Manzikert (presso l'attuale città turca di Malazgirt: i turchi la conoscono proprio col nome di "Battaglia di Malazgirt"). In esso si narra che gli alleati di Roma (inteso come Impero Romano d'oriente, ovvero Bizantino), i Padzunak  (i Peceneghi) e gli Uz (ovvero due rami dei turchi di Oghuz) cambiarono fronte al culmine della battaglia e si scagliarono contro Roma, (fianco a fianco con i Turchi Selgiuchidi, anche loro un ramo dei turchi di Oghuz).
Nel capitolo 132 si parla di una guerra tra Bizantini ed i Padzinag (i Peceneghi) dopo la sconfitta dell'esercito di Roma, e di un fallito assedio di Costantinopoli da parte dei Padzinag.
Nello stesso capitolo i Patzinag vengono descritti come "un esercito di soli arcieri". Nel capitolo 299, il principe armeno Vasil, che si trovava nell'esercito di Roma, inviò un plotone di Padzinag in aiuto dei cristiani.

Nell' XI secolo - I Selgiuchidi, dopo essersi convertiti all'Islamconquistano la Persia fondandovi l'Impero selgiuchide.

Nel 1.054 - Scisma d'Oriente: la chiesa cristiana si scinde in "cattolica" a Roma e "ortodossa" a Costantinopoli. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa di Roma e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'anno 381, sotto papa Damaso I (che nel Concilio di Roma del 382 sancì il primato di Roma in qualità di sede apostolica) era stato accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma aveva celebrato un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale questo dogma era stato modificato e si era stabilito che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non era stata accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvedeva in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, mettendo sullo stesso piano il Padre e il Figlio. Era iniziata, così, una disputa dottrinale all'interno del mondo cristiano destinata a durare per molti secoli. Nel tempo, sorsero diverse interpretazioni sul “filioque” deciso da Roma, volte ad aumentarne l'autorevolezza. Alla metà del secolo XI, mentre a Roma regnava Leone IX, a Costantinopoli era stato nominato Patriarca Michele Cerulario. Va ricordato che, mentre il Papa di Roma veniva eletto con il concorso di tante componenti (anche laiche, ma con la preminenza di quelle ecclesiastiche), il Patriarca di Costantinopoli veniva nominato direttamente dall'imperatore a cui doveva rendere conto, la qual cosa poneva il capo della Chiesa d'Oriente in subordine rispetto all'imperatore, così come era stato l'intento di Costantino I, l'architetto della chiesa cristiana. Michele Cerulario, sulla scorta della mai accolta variazione del dogma sullo Spirito Santo, cominciò a contestare tutte le innovazioni che Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa. Per contrastare la Chiesa di Roma in ogni modo, Michele cominciò prima a contestare il celibato ecclesiastico, poi la tonsura della barba, quindi la celebrazione dell'eucarestia con pane azzimo. Leone IX inviò, allora, a Costantinopoli alcuni legati con l'incarico di convincere i cristiani d'oriente a rimuovere le contestazioni e ad accettare le nuove direttive che egli, in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, riteneva suo diritto impartire a tutti i cristiani, pena la scomunica del Patriarca contenuta in una bolla già in possesso dei legati. Michele Cerulario rifiutò l'invito del Papa e subì la scomunica, a seguito della quale emanòa sua voltauna scomunica verso i cristiani d'occidente. Nel frattempo, Leone IX morì. Queste scomuniche incrociate determinarono, dopo la sua morte, lo scisma tra le due Chiese, tuttora in essere. Da allora in poi, la Chiesa cristiana di Roma si definì "cattolica", cioè universale; quella di Costantinopoli si definì "ortodossa", cioè fedele al dogma del concilio di Nicea del 325.

- Nel 1.054 si combatte la prima battaglia di Manzicerta tra l'esercito bizantino guidato da Basilio Apocapa ed i Turchi Selgiuchidi guidati dal sultano Toghrul Beg. A questo primo scontro, vinto dai i Bizantini che salvarono la città di Manzicerta dall'assedio turco, seguirà quello di diciassette anni dopo, dove i Bizantini subiranno la loro peggiore sconfitta in tutta la loro storia.

- Dal 1054 si verifica un  lento declino della Rus' di Kiev, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Sichelgaita o Sikelgaita
di Salerno.
Nel 1.058 - Per rinforzare l'alleanza politica fra Normanni e Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno Roberto il Guiscardo d'Altavilla e la potente principessa longobarda Sichelgaita di Salerno (1.036 - 16 aprile 1.090), figlia di Guaimario IV, principe di Salerno. Sichelgaita sposò Roberto il Guiscardo nel 1.058, dopo il divorzio di quest'ultimo dalla prima moglie Alberada, attribuito a sospetti di consanguineità. Probabilmente l’ambizioso Roberto sposò Sikelgaita per impadronirsi dell’eredità di Guaimar (Guaimario) IV di Salerno. Il fratello di Sichelgaita, il principe Gisulfo II, manifestò un ostinato rifiuto a quelle nozze, che furono comunque celebrate; Sichelgaita cercò di evitare scontri tra il fratello e il marito, ma Gisulfo alla fine venne punito per la politica aggressiva che aveva seguito contro i Normanni e venne privato di tutte le proprie terre. Sua sorella Gaitelgrima aveva invece già sposato Drogone d'Altavilla, fratellastro di Roberto. Donna di grande cultura e fermo carattere, Sichelgaita seppe affermare la propria personalità a corte ed esercitare una notevole influenza sull'energico marito, che accompagnò spesso nei suoi viaggi di conquista. La principessa, nell’estate del 1.059, riservò al pontefice Niccolò II un'accoglienza maestosa nella sua capitale di Menfi in occasione del Primo Concilio di Melfi: organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. L’alleanza tra la Chiesa ed i Normanni avvenne così tramite l’abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III, mentre le trame degli accordi vennero tessute da Godano, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. Niccolò II tolse la scomunica allo stesso Guiscardo, lo ricevette come suo fidelem, e lo benedisse insieme alla consorte Sichelgaita. Salerno era uno dei ducati che i longobardi avevano mantenuto nel meridione d’Italia, mentre le loro terre settentrionali erano state conquistate dai Franchi e confluite nell’impero carolingio. Sichelgaita visse in un’epoca di transizionesi erano affermvano nella sua terra i Normanni, che da avventurieri e predoni diventavano i sovrani dei feudi, e volevano altro ancora. Roberto il Guiscardo aveva iniziato quella ascesa che avrebbe portato il suo popolo a spazzare via dal meridione Bizantini, Arabi e Longobardi per iniziare un regno che infine, a causa di politiche dinastiche, sarebbe stato ereditato da Federico II degli Hohenstaufen, un sovrano che avrebbe posto nel Mezzogiorno italico la base per il suo sogno di riconquista imperiale dell’Italia. Inizialmente Sikelgaita cercò di trattenere Roberto dall’attaccare i Bizantini, ma poi lo seguì, non riuscendo ad influenzarlo, e condivise con lui il comando dell’esercito. Si giunse alla battaglia di Durazzo (1.081) dove i Bizantini contrattaccarono l’armata normanna che assediava la città dopo aver distrutto la flotta imperiale con l’aiuto dei Veneziani, loro alleati. Un’ala dell’esercito normanno era in rotta quando Sikelgaita (che partecipava alla battaglia con l'armatura) riuscì a recuperarla con un richiamo paradossalmente funzionante: “Fermatevi! Siate uomini!” e la battaglia fu vinta dai Normanni, che però non riuscirono a sfruttarla in modo duraturo. Anna Comnena, principessa figlia dell'imperatore e storiografa dell’impero bizantino, altra donna notevole in campo culturale, in questa occasione paragonò Sikelgaita ad Atena, dea della guerra; forse avrebbe dovuto anche apprezzarne, se li avesse conosciuti, i tentativi di frenare gli eccessi aggressivi del marito. Va detto che a Durazzo Sikelgaita aveva già 45 anni e generato parecchi figli (quattro anni dopo però era di nuovo in guerra a Cefalonia, con Roberto, sempre contro i Bizantini: fu qui che Roberto morì). Divenne anche un’esperta di botanica, e ciò le valse l’accusa di aver cercato di avvelenare Boemondo, il figlio di primo letto di Roberto; comunque sia, la vittima non morì e Sikelgaita riuscì a mediare un accordo per cui parte dell’eredità andò al proprio figlio Ruggiero Borsa, che però non ereditò lo spirito dei bellicosi e capaci genitori. Sikelgaita, che visse solo 54 anni, fu quindi allo stesso tempo abile politica, donna guerriera e riuscì anche a essere annoverata fra le streghe (ovvero fra le donne crudeli e intriganti) per il supposto tentativo di eliminare lo scomodo Boemondo e la difesa ad oltranza di proprio figlio.
Boemondo I d'Altavilla.
Boemondo I d'Altavilla, o Boemondo I d'Antiochia o Boemondo di Taranto (1.058 ? - Canosa di Puglia ?, 7 marzo 1.111), Principe di Taranto, era il figlio primogenito di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, nato dal matrimonio di quest'ultimo con Alberada di Buonalbergo, che fu più tardi ripudiata. Boemondo fu uno dei comandanti della Prima Crociata, nel corso della quale si insignorì del Principato di Antiochia. Nel 1.106 sposò Costanza, figlia del re di Francia, Filippo I. Fu battezzato col nome di Marco, ma diventò noto come Boemondo a causa di una leggendaria creatura biblica che portava tale nome, il Behemoth, mitico animale che si distingue dagli altri per potenza e forza. La figlia dell'Imperatore romano d'Oriente, Anna Comnena, ha lasciato un bel ritratto di Boemondo nella sua “Alessiade”; lo incontrò per la prima volta nel 1.097, quando lei aveva 14 anni e ne restò affascinata. Anna non ha lasciato alcun ritratto similare di qualsivoglia altro principe crociato.

Nel 1.059 - Abolizione del "Privilegio Ottoniano", stipulato fra chiesa ed impero nel 962 e riconfermato nel 1.020. Già il papa tedesco Leone IX aveva iniziato una riforma della Chiesa e si era opposto al "Privilegium Ottonianum", che ne limitava l'autonomia, ma fu Niccolò II, nel Concilio lateranense del 1.059 che abolì l'atto: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del "Privilegio Ottoniano" generò un duro scontro fra la Chiesa e l'impero fra il 1.076 e il 1.122: la lotta per le investiture (per chi poteva eleggere vescovi e papi).

Antica stampa di Melfi,
oggi in provincia di Potenza.
Si svolge il primo Concilio di Melfi. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1.058, Roberto il Guiscardo ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l'alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Questo evento aprì alla casa d'Altavilla le porte dell'aristocrazia, mentre si realizzava l'unione dei Normanni con i Longobardi. Nello stesso periodo maturò anche l'alleanza fra il nuovo capo normanno e lo Stato pontificio: il Papato, infatti, venuto ai ferri corti con l'imperatore, presagiva un'imminente rottura (quella che sarà la Lotta per le investiture) e si risolse a riconoscere le conquiste normanne nel Meridione d'Italia, assicurandosene così la fedeltà. Il rovesciamento dei precedenti assetti ebbe la sua clamorosa celebrazione con gli accordi di Melfi, che si articolarono su tre diversi momenti: il 24 giugno 1.059 venne stipulato il Trattato di Melfi, dal 3 al 25 agosto 1.059 venne celebrato il Concilio di Melfi I ed infine il 23 agosto 1.059 venne sottoscritto il Concordato di Melfi. In vista della organizzazione degli accordi e del primo concilio di Melfi, Niccolò II nel giugno del 1.059 si recò a Melfi, nella capitale della Contea di Puglia, e si trattenne nella rocca fortificata per oltre due mesi dell'estate, per definire con i capi delle casate Altavilla e Drengot Quarrel un trattato e un concordato e per indire il concilio stesso. L'alleanza tra la Chiesa e i normanni avvenne tramite l'abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III. Le trame dell'accordo furono tessute da Godano o Gelaldo, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. La principessa Sichelgaita di Salerno riservò al pontefice un'accoglienza maestosa, organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. Mentre il “thema” di Basilicata scomparve, Baldovino, vescovo di Melfi, ospitò il pontefice, che era accompagnato da Ildebrando di Soana, dal cardinale Umberto di Silvacandida e dall'abate Desiderio di Montecassino.
Carta con i "Thémata" dell'Italia
meridionale nel 1.000
con indicata Melfi.
Il termine thema (al plurale thémata) designa le circoscrizioni territoriali in cui era suddiviso l'impero romano d'oriente, create nel VII secolo dall'imperatore bizantino Eraclio I, al fine di rinnovare l'assetto amministrativo e territoriale di tutto l'impero. Il primo concilio (o sinodo) di Melfi, promulgato da papa Niccolò II, riunì tutti i vescovi latini del Mezzogiorno e vi parteciparono un centinaio tra cardinali, abati, religiosi e nobili. Papa Niccolò II nominò Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria. Roberto, dunque, fu elevato da conte a duca di buona parte del Mezzogiorno e gli fu attribuita anche la signoria della Sicilia, che però non ancora stata sottratta al dominio arabo. La formula fu: per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste. Dell'altro principe, Riccardo I  Drengot di Aversa, egualmente nominato nella stessa assise, non resterà traccia per i posteri. Nell'iconografia resta in evidenza la casata Altavilla e viene oscurata la rivale casata Drengot, che (alla fine) soccomberà al rivale lignaggio. Il concilio di Melfi I è il primo sinodo che si tiene dopo lo scisma, in un periodo di rapporti tesi fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente. Riafferma l'osservanza del celibato in un'area in cui i preti usano prendere moglie, sancisce il divieto di assistere ai riti celebrati dai sacerdoti concubinari e depone i vescovi simoniaci. Il sinodo discute della elezione dei futuri pontefici e conferma le norme approvate nell'aprile del 1.059 dal concilio Lateranense. L'assise rivendica i diritti del Papato sulle provincie ecclesiastiche di rito bizantino nel sud Italia e avvia una lotta per far scomparire la gerarchia bizantina e per sottomettere la Chiesa al primato petrino.

Carta delle espansioni normanne
e Svevo-normanne
nell'Italia meridionale e isole.
Nel 1.061 - I Normanni invadono la Sicilia. Nel 1.061 Ruggero Bosso d'Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, alla testa di un folto gruppo di cavalieri sbarcò a Messina e invase l'isola (allora sotto il dominio saraceno), riuscendo nel 1.072 ad arrivare a Palermo, che venne poi eletta capitale. Mentre Boemondo I di Taranto o d'Antiochia, figlio della prima moglie di Roberto il Guiscardo, diventava verso la fine del 1.088 sovrano incontrastato del Principato di Taranto, Ruggero I formava il Regno di Sicilia. Gli succedette il figlio Ruggiero II, nominato re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella cattedrale di Palermo durante la notte di Natale del 1.130.
Palermo, la Cattedrale, collegata col
Palazzo Reale dei Normanni.
Questi estese il dominio normanno in Italiameridionale con la conquista del Ducato di Napoli nel 1.137, inoltre con le Assise di Ariano (1.140), conferì al suo Regno un'organizzazione feudale rigidamente gerarchica e strettamente legata alla persona del sovrano, con una struttura statale all'avanguardia ed efficiente per l'Europa medievale.
Palermo, Palazzo Reale dei Normanni.
Il Regno di Sicilia, nato nel 1.130 e comprendente parte dell'Italia meridionale, sopravvisse per ben sette secoli, fino al 1.860, quando, come Regno delle Due Sicilie, venne annesso al Regno di Sardegna. Ruggero II Altavilla creò anche il "Regno normanno d'Africa", che voleva unire al suo "Regno di Sicilia"; dal 1.135 infatti i normanni avevano occupato progressivamente tutta la costa tunisina e tripolitana. La morte nel 1.154 lo bloccò ed i suoi possedimenti in Africa furono riconquistati dagli Arabi nel 1160. Seguirono i regni di Guglielmo I (1.154 - 1.166) e di Guglielmo II (1.166 - 1.189).
Palermo, Cappella Palatina, al 1°
piano del Palazzo dei Normanni.
Quando Guglielmo il Buono morì (1.189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte, Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza d'Altavilla come erede e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà. Una parte della corte, sperando anche nell'appoggio papale, simpatizzava invece per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, figlio di Ruggiero III di Puglia, l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Nel novembre 1.189, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI Hohenstaufen di Svevia, che alla partenza del padre Federico Barbarossa per la terza crociata aveva assunto la reggenza del Sacro Romano Impero, in virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia, si accinse a conquistare il regno; l'impresa gli riuscì nel luglio del 1.194 dopo la morte di Tancredi. Palermo fu conquistata agli inizi di dicembre e il 25 dicembre 1.194 Enrico VI s'incoronò re di Sicilia e annetté il regno all'impero. Il giorno seguente Costanza, in procinto di giungere in Sicilia dalla Germania, diede alla luce, a Jesi, Federico II. A questo punto la corona passerà poi a Federico II, di padre tedesco, imperiale svevo e madre normanna.

Nel 1.064 - Il re di Castiglia e León, Ferdinando Irioccupa la contea di Coimbra riportando il confine con al-Andalus sino al fiume Mondego; poco dopo la contea di Coimbra viene reintegrata nel contado Portucalense.

Nel 1.065 - Prime edizioni di "La Chanson de Roland".  

Invasione normanna
dell'Inghilterra, da:
Nel 1.066 - Dopo la battaglia di Hastings, Guglielmo il Conquistatore e i suoi 
nor­manni si impadroniscono dell'Inghil­terra. Nel regno d'Inghilterra la pace era durata solo fino alla morte, senza figli, di Edoardo il Confessore il 4 o 5 gennaio 1066. Venne incoronato il cognato, Aroldo II d'Inghilterra. Suo cugino, il normanno Guglielmo il Bastardo (che in seguito avrebbe goduto del più nobile soprannome de Il Conquistatore), duca di Normandia, reclamò immediatamente per sé il trono, dando luogo ad una invasione dell'Inghilterra ed approdando nel Sussex il 28 settembre 1066. Aroldo II si trovava col suo esercito a York, dove era uscito vittorioso nella battaglia di Stamford Bridge del 25 settembre. Considerata come l'atto conclusivo dell'epoca vichinga in Inghilterra, avvenne pochi giorni dopo che un esercito invasore norvegese, guidato dal re Harald Hardråde, aveva sconfitto un esercito costituito dalle truppe del conte Edwin di Mercia e di Morcar conte del Northumbria nella battaglia di Fulford, due miglia a sud della città di York. Re Aroldo II Godwinsson d'Inghilterra si scontrò con l'esercito di Harald prendendolo di sorpresa, disarmato e impreparato, dopo una marcia leggendaria, a tappe forzate, dalla parte meridionale del regno. Secondo la cronaca anglosassone, Il ponte sullo Stamford (da cui prendeva il nome il villaggio) venne immediatamente occupato da un guerriero norvegese di enorme statura, armato di ascia, senza armatura, che combatteva in modo furioso che terrorizzava l'esercito anglosassone. Riuscì a tenere il ponte per circa un'ora, buttando di sotto tutti quelli che cercavano di passare, fino a che gli anglosassoni non riuscirono ad ucciderlo posizionando una barca sotto al ponte e trafiggendolo con una lancia. Questo ritardo nell'ingaggiare battaglia, diede ad Harald Hardråde tempo sufficiente per posizionare il suo esercito in formazione circolare su di un'altura, lasciando avvicinare gli anglosassoni che erano costretti a volgere le spalle al fiume. Dopo un'ostinata battaglia con ingenti perdite da ambo i lati (ma soprattutto dalla parte dei semi-disarmati norvegesi), Harald Hardråde e Tostig del Wessex (fratello di Aroldo, ma alleato di Harald) furono uccisi. I rinforzi arrivati servirono solo ad allungare la battaglia, che però infine si risolse a favore dell'esercito anglosassone, il cui re concesse una tregua ai sopravvissuti (guidati dal figlio di Harald Hardråde, Olaf) e li lasciò salpare dopo averli fatti giurare che non avrebbero mai più attaccato l'Inghilterra. Aroldo II Godwinsson d'Inghilterra dovette perciò attraversare tutta l'Inghilterra per recarsi ad opporre resistenza agli invasori normanni. Gli eserciti di Aroldo e Guglielmo il bastardo si fronteggiarono finalmente nella battaglia di Hastings il 14 ottobre 1066. Aroldo cadde e Guglielmo risultò vincitore ottenendo così il controllo del regno senza incontrare molta altra resistenza. Egli non intese comunque annettere al regno inglese il ducato di Normandia in quanto, come  ducaGuglielmo  era ancora suddito di Filippo I di Francia, mentre l'indipendenza del regno di Inghilterra gli permetteva di governare senza interferenze. Fu così incoronato re d'Inghilterra il 25 dicembre 1066. Il regno d'Inghilterra ed il ducato di Normandia rimarranno uniti sotto il governo della stessa persona fino al 1204.

Ubicazione di Orval.
Nel 1.070 - Da "Il Santo Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln: "Si sa che nel 1070, ventinove anni prima della conquista di Gerusalemme, un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria era arrivato nella Foresta delle Ardenne, parte dei domìni di Goffredo di Buglione. Secondo Gerard de Sède, i monaci erano capeggiati da un certo « Ursus », un nome che i « documenti del Priorato » associano spesso alla stirpe merovingia. Giunti nelle Ardenne, i monaci calabresi ottennero la protezione di Matilde di Toscana, duchessa di Lorena, zia e, in pratica, madre adottiva di Goffredo di Buglione. Per la biografia di Matilde di Canossa vedi "Storia dell'Europa n.51: dal 1.075 al 1.095 e.v. (d.C.)" cliccando QUI . Da Matilde, i monaci ebbero in dono un appezzamento di terreno a Orval, non lontano da Stenay, dove cinquecento anni prima era stato assassinato Dagoberto II. Per alloggiarli, fu costruita un'abbazia. I monaci, però, non rimasero a Orval per molto tempo. Nel 1.108 erano misteriosamente scomparsi, e non si sa dove si fossero trasferiti. Secondo la tradizione, sarebbero ritornati in Calabria. Nel 1.131 Orval sarà feudo di san Bernardo." A sua volta San Bernardo redarrà la regola monastica dell'Ordine dei Cavalieri Templari.

Nel 1.071 - normanni si consolidano nell'Italia meridionale espellendo i romani d'Oriente (i bizantini).

Ubicazione di Manzicerta (anche Manzikert in turco
- Il 26 agosto 1.071, fra l'esercito del sultano selgiuchide Alp Arslān e quello bizantino dell'imperatore Romano IV Diogene, si combatte la seconda battaglia di Manzicerta (anche Manzikert o Manzijert) presso l'odierna cittadina turca di Malazgirt, al confine nord-orientale dell'Anatolia, vicino al lago di Van. Lo scontro, avviato nell'impreparazione e disorganizzazione delle forze imperiali, si risolve in uno smacco per i bizantini, che subiranno la peggiore sconfitta della loro storia. Con la battaglia di Manzikert del 1071, che pur non inferisce grosse perdite all'esercito bizantino, l'Impero perde quella parte dell'Anatolia che rappresentava il cuore del dominio bizantino, mettendo in grave pericolo l'impero stesso a causa dell'apertura della falla nel confine orientale, che rimane esposto, anche durante la guerra civile che scoppierà nell'impero, alle penetrazioni delle bande turcomanne e oghuz (del sultanato selgiuchide) che si spingeranno fino a Nicea, Iconio e al Mar di Marmara.

- Nel 1.071 la lotta per le investiture tra Gregorio VII ed Enrico IV era già in atto, ma Venezia, rimanendo fedele alla sua politica di equilibrio tra le grandi potenze, non parteggiò né per il pontefice, né per l'imperatore. Nel sud dell'Italia i Normanni erano diventati i veri protagonisti. Dapprima i Veneziani avevano allacciato buoni rapporti con gli Altavilla, ma allorché essi cominciarono ad intervenire nell'Adriatico avvenne la rottura. L'occupazione normanna di Durazzo e di Corfù indusse i Veneziani all'azione armata. La guerra durò più di due anni e le operazioni navali e terrestri non furono favorevoli agli alleati veneto-bizantini.

- L'ultimo conte del Portogallo della casa di Vímara Peres, Nuno Mendes, è sconfitto e ucciso dal re di Galizia, García I di Galizia che occupa i suoi territori ma l'anno dopo il Portogallo è annesso al regno di León, da Alfonso VI.

Nel 1.072 - Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cade conquistata dai normanni.

Sultanato selgiuchide di Rûm o Sultanato di Nicea o Sultanato di Iconio
- Nello stesso 1.072, il sultano dell'impero selgiuchide, Malik Shah I, affida al cugino Suleyman I ibn Qutulmish il compito di invadere l'Anatolia. Tra il 1073 e il 1081, Suleyman si impadronisce di gran parte dell'Anatolia, costituendovi un autonomo sultanato, il Sultanato di Rûm (così chiamato poiché fu stabilito su terre a lungo considerate "romane", romee o bizantine) o Sultanato di Nicea o Sultanato di Iconio (dal nome delle due capitali succedutesi nel tempo: Nicea e Iconio, oggi İznik e Konya), vassallo dell'impero di Malik Shah. La capitale del nuovo stato venne posta a Nicea, conquistata nel 1077.
L'accresciuto benessere permise al sultanato di assorbire altri stati turchi stabilitisi in Anatolia dopo la battaglia di Manzicerta: i Danishmendidi, i Saltukidi (Saltuklu) e gli Artuqidi. I sultani selgiuchidi riuscirono con successo a respingere le Crociate, ma nel 1243 dovettero soccombere all'avanzata dei Mongoli.

Nel 1.073 - La lotta tra papato e impero cominciata con papa Niccolò II in un concilio indetto nel palazzo del Laterano nell'aprile 1.059 in cui il pontefice condannò l'investitura laica dei vescovi ed escluse l'imperatore dalla partecipazione attiva all'elezione del pontefice, entra nel vivo con l'elezione a papa di Gregorio VII. La lotta delle investiture tra il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico ebbe per oggetto la concessione dell'investitura imperiale delle regalie (i diritti pertinenti al regno o pubblici) agli ecclesiastici. Tale "lotta" consisteva nella disputa tra Papato e Impero riguardo a chi dovesse dare il titolo di vescovo ad un membro della società ecclesiastica, la cosiddetta "investitura episcopale".
Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio, figli dell'imperatore Teodosio, avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla "episcopalis audientia" pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale.
Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l'imperatore Giustiniano, incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che estese la legislazione in vigore in Oriente ai territori dell'Occidente. Inoltre restituì ai vescovi prerogative già concesse loro da Costantino e cancellate da Giuliano. Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore. Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa. Teodorico il Grande, che governò l'Italia come funzionario dell'impero romano e come re con il titolo di "patricius" concessogli dall'imperatore, fu forse l'ultimo funzionario imperiale a contenere il potere dei vescovi. Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, che in quel periodo controllava alcune zone del Lazio, lo riconsegnò a papa Gregorio II. Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i papi cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad ovest della Grecia. Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. L'impero carolingio, però, fu diviso in tre territori (Italia, Germania e Francia); il potere statale perse autorità ed efficacia, soprattutto in Italia e Germania. Il fatto più grave però, fu il riconoscimento dell'ereditarietà dei feudi (Capitolare di Quierzy, 877), che privava l'imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l'autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma in seguito destinate a trasformarsi in liberi comuni. Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia. Il primo di loro, Ottone I, non volendo ricadere negli stessi errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici. Inizialmente Ottone assegnò loro i poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante. In seguito i poteri furono estesi al livello di contea, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti. In pratica la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

Potere spirituale e temporale nello
stemma papale con le chiavi della
cattedra di Pietro. Parma, chiesa
di San Pietro.
Nel 1.075 - Papa Gregorio VII, nell'ambito di un'ampia azione che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emette il famoso "Dictatus Papae". Con questo documento si dichiara che il pontefice è la massima autorità spirituale e in quanto tale, può deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica; viene così espressa una vera e propria teocrazia.
La lotta diventa aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che raduna 24 vescovi tedeschi e 2 vescovi italiani a lui fedeli, i quali depongono il pontefice, che a sua volta scomunica l'imperatore.
La Riforma gregoriana  riguardava inoltre l'assetto degli ordini monastici che mutava profondamente, per cui si assistette al tramonto dell'ordine  cluniacense a favore di quello cistercense.

Carta della Romania attuale con
la Transilvania, da: https://commons
Il primo documento in cui è usato il termine ultra silvam, cioè ‘oltre la foresta’, riferendosi alla Transilvania, risale al 1075. Il termine Partes Transsylvanæ ‘zone oltre la foresta’ risale allo stesso secolo (nella Legenda Sancti Gerhardi) e successivamente divenne l'espressione usata nei documenti in latino del Regno d'Ungheria  (come Transsilvania). Anche il nome ungherese della Transilvania, Erdély, significa esattamente ‘oltre la foresta’.
I due nomi sono quindi la semplice traduzione uno dell'altro.
Nell'anno 1000 Vajk, principe d'Ungheria, aveva giurato lealtà al Papa e diventò re Stefano I d'Ungheria, adottando il Cristianesimo e cristianizzando gli ungheresi. Lo zio materno di Stefano, Gyula, reggente della Transilvania, si contrappose al nuovo re dando rifugio ai suoi avversari e mantenne anche il controllo delle importanti miniere di sale transilvane. Nel 1003, Stefano condusse un esercito contro Gyula il quale si arrese senza combattere. Ciò rese possibile l'organizzazione dell'episcopato cattolico in Transilvania, che si concluse nel 1009 quando il vescovo di Ostia, come legato del Papa fece visita a Stefano; assieme approvarono la divisione delle diocesi e i loro confini. Il potere dei re d'Ungheria sulla Transilvania fu consolidato nel dodicesimo e tredicesimo secolo.



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