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martedì 12 marzo 2019

Storia dell'Europa n.52: dal 1.095 al 1.102 e.v. (d.C.)

Cartina dell'Europa con le aree indicanti la fede religiosa e i percorsi
delle Crociate dal XI al XIII secolo: Prima crociata 1096-1099 con i domini
cristiani conquistati, Terza Crociata 1188-1192, Quarta Crociata 1202-1204,
in cui i crociati saccheggiarono Costantinopoli e perpetrarono stragi
di cristiani, Settima Crociata 1248-1254. Sono indicati i luoghi di
raduno dei Crociati. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.095 - Al concilio di Clermont, papa Urbano II indice una  Crociata  per liberare la Terrasanta dagli infedeli. Non si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1.063, nell'ambito dei conflitti definiti come la Reconquista. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia era caduta nel 1.085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. Il fatto decisivo che aveva portato a tale scisma era stato la disputa sul "filioque", come atto finale di un lungo braccio di ferro fra i due vescovi che si contendevano il primato. L'espressione latina filioque significa "e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1.095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli. Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei poveri: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'eremita. Data l'impreparazione militare di questi volontari, essi, giunti in Anatolia si gettarono a corpo morto in battaglia sui turchi selgiuchidi presso Nicea e vennero sterminati. Poi seguirono spedizioni (come la Crociata dei Tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza. Nell'episodio della Prima Crociata noto come "Crociata dei Nobili o dei Baroni" (anche se nessun Barone vi partecipò), i territori in medio oriente che furono conquistati dai cristiani divennero stati "latini", governati dai cattolici.

Nel 1.095, nell'ambito della Prima Crociata si verifica quindi l'episodio della Crociata dei Poveri. È probabile che papa Urbano pensasse solo a una spedizione attuata dai signori feudali dell'Europa meridionale e continentale ma l'entusiasmo suscitato nell'opinione pubblica fu tale che a muoversi per prime furono proprio le componenti di pauperes (poveri), raccoltesi in modo spontaneo e informale intorno ad alcuni predicatori (come Pietro l'Eremita) e ad alcuni cavalieri (come Gualtieri Senza Averi). Essi vedevano nella spedizione un ritorno alla Casa del Padre, alla Gerusalemme celeste. 80.000 poveri pellegrini guidati da Pietro l'Eremita, armati sommariamente e privi di disciplina militare, partirono tumultuosamente verso l'Oriente macchiandosi lungo la strada di delitti comuni e di stragi dirette, soprattutto contro le comunità ebraiche insediate lungo il Reno e il Danubio. Il 21 ottobre 1096, stanchi di attendere la crociata dei nobili o baroni, i seguaci di Pietro si diressero di nuovo alla volta di Nicea, ma vennero sterminati non appena usciti dal campo di Civitot. Gualtieri-Senza-Averi, il conte di Hugues di Tubingue e Gautiero di Teck persero la vita in questo scontro. Su 25.000 uomini, solo 3.000 riuscirono a riguadagnare Costantinopoli. Si amalgamarono a quel punto con le forze condotte dai baroni, dando vita ai terribili Tafur. Con il termine Tafur, ai tempi della Prima Crociata, Turchi e Crociati indicarono bande di straccioni, probabilmente superstiti della crociata dei poveri riorganizzatisi in gruppi armati, temuti da nemici e amici per la loro ferocia e barbarie.

Nel 1.096 - Ha inizio la Prima CrociataNon si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1.063, nei conflitti che, nel loro insieme, vengono definiti la Reconquista. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia era caduta nel 1.085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. Il fatto decisivo che aveva portato a tale scisma era stato la disputa sul "filioque", come atto finale di un lungo braccio di ferro fra i due vescovi che si contendevano il primato. L'espressione latina filioque significa "e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1.095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli. Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei Poveri: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'Eremita. Data l'impreparazione militare di questi volontari, essi, giunti in Anatolia si gettarono a corpo morto in battaglia sui turchi selgiuchidi presso Nicea e vennero sterminati. Poi seguirono spedizioni (come la Crociata dei Tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza. Infine, nella "Crociata dei Nobili o dei Baroni" (anche se nessun barone ne fece parte), i territori conquistati in Asia minore, Siria e Palestina, divennero stati "latini", governati da cattolici: Edessa, Antiochia, Gerusalemme e Tripoli (in Palestina, non l'attuale capitale libica) che iniziò a conquistare Raimondo IV di Tolosa (dal 1.103 durante la crociata del 1.101), contrariamente al giuramento di vassallaggio richiesto ai nobili dall'imperatore Romano d'Oriente, che non si vide restituito alcun territorio. Di conseguenza non vi fu alcuna riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli.

- Nel 1.096, si avvia la Crociata dei Tedeschi. Seguendo l'appello pontificio alla crociata, alcuni signori tedeschi, primi fra tutti un certo Volkmar con circa 10 mila seguaci e un discepolo di Pietro l'Eremita di nome Gottschalk (con più di 10 mila uomini), partirono verso le aree balcaniche per seguire lo stesso itinerario terrestre prescelto da Pietro e da Gualtiero prima di loro, mentre il conte Emicho von Leiningen (noto per aver espresso una certa predisposizione agli atti di violento brigantaggio) raccoglieva in Renania adesioni per il medesimo fine. Malgrado gli ordini dell'imperatore germanico Enrico IV vietassero di operare alcuna azione ostile nei confronti delle comunità ebraiche (considerate però infedeli alla pari dei musulmani), l'esercito di Emicho si abbandonò a un vero e proprio pogrom (sterminio di ebrei), forse per evitare di restituire gli interessi concordati per alcuni prestiti da lui sollecitati e ottenuti dalle comunità israelitiche. In quel periodo era assolutamente vietato ai cristiani richiedere interessi per prestiti di denaro (anche se la norma conosceva un alto numero di eccezioni, come mostrato anche in età carolingia da Erchemperto) e anche il minimo tasso preteso era considerato usura, in grado (teoricamente) di comportare automaticamente la scomunica a carico del prestatore e l'interdizione per la città che si fosse dedicata al cosiddetto "commercio del denaro": pertanto gli ebrei erano gli unici ufficialmente autorizzati a "prestare denaro ad usura", tra l'altro una delle poche attività, assieme alle professioni cosiddette "liberali" concesse loro dall'autorità cristiana. Tra il 20 e il 25 maggio a Worms il massacro della locale comunità israelitica fu portato a compimento. Altrettanto avvenne poco dopo a Magonza, dove circa un migliaio di ebrei furono trucidati. Meno drammatica fu invece l'aggressione a Colonia in quanto gli ebrei, allertati dalle notizie ricevute, avevano provveduto a nascondersi. Una coda persecutoria si registrò peraltro a Treviri, Metz, Neuss, Wevelinghofen, Eller e Xanten. Volkmar cercò di emulare Emicho a Praga, ma in Ungheria egli si trovò a subire la durissima reazione di re Colomanno d'Ungheria, che affrontò, distrusse e disperse le forze tedesche che avevano osato percorrere in armi il suo territorio e tentato di colpire i "suoi" ebrei. Gottschalk intanto si era spostato a Ratisbona per effettuarvi la sua personale strage di "infedeli" e, dopo aver cercato di resistere all'ordine regio di disarmo dei suoi uomini, assistette impotente al massacro che ne seguì. Emicho intanto, di fronte al rifiuto del permesso di transito decretato per le sue truppe da Re Colomanno (Koloman), impegnò con le truppe del sovrano ungherese un duro combattimento ma dovette anch'egli subire una dura sconfitta.

- Finalmente, nello stesso 1.096 prende avvio l'episodio della prima crociata chiamato Crociata dei Nobili  o dei Baroni. All'inizio della crociata dei nobili, Goffredo di Buglione e suo fratello Baldovino di Boulogne, che diventerà poi re di Gerusalemme, erano figure secondarieRaimondo IV di TolosaBoemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla determinavano il corso degli eventi. Raimondo IV di Tolosa o di Saint-Gilles aveva 55 anni e possedeva una dozzina di contee; può darsi che avesse già partecipato alla Reconquista spagnola. Già prima del Concilio di Clermont, il papa vide probabilmente in lui il più indicato capo militare della crociata, anche se non procedette mai alla designazione di un comandante laico, limitandosi a quella di una guida spirituale, nella persona del suo Legato Pontificio, Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy. All'impresa aderirono alcuni nomi famosi dell'aristocrazia feudale europea, e anche molti Comuni italiani e Repubbliche Marinare parteciparono con proprie truppe alla Crociata, a seguito del quale impegno inserirono la croce nel proprio stemma. Tra questi: Pisa, Bologna, Forlì, Genova.
Il sigillo di Raimondo IV di
Tolosa o di Saint-Gilles.   
Raimondo IV di Tolosa, o Raimondo di Saint-Gilles, che ostentava nel suo sigillo in Terra Santa il simbolo della croce di Tolosa o Occitana che già era stata lo stemma dei Bosonidi, governanti come conti, duchi e re in Provenza durante i regni carolingi, era il più anziano e il più ricco dei capi crociati. Aveva lasciato Tolosa (dove non fece più ritorno) alla fine di ottobre del 1.096, con un grande seguito (fin dall'inizio il suo esercito fu il più numeroso) che comprendeva la moglie Elvira con, probabilmente, il figlio ultimogenito Alfonso Giordano e Ademaro, vescovo di Le Puy, legato pontificio che era virtualmente il comandante supremo della spedizione. Come risulta dal De Liberatione Civitatum Orientis, Alfonso, il figlio ultimogenito di Raimondo di Saint-Gilles, assunse il secondo nome, Giordano, al momento del suo battesimo nel fiume Giordano stesso. Un'altro figlio di Raimondo di Saint Gilles, Bertrando, rimase a governare i suoi feudi nel sud della Francia. Raimondo di Saint-Gilles si sposò tre volte, e due volte fu scomunicato per essersi sposato senza rispettare i divieti relativi al grado di parentela (consanguineità).

- Tra il 1.096 e il 1.097 tutte le truppe dei nobili erano convogliate a Costantinopoli e non era ancora chiaro quale sarebbe stato lo scopo della missione: la riconquista dell'Anatolia, la presa dei porti della Siria e, nella migliore delle ipotesi, l'arrivo fino alla Palestina. A spingere verso una conquista vera e propria di Gerusalemme, idea che dovette maturare gradualmente, furono forse anche i "poveri pellegrini" che si erano uniti alla marcia dei nobili e che davano al loro viaggio un carattere apocalittico. Comunque con la crociata detta "dei nobili", i territori che si era promesso di restituire ad Alessio Comneno non vennero mai restituiti. Infatti ad ogni nobile, l'Imperatore romano d'oriente Alessio richiese, nel 1.096 a Costantinopoli, un giuramento di vassallaggio che li impegnava a restituire all'Impero bizantino gli eventuali frutti dell'impresa; d'altra parte Tancredi d'Altavilla si rifiutò, e anche Raimondo si rifiutò nettamente di giurargli fedeltà affermando di essere pronto a riconoscere come suo signore solo Colui per il quale aveva abbandonato patria e beni. Si arrivò così ad un compromesso in base al quale Raimondo giurò che non avrebbe attentato all'onore e alla vita dell'imperatore.

Nel 1.097 - In maggio, gli eserciti dei Crociati sono riuniti presso la capitale dell'Impero Romano d'Oriente Costantinopoli e da lì, con l'aiuto dell'imperatore Alessio I Comneno, passano in Anatolia. L'assedio di Nicea, durato dal 14 maggio al 19 giugno 1.097 è un avvenimento bellico che apre le porte dell'Asia Minore agli eserciti crociati. Raimondo di Saint-Gilles è presente all'assedio di Nicea, dove la distruzione di una grande torre sul lato sud della città è opera delle sue macchine da guerra e che, con l'arrivo delle navi greche sul lago che lambiva la città sul lato ovest, determinano la decisione di resa da parte dei difensori musulmani e inoltre nella Battaglia di Dorileo, vinta dai crociati. Ma il primo ruolo importante di Raimondo di Saint-Gilles si verificherà nell'ottobre del 1.097 con l'assedio di Antiochia. I crociati avevano saputo da alcune voci che Antiochia era stata evacuata dai Turchi Selgiuchidi, cosicché Raimondo manderà il suo esercito a occuparla, irritando Boemondo di Taranto che voleva la città per sé.

Affresco su Palazzo San Giorgio, al porto
antico di Genova, raffigurante Guglielmo
Embriaco col sacro catino, ora in
San Lorenzo.
- Nel luglio del 1.097 dall’insenatura del Mandraccio (la porzione più antica del porto di Genova, oggi interrata) parte, salutata da una folla di persone, la spedizione dei genovesi verso la Terra Santa. Guglielmo con il fratello Primo di Castello, della famiglia degli Embriaci (che in genovese si dice Imbriæghi). Nel 1.098 raggiungeranno Antiochia, assediata dai cristiani, e contribuiranno ad e espugnarla. Raffaele Soprani racconta che Guglielmo Embriaco (Willielmus Caputmallei), nacque intorno al 1.070, da famiglia assai stimata a Genova. Di carattere indomito, forte, scevro da ogni timore, dotato di grande valore guerresco Guglielmo Embriaco si guadagnò il soprannome di Caputmallei, Testa di Maglio (o di martello). Nei suoi “Annali della Repubblica” Monsignor Giustiniani attribuisce questo appellativo alla fortezza sua, spiegando che il suo significato è "testa di martello". Fu anche abile architetto, stando a quanto racconta Raffaele Soprani nel suo testo “Vite de’ pittori, scultori, ed architetti genovesi“, dove si legge che Guglielmo progettò potentissime macchine da guerra. Lo definisce uomo di gran prudenza in tutti gli affari, valoroso, ardito, sollecito e di mente sveglia. Caffaro di Rustico da Caschifellone (n.1.080 o 1.081 - Genova, 1.164 circa, marinaio, crociato, console, cronista e, pur con il suo latino approssimativo, considerato uno fra i padri fondatori della memoria storica genovese), diplomatico ed annalista che seguì i Crociati nelle loro imprese, narrando le gesta eroiche ed avventurose di questi uomini, narra come l'opera di Guglielmo fu fondamentale nella conquista di Gerusalemme. 

Carta con gli stati cristiani in Terrasanta nel 1140:
Contea di Edessa, Principato di Antiochia, Contea
di Tripoli e Regno di Gerusalemme. Da "Asia
minor 1140" di Alexander G. Findlay - Classical
Atlas of Ancient Geography: https://commons
Nel 1.098 - All'inizio dell'anno Baldovino di Boulogne ottiene Edessa, governata prima dall'armeno T'oros (Theodorus) e ne fa una sua contea. Solo dopo un difficile assedio, il 3 giugno del 1.098, i crociati riescono a prendere Antiochia e segue da parte loro il massacro della popolazione musulmana. Poi, durante l'assedio musulmano di Antiochia (dall'8 al 28 giugno 1.098) da parte di Kerboga, che fu l'Atabeg (governatore) di Mossul dal 1.096 al 1.102, Raimondo si ammalò; i crociati, circondati dal potente esercito del governatore, erano sfiduciati e tentati a disertare e diversi di loro, tra cui Stefano di Blois, fuggirono da Antiochia. Fu in quei frangenti che venne alla luce la Santa Lancia di Longino (custodita ora a Vienna) da parte di un monaco provenzale di nome Pietro Bartolomeo il quale, scavando nel pavimento della chiesa di San Pietro in Antiochia, aveva ritrovato la Santa reliquia. Il "miracolo" del ritrovamento sollevò il morale dei crociati che, sotto il comando di Boemondo, uscirono dalla città e inflissero una dura sconfitta alle truppe musulmane e costrinsero Kerboga a fuggire da Antiochia. La Santa Lancia che aveva trafitto, secondo i cristiani, il costato di Gesù si trasformò in una reliquia di grande importanza fra le persone che erano al seguito di Raimondo, malgrado lo scetticismo di Ademaro di Le Puy, il legato pontificio al comando della crociata e l'incredulità e il dileggio di Boemondo. Poi il legato pontificio Ademaro di Monteil morì, Boemondo di Taranto reclamava Antiochia per se stesso come suo principato con i territori limitrofi inclusi, Baldovino di Boulogne rimaneva ad Edessa e non c'era accordo tra i principi su cosa si dovesse fare. Raimondo di Tolosa, frustrato, lasciò Antiochia per intraprendere l'assedio di Ma'arrat al-Nu'man. Verso la fine dell'anno i cavalieri minori e la fanteria minacciavano di partire per Gerusalemme senza di loro. Alla fine di dicembre 1.098 od ai primi di gennaio 1.099, Roberto di Normandia ed il nipote di Boemondo, Tancredi, accettarono di divenire vassalli di Raimondo di Saint-Gilles, che era abbastanza ricco da ricompensarli per il loro servizio. Goffredo di Buglione invece, che aveva rendite dal territorio del fratello a Edessa, rifiutò di fare lo stesso.

Nel 1.099 - Dopo questi avvenimenti e dopo che Boemondo ottenne il Principato d'Antiochia, indipendente dall'impero bizantino malgrado il giuramento di vassallaggio fatto all'imperatore di Costantinopoli dai nobili crociati, i cavalieri provenzali convinsero Raimondo a riaprire le ostilità. Il 5 gennaio 1.099, Raimondo IV di Saint-Gilles smantella le mura di Ma'arra, ed il 13 gennaio inizia una marcia verso sud, a piedi nudi e vestito da pellegrino, seguito da Roberto e Tancredi. Procedendo lungo la costa del Mediterraneo incontrano poca resistenza dai governanti musulmani locali, che preferiscono rimanere in pace e forniscono vettovaglie piuttosto che combattere. Forse i locali Sunniti preferivano un controllo crociato al governo degli Sciiti Fatimidi. Alla morte di Muḥammad (Maometto) la questione della sua successione era stata infatti l’origine della più grande divisione all’interno dell’Islam fra Sciiti e Sunniti:
- Gli alidi, i discepoli di ʿAlī ibn (ibn = figlio di) Abī Ṭālib, marito di Fatima, la figlia di Maometto, indicati anche dal Profeta con il termine di "sciiti", ritenevano che gli unici legittimati ad esercitare il potere fossero l'Ahl al-Bayt, la "Gente della Casa" (esponenti della famiglia del Profeta) e che dunque ˁAlī, la loro Guida, fosse l’unico successore legittimo. Gli sciiti inoltre sostenevano che il ruolo di Imam (guida religiosa) e Califfo (autorità politica) dovessero cumularsi in un’unica persona.
- I "sunniti" (definizione data da Ibn Ḥanbal, col significato di "Gente che si rifà alla tradizione [di Maometto] e che non origina secessioni") invece, ritenevano che qualsiasi fedele di buona capacità religiosa e non necessariamente discendente del Profeta, anche se preferibilmente appartenente alla sua tribù, i coreisciti, potesse guidare a pieno titolo la Comunità islamica.  
Raimondo di Saint-Gilles, che già pensava di prendere Tripoli per se stesso per creare uno Stato come avevano fatto Baldovino ad Edessa e Boemondo ad Antiochia, per prima cosa invece assedia la sunnita Arqa. Il 14 febbraio 1.099, assieme a Roberto II di Normandia e a Tancredi del Monferrato (Altavilla da parte di madre e cugino di Boemondo), iniziano l'assedio di Arqa, una cittadina nei pressi di Tripoli. Frattanto, Goffredo, insieme a Roberto di Fiandra, che pure aveva rifiutato di diventare vassallo di Raimondo, si riunirono con i crociati rimasti a Latakia e si diressero a sud, nello stesso mese di febbraio. Boemondo partì con loro ma presto tornò ad Antiochia. In questo periodo Tancredi lasciò il servizio di Raimondo e si unì a Goffredo, non si sa quale fu la causa del diverbio. Un separato contingente di forze, sebbene legato a quello di Goffredo, fu guidato da Gastone IV di Béarn. Goffredo, Roberto, Tancredi, e Gastone arrivarono ad Arqa in marzo, mentre l'assedio continuava. La situazione era tesa non solo tra i comandanti militari, ma anche nel clero che, dalla morte di Ademaro era rimasto senza un vero leader, ed inoltre dopo che Pietro Bartolomeo aveva trovato la Lancia Sacra in Antiochia, c'erano state accuse di frode tra le differenti fazioni del clero. Alla fine, in aprile, Arnolfo di Chocques sfidò Pietro ad un'ordalia del fuoco. Pietro si sottopose all'ordalia e morì per le ustioni, questo screditò la Lancia Sacra, che fu considerata falsa e diminuì la residua autorità di Raimondo, mentore di Pietro Bartolomeo, sui Crociati. L'assedio di Arqa finì il 13 maggio quando i crociati se ne andarono senza aver ottenuto nulla. I Fatimidi sciiti tentarono di concludere la pace, a condizione che i crociati non continuassero verso Gerusalemme, ma ovviamente furono ignorati. Da parte sua, Iftikhar al-Dawla, il governatore Fatimide sciita di Gerusalemme, apparentemente non comprendeva il motivo per cui i crociati erano venuti. I crociati andarono anche a Tripoli, dove ricevettero denaro e cavalli dal governatore della città che, secondo la cronaca anonima "Gesta Francorum", fece anche voto di convertirsi al cristianesimo se i crociati fossero riusciti a togliere Gerusalemme ai suoi nemici Fatimidi. Continuando verso sud lungo la costa, i crociati passarono Beirut il 19 maggio, Tiro il 23 maggio, e voltando verso l'interno a Giaffa, il 3 giugno raggiunsero Ramla, che era già stata abbandonata dai suoi abitanti. Qui fu istituita la diocesi di Ramlah-Lidda, nella chiesa di San Giorgio (un eroe popolare fra i crociati) prima che essi continuassero per Gerusalemme. Il 6 giugno, Goffredo inviò Tancredi e Gastone a conquistare Betlemme, dove Tancredi innalzò il suo stendardo sulla Basilica della Natività.
Regno di Gerusalemme.
Il 7 giugno i crociati raggiungono Gerusalemme. Molti urlarono quando videro la città, per raggiungere la quale avevano viaggiato così a lungo. Come ad Antiochia la città fu posta sotto assedio, ma probabilmente i crociati stessi soffrirono più dei cittadini di Gerusalemme a causa della carenza di cibo ed acqua attorno a Gerusalemme. La città era ben preparata all'assedio, ed il governatore Fatimide Iftikhar al-Dawla aveva espulso la maggior parte dei Cristiani per non subire ritorsioni interne. Degli stimati 7.000 cavalieri che avevano preso parte alla Crociata dei Nobili ne restavano solo 1.500 circa, insieme con forse 20.000 fanti dei quali 12.000 ancora in buona salute. Goffredo, Roberto di Fiandra e Roberto di Normandia (che pure aveva lasciato Raimondo per unirsi a Goffredo) assediarono le mura a nord e nord-est mentre Raimondo si accampò sul lato occidentale, nel tratto dalla Torre di Davide fino a sud, alla porta del Monte Sion. Un assalto diretto alle mura il 13 giugno fu un fallimento. Senza acqua o cibo, sia gli uomini che gli animali stavano rapidamente morendo di sete e fame, i crociati si resero conto che il tempo non era dalla loro parte. Intanto Daiberto,  arcivescovo di Pisa, arrivava in Terra Santa guidando una flotta di 120 navi e finalmente il 17 giugno giunsero via mare a Giaffa rinforzi genovesi, che portarono rifornimenti sufficienti per un breve periodo e che avrebbero costruito, sotto la supervisione di Guglielmo Embriaco, macchine da assedio. Con i Genovesi le forze cristiane arrivavano a 15.000 uomini, i musulmani all'interno della città forse a 7.000. I crociati iniziarono a raccogliere legno dalla Samaria allo scopo di costruire macchine da assedio ma  si ritrovarono di nuovo a corto di cibo ed acqua e per la fine di giugno arrivò la notizia che un esercito fatimide si dirigeva a nord dall'Egitto. Trovandosi a fronteggiare un obiettivo apparentemente impossibile, i loro spiriti furono risollevati quando un prete di nome Pietro Desiderio dichiarò di aver ricevuto una visione divina nella quale il fantasma di Ademaro aveva dato istruzioni di digiunare per tre giorni e poi marciare a piedi nudi, in processione, attorno alle mura della città, dopo di che la città sarebbe caduta in nove giorni, seguendo l'esempio biblico di Giosuè nell'assedio di Gerico. Sebbene stessero già morendo di stenti, essi digiunarono, e l'8 luglio fecero la processione, con i preti che suonavano le trombe e cantavano i salmi, scherniti dai difensori di Gerusalemme per tutto il tempo. La processione si fermò al Monte degli Ulivi e Pietro l'eremita, Arnolfo di Chocques e Raimondo di Aguilers pronunciarono dei sermoni.
Le torri d'assedio.
Proseguirono quindi l'assedio con vari assalti alle mura, ma furono tutti respinti finché le truppe Genovesi, comandate da Guglielmo Embriaco, avendo smantellato le navi con le quali erano giunti a Giaffa, usarono il legname così ottenuto per costruire alcune torri d'assedio su progetto di Guglielmo stesso. Queste furono spinte verso le mura nella notte del 14 luglio con grande sorpresa e preoccupazione dei difensori. Gli accordi prevedevano che Raimondo avrebbe attaccato dalla porta a sud, vicina al monte Sion e Goffredo e Guglielmo di Normandia dai settori nord e nord-est.
Schema della presa di Gerusalemme
nel 1099.
L'assalto riuscì piuttosto facilmente. La mattina del 15 luglio la torre di Goffredo raggiunse la sezione di mura vicino alla porta dell'angolo nord-est, e secondo le "Gesta Francorum" due cavalieri fiamminghi di Tournai, Lethalde ed Engelbert, furono i primi ad irrompere nella città, seguiti da Goffredo, suo fratello Eustachio, Tancredi, ed i loro uomini. Secondo altre fonti invece, il primo ad entrare in città fu il pisano Cucco Ricucchi, comandante di 120 galee, seguito dal concittadino Coscetto Dal Colle e Goffredo di Buglione entrò fra i primissimi nella città, coi suoi fratelli Baldovino ed Eustachio, alla testa dei suoi Lotaringi. La torre di Raimondo fu inizialmente fermata da un fosso, ma poiché gli altri crociati erano ormai dentro la città, i musulmani a guardia della porta si arresero a Raimondo. Scrive il Caffaro a proposito delle torri d'assedio genovesi: "Ma il capolavoro di strategia di Guglielmo è quello che porta alla conquista di Gerusalemme. I cristiani falcidiati da battaglie e epidemie stavano assediando con molti problemi la Città Santa. I genovesi decisero così di utilizzare il legno delle loro navi per costruire imponenti torri d’assedio, più robuste e alte del solito e rivestite da cuoio imbevuto d'aceto per resistere al fuoco. Quello che l’Embriaco ha in testa non è il consueto utilizzo di queste macchine d’assedio che in genere venivano accostate alle mura per permettere ai soldati all’interno sia di colpire con le balestre e gli archi sia, attraverso lunghi ponti, di “abbordare” le mura. Le difese di Gerusalemme che erano riuscite a neutralizzare questi tentativi non erano attrezzate per la mossa del condottiero che consisteva nell’abbattere la torre sui bastioni e far salire all’interno i soldati che sarebbero potuti arrivare sulle mura e quindi entrare in città al riparo dei dardi avversari. E così avvenne con un vero trionfo macchiato da una strage immane a cui parteciparono anche i genovesi. L’eco di questa vittoria è talmente vasto che Re Baldovino farà scrivere sopra la porta del Santo Sepolcro “Praepotens Genuensium Praesidium“."

Stemma dell'Ordine di Sion da: 
- Quello stesso 15 luglio 1099, Goffredo di Buglione istituisce l'Ordine iniziatico e cavalleresco di Nostra Signora di Sion presso l'abbazia sul monte omonimo (http://www.prieure-de-sion.com/1/storia_del_priorato
_di_sion_1011194.html) che poi diventerà il Priorato di Sion. A sua volta, l'Ordine di Sion emanerà i Cavalieri Templari poi  vari circoli Rosacrociani e la Massoneria (QUI).
Particolare del primo dei due dipinti
di Nicolas Poussin (1594-1665)
dal titolo "I pastori d'Arcadia".
Il motto dell'ordine, guarda caso, è "Et in Arcadia Ego", a ricordo della diaspora nell'Arcadia greca della tribù di Beniamino del 1140 p.e.v. (a.C.).

- Dopo che i crociati, superate le mura esterne, furono entrati nella città, si diedero al massacro e quasi tutti gli abitanti di Gerusalemme furono uccisi nel corso di quel pomeriggio, della sera e della mattina successiva. Molti musulmani cercarono riparo nella Moschea al-Aqsa dove, secondo un famoso racconto delle Gesta Francorum, "...la carneficina fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue che arrivava fino alle caviglie..." Secondo Raimondo di Aguilers "gli uomini cavalcavano con il sangue fino alle ginocchia ed alle redini." Fulcherio di Chartres, che non fu testimone oculare dell'assedio in quanto si trovava con il futuro re Baldovino I ad Edessa, narra di 10.000 morti solo nell'area del Monte del Tempio. La cronaca di Ibn al-Qalanisi afferma che i difensori ebrei, che avevano combattuto fianco a fianco con i soldati musulmani nella difesa della città, si ritirarono non appena i crociati aprirono la breccia nelle mura a nord, cercando rifugio nella loro sinagoga, ma i "Franchi la bruciarono sopra le loro teste", uccidendo tutti coloro che erano dentro. I crociati accerchiarono l'edificio in fiamme cantando "Cristo, Ti adoriamo!". Documentazione proveniente dalla Geniza del Cairo indica che alcuni degli ebrei catturati riuscirono a riparare ad Ascalona dietro riscatto pagato dalla locale comunità ebraica. Tancredi reclamò per se stesso il quartiere del Tempio dove offrì protezione ad alcuni dei musulmani, ma non poté impedire la loro morte per mano dei crociati suoi seguaci. Il bilancio varia a seconda delle fonti: per i cristiani, 10.000 morti, per i musulmani, 70.000. Il governatore fatimide Iftikhar al-Dawla si ritirò nella Torre di Davide, che presto consegnò a Raimondo in cambio di un salvacondotto per sé e le sue guardie ad Ascalona. Le "Gesta Francorum" raccontano che qualcuno riuscì a sfuggire all'assedio illeso. Il suo anonimo autore, testimone oculare, scrive, "Quando i pagani furono sopraffatti, i nostri uomini fecero un gran numero di prigionieri, uomini, donne e perfino bambini, che uccisero o tennero in cattività, secondo i loro desideri." Più avanti è scritto, "[I nostri capi] inoltre ordinarono che tutti i morti Saraceni fossero gettati fuori a causa del terribile fetore, poiché l'intera città era piena dei loro corpi; e così i saraceni sopravvissuti trascinarono i morti davanti alle porte e li sistemarono in mucchi, che sembravano case. Nessuno aveva mai visto o sentito di un tale massacro di pagani, furono innalzate pire funerarie simili a piramidi, e solo Dio conosce il loro numero. Sebbene i crociati abbiano ucciso la maggior parte dei residenti ebrei e musulmani, i racconti dei testimoni oculari (nelle Gesta Francorum di Raimondo di Aguilers, documenti della Geniza del Cairo) indicano che ad una parte di essi fu risparmiata la vita, purché lasciassero Gerusalemme. Tali racconti, inoltre, escludono l'ipotesi di uccisioni perpetrate dai crociati ai danni dei cristiani orientali. Parimenti le successive fonti della cristianità orientale sulla prima crociata, quali Matteo di Edessa, Anna Comnena o Michele il Siro, non ne fanno menzione.

- Dopo il massacro, il 22 luglio Goffredo di Buglione è nominato Advocatus Sancti Sepulchri (Difensore del Santo Sepolcro), rifiutando esso il titolo di re della città dove Cristo era morto, asserendo che "mai avrebbe portato una corona d'oro laddove Cristo l'aveva portata di spine. A Raimondo di Saint-Gilles, che aveva ottenuto con i suoi la Torre di David, fu offerta la corona del nuovo Regno di Gerusalemme ma la rifiutò, sia per il desiderio dei suoi guerrieri di tornare al più presto in patria avendo assolto al votum crucis crociato, sia poiché era riluttante a governare la città in cui Gesù aveva sofferto, affermava infatti di rabbrividire all'idea di essere chiamato "Re di Gerusalemme", anche perché sapeva di non avere il supporto di tutti i capi della crociata per aver risparmiato degli infedeli fra cui l'emiro (l'emiro fatimide Iftikhar al-Dawla si era ritirato nella Torre di Davide e l'aveva consegnata a Raimondo in cambio della vita e di un salvacondotto ad Ascalona per sé e le sue guardie, ecco perché aveva risparmiato loro la vita) ed inoltre aveva subito il veto dei normanni Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla. Il patriarca greco Simeone che era stato esiliato dai musulmani a Cipro tornò al suo posto, ma i latini gli impedirono di svolgere qualsiasi funzione nella Chiesa della Risurrezione e lo costrinsero a lasciare la città di nuovo. Mentre Raimondo, che aveva rifiutato qualunque titolo e che Goffredo aveva convinto a rinunciare anche alla Torre di Davide, andò in pellegrinaggio, in sua assenza Arnolfo di Chocques, che era stato avversato da Raimondo che aveva sostenuto invece Pietro Bartolomeo (morto per le ustioni nell'ordalia di fuoco precedentemente), è eletto primo Patriarca Latino il 1º agosto, ignorando le rivendicazioni del Patriarca Greco-ortodosso. Raimondo d'Agiles afferma che l'ordinazione era irregolare perché era stato ordinato «patriarca» senza essere nemmeno diacono, e inoltre giravano voci sulla sua vita sregolata tanto che erano state composto canzoni volgari sul suo conto. Il 5 agosto Arnolfo, dopo aver consultato gli abitanti sopravvissuti della città, trova la reliquia della Vera Croce. Le "Gesta Francorum" narrano che il 9 agosto, tre settimane e mezzo dopo l'assedio, Pietro l'Eremita invitò tutto il clero greco e latino a intraprendere una processione alla Basilica del Santo Sepolcro, a riprova del fatto che parte del clero orientale restò a Gerusalemme o nei suoi pressi, durante l'assedio. Il 12 agosto, Goffredo guida un esercito, con la Vera Croce portata all'avanguardia, contro l'esercito fatimide alla Battaglia di Ascalona. Sarà un altro successo dei crociati ma dopo la vittoria, la maggior parte di loro considera compiuto il loro voto e tutti, tranne poche centinaia, se ne tornarono a casa. Nondimeno, la loro vittoria prepara la strada per la creazione del Regno di Gerusalemme. Nel dicembre del 1.099 Arnolfo è sostituito da Daibertoarcivescovo di Pisa come patriarca latino di Gerusalemme, che era arrivato in Terra Santa nell'estate del 1.099 alla guida di 120 navi pisane. Goffredo di Buglione aveva un assoluto bisogno di controllare questa flotta e questo rese Daiberto molto potente. Le nuove conquiste, definite (d')"Outremer", crearono dei presupposti d'incontro, quando non si era in guerra, fra i cristiani e i musulmani, che impararono a convivere, sia pure con reciproche difficoltà e diffidenze.

- Per quanto riguarda la caratteristica principale della cultura occitana, la pratica dell'"amor cortese", essa si sviluppa nella vita di corte di quattro regioni: Aquitania, Provenza, Champagne e Borgogna, pressappoco al tempo della prima crociata (1.099). Dall'Aquitania, Eleonora duchessa d'Aquitania e Guascogna, contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia e poi d'Inghilterra, portò gli ideali dell'amor cortese prima alla corte di Francia, poi in Inghilterra, dove fu regina di due re. Sua figlia Maria, contessa di Champagne portò il comportamento cortese alla corte del conte di Champagne. L'amor cortese trova la sua espressione nelle poesie liriche scritte dai trovatori, come Guglielmo IX, duca d'Aquitania (1.071 - 1.126), uno dei primi poeti trovatori (da trobar = poetare in provenzale). I poeti adottarono così la terminologia del feudalesimo, dichiarandosi vassalli della donna e rivolgendosi a lei con l'appellativo lusinghiero di midons, una specie di nome in codice in modo che il poeta non ne rivelasse il nome. Il modello trobadorico della donna ideale era la moglie del suo "datore di lavoro" o signore, una donna di un rango più elevato, di solito la ricca e potente padrona del castello. Quando il marito era lontano per la crociata o altri affari, lei gestiva gli affari amministrativi e culturali; talvolta questo succedeva anche quando il marito era a casa. La donna era ricca e potente e il poeta dava così voce alle aspirazioni della classe cortigianesca, in quanto solo coloro che erano nobili potevano cimentarsi nell'amor cortese. Questo nuovo tipo di amore vedeva la nobiltà non in base alla ricchezza e alla storia della famiglia, ma nel carattere e nelle azioni, e quindi faceva appello ai cavalieri più poveri che vedevano così una strada aperta per progredire. Poiché a quel tempo il matrimonio aveva poco a che fare con l'amore, l'amor cortese era anche un modo per i nobili di esprimere l'amore non trovato nel loro matrimonio. Gli "amanti" nel contesto dell'amor cortese non facevano riferimento al sesso, ma piuttosto all'agire emotivo. Questi "amanti" avevano brevi appuntamenti in segreto, che si intensificavano mentalmente, ma mai fisicamente. Le regole dell'amor cortese vennero codificate in quell'opera altamente influente del tardo secolo XII che è il “De amore di” Andrea Cappellano, dove si legge per es. che...
- "il matrimonio non è una vera scusa per non amare",
- "colui che non è geloso non può amare",
- "nessuno può essere legato a un doppio amore" e
- "quando si rende pubblico un amore raramente dura".
Molte delle convenzioni in merito all'amor cortese possono essere rintracciate in Ovidio, attraverso Andrea Cappellano, ma non è plausibile che possano tutte essere riconducibili a questa origine. Nel periodo moderno, considerazioni riguardanti l'amor cortese spesso fanno capo all'ipotesi araba, posta in qualche modo quasi dall'inizio del termine "amor cortese". Una fonte proposta per il confronto è rappresentata dai poeti arabi e dalla poesia della Sicilia e della Spagna musulmane e dal contatto più esteso dell'Europa con il mondo islamico. Dato che pratiche simili all'amor cortese erano già in auge in al-Andalus e altrove nel mondo islamico, è molto verosimile che queste influenzassero gli europei cristiani. Guglielmo d'Aquitania, per esempio, era stato coinvolto nella crociata del 1.101 e nella Reconquista in corso in Spagna е avrebbe avuto un contatto decisamente esteso con la cultura islamica. Secondo G. E. von Grunebaum, ci sono diversi elementi che si sviluppano nella letteratura araba. Le nozioni dell'"amore finalizzato all'amore" e dell'"esaltazione della donna amata" vengono fatti risalire alla letteratura araba del IX e X secolo. La nozione dell'amore come "potenza che nobilita" viene sviluppata nell'XI secolo dal filosofo persiano Avicenna, nel suo trattato Risala fi'l-Ishq (Trattato sull'amore). L'elemento finale dell'amor cortese, il concetto di "amore come desiderio che non può mai essere appagato", era a volte implicito nella poesia araba, ma viene per la prima volta sviluppato in forma dottrinale nella letteratura europea, in cui tutti e quattro gli elementi dell'amor cortese venivano ad essere presenti. Secondo un argomento delineato da Maria Rosa Menocal nel suo saggio “Il ruolo arabo nella storia della letteratura medievale”, nella Spagna dell'XI secolo sarebbero apparsi un gruppo di poeti girovaghi i quali andavano di corte in corte, talvolta giungendo nelle corti cristiane della Francia meridionale, una situazione strettamente rispecchiante ciò che sarebbe successo nella Francia meridionale quasi un secolo più tardi. I contatti tra questi poeti spagnoli e i trovatori francesi erano frequenti. Le forme metriche usate dai poeti spagnoli erano simili a quelle usate successivamente dai trovatori. Per "Occitani: storia e cultura" clicca QUI.

Nel 1.100 - Durante il Sabato Santo prima della Pasqua, Daiberto è il primo patriarca latino di Gerusalemme alla testa della cerimonia del Fuoco Sacro. Nonostante la cerimonia si svolga secondo le modalità previste, per la prima volta la Luce Santa non appare. Si decide di allungare la cerimonia per alcune ore continuando le invocazioni ma senza successo. I sacerdoti latini si rendono conto che le loro preghiere non sono accolte da Dio e comandano ai Crociati di confessare i loro peccati, soprattutto i massacri commessi durante la conquista di Gerusalemme. Dopo questo, come ci informa lo storico francese Guiberto, la Santa Luce appare a notte inoltrata. A proposito del fenomeno del Fuoco Sacro, Caffaro di Rustico da Caschifellone scrive nei suoi "Annales": « All'interno di una chiesa, fuori dall'edicola del Sepolcro, dinanzi a molti che vi assistettero, in una delle lampade cominciò ad ardere il fuoco ... » Lo stupore del cronista si manifesta ancor più nel descrivere come le lampade che erano all'esterno "... si accesero una dopo l'altra fino a raggiungere il cospicuo numero di sedici".
Da http://www.shan-newspaper.com/web/misteri/453-il-mistero-del-fuoco-sacro-di-gerusalemme.html:
Oggi la basilica del Santo Sepolcro, detta anche "Chiesa della Resurrezione”, è la sede del Patriarcato ortodosso di Gerusalemme che regola indiscusso le celebrazioni dei cattolici e degli armeni all’interno della basilica. Proprio questo edificio, che rappresenta la meta di migliaia di pellegrinaggi di fede cristiana, è al centro di un particolare e misterioso fenomeno conosciuto come il “Fuoco Sacro” di Gerusalemme. Accade infatti che da secoli, in occasione della Pasqua ortodossa, nel corso della cerimonia religiosa del Sabato Santo, all’interno della cripta deputata ad essere la tomba del Cristo si manifesti una fantasmagorica pioggia di fuoco che scende dalle pareti fino al piccolo altare. C’è da aggiungere che il fenomeno si mostra solamente quando nella cripta officia il Patriarca ortodosso o un Vescovo da lui delegato. Quando altri religiosi hanno provato a sostituire gli ortodossi, non sono mai riusciti ad ottenere alcun risultato. Il che induce a pensare che evidentemente le gerarchie ortodosse possiedano qualche particolare conoscenza che porta ad attivare il misterioso fenomeno. Un evento impressionante che per il suo impatto mediatico ricorda per molti versi quello della liquefazione del “sangue di San Gennaro” a Napoli. Inutile dire, in questo caso, che San Gennaro non è mai esistito e che persino la Chiesa cattolica ha preso le dovute distanze dall’evento.
Fuoco sacro a mezz'aria.
La cerimonia del “Sacro Fuoco” segue una accurata prassi. La mattina del Sabato Santo avvengono accurati e minuziosi controlli, da parte della polizia israeliana, all’interno della cripta deputata a tomba del Cristo al fine di escludere categoricamente la presenza di qualche oggetto in grado di produrre il “Sacro Fuoco”. Quindi la cripta viene sigillata. Verso sera il Patriarca ortodosso di Gerusalemme, dopo essersi tolto tutti i paramenti sacri ad eccezione della tunica rituale ed essere stato accuratamente perquisito dalle autorità civili, entra nel Sepolcro, a candele spente, e si inginocchia a pregare. Ed è qui, immediatamente oppure dopo qualche ora di preghiera, che sul marmo che ricopre la lastra della tomba cominciano ad apparire scintille di fuoco come gocce luminose.
I testimoni che hanno avuto modo di osservare il fenomeno raccontano di aver sentito un forte schiocco precedere la loro formazione. Altri raccontano di aver sentito un forte e prolungato sibilo, accompagnato quasi simultaneamente da lampi di luce blu e bianchi che iniziano a serpeggiare sulle pareti come dei flash impazziti. Il Patriarca raccoglie le gocce di fiamma con l’aiuto di batuffoli di cotone e con questi accende le torce e le candele che sono all’interno della cripta. C’è chi dice che alle volte le torce si accendono addirittura da sole, spontaneamente, mentre il Patriarca è intento a pregare. Poi il Patriarca esce dalla cripta e porge la fiamma delle sue torce alle torce dei fedeli in attesa che si distribuiscano tra di loro il “Sacro Fuoco”. E qui avviene un altro fenomeno inspiegabile. Stando al racconto di testimoni diretti, il fuoco che arde sulle torce, benché abbia l’aspetto di una fiamma ordinaria, per diversi minuti non manda calore. Si può porre la mano sulla fiamma senza bruciarsi. E’ consuetudine che i fedeli passino la fiamma delle torce sul viso, sulle folte barbe e sugli abiti senza che si incendi nulla. C’è stato anche chi ha tentato di respirare questo fuoco senza subire alcun danno. Dopo circa una trentina di minuti, il fuoco prende a scottare e c’è chi ha notato che esso inizia a far male solo dopo che la fiamma delle torce ha cambiato colore, divenendo da azzurrina a rossa. Vedi anche http://www.skarlakidis.gr/it/thema/15--1099.html

- Nel novembre del 1.100, quando Fulcherio di Chartres accompagnò personalmente Baldovino in visita alla città di Gerusalemme, entrambi furono salutati dal clero e dai fedeli latini e greci (ortodossi), indicando una presenza cristiano-orientale in città un anno dopo l'assedio.

Arma del regno
di Gerusalemme.
- Dopo la morte di Goffredo nel 1.100, suo fratello Baldovino fu invitato a Gerusalemme dai fautori di una monarchia secolare che si opponevano alle pretese della Chiesa di Roma che voleva per sé la Città Santa e, superando l'ostacolo costituito dal Patriarca latino di Gerusalemme Daiberto da Pisa, fu incoronato primo re di Gerusalemme nel giorno di Natale del 1.100 dallo stesso Daiberto. Nella primavera del 1.101 Baldovino riuscì a ottenere che il Papa sospendesse dalla carica di Legato pontificio Daiberto e nel prosieguo dell'anno i due entrarono in contrasto a proposito dell'appannaggio da assegnare al Patriarca per la difesa della Terra Santa. La contrapposizione finì con la deposizione di Daiberto nel 1102.

- Si negoziano trattati tra Gerusalemme e Venezia ed altre città-stato italiane, ed agli stessi veneziani sono concessi privilegi in cambio di aiuto militare. Rimasta neutrale nella lotta delle investiture, Venezia prende così parte alla prima crociata per non essere scavalcata da pisani e genovesi e occupa Haifa nel 1.100.

Nel 1.101 - Nel sabato prima di Pasqua del 20 aprile del 1101, per la prima volta nella storia della città di Gerusalemme, la Santa Luce non compare affatto.

- Si combatte la cosiddetta Crociata del 1.101, chiamata anche Crociata dei Lombardi diseredati, e anche “la Crociata dei deboli di cuore” a causa di diversi partecipanti che vi aderirono dopo essere fuggiti dalla precedente Crociata. Fu in realtà l'insieme di tre diverse imprese, organizzate in seguito al successo della prima crociata, alla fine della quale si era levata la richiesta di rafforzare il neonato regno di Gerusalemme, cosicché papa Urbano II lanciò l'appello per una nuova crociata. Urbano II morì prima di poter vedere i risultati della sua iniziativa, che però venne ripresa, con rinnovata energia, dal suo successore, Pasquale II. Egli si rivolse in particolare a chi aveva fatto voto di partecipare alla crociata senza avervi potuto poi partecipare, e a quelli che avevano fatto ritorno in patria prima di raggiungere Gerusalemme. Alcuni di costoro erano già tornati a casa, e si videro esposti al disprezzo e ad un'enorme pressione perché si recassero nuovamente in Terra santa. Adela di Blois, moglie di Stefano II di Blois, fu tanto umiliata dalla fuga del marito durante l'assedio di Antiochia del 1.098 che non gli permise di rimanere a casa. La crociata viene organizzata in Lombardia, in Provenza, in Aquitania e in Germania. Tra i personaggi che vi parteciparono vanno ricordati il duca Guglielmo di Aquitania, i conti Guglielmo di Nevers e Ottone di Borgogna, il visconte Arpino di Bourges, il duca Guelfo di Baviera. Il comando venne affidato al legato pontificio Ugo di Die. Nel settembre del 1.100 un folto gruppo di lombardi, in gran parte piccoli proprietari, poco avvezzi all'uso delle armi, aveva lasciato Milano, guidati dall'arcivescovo Anselmo IV da Bovisio e sotto il comando di Alberto, conte di Briandate. Raggiunti i confini dell'Impero bizantino si erano dati al saccheggio, tanto che l'imperatore Alessio I Comneno li aveva fatti scortare in un accampamento fuori le mura di Costantinopoli. I lombardi erano riusciti egualmente ad entrare in città, dove avevano saccheggiato il Palazzo delle Blacherne. L'imperatore allora fece in modo di trasbordarli il prima possibile sull'altra riva del Bosforo, da dove si trasferirono a Nicomedia, in attesa di rinforzi. In maggio raggiunse Nicomedia un gruppo più piccolo, ma meglio armato, di francesi, borgognoni e tedeschi, guidati da Stefano di Blois, Stefano I di Borgogna, Otto di Borgogna e Corrado, connestabile dell'imperatore Enrico IV. 
Carta dei luoghi, dei percorsi ed eventi della crociata del
1101.  
Ad essi si aggiunse Raimondo IV di Tolosa, uno dei capi della prima crociata, ora al servizio dell'imperatore bizantino, che venne nominato capo supremo della spedizione. Alessio inviò inoltre una truppa di Peceneghi (i Peceneghi o Patzinak erano una popolazione nomade, di ceppo turco, delle steppe dell'Asia Centrale) comandati dal generale Zita. A fine maggio le truppe si misero in marcia in direzione di Dorylaeum, seguendo lo stesso itinerario scelto da Stefano e Raimondo nel 1.097. Si proponevano di proseguire verso Iconio, ma i lombardi, il cui contingente era il più numeroso, erano decisi a deviare verso Niksar, dove Boemondo di Taranto era assediato dai Danishmendidi. Dopo la conquista di Ankara, il 23 giugno e la restituzione della città ad Alessio, i crociati si volsero verso nord e, quasi subito, vennero attaccati dai turchi selgiuchidi, che li tormentarono per settimane. In luglio, nei pressi di Kastamonu, venne annientato un gruppo di crociati che si era recato alla ricerca di vettovaglie. I lombardi riconobbero il loro errore e l'intera armata si rivolse nuovamente verso est, tornando nei territori dei Danishmendidi. Il sovrano dei Selgiuchidi, Qilij Arslan I, che aveva capito che il successo della prima crociata era stato dovuto, in primo luogo, alla disunione nel campo musulmano, si alleò con i Danishmendidi e con Ridwan d'Aleppo. All'inizio di agosto i crociati incontrarono le truppe musulmane a Merisvan. I crociati erano divisi in cinque gruppi: Burgundi, Raimondo e i bizantini, i tedeschi, i francesi e i lombardi. I lombardi, lanciati in un primo attacco, vennero sconfitti. I Peceneghi disertarono e i francesi e i tedeschi dovettero ritirarsi. Raimondo venne circondato su una roccia e fu salvato da Stefano e Corrado. La battaglia proseguì anche il giorno dopo, con la sconfitta del campo crociato. I cavalieri fuggirono, lasciandosi dietro donne e preti che vennero uccisi o fatti schiavi. I lombardi, che non disponevano di cavalli, vennero ben presto raggiunti dai turchi e uccisi. Raimondo di Tolosa, Stefano di Blois e Stefano di Borgogna fuggirono a Sinope e fecero ritorno in nave a Costantinopoli. Dopo che i lombardi avevano lasciato Nicomedia, un altro esercito crociato forte di 15.000 nivernesi guidati da Guglielmo II di Nevers, raggiunse Costantinopoli. Avevano attraversato l'Adriatico partendo da Bari, e percorso l'impero bizantino senza particolari incidenti. Guglielmo partì senza indugi e passò immediatamente in Asia Minore, cercando di riunirsi all'altro contingente, senza però riuscire a trovarlo, anche se in più di un'occasione i due eserciti devono essere stati piuttosto vicini; arrivò prima a Nicomedia e da qui marciò verso Ankara. Non avendo trovato il gruppo dei lombardi, Guglielmo decise di deviare verso Iconio (l'attuale Konya) e la assediò brevemente, senza riuscire a conquistarla e, poco dopo, cadde in un'imboscata tesagli da Qilij Arslan, che aveva appena sconfitto i lombardi a Mersivan e intendeva scacciare questo secondo esercito il prima possibile. Nelle vicinanze di Eraclea il contingente di Guglielmo venne quasi interamente distrutto con l'eccezione di Guglielmo stesso e qualche suo uomo. I pochi superstiti si rifugiarono nella bizantina Germanicopoli, da dove poi raggiunsero Antiochia. Nello stesso momento in cui Guglielmo II lasciava Costantinopoli, vi giungeva un terzo esercito, agli ordini di Guglielmo IX d'Aquitania, Ugo I di Vermandois e Oddone I di Borgogna (due di coloro i quali non avevano adempiuto al voto di partecipare alla crociata), e di Welf (Guelfo) IV di Baviera. Li accompagnava Ida d'Austria, madre di Leopoldo III di Babenberg. Questo terzo esercito si era reso colpevole di saccheggi attraversando il territorio bizantino ed era sul punto di scontrarsi con i mercenari peceneghi, costringendo Welf e Guglielmo ad intervenire. Quest'armata, giunta a Costantinopoli, si divise in due colonne. Un gruppo si diresse direttamente in Palestina via mare, mentre il secondo proseguì via terra, e, raggiunta Eraclea in settembre, venne attaccato e distrutto in un'imboscata da Qilij Arslan, esattamente come era accaduto ai Nivernesi. Guglielmo e Welf fuggirono, Ugo venne ferito. I sopravvissuti raggiunsero Tarso, in Cilicia, dove Ugo di Vermandois, il 18 agosto, morì per le ferite riportate. Ida d'Austria scomparve nella battaglia, dove probabilmente trovò la morte. Secondo una leggenda più tarda, sarebbe stata invece catturata e rinchiusa in un harem, dove avrebbe partorito Zangi, uno dei più pericolosi nemici dei crociati negli anni intorno al 1.140. Welf morì sulla via del ritorno, il 9 novembre, a Pafo, sull'isola di Cipro. Anche Guglielmo di Nevers fuggì a Tarso, dove si unì agli altri sopravvissuti. In seguito li raggiunse anche  Raimondo IV di Tolosa o di Saint-Gilles. Sotto il suo comando proseguirono verso Gerusalemme, dove giunsero nella pasqua del 1.102. Una volta in Terrasanta molti di loro se ne tornarono semplicemente in patria, avendo adempiuto al loro voto, mentre altri si unirono a re Baldovino I nella difesa del regno da un'invasione egiziana a Ramla, battaglia nella quale morì Stefano di Blois (17 maggio 1.102).

Nel 1.102 - Vittoria di Baldovino a Ramla e presa di Cesarea.
Il Sacro Catino conservato nella 
cattedrale di S. Lorenzo a Genova.
genovesi avevano capito a quel punto quale fosse la posta in gioco in Medio Oriente, la possibilità di mettere le mani su una ricchezza inimmaginabile e sarà con la conquista di Cesarea che l’Embriaco  darà ancora segno del suo grande valore militare e dell’ardimento individuale che lo sosteneva. Come racconta il Caffaro che oltre a essere storico e annalista fu anche un soldato valoroso, Guglielmo, in prima fila tra chi assaltava le mura, nelle concitate fasi della battaglia rimaneva solo a causa di un cedimento della scala che lo aveva portato sin lì. Urla ai suoi, attoniti nel vederlo ancora più spavaldo piuttosto che impaurito vista la situazione, “Salite, salite e prendete in fretta la città!” mentre infilzava e uccideva tutti gli avversari che gli si paravano davanti.
Gli stati cristiani in Terrasanta:
Contea di Edessa,
Principato di Antiochia,
Contea di Tripoli e
Regno di Gerusalemme.
Da "Asia minor 1140" di
Alexander G. Findlay -
Classical Atlas of Ancient
Geography - www.hellsbrig
Con licenza Pubblico
dominio tramite Wikimedia
Commons - https://
Un’avventura che varrà per l’Embriaco il soprannome di “Testa di maglio” ma anche ricchezze inesauribili e una antichissima reliquia tutt’oggi conservata nel tesoro della cattedrale, un piatto esagonale di pietra verde traslucida ritenuto già il sacro Graal e poi ancora che fosse stato utilizzato da Gesù nell’ultima cena, il Sacro Catino. L’Embriaco è uno dei più chiari rappresentanti di figure militari eroiche del Medioevo. Genova, in genere matrigna, onorò il suo condottiero quando venne deciso di abbassare le torri cittadine nel 1.196; la torre dell’Embriaco non venne toccata per rendere omaggio alle imprese di “Testa di maglio” e ancora oggi campeggia in alto a proteggere, simbolicamente, la città.

- Raimondo cercò così di conquistare l'ultimo Stato crociato che si costituirà in Terra Santa, la Contea di Tripoli. Qui il governo era affidato all'epoca al qadi Fakhr al-Mulk, della tribù dei Banū ʿAmmār, favorevole a un accordo coi Crociati che salvaguardasse la città. Grazie a una flotta genovese, Raimondo strappò Tortosa ai Banū ʿAmmār e pose l'assedio a Tripoli, infliggendo con solo 300 cavalieri un'incredibile rotta ai difensori che, coi loro 3.000 uomini aiutati da altri 4.000 soldati provenienti da Damasco e Hims, corroborarono nei musulmani l'idea dell'invincibilità degli uomini venuti dall'Europa. Proprio l'esiguità degli uomini a sua disposizione impedì tuttavia al conte di Tolosa di superare le difese murarie di Tripoli. Alla fine del 1.103, con l'aiuto bizantino, fu completata la costruzione del castello di Monte Pellegrino che servì a stringere d'assedio Tripoli. Raimondo morì di lì a poco (1.105) in seguito a una ferita fortuitamente procuratasi l'anno prima ed il problema della sua successione si risolse con difficoltà solo più tardi, con l'assunzione del potere da parte del figlio naturale Bertrando. Le sconfitte inflitte ai crociati consentirono a Qilij Arslan di trasferire la propria capitale a Konya.
Stemma della Marina
Militare italiana, con
i blasoni delle 4
maggiori Repubbliche
Marinare.
Inoltre provarono al mondo islamico che i crociati non erano per nulla invincibili, diversamente dall'impressione suscitata dalla prima crociata. Crociati e Bizantini si accusarono a vicenda per la disfatta, ma nessuno dei due era in grado di garantire una via di terra sicura attraverso l'Anatolia, dove invece i Selgiuchidi avevano rafforzato la propria posizione.

- L'unica via aperta verso la Terrasanta rimaneva quella marittimae ad approfittare di questa circostanza furono, una volta di più, le repubbliche marinare italiane. La mancanza di un collegamento sicuro via terra avvantaggiò anche il Principato d'Antiochia, dove Tancredi di Tiberiade, che lo governava per conto di suo cugino Boemondo, riuscì a consolidare la propria autonomia da Bisanzio. Sia la seconda che la terza crociata conobbero, nel tentativo di attraversare l'Anatolia, un destino simile a quello della crociata del 1.101.



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