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venerdì 29 marzo 2019

Storia dell'Europa n.57: dal 1.228 al 1.251 e.v. (d.C.)

Federico II di Svevia
(Hohenstaufen).
Dal 1.228 - La Sesta Crociata ebbe luogo tra il 1.228 e il 1.229 ed ebbe come assoluto protagonista Federico II di Svevia, re di Sicilia e di Germania, imperatore del Sacro Romano Impero. Fu l'unica crociata pacifica, risolta per vie diplomatiche, evitando lo scontro militare. A dispetto di ciò, fu anche quella che ottenne le maggiori conquiste territoriali per lo schieramento crociato. Dopo il fallimento della quinta crociata, l'imperatore Federico II fu esortato da Onorio III a guidare una crociata in Terrasanta (come promesso al pontefice dopo la sua incoronazione nel 1.220) ma per motivi politici ne aveva più volte ritardato l'inizio. Nel 1.223 Federico rinnova il voto fatto, ma rimanda la partenza per problemi sorti nei suoi territori siciliani. Il papa è sempre convinto che per poter vincere gli islamici e riconquistare Gerusalemme è fondamentale che a capo della spedizione vi sia l'imperatore. Per convincere ed esortare Federico all'impresa, il papa nel novembre del 1.225 riesce a combinare il matrimonio dell'imperatore con Isabella, figlia di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme. Ma quando nel 1.227, a causa di una malattia, fu costretto a rimandare la crociata ancora una volta, venne scomunicato da papa Gregorio IX. Ciononostante, l'anno successivo, Federico si recò a Gerusalemme, mentre il Papa lo definiva “Anticristo”. La crociata fu preceduta da un'accorta fase preparatoria, su un terreno squisitamente diplomatico: nell'estate 1.227, Federico II aveva inviato Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo a lui fedelissimo, in missione diplomatica in Egitto, insieme a Tommaso I d'Aquino, conte di Acerra recando con loro ricchissimi doni, tra cui pietre preziose e un cavallo sellato d'oro. Berardo aveva il delicato compito di saggiare le interessanti prospettive di intesa appena apertesi con il sultano ayyubide, il curdo al-Malik al-Kāmil. Federico era cresciuto nella Palermo normanna di Ruggero II, in un ambiente “multiculturale” impregnato di influssi arabi. Parlava fluentemente l'arabo, e a stento il tedesco. Giunse in Terrasanta accompagnato dalle sue guardie del corpo musulmane, in uno sfarzo di tipo orientale, distinguendosi così da tutti i crociati che lo avevano preceduto. L'imperatore si era messo in viaggio con un esercito relativamente ridotto, ed era giunto ad Acri nel settembre 1.228. L'11 febbraio 1.229 concluse un accordo con al-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino e Sultano ayyubide, che con Federico aveva dei buoni rapporti di amicizia diplomatica (vista anche la vicinanza tra Sicilia e costa africana): i cristiani avrebbero riavuto Betlemme, Nazaret, Lidda, Sidone e Toron (oggi Tibnin), oltre a Gerusalemme, ad eccezione della spianata del Tempio e della moschea al-Aqsà. Ai musulmani era però permesso di accedervi (pace di Giaffa) in quanto considerato luogo santo anche da essi. Gerusalemme inoltre veniva ceduta smantellata e indifendibile. Il 18 marzo 1.229 Federico II ricevette la corona di re di Gerusalemme grazie al precedente matrimonio con Isabella II di Brienne (che ormai era già defunta), nonostante l'opposizione del clero locale e di quasi tutti i grandi feudatari; lo stesso patriarca non riconobbe l'incoronazione e lanciò l'interdetto su Gerusalemme. Sul piano formale non si trattava di un'autentica incoronazione, in quanto Federico era colpito da una scomunica che non gli permetteva di partecipare a cerimonie religiose né di ricevere benedizioni. Il trattato di pace fu una dimostrazione dell'apertura e della tolleranza di Federico II verso gli Arabi e l'Islam. Il sultano al-Malik al-Kāmil aveva anche motivi politici per intavolare trattative con i cristiani, perché stava preparando una campagna contro suo fratello al-Mu'azzam di Damasco e non voleva essere disturbato da eventuali iniziative dei crociati. Il trattato è di rilevanza mondiale e unico ancor oggi per il compromesso tra gli interessi dell'Oriente e quelli dell'Occidente. Tra le sue conseguenze vi fu un aumento enorme degli scambi culturali e commerciali tra Levante e Europa. Esso, però, poté reggere solamente fintanto al-Malik al-Kāmil rimase in vita e Federico II riuscì ad esercitare la propria influenza sul regno di Gerusalemme. I loro discendenti non fecero nulla affinché il contrasto tra mondo cristiano e mondo islamico non si acuisse nuovamente. Federico rimase per alcuni mesi in Terra Santa, cercando senza successo di mettere ordine nella devastata situazione del regno. Probabilmente all'inizio c'era la volontà di governare il suo impero dalla nuova sede di Gerusalemme ma dopo alcuni mesi, visto che il suo clamoroso successo gli aveva attirato solo critiche, visto che continuava ad essere scomunicato e che le rivolte continuavano in tutto l'impero, decise di lasciare la Terrasanta il 1º maggio 1.229. Il rapporto con il papato, però non migliorò granché: il papa era deluso dalla vittoria effimera e dall'essere in balìa dei musulmani di una Gerusalemme smilitarizzata, senza mura e indifendibile. Inoltre il papa non vedeva di buon occhio la soluzione diplomatica, che non era nei suoi piani; anche l'incoronazione di Federico da scomunicato non gli fu gradita. Ma la ragione forse più importante era il risentimento del papa per il nuovo successo di quell'imperatore ormai molto scomodo che originariamente doveva, nelle intenzioni papali, mettersi in difficoltà con la crociata, magari sparire dalla scena come era accaduto al nonno di Federico, il Barbarossa. Il risultato fu la paradossale crociata proprio contro Federico II. Solo nel 1.230, con il Trattato di San Germano, fu revocata la scomunica a Federico II. Questa crociata viene talvolta contata come quinta: in questi computi non si considera infatti la fallita crociata del 1.217-1.221.

- Nel 1228 la Serbia completa la propria riorganizzazione attorno alla Raška, che diventa il centro di maggiore importanza durante il regno dei figli di Stefan II: Radoslav (1227-1233), Vladislav (1233-1243) e Uroš I (1243-1276). La dinastia dei Nemanjic riesce a tenere la Serbia distante dalle crisi che all'epoca devastano i Balcani ed a mantenere il Principato indipendente. Durante il regno di Stefan VI Uroš II (1282-1321) e di Stefano VII Uroš III (1321-1331), la Serbia estende il suo potere in Macedonia e in Bulgaria.

Nel 1.235 - Il khan dell'Orda d'Oro Batu avvia l'espansione a occidente.

Nel 1.236 - Comincia in Russia la seconda invasione mongola, che raggiungerà la Polonia, la Boemia e i Balcani. Comandati dal khan Batu, 50.000 mongoli si spingono verso la conquista del Principato di Kiev, la Rus' e conquistano la Bulgaria del Volga.

Nel 1.237 - Ha inizio l'invasione della Russia. I Tataro-mongoli conquistano rapidamente il controllo delle steppe, inglobando le locali popolazioni turche nel loro esercito. Il loro obiettivo principale rimane la Rus' di Kiev che, anche se ormai in fase di declino, era comunque il maggiore Stato slavo orientale. I Tataro-mongoli dell'Orda d'Oro disperdono o sottomettono tutte le tribù dei Cumani, mentre i loro territori diventano parte del Khanato dell'Orda d'Oro, pur serbando il nome di Canato dei Qipciaq. Alcune tribù riescono a fuggire in Bulgaria e in Ungheria, dove sono invitati a stabilirsi dai locali re, anche per ripopolare alcune zone tra Tibisco e Danubio, che da allora portano ancora il nome di Kunsàg (Cumania). I Cumani ebbero un ruolo molto importante nella storia ungherese, entrando a far parte della classe dirigente locale, rinnovandone la tradizionale tolleranza. Tra i sovrani ungheresi di origine cumana si ricorda soprattutto Ladislao il Cumano (1262 - 1290), che fu anche scomunicato e contro cui papa Niccolò IV organizzò una crociata che lo portò alla morte. In Ungheria, grazie alla tolleranza dei suoi sovrani (in ottemperanza ai dettami del primo re di quel paese danubiano, Stefano d'Ungheria), poterono conservare le loro credenze religiose (animista - sciamanica e musulmana anche con commistioni sincretistiche tra loro) almeno fino al XIV secolo se non oltre. Ancora oggi, in Transilvania sono presenti gruppi di loro discendenti, seguaci di un curioso Islam sincretizzato con pratiche sciamaniche. La memoria dei Cumani vive ancora oggi in Ungheria, dove le città di origine cumana si riconoscono da certi caratteri culturali propri e dal fatto che il loro nome contiene la parola Kun (in ungherese Cumano, appunto). Una regione ungherese è ancora oggi denominata "Cumania", divisa in "Piccola Cumania" (Kiskunság) e "Grande Cumania" (Nagykunság). Un altro toponimo ungherese che porta ancora in sé il nome dei Cumani è quello della provincia di Bács-Kiskun. Importante fu anche il contributo cumano alla storia romena. Di origine cumana furono molti principi romeni (tra i quali il primo re di Ungro-Valacchia, Basarab I di Valacchia), da cui - in ultima istanza - deriva anche il voivoda Vlad III di Valacchia (l'ispiratore di Dracula).

Nel 1.239 - Per la prima volta appare la menzione "Guelfo" e nel 1.242 quella di "Ghibellino".
Guelfi e Ghibellini erano le due fazioni opposte, nella politica italiana, dal XII secolo fino alla nascita delle Signorie, nel XIV secolo. Le origini dei nomi risalgono alla lotta per la corona imperiale dopo la morte dell'imperatore Enrico V (nel 1.125) tra le casate bavaresi e sassoni dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfo) con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino). Successivamente, dato che la casata sveva acquistò la corona imperiale e, con Federico I (il Barbarossa) Hohenstaufen, cercò di consolidare il proprio potere nel Regno d’Italia, le due definizioni designarono chi appoggiava l'impero (i Ghibellini) e chi lo contrastava in appoggio al papato (i Guelfi). I termini "guelfo" e "ghibellino" vennero coniati in relazione alle opposte fazioni fiorentine e toscane e furono un'invenzione linguistica di Firenze, che ottennero una straordinaria diffusione in Italia prima e in tutta l'Europa poi. Così come gli Hohenstaufen erano diventati gli Stuffo e gli Svevi, i Soavi, nella stessa maniera il nome di Welf divenne Guelfo, e quello di Weibling, Ghibellino. Le prime menzioni dei due termini appaiono negli "Annales Florentini". Nel 1239 compare per la prima volta la parola "guelfi" e nel 1242 la parola "ghibellini". Negli anni successivi, le attestazioni si fanno più consistenti e gli schieramenti dei guelfi e dei ghibellini si propagarono all'interno dei vari comuni e repubbliche marinare del suolo italico. Nell'epoca di Federico II , all'interno di quasi tutte le città italiane ci si schierava fra le due fazioni nella contesa tra papato e Impero. Gli antefatti risalgono a quando l'imperatore fu incoronato, nel 1220, mentre il comune di Firenze era impegnato in una disputa con il proprio vescovo, attestata sin dal 1218. Allora Firenze era alleata con Lucca, anch'essa in vertenza con il vescovo e con il papa ed era in guerra per motivi di confine con Pisa (che aveva cercato e ottenuto l'appoggio di Federico II) alleata a sua volta di Siena e Poggibonsi. Così, quando l'imperatore elargì concessioni ai suoi fedeli, Firenze fu gravemente penalizzata, a differenza di altre città toscane. Ciononostante, nel 1222, l'alleanza fiorentino-lucchese aveva riportato un'importante vittoria a Casteldelbosco contro le città avversarie. La stipulazione di una nuova alleanza, nel 1228, tra Pisa, Siena, Poggibonsi e Pistoia in funzione antifiorentina fece proseguire il conflitto tra Firenze e le altre città toscane, concentrandolo sulla Val di Chiana e Montepulciano. Sia il papato sia l'Impero tentarono la pacificazione con vari mezzi nel corso dei primi anni Trenta. Il legato imperiale Geboardo di Arnstein fallì una mediazione e poi bandì Montepulciano, che era governata da un podestà fiorentino, Ranieri Zingani dei Buondelmonti. Gregorio IX, approfittando della morte del vescovo fiorentino, insediò un suo fedele, Ardingo, a cui fece emanare costituzioni contro gli eretici. Nel 1232 Firenze, che continuava a rifiutarsi di venire a patti con Siena, fu interdetta e subì il bando imperiale. Fu chiamato in città un podestà milanese, Rubaconte da Mandello, mandato dal Papa in funzione antimperiale. Il nuovo magistrato però si fece promotore di una politica di difesa dei diritti del comune, anche in contrasto con il vescovo (che lo accusò di eresia) e trovò quindi il consenso del "popolo". Quando Federico II, forte della vittoria di Cortenuova, chiese l'invio di truppe per combattere nel Nord, nella milizia scoppiarono disordini tra Giandonati e Fifanti che si estesero all'intera città, portando alla cacciata di Rubaconte. L'ingresso del nuovo podestà, il romano filoimperiale Angelo Malabranca, riaprì i disordini che erano stati temporaneamente sedati. Nella seconda metà del Duecento i termini guelfi e ghibellini, grazie anche all'egemonia regionale e sovraregionale di Firenze, divennero le parti favorevoli al Papato e all'Impero in tutte le realtà urbane italiane, ribaltando il significato originario dei due schieramenti e i Guelfi non si sarebbero più schierati dalla parte di un Imperatore, ma da quella del Papa. In Italia tradizionalmente guelfi furono i comuni di Milano, Mantova, Bologna, Firenze, Lucca, Padova; famiglie guelfe furono i bolognesi Geremei, i genovesi Fieschi, i milanesi Della Torre, i riminesi Malatesta, i ravennati Dal Sale e le dinastie di origine obertenga come i ferraresi Este e alcuni rami dei Malaspina.
Castello di Battifolle con merlatura
guelfa.
Tradizionalmente ghibellini, cioè filoimperiali e filosvevi, furono i comuni di Pavia, Asti, Como, Cremona, Pisa, Siena, Arezzo, Parma, Modena. In Italia famiglie ghibelline furono i bolognesi Lambertazzi e Carrari, i comaschi Frigerio e Quadrio, i milanesi Visconti, gli astigiani Guttuari, i toscani conti Guidi e gli Ubaldini di Arezzo, i ferraresi Torelli-Salinguerra, i forlivesi Ordelaffi, i i fiorentini degli Uberti e Lamberti, i pisani Della Gherardesca, i trevigiani Da Romano, i senesi Salimbeni e Buonconti, i marchesi Aleramici del Monferrato, e le dinastie di origine obertenga come i Pallavicino e alcuni rami dei Malaspina. Molto frequenti furono comunque i cambi di bandiera, per cui città e famiglie tradizionalmente di una parte non esitarono, per opportunità politica, a passare alla fazione opposta.
Castello Visconti-Castelbarco con
merlatura ghibellina.
In architettura, l'appartenenza ad una o l'altra fazione, era riconoscibile dalla merlatura. Per merlo, elemento tipico dell'architettura militare medievale, si intende ciascuno dei rialzi in muratura, eretti a intervalli regolari, che coronano le mura perimetrali di castelli, torri difensive, palazzi, ecc. e l'insieme dei merli viene detto merlatura. La sua funzione principale era di "difesa passiva", proteggere cioè gli assediati dal lancio delle frecce e per contrattaccare garantendosi un certo riparo, ma i merli fungevano anche da "difesa attiva", infatti potevano all'occorrenza essere scalzati precipitando sugli assedianti che tentavano la scalata alle mura o che si assiepavano dinnanzi alle porte.
Nell'edilizia medievale si distinguono tradizionalmente i cosiddetti merli guelfi o ghibellini. I merli guelfi hanno la sommità squadrata e i merli ghibellini hanno la sommità "a coda di rondine".
L'uso della merlatura nell'epoca delle armi da fuoco divenne puramente decorativo, ed ebbe un revival nell'Ottocento nel periodo romantico-neogotico.

- In seguito Firenze, ormai stabilmente guelfasi divise fra Bianchi, riuniti intorno alla famiglia dei Cerchi, fautori di una moderata politica filo papale, che riuscirono a governare dal 1300 al 1301 e i Neri, il gruppo dell'aristocrazia finanziaria e commerciale più strettamente legato agli interessi della chiesa, capeggiato dai Donati, che salirono al potere con l'aiuto di Carlo di Valois, inviato dal papa Bonifacio VIII. « Queste due parti, Neri e Bianchi, nacquono d'una famiglia che si chiamava Cancellieri, che si divise: per che alcuni congiunti si chiamarono Bianchi, gli altri Neri; e così fu divisa tutta la città » (Dino Compagni, "Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi", Libro I, 25). Le fazioni presero il nome dai due partiti in cui si divideva la città di Pistoia. Dino Compagni e Giovanni Villani raccontano come nella seconda metà del Duecento, all'interno della famiglia fosse nata una lite tra cugini a causa dell'alcol. Non senza sottolineare la proverbiale litigiosità dei Pistoiesi, i due storici fiorentini raccontano come da questione privata si arrivò a una scissione familiare in due rami e due partiti, ai quali si aggregarono gradualmente (tramite il sistema delle consorterie) altre famiglie fino ad avere la città schierata in due partiti che si facevano una strenue lotta: i Bianchi e i Neri. L'etimologia dei nomi è incerta e si pensa che prenda origine da una certa fanciulla chiamata Bianca. Quando le cariche di governo venivano ormai elette a metà tra un partito e l'altro, fu sancita la definitiva esistenza degli schieramenti. La situazione pistoiese era ben nota ai fiorentini, che vi inviavano da tempo un potestà a guidare la città, e che spesso cercavano di avvantaggiarsi da questa situazione di debolezza, intascando denari tramite magistrati poco scrupolosi, che con leggerezza assegnavano multe per le frequenti discordie, sulle cui ammende pecuniarie per legge avevano diritto ad una percentuale. A capo della fazione dei Neri c'era Simone da Pantano, amico di Corso Donati, mentre a capo dei Bianchi c'era Schiatta Amati, imparentato con i Cerchi di Firenze. Entrambi erano esponenti della famiglia Cancellieri. I contendenti o i litigiosi della famiglia che avevano creato disordini in città tra il 1294 e il 1296 vennero esiliati nella vicina città di Firenze dove gli uni, i bianchi, troveranno l'appoggio della famiglia dei Cerchi e gli altri, i neri, della famiglia dei Donati. Successivamente questa divisione si combinò con i dissapori già esistenti tra le due famiglie fiorentine e diede il nome anche alle analoghe fazioni di Firenze. Politicamente la scissione verteva su chi, pur difendendo il Pontefice, non precludeva il ritorno o la necessità dell'imperatore (cioè i guelfi Bianchi) e chi invece trovava indispensabile che il governo dovesse essere affidato al Papa poiché "misso domenici" (mandato dal signore). Nella pratica poi erano gli interessi commerciali e gli odi personali a dettare i veri andamenti di quella che divenne una vera e propria guerra civile. Anche il Machiavelli citò l'episodio nelle sue "Istorie fiorentine".

Nel 1.240 - I Tataro-mongoli conquistano e saccheggiarono Kiev, ponendo fine alla sua prosperità. In breve tutti i principati russi che costituivano lo Stato vennero conquistati, eccetto Novgorod che, governata da Alexander Nevsky, riconobbe la supremazia del khan Batu. A differenza delle steppe dell'Asia centrale, la Rutenia non venne incorporata nell'Orda d'Oro ma lasciata in uno stato di vassallaggio semi-indipendente, dietro pagamento di un tributo. L'Orda continuò a vedere la Rutenia come un'area periferica di minore interesse, a patto che continuasse a pagare i tributi.

Nel 1.241 - Due armate principali di tataro-mongoli al comando di Batu e Subedei invadono l'Ungheria mentre un'armata più piccola invade la Polonia, frammentata in molti piccoli stati, come diversivo per evitare che giungano aiuti agli Ungheresi da nord. Durante la conquista della Russia, i Tataro-mongoli avevano sconfitto e sottomesso le tribù dei Cumani, una popolazione turca stabilitasi a nord del Mar Nero. Alcuni Cumani però erano fuggiti e si erano rifugiati nel Regno di Ungheria. Quando Béla IV d'Ungheria si era rifiutato di consegnare i Cumani, Subedei, il comandante delle truppe tataro-mongole in Europa, si era così accinto a preparare un piano per invadere l'Ungheria e la Polonia. Dopo aver saccheggiato gran parte del territorio polacco, i Tataro-mongoli si scontrarono il 9 aprile con le forze polacche guidate da Enrico II il Pio, Duca di Slesia, nella Battaglia di Legnica: Enrico è ucciso e le sue forze si disperdono, mentre i Tataro-mongoli si dirigono a sud per congiungersi con le altre armate tataro-mongole che combattono in Ungheria. Appena due giorni dopo le armate del sud sconfiggono gli Ungheresi nella Battaglia di Mohi, costringendo la famiglia reale a fuggire. Nonostante l'Ungheria non fosse ancora affatto pacificata, i Tataro-mongoli marciarono in direzione di Vienna, probabilmente con l'intenzione di invadere la Germania in inverno, ma proprio allora giunse a Batu la notizia della morte del gran khan Ogedei, suo zio. A questo punto l'invasione è interrotta e Batu torna in Mongolia per l'elezione del nuovo gran khan. In seguito, l'Orda d'Oro sarà impegnata su altri fronti e così nessuno penserà più di tentare nuovamente una grande campagna per conquistare l'Europa occidentale.

Nel 1.242 - I Russi, guidati da Aleksandr Nevskij, sconfiggono i Cavalieri Portaspada Teutonici sul lago Peipus.

- Le prime prove di armi simili a cannoni risalgono al XII secolo, quando diversi stati della Cina svilupparono in modo più o meno indipendente armi da fuoco derivate dai fuochi artificiali già diffusi dal X secolo. La Cina si trovava sotto pressione da parte di tribù nomadi dei territori limitrofi, che spesso sconfinavano con razzie o vere e proprie conquiste. Tra queste popolazioni vi furono tangut, khitan, manciù e soprattutto i mongoli. La tecnologia cinese raggiunse un buon grado di avanzamento, sviluppando per prima la tecnica del cannone a mitraglia (caricato con piccoli oggetti, in funzione anti-fanteria) e dell'uso navale del cannone. Nell'XII secolo la Cina attraversò un periodo di frazionamento politico e scontri, che causò una rapida evoluzione degli armamenti.
Queste armi da fuoco, che inizialmente comprendevano frecce propulse a razzo, razzi con catene chiodate e pentole esplosive, ed in seguito arrivarono a comprendere veri e propri cannoni e pezzi di artiglieria, furono usate dai difensori cinesi durante le invasioni mongole, e contribuirono in modo determinante alla difesa dell'impero. In seguito, i mongoli acquisirono alcune rudimentali tecniche legate a queste armi, e le portarono con sé nella loro marcia verso l'Europa e il Medio Oriente durante il XIII secolo. Questo primo contatto fu uno stimolo per lo sviluppo delle nuove armi da fuoco soprattutto in Europa, dove nel XV secolo l'uso della polvere da sparo comincerà a diventare significativo, gettando le basi per la fine della guerra di cavalleria.

- Il khan Batu stabilisce la sede dell'Orda d'Oro a Saraj, sul Volga.
Territori del khanato dell'Orda d'Oro con la capitale
C'è chi dice che il khanato chiamato "Orda d' Oro" prendesse il nome dalla tenda del khan Batu, completamente dorata e ricamata d'oro. La capitale era Saraj sul Volga ed il territorio andava dalla foce del Danubio verso nord, lungo i Carpazi fino al golfo di Finlandia; a settentrione costeggiava l' Ob per giungere infine al mar Caspio e al mar Nero. Il centro dell'impero mongolo si trovava in Mongolia, in particolare a Karakorum, dove il gran khan aveva la sua corte. Il conquistatore della Russia, Batu, non era un sovrano indipendente, ma governava l Orda d'Oro come una provincia di un impero in cui tutti i khan dipendevano dal gran khan. Le divergenze col potere centrale si accentuarono nei decenni successivi per la conversione delle popolazioni mongole occidentali - conosciute in Europa come tatari o, storpiando, tartari - all'islamismo a scapito del cristianesimo nestoriano o dello sciamanesimo dei Mongoli. 
Caratteristica del regime mongolo era la tremenda pressione fiscale. Ogni principe russo riceveva un investitura (Jarlyk) per governare e doveva accettare un supervisore (baskak), qualsiasi rivolta veniva repressa brutalmente da truppe di occupazione al cui acquartieramento doveva provvedere lo stesso principe. Nel frattempo i tataro-mongoli si divisero in orde distinte: la Grande Orda, ovvero ciò che rimaneva dell' originario Khanato, tra Don e Dniepr, poi l'Orda di Crimea e quella di Kazan. Solo verso la fine del XIV secolo il principato di Mosca, da tempo in grande ascesa grazie alla sua efficenza nel riscuotere tributi per conto dei mongoli, dava inizio alla riscossa russa, che si concretizzerà con Ivan III nella seconda metà del secolo seguente; ma si dovrà attendere suo figlio, Ivan IV il Terribile, per assestare finalmente il colpo finale alla Grande Orda d'Oro.  

Il 180° papa:
Innocenzo IV.
Nel 1.243 - Sinibaldo Fieschi dei Conti di Lavagna (1195 circa - 1254) è eletto papa (il 180°) con il nome di Innocenzo IV. Se a proposito di Innocenzo III si pensa alla teocrazia, Innocenzo IV fu il primo vero papa teocratico, e la sua preoccupazione eminente fu quella religiosa; soltanto in funzione di questa si spiegano i suoi gesti in campo politico. Solo dopo questa precisazione si può inquadrare nei suoi giusti termini la concezione innocenziana del potere spirituale e la sua teologia del primato papale; non s'incontreranno novità dottrinali nel vero senso della parola, ma un'inusitata energia nell'affermazione dei diritti della sede romana ed una più consapevole dimostrazione delle basi che li giustificano. Egli ribadì anzitutto l'idea che la preminenza del papa nella Chiesa è fondata sul passo evangelico di Matteo, dato che esso consacrava il posto del primo pontefice e giustificava tutte le prerogative che vennero poi formulate a favore dei successori: «Il primato della sede apostolica, che Iddio ha stabilito, è provato dalle testimonianze dei Vangeli e degli Apostoli; da esse derivano le costituzioni canoniche che asseriscono concordemente che la Chiesa romana è sopra le altre come maestra e madre»; «come uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, così Gesù Cristo volle che nella sua Chiesa uno solo fosse il capo di tutti»; «Cristo mise a capo di tutti uno solo che ordinò suo vicario in terra perché, come a lui si piega ogni ginocchio, così a quello tutti ubbidiscano affinché vi sia un solo ovile ed un solo pastore». Da qui in poi il papa è il vicario (colui che fa le veci di un suo superiore) di Cristo stesso.

Bulgaria, Impero Latino con relativi Principato e Ducati, i
tre stati bizantini Dispotia dell'Epiro, Impero di Nicea,
Impero di Trebisonda e il Sultanato selgiuchide di Rûm
- I sultani selgiuchidi, che riuscirono con successo a respingere le Crociate, devono soccombere all'avanzata dei Tataro-Mongoli, di cui diventano vassalli e, nonostante gli sforzi di scaltri amministratori per preservare l'integrità dello Stato, il potere del sultanato si disintegra nella seconda metà del XIII secolo per scomparire definitivamente nel primo decennio del XIV. Il Sultanato di Rûm o Sultanato di Iconio (dal nome delle due capitali succedutesi nel tempo: Nicea e Iconio, oggi İznik e Konya), fu il primo impero turco d'Anatolia, creato dalla dinastia dei turchi Selgiuchidi. Il termine "Rūm" deriva dalla parola araba usata per Impero Romano. I Selgiuchidi chiamarono le terre del loro sultanato Rūm perché fu stabilito su terre a lungo considerate "romane" (romee), o bizantine. Il sultanato prosperò, particolarmente tra il tardo XII e il XIII secolo, quando prese ai bizantini porti strategici sulle coste del Mar Mediterraneo e del Mar Nero. Nell'Anatolia i Selgiuchidi favorirono il commercio con un programma di costruzione di caravanserragli, che facilitarono l'afflusso di beni dall'Iran e dall'Asia Centrale ai porti. Nacquero commerci molto intensi, specialmente con i genovesi in questo periodo. L'accresciuto benessere permise al sultanato di assorbire altri stati turchi stabilitisi in Anatolia dopo la battaglia di Manzicerta (combattuta il 26 agosto 1071 tra l'esercito del sultano selgiuchide Alp Arslān e quello bizantino dell'imperatore Romano IV Diogene): i Danishmendidi, i Saltukidi (Saltuklu) e gli Artuqidi.

Nel 1.246 - Avviene l’"Anschluss" (collegamento, nel senso di annessione) della Provenza. Beatrice, ereditiera della contea, viene fatta sposare a Carlo d’Angiò, parente del re di Francia. Le città provenzali si rifiutano di riconoscere il nuovo sovrano per timore di perdere le proprie libertà municipali. Carlo “pacifica” ad una ad una, naturalmente con le armi, Arles, Aix, Marsiglia… La resistenza Provenzale dura, comunque, dieci anni.

Cartina dell'Europa nel 1250, con: Borgogna (Burgundia),
Impero Germanico, Boemia, Slesia, Regno d'Italia con i
Comuni in giallo, Stato della Chiesa, territori di Venezia
ormai resasi autonoma da Costantinopoli; Impero e
Regno di Sicilia sotto il controllo degli Hohenstaufen.
Nel 1.248 - In febbraio Federico II  Hohenstaufen subisce una grave sconfitta nella battaglia di Parma ad opera di Gregorio da Montelongo. Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1.194 - Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1.250) fu Re di Sicilia (come Federico I di Sicilia, dal 1.198 al 1.250), Duca di Svevia (come Federico VII di Svevia, dal 1.212 al 1.216), Re di Germania (dal 1.212 al 1.220) e Imperatore dei Romani (come Federico II del Sacro Romano Impero, eletto nel 1.211, incoronato ad Aquisgrana nel 1.215, incoronato a Roma dal papa nel 1.220), infine Re di Gerusalemme (dal 1.225 per matrimonio, autoincoronatosi a Gerusalemme nel 1.228).
Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen e discendeva per parte di madre dalla dinastia normanna degli Altavilla, regnanti di Sicilia. Conosciuto con gli appellativi "stupor mundi" (meraviglia o stupore del mondo) o puer Apuliae (fanciullo di Puglia), con intento dispregiativo attribuitogli dagli intellettuali tedeschi durante la lotta per il titolo imperiale contro Ottone di Brunswick e potrebbe essere tradotto come "ragazzino dell'Italia meridionale", contrapposto al maturo cavaliere dei guelfi. Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l'attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari, nel bene e nel male. Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volte ad unificare le terre e i popoli, fortemente contrastata dalla Chiesa. Egli stesso fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi. La sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Federico nacque il 26 dicembre 1.194 da Enrico VI (a sua volta figlio di Federico Barbarossa I di Svevia) e da Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II il Normanno, a Jesi, nella Marca anconitana, mentre l'imperatrice stava raggiungendo a Palermo il marito, incoronato appena il giorno prima, il giorno di Natale, re di Sicilia. Data l'età avanzata, nella popolazione vi era un diffuso scetticismo circa la gravidanza di Costanza, perciò fu allestito un baldacchino al centro della piazza di Jesi, dove l'imperatrice partorì pubblicamente, al fine di fugare ogni dubbio sulla nascita dell'erede al trono.
Federico II
Hohenstaufen,
Napoli, Palazzo
Reale.
Costanza, che prima del battesimo del figlio lo chiamò inizialmente col nome matronimico di Costantino, portò il neonato a Foligno, città dove Federico visse i suoi primissimi anni, affidato alla duchessa di Urslingen, moglie del duca di Spoleto, Corrado, uomo di fiducia dell'imperatore. Poi partì immediatamente alla volta della Sicilia per riprendere possesso del regno di famiglia, poco prima riconquistato dal marito. Qualche tempo dopo, nella cerimonia battesimale svoltasi nella Cattedrale di San Rufino in Assisi, in presenza del padre Enrico, il nome del futuro sovrano venne definito in quello di Federico Ruggero; "Federico" per indicarlo a futura guida dei principi germanici quale nipote di Federico Barbarossa e "Ruggero" per sottolineare la legittima pretesa alla corona del Regno di Sicilia quale discendente di Ruggero II. Quella fu la seconda ed ultima occasione in cui Enrico VI vide il figlio. Così, per la sua nascita Federico era già pretendente di molte corone. Quella imperiale non era ereditaria, ma Federico era un valido candidato a Imperatore del Sacro Romano Impero, che comprendeva le corone di Germania, Italia e di Borgogna.
Questi titoli assicuravano diritti e prestigio, ma non davano un potere effettivo, mancando in quegli stati una solida compagine istituzionale controllata dal sovrano. Tali corone davano potere solo se si era forti, altrimenti sarebbe stato impossibile far valere i diritti regi sui feudatari e sui Comuni italiani. Inoltre per via materna aveva ereditato la corona di Sicilia, dove invece esisteva un apparato amministrativo ben strutturato a garantire che la volontà del sovrano venisse applicata, secondo la tradizione di governo centralistico. L'unione del regno di Germania e di Sicilia non veniva vista di buon occhio né dai normanni né dal papa, che con i territori che a vario titolo componevano lo Stato della Chiesa possedeva una striscia che avrebbe interrotto l'unità territoriale del grande regno, facendolo sentire di conseguenza accerchiato. Il 28 settembre 1.197 Enrico VI (il padre) moriva e Costanza affidò il figlio a Pietro di Celano conte della Marsica (fratello di Silvestro della Marsica che era stato Grande Ammiraglio di Guglielmo I il Malo, re di Sicilia) e Berardo di Laureto appartenente alla famiglia degli Altavilla conti di Conversano. Il 17 maggio del 1.198 Costanza fece incoronare il figlio re di Sicilia a soli quattro anni. Costanza morì il 27 novembre dello stesso anno, dopo averlo posto sotto la tutela del nuovo papa, Innocenzo III, ed aver costituito a favore del papa un appannaggio di 30.000 talenti d'oro per l'educazione di Federico. Suo primo maestro fu frate Guglielmo Francesco, che ne rispondeva al vescovo Rinaldo di Capua, il quale informava costantemente il papa dei progressi scolastici, della crescita e della salute di Federico poi sarà Gualtiero di Palearia, vescovo di Troia, il vero tutore di Federico, a Palermo. Federico risiedeva nella reggia di Palermo, nel Castello della Favara, nel Castello a Mare, seguendo Gentile di Manopello fratello di Gualtiero. Poi Guglielmo Francesco, Gentile di Manopello ed un imam musulmano, rimasto sconosciuto alla storia, furono istruttori di Federico fino a quando, sotto la tutela di Marcovaldo e poi di Guglielmo di Capparone, venne cresciuto dal popolo palermitano più povero.
Stemma degli
Hohenstaufen,
attuale stemma
dello stato federale
tedesco del
Baden-Württemberg
che occupa
gran parte dell'antica
Svevia, in
tedesco Schwaben.
Il 26 dicembre 1.208 Federico compie il quattordicesimo anno di età uscendo così dalla tutela papale assumendo il potere nelle sue mani. Su consiglio del pontefice, nell'agosto del 1.209 sposa la venticinquenne Costanza d'Aragona, vedova del re ungherese Emerico, che non aveva ancora compiuto quindici anni. In Germania, nel frattempo, dopo la morte di Enrico VI nessuno era più riuscito a farsi incoronare imperatore. Due erano i rivali che puntavano al titolo imperiale vacante: il primo era appunto Filippo di Svevia, fratello minore di Enrico VI, eletto re dai principi tedeschi nel 1.198 e incoronato a Magonza mentre il secondo era Ottone di Brunswick, figlio minore del duca di Baviera e Sassonia Enrico il Leone, eletto anch’egli re da alcuni principi tedeschi che si opponevano all’elezione dell' Hohenstaufen e incoronato ad Aquisgrana. Gli aggettivi "Guelfo" e "Ghibellino" risalgono proprio a questa lotta per la corona imperiale tra la casata bavarese-sassone dei Welfen (pronuncia velfen, da cui la parola guelfo) con quella sveva degli Hohenstaufen, signori del castello di Waiblingen (anticamente Wibeling, da cui la parola ghibellino). Ottone poteva inoltre contare sull’appoggio del re d’Inghilterra Giovanni I, che era suo zio, e di Innocenzo III, che voleva evitare un imperatore di discendenza svevo-normanna per scongiurare una sua rivendicazione sul regno di Sicilia, mentre Filippo, a sua volta, poteva contare sull’appoggio del re di Francia Filippo II Augusto. La situazione si risolse solo nel 1.208 quando Filippo di Svevia fu assassinato per motivi personali e Ottone ebbe campo libero. Egli fece numerose concessioni al papato, in particolare la corona si impegnava a rinunciare ad una sua ingerenza nelle elezioni dei prelati e accettava senza limiti il diritto d’appello del pontefice nelle cose ecclesiastiche; inoltre si sarebbe posto fine ad abusi quali l’appropriazione delle rendite delle diocesi vacanti. Il 4 ottobre del 1.209, a Roma, Innocenzo III incorona imperatore Ottone IV. Nonostante le numerose promesse, l'imperatore Ottone IV, richiamandosi all’antiquum ius imperii, rivendica il dominio sull’Italia intera e sosta per circa un anno nell’Italia centrale, cosa che preoccupa non poco Innocenzo III che proprio in quei territori stava cercando di estendere lo Stato della Chiesa. Quindi Ottone, una volta incoronato, muove contro il papa e si arma contro il piccolo re di Sicilia che non aveva altro aiuto eccetto la chiesa. Perciò l’anno seguente, 1.210, Innocenzo scomunica l'imperatore Ottone ma costui manda in Puglia un esercito cui è a capo il marchese Azzo d’Este. Poi passando per la Toscana, dopo aver raccolto un grande esercito, prende alcune località con la forza e altre per resa; gli resistono soltanto Viterbo, Orvieto e poche altre. Infine avanza e sverna a Capua. Dopo la scomunica papale e a causa dell’ostilità di Filippo II Augusto di Francia, che incoraggia la ribellione, in Germania, della nobiltà che aveva appoggiato Filippo di Svevia e ora vede Ottone IV combattere contro un Hohenstaufen, tanto che l’imperatore, è costretto a tornare in Germania. I feudatari ribelli cercano l’aiuto di Federico, proponendolo come candidato da opporre a Ottone IV. Nel frattempo, in Sicilia, dove lo svevo era appena divenuto padre del suo primogenito Enrico, cheda  neonato viene incoronato re di Sicilia (coreggente), si organizza subito una rapida spedizione verso Oltralpe: partito a marzo del 1.212 da Palermo, Federico giunge a Roma la domenica di Pasqua e presta giuramento vassallatico al papa; a settembre entra trionfalmente a Costanza, a ottobre indice la sua prima dieta da re di Germania e a novembre stipula gli accordi col futuro re di Francia Luigi VIII per combattere il rivale Ottone IV. Finalmente il 9 dicembre 1.212 Federico viene incoronato nel duomo di Magonza dal vescovo Sigfrido III di Eppstein, ma la sua effettiva sovranità doveva ancora essere sancita. Il 12 luglio 1.213, con la cosiddetta "Bolla d'Oro" (o "promessa di Eger"), Federico promette di mantenere la separazione fra Impero e Regno di Sicilia (vassallo del Pontefice) e di rinunciare ai diritti germanici in Italia (promessa già di Ottone IV, mai mantenuta). Promette inoltre di intraprendere presto una crociata in Terrasanta, nonostante non ci fosse stata un'esplicita richiesta da parte del papa. Federico II è riconosciuto unico pretendente alla corona imperiale solo dopo il 27 luglio 1.214 quando, nella battaglia di Bouvines, Filippo Augusto re di Francia, alleato di Federico, sbaraglia Ottone IV alleato degli inglesi. In Germania resistono al dominio di Federico soltanto Colonia, la città più ricca e popolosa della Germania del tempo, i cui mercanti vantavano particolari diritti commerciali e di traffico con l'Inghilterra di Enrico II Plantageneto sin dal 1.157 e Aquisgrana, dove erano conservate le spoglie di Carlo Magno. Aquisgrana cade nel 1.215 e Federico vi riceve una seconda e splendida incoronazione (25 luglio 1.215) che completa quella di Magonza. L'11 novembre 1.215 viene aperto da Innocenzo III il IV Concilio Lateranense (XII universale) cui anche Federico partecipa. Finché sarà in vita il suo protettore Innocenzo III, Federico eviterà di condurre una politica personale troppo pronunziata. Morto Innocenzo III e salito al soglio Onorio III (18 luglio 1.216), papa di carattere meno deciso del predecessore, Federico è incalzato dal nuovo papa a dare corso alla promessa di indire la crociata. Federico tergiversa a lungo e nel 1.220 fa nominare dalla Dieta di Francoforte il figlio Enrico "re di Germania". Il Pontefice ritiene che l'unico modo di impegnare Federico sia quello di nominarlo imperatore, ed il 22 novembre 1.220 Federico è incoronato imperatore in San Pietro a Roma da Papa Onorio III. Federico non dà segno di voler abdicare sul Regno di Sicilia, ma mantiene la ferma intenzione di tenere separate le due corone. La Germania la lasciava al figlio, ma in quanto imperatore mantiene la suprema autorità su di essa. Essendo stato allevato in Sicilia è probabile che si sentisse più siciliano che tedesco, ma soprattutto conosceva bene il potenziale del suo regno, con una fiorente agricoltura, città grandi e buoni porti, oltre alla straordinaria posizione strategica al centro del Mediterraneo. Il trattato con i prìncipi della chiesa, o “Confoederatio cum principibus ecclesiasticis”, del 26 aprile 1.220 fu emanato da Federico II come concessione ad alcuni vescovi tedeschi per avere la loro collaborazione all'elezione del figlio Enrico come re di Germania. La Carta rappresenta una delle più importanti fonti legislative del Sacro Romano Impero nel territorio tedesco. Con questo atto Federico II rinunciava ad un certo numero di privilegi reali in favore dei principi-vescovi. Fu un vero stravolgimento nell'equilibrio del potere, un nuovo disegno che doveva portare a maggiori vantaggi nel controllo di un territorio vasto e lontano. Fra i tanti diritti acquisiti, i vescovi assunsero quello di battere monetadecretare tasse e costruire fortificazioni. Inoltre questi ottennero anche la possibilità di istituire tribunali nelle loro signorie e di ricevere l'assistenza del re o dell'imperatore per far rispettare i giudizi emanati nei territori in questione. La condanna da una corte ecclesiale significava automaticamente una condanna e una punizione da parte del Tribunale Reale o Imperiale. In più, l'emanazione di una scomunica si traduceva automaticamente in una sentenza come fuorilegge da parte del tribunale del re o dell'imperatore. Il legame, quindi, fra il tribunale di Stato e quello locale del Principe Vescovo si saldò indissolubilmente. L'emanazione di questa legge si ricollegava direttamente al più tardo Statutum in favorem principum che sanciva simili diritti per i principi laici. Il potere dei signori si accresceva, ma aumentava anche la capacità di controllo sul territorio dell'impero e sulle città. In questo modo, Federico II sacrificò la centralità del potere per assicurarsi una maggiore tranquillità nella parte continentale dell'Impero stesso, in modo da poter rivolgere la sua attenzione al fronte meridionale e mediterraneo. Federico poté dedicarsi a consolidare le istituzioni nel Regno di Sicilia, indicendo due grandi assise a Capua e a Messina (1.220-1.221). In quelle occasioni rivendicò che ogni diritto regio confiscato in passato a vario titolo dai feudatari venisse immediatamente reintegrato al sovrano. Introdusse inoltre il diritto romano, nell'accezione giustinianea rielaborata dall'Università di Bologna su impulso di suo nonno il Barbarossa. Il 5 giugno 1.224, all'età di trent'anni, Federico istituì con editto formale, a Napoli, la prima universitas studiorum statale e laica della storia d'Occidente, in contrapposizione all'ateneo di Bologna, nato come aggregazione privata di studenti e docenti e poi finito sotto il controllo papale. L'università, polarizzata intorno allo studium di diritto e retorica,  dalla quale sarebbe uscito il ceto di funzionari in grado di servirlo, senza che i suoi fedeli dovessero recarsi fino a Bologna per studiare, contribuì all'affermazione di Napoli quale capitale della scienza giuridica. Napoli non era ancora la capitale del Regno, ma Federico la scelse per la sua posizione strategica ed il suo già forte ruolo di polo culturale ed intellettuale di quei tempi. Favorì anche l'antica e gloriosa scuola medica salernitana. Il tentativo di Federico di accentrare l'amministrazione del Regno e ridurre il potere dei feudatari locali (soprattutto ordinando la distruzione delle fortificazioni che potessero rappresentare un potenziale pericolo per il potere centrale) incontrò molte resistenze, tra queste principalmente quella del conte di Bojano, Tommaso da Celano, la cui contea, unita con i possedimenti originali in Marsica, rappresentava il feudo di maggiore estensione del regno. Il conte Tommaso si rifiutò di smantellare i castelli come ordinato dallo svevo e organizzò la resistenza presso le fortificazioni di Ovindoli e Celano in Marsica, Civita di Bojano e Roccamandolfi in Molise, dove affrontò a partire dal 1.220 la forza d'urto dell'esercito imperiale. Le prime tre città caddero nel giro del primo anno di guerra, mentre Roccamandolfi, dove il da Celano aveva lasciato alla guida della resistenza la moglie Giuditta, si arrese all'assedio nel 1.223 dopo essere stato danneggiato ma non preso. Il castello del capoluogo della contea, Bojano, venne demanializzato e ricostruito; Ovindoli e Celano furono distrutte, Roccamandolfi dovette essere ricostruita più a valle lasciando il castello alla rovina; Tommaso da Celano, non avendo in seguito rispettato i termini della resa, fu espropriato della contea che cessò di essere la spina nel fianco nei possedimenti normanni di Federico. Giunto a Melfi, l'imperatore, accolto calorosamente dalla popolazione locale, pernottò nel castello costruito dai suoi ascendenti normanni, apportandone in seguito alcune restaurazioni.
Augustale di Federico II (1231).
Nella località melfitana (ma anche a Lagopesole, Palazzo San Gervasio e Monticchio), Federico II trascorre il suo tempo libero, dedicandosi alla caccia con il falcone, poiché le zone boschive del Vulture erano particolarmente ideali per il suo passatempo preferito. Nel castello Federico II, con l'ausilio del suo fidato notaio Pier delle Vigne, emanò nel 1.231 le Constitutiones Augustales (note anche come Costituzioni di Melfi o Liber Augustalis), codice legislativo del Regno di Sicilia, fondato sul diritto romano e normanno, tra le più grandi opere della storia del diritto per la sua importanza storica di recupero delle antiche leggi normanne di cui si sono conservati pochissimi documenti. Le costituzioni miravano a limitare i poteri e i privilegi delle locali famiglie nobiliari e dei prelati, facendo tornare il potere nelle mani dell'imperatore e a rendere partecipi anche le donne per quanto riguardava la successione dei feudi. Ne doveva nascere uno Stato centralizzato, burocratico e tendenzialmente livellatore, con caratteristiche che gli storici hanno reputato "moderne". Negli anni seguenti Federico si dedicò a riordinare il Regno di Sicilia, eludendo le continue richieste del papa Onorio III di intraprendere la crociata. Per dilazionare ulteriormente il suo impegno, Federico stipulò col papa un trattato (Dieta di San Germano, nel luglio 1.225), con il quale si impegnava a organizzare la crociata entro l'estate del 1.227, pena la scomunica. In realtà il vero obiettivo di Federico era l'unione fra Regno di Sicilia e Impero, nonché l'estensione del potere imperiale all'Italia. In questo disegno rientrò il suo tentativo di recuperare all'impero la marca di Ancona e il ducato di Spoleto, rientranti nella sovranità papale. Inoltre in Sicilia procedette all'occupazione di cinque vescovadi con sede vacante, alla confisca dei beni ecclesiali e alla cacciata dei legati pontifici che si erano colà recati per la nomina dei vescovi, pretendendo di provvedere direttamente alle nomine. Il papa era molto adirato con Federico sia perché non aveva adempito ai patti di tenere separati Impero e Regno di Sicilia, sia perché non rispettava la libertà del clero nei suoi territori intromettendosi sistematicamente nell'elezione dei vescovi e perché non partiva per la crociata: durante la fallimentare crociata del 1.217-1.221 (la quinta) Federico si era ben guardato da aiutare i crociati, avendo più a cuore la pace con il sultano d'Egitto i cui territori erano così vicini alla Sicilia e con il quale era in rapporti di amicizia diplomatica. Nel frattempo, a causa delle mire di controllo sull'Italia da parte di Federico, era risorta nel nord Italia la Lega Lombarda: nell'aprile 1.226 Federico convocò la Dieta di Cremona con il pretesto di preparare la crociata ed estirpare le dilaganti eresie, ma questa non poté avere luogo per l'opposizione della Lega Lombarda, che impedì l'acceso ai delegati mentre Federico non aveva al nord forze sufficienti per contrastare i Comuni ribelli. Il 9 settembre 1.227, pressato dal successore di Onorio, papa Gregorio IX, e sotto la minaccia di scomunica, Federico tentò di onorare la promessa fatta al predecessore partendo per la sesta Crociata, ma una pestilenza scoppiata durante il viaggio in mare che falcidiò i crociati lo costrinse a rientrare a Otranto: lui stesso si ammalò e dovette ritirarsi a Pozzuoli per rimettersi in sesto. Gregorio IX interpretò questo comportamento come un pretesto e, conformemente al trattato di San Germano del 1.225, lo scomunicò il 29 dello stesso mese a Bitonto. A nulla valse una lettera di giustificazioni inviata al papa da Federico nel novembre e la scomunica fu confermata il 23 marzo 1.228. Nella primavera 1.228, Federico decise di partire per la Terrasanta, pur sapendo che durante la sua assenza il Papa avrebbe cercato di riunire tutti i suoi oppositori in Germania e in Sicilia, minacciando la Lombardia e il suo Regno Meridionale. Come riferito dal cronista Riccardo di San Germano, Federico celebrò a Barletta la Pasqua 1.228 "in omni gaudio et exultatione" e ai primi di maggio del 1.228, convocata sempre a Barletta un'assemblea pubblica, comunicò di persona le sue decisoni: nominò Rainaldo di Urslingen, già Duca di Spoleto, suo sostituto in Italia durante l'assenza; in caso di sua morte, nominò erede suo figlio Enrico re dei Romani e in seconda istanza il piccolo Corrado, nato pochi giorni prima ad Andria il 25 aprile da Jolanda di Brienne, che nel frattempo era morta in seguito al parto. Quindi seppur scomunicato, partì da Brindisi il 28 giugno 1.228 per la sesta Crociata. Federico ottenne il successo grazie a un accordo con il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil, nipote di SaladinoGerusalemme venne ceduta ma smantellata e indifendibile e con l'esclusione dell'area della moschea di Umar (ritenuta dai cristiani il Tempio di Salomone) che era un luogo santo musulmano. Questa soluzione aveva evitato la battaglia e aveva sollevato Federico dall'incombenza della crociata, ma consegnava alla cristianità una vittoria effimera e in balia dei musulmani. Il 18 marzo 1.229 nella basilica del Santo Sepolcro Federico si incoronò re di Gerusalemme (in quanto erede del trono per aver sposato nel 1.225 Jolanda di Brienne, regina di Gerusalemme, nonostante l'opposizione del clero locale e di quasi tutti i feudatari). Durante l'assenza di Federico, Rinaldo tentò di recuperare con le armi il ducato di Spoleto, mentre truppe germaniche scesero in difesa della Sicilia. Il Papa assoldò altre truppe per contrastarle, bandendo la paradossale crociata contro Federico II, e i territori di Federico subirono l'invasione delle medesime. Quando Federico ritornò in Italia dopo la crociata, trovò molte città che appoggiavano il Papa: riuscì ad avere ragione delle forze papali ma ritenne opportuno, per quel momento, riconciliarsi col pontefice e con la Pace di San Germano del 23 luglio 1.230, promise di rinunciare alle violazioni che avevano determinato la scomunica, di restituire i beni sottratti ai monasteri e alle chiese e di riconoscere il vassallaggio della Sicilia al papa. D'altro canto il papa non poteva non tener conto dell'obiettivo ottenuto da Federico in Terra santa e il 28 agosto successivo ritirò la scomunica: il 1º settembre papa e imperatore si incontrarono ad Anagni. Nella diatriba fra papa e imperatore intanto si erano inserite le città della Lega Lombarda ed era ripresa la secolare divisione fra guelfi e ghibellini. Nel 1.231 Federico convocò una Dieta a Ravenna nella quale fece riaffermare l'autorità imperiale sui Comuni, ma ciò ebbe poca influenza sugli eventi successivi. Nel successivo periodo di pace e distensione Federico approfittò per sistemare alcune questioni giuridiche nei suoi regni, con particolare riguardo a quello siculo. Il rinnovato accordo fra il papa e Federico venne utile a quest'ultimo allorché nel 1.234 suo figlio Enrico si ribellò al padre: rivoltosi al papa, Federico ottenne la scomunica contro il figlio, lo fece arrestare e lo tenne prigioniero fino alla morte, avvenuta nel 1.242. Alla corona tedesca venne allora associato l'altro figlio Corrado IV (che non riuscì neppure lui a governare in pace per l'opposizione dei nobili che gli misero davanti una serie di anti-re). Nel maggio dello stesso anno alcuni violenti tumulti, organizzati da famiglie ostili a Gregorio IX, costrinsero quest'ultimo a fuggire in Umbria. Federico, cui faceva molto comodo politicamente apparire come il difensore della Chiesa, accorse in armi, sconfisse i ribelli a Viterbo (ottobre 1.237) e ristabilì Gregorio sul trono romano (1.238). Tuttavia egli non era venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l'Italia all'impero germanico, favorendo l'instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Nel novembre 1.237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio che inviò in omaggio al papa. L'anno successivo il figlio Enzo (o Enzio) sposò Adelasia di Torres, vedova di Ubaldo Visconti, giudice di Torres e Gallura e Federico lo nominò Re di Sardegna. Ciò non poteva essere accettato dal papa, visto che la Sardegna era stata promessa in successione al papa dalla stessa Adelasia. Alle rimostranze del pontefice, Federico rispose nel marzo 1.239 tentando di sollevargli contro la curia e il papa lo scomunicò, indicendo anche un concilio a Roma per la Pasqua del 1.241. Federico, per impedire lo svolgimento del Concilio che avrebbe confermato solennemente la sua scomunica, bloccò le vie di terra per Roma e fece catturare i cardinali stranieri in viaggio per mare dalla flotta comandata dal figlio Enzo con una battaglia navale avvenuta presso l'isola del Giglio. Le truppe imperiali giunsero alle porte di Roma, ma il 22 agosto 1.241 l'anziano papa Gregorio IX morì e Federico, dichiarando diplomaticamente che lui combatteva il papa ma non la Chiesa (egli era sempre sotto scomunica), si ritirò in Sicilia. Dopo la morte di Gregorio IX, venne eletto papa Goffredo Castiglioni, che prese il nome di Celestino IV, ma che morì subito dopo. La prigionia di due cardinali catturati da Federico e l'incombente minaccia delle sue truppe alle porte di Roma provocarono una vacanza al soglio pontificio di un anno e mezzo, periodo durante il quale si svolsero frenetiche trattative. Infine il conclave si tenne ad Anagni e fu eletto il genovese Sinibaldo Fieschi che prese il nome di Innocenzo IV. Il 31 marzo 1.244 fu stilata in Laterano una bozza di accordo fra Federico ed Innocenzo IV che prevedeva, in cambio del ritiro della scomunica, la restituzione di tutte le terre pontificie occupate dall'imperatore, ma nulla diceva sulle pretese imperiali in Lombardia. L'accordo non fu mai ratificato. Tra il 1.243 e il 1.246 Federico II trascorse le stagioni invernali a Grosseto, approfittando del clima mite e delle aree umide attorno alla città per praticare la caccia, suo passatempo preferito. In quegli stessi decenni, circolarono in Italia diverse opere di impronta apocalittica, che attribuivano a Federico un ruolo di protagonista nella riforma della Chiesa. In particolare, il commento al profeta Geremia Super Hieremiam (attribuito pseudoepigraficamente a Gioacchino da Fiore ma prodotto forse entro ambienti cistercensi o florensi e rielaborato e aggiornato entro ambienti francescani rigoristi) riconosceva a Federico II un ruolo paradossalmente provvidenziale, proprio in quanto atteso persecutore della Chiesa corrotta e in special modo dei cardinali. Papa Innocenzo IV decise che l'assoggettamento della Lombardia all'impero non poteva essere accettato: avrebbe significato l'accerchiamento dei domini pontifici da parte dell'imperatore. Perciò decise di indire un Concilio per confermare la scomunica a Federico e far nominare un altro imperatore, rivolgendosi ai suoi nemici che in Germania erano numerosi. Giunto a Lione svolse un'intensa attività diplomatica presso i nobili tedeschi ed indisse un Concilio che si aprì il 28 giugno 1.245. Lione, sebbene formalmente in Borgogna, quindi di proprietà dell'imperatore, era fuori dal tiro di Federico ed era sotto protezione del re di Francia. Il concilio confermò la scomunica a Federicolo depose, sciogliendo sudditi e vassalli dall'obbligo di fedeltà, ed invitò i nobili elettori tedeschi a proclamare un altro imperatore, bandendo contro Federico una nuova crociata. Non tutta la Cristianità però accettò quanto deliberato nel concilio, che si era tenuto in condizioni non troppo chiare. Il papa aveva finto fino all'ultimo di voler patteggiare con Federico e molti si domandarono se fosse giusto un provvedimento così grave contro l'imperatore in un momento in cui nuove minacce si affacciavano all'orizzonte (l'offensiva mongola). L'imperatore subì il gravissimo colpo che ne appannò il prestigio e dal 1.245 gli eventi iniziarono a precipitare. Gli Elettori tedeschi trovarono il nuovo imperatore (in realtà "re di Roma", titolo che preludeva alla nomina di imperatore) in Enrico Raspe, margravio di Turingia, che il 5 agosto 1.246 sconfisse nella battaglia di Nidda il figlio di Federico, Corrado (tuttavia, l'anno successivo, il Raspe morì). Nel febbraio del 1.248 Federico subì una grave sconfitta nella battaglia di Parma ad opera di Gregorio da Montelongo. Dopo un assedio durato oltre sei mesi i parmigiani, approfittando dell'assenza dell'imperatore che era andato a caccia nella valle del Taro, uscirono dalla città e attaccarono le truppe imperiali, distruggendo la città-accampamento di Vittoria. L'imperatore riuscì a stento a rifugiarsi a San Donnino, da dove raggiunse poi la fedele alleata Cremona. L'anno seguente il figlio Enzo, battuto nella battaglia di Fossalta, fu catturato dai bolognesi che lo tennero prigioniero fino alla morte (1.272). Poco dopo Federico subì il tradimento (o credette di subirlo) di uno dei suoi più fidati consiglieri, Pier delle Vigne (celebre in un passo dell'Inferno di Dante). La vittoria militare del figlio Corrado sul successore di Raspe, Guglielmo II d'Olanda avvenuta nel 1.250, non portò alcun vantaggio per Federico, il quale nel dicembre dello stesso anno morì a causa di un attacco di dissenteria. Nel suo testamento nominava suo successore il figlio Corrado, ma il papa non solo non riconobbe il testamento ma scomunicò pure Corrado (che morì quattro anni dopo di malaria, nel vano tentativo di ricuperare a sé il regno di Sicilia). Federico cadde probabilmente vittima di un'infezione intestinale dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, fu avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Le sue condizioni apparvero immediatamente gravi, tanto che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell'agro dell'odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia. Leggenda vuole che a Federico fosse stata predetta dall'astrologo di corte, Michele Scoto, la morte “sub flore”, ragione per la quale pare egli abbia sempre evitato di recarsi a Firenze. Allorché fu informato del nome del borgo in cui infermo era stato condotto per le cure necessarie, Castel Fiorentino per l'appunto, Federico, comprese e accettò la prossimità della fine. Stando al racconto del cronista inglese Matthew Paris, l'imperatore, sentendosi in punto di morte, volle indossare l'abito cistercense e dettare così le sue ultime volontà nelle poche ore di lucidità. Il testamento, dettato alla presenza dei massimi rappresentanti dell'Impero, reca la data del 17 dicembre 1.250. La sua fine fu rapida e sorprese i contemporanei. Federico fu chiamato ai suoi tempi "Stupor Mundi" (Stupore del Mondo), appellativo che deriva dalla sua inestinguibile curiosità intellettuale, un eclettismo che lo portò ad approfondire la filosofia, l'astrologia (consigliere molto ascoltato fu l'astrologo Guido Bonatti), la matematica (ebbe corrispondenza e fu in amicizia con il matematico pisano Leonardo Fibonacci, che gli dedicò il suo Liber quadratorum), l'algebra, la medicina e le scienze naturali (impiantò a Palermo persino uno zoo, famoso ai suoi tempi, per il numero di animali esotici che conteneva); scrisse anche un libro, un manuale sull'arte della falconeria, il De arte venandi cum avibus che fu uno dei primi manoscritti con disegni in tema naturalistico.
Castel del Monte.
Si dice che Federico conoscesse ben nove lingue e che fosse un governante molto moderno per i suoi tempi, visto che favorì la scienza e professò punti di vista piuttosto avanzati in economia. Alla sua corte soggiornarono uomini di gran cultura di quei tempi quali Michele Scoto, che tradusse alcune opere di Aristotele, Teodoro da Antiochia, un arabo cristiano, e Juda ben Salomon Cohen, grande enciclopedista ebreo. Fra le tante opere che ha commissionato, nei pressi di Andria è presente la costruzione più affascinante voluta dall'imperatore, Castel del Monte, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO. Dal punto di vista architettonico il castello è una sintesi tra le tendenze europee e quelle arabo-musulmane (presentando soluzioni innovative, quali torri sporgenti, feritoie ed elementi anticipatori del gotico).

Nel 1.249 - Inizia la Settima Crociata. La situazione nel vicino oriente negli anni precedenti era stata caratterizzata dalla sempre più massiccia avanzata dei Mongoli di Gengis Khan, che nella loro catastrofica progressione verso occidente avevano investito con tutta la loro forza il pur potente regno del Khwārezm (l'antica Corasmia, attuale regione uzbeka) distruggendo nel 1.219 quanto era stato creato dalla dinastia dei Khwārezmshāh. Jalal al-Din Mankubirni (o Mangburni), figlio dell'ultimo sovrano dell'Impero corasmio ʿAlāʾ al-Dīn Muhammad, nel tentativo di ridar vita al regno paterno, si mise alla testa di nutrite bande di Corasmi, percorrendo con loro in armi le regioni medio e vicino-orientali per depredarle o per offrirsi in qualità di mercenari ai vari signorotti. Il sultano della dinastia ayyubide, fondata da Saladino, era al-Malik al-Kāmil, ben noto per il suo accordo con Federico II di Svevia (che va sotto il nome di Sesta crociata) e per il suo romanzato incontro con San Francesco d'Assisi che valse comunque all'Ordine dei Francescani da lui creato la Custodia di Terrasanta. Quando era ancora principe, al-Sālih Ayyūb, figlio di al-Malik al-Kāmil, aveva cominciato a comperare schiavi per farne soldati (Mamelucchi, dall'arabo mamlūk, "schiavo") e ad arruolare sbandati Corasmi per potersene servire per i suoi ambiziosi ma inconfessati fini, guadagnandosi il logico sospetto del padre che lo relegò precauzionalmente nei periferici soggiorni sorvegliati siriani di Hisn Hayfa. Quando il padre, morendo, indicò per succedergli l'altro suo figlio al-ʿĀdil II Abū Bakr, al-Sālih Ayyūb riuscì a sovvertire la designazione paterna e con i suoi Corasmi e Mamelucchi, a diventare infine nel 1.240, dopo un iniziale rovescio e un'ulteriore segregazione di sei mesi in Siria (ad al-Karak), nuovo Sultano di Egitto e Siria. Nel 1.244 la soldataglia Corasmia fu lanciata da al-Sālih Ayyūb contro i suoi parenti ayyubidi siriani, conseguendo appieno il fine prefissato ma, a dispetto della realizzata conquista del potere da parte del Sultano ayyubide, le bande Corasmie rimasero nelle aree mesopotamiche e siriane settentrionali, pronte a far valere, grazie alla loro supremazia militare, la loro prepotente ingordigia ed a impadronirsi di quanto a loro faceva gola. Non mancarono ovviamente assoldamenti di costoro da parte dei più deboli principotti ayyubidi che rimanevano (sia pure in posizione di sostanziale subordinazione militare) a governare i loro possedimenti siriani. Tuttavia queste bande Corasmie furono capaci (che ciò sia dipeso da inattuate promesse di questo o quell'Ayyubide, o dalla loro incontenibile pulsione predatoria), di occupare e depredare la città di Gerusalemme nel 1.245, non senza dar luogo a efferatezze (come nel caso delle macabre riesumazioni delle spoglie degli antichi re crociati nella Basilica del Santo Sepolcro) e al massacro di 30.000 cristiani. La notizia di tutto ciò sconvolse la Cristianità e durante il concilio di Lione vennero esaminati tutti questi fatti: la perdita di Gerusalemme, l'invasione mongola che aveva già abbattuti diversi regni islamici ed anche il conflitto tra impero e papato per la Sicilia. Federico II venne scomunicato per la seconda volta e quindi, quando si decise di organizzare una nuova spedizione crociata in Terrasanta, l'organizzazione ed il comando furono affidati a Luigi IXre di Francia. Luigi IX di Francia, destinato dopo la morte alla beatificazione, aveva già fatto voto di prendere la croce durante una grave malattia, prima ancora della caduta di Gerusalemme. Dopo il 1.245 iniziò a reclutare soldati ed invitò i suoi fratelli e altri principi con i loro vassalli a farsi crociati e a partire per l'Outremer. Cercò inoltre di convincere anche gli altri sovrani occidentali, ma con scarsi risultati: solo Enrico III di Inghilterra permise che la crociata fosse predicata nel suo regno e solo nel 1.249 permise che 200 cavalieri vi partecipassero. Luigi cercò anche di rappacificare papa ed imperatore, ma nessuno dei due fu disposto a mettere a disposizione delle truppe, per cui questa crociata rimase  totalmente francese. La preparazione della crociata fu completa sotto ogni aspetto. Il re si assicurò che tutto fosse moralmente corretto, fece condurre un'indagine per appurare se avesse fatto dei torti a chichessìa e nel caso si impegnò a riparare. Vietò ogni guerra privata e si impegnò per una moratoria di tre anni sugli interessi dei debiti. Affidò la conduzione del regno alla madre Bianca di Castiglia e sul piano materiale si impegnò a sostenere economicamente circa la metà dei crociati ed organizzò in maniera ottimale il trasporto ed il vettovagliamento delle truppe con la firma di contratti puntuali con armatori di Marsiglia e di Genova. Il re salpò il 25 agosto 1.248 dal porto francese di Aigues-Mortes alla volta dell'Egitto e con lui vi furono i fratelli Roberto I d'Artois, Alfonso III di Poitiers e Carlo d'Angiò, i duchi di Bretagna e di Borgogna e molti altri nobili con un esercito di 15.000 uomini circa. La sua scelta della meta era sensata, perché in Europa era ben chiaro che la forza dei musulmani risiedeva non tanto nelle depredate regioni siriane quanto al Cairo, dove aveva appunto eretto la propria capitale la dinastia fondata da Saladino. A metà del 1.249 la flotta crociata sbarcò dunque a Damietta, sul delta del fiume Nilo. Nei pressi si ergeva la città di al-Mansūra, allora capitanata da un promettente ufficiale mamelucco, Baybars.
Settima Crociata: re Luigi IX nell'attacco a Damietta.
Superate le deboli difese di Damietta, i Crociati si bloccarono davanti ad al-Mansūra, rifiutando sdegnosamente un'accomodante proposta del sultano ayyubide di scambiare l'importante porto di Damietta con Gerusalemme (che per i musulmani, all'epoca, non rivestiva soverchia importanza e che, comunque gli Ayyubidi pensavano, o speravano, di poter riconquistare in un futuro non troppo lontano). L'ambizioso sovrano francese urtò però contro le imprendibili mura di al-Mansūra e le inusuali capacità di resistenza di Baybars, che sperava, come infatti avvenne, di ricevere rinforzi determinanti dall'Emiro ayyubide Fakhr al-Dīn ibn al-Shaykh. Questi, impegnato in Siria contro gli Ospedalieri ad ʿAsqalān (Ascalona), dopo avere sconfitto i suoi esigui avversari giunse nel delta del Nilo e, accerchiate a sua volta le forze crociate, ne impose la resa. Inutile fu un tentativo di resistenza di Luigi IX, mentre la dissenteria prendeva a mietere vittime non minori dello scorbuto e del tifo, il sovrano francese, ammalatosi e curato da un valente medico arabo, fu addirittura catturato, e venne liberato dalla moglie solo dopo il difficile pagamento di un riscatto di 800.000 bisanti d'oro, che i Templari furono letteralmente obbligati ad anticipargli. Luigi IX trascorse altri quattro anni in Terra Santa, nell'inutile tentativo di rianimare Outremer, al termine dei quali dovette però tornare nel suo regno, senza aver ottenuto altro risultato se non quello, abbastanza insignificante, di un avvicinamento fra il Principato di Antiochia e la monarchia armena della Cilicia.

Bologna - Palazzo Re Enzo, dove venne tenuto prigioniero
il re svevo, adiacente a Piazza Maggiore.
- Il 26 maggio 1.249, in località Fossalta, fra Modena e Bologna, le truppe di re Enzo di Hohenstaufen furono sorprese ai fianchi dalla cavalleria bolognese e costrette a ritirarsi precipitosamente; alle porte di Modena, Enzo fu disarcionato dai nemici e catturato insieme a milleduecento fanti e quattrocento cavalieri. Rinchiuso prima nei castelli di Castelfranco e Anzola dell'Emilia, fu poi condotto il 24 agosto a Bologna e imprigionato nel nuovo palazzo del comune adiacente a Piazza Maggiore, chiamato poi Palazzo Re Enzo. Enzo di Hohenstaufen, anche conosciuto come re Enzo di Sardegna (Cremona, 1.220 - Bologna, 14 marzo 1.272), fu re del Regno di Torres dal 1.241 al 1.272 e vicario imperiale nell'Italia centro-settentrionale per conto del padre, l'imperatore Federico II. La casata bolognese dei Bentivoglio vantava discendenze da Enzo di Sardegna.Enzo era il figlio naturale di Federico II di Svevia e di Adelaide di Urslinghen. I suoi genitori si sarebbero conosciuti nel castello di Hagenau, una delle residenze preferite dall'imperatore del Sacro Romano Impero, ma si ritiene che possa essere nato nella ghibellina Cremona dove la madre potrebbe aver preso residenza. Il suo vero nome, Heinrich, venne abbreviato in Heinz (lat. Encius, italianizzato in Enzio o, in maniera scorretta, in Enzo), per distinguerlo dal fratellastro Enrico, primogenito legittimo e figlio di Costanza d'Aragona. Molto bello e intelligente, fu - col fratellastro Manfredi - prediletto dal padre, che di lui ebbe a dire: ”nella figura e nel sembiante il nostro ritratto”. Soprannominato il Falconetto per la grazia e il valore, amava, come il padre, la falconeria e aveva numerosi interessi culturali. Dopo essere stato investito cavaliere a Cremona (1.238), nell'ottobre di quell'anno sposò per interessi dinastici Adelasia, vedova del giudice di Torres e Gallura, divenendo nominalmente rex Turrium et Gallurae e in realtà solo signore del Logudoro, benché il padre imperatore lo ritenesse re di Sardegna. Il papa Gregorio IX, che aveva la giurisdizione dell'Isola, scomunicò per questa nomina Federico II e iniziò così una lunga serie di battaglie che Enzo fronteggiò da protagonista e per cui venne anch'egli scomunicato. Enzo, che si era stabilito a Sassari in un palazzo che più tardi sarà conosciuto come la domus domini regis Henthii, in Sardegna restò soltanto pochi mesi. Fu richiamato dall'isola dal padre, che il 25 luglio 1.239 lo nominò vicario imperiale (Sacri Imperii totius Italiae legatus generalis): il giovane re diveniva così figura di riferimento dei ghibellini italiani e protagonista dello scontro che infuriava nell'Italia centrosettentrionale tra l'Impero, i Comuni e il Papato. Strappò alla Chiesa le città della Marca d'Ancona (Iesi, Macerata, Osimo) che i papi avevano incamerato durante la minore età di Federico II; si rivolse poi ai comuni guelfi di e Romagna e nel 1.240 partecipò all'assedio di Ravenna e a quello di Faenza. Il 3 maggio 1.241, col supporto delle flotte pisana e siciliana, catturò nei pressi dell'isola del Giglio i cardinali francesi e inglesi che erano stati convocati a Roma da papa Gregorio IX per il Concilio che avrebbe dovuto deporre l'imperatore. Nel 1.242 fu impegnato in una serie di scorrerie nel Milanese e nel Piacentino; ferito ad una coscia, si ritirò a Cremona e da qui proseguì le sue campagne in Lombardia: nel 1.243 si recò a Vercelli, poi in soccorso di Savona assediata dai genovesi, quindi avanzò minaccioso verso Milano e infine, col fratellastro Manfredi, verso Piacenza. Nel frattempo a Lione papa Innocenzo IV deponeva Federico II e scomunicava ancora una volta il re Enzo (7 luglio 1.245). L'imperatore decise allora di attaccare Milano: durante uno scontro vittorioso a Gorgonzola Enzo fu catturato e rinchiuso, ma venne presto liberato dalle truppe imperiali. L'anno dopo compì ancora scorrerie nel Piacentino e nel Piemonte. Nel 1.247, mentre Federico assediava Parma, Enzo ebbe il compito di controllare i movimenti dei guelfi nella pianura padana e assediò, assieme alle truppe di Ezzelino da Romano, il castello di Quinzano, presso Verolanuova, per poi abbandonarlo. Ma nel febbraio 1.248, alla notizia della sconfitta di Vittoria ritornò a Cremona e assunse la podesteria della città: in quel tempo sposò una nipote di Ezzelino da Romano, di cui si ignora il nome. Nel febbraio 1.249 assediò ed espugnò il castello di Rolo. Poi, in primavera, avendo i guelfi di Bologna attaccato Modena, si mosse in soccorso della città, dirigendosi verso il fiume Panaro. Il 26 maggio 1.249 in località Fossalta le sue truppe furono sorprese ai fianchi dalla cavalleria bolognese e costrette a ritirarsi precipitosamente; alle porte di Modena, Enzo fu disarcionato dai nemici e catturato insieme a milleduecento fanti e quattrocento cavalieri. Rinchiuso prima nei castelli di Castelfranco e Anzola dell'Emilia, fu poi condotto il 24 agosto a Bologna e imprigionato nel nuovo palazzo del comune adiacente a Piazza Maggiore, che poi fu detto per questo Palazzo Re Enzo. Mentre buona parte dei prigionieri otteneva la libertà dietro il pagamento di un riscatto, per Enzo la prigionia si trasformò in reclusione a vita: i bolognesi infatti rifiutarono irritualmente qualsiasi proposta di riscatto da parte dell'imperatore. Malgrado fosse costretto alla prigionia, gli fu concessa una vita abbastanza agiata, allietata dalla poesia e dalla compagnia delle dame. In questo periodo, secondo una recente ipotesi, Enzo avrebbe curato personalmente la redazione in sei libri del "De arte venandi cum avibus" di Federico II, lo splendido manoscritto conservato a Bologna nella Biblioteca Universitaria e databile alla seconda metà del XIII secolo. Dopo ventitré anni di prigionia morì a Bologna il 14 marzo 1.272 e fu sepolto presso la basilica di San Domenico. Il sepolcro ebbe varie peripezie finché fu demolito e disperso: oggi si conserva solo un cenotafio settecentesco. Dalle sue unioni ebbe un figlio, Enrico, e dall'unione con una certa Frascha ebbe Elena, che andò in sposa al conte Ugolino della Gherardesca. A Bologna ebbe altre due figlie naturali, Maddalena e Costanza. Si attribuiscono comunemente a Enzo quattro componimenti (due canzoni, un sonetto e un frammento probabilmente di canzone), riconducibili alla tradizione poetica della scuola siciliana, ascritti dai manoscritti che li tramandano a Rex Hentius, Rex Enso, lo re Enzo:
          Alegru cori, plenu             Alla Puglia, terra forse agognata dalla lontana prigionia, dedicò alcuni versi:                    di tutta beninanza,                                               Và, canzonetta mia...     
          suvvegnavi s'eu penu                                                Salutami Toscana
       per vostra inamuranza;                                           quella ched è sovrana
        ch'il nu vi sia in placiri                                          in cüi regna tutta cortesia:
    di lassarmi muriri talimenti,                                         e vanne in Puglia piana,
ch'iu v'amo di buon cori e lialmenti.                                    la magna Capitana,
                                                                                là dov'è lo mio core nott'e dia.
Nel 1.250 - Muore Federico II Hohenstaufen.

Miniatura raffigurante la
Crociata dei Pastori.
Nel 1.251 - Crociata dei Pastori è il nome di due insurrezioni popolari che fecero parte delle crociate popolari iniziate senza l'appoggio dei governanti e spesso rivolte proprio contro di loro. Queste crociate sono datate 1.251 e 1.320. Durante la Settima Crociata, Luigi IX di Francia (San Luigi) prese Al-Mansura, ma le sue armate, vittime di un'epidemia di peste o secondo le ultime ricerche di dissenteria, di tifo e di scorbuto, si trovò intrappolato. Re Luigi fu fatto prigioniero con due suoi fratelli nel 1.250. Quando questa notizia giunse in Occidente provocò incredulità e rivolte, poiché il re sembrava non godere più dell'appoggio divino. La risposa al crescente malcontento venne da predicatori popolari, in particolare un certo Job o Jacob o Jacques, carismatico monaco ungherese dell'ordine cistercense soprannominato Maestro d'Ungheria, che diceva di aver ricevuto dalla Vergine Maria una lettera in cui affermava che i governanti, ricchi e orgogliosi, non potevano riprendere Gerusalemme, ma che solo avrebbero avuto successo i poveri, gli umili e i pastori, i pastoureaux (pastorelli). L'orgoglio della cavalleria, diceva la lettera, era dispiaciuto a Dio. Da ciò il nome di "Crociata dei Pastori". L'appello solenne ebbe luogo a Pasqua 1.251, quando migliaia di pastori e contadini presero la croce, marciando verso Parigi, armati d'asce, coltelli e bastoni. Furono 30.000 ad Amiens, forse 50.000 a Parigi, dove Bianca di Castiglia, madre del re Luigi IX, li ricevette ed in un primo momento li sostenne. Il movimento era però troppo pericoloso sul piano sociale e religioso per essere accettato dai governanti: esso accusava abati e prelati di cupidigia ed orgoglioprendendosela anche con la Cavalleria, accusata di disprezzare i poveri e di trarre profitto dalle crociate. Vi furono diversi conflitti con il clero in diverse città (Rouen, Orléans, Tours). Molti aderenti al movimento erano criminali e quando le città ed i villaggi non vollero più sostentarli, iniziarono a saccheggiare e distruggere persino chiese e luoghi sacri. Così Papa Innocenzo IV li scomunicò e convinse la regina Bianca a mandare le truppe reali contro i crociati. In un primo momento riuscirono a scappare, arroccandosi a Bourges, dove continuarono le violenze, indirizzatesi ora verso gli ebrei, ma nei pressi di Villeneuve-sur-Cher vennero uccisi o fatti prigionieri, insieme al Maestro d'Ungheria stesso che perse la vita negli scontri. Altri sconti si ebbero in tutta la Francia, per esempio a Bordeaux, dove Simone V di Montfort represse la crociata. Il movimento si estese in Renania e nel nord Italia. Le repressioni furono delle più feroci e solo alcuni riuscirono a scappare sino a Marsiglia, dove si imbarcarono per Acri in cui si unirono poi ai Crociati.



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