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mercoledì 23 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.42: dal 538 al 554 e.v. (d.C.)

L'imperatrice Teodora
 in un mosaico nella
Basilica di San Vitale
a Ravenna.
Nel 538 Consacrazione della basilica di Santa Sofia (Divina Sapienza) a Costantinopoli, fatta erigere da Giustiniano.
Istanbul (Costantinopoli), Santa
Sofia, oggi una moschea, con
l'aggiunta delle medine musulmane.
Ultimo Imperatore Romano propriamente detto, Giustiniano tentò la riunificazione dell'impero romano d'oriente e d'occidente: in gran parte vi riuscì. Si innamorò di Teodora, un'attrice (o prostituta) non aristocratica, e per sposarla, trasformandola quindi in imperatrice, sfidò la morale di corte. Teodora salvò poi il loro regno: nell'ippodromo di Costantinopoli, dove si tenevano le gare di corsa con quadrighe di cavalli, i tifosi erano divisi per colori (azzurri, rossi, verdi e bianchi) in ragione della loro posizione teologica, fra monofisisti e difisisti. Le tesi monofisiste racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, mentre quelle difisiste consideravano le due nature separate.
Santa Sofia, mosaico del X sec. che
mostra a destra Costantino mentre
porge Costantinopoli e a sinistra
Giustiniano che porge Santa Sofia.
Il non interventismo dell'imperatore su tali dispute, oltre ad una pesante politica fiscale, scatenò la rivolta chiamata delle "Nike", "Vittoria", in cui i tifosi, nella presunta acclamazione dei propri pupilli, si sollevavano insieme contro Giustiniano. L'imperatore fuggì dall'ippodromo e, per salvarsi, si imbarcò mandando a chiamare Teodora perchè lo raggiungesse. Lei gli mandò a dire che preferiva morire da imperatrice che vivere da suddita. Quindi Giustiniano si calmò, fece convocare la folla insorta all'ippodromo per patteggiare, poi fece chiudere i cancelli e li fece massacrare tutti. Si parla di 35.000 persone. A questo punto Teodora gli fece presente che se non avesse lasciato un ricordo ancora più significativo, sarebbe stato ricordato per l'eccidio nell'ippodromo. Nacque così Santa Sofìa, Sofìa come sapienza divina, un tempio più grandioso di quello di Salomone.

Matrimonio di Sigeberto e
Brunechilde da un manoscritto
del XV secolo.
Nel 543 - Nasce la principessa visigota Brunilde, regina dei Franchi. Brunechilde Brunilde (Mérida, ca. 543 - Renève, autunno 613) fu una principessa visigota divenuta, in virtù del suo matrimonio col re dei Franchi di Austrasia, Sigeberto I, regina dei Franchi. Era la figlia secondogenita del re dei visigoti Atanagildo e di Gosvinta dei Balti (?-589), che molto probabilmente era figlia del re Amalarico, ultimo sovrano della dinastia dei Balti e sorella di Galsuinda, regina dei Franchi di Neustria.
Sigeberto I, re dei Franchi di Austrasia, considerato che i suoi fratelli avevano sposato delle donne non degne della regalità, inviò messaggeri, con molti doni, al re dei Visigoti, Atanagildo, per chiedere in moglie la sua secondogenita, Brunechilde, definita dal vescovo Gregorio di Tours (536 - 597), bella ma anche intelligente, istruita e di sani principi. Nel 566, Brunilde sposò Sigeberto I, il figlio quintogenito (Gregorio di Tours lo elenca come quarto figlio), del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Clotario I e, sempre secondo Gregorio di Tours, della sua terza moglie, Ingonda, di cui non si conoscono gli ascendenti, portando con sé una ricca dote. Brunilde, subito dopo il matrimonio, sia per le prediche dei sacerdoti, che le conversazioni col marito, abbandonò l'Arianesimo si convertì al cattolicesimo e fu cresimata. Tra tutti i sovrani merovingi Brunechilde fu la sola che ebbe ottimi rapporti con il papa Gregorio Magno, che da Roma le inviò anche alcune reliquie di San Pietro e col quale collaborò per la buona riuscita della missione di sant'Agostino di Canterbury, per la conversione delle popolazioni anglosassoni della Britannia. Verso il 595, erano iniziati i contatti tra Brunilde e suo figlio Childeberto con Gregorio Magno, per il riconoscimento del vescovo di Arles, che poi continuarono per combattere la simonia. Verso il 596 Agostino ed i missionari che lo accompagnavano furono accolti nei regni controllati da Brunechilde con entusiasmo e furono coadiuvati, nella loro missione, tanto che papa Gregorio, nel 601, ringraziò, sia Brunechilde che il vescovo di Autun per l'aiuto dato ai missionari. Inoltre Brunechilde promosse il culto San Martino di Tours, mentre, per le critiche che San Colombano espresse nei suoi confronti, Brunechilde per due volte strappò Colombano dal suo monastero, per perseguitarlo e incarcerarlo, sino a che Colombano, nel 610, dalla Burgundia si recò in Neustria dove trovò la protezione di Clotario II. Brunilde, pur essendo eccessivamente ambiziosa e avida di potere, fu un personaggio politico di prima grandezza, che riuscì ad imporre l'istituto monarchico contro le ambizioni della nobiltà e pur essendo in buoni rapporti col papato seppe tenere sotto controllo il clero disponendo a suo piacimento delle sedi vescovili.

- Il goto Jordanes o Giordane, che scrisse "De origine actibusque Getarum" ossia "Origine e Imprese dei Goti" nel VI sec. d.C., benché si basasse su documenti anteriori,  fornisce molto materiale “accettabile” sugli Slavi. Ad esempio, cita il famoso idromele, il liquore alcolico fatto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto in un famoso banchetto funebre per la morte di Attila. Jordanes parla delle conquiste di Ermanarico, re dei Goti, e dice: “Fra questi due fiumi (Danubio superiore e Istro ossia Danubio Inferiore) si trova la Dacia che quasi come una corona circonda le rocciose Alpi. Sulla zona pedemontana di sinistra (dei Carpazi) che declina verso nord, cominciando dalla zona dove ci sono le sorgenti della Vistola, su una regione immensa si è insediata la numerosissima tribù dei Venedi o Vendi (Venethae) e, benché la loro denominazione va cambiando ai nostri giorni a causa delle diverse genti che la compongano e delle diverse regioni che queste vanno ad abitare, tuttavia prevalentemente hanno i nomi di Sclavini (Sclaveni) ed Anti (Antae). Gli Sclaveni abitano ad una certa distanza dalla città di Novietunum (probabilmente Noviodunum o Isaccea in Romania) e dal lago chiamato di Mursia (??) fino al fiume Danastrum (Dnestr) e a nord fino alla Viscla (Vistola). Paludi e foreste circondano le loro città. Gli Anti sono i più potenti, specie dove il Ponto (Mar Nero) fa una curva, allargandosi fino al Danaprum (Dnepr)… ”. Anche Procopio di Cesarea nella sua "Guerra contro i Goti" e lo "Strategikon", attribuibile all’Imperatore Maurizio (fra gli altri), parlano dei Venedi che premono sul confine settentrionale dell’Impero e informano che questi si divisero in:
Sclavini che occuparono la regione della riva destra del Dnepr e in 
Anti che si distribuirono lungo il corso medio del Dnepr e del Dnestr, concordando quindi in linea di massima, con le informazioni date da Jordanes. Ciò vuol dire che fra il V e il VI sec. delle tribù Slave si stavano già muovendo in direzione dell’Impero Romano d’Oriente e che esse si scontrarono con i suoi eserciti durante tutti gli anni seguenti, a poco a poco riuscendo ad accaparrarsi i territori della Penisola Balcanica e giungendo fino al Peloponneso in cui si stabilirono definitivamente. Non fu l’unica migrazione Slava perché se ne innestarono altre in altre direzioni, probabilmente sollecitate dai loro dominatori Avari che mantennero uno stato “confederale” fino all’VIII sec. d.C., prima di scomparire. Le migrazioni interessanti sono proprio gli spostamenti verso nordest poiché fu in questo modo che i gruppi, ormai divisi per sempre, si differenziarono fra di loro, almeno e soltanto nella lingua, in Slavi Occidentali e Slavi Orientali. La dicitura Sklavenos è un adattamento greco della parola Slovene o Slavene dell’antico-russo o paleo-bulgaro, abbastanza presente nei toponimi in tutta l’area, il nome Anti invece è completamente sparito. Innanzitutto per l’assonanza non slava di questa parola (persiana, secondo alcuni linguisti) gli Anti potrebbero essere collegati con gli Alani dell’Anticaucaso più che con gli Slavi, veri e propri. E questo sembra confermarlo Procopio di Cesarea quando dice che gli Anti si trovavano ai suoi tempi (VI sec. d.C.), non soltanto fra la riva sinistra del Danubio e il Dnepr, ma anche oltre: fino al Don e al Mar d’Azov. Jordanes, a questo riguardo, menziona tutta una serie di popoli che, secondo lui, erano stati assoggettati da Ermanarico quando questo re goto aveva fondato un grande regno nel sud della Pianura Russa. Descrivendo così l’itinerario del re e dei suoi uomini lungo le correnti d’acqua oggi russe e indicando le aree da lui toccate (era partito dal Baltico ed era giunto fino al Mar d’Azov e in Crimea), già si riconoscono molte tribù baltiche fra i popoli che lì abitavano. Dunque gli Anti, se furono proprio essi a penetrare per la prima volta nella Pianura Russa, incontrarono quelle genti giunte qui in precedenza, ma non vi furono grandi o soventi scontri. L’archeologia ci dà la prova di una situazione “abbastanza pacifica” poiché gli oggetti portati alla luce negli scavi delle famose tombe a tumulo (kurgany e sopki) comuni nell’area slava-orientale o dei “santuari” pagani sono abbastanza mescolati nei loro caratteri distintivi e non sono facilmente attribuibili ad una cultura “slava” piuttosto che ad una “baltica” o “finnica”o addirittura “nomadica”. Essi indicano una promiscuità abbastanza avanzata probabilmente costruitasi attraverso matrimoni misti e cerimonie religiose a volte comuni! Procopio era convinto che Anti e Sclavini non fossero poi genti tanto bellicose: “…poiché quelle tribù, degli Anti e degli Sclavini non hanno un unico governante, ma dai tempi più remoti vivono in “democrazia”. Per questi motivi gli eventi favorevoli o sfavorevoli della vita, il riuscire o il fallire nelle cose, sono sempre questioni di interesse comune. E in tutti gli altri campi le leggi e la vita di queste due tribù barbare sono identiche. Hanno un solo dio, creatore del fulmine che essi ritengono come il signore di ogni cosa e gli portano sacrifici di buoi ed hanno altri rituali sacri. Non riconoscono che ci sia un fato prestabilito o un potere che possa decidere del destino dell’uomo e quando la malattia o la morte impende o quando si trovano in pericolo in una guerra essi promettono al loro dio che gli faranno sacrifici (eccezionali) se ne verranno fuori incolumi. Adorano i fiumi e le ninfe ed altri dèi, fanno loro sacrifici e prevedono il futuro col loro aiuto. Vivono in povere capanne, sparse e lontane l’una dall’altra e spesso cambiano di sede. In guerra scendono a piedi contro il nemico con scudo e lancia nella mano, mai con un’armatura. Alcuni di loro non hanno né camicie né mantelli. Qualcuno ha dei pantaloni tenuti insieme da una alta cintura stretta sulle anche e vanno incontro al nemico vestiti così. Parlano tutti la stessa lingua, una lingua non raffinata, ma barbara. Né si differenziano fra di loro (nelle forme del corpo e nei tratti del viso). Si distinguono dagli altri (popoli barbari) per l’altezza e per la grande forza (delle membra), la loro pelle non è troppo bianca né troppo rosea, ma neppure troppo scura, solo un po’ abbronzata. Il modo di vita è simile a quello dei Massageti, rude, senza comodità, sempre coperti di porcherie, colpiti dalla povertà ma non dal male e tengono la morale semplice degli Unni…”. L'imperatore Maurizio ne ebbe un’impressione analoga: “(Gli Sclavini e gli Anti) hanno modi molto simili di vita e di costumi e sono molto liberi, non sottostarebbero a qualsiasi schiavitù, almeno non nella loro terra. Sono molto numerosi e resistenti alle fatiche, sopportano senza problemi il caldo e il freddo, la pioggia anche quando manca loro il vestito o il cibo. Sono molto accoglienti verso gli ospiti e li accompagnano ovunque l’ospite chieda di andare, per proteggerlo, e quando l’ospite a causa di una loro svista soffre per qualche disgrazia ecco che colui che aveva affidato l’ospite ad un altro litigherà aspramente con chi lo ha trascurato perché si ritiene che l’ospite debba essere vendicato dell’offesa subita. Gli uomini che (questi barbari) hanno in cattività, non li detengono a lungo come fanno altre genti, ma solo per un certo tempo stipulato previamente. Dopodiché lo rilasciano e costui è libero o di rimanere dov’è, da libero, oppure di tornarsene al suo paese. In quest’ultimo caso è obbligato a pagare un certo indennizzo…”. Gli Àvari, dominatori di quel territorio occupato dalla “marea” Slava, impiegavano queste genti per contrastare l’Impero Romano con le loro scorrerie. Abbiamo una testimonianza (fine del VI sec. d.C.) in cui un avamposto imperiale aveva catturato una missione composta di slavi del Baltico che riferì che il loro popolo era stato spinto a scontrarsi con i Romani dagli Àvari, ma di aver rifiutato “perché erano gente pacifica”. Per quanto riguarda gli Sclavini riusciamo invece a trovare tracce della loro migrazione nella Pianura Russa allorché nella tradizione sulla fondazione di Novgorod-la-Grande sono implicati appunto gli Sloveni o Slaveni. Dunque una tribù di Sclavini aveva risalito i fiumi fino al limite dell’agricoltura praticabile e si era stabilita intorno al Lago Ilmen nel grande nord prima del IX sec. d.C. E’ certo che i primi migranti slavi a spingersi quanto più lontano possibile dal luogo d’origine dal lato sud delle Paludi del Pripjat furono i Vjatici e i Radimici i quali raggiunsero l’alto Volga e vennero a stretto contatto coi Bulgari e i Magiari dell’Okà (affluente del Volga superiore). Per di più all’analisi glottologica la parola Vjatici corrisponde bene a discendenti dei Vendi (Vend-ic’), i Vendi/Venedi. Enumerando le tribù slave della Pianura Russa è facile accorgersi che alcune di esse avessero “parenti” anche lontani, nella Slavia Occidentale; dunque non solo gli Anti concorsero al popolamento slavo della Pianura Russa. Il quadro che si delinea è una serie di migrazioni a raggiera che partono più o meno dall’area fra l’Elba e l’Oder e si dirigono principalmente verso sud verso nord-est, nell’ambito delle grandi migrazioni dei popoli del nord meglio note nella storiografia tedesca col nome collettivo di Völkerwanderung e in quella russa con Pereselènie Naròdov (Переселение Народов).

L'imperatore Giustiniano.
 Basilica di San
Vitale, a Ravenna.
Nel 545 - Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, poichè da Costantino in poi l'imperatore era anche a capo della Chiesa, emana l'Editto contro i "Tre Capitoli", che provocherà lo scisma della cristianità dell'Italia settentrionale e nord-orientale. Lo scisma tricapitolino (o Scisma dei Tre Capitoli) di un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, che interruppero le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, avvenne per il rifiuto delle posizioni assunte dalla cristianità nel Concilio di Costantinopoli II del 553, che aveva accolto i principi dell'Editto contro i "Tre Capitoli" con cui l'imperatore romano orientale Giustianiano I (527-565), per salvaguardare l'unità dell'impero romano d'Oriente nel suo disegno di espansione dell'egemonia sui ricchi paesi dell'area mediterraneo-orientale, a maggioranza monofisista, cercava di ingraziarsi gli eretici monofisiti, numerosi e con molti agganci politici, compresa l'imperatrice Teodora. Le tesi monofisiste, che racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, erano state condannate dal concilio di Calcedonia (451), ma l'imperatore, poiché non avrebbe potuto rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle Chiese, decise di condannare alcuni teologi del passato, assertori di teorie difisiste (quindi calcedoniane) sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza. Il nestorianesimo è la dottrina cristologica, erroneamente attribuita al vescovo di Costantinopoli Nestorio (381-451) è un difisismo estremo che afferma la totale separazione delle due nature del Cristo, quella divina da quella umana e riconosce in Maria colei che ha generato l'uomo Gesù e non Dio, per cui rifiuta a Maria il titolo di «Madre di Dio» (Theotókos) riconoscendola solo come "Madre di Cristo" (Christotókos), credendo che colui che fu nato da Maria era solo un uomo in cui Dio poi discese, così come discese nei profeti. Il nestorianesimo riconosce in Cristo, piuttosto che di due nature, di due persone (Dio e uomo), unite più dal punto di vista "morale" che sostanziale. L'umanità, il corpo di Gesù, sarebbe stata una sorta di "tempio dello Spirito" in cui era accolta la divinità. Tale dottrina fu condannata dal Concilio di Efeso del 431, che impartiva come dogma della Chiesa l'applicazione a Maria dell'attributo Theotókos. Quel concilio era stato rigettato da quei cristiani che poi vennero definiti nestoriani, in particolare quelli dell'Impero persianoe delle antiche Chiese d'Oriente. Pertanto, con un editto imperiale, intorno all'anno 545, Giustiniano condannò come eretici
- la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), 
- gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo, 
- una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro. Questi scritti, raccolti appunto in tre "capitoli", venivano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore all'attribuzione  Theotokos (Madre di Dio) a Maria e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoro, inoltre, era considerato il maestro di Nestorio e nei suoi scritti tendeva a giustapporre le due nature, senza riuscire a spiegare in maniera soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona. Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia ed erano morti da tempo. La confutazione dei "Tre Capitoli" era stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea. Il vescovo africano Facondo di Ermiane, contrario alla condanna, pubblicò la "Difesa dei Tre Capitoli" esponendo in modo circostanziato i motivi della sua contrarietà. Giustiniano convocò un concilio ecumenico (Costantinopoli II), il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (l'8 dicembre 553). Molti vescovi dell'Italia Settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano, anche perché già durante il concilio di Calcedonia, nel 451, i teologi antiocheni erano stati riammessi nelle loro sedi e la vicenda doveva essere chiusa. Pertanto, questi vescovi non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa. Tra questi "ribelli" all'autorità imperiale e conciliare c’erano i vescovi Ausano e Macedonio, a capo rispettivamente delle province ecclesiastiche di Milano e di Aquileia. Il loro dissenso si acuì ulteriormente ai tempi del successore di papa Vigilio, papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo tentativi di chiarimento e persuasione, invitò il Generale dell'Impero d'Oriente Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Narsete, rappresentante dell'autorità imperiale a Roma, non volle però obbedire alla richiesta del papa. Così la Chiesa di Aquileia si rese gerarchicamente indipendente ed il suo vescovo Paolino I (557 -569) fu nominato Patriarca dai suoi suffraganei (nel 568) per sottolineare la propria autonomia. Nel 568 i Longobardi iniziarono l'invasione del Nord Italia per cui il patriarca Paolino trasferì la sua sede e le reliquie alla città di Grado (Aquileia Nova), rimasta bizantina fino al  606, quando il Patriarcato di Aquileia si divise in due sedi: Aquileia e Grado. Il territorio ecclesiastico era suddiviso in diocesi, governate da un vescovo (episcopus) e corrispondenti grosso modo ai municipia amministrativi romani. Più diocesi erano "suffraganee" (dipendenti) di una sede "metropolitica".
Carta del 550 con le sedi imperiali di Milano, Ravenna,
Roma e Costantinopoli, oltre ad altre sedi di patriarcati,
come Aquileia, che essendo però "tricapitolina" fece
scegliere all'esarcato bizantino, come sede del patriarca,
Grado.
Le “metropoli” nel nord Italia furono inizialmente Milano ed Aquileia, a cui si aggiunse Ravenna nel V secolo, in quanto sede imperiale in tale periodo. I metropoliti erano chiamati “arcivescovi” (“archiepiscopi”) e le sedi metropolitiche “arcidiocesi”; alcuni  metropoliti, nelle sedi più importanti, presero il titolo di “Patriarchi” (ad Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Aquileia), mentre quello di Roma, ma non solo lui, ad un certo punto iniziò a chiamarsi “Papa”. Da Milano dipendevano non soltanto l’Italia nord occidentale, ma anche terre transalpine, come ad esempio, la diocesi di Coira (l'antica Curia e attuale Chur, capitale del Canton Grigioni  svizzero). La provincia ecclesiastica di Aquileia, oltre a comprendere l’Italia del nord Est si spingeva addirittura nella Raetia secunda (Baviera), nel Norico (Austria) e nei Balcani, fino alla Pannonia (Ungheria). Così, sia per la sua vastità che per la sua importanza, era diventata un patriarcato. Ad  Aquileia  venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il sostegno dei Longobardi (come il duca del Friuli, Gisulfo II); a Grado, alla cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori di dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano, cattolico, sostenuto dall'esarca bizantino Smaragdo). La Chiesa scismatica tricapitolina, come aveva ribadito un sinodo convocato a Grado nel 579 dal patriarca Elia, rimaneva rigorosamente calcedoniana: manteneva il credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica (anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita, come prevedibile) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza dei Nestoriani. La Chiesa scismatica di Aquileia non riconobbe più l'autorità del papa perché contestò vigorosamente, fino alla rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie e, inoltre, i tricapitolini non ritenevano necessaria tale condanna perché i teologi antiocheni avevano accettato la cristologia espressa dal concilio di Calcedonia. L'arcidiocesi di Milano, che inizialmente faceva parte del gruppo che aveva rifiutato con sdegno la condanna dei tre teologi antiocheni,  tornò però presto in comunione con l'ortodossia romana e greco-orientale: l'arcivescovo Onorato, incalzato dall'invasione longobarda intorno all'anno 570, si trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina) e rientrò in piena comunione con Roma e con Bisanzio. Il clero minore milanese, rimasto sul territorio diocesano, che dal 568 era sotto la dominazione longobarda, rimase prevalentemente tricapitolino ancora per diversi anni. Le altre diocesi dipendenti dal metropolita di Aquileia (dei due, quello che aveva la sua sede proprio ad Aquileia longobarda) rimasero scismatiche. In particolare la diocesi di Como, il cui vescovo sant'Abbondio aveva avuto un ruolo diplomatico importante proprio durante la preparazione del concilio di Calcedonia, recise il rapporto di dipendenza dall'arcidiocesi di Milano e Como divenne suffraganea di Aquileia. La diocesi comense venera ancora oggi, con il titolo di santo, un vescovo, Agrippino (vescovo dal 607 al 617), che si mantenne in modo intransigente su posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana. I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto, cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Austria longobarda (l'Italia nord-orientale), tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento "cattolico" si impose definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli. Il consolidamento anche nell'Italia settentrionale, dopo che nel resto dell'Europa, di un cattolicesimo saldamente unito alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di San Colombano a Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda. Colombano riprese il simbolo del trifoglio, già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, ma anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed il papato di Gregorio I e successori. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

- Durante il VI secolo, gruppi di Suebi o Svevi si stabiliscano in Baviera (da paese dei Baivarii = abitanti della Baia, Boemi, abitanti della terra degli antichi celti Boi), mentre l'antica Boiohaemum (ovvero la terra dei celti Galli Boi), la Boemia vera e propria, è colonizzata dagli antenati slavi dell'attuale popolazione ceca dopo un'ulteriore migrazione dei Marcomanni verso sud-ovest.

L'Impero asiatico Göktürk del 551-572, da: https://commons
Nel 552 - In Asia viene fondato l'Impero Göktürk, (in realtà una federazione di tribù turche seminomadi originarie delle steppe dell'Asia Centrale), allorquando il clan Ashina rovescia i Juan Juan uiguri.
Storicamente, il termine "uiguri" (che significa "alleati", "uniti") venne applicato a un gruppo di tribù di lingua turca che viveva nell'odierna Mongolia, generalmente identificati con i Tie-le (a loro volta spesso collegati con i Ting-ling) delle cronache cinesi.
Gli Àvari stessi erano una combinazione di un popolo di stirpe uigura (etnia turcofona oggigiorno di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang, insieme ai cinesi Han), chiamato Hund, e (in base a indicazioni antropologiche e etimologiche sul nome di un khagan avaro chiamato Baian, parola che significa "prospero" in mongolo ma significa "donna" nella maggior parte delle lingue del gruppo altaico occidentale) un popolo di stirpe mongola, detto Var, che si era formato intorno a Balkh (provincia dell'Afghanistan con capitale Mazar-i Sharif) negli anni tra il 410 e il 470. La loro capitale - in realtà, un campo fortificato - si trovava lungo la riva sinistra del fiume Tibisco (affluente di sinistra del Danubio), non lontano dalla regione ungherese dell'Hortobagyi.
Insieme ai turchi "Gok" (celesti), gli uiguri furono dunque uno dei maggiori e più importanti gruppi di lingua turca ad abitare l'Asia Centrale e formarono una federazione tribale retta dal Juan Juan dal 460 al 545 e dagli Eftaliti dal 541 al 565, per poi essere sottomessi dal khanato dei turchi Gok.
Noti alle fonti cinesi come Huihe (Huíhé) o Huihu, gli uiguri sotto la guida di Khutlugh Bilge Kul, nell'VIII secolo si sostituirono ai Gokturch alla guida del khanato.

Khaganati nell'mpero Göktürk nel 600 da: https://upload.wiki
- Migrati dai territori dell'impero Göktürk, gli Àvari, (popolazione nomade di lingua turcicacombinazione di un popolo di stirpe uigura chiamato Hund, e un popolo di stirpe mongola, detto Var) strettamente imparentati con i Proto-bulgari, dopo essersi stabiliti nell'area del Volga, fondano un proprio stato, un Khaganato. In seguito gli Àvari compiranno incursioni in Europa, conquistando sia l'intero bacino carpatico e trans-danubiano (terre pannoniche lasciate quasi interamente libere dai Longobardi) sia la piana del Tibisco, creando un regno nel centro dell'Europa che durerà per due secoli. Sconfitti da Carlo Magno, si fonderanno principalmente con gli Slavi orientali ma anche con gli Ungari.

- Khagan o Kha Khan o Qagan, ossia Kagan, o Kha'an, è un titolo di rango imperiale nella lingua mongola e turca ed equivale a designare un Imperatore e chiunque governi un khaganato.

- Probabilmente gli Unni e sicuramente gli Àvari, Bulgari e i Cazari parlavano una delle lingue turciche, appartenenti alla famiglia delle lingue altaiche (dei monti Altai e del territorio che ne prende il nome, nella Siberia meridionale), che a tuttoggi sono circa trenta, parlate su un'area che spazia dall'Europa orientale alla Siberia e alla Cina occidentale, da una comunità stimata di 140 milioni di madrelingua e decine di milioni di locutori come seconda lingua; la lingua turcofona maggiormente parlata è il turco, lingua ufficiale della Turchia.
Anticamente le lingue chiamate "turche", erano considerate appartenenti al gruppo uralo-altaico, per cui ne era compreso anche l'ungherese, infatti i Bizantini chiamavano l'Ungheria "Turchia", e non solo l'altaico(dei monti Altai e del territorio che ne prende il nome, nella Siberia meridionale).

- Con lingue uralo-altaiche (categorizzazione che rimane comunque a livello speculativo poiché non esistono sufficienti prove per poterne giustificare l'esistenza e va peraltro ricordato come sia discussa l'esistenza stessa del gruppo altaico, mentre è pienamente accettata quella del gruppo uralico) viene indicato un gruppo linguistico che include:
In blu, le zone dell'Asia in cui sono parlate lingue turciche,
in verde le mongoliche e in rosso le lingue manciu-tunguse,
1) La famiglia altaica (turco, mongolo, kazaco, usbeco, manciù e i suoi derivati). Le lingue altaiche (dei monti Altai e del territorio che ne prende il nome, nella Siberia meridionale) sono una famiglia linguistica che include 60 lingue parlate da circa 250 milioni di persone, particolarmente in Asia centrale, settentrionale e orientale. La relazione tra le diverse lingue altaiche è ancora oggetto di dibattito e l'esistenza stessa di una famiglia altaica è stata messa in dubbio.
I sostenitori della tesi genetica considerano la famiglia altaica costituita dai seguenti sottogruppi:
- le lingue turciche (o turche),
- le lingue mongoliche,
- le lingue tunguse (o manciu-tunguse)
In genere si ritiene che la lingua coreana e la lingua giapponese siano lingue isolate, tuttavia alcuni studiosi le considerano apparentate con le lingue altaiche.
L'ainu è stato occasionalmente suggerito come facente parte della famiglia altaica ma questa teoria ha avuto poco seguito e si tende ora ad inserirla nella famiglia paleosiberiana.
Carta con le aree in cui si parlano delle lingue uraliche, che
comprendono gli ugro-finnici e i samoiedi. Da: https://it.
2) La famiglia uralica (ungherese, finlandese, estone, ecc.) è composta da circa 30 lingue parlate da approssimativamente 20 milioni di persone. Il nome della famiglia linguistica si riferisce alla più accreditata località della Urheimat (area d'origine del proto-uralico), che si troverebbe vicino ai monti Urali. I paesi con un numero significante di locutori delle lingue uraliche sono l'Ungheria, la Finlandia, l'Estonia, la Russia, ed i paesi confinanti con la presenza di minoranze appartenenti al gruppo linguistico uralico come la Norvegia, la Svezia, la Romania, la Slovacchia e la provincia autonoma della Voivodina (Serbia), Austria, Slovenia, Croazia e la Ucraina. Le lingue col maggior numero di locutori sono l'ungherese, il finlandese e l'estone. Altre lingue rilevanti sono il mordvino e il mari (in Russia) e il permiano.
La famiglia delle lingue uraliche comprende i due gruppi degli ugrofinnici e dei samoiedi.
Gli ugrofinnici sono distribuiti lungo un territorio che va dal Bacino Pannonico, in Europa centro-orientale, alle regioni artiche della Scandinavia, dal Mar Baltico alla Siberia. Un numero considerevole di questi popoli vive nel territorio della Federazione Russa, anche se quelli più consistenti in termini demografici sono gli ungheresi, i finlandesi e gli estoni. Alcuni popoli ugrofinnici (izoriani, livoni e voti) sono prossimi all'estinzione. I sottogruppi degli ugrofinnici sono:
- gli ugrici, (ungheresi)
- i finnici del Baltico,
- i finnici del Volga,
- i permiani e
- i sami.
Il gruppo dei popoli ugrofinnici è collegato a quello dei popoli samoiedi, stanziati nell'estremo nord della Siberia occidentale. Insieme i due gruppi compongono la famiglia dei popoli uralici.

Carta dell'Impero Romano d'Oriente, denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: in rosso l'Impero che Giustiniano eredita, in arancio
i territori che riconquista. Sono indicati i nomi delle popolazioni
esterne all'Impero, oltre alle regioni e città dell'impero.
Nel 553 - Concilio di Costantinopoli II.
Giustiniano convocò questo concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto contro i Tre Capitoli e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore.
Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni.
Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato e, dopo vari tentennamenti, firmò la condanna dei Tre Capitoli l' 8 dicembre 553.
Il concilio di Costantinopoli II del 553 condannò inoltre l'empia lettera che incolpava Cirillo di aver insegnato come Apollinare ed in maniera eretica, ed il Concilio Efesino di aver condannato Nestorio senza esame e che chiamava empi e contrari alla retta fede i dodici capitoli di Cirillo. (Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM, Denzinger et Scoenmetzer 437).

Maggiori centri della laguna veneziana nel VI secolo.
Nel 554 - Con la "prammatica sanzione" di Giustiniano, il Veneto è riunito all'impero romano d'oriente.
Durante il VI sec., Murano è molto popolata e ascritta alle Isole Primarie dell'estuario veneto, la Venezia Marittima, nuovo territorio dell'impero romano d'oriente.







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