La battaglia (nel 509 a.C.) si scatenò appena gli eserciti delle due città entrarono nel territorio di Roma. Il console Publio Valerio avanzò al comando della fanteria che marciava in formazione quadrata, mentre l'altro console Giunio Bruto guidò la cavalleria e, nello scontro con Arrunte Tarquinio, figlio del re detronizzato, fu mortalmente ferito. La battaglia si protrasse nell'incertezza di chi avrebbe vinto finché, mentre l'ala tarquiniese faceva indietreggiare i Romani, «I Veienti furono sbaragliati e messi in fuga...» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 6.)
Il primo problema da risolvere era quello proveniente dall'esterno, ovvero i volsci. Il collega di Claudio, Publio Servilio Prisco Strutto, riuscì a blandire la plebe promettendo privilegi in cambio dell'arruolamento: «Appio, che aveva un carattere irruento, era dell'avviso che la questione si dovesse risolvere con la sola potestà consolare: con un paio di arresti gli altri si sarebbero calmati; Servilio, incline più ai mezzi blandi, riteneva non solo più sicuro, ma anche più facile piegare che non abbattere gli animi esasperati. In quel frattempo un'altra più grave minaccia sopravvenne […] i volsci muovevano con un esercito all'attacco dell'Urbe.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri II,23-24, N.d.R.)
In molti accettarono di combattere come aveva chiesto Servillo e Roma riuscì a prevalere; tuttavia, una volta concluso il conflitto Claudio, aristocratico ultraconservatore, impedì al collega di concedere alla plebe i privilegi promessi, provocando un acceso scontro. Claudio propose anche di scegliere un dittatore, che avrebbe potuto tenere meglio sotto controllo la plebe: contro di esso infatti, non vi era diritto d'appello; ma fu proprio lui ad essere eletto. Gli eventi precipitarono fino ad arrivare alla famosa prima secessione sull'Aventino (o Monte Sacro), provocata da una nuova aggressione di volsci, equi e sabini, che presupponeva una nuova chiamata alle armi. La questione si concluse grazie all'intervento di un senatore dalla dialettica ormai proverbiale, Agrippa Menenio Lanato e all'approvazione della lex sacrata, la legge che portò alla nascita del tribunato della plebe: «Che la plebe avesse dei propri magistrati inviolabili ai quali spettasse il diritto d'intervento contro i consoli, e che a nessuno dei patrizi fosse concesso di assumere questa magistratura. Furono così creati due tribuni della plebe, Gaio Licinio e Lucio Alboino.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri II,33, N.d.R.)"
Sotto il consolato di Marco Minucio e di Aulo Sempronio (nel 491 a.C., N.d.R.) ci fu una massiccia importazione di grano dalla Sicilia e il senato discusse il prezzo a cui avrebbe dovuto esser venduto alla plebe. Molti pensavano fosse arrivato il tempo di dare un giro di vite alla plebe e di recuperare i diritti che essa aveva estorto ai senatori con le violenze della secessione. Uno dei più accesi, Marzio Coriolano, nemico della potestà tribunizia, disse: “Se vogliono il grano al prezzo di una volta, restituiscano ai senatori i loro antichi diritti. È mai possibile che io debba vedere dei plebei magistrati e un Sicinio dotato di poteri, io che son passato sotto il giogo e sono stato riscattato da questa specie di delinquenti? Dovrò sopportare più a lungo del necessario delle infamie del genere? Io che non avrei tollerato Tarquinio come re, dovrei sopportare un Sicinio? Ci vada lui ora in secessione e si porti la plebe con sé. La strada che porta al monte Sacro e agli altri colli è libera. Rubino pure il frumento dai nostri campi come due anni fa. Si godano la carestia frutto della loro follia. Non ho paura di affermare che, domati da questa piaga, preferiranno andare a lavorare i campi piuttosto che, come fecero durante la secessione, impedire con la violenza che gli altri lavorino.” Io credo che i patrizi avrebbero potuto, mettendo delle condizioni all'abbassamento dei prezzi, liberarsi del potere dei tribuni e di tutti quei diritti concessi loro malgrado. Solo che non è altrettanto facile dire se avrebbero dovuto farlo.
35 Il discorso sembrò eccessivamente duro anche al senato. Nei plebei suscitò una reazione così violenta da farli quasi ricorrere alle armi. Sostenevano che li si stava prendendo per fame come fossero nemici, e che li si stava privando dei generi di prima necessità per la sopravvivenza: avrebbero tolto loro di bocca anche quel frumento di importazione, il solo alimento che un inatteso colpo di fortuna aveva regalato, se i tribuni non si fossero consegnati in catene a Gneo Marzio e se non gli si fosse data la possibilità di rifarsi sulla pelle della plebe. Ai loro occhi era lui il nuovo boia saltato fuori a costringerli a una scelta obbligata tra la morte e la schiavitù. E gli sarebbero saltati addosso fuori dell'ingresso della curia, se i tribuni, quanto mai tempestivamente, non lo avessero citato in giudizio. Il provvedimento sedò la rabbia: ciascuno si vedeva già giudice del nemico e padrone di scegliere per lui tra la vita e la morte. All'inizio Marzio stette ad ascoltare con aria sprezzante le minacce dei tribuni, sostenendo che essi erano dei magistrati di supporto e non avevano alcuna autorità penale, cioè appunto si trattava di tribuni della plebe e non di senatori. Ma la plebe aveva il dente così avvelenato che i senatori dovettero sacrificare un loro membro per placarne l'ira. Ciò nonostante tennero testa all'odio degli avversari facendo ricorso alle capacità dei singoli e alle risorse dell'intero ordine. La prima mossa fu questa: mandarono in giro dei loro clienti col compito di prendere da parte i singoli e di dissuaderli dal partecipare alle riunioni e agli assembramenti, nella speranza che potessero mandarne all'aria i piani. Poi l'intero ordine senatoriale si presentò in pubblico (tutti senza eccezioni, come se avessero dovuto rispondere di qualche reato) supplicando la plebe di restituirgli un solo cittadino, un senatore: se poi non lo volevano assolvere, almeno gli facessero la grazia di rimandarlo indietro come colpevole. Visto che però alla data stabilita Marzio non ricomparve, la rabbia divenne incontenibile. Condannato in contumacia, andò in esilio presso i Volsci lanciando minacce al suo paese, verso il quale già da allora era ostile. I Volsci lo accolsero amichevolmente e la loro buona disposizione nei suoi confronti cresceva di giorno in giorno in proporzione al progressivo aumento della rabbia di Marzio verso la sua terra d'origine, alla quale riservava ora nostalgici lamenti ora minacce. Era ospite di Azio Tullio, all'epoca una delle personalità eminenti del popolo volsco e un anti-romano di antica data. Così, spinti uno dall'odio di sempre e l'altro dal recente risentimento, studiano insieme una guerra contro Roma. Sapevano che sarebbe stato difficile convincere la loro gente a riprendere le armi per combattere un avversario che già le aveva procurato tanti dispiaceri. Prima la serie di guerre e poi la pestilenza ne avevano fiaccato gli entusiasmi portandosi via il meglio della gioventù. L'odio risaliva ormai al passato: bisognava ingegnarsi per trovare qualche nuovo motivo di risentimento che ravvivasse gli antichi furori.» (Tito Livio, "Ab Urbe condita libri" II, 34-35.)
Nel 491 a.C. - In quell'anno troviamo Appio Claudio Sabino Inregillense, capostipite della gens Claudia e console nel 495 a.C., noto provocatore che aveva costretto la plebe alla secessione, ad intervenire nuovamente contro la plebe nel processo contro Coriolano. Come Claudio, Coriolano era un aristocratico rigido e ostile alla plebe e sperava perfino di riportare la situazione dei plebei a quella antecedente la nascita del tribunato della plebe. Quando i plebei chiesero una legge che riducesse i costi del grano, Coriolano si oppose e così i tribuni lo citarono in giudizio. Secondo Livio fu lo stesso Coriolano a non volersi sottoporre al giudizio dei plebei e ad andarsene presso i Volsci, ma secondo Plutarco invece, fu proprio questo Claudio a definire indecente che un patrizio fosse giudicato da gente inferiore per rango e a chiedere che il processo non si svolgesse. Claudio ebbe un particolare primato nell'Urbe che ben s'addice al suo carattere. Fu il primo infatti a esporre in un luogo pubblico le immagini dei suoi antenati, come a volere dimostrare pubblicamente cosa lo differenziasse dalla comune plebe. L'esposizione avvenne presso il tempio di Bellona, secondo quanto dice Plinio. Claudio ebbe due figli, entrambi divenuti consoli, Appio Claudio Sabino Inregillense (console nel 471 a.C., il primo ad ordinare una decimazione nella legione) e Gaio Claudio Sabino Inregillense, console nel 460 con il collega Publio Valerio Publicola. L'Appio Claudio Crasso eletto console nel 451 a.C. e poi decemviro sia per quell'anno che per l'anno seguente, che si macchiò d'infamia per lussuria, e che causò la seconda secessione della plebe, era figlio dell'Appio Claudio console nel 471 a.C., infatti sia nel resoconto di Tito Livio che in quello di Dionigi d'Alicarnasso, Gaio Claudio è suo zio paterno, poiché fratello del padre.
Nel 486 a.C. - Spurio Cassio Vecellino è eletto console per la terza volta, assieme a Proculo Verginio Tricosto Rutilo. Cassio marciò contro i Volsci e gli Ernici ma poiché i nemici chiesero ed ottennero la pace, non si ebbe nessuna battaglia. Nonostante ciò Cassio ottenne un secondo trionfo, che è registrato nei fasti trionfali. Con il foedus cassianum, che aveva stipulato con i Latini durante il suo secondo consolato e con questo patto di alleanza con gli Ernici, Cassio era riuscito a formare una "federazione" virtuale, soggetta a Roma, che le restituiva il prestigio che aveva durante l'ultimo periodo monarchico.
E fu allora che il console Spurio Cassio Vecellino, che era sensibile alle rivendicazioni dei plebei, di cui conosceva bene le problematiche essendo stato console l'anno successivo alla loro secessione, propose la sua famosa riforma agraria, la lex Cassia agraria (una lex publica o forse solo una rogatio, una proposta di legge) per stabilire un'equa distribuzione dei beni ottenuti con le conquiste belliche ed evitare così fondate rivendicazioni da parte dei plebei. Fondamentalmente la lex Cassia agraria scaturiva dalla volontà di Spurio Cassio di riconoscere a Volsci ed Ernici gli stessi diritti riconosciuti ai Latini, tra i quali il diritto alla spartizione delle terre conquistate in seguito a guerre combattute insieme, sottintendendo quindi nuovi territori anche per il popolo romano, non solo per l'erario e i patrizi romani, come si spartiva di solito.
Probabilmente la legge proposta da Cassio era semplicemente il ripristino di una vecchia legge di Servio Tullio che ordinava come la quota di terra pubblica in mano ai patrizi dovesse essere delimitata rigorosamente, e che il resto dovesse essere diviso fra i plebei e che la decima (il tributo di un decimo del raccolto) dovesse essere imposta anche alle terre possedute dai patrizi, che probabilmente quindi non la pagavano.
Era la prima proposta di lex agraria della repubblica di Roma e la sua applicazione avrebbe contrastato lo strapotere dei ricchi possidenti che, per potenza economica e/o politica, riuscivano spesso ad impossessarsi dei terreni conquistati dall'esercito, che pur essendo comandato da patrizi, era composto in preponderanza dalla plebe, convogliando quindi le conquiste dell'intera popolazione verso le proprie tasche.
Alla proposta di discussione della legge si opposero immediatamente i patrizi, e tra questi soprattutto il console collega di Spurio Cassio, Proculo Verginio Tricosto Rutilo e Appio Claudio Sabino Inregillense (figlio del suo omonimo console del 495 a.C., che sarà eletto console per il 471 a.C.), che fecero ostruzione per impedire che si arrivasse alla votazione. I Patrizi, che temevano anche la popolarità che avrebbe acquisito Spurio Cassio dall'approvazione della legge, motivavano la loro posizione sostenendo che la suddivisione delle terre pubbliche tra tutti i cittadini della pseudo-federazione vincente, sarebbe stato un indebito premio per i cittadini nullafacenti e per gli Ernici, a lungo nemici del popolo romano. In particolare il tribuno della plebe Caio Rebulio, intervenendo nel pubblico dibattito, fece dichiarare al console Verginio che la sua opposizione alla legge derivava dalla contrarietà a che le terre fossero distribuite anche agli Ernici. Pertanto si decise di portare in votazione la distribuzione delle terre tra i romani, differendo nel tempo la questione della distribuzione delle stesse agli Equi e ai Latini.
Il giorno della votazione, si presentò a Roma un gran numero di Latini ed Equi, facendo temere ai senatori che la discussione potesse mutare in atti di violenza. Ma la votazione fu preceduta da un discorso di Appio Claudio che dichiarandosi sempre contrario alla legge, propose che si formasse una commissione di 10 senatori con il compito di definire quali fossero le terre pubbliche e di venderne una parte, e di affittarne un'altra, con il cui ricavato finanziare poi le campagne belliche. Alla proposta di Appio Claudio, fece seguito quella di Aulo Sempronio, per il quale si sarebbe dovuto dividere con gli alleati Latini ed Ernici, solo le terre conquistate in seguito ai reciproci trattati di alleanza, dovendo invece escludersi quelle terre che i romani avevano conquistato prima della stipula delle alleanze. In pratica, per le guerre combattute in futuro, le terre conquistate si sarebbero dovute dividere in tre parti uguali, tra Romani, Latini ed Ernici.
Quindi il Senato deliberò che fosse nominata una commissione di 10 Senatori, che definisse quali terreni fossero di proprietà pubblica, e solo dopo, la parte da vendere e la parte da locare. I senatori sarebbero stati nominati dai nuovi consoli da eleggere per l'anno successivo, previsione che non si realizzò, anche per la condanna e messa a morte di Spurio Cassio, ideatore e sostenitore della proposta di legge.
Le fonti riguardo all'entrata in vigore della lex Cassia agraria sono vaghe e contrastanti, si pensa tuttavia che la legge sia entrata in vigore legalmente ma non abbia trovato esecuzione. Leggi agrarie a favore dei plebei ebbero applicazione solo più tardi quando ormai i patrizi furono costretti ad accettare le proposte dei plebei sempre più coscienti della loro forza all'interno del complesso sociale e politico.
Nel 485 a.C. - Cassio è portato in giudizio con l'accusa di aspirare ai poteri di re; i due accusatori, i questori Cesone Fabio Vibulano e Lucio Valerio Potito, sarebbero poi diventati consoli, rispettivamente nel 484 a.C. e nel 483 a.C. Processato, Cassio è quindi condannato e fatto precipitare dai due questori dalla Rupe Tarpea. La sua casa fu distrutta e lo spazio rimasto, di fronte al tempio della dea Tellus, fu lasciato libero. Con i beni sequestrati fu eretta una statua di bronzo nel Tempio di Cerere, con un'iscrizione che ricordava la provenienza delle somme usate (ex Cassiana familia datum). Cassio lasciò tre figli che furono risparmiati dal Senato.
Spurio Cassio Vecellino è stato l'unico patrizio della gens Cassia, conosciuta come una delle più nobili di Roma, di cui si abbia avuto notizia. Visto che gli appartenenti alla gens Cassia di cui si sia avuta notizia in seguito erano tutti plebei, si può supporre che la gens sia stata espulsa dal patriziato o che ci sia stato un passaggio volontario dei successori di Cassio nelle file dei plebei, come forma di protesta contro i patrizi che avevano sparso il sangue del loro antenato.
Quinto Fabio Vibulano e Servio Cornelio Maluginense erano i consoli quando Spurio Cassio Vecellino fu condannato e giustiziato. Con la sua morte, la questione agraria non veniva dimenticata e si levava da più parti la richiesta di dare corso alla legge agraria che era stata promulgata. I due consoli, temendo l'insorgere di disordini e approfittando di razzie e incursioni nel territorio romano, chiamarono alla leva contro le città vicine, distogliendo così la plebe dalla questione agraria; Servio avrebbe condotto i romani contro Veio, mentre Quinto Fabio li avrebbe guidati contro i Volsci e gli Equi. Alla testa dell'esercito costituitosi, Fabio prima invase il territorio degli Equi, poi da lì quello dei Volsci, razziando e saccheggiando il territorio. Solo i Volsci provarono a resistere sul campo contro l'esercito romano, venendo però da questo sconfitto.
Fabio però si inimicò il popolo, quando tornato a Roma con il bottino di guerra, ordinò che questo fosse interamente incamerato nelle casse dell'erario, senza che i soldati ne ricevessero alcuna parte.
Sembrerebbe quindi che la famosa locuzione “Si vis pacem, para bellum” (Se vuoi la pace prepara la guerra) fosse applicata in modo più esteso: "Se vuoi la pace (interna) procurati una guerra (esterna)", ovvero se vuoi mantenere il potere in tranquillità, scatena l'odio del popolo verso qualche altro nemico. E a Roma, anche per assoggettamenti religiosi, come il giuramento (agli dèi) di fedeltà dei combattenti, il metodo funzionava.
Poiché l'esercito veniva formato di volta in volta e i combattenti dovevano sottostare a un giuramento che li impegnava sotto il profilo religioso, quando un cittadino (e nell'esercito romano potevano combattere solo i cittadini) era sottoposto alla legge marziale, perdeva ogni diritto civico e ogni difesa contro lo strapotere dei comandanti e, soprattutto, dei consoli, i comandanti supremi dell'esercito. Questo tornava molto comodo all'aristocrazia, che poteva, una volta dichiarata la guerra, sopire le pulsioni di contrasto all'oppressione che esercitavano sulla plebe stessa.
Le discordie interne occuparono quindi, fin dagli inizi della repubblica, un ampio spazio nella politica di Roma. L'aristocrazia sembrava conoscere un solo modo di frenare le tensioni e i prodromi di rivolta dei plebei. Ogniqualvolta la tensione interna saliva oltre un limite considerato pericoloso, molto opportunamente giungevano notizie di attacchi di qualche popolazione vicina. La leva veniva chiamata, la plebe resisteva e non prendeva le armi, poi il nemico arrivava troppo vicino e la decisione di prendere le armi era inevitabile se non si voleva che Roma venisse sconfitta senza nemmeno combattere. Quando l'esercito era tenuto in armi fuori dal pomerium, le tensioni politiche scomparivano per riapparire alla fine della campagna militare.
In questo modo, gli attacchi dei Veienti erano funzionali alla politica romana, funzionalità che veniva meno quando Roma doveva affrontare nemici più pericolosi. Poi, per qualche anno, essendo Roma impegnata con gli eserciti ben più pericolosi dei Volsci, degli Equi e dei Sabini, si trattenne dall'infierire, limitandosi a frenare le incursioni dei Veienti senza cercare l'affondo risolutivo.
Nel 484 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 42: «Il risentimento popolare nei confronti di Cassio non durò a lungo. La legge agraria, già allettante di per se stessa, ora che era scomparso il suo promulgatore, affascinava tutti e il desiderio che se ne provava fu accresciuto dalla meschinità dei senatori, i quali, quell'anno, dopo una vittoria sui Volsci e sugli Ernici, privarono i soldati del bottino. Tutto ciò che fu tolto al nemico il console Fabio lo mise all'incanto e ne trasferì i proventi nelle casse dello Stato. Il nome dei Fabi era impopolarissimo proprio a causa di quest'ultimo console. Ciò nonostante, i consoli riuscirono a ottenere che insieme a Lucio Emilio venisse eletto console Cesone Fabio. Questo incrementò il rancore dei plebei che, a seguito dei disordini causati in patria, fecero scoppiare un conflitto all'estero. E con la guerra le discordie civili conobbero una tregua: patrizi e plebei uniti, agli ordini di Emilio con una brillante vittoria sedarono una ribellione dei Volsci e degli Equi. I nemici, tuttavia, ebbero più perdite durante la ritirata che durante lo scontro, tanta fu l'ostinazione con la quale i cavalieri li inseguirono mentre fuggivano sparpagliati. Il quindici luglio di quello stesso anno venne consacrato a Castore il tempio promesso dal dittatore Postumio durante la guerra latina: lo dedicò suo figlio, eletto duumviro espressamente per questo ufficio. Anche quell'anno la plebe cedette al richiamo allettante della legge agraria. I tribuni della plebe cercavano di rinforzare la loro autorità popolare con una legge popolare: i senatori, trovando che era già sufficiente la violenza spontanea della plebe, vedevano le donazioni come un rischioso stimolo alla temerarietà. I fautori più accesi dell'opposizione senatoriale furono i consoli. Così la spuntarono proprio questi ultimi, e non solo nella circostanza presente: infatti, l'anno successivo, (il 483 a.C., N.d.R.) riuscirono anche a portare al consolato Marco Fabio (Vibulano, N.d.R.), fratello di Cesone, e un personaggio ancora più impopolare, Lucio Valerio (Potito, N.d.R.), l'uomo cioè che aveva accusato Spurio Cassio. Anche in quell'anno ci fu una grande battaglia coi tribuni. La legge subì uno scacco totale, così come lo subirono quanti l'avevano proposta promettendo cose immantenibili. La famiglia dei Fabi si conquistò una grande stima con quei tre consolati consecutivi, tutti caratterizzati da continui conflitti coi tribuni. Così, visto che era considerato in mani sicure, l'incarico rimase abbastanza a lungo presso quella famiglia.»
Nel 482 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 43: «Quinto Fabio Vibulano e Gaio Giulio furono eletti consoli. Quell'anno la lotta di classe che dilaniava la città non fu meno accanita e accesa della guerra combattuta all'estero. Gli Equi presero le armi; le scorribande dei Veienti arrivarono fino all'agro romano.»
Nel 481 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 43: « La crescente inquietudine dovuta a queste campagne è l'atmosfera in cui vengono eletti consoli Cesone Fabio e Spurio Furio Medullino Fuso. Gli Equi stavano assediando Ortona, una città latina. I Veienti, già carichi di bottino, minacciavano di attaccare Roma stessa. Tutti questi campanelli d'allarme, invece di sedare l'animosità dei plebei, la incrementarono ulteriormente. E ricominciarono con la politica del boicottaggio del servizio militare, anche se non spontaneamente: infatti il tribuno della plebe Spurio Licinio, vedendo nella crisi del momento un'occasione propizia per imporre ai patrizi la promulgazione di una legge agraria, si era messo in testa di ostacolare i preparativi di guerra. Da quel momento in poi il tradizionale odio nei confronti del tribunato si concentrò esclusivamente sulla sua persona: i consoli non lo attaccarono meno animosamente dei suoi stessi colleghi e fu proprio grazie al loro sostegno che riuscirono a organizzare la leva militare. Si reclutarono truppe per due campagne contemporanee: Fabio sarebbe stato il comandante della spedizione contro gli Equi, Furio di quella contro i Veienti. Quest'ultima non fece registrare niente che meriti di essere ricordato. Nella campagna contro gli Equi, Fabio ebbe in qualche modo più problemi con i suoi effettivi che con i nemici. Fu soltanto quella grande figura, il console stesso, che resse le sorti dello Stato, tradito in tutti i modi possibili dai soldati i quali lo detestavano. Un solo esempio: dopo aver dimostrato in molte altre occasioni grande abilità nella strategia e nella condotta delle operazioni, quando il console operò una mossa che gli permise di sbaragliare le linee nemiche con un assalto della sola cavalleria, la fanteria si rifiutò di lanciarsi all'inseguimento dei fuggiaschi; e né l'incitamento dell'odiato generale, né il disonore loro e la vergogna che in quel momento ricadeva su tutti, né il rischio che il nemico potesse riprendere coraggio e tornare sui propri passi, nessuno di questi fattori li spinse ad accelerare l'andatura o, se non altro, a mantenersi allineati. Così, nonostante gli ordini, ritornarono indietro e, con facce che avresti detto di vinti, rientrano alla base maledicendo a turno il generale e l'efficienza della cavalleria. Il comandante non riuscì a rimediare in nessun modo a questo episodio, per quanto rovinoso fosse stato, e ciò dimostra che le menti superiori hanno spesso maggiori problemi a imporre la propria volontà politica ai cittadini che la propria legge militare ai nemici. Il console ritorna quindi a Roma, non tanto carico di gloria conquistata sul campo, quanto dell'odio esacerbato e dell'esasperazione dei soldati nei suoi confronti. Ciò nonostante, i senatori ottennero che il consolato rimanesse presso la famiglia dei Fabi; nominano console (per il 480 a.C., N.d.R.) Marco Fabio (Vibulano N.d.R.) cui viene affiancato come collega Gneo Manlio (Cincinnato, N.d.R.).»
Nel 480 a.C. - Visti i precedenti, per quell'anno l'aristocrazia cambia tattica: sotto l'impulso di Appio Claudio (figlio dell'omonimo Appio Claudio Sabino Inregillense, console nel 495 a.C.), il senato inizia a cercare la complicità di almeno uno dei tribuni della plebe, per metterlo contro il collega e neutralizzare così, con una forza uguale e contraria, le rivendicazioni della plebe. L'evento si verifica in una delle molte ripresentazioni della legge agraria di Spurio Cassio, che voleva contrastare lo strapotere dei ricchi possidenti. Questi, per potenza economica e/o politica, riuscivano spesso ad impossessarsi dei terreni conquistati dall'esercito, destinando gli sforzi dell'intera popolazione, verso le proprie tasche.
Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 44: «44 Quell'anno vide un tribuno, Tiberio Pontificio, proporre la legge agraria: seguendo pari passo le orme di Spurio Licinio - come se a lui fosse andata bene -, per un certo periodo riuscì a ostacolare la leva. Di fronte al rinnovarsi delle preoccupazioni senatoriali, Appio Claudio disse che l'anno prima si era avuta la meglio sul potere dei tribuni e che la vittoria in quella precisa occasione potenzialmente valeva anche per i giorni a venire, in quanto allora si era scoperto che esso poteva essere annientato proprio con le sue stesse forze. Infatti ci sarebbe sempre stato un tribuno desideroso di ottenere un successo personale ai danni del collega e disposto a conquistarsi il favore del patriziato rendendo un servizio allo Stato. E, all'occorrenza, un numero più consistente di tribuni non avrebbe esitato a spalleggiare il console; d'altra parte sarebbe bastato uno contro tutti. La sola cosa che i consoli e i senatori più in vista dovevano fare era questa: cercare di portare, se non tutti, almeno qualcuno dei tribuni dalla parte dello Stato e del senato. L'intero ordine senatoriale, seguendo le istruzioni di Appio, cominciò a dimostrare ai tribuni gentilezza e disponibilità; e gli ex consoli, contando sull'influenza che ciascuno di essi vantava sui singoli, in parte con favori personali, in parte con l'autorità di cui disponevano, fecero in modo che i tribuni mettessero i loro poteri al servizio dello Stato. Così, quattro di essi, contro un solo e ostinato avversario dell'interesse generale, collaborarono coi consoli nella realizzazione della leva. Fatto questo, partì la spedizione armata contro Veio, dove si erano concentrati dei contingenti provenienti da tutta l'Etruria, non tanto per sostenere la causa dei Veienti, quanto piuttosto perché c'era la speranza che le discordie interne potessero accelerare il crollo della potenza romana. I capi di tutte le genti etrusche si scalmanavano nelle assemblee sostenendo che l'egemonia di Roma sarebbe durata in eterno, se essi non avessero smesso di sbranarsi tra di loro in tutte quelle lotte fratricide. Quello era l'unico veleno, la sola rovina delle società fiorenti, nata per far conoscere ai grandi potentati il senso della caducità. A lungo contenuto, vuoi per l'accorta gestione dei senatori, vuoi per la rassegnazione della plebe, il male stava ormai dilagando in maniera incontrollabile. Di uno stato se n'erano fatti due, con tanto di leggi e magistrati autonomi in ciascuno di essi. Nei primi tempi c'era un'opposizione accesa e sistematica alla leva e poi, quando si trattava di combattere, erano pronti a obbedire ai comandanti. Qualunque fosse la situazione interna, bastava reggesse la disciplina militare per tenere in piedi tutto. Ma adesso disobbedire ai magistrati era diventata una moda che aveva coinvolto anche il mondo militare romano. Che considerassero l'ultima guerra da loro combattuta: quando lo schieramento allineato era già nel pieno dello scontro, ecco che tutti i soldati avevano deciso di comune accordo di rimettere la vittoria nelle mani degli ormai vinti Equi, di liberarsi delle insegne, di abbandonare il comandante sul campo e di rientrare alla base contro ogni ordine ricevuto. Nessun dubbio che se gli Equi avessero fatto ancora uno sforzo Roma sarebbe crollata sotto i colpi dei suoi stessi soldati. Non ci voleva molto: una semplice dichiarazione di guerra e una dimostrazione di efficienza militare. Al resto avrebbero pensato il destino e il volere degli dèi. Queste speranze spinsero gli Etruschi a scendere in guerra, nonostante la lunga sequenza di alterne vittorie e sconfitte.»
In quel periodo, i comitia tributa non avevano ancora la possibilità di legiferare e i tribuni della plebe avevano poteri molto limitati; di conseguenza, i reiterati tentativi annuali di far attuare la legge, stanno ad indicare che la legge esisteva ma era disattesa.
Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 45: «45 I consoli romani, a loro volta, non temevano nulla quanto le proprie forze e le proprie truppe. Memori del deplorevole incidente occorso nell'ultima guerra, eran terrorizzati all'idea di scendere in campo per affrontare contemporaneamente la minaccia di due eserciti. Così stazionavano all'interno dell'accampamento, paralizzati dall'imminenza di quel doppio pericolo. Non era escluso che il tempo e i casi della vita avrebbero ridotto la tensione degli uomini e riportato il buon senso. Ma proprio per questo i loro nemici, Etruschi e Veienti, stavano accelerando al massimo le operazioni: sulle prime li provocarono a scendere in campo cavalcando nei pressi dell'accampamento e sfidandoli a uscire; poi, visto il nulla di fatto, presero a insultare a turno i consoli e la truppa. Dicevano che la storia della lotta di classe era un pretesto per coprire la paura e che il dubbio più grande dei consoli non era rappresentato tanto dalla lealtà quanto dal valore dei loro uomini. Che razza di ammutinamento poteva essere una rivolta di soldati di leva tutti buoni e silenziosi? A queste frecciate ne aggiungevano altre, più o meno fondate, circa le recenti origini della loro razza. I consoli non reagivano a questi insulti provenienti proprio da sotto il fossato e le porte. La moltitudine, invece, meno portata a simulare, passava dall'indignazione all'umiliazione più profonda e si dimenticava degli attriti sociali: voleva farla pagare ai nemici e nel contempo non voleva che i consoli e il patriziato potessero vantare una vittoria. Il conflitto psicologico era tra l'odio per la classe avversaria e quello per il nemico... ...La cosa era matura: tuttavia i consoli tergiversavano. Alla fine, Fabio, vedendo che il collega, di fronte a quel crescente tumulto, era sul punto di cedere per paura di una sommossa, chiamò un trombettiere per imporre il silenzio e poi disse: “Questi uomini, Gneo Manlio, possono vincere, te lo assicuro; che lo vogliano, ho qualche dubbio, e per colpa loro. Quindi sono deciso a non dare il segnale di battaglia se prima non giurano di ritornare vincitori. Le truppe, durante le fasi di uno scontro, han tradito una volta il console romano: gli dèi non li tradiranno mai”. A quel punto, un centurione di nome Marco Flavoleio, tra i più accaniti nel reclamare la battaglia, disse: “Tornerò vincitore, o Marco Fabio!” Augurò che l'ira del padre Giove, di Marte Gradivo e degli altri dèi potesse abbattersi su di lui in caso di fallimento. A seguire giurarono tuti gli altri uomini, ripetendo ciascuno lo stesso augurio nei propri confronti. Finito il giuramento si sente il segnale e tutti corrono ad armarsi, pronti a scendere in campo con una carica di rabbioso ottimismo. Ora sfidano gli Etruschi a fare i gradassi, ora ognuno sfida quelle male lingue a farsi sotto, ad affrontare il nemico adesso che è armato di tutto punto! Quel giorno, patrizi e plebei senza differenze, brillarono tutti per il grande coraggio dimostrato. Al di sopra di ogni altro, però, il nome dei Fabi: con quella battaglia essi riguadagnarono il favore popolare perso nel corso della lunga sequenza di lotte politiche a Roma.»
Nel 479 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 48: «48 Poi entrambe le parti, patrizi e plebei, mostrano un'uguale propensione nel voler nominare console Cesone Fabio (Vibulano N.d.R.) accanto a Tito Verginio (Tricosto Rutilo, N.d.R.). Il primo, all'inizio del suo mandato, lasciando da parte guerra, leva militare e ogni altro problema governativo, si concentrò esclusivamente sulla realizzazione del suo progetto, fino a quel momento solo abbozzato, della riconciliazione tra plebe e patriziato. Così, nei primi mesi di quell'anno, per evitare che un qualche tribuno saltasse fuori con proposte di legge agraria, suggerì ai senatori di giocare d'anticipo e di agire autonomamente distribuendo alla plebe la terra conquistata e facendolo nella massima imparzialità possibile. Era giusto diventasse proprietà di quanti avevano dato sangue e sudore per conquistarla. I senatori bocciarono la proposta e, anzi, alcuni di loro arrivarono a dire che l'eccesso di gloria aveva insuperbito e offuscato la mente di Cesone una volta molto lucida. In seguito il conflitto tra le classi urbane conobbe un periodo di stallo. I Latini erano tormentati dalle incursioni degli Equi. Cesone si recò allora con un esercito nel territorio degli Equi per compiervi delle razzie. Gli Equi si arroccarono nella loro città, al riparo delle fortificazioni, e fu per questo che non ci fu nessuno scontro particolarmente memorabile. Coi Veienti, invece, si registrò una disfatta solo a causa della temerarietà dell'altro console: l'esercito sarebbe stato distrutto, se Cesone Fabio non fosse arrivato per tempo in aiuto. Dopo questo episodio, i rapporti coi Veienti non furono né pacifici né bellicosi, ma si limitarono a una sorta di reciproca scorrettezza.»
Nel 476 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 52: «52 A Roma, col ritorno della pace (con Veio, N.d.R.), anche i prezzi degli alimentari tornarono a un livello ragionevole, sia per l'importazione di frumento dalla Campania sia perché, una volta cessato in tutti il terrore di una nuova carestia, vennero rimesse in circolazione le derrate nascoste durante i tempi bui. Però, con l'abbondanza e l'inattività tornò di nuovo negli animi un'atmosfera di malessere e, visto che all'estero non c'era più nulla che potesse impensierire, si presero a rispolverare in patria gli attriti di un tempo. I tribuni sobillavano i plebei con il veleno di sempre, cioè la legge agraria; li incitavano contro la resistenza del patriziato, e non solo contro l'intera classe, ma anche contro i singoli individui. Quinto Considio e Tito Genucio, promotori della legge agraria, citarono in giudizio Tito Menenio. Lo si accusava di aver abbandonato la roccaforte di Cremera, quando lui, in qualità di console, aveva un accampamento fisso non lontano da quel punto. Questo episodio gli costò carissimo, pur essendosi i senatori fatti in quattro per lui non meno che per Coriolano e pur essendo ancora solidissima la popolarità di suo padre Agrippa. Nella richiesta della pena i tribuni non vollero esagerare: nonostante avessero chiesto la pena di morte, si limitarono tuttavia a condannarlo a un'ammenda di duemila assi. Questo gli costò comunque la vita: si dice che non riuscendo a sopportare un disonore così doloroso, si ammalò e ne morì.»
Nel 475 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 52: «Durante il consolato di Caio Nauzio (Gaio Nauzio Rutilo, N.d.R.) e Publio Valerio (Publicola, N.d.R.), proprio all'inizio dell'anno, ci fu un altro processo, questa volta ai danni di Spurio Servilio, appena uscito di carica. Citato in giudizio dai tribuni Lucio Cedicio e Tito Stazio, contrariamente a Menenio che aveva adottato come linea di difesa le suppliche sue e dei senatori, Servilio parò le accuse dei tribuni con la grande fiducia nella propria innocenza e nel favore che vantava presso il popolo. Anche lui era accusato per la battaglia con gli Etruschi lungo le pendici del Gianicolo. Ma, dimostrandosi uomo di grande temperamento non meno nel perorare la propria causa che nella difesa della patria, con un discorso coraggiosissimo confutò non solo le accuse dei tribuni ma anche la plebe; a essa rinfacciò di aver preteso la condanna a morte di Tito Menenio quando era proprio grazie a suo padre che i plebei tempo addietro erano stati ricondotti a Roma e avevano ottenuto quei magistrati e quelle stesse leggi di cui ora abusavano. E fu proprio la sua audacia a salvarlo. Un grande aiuto lo ebbe anche dal collega Verginio che, prodotto in qualità di teste, divise con lui i propri meriti. Ma l'orientamento dell'opinione pubblica era così cambiato che l'elemento decisivo a suo discapito fu la condanna di Menenio.»
Nel 473 a.C. - A Roma ricomincia la lotta intestina fra le classi quando il tribuno della plebe Gneo Genucio, avendo citato in giudizio Lucio Furio Medullino e Gaio Manilio, i consoli dell'anno precedente, per avere impedito l'esecuzione della legge agraria di Spurio Cassio, la mattina del giudizio è trovato cadavere, assassinato nel proprio letto, nonostante l'inviolabilità dei tribuni in carica. Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 54-55: «In quell'anno - chiunque fossero i consoli - Furio e Manilio, accusati di fronte al popolo, andarono in giro vestiti a lutto visitando non meno i plebei che i giovani senatori. Li mettevano in guardia e li dissuadevano dall'assumere cariche onorifiche e dal lasciarsi invischiare nella gestione dello Stato; cercavano di far capire loro che le fasce consolari, la toga pretesta e la sella curule non erano nient'altro che accessori da pompe funebri: quegli splendidi ornamenti valevano le bende sulla fronte delle vittime, e portarli significava avviarsi alla morte. Se il consolato li affascinava tanto, almeno si rendessero conto che ormai esso era ostaggio e schiavo dello strapotere tribunizio e che il console, ridotto al rango di subalterno dei tribuni, era costretto a subordinare ogni suo movimento al cenno e agli ordini dei tribuni stessi; qualunque suo movimento, qualunque segno di reverenza nei confronti dei senatori, qualunque concezione che non contemplasse la plebe come unica presenza all'interno dello Stato, avrebbe dovuto fare i conti con l'esilio di Gneo Marzio e con la condanna a morte di Menenio. Infiammati da queste parole, i senatori cominciarono a tenere riunioni che non avevano carattere pubblico ma si svolgevano in privato e all'insaputa della maggior parte dei cittadini. Durante questi incontri una sola era la parola d'ordine: gli imputati andavano sottratti al giudizio ricorrendo a procedure lecite o meno; di conseguenza, più una proposta era turbolenta, più incontrava il favore dei convenuti e non mancavano anche i fautori di gesti assolutamente temerari. Così, il giorno del giudizio, con la plebe in piedi nel foro (nessuno osava fiatare nell'attesa), sulle prime ci fu un'ondata di stupore per la mancata comparsa del tribuno e poi, quando la sorpresa si trasformò in sospetto, tutti cominciarono a pensare che il magistrato si fosse venduto ai patrizi e avesse proditoriamente abbandonato la causa dello Stato. Alla fine, quelli che erano andati ad aspettare il tribuno davanti alla porta tornarono dicendo che lo avevano trovato morto in casa. Appena la notizia si diffuse in tutta l'assemblea, come un esercito che si squaglia quando il comandante cade sul campo, così la folla si disperse in tutte le direzioni. I più terrorizzati erano però i tribuni, perché la morte del collega aveva chiaramente dimostrato la scarsa protezione che veniva loro garantita dalla legge sull'inviolabilità. Né i senatori riuscirono a mascherare la propria soddisfazione: il crimine commesso suscitò così pochi sensi di colpa che addirittura gli innocenti volevano far vedere di avervi preso parte e tutti ormai parlavano della violenza come unico antidoto al potere dei tribuni.
55 Subito dopo questa vittoria, che costituiva un pericoloso avvertimento, viene bandita una leva militare che i consoli riescono a portare a termine senza la minima opposizione da parte degli spaventatissimi tribuni. In quell'occasione la plebe andò su tutte le furie più per il silenzio dei tribuni che per l'autorità dei consoli e cominciò a sostenere che la sua non era più libertà, che si era tornati ai soprusi di una volta e che con Genucio il potere tribunizio era morto e sepolto in un colpo solo. Per resistere ai patrizi bisognava adottare e impiegare una tecnica diversa. La sola via praticabile sembrava però questa: difendersi da soli visto che mancava ogni altra forma di aiuto. La scorta dei consoli consisteva di ventiquattro littori e anch'essi erano uomini del popolo. Niente più disprezzabile e più instabile di costoro, se solo ci fosse stato qualcuno capace di disprezzarli. Era l'idea che ciascuno si era fatta di loro a renderli imponenti e inquietanti. Quando ormai gli uni e gli altri si erano reciprocamente infiammati con questi discorsi, i consoli mandarono un littore ad arrestare Volerone Publilio, un plebeo che non voleva essere arruolato come soldato semplice in quanto sosteneva di essere stato centurione. Volerone si appella ai tribuni. Ma dato che nessuno di essi si presentò a sostenere la sua causa, i consoli ordinarono di spogliarlo e di farlo frustare. Allora Volerone disse: “Mi appello al popolo, perché i tribuni preferiscono assistere alla fustigazione di un cittadino romano piuttosto che lasciarsi trucidare da voi nel loro stesso letto”. E più si agitava e dava in escandescenze, più il littore si accaniva a spogliarlo e a strappargli le vesti. Allora Volerone, già di per sé possente e in più coadiuvato da quanti aveva fatto intervenire in suo soccorso, si scrollò di dosso il littore e, andandosi a rifugiare nel mezzo della mischia tra quelli che urlavano con più accanimento, disse: “Mi appello al popolo e invoco la sua protezione! Aiuto, concittadini! Aiuto, commilitoni! Non contate sui tribuni: sono loro che han bisogno del vostro aiuto!” La gente, quanto mai eccitata, si prepara come per andare in battaglia: era chiaro che la situazione poteva avere qualsiasi tipo di sviluppo e che nessun diritto pubblico o privato sarebbe stato rispettato. I consoli, dopo aver tenuto testa a quella bufera, si resero conto di quanto sia insicura l'autorità senza l'impiego della forza. I littori furono malmenati e i loro fasci fatti a pezzi; quanto poi ai consoli stessi, vennero spinti dal foro nella curia, senza sapere fino a che punto Volerone avrebbe voluto sfruttare quella vittoria. Quando poi, a disordini finiti, essi convocarono il senato, si lamentarono dell'affronto subito, della violenza popolare e della sfrontatezza di Volerone. Nonostante molti interventi veementi, ebbe la meglio la volontà dei più anziani, ai quali non andava affatto a genio uno scontro tra la rabbia dei senatori e l'irrazionalità della plebe.»
Nel 472 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 56: «56 Alle elezioni successive, Volerone, divenuto un beniamino della plebe, fu nominato suo tribuno per quell'anno che ebbe come consoli Lucio Pinario (Mamercino, N.d.R.) e Publio Furio (Medullino, N.d.R.). Contrariamente a quanto tutti si aspettavano, e cioè che egli avrebbe usufruito della carica per dare addosso ai consoli uscenti, Volerone diede invece la precedenza all'interesse popolare rispetto al risentimento privato e, senza il benché minimo attacco verbale ai consoli, presentò al popolo un progetto di legge secondo il quale i magistrati della plebe avrebbero dovuto essere eletti dai comizi tributi. Benché a prima vista sembrasse un provvedimento del tutto innocuo, si trattava di cosa serissima perché avrebbe tolto al patriziato la possibilità di far eleggere i tribuni di suo gradimento attraverso il voto dei clienti. Questa proposta, salutata con entusiasmo dalla plebe, si scontrò con l'opposizione incrollabile dei senatori; dato però che né l'influenza dei consoli né quella dei cittadini più in vista riuscì a ottenere il veto di uno dei membri del collegio (ed era questo l'unico tipo di ostruzionismo praticabile), la questione, a causa della sua intrinseca delicatezza, fu il principale argomento di discussione per l'intera durata dell'anno.»
Nel 471 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 56-58: «La plebe rielegge Volerone tribuno: i senatori, pensando che si sarebbe arrivati ai ferri corti, eleggono console Appio Claudio, figlio di Appio (l'omonimo Appio Claudio Sabino Inregillense, console nel 495 a.C., N.d.R.) e già subito detestato e malvisto dalla plebe per le battaglie antidemocratiche sostenute dal padre. Come collega gli assegnano Tito Quinzio (Barbato, N.d.R.). All'inizio dell'anno non si parlava d'altro che di quella legge. E come Volerone ne era stato il promotore, così il suo collega Letorio la sosteneva con ancora più entusiasmo e pertinacia. Era fierissimo del suo prestigioso servizio militare perché come soldato dava dei punti a tutti i coetanei. Mentre Volerone non aveva altro argomento che la legge ma si asteneva da ogni forma di attacco contro le persone dei consoli, Letorio, invece, lanciatosi in una filippica contro Appio e le crudeltà antipopolari della sua arrogantissima famiglia, arrivò ad accusare i patrizi di aver eletto non un console ma un carnefice chiamato a torturare e a fare a pezzi la plebe; solo che la rozzezza del suo linguaggio da caserma non era in grado di sostenere la franchezza del suo sentire. Così, mancandogli le parole, disse: “Visto che i gran discorsi non sono il mio forte, o Quiriti, vediamo di mettere in pratica quel che ho detto e troviamoci qui domani. Quanto a me, o vi morirò davanti agli occhi, o farò passare la legge.” Il giorno successivo i tribuni occupano i rostri, mentre i consoli e i patrizi rimangono in piedi in mezzo alla gente, col preciso intento di impedire l'approvazione della legge. Letorio ordina di allontanare tutti i non aventi diritto di voto. I giovani nobili rimanevano al loro posto senza dar retta agli uscieri. Allora Letorio ordina di arrestarne qualcuno. Il console Appio replicò che l'autorità dei tribuni era ristretta alla plebe in quanto non si trattava di una magistratura del popolo ma della plebe; se anche poi si fosse trattato di una magistratura del popolo, stando alla tradizione, non aveva alcun diritto di ordinare l'allontanamento di nessuno in quanto la formula era questa: “Se non vi dispiace, Quiriti, allontanatevi.” Spostando la discussione sulla sfera del diritto e facendolo in maniera sprezzante, Appio poteva facilmente provocare Letorio. Così, livido dalla rabbia, il tribuno inviò il suo messo al console, mentre quest'ultimo gli mandò un littore gridando che Letorio era soltanto un privato cittadino senza alcun potere o magistratura. E il tribuno avrebbe perso la propria inviolabilità, se l'intera assemblea non avesse preso le sue parti dando minacciosamente addosso al console, e una folla coi nervi a fior di pelle non si fosse riversata nel foro da tutti i quartieri della città. Ciò nonostante, Appio si ostinava a tener testa a un tumulto di quelle proporzioni e la cosa sarebbe finita in un bagno di sangue se Quinzio, l'altro console, non avesse incaricato gli ex-consoli di afferrare il collega e di trascinarlo fuori dal foro con la forza (nel caso fosse stato necessario), e se egli stesso non avesse ora supplicato la folla di calmarsi, ora richiesto ai tribuni di aggiornare la seduta, in modo da far sbollire i furori. Il tempo non li avrebbe privati della forza: anzi, ad essa avrebbe aggiunto la capacità di riflettere e i senatori avrebbero fatto la volontà del popolo come il console quella del senato.
57 Fu difficile per Quinzio placare la folla, ma ancora più difficile fu per i senatori placare l'altro console. Aggiornata finalmente l'assemblea popolare, i consoli convocarono il senato. Durante la seduta, ci furono interventi di senso opposto, a seconda del prevalere ora della rabbia ora della prudenza. Col passare del tempo, però, l'animosità si trasformò in riflessione e tutti rinunciarono alla spigolosità dell'inizio: a tal punto che arrivarono a ringraziare Quinzio per aver placato con il suo intervento i furori della folla. Ad Appio si richiese di accettare che l'autorità dei consoli non superasse il limite di tollerabilità all'interno di un paese caratterizzato dall'armonia: finché i tribuni e i consoli accentravano ogni cosa nelle proprie persone, c'era un vuoto di forze nel mezzo e lo Stato si riduceva a contrasti e a divisioni interne, visto che il problema centrale non era come garantire la sicurezza ma in quali mani stesse il potere. Da parte sua Appio, invocando la testimonianza degli dèi e degli uomini, dichiarò che era colpa della codardia se lo Stato stava andando alla deriva abbandonato a se stesso; che non era il console a mancare al senato ma il senato a mancare al console e infine che si stavano accettando condizioni più dure di quelle accettate sul monte Sacro. Tuttavia, piegato alla fine dall'unanimità dei senatori, si placò e la legge passò senza particolari opposizioni.
58 Allora, per la prima volta, i tribuni vennero eletti dai comizi tributi. Stando a quanto si trova in Pisone, il loro numero fu aumentato di tre, come se in passato fossero stati due. Ci riferisce anche i nomi dei neoeletti: Gneo Siccio, Lucio Numitorio, Marco Duilio, Spurio Icilio, Lucio Mecilio. Mentre Roma era in piena sedizione, scoppiò una guerra coi Volsci e con gli Equi. Essi avevano devastato le campagne in maniera da poter offrire asilo alla plebe nel caso di qualche secessione. Una volta però compostasi la controversia, ritirarono le loro truppe. Appio Claudio fu mandato contro i Volsci, mentre a Quinzio toccarono gli Equi.»
La lex Publilia Voleronis è una lex publica votata nel 471 a.C. su proposta dei tribuni della plebe di quell'anno, tra i quali Publilio Volerone, primo propositore della legge, e Gaio Letorio. Con questa legge il concilio della plebe, costituitosi "extra ordinem" dopo la prima secessione della plebe sul Monte Sacro del 494 a.C., è riconosciuto ufficialmente come realtà istituzionale della Repubblica romana, ed organizzato su base tributa (ogni tribù corrispondeva a uno dei ventuno distretti territoriali). I tribuni della plebe e gli edili vennero da allora eletti nei comizi tributi, dove votavano solo i plebei possidenti o, come scriveva Livio, erano allontanati i patrizi, che in precedenza potevano far eleggere i tribuni di loro gradimento attraverso il voto dei propri clienti.
La legge Publilia modifica il criterio di votazione nelle assemblee: fino ad allora la plebe votava per curia e all'interno di ogni curia si votava per persona, indipendentemente dal patrimonio e dalla residenza. Ciò permetteva alle grandi famiglie patrizie di ingerire nelle decisioni grazie ai loro numerosi clienti e liberti che, facendo parte della plebe, partecipavano alle votazioni. Con la Legge Publilia si voterà per tribù (ogni tribù corrispondeva a uno dei ventuno distretti territoriali) e all'interno della tribù votavano solo i possidenti escludendo così un gran numero di schiavi, liberti e clienti dei patrizi.
Sappiamo che i comitia tributa erano molto attivi e che insieme ai concili della plebe assorbirono col tempo l'attività normativa dei comizi centuriati. Emanavano le leges della repubblica a parte quelle de potestate censoria e de bello indicendo che restarono ai comizi centuriati, adottando una ritualistica religiosa semplificata. Eleggevano i questori, gli edili curuli, le cariche ausiliarie e, da un certo periodo, anche il pontefice massimo ed altre cariche sacerdotali (anche se votavano solo 17 tribù su 35 estratte a sorte, questo per motivi religiosi).
In epoca tardo repubblicana, condussero gran parte dei processi, finché il dittatore Lucio Cornelio Silla stabilì le corti permanenti (quaestiones). Svetonio racconta che al tempo di Augusto, primo imperatore romano: «E anche durante le elezioni dei tribuni, nel caso non ci fosse un numero sufficiente di candidati tra i senatori, li prese tra i cavalieri romani, tanto poi da permettere loro, una volta scaduto il mandato, di rimanere nell'ordine che volessero.» (Svetonio, Augustus, 40.)
Ancora Svetonio aggiunge, contro i brogli elettorali: «Ristabilì anche l'antico diritto dei Comizi e, stabilite molteplici pene contro la corruzione elettorale, il giorno dei Comizi divise alle tribù Fabia e Scapzia, delle quali era membro, mille sesterzi a testa, perché non si aspettassero niente da nessun candidato.» (Svetonio, Augustus, 40.)
Sappiamo che lo stesso Augusto, ogni volta che assisteva alle elezioni dei magistrati, passava tra le tribù con i suoi candidati e chiedeva i voti per gli stessi, secondo quanto prescritto dalla tradizione. E anche lui votava nella tribù, come un normale cittadino.
Tornando al 471 a.C., approvata la legge Publilia Voleronis, ad Appio Claudio spettò il comando della campagna contro i Volsci e a Tito Quinzio quella contro gli Equi, popolazioni che ogni qualvolta Roma era percorsa da tensioni e disordini sociali, ne approfittavano per compiere razzie e ruberie nei territori romani.
Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 58-60: «Appio dimostrò di avere in campo militare lo stesso rigore che aveva a Roma in quello politico, e qui godeva anche di maggiore libertà perché non era frenato dalle interferenze dei tribuni. Odiava la plebe ancor più di quanto non l'avesse odiata suo padre: ne era stato sconfitto; durante il suo mandato di console eletto appositamente per fronteggiare la plebe era stata approvata una legge che i consoli precedenti, sui quali il senato non faceva troppo affidamento, erano riusciti a non far passare senza affannarsi eccessivamente. L'ira repressa e l'indignazione istigavano il suo carattere aggressivo a imporsi alle truppe con un'autorità soffocante. La violenza non fu sufficiente a domarle, in quell'ubriacatura di odio reciproco. Mettevano in pratica ogni disposizione con pigrizia, lentezza, negligenza e ostinazione: non c'erano amor proprio e paura capaci di metterli in riga. Se lui dava ordine di accelerare il passo, i soldati rallentavano apposta; se andava di persona a esortarli sul lavoro, smettevano subito tutti ciò che avevano spontaneamente intrapreso. In sua presenza abbassavano gli occhi, al suo passaggio lo maledivano sotto voce, così che l'animo di quell'uomo, irremovibile nel suo odio verso la plebe, ne era a volte scosso. Dopo aver sperimentato senza risultati tutte le sfumature del suo rigore, non voleva più avere nulla a che fare con la truppa: diceva che era colpa dei centurioni se l'esercito era corrotto e ogni tanto, per deriderli, li chiamava “tribuni della plebe” e “Voleroni”.
59 I Volsci, al corrente di tutti questi aspetti, aumentarono così la pressione sperando che l'esercito romano manifestasse nei confronti di Appio la stessa disposizione all'ammutinamento mostrata nei confronti del console Fabio. Ma gli uomini furono molto più duri con Appio che con Fabio. Infatti non si limitarono, come nel caso di quest'ultimo, a non volere la vittoria, bensì desiderarono la sconfitta. Una volta schierati in ordine di battaglia, riguadagnarono l'accampamento con una vergognosa fuga e si fermarono soltanto quando videro i Volsci lanciarsi all'attacco delle loro fortificazioni e seminare la morte nella retroguardia. Fu allora che i soldati romani, respingendo a viva forza dalla trincea il nemico già vincitore, dimostrarono che la sola cosa che stesse loro veramente a cuore era salvare l'accampamento, ma per il resto salutarono con entusiasmo la disfatta subita e la vergogna. Queste cose non scoraggiarono minimamente l'aggressività di Appio. Quando però decise di ricorrere a mezzi ancora più rigidi sul piano disciplinare e di convocare l'adunata, i suoi diretti subalterni e i tribuni accorsero a frotte da lui e gli consigliarono di non fare ricorso a un'autorità il cui fondamento risiedeva nel consenso di quelli che dovevano obbedire. Pare che i soldati non volessero comparire in adunata e qua e là si sentissero voci di chi reclamava l'evacuazione del territorio dei Volsci. Il nemico vincitore era poco tempo prima arrivato a due passi dagli ingressi e dalla trincea e un disastro di enormi proporzioni non era più soltanto un'ipotesi probabile ma una realtà concreta di fronte ai loro occhi. Alla fine cedette, ma la punizione dei colpevoli era soltanto rimandata; quindi, dopo aver sospeso l'adunata, diede ordine di mettersi in marcia il giorno successivo. Alle prime luci dell'alba, il trombettiere diede il segnale di partenza. Proprio quando la colonna stava uscendo dal campo, i Volsci, come svegliati di soprassalto da quello stesso segnale, piombarono sulle retrovie. Di qui il disordine si diffuse tra le prime linee; drappelli e compagnie erano in preda a un terrore tale che non era più possibile né sentire gli ordini né allinearsi. Il pensiero di tutti fu la fuga. C'erano mucchi di corpi e di armi abbandonate il fuggi-fuggi generale fu così disordinato che l'inseguimento dei nemici cessò prima della ritirata dei Romani. Quando al termine di quella rotta scomposta i soldati ritrovarono un assetto, il console, che li aveva seguiti tentando invano di richiamarli al proprio dovere, li fece accampare in una zona sicura. Poi, convocata l'adunata, se la prese - e non a torto - con la truppa per l'insubordinazione alla disciplina militare e per l'abbandono delle insegne. Rivolgendosi ai singoli uomini, domandava che fine avessero fatto le insegne e le armi. I soldati privi di armi, i signiferi che avevano perso l'insegna e inoltre i centurioni e i duplicari colpevoli di aver abbandonato la propria posizione furono fustigati e quindi decapitati. Quanto alla massa dei soldati semplici, uno su dieci fu estratto a sorte e giustiziato.
60 Nella campagna contro gli Equi, al contrario, si assistette a una gara di gentilezze e di buoni propositi tra console e truppa. Quinzio aveva un carattere più mite, e, visti i pessimi risultati dell'autoritarismo del collega, era ancora più soddisfatto della propria indole. Gli Equi, di fronte a una simile sintonia tra comandante e truppa, non osarono scendere in campo e lasciarono che il nemico devastasse e razziasse in lungo e in largo le loro campagne. Infatti, in nessun'altra guerra del passato si era messo insieme un bottino così ricco. Tutto fu dato alla truppa; si aggiunsero anche gli elogi, che - si sa - toccano l'anima del soldato non meno delle ricompense. Al rientro dell'esercito, non solo il comandante, ma grazie al comandante addirittura i senatori erano visti in una luce diversa, in quanto gli uomini sostenevano di aver avuto dal senato un padre e non un tiranno come l'altra parte dell'armata. In questa altalena di incerti episodi militari e di disordini a Roma e all'estero, l'anno appena concluso si segnalò soprattutto per la creazione dei comizi tributi, evento ben più importante per l'esito favorevole della lotta che per i suoi risultati pratici. Infatti la riduzione di prestigio dei comizi, dovuta all'allontanamento dei patrizi, fu più significativa che il reale aumento di forze da parte della plebe o la sottrazione di esse al patriziato.»
Nel 470 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 61: «61 L'anno successivo, sotto i consoli Lucio Valerio (Potito, il questore che nel 485 a.C. aveva spinto Spurio Cassio dalla rupe Tarpea, N.d.R.) e Tito Emilio, ci furono disordini più gravi, dovuti tanto allo scontro tra le classi in materia di legge agraria, quanto al processo a carico di Appio Claudio. Acerrimo avversario della legge e sostenitore della causa di coloro che avevano il possesso dell'agro pubblico, come se fosse stato un terzo console, fu citato in giudizio da Marco Duilio e da Gneo Siccio. Di fronte al popolo, in passato, non era mai stato processato nessun imputato così inviso alla plebe e carico come lui era del risentimento procuratosi di persona e di quello suscitato dal padre. I patrizi, da parte loro, non si erano mai dati tanto da fare per nessun altro. E non a caso, visto che in lui vedevano il difensore del senato, il guardiano della loro autorità e l'uomo che si era opposto a tutte le agitazioni dei tribuni e dei plebei, lo stesso personaggio che in quel momento era esposto alle ire della plebe, soltanto per avere oltrepassato la misura nel mezzo dello scontro. Uno solo tra i senatori, lo stesso Appio Claudio, aveva un atteggiamento di completa indifferenza nei confronti dei tribuni, della plebe e del suo processo. Né le minacce della plebe né le suppliche del senato ebbero su di lui alcun effetto: infatti non soltanto rimase vestito com'era e rifiutò di andare a implorare la pietà della gente, ma, all'atto di presentare la propria difesa di fronte all'assemblea, non si peritò neppure di smorzare o almeno di contenere la sua notissima virulenza verbale. Stessa espressione disegnata sul viso, stessa smorfia arrogante sulle labbra e stessa veemenza infiammata nella parola: il tutto così esasperato che gran parte della plebe temeva Appio da imputato non meno di quanto lo avesse temuto da console. Perorò la propria causa in una sola circostanza, ma con quello stesso tono accusatorio che era la sua caratteristica peculiare in ogni circostanza. E la fermezza dimostrata impressionò a tal punto plebe e tribuni da portarli ad aggiornare la seduta di propria spontanea volontà e a permettere che la pratica si trascinasse per le lunghe. Non passò tuttavia molto tempo: prima però della data stabilita, Appio si ammalò gravemente e morì. Dato che un tribuno cercò di impedire che se ne pronunciasse l'orazione funebre, la plebe non volle che una personalità simile fosse privata dell'onore solenne proprio l'ultimo giorno e non solo ne ascoltò il suo elogio funebre con la stessa attenzione con cui aveva ascoltato l'accusa contro di lui quando era vivo, ma partecipò in massa al suo funerale.»
Nel 469 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 63-64: «63 Durante queste guerre e con gli scontri di classe ancora in atto a Roma, vennero eletti consoli Tito Numicio Prisco e Aulo Verginio (Tricosto Celiomontano, N.d.R.). Era chiaro che la plebe non avrebbe tollerato ulteriori dilazioni alla legge agraria e si sarebbe decisa a un'azione di forza definitiva, quando le colonne di fumo che si alzavano dalle fattorie in fiamme e il fuggi-fuggi dei contadini preannunciarono l'avvicinarsi dei Volsci. Questa notizia soffocò sul nascere i fermenti di rivolta ormai prossimi a un'imminente esplosione. I consoli, chiamati d'urgenza dal senato a occuparsi della spedizione difensiva, guidando fuori Roma la gioventù, contribuirono a portare una certa tranquillità nel resto della plebe...
64 L'anno si chiuse con uno spiraglio di pace, ma, come in tutte le precedenti occasioni, si trattò di una situazione appesa a un filo per la rivalità tra patrizi e plebei.»
Nel 468 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 64: «La plebe, indignata, non volle prendere parte ai comizi consolari; grazie ai voti dei senatori e dei loro clienti vennero nominati consoli Tito Quinzio (Barbato, N.d.R.) e Quinto Servilio (Prisco, N.d.R.). L'anno del loro mandato assomigliò a quello appena trascorso: disordini all'inizio, e alla fine una guerra esterna a mettere a posto ogni cosa. I Sabini, attraversando a marce forzate i campi Crustumini, seminarono morte e devastazione intorno al fiume Aniene; furono respinti soltanto a due passi dalla porta Collina e dalle mura, non prima però di aver messo insieme un consistente bottino di prigionieri e di bestiame.»
Nel 467 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, III, 1: «1 Dopo la presa di Anzio, vengono eletti consoli Tito Emilio e Quinto Fabio (Vibulano, N.d.R.). Quest'ultimo era quel Fabio unico superstite della famiglia andata distrutta presso il Cremera. Nel suo precedente consolato, Emilio si era già fatto promotore della donazione di terre alla plebe; e proprio per questo, anche durante il suo secondo mandato, i fautori della distribuzione agraria avevano ricominciato a sperare nella legge e i tribuni, pensando di poter ottenere con l'aiuto di un console quello che non avevano ottenuto per l'opposizione dei consoli, li sostenevano. Tito Emilio rimaneva della sua idea. I proprietari terrieri e gran parte dei senatori, lamentandosi che il più autorevole cittadino assumesse atteggiamenti tribunizi e si conquistasse la popolarità con elargizioni di proprietà altrui, avevano trasferito dalle persone dei tribuni a quella del console il risentimento provocato dall'intera faccenda. E di lì a poco lo scontro sarebbe diventato durissimo, se Fabio non avesse risolto la questione con una proposta che non scontentava nessuna delle parti in causa: sotto il comando e gli auspici di Tito Quinzio, l'anno prima era stata tolta ai Volsci una notevole porzione di terra. Ad Anzio, centro strategico sulla vicina costa, si poteva fondare una colonia. Così facendo la plebe avrebbe ottenuto la terra senza suscitare le proteste dei proprietari e per la città sarebbe stata la pace interna. Questa proposta fu accolta. In qualità di triumviri addetti alla distribuzione delle terre Fabio nomina Tito Quinzio, Aulo Verginio e Publio Furio. L'ordine era che gli interessati all'assegnazione di un appezzamento andassero a dare il proprio nome. Ma, come spesso accade, l'abbondanza delle terre a disposizione creò una sorta di ripulsa e le iscrizioni furono così limitate che si dovettero aggiungere dei coloni volsci per completare il numero. Il resto del popolo preferì chiedere la terra a Roma piuttosto che riceverne altrove. Gli Equi cercarono di ottenere la pace da Quinto Fabio - egli era giunto là con l'esercito -, ma poi furono loro stessi a mandare tutto in fumo con un'improvvisa incursione in terra latina.»
Nel 465 a.C. - Tito Livio, Ab Urbe condita libri, III, 3: «Col ritorno in città del console Quinzio ebbe fine anche la sospensione delle attività giudiziarie, rimasta in vigore per quattro giorni. In seguito venne fatto il censimento e Quinzio ne celebrò il sacrificio conclusivo. Pare che i cittadini registrati - fatta eccezione per orfani e vedove - ammontassero a 104.714.»
Nel periodo arcaico, dalla fondazione di Roma fino a circa la metà del IV secolo, non esistevano leggi scritte. I diritti dei cittadini erano garantiti dallo Ius Quiritium: un insieme di riti e regole giuridici e religiosi tramandati oralmente la cui interpretazione era affidata al collegio sacerdotale dei pontefici, che era di composizione patrizia. Questa situazione era vista dai plebei come un elemento a loro svantaggio nella lotta per la loro emancipazione nei confronti dei patrizi.
Nel 462 a.C. il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa presentò una legge che dal suo nome fu chiamata appunto Lex Terentilia, che proponeva la formazione di un comitato di cinque cittadini al quale doveva essere affidato l'incarico di stendere definitivamente le norme che vincolassero il potere dei consoli, allora praticamente senza limiti.
Nel 462 a.C. - Mentre si sta concludendo una serie di vittoriose battaglie con i vicini, Roma sta per entrare in una fase di pace esterna che subito permette lo scoppio di violenti contrasti politici fra patrizi e plebei, inseribili nel contesto del conflitto degli ordini.
Il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa presenta la legge che dal suo nome sarà chiamata, appunto, Lex Terentilia che propone la formazione di un comitato di cinque cittadini al quale sia affidato l'incarico di stendere definitivamente le norme che stabiliscano il potere dei consoli, allora praticamente senza limiti. Infatti, con la caduta dei Tarquini e del sistema monarchico romano, la reggenza politico-militare era affidata, ogni anno, a coppie diverse di consoli, eletti fra i patrizi dai comizi centuriati, dove l'aristocrazia possedeva la maggioranza. I consoli però, avevano un ventaglio di poteri simili a quelli del rex e si discostavano da tale figura solo per la durata annuale e non vitalizia dell'incarico e per alcune funzioni religiose che erano state trasferite a diverse figure sacerdotali, prima fra tutte il Pontifex Maximus.
Fra l'altro in quei tempi, non esistevano leggi scritte e quindi il diritto era gestito in massima parte dal patriziato attraverso la loro conoscenza e la loro interpretazione. E l'interpretazione spesso veniva sovrapposta a pratiche religiose quali gli auguria. In sintesi le leggi non erano ancora state codificate nelle famose Leggi delle XII tavole. Sappiamo inoltre, che a Roma una legge, quando era posta in discussione, doveva terminare il suo iter; se non veniva approvata non poteva essere ripresentata fino all'elezione di nuovi consoli.
Nel 462 a.C. quindi, alla presentazione della legge, l'ovvia resistenza patrizia è condotta dal pretore Quinto Fabio. Questi, con discorsi nel Foro e cavillando sull'assenza dei consoli impegnati in battaglie con i "soliti" nemici, riesce a fermare la discussione. Poi tornò il console Lucio Lucrezio Tricipitino, che con Tito Veturio Gemino Cicurino era sceso in campo contro i Volsci e gli Equi. Lucrezio riportò a Roma un abbondante bottino e la plebe gli attribuì il trionfo (a Veturio solo l'ovazione). Della Lex Terentilia, per quell'anno, non si parlò più.
Il successivo 461 a.C., con consoli Publio Volumnio Amintino Gallo e Servio Sulpicio Camerino Cornuto, tutti i tribuni della plebe ripresentarono la Lex Terentilia. Ma ancora una volta giunse la voce che Volsci ed Equi, facendo base ad Anzio, avessero ripreso le armi. I consoli indissero la consueta leva militare e, di conseguenza, fu sospesa la discussione legislativa. I tribuni della plebe sbraitavano che questa era una mossa dei patrizi per fermare la discussione della legge, che i nemici erano appena stati pesantemente sconfitti e certo non volevano ricominciare le ostilità. Dunque vararono una generale retinenza alla leva, difendendo quelli che su indicazione nominativa dei consoli venivano afferrati dai littori. L'agone interno di Roma divenne rapidamente rovente. In questo quadro si inseriscono il processo, la condanna e la fuga di Cesone Quinzio, figlio di Lucio Quinzio Cincinnato. Tito Livio, lo storico padovano del I secolo così ce lo presenta:
«Vi era un giovane, Cesone Quinzio, fiero della sua nobile discendenza e della sua corporatura imponente e robusta. A questi doni divini egli aveva saputo aggiungere molti meriti militari e un'arte oratoria che lo rendeva capace di parlare nel Foro: nessuno era considerato, in tutta la città, più pronto di lingua e di mano. Quando si piazzava in mezzo al gruppo dei patrizi egli torreggiava tra gli altri quasi che nelle sue parole e nella sua forza, fossero radunati tutti i consolati e tutte le dittature; lui, da solo, sosteneva tutti gli attacchi dei tribuni e del popolo. Più volte, quando egli ebbe in mano la situazione, i tribuni furono cacciati dal Foro, più volte la plebe (il popolo) fu dispersa e messa in fuga. Chi osava tenergli testa se ne andava malconcio e privo di ogni difesa ed era evidente che, se gli fosse stato permesso di agire in quel modo, per la legge non c'era speranza.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, III, 11., Newton Compton, Roma, trad.: G.D. Mazzocato)
I tribuni della plebe non erano certo dei "chierichetti" ma ben presto quasi tutti furono ridotti al silenzio. A contrattaccare fu l'ultimo rimasto, Aulo Virginio, che mise Cesone sotto processo per capitis; omicidio. Nessun imprigionamento per Cesone; il giovane Quinzio fu lasciato libero di peggiorare la sua situazione. L'accusa lo fece diventare ancora più veemente nelle sue resistenze alla lex Terentilia. Virginio ogni tanto ripresentava la stessa legge, non tanto perché fosse approvata ma per dare esca alle reazioni di Cesone Quinzio che sembrava aver dichiarato guerra a tutta la plebe. Virginio aveva così facile agio nel sobillare poi i plebei, generando una vera e propria escalation di azioni violente e votazioni contrastate. Secondo Livio, questo era una delle argomentazioni di Virginio: «Quiriti, non vi rendete conto che è impossibile avere contemporaneamente Cesone come concittadino e la legge approvata? Ma cosa parlo di legge, lui è nemico della libertà e batte in superbia tutti i Tarquini. Aspettate che diventi console o dittatore, questo che è un privato cittadino e si comporta, come potete constatare da re prepotente e tracotante.» (Ibid., III, 11.) Livio continua: Adsentiebantur multi... molti assentivano.
Nell'avvicinarsi del giorno del processo Cesone cominciò a capire che, se fosse stato condannato sarebbe stata in gioco la sua libertà e che era giunto il momento di cambiare politica. Iniziò la ricerca di alleati e "cum multa indignitate prensabat singulos"; cioè "mortificandosi andava in giro a raccomandarsi". E non gli mancavano né gli alleati né supporti oggettivi. «Tito Quinzio Capitolino Barbato, che era stato tre volte console, ricordava i molti titoli di merito di Cesone e della famiglia, affermando che mai nemmeno a Roma si era avuto un ingegno così grande e precoce valore. Cesone era stato suo soldato di prima fila e aveva combattuto il nemico proprio sotto i suoi occhi. Spurio Furio ricordava che Cesone, mandato da Quinzio Capitolino era corso in suo aiuto in un frangente di grande pericolo; si diceva convinto, anche che nessuno più di Cesone avesse contribuito a risollevare le sorti della battaglia. Lucio Lucrezio, console l'anno precedente, e le cui gloriose imprese erano ancora ben vive nella memoria di tutti, divideva i suoi meriti con Cesone, ricordava gli scontri, enumerava le sue splendide azioni in missione e sul campo di battaglia.» (Tito Livio, ''Ibid., III, 12)
Il padre, Lucio Quinzio detto Cincinnato (riccioluto) chiedeva semplicemente comprensione per gli errori giovanili e un perdono basato sul fatto che lui Lucio Quinzio non aveva mai fatto male ad alcuno. I risultati furono poco incoraggianti e molti dei bastonati promettevano un giudizio poco clemente. Come si nota, nessuna accusa e nessuna difesa per l'omicidio. A Roma si parlava d'altro. Quello che contava era la popolarità personale e la potenza politica della famiglia.
Marco Volscio Fittore era stato tribuno della plebe qualche anno prima, e testimoniava che durante la peste, un gruppo di giovani vagabondava per la Suburra con intenzioni poco raccomandabili. Era nata una rissa e il fratello di Marco Volscio, colpito da un pugno di Cesone, era caduto ed era stato portato a braccia a casa sua dove era morto. Marco Volscio era convinto che fosse morto per il colpo subito ma non era stato possibile ottenere giustizia dai consoli degli anni precedenti.
«Volscio gridava queste accuse in tutte le occasioni, e l'animo della gente ne fu tanto inasprito che poco mancò che Cesone fosse linciato dal popolo. Virginio ordina che sia arrestato e messo in carcere. I Patrizi oppongono violenza a violenza.» (Ibid., III, 13.)
Tito Quinzio dichiara che essendo ancora non condannato non si poteva imprigionare Cesone. Il tribuno per contro lo vuole imprigionare con la scusa di evitare che si sottragga al processo con la fuga. «I tribuni cui Cesone si era appellato esercitano il diritto di intercessione con una decisione che accontenta tutti: si oppongono alla sua carcerazione, deliberano che l'imputato compaia in giudizio e che, in previsione di una sua possibile fuga, fornisca una garanzia in denaro al popolo.» (Ibid., III, 13.)
Per fissare l'importo della cauzione si dovette ricorrere al Senato e fino a quando non si fosse deliberato, Cesone Quinzio doveva essere tenuto nel Foro. Fu deliberato che Cesone dovesse essere garantito da dieci mallevadori che versassero ognuno una cauzione di tremila assi. A quanto scrive Livio, questo fu il primo caso di malleveria fornita, al pubblico erario di Roma, da un imputato in un processo. A Cesone fu concesso di allontanarsi dal Foro e lui, durante la notte, andò esule in Etruria. Il giorno del processo Cesone non si presentò e fu giustificato, in quanto esule volontario. Ma la vendetta dei tribuni della plebe non mancò di colpire: «Virginio volle tenere lo stesso i comizi, ma i suoi colleghi cui era stato interposto appello, sciolsero l'adunanza. Con grande rigore la cauzione fu richiesta al padre il quale fu costretto a vendere tutti i suoi beni e ad andare a vivere per un po' di tempo in un tugurio, oltre il Tevere, quasi fosse stato condannato al confino.» (Ibid., III, 13.)
E in quel tugurio, solo pochi mesi dopo, i senatori di Roma trovarono Cincinnato e la moglie quando dovettero nominare un dittatore, qualcuno di così bravo ed integro da sconfiggere i nemici della città ed evitare di vendicarsi.
Nel 460 a.C. la situazione esterna migliorò. Equi e Volsci non presero le armi contro Roma e puntualmente la lex Terentilia fu presentata alla discussione. In tale anno ci fu la rivolta guidata dal Appio Erdonio. I patrizi, naturalmente, presero la palla al balzo per fermare la discussione e far cadere la legge. Il console Publio Valerio Publicola abbandonò la seduta per esortare il popolo alla reazione contro i rivoltosi. I tribuni della plebe minimizzavano (forse a ragione) la portata della rivolta asserendo che i ribelli erano clientes e ospiti dei patrizi e che, una volta approvata la legge e resa inutile la loro azione, sarebbero scomparsi alla chetichella. Lo stallo fu eliminato dalla comparsa a Roma del dittatore di Tusculum, città alleata dei Romani, Lucio Mamilio, che in pratica costrinse i romani a liberare il loro stesso Campidoglio. Nell'azione Publio Valerio cadde colpito a morte ma prima di iniziare la battaglia aveva promesso che non si sarebbe opposto all'adunanza della plebe. Ovvio che il patriziato non avrebbe mantenuto la promessa; chi aveva promesso era morto e gli altri non avevano promesso nulla. L'altro console Gaio Claudio (fratello di Appio Claudio console nel 471 a.C.) non volle accettare la discussione con il pretesto di aspettare l'elezione di un collega. In dicembre, dopo mesi di roventi e inutili discussioni fu eletto console Lucio Quinzio Cincinnato, proprio il padre del giovane Cesone processato l'anno precedente. Cincinnato dichiarò che avrebbe mosso guerra a Volsci ed Equi e quindi la discussione delle leggi sarebbe stata sospesa; i romani sarebbero stati soggetti alla legislazione militare. L'esercito fu convocato al Lago Regillo.
La questione si infiammò fra diatribe che vedevano protagonisti i tribuni della plebe da una parte e i consoli dall'altra. Argomento: "Cincinnato era un privato cittadino quando Publio Valerio aveva guidato la riscossa contro Erdonio impegnando la plebe col giuramento di obbedienza, quindi Cincinnato non poteva costringere il popolo ad obbedire in forza dello stesso giuramento"; si diceva inoltre che Cincinnato volesse portare al Lago Regillo anche degli auguri per consacrare il luogo della riunione. Questo, secondo le leggi in vigore, avrebbe potuto dare al patriziato la possibilità di far abrogare dai comizi centuriati quanto deciso a Roma. Un miglio fuori Roma non esisteva diritto di appello; perfino i tribuni che in città erano sacrosancti (intoccabili) fuori dal pomerio sarebbero ridiventati cittadini comuni. I littori con le loro scuri potevano operare senza limitazioni legali. Portata in Senato la questione, i patres salomonicamente decretarono che per quell'anno la legge non sarebbe stata presentata ma che i consoli (Cincinnato) non facessero uscire l'esercito dalla città. Uno stentato pareggio.
Nel 459 a.C. i nuovi consoli, Quinto Fabio Vibulano e Lucio Cornelio Maluginense riuscirono a sottrarsi alla pressione dei tribuni e furono "costretti" a portare l'esercito ad Anzio, una colonia che, sotto l'attacco di Volsci ed Equi rischiava di passare al nemico. Eliminato che fu quel pericolo si apprese che gli Equi erano entrati a Tusculo e Roma, che appena l'anno precedente era stata aiutata dai Tuscolani contro Appio Erdonio non poté nemmeno pensare di non aiutare i socii. L'esercito fu dirottato e riportò una chiara vittoria.
Ai fini di politica interna i tribuni della plebe continuarono a ribadire che l'esercito era tenuto fuori dalla città con delle scuse proprio per bloccare l'iter della legge ma che avrebbero continuato lo stesso a operare per la discussione. Il prefetto della città Lucio Lucrezio ottenne di attendere il ritorno dei consoli. Inoltre si scoprì che il processo a Cesone Quinzio era stato supportato da false accuse e che il figlio di Cincinnato era innocente. I tribuni contestarono l'apertura del processo a Volscio, (tribuno della plebe quando aveva lanciato l'accusa a Cesone Quinzio) come trucco per fermare la discussione della lex Terentilia. Della legge non si parlò più per tutto l'anno perché i tribuni si concentrarono nella campagna elettorale per la loro rielezione.
L'anno successivo, il 458 a.C., vide il consolato di Gaio Nauzio Rutilo e Lucio Minucio Esquilino Augurino. Questi si ritrovarono con due questioni in sospeso: il processo a Volscio, contestato dalla plebe e l'ormai annosa presentazione della lex Terentilia contestata dal patriziato. La battaglia politica infuriava con l'entrata in scena anche di Tito Quinzio Capitolino, questore, che era stato console tre volte e che perseguiva l'accusatore del nipote con grande decisione. Sul versante opposto il tribuno Virginio si distingueva come il più accanito difensore della lex Terentilia. Si arrivò alla concessione di due mesi ai consoli perché studiassero la legge e ne comprendessero gli inganni nascosti. Questo riportò la pace interna a Roma.
A far fermare tutto furono nuovamente gli Equi, comandati da Gracco Clelio attaccarono Tusculo. I tuscolani chiesero aiuto a Roma. I consoli indissero la leva e i tribuni come prassi quasi automatica- si preparavano a bloccarne lo svolgimento. Arrivarono però anche i Sabini che presero a saccheggiare il territorio fino quasi alle porte di Roma. Nonostante le proteste dei tribuni, la plebe prese le armi. I consoli in carica, però non furono in grado di guidare l'esercito in maniera efficace. Venne eletto dittatore Lucio Quinzio Cincinnato. Questo è il momento del famoso episodio della visita dei senatori a Cincinnato che trovano intento a lavorare i campi. Dopo la battaglia del Monte Algido Cincinnato ritornò vincitore a Roma e, come si sa depose la carica di dittatore. (Celebrato per secoli per quest'atto, non viene ricordato che Cincinnato, per deporre la carica, attese l'esito del processo a Volscio che -ovviamente anche se, pare, giustamente - fu dichiarato colpevole ed esiliato). Altre battaglie sull'Algido e ad Ereto permisero al patriziato di rinviare ancora la discussione della Terentilia col pretesto dell'assenza da Roma dei consoli.
L'anno seguente, 457 a.C., tutto ricominciò. La plebe era riuscita a far eleggere gli stessi tribuni. e fu ripresentata la stessa legge. Gli Equi attaccarono e distrussero il presidio romano di Corbione. I consoli ricevettero l'incarico di portare la guerra agli Equi. La legge fu bloccata. Ma i tribuni con la scusa che per cinque anni erano stati presi in giro, chiesero che il loro numero fosse portato a dieci. I patrizi, sotto la pressione esterna dovettero accettare chiedendo in cambio di non vedere sempre eletti gli stessi tribuni. Le guerre esterne furono combattute e della lex Terentilia non si parlò.
Il 456 a.C. vide consoli Marco Valerio Massimo Lettuca e Spurio Verginio Tricosto Celiomontano che ebbero la fortuna di non vedere i tribuni presentare la Terentilia ma ne fu approvata la lex Icilia de Aventino pubblicando che permetteva a tutti di costruirsi una casa sull'Aventino.
Nel 455 a.C. gli stessi dieci tribuni dell'anno prima presentarono ai nuovi consoli Tito Romilio Roco Vaticano e Gaio Veturio Cicurino la proposta della lex Terentilia dicendo che si vergognavano, in dieci di vedere bloccata la legge per un biennio dopo che per cinque anni se ne era discusso. La lotta politica-legislativa venne al solito fermata dall'attacco degli Equi ai Tusculani. L'esercito fu spedito sull'Algido e tornò con un ingente bottino. La lex Terentilia non fu, naturalmente, messa in discussione.
Il 454 a.C. vide come fatti salienti il processo intestato agli ex consoli dell'anno precedente. Il bottino preso agli Equi sul monte Algido era stato versato alle esauste casse dell'Erario. Questo non fu gradito alla plebe. I consoli appena usciti di carica furono portati in tribunale. Nonostante l'accanita difesa da parte dei patrizi furono condannati. Tito Romilio dovette pagare una multa di 10.000 assi e Gaio Veturio ne dovette pagare 15.000. Il risultato del processo non intimorì i nuovi consoli Spurio Tarpeio Montano Capitolino e Aulo Aternio Varo Fontinale i quali affermarono che a costo di dover pagare anch'essi enormi cifre, non avrebbero permesso l'approvazione della legge.
«E la legge Terentilia finì con l'essere definitivamente accantonata perché, a forza di essere continuamente presentata, era divenuta inadeguata. [...] Tuttavia tutti convenivano sull'opportunità di avere leggi comuni [..] Fu mandata ad Atene una commissione formata da Spurio Postumio Albo, Aulo Manlio e Publio Sulpicio Camerino perché fossero copiate le famose leggi di Solone.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, III, 33, Newton Compton, Roma, trad.: G.D. Mazzocato)
Fino ad allora l'ordinamento giuridico romano era limitato ai mores, le norme degli usi e costumi tramandati oralmente alla propria discendenza dai patrizi, nell'ambito dei comportamenti ossequiosi verso le divinità, così come avveniva attraverso i sacra delle proprie gentes che con i sacra publica. Conseguenza di questa usanza era che solo i patrizi potevano avevano accesso a queste conoscenze, per cui le interpretazioni delle norme e perfino la scelta di quale fosse il giorno giusto per il dibattimento di una causa, apparteneva ai patrizi tramite i collegi degli àuguri che decretavano i "giorni fausti" e i "giorni infausti".
Nel 451 a.C. è eletto console con Tito Genucio Augurino, Appio Claudio Crasso, figlio del famigerato Appio Claudio che era stato console nel 471 a.C. e che nel 486 a.C. aveva determinato la condanna a morte di Spurio Crassio Vecellino, console dell'anno precedente, reo di avere proposto la legge Cassia agraria, osteggiata dai patrizi con in testa lo stesso Appio Claudio Inregillense, nonno di questo Appio Claudio.
Fu allora che esplose l'esigenza di pubblicare i mos, gli usi e costumi tramandati oralmente fra i patrizi, e di promulgarli quindi come le ''leggi delle XII tavole'', mentre il solo studio delle Leggi rappresentava un altro importante fattore di discordia. Affidate alle nozioni orali, le leggi erano poco "trasparenti" e le sentenze potevano variare di molto in relazione a chi era accusato o accusatore.
Nello stesso 451 a.C. quindi, è istituito il primo decemvirato (= dieci uomini da vir=uomo) per cui, per compensare la perdita della carica consolare, i nuovi consoli sono inseriti nel decemvirato, che assume il potere assoluto mentre tutte le altre magistrature restano vacanti durante il loro incarico, a cui è affidato il compito di mettere per scritto gli antichi mores (usi e costumi) romani in quelle che prenderanno il nome di 'Leggi delle XII tavole', che in precedenza solo i patrizi potevano conoscere e tramandarsi oralmente, promuovendole come leggi dell'ordinamento romano.
Finalmente si era giunti alla decisione di rendere edotti tutti i cittadini sui loro diritti e doveri.
Appio Claudio, oltre a contribuire alla stesura di quelle che sarebbero diventate le Leggi delle XII tavole, amministrava la giustizia della città, con grande soddisfazione di tutti i cittadini.
Il primo decemvirato presentò quindi un codice di leggi scritte in dieci tavole che fu approvato dai Comizi centuriati. Visto il positivo risultato ottenuto, e non essendo ancora del tutto completato il lavoro, si decise la nomina di un secondo collegio di decemviri per l'anno 450 a.C.
Questo secondo decemvirato non fu però all'altezza del primo; infatti se da un lato produsse due nuove leggi, che si aggiunsero alle precedenti per formare le cosiddette Lex Duodecim Tabularum che formeranno il nucleo della legislazione romana per parecchi secoli, dall'altro, per quanto riguarda la gestione del governo, fu caratterizzato da un comportamento che divenne via via più violento e dispotico, soprattutto nei confronti della plebe.
Appio Claudio fu l'unico ad essere rieletto anche nel secondo decemvirato del 450 a.C. ma questa volta caratterizzandosi per comportamenti autoritari e anti plebei, storicamente tipici del personaggio in questione, e in qualche modo anche sovversivi, perché dopo aver emanato le leggi contenute nelle XII tavole, e quindi aver adempiuto ai compiti per cui erano stati eletti, i decemviri non si dimisero, pur essendo terminato il loro compito e non indissero nuove elezioni per eleggere i magistrati necessari al governo dell'Urbe: «Trattavano con impudenza la plebe e ne saccheggiavano le proprietà, visto che era sempre il più forte ad avere ragione, qualunque capriccio gli fosse passato per la testa. Ormai non avevano più rispetto nemmeno per le persone: si frustava e persino si decapitava. Perché poi la crudeltà non fosse fine a se stessa, all'esecuzione del proprietario seguiva la confisca dei beni.» (Tito Livio, Ab Urbe condita, III, 37)
«Le Idi di maggio arrivarono. Senza preoccuparsi di far eleggere altri magistrati al loro posto, i decemviri - ora privati cittadini - apparvero in pubblico facendo capire di non voler assolutamente rinunciare alla gestione del potere, né di volersi privare delle insegne che erano il distintivo della carica. Senza dubbio il loro sembrava un vero e proprio dispotismo.» (Tito Livio, Ab Urbe condita, III, 38)
In quel frangente, i Sabini e gli Equi, convinti di poter approfittare dei dissidi interni a Roma, tornarono a razziare le campagne romane i primi, e quelle tuscolane i secondi. I decemviri allora si videro costretti a convocare i Senatori per approntare le necessarie azioni belliche.
La riunione fu molto contrastata per la convinzione dei Senatori del comportamento illegale dei decemviri, che avrebbero dovuto dimettersi al termine del proprio mandato, tanto che molti Senatori, prendendo la parola, si rivolgevano ai decemviri come questi fossero privati cittadini e non magistrati romani.
Sfruttando però l'astio dei Senatori per il tribunato della plebe, che avrebbe dovuto essere ripristinato al pari del consolato, i decemviri riuscirono ad ottenere dai Senatori l'indizione della leva militare, che avrebbe permesso la costituzione di due eserciti che fronteggiassero i Sabini e gli Equi e, con lo stato di guerra, si neutralizzavano di fatto le eventuali istituzioni repubblicane.
Mentre gli otto decemviri designati conducevano i due eserciti nella campagna bellica, ad Appio Claudio e Spurio Oppio Cornicene fu affidata la difesa della città, ma due crimini commessi dai decemviri riportarono alla ribalta l'illegalità della loro posizione di potere.
Il primo di questi crimini fu l'uccisione di Lucio Siccio Dentato, un valoroso soldato, ex Tribuno della plebe, che non aveva fatto mistero delle sue critiche verso i decemviri.
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Uccisione di Virginia (1882) di Camillo Miola (1840-1919). Napoli, museo di Capodimonte. |
Il secondo evento ebbe per protagonista Appio Claudio Crasso, l'unico decemviro ad essere stato eletto sia nella prima che nella seconda magistratura. Secondo il racconto di Livio, Appio Claudio si era invaghito di una bella giovane plebea,
Virginia, figlia di Lucio Verginio, un ufficiale dell'esercito, e promessa in sposa a Lucio Icilio, tribuno della plebe. Respinto dalla ragazza Appio decise di ottenerla con l'inganno ed allo scopo ordì una sordida trama con l'aiuto di un suo cliente. Quando, anche grazie alla sua posizione di decemviro, stava per ottenere ciò che voleva, il padre della ragazza, pur di non lasciarla cadere nelle mani di Appio, la uccise con un coltello e maledisse Appio per questa morte.
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Roma quando l'Aventino non era ancora stato urbanizzato. |
Questo evento scatenò gravi tumulti, prima fra la folla presente, ma poi questi si estesero all'
esercito accampato fuori Roma, che marciò quindi sulla città
prendendo possesso dell'Aventino.
Intanto in città il Senato convocato da uno dei decemviri cercava una soluzione. Vennero inviati tre ex-consoli come ambasciatori sull'Aventino per chiedere alla popolazione quali fossero le loro richieste, ma questi risposero che avrebbero comunicato le loro richieste solo a dei loro rappresentanti. Allora il Senato fece pressione contro i decemviri affinché si dimettessero, ma questi resistettero.
Visto che non si giungeva a nessuna soluzione, la popolazione sull'Aventino elesse dei propri rappresentanti e decise di uscire dalla città e ritirarsi sul Mons Sacer a ricordare al Senato gli eventi di alcuni anni prima. Conosciuta questa decisione i senatori rimproverarono i decemviri di essere responsabili di questa grave situazione e ne chiesero con forza le dimissioni. Particolarmente attivi in questa azione di pressione verso i decemviri furono i senatori Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato. Alle fine i decemviri cedettero chiedendo che fosse loro garantita la protezione dalla rabbia della folla. Il Senato inviò quindi Lucio Valerio e Marco Orazio sul Mons Sacer con l'obiettivo di concordare le condizioni per la cessazione della rivolta.
Fu concordato che sarebbero stati ripristinati il potere dei tribuni della plebe e il diritto d'appello, entrambi sospesi con l'elezione del primo decemmvirato. La plebe tornò quindi in città dove sul colle Aventino, con l'ausilio del Pontefice massimo Quinto Furio, elesse i propri tribuni, fra cui Lucio Verginio, Lucio Icilio e Publio Numitorio, rispettivamente, padre, fidanzato e zio materno di Virginia. Furono poi eletti consoli Lucio Valerio e Marco Orazio. Durante il loro consolato furono emanate diverse legge che confermarono e rafforzarono i diritti della plebe.
Fra queste la Leges Valeriae Horatiae che riguardavano fra l'altro il diritto di appello, l'inviolabilità dei tribuni della plebe e le modalità delle loro elezioni.
Secondo alcuni storici, gli eventi relativi a Lucio Siccio Dentato e Virginia, anche se riportati da Livio e altri autori, non sono da considerarsi completamente storici. Infatti gli autori dell'epoca dovettero basarsi su notizie tramandate secondo una tradizione orale in quanto, a causa del sacco di Roma dei Celti di Brenno del 390 a.C., la documentazione scritta antecedente quel periodo andò dispersa. È pertanto probabile che nei fatti raccontati ci sia un base di verità che poi si è andata arricchendo nella tradizione orale con elementi tesi a darle dei connotati più eroici.
E comunque, dopo la caduta dei decemviri e ristabilite le prerogative delle istituzioni repubblicane, con i consoli Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato e i vari Tribuni della plebe, Appio Claudio fu accusato da Lucio Verginio, primo degli eletti tra i Tribuni, di aver falsamente affermato che una cittadina romana, sua figlia Verginia, fosse una schiava.
Nonostante gli interventi dei familiari che cercarono di intercedere per Appio Claudio presso la plebe, e nonostante lo stesso Appio volesse far ricorso al diritto di appello, da lui negato quando era in carica come decemviro, Lucio Verginio mantenne viva la memoria dei torti subiti, personalmente ma anche dalla plebe di Roma, ed ottenne che Appio Claudio fosse tradotto in carcere, dove si suicidò, non volendo attendere il giudizio.
Al di là dell'arroganza dei secondi decemviri, la redazione scritta delle Leggi delle XII tavole (Duodecim tabularum leges, 451-450 a.C.), è stato un importante passo avanti per il diritto romano, ha limitato le interpretazioni di parte e soprattutto le ha rese pubbliche, essendo affisse nel Foro pubblico, mentre in precedenza solo i patrizi conoscevano, tramandandoseli oralmente, tali mos (= usi e costumi). Proprio per questo esse furono determinanti per lo stato di diritto nel popolo romano, anche se ci si era solo limitati alla pubblicazione dei mos in ius: prevedevano per esempio ancora il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei. Tale divieto sarà abolito nel 445 a.C. con la promulgazione della Lex Canuleia.
Il popolo, ad ogni modo, riprese almeno una parte del potere che aveva perduto durante il periodo di Decemviri tanto che dopo l'ennesima battaglia sul monte Algido contro Sabini ed Equi, per la prima volta venne decisa dal popolo l'attribuzione del trionfo ai consoli.
I nemici attivi rimanevano i Volsci e gli Equi che ancora una volta vennero sconfitti in varie occasioni fra cui la battaglia di Corbione. Ma Roma era salita in autorità se, paradossalmente in un periodo di feroci diatribe interne, fu chiesto ai Romani, o meglio al popolo romano, un arbitrato nella disputa che opponeva Aricini e Ardeati sul possesso di un terreno. Il terreno fu poi tenuto da Roma per effetto della testimonianza di Publio Scapzio.
D'altra parte anche le leggi delle XII tavole non portarono che miglioramenti limitati. La fissazione su bronzo e l'apposizione del testo alle colonne del tempio di Saturno, richiedevano anche la definizione di altre decisioni accessorie. Anche i giorni infausti, dovettero essere ben definiti, poiché in quei giorni era chiusa ogni attività forense. Queste leggi, inoltre, rimanevano molto discriminatorie nei confronti della plebe. Basti citare la legge che vietava il matrimonio fra componenti dei due ordini e che fu abrogata dopo pochi anni con l'approvazione - fra immani contrasti - della Lex Canuleia nel 445 a.C.
In questa situazione di oppressione i plebei riuscirono ad ottenere l'istituzione dei tribuni (rappresentanti delle tribù) della plebe, la cui autorità per proteggerli dagli eccessi dei patrizi fu da questi accettata. Queste prime forme di emancipazione furono ottenute proprio grazie alla secessione, cioè la decisione di uscire in massa dalla città e di non rientrarvi fino alla soddisfazione delle richieste, rendendo impossibile la chiamata della leva militare contro i confinanti ed eventuali nemici e convincendo così Senato e patrizi alla diminuzione del loro potere quasi assoluto.
Sembra che una delle tre cosiddette leggi Valerie-Orazie del 449 a.C. stabilisse la validità delle deliberazioni plebee per tutto il popolo romano (anche per i patrizi quindi), ma solo dopo la ratifica da parte del Senato.
Nel 445 a.C. è approvata la legge, la Lex Canuleia, che permetteva matrimoni "misti" fra patrizi e plebei, vietati dai Decemviri. Come ricorda Cicerone: «(I decemviri)... stabilirono una legge disumana che fu abrogata dalla legge Canuleia» (Marco Tullio Cicerone, de re publica, II, 63)
Nel 431 a.C. ricominciano anche le azioni contro i Volsci e gli Equi. Questi, dopo aver quasi vinto, ricevono una solenne sconfitta nella battaglia del Monte Algido da parte del dittatore Cincinnato. La tranquillità dei Veienti diede a Roma quindi, la possibilità di operare nei quadranti meridionale e orientale senza temere attacchi dal nord. E, ogni volta che il nemico si ritirava, scoppiavano liti politiche in città. Cesone Quinzio, il figlio di Cincinnato, che si opponeva alla promulgazione della lex Terentilia, fu accusato di omicidio e costretto all'esilio (in Etruria), il padre, per pagare la mallevadoria, dovette trasferirsi ad arare personalmente i suoi campi oltre il Tevere.
Si ebbe una rivolta di schiavi ed esuli, circa 2.500 persone guidate dal sabino Appio Erdonio, che occuparono il Campidoglio e la rocca, impresa che nemmeno i Galli di Brenno dopo la battaglia dell'Allia riusciranno a compiere.
Dal 409 a.C. la carica di questore divenne accessibile alla plebe: si trattava di una conquista importante, perché, dalla riforma di Silla del 81 a.C. in poi, chi era stato questore entrava a far parte di diritto del Senato.
Nel 406 a.C. i Romani iniziano
una guerra contro Veio che durerà dieci anni e che si
concluderà con la distruzione della città etrusca (data probabilmente anticipata di qualche anno rispetto agli
eventi reali) e conquistano inoltre Anxur (Terracina).
Il Senato decreta che
i soldati vengano pagati: «I patrizi poi aggiunsero un dono quanto mai opportuno per la plebe: il senato, senza che mai prima plebe e tribuni vi avessero fatto menzione, decretò che i soldati ricevessero uno stipendio tratto dalle casse dello Stato. Fino a quel momento ciascuno adempiva al servizio militare a proprie spese. A quanto risulta, nessun provvedimento fu accolto con tanta gioia dalla plebe.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IV, 59-60, op. cit.)
Ovvie le conseguenze: ringraziamenti dei plebei, polemiche dei Tribuni della plebe che vedevano spuntate alcune delle loro armi e proteste di chi doveva pagare. Il vantaggio immediato fu che venne approvata una legge che dichiarava guerra a Veio e i nuovi Tribuni con potestà militare vi condussero un esercito in massima parte formato da volontari.
La novità importante fu che anziché cessare l'assedio nei tempi soliti per permettere agli agricoltori di lavorare le loro terre, un esercito stipendiato poté essere tenuto indefinitamente sotto le mura della città etrusca. I comandanti romani fecero costruire anche i quartieri invernali. E fu la prima volta. Quando a Roma si seppe della novità i tribuni della plebe insorsero dicendo che «quello era il motivo per cui era stato assegnato lo stipendio ai soldati, e non si erano sbagliato nell'asserire che quel dono era intinto nel veleno. La libertà della plebe era diventata merce da vendere e la gioventù veniva tenuta lontana e segregata dalla città e dalla repubblica.» (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 2, op. cit.)
Una battaglia politica si scatenò fra i tribuni della plebe e il tribuno militare con potestà consolare Appio Claudio Crasso (discendente della famigerata stirpe dei Claudii), lasciato a Roma proprio per contrastarli nel Foro. Infine furono i Veienti ad aiutare il patrizio; con un contrattacco notturno distrussero le macchine da assedio e i terrapieni di Roma, ricompattando per l'ennesima volta la città. Alcuni appartenenti all'ordine equestre si dissero disposti a combattere pagandosi il cavallo, al che molti plebei si dissero appartenere all'ordine pedestre e di voler combattere volontariamente.
Iniziò una corsa al volontariato, come spesso si vide a Roma.
Il senato ringraziò e trovò nelle pieghe del bilancio di che pagare i fanti volontari e concesse perfino un aiuto economico ai cavalieri. Il nuovo esercito, arrivato a Veio ricostruì le vinee e fabbricò altre e nuove macchine. Da parte della città fu maggiormente curato il vettovagliamento.
Questa fu l'altra novità di quell'anno: fu la prima volta che i cavalieri prestarono servizio utilizzando cavalli di loro proprietà visto che solitamente il cavallo, in guerra, era fornito dallo Stato.
Quanto alla data approssimativa dell'ordinamento centuriato, poiché dalla critica delle liste dei tribuni militum consulari potestate sembra risultare che il raddoppiamento della legione avvenne circa nel 405 a.C., l'adozione del comizio centuriato è quasi coevo; se ne ha una riprova nella diffusione che proprio allora ebbe la piccola proprietà fondiaria.
Tito Livio riferisce che durante l’assedio di Veio, nel 403 a.C., alcuni cittadini benestanti, che non facevano parte degli equites ma avevano abbastanza denaro per mantenere un cavallo, si arruolarono volontari con un cavallo preso a loro spese; Roma li ripagò così con una somma di denaro per aver servito con i propri cavalli. I soldati di fanteria avevano iniziato a ricevere una paga solo da pochi anni, ma la paga dei nuovi equites venne stabilita nel triplo.
Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V,7: «...Ma all'improvviso i cittadini di rango equestre, cui non era stato assegnato un cavallo a spese dello Stato, dopo essersi preventivamente riuniti in assemblea, si presentarono in Senato e, una volta ottenuta la parola, dichiararono che avrebbero prestato servizio militare con cavalli comprati a proprie spese. Il Senato li ringraziò con parole sentite e la notizia di quel gesto cominciò a diffondersi nel foro e per le vie della città. Subito dopo una folla di plebei si accalcò di fronte alla curia, dicendo che adesso toccava all'ordine della fanteria offrire un servizio straordinario alla repubblica, sia che li si volesse impiegare a Veio sia su qualunque altro fronte. Sostenevano anche che, se fossero stati condotti a Veio, non avrebbero abbandonato la zona prima di aver conquistato la città nemica. Allora si riuscì a malapena a contenere l'esplosione di giubilo: il senato infatti non diede ordine ai magistrati, così come aveva fatto con i cavalieri, di elogiarli, né di convocarli all'interno della curia per dar loro una risposta, e non rimase nemmeno all'interno della curia. Ma ciascun senatore dall'alto della scala dimostrava con gesti e parole la pubblica gioia alla folla in piedi in mezzo al comizio, e diceva che proprio grazie a quell'armonia tra le classi Roma era felice, invincibile ed eterna, lodava plebe e cavalieri, celebrava quella giornata e sosteneva che la generosità e la liberalità del senato erano state superate. Plebei e senatori facevano a gara nel versare lacrime di gioia. Poi i senatori, richiamati nella curia decretarono che i tribuni militari, dopo aver convocato l'assemblea plenaria, ringraziassero ufficialmente fanti e cavalieri e dichiarassero che il Senato non avrebbe dimenticato in futuro l'attaccamento alla patria dimostrato da quei due ordini. In base allo stesso decreto, tutti coloro che avevano promesso di prestare volontariamente quel servizio militare straordinario avrebbero continuato a percepire la paga, mentre anche ai cavalieri venne garantita una determinata somma di denaro. Fu quella la prima volta che i cavalieri prestarono servizio con cavalli di loro proprietà.»
I contrasti fra gli ordini proseguirono comunque per anni finché nel 367 a.C. i tribuni della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano riuscirono a far promulgare le leges Liciniae Sextiae con cui, fra le altre norme, si stabiliva che uno dei due consoli potesse essere plebeo.
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| Consoli Romani. |
Era così raggiunto il culmine del lungo processo storico definito rivoluzione della plebe. Parte degli studiosi ritiene che le leges Liciniae Sextiae nascondano in realtà un vero e proprio accordo politico fra patrizi e plebei. Pochi anni prima Brenno e i suoi Galli avevano distrutto la città di Roma e molti plebei si erano indebitati per ricostruire le proprie case. Si evince dalle leggi delle dodici tavole che il creditore (grazie alla norma del Nexus) potesse rendere schiavo il debitore ed anche ucciderlo, dunque molti plebei rischiavano di divenir schiavi. La legge prevedeva dunque che la cifra prestata fosse restituita in tre anni.
Alla data di emanazione di dette leggi si riconduce convenzionalmente la fine del periodo arcaico della storia di Roma. Le leggi, scritte dopo la conquista da parte romana della città di Veio, sancirono che i territori di tale città venissero distribuiti tra la popolazione bisognosa, formando 4 nuove tribù.
Prima delle guerre di conquista l'economia romana si basava soprattutto sull'agricoltura e sulla pastorizia. Si coltivavano, in modo particolare, cereali per il sostentamento della popolazione. La vendita dei prodotti agricoli non era facile, vista la mancanza di una rete stradale di trasporti che permettesse l'arrivo di tali beni sui principali mercati. I trasporti all'epoca, avvenivano a mezzo di cavalli o buoi ed erano lenti e costosi. Quando era possibile si preferivano i trasporti fluviali e quelli marittimi, che permettevano di trasportare grandi quantità di merci a costi molto inferiori. Le attività industriali e commerciali erano molto limitate.
Con le guerre di conquista, il nuovo fulcro economico di Roma, più che l'agricoltura, la pastorizia e i commerci, diventava lo sfruttamento economico dei nemici vinti, a cui erano sottratte le terre per essere assegnate ai propri coloni, di cui venivano utilizzate le forze armate come alleati (socii) per i propri fini ed erano legate al benessere dell'Urbe le classi aristocratiche e i possidenti delle città conquistate. La strategia romana si basava sulla capacità di rompere i legami di solidarietà tra popoli diversi o tra città, in modo tale da indebolire le capacità di resistenza dei nemici e a tal fine puntavano le fondazioni di colonie e la costruzione di vie di comunicazione per il dominio territoriale a cui aspirava sia l'intero senato che la plebe, anche se per limitare i latifondi in mano a pochi proprietari nelle nuove leggi si stabiliva che la quantità massima di terreno che un privato potesse occupare fosse di 500 iugeri, circa 125 ettari.
Le Leggi Licinie Sestie rappresentano il più importante e cruciale sviluppo della costituzione romana: al vertice dello Stato ci sono due consoli, reintegrati completamente dopo il periodo in cui il potere era affidato ai tribuni militum consulari potestate, e uno dei consoli può essere plebeo (de consule plebeio). Viene riservata ai patrizi la carica di pretore (praetor) che amministra la giustizia (qui ius in urbe diceret). Viene istituita inoltre l'edilità curule (l'aggettivo curule, nell'antica Roma, era attribuito alle magistrature e ai magistrati che detenevano il potere giudiziario come i censori, i consoli, i dittatori, gli edili, i pretori ecc.).
Le differenze tra la varie componenti della magistratura edile si affievolirono via via col tempo, sia pure mantenendo alcune competenze specifiche. I loro compiti comprendevano principalmente tre aree di competenza:
- la prima era la cura urbis, la gestione delle strade cittadine, dei bagni pubblici e degli edifici;
- la seconda era la cura annonae (l'annona è la politica di un paese per le proprie scorte di cereali e delle altre derrate alimentari) attraverso la gestione dei mercati;
- la terza non era altro che la cura ludorum, la gestione dei giochi pubblici e circensi.
I magistrati edili avevano inoltre dei compiti relativi all'archivio di stato, all'ambito giudiziario (nella giurisdizione tribunizia) e alla capacità di elevare multe.
Si ebbero tre rogazioni delle Leggi Licinie Sestie:
De aere alieno: che le usure pagate si computassero a diminuzione del capitale e che i debitori potessero soddisfare i loro creditori in tre rate annue uguali;
De modo agrorum: che fosse vietato di possedere più di 500 iugeri di ager publicus e di far pascolare sui terreni pubblici più di 100 capi di bestiame grosso e 500 di minuto e inoltre che ci si dovesse servire di una certa aliquota di lavoro libero, non servile o schiavile;
De consule plebeio: sicuramente la più importante, che dava la possibilità ai plebei di accedere al consolato, ma che non fosse obbligatorio riservare una carica alla plebe.
In seguito all'insurrezione, nel 342 a.C., i plebei ottennero, con le Leges Genuciae, che uno dei due seggi del consolato fosse riservato alla classe plebea. Al fine di compensare la perdita subita, ai patrizi fu riservata la magistratura del praetor minor con funzioni essenzialmente giurisprudenziali; si stabilì, altresì l’ammissione dei patrizi alla carica plebea degli edili (aediles).
Non molto tempo dopo, come conseguenza al diritto del consolato, ai plebei fu aperto l'accesso alle cariche di dittatore, censore e pretore. Vediamo nello specifico in cosa consistevano queste magistrature.
« La censura si era resa necessaria non solo perché non si poteva più rimandare il censimento che da anni non veniva più fatto, ma anche perché i consoli, incalzati dall'incombere di tante guerre, non avevano il tempo per dedicarsi a questo ufficio. Fu presentata in senato una proposta: l'operazione, laboriosa e poco pertinente ai consoli, richiedeva una magistratura apposita, alla quale affidare i compiti di cancelleria e la custodia dei registri e che doveva stabilire le modalità del censimento. » (Tito Livio, Ab urbe condita, IV, 8)
Primi a ricoprire la carica, ad appannaggio dei patrizi, furono i consoli del 444 a.C., Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino, quasi a risarcimento del fatto che il loro consolato durò meno dell'anno normalmente previsto per la carica.