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lunedì 28 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.50: dal 1.075 al 1.095 e.v. (d.C.)

Potere spirituale e temporale nello
stemma papale con le chiavi della
cattedra di Pietro. Parma, chiesa
di San Pietro.
Nel 1.075 - Papa Gregorio VII, nell'ambito di un'ampia azione che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emette il famoso "Dictatus Papae". Con questo documento si dichiara che il pontefice è la massima autorità spirituale e in quanto tale, può deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica; viene così espressa una vera e propria teocrazia.
La lotta diventa aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che raduna 24 vescovi tedeschi e 2 vescovi italiani a lui fedeli, i quali depongono il pontefice, che a sua volta scomunica l'imperatore.
La Riforma gregoriana riguardava inoltre l'assetto degli ordini monastici che mutava profondamente, per cui si assistette al tramonto dell'ordine cluniacense a favore di quello cistercense.

Ugo di Cluny, Enrico IV e
Matilde di Canossa. Ugo di
Cluny, detto Ugo di Semur o
sant'Ugo il Grande, fece da
mediatore a Canossa fra papa
Gregorio VII e l'imperatore
Enrico IV, del quale era stato
padrino di battesimo, episodio
per il quale è stato largamente
Nel 1.077 - L'imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico IV, poiché  scomu­nicatoè costretto a chiedere perdono a Canossa per conservare la propria autorità agli occhi della cristianità. Il governo dell'imperatore Enrico IV fu caratterizzato dal tentativo di rafforzare l'autorità imperiale. In realtà si trattava di trovare un difficile equilibrio dovendo assicurarsi da una parte la fedeltà dei nobili senza, dall'altra, perdere l'appoggio del pontefice. Enrico mise in pericolo tutte e due le cose quando decise di assegnare la diocesi di Milano, divenuta vacante. Ciò fece scoppiare un conflitto con papa Gregorio VII, che è passato alla storia con il nome di lotta per le investiture. Quando Enrico IV nel 1.072 inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i patari, nominando il chierico Tedaldo all'arcidiocesi di Milanoscatenò un'astiosa e lunga diatriba col papato. Gregorio VII replicò con una dura lettera, datata 8 dicembre, nella quale accusava l'imperatore di essere venuto meno alla parola data e aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati, mentre al tempo stesso inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini, che gli sarebbero stati imputati a questo proposito, lo avrebbe reso passibile non solo del bando da parte della Chiesa, ma anche della privazione della coronaEnrico non si preoccupò affatto e al sinodo di Worms, tenutosi il 24 gennaio 1.076, il papa fu dichiarato deposto e ai romani fu chiesto di sceglierne uno nuovo. La reazione di Gregorio VII arrivò il 22 febbraio 1.076, quando pronunciò la sentenza di scomunica contro l'imperatoresciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà e desacralizzandone l'impero. L'evento inimicò a Enrico IV i principi tedeschi, che nell'ottobre a Tribur gli imposero di ottenere la riconciliazione con il papa entro un anno, fissando inoltre un appuntamento per un'assemblea da tenersi con Gregorio ad Augusta il 2 febbraio dell'anno successivo. Enrico, appena seppe che il papa si apprestava a partire per Augusta, scese con il suo esercito in Italia in dicembre, diretto a Roma mentre Gregorio, appresolo, si rifugiò presso il Castello di Canossa, ospite di Matilde.
I domini in Italia dei Marchesi
di Canossa.
Nell'inverno fra il 1.076 e il 1.077 Enrico e la suocera, la contessa Adelaide di Susa, iniziarono la loro processione penitenziale a Canossa per ottenere la revoca della scomunica da parte di papa Gregorio VII. Con loro vi erano anche il cognato Amedeo II di Savoia e il marchese Azzorre d'Este. Per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1.077, Enrico fu costretto ad umiliarsi, dovendo attendere davanti al portale d'ingresso del castello della marchesa Matilde di Canossa d'essere ammesso al cospetto del papa: l'attesa ebbe luogo mentre imperversava una bufera di neve ed Enrico giaceva inginocchiato, a piedi completamente scalzivestito soltanto con un saioil capo cosparso di cenere, di fronte al portale chiuso. Solo grazie all'intercessione del padrino, l'abate di Cluny, Ugo, e della marchesa Matilde, poté essere ricevuto dal papa il 28 gennaio. L'umiliazione di Canossa ebbe un forte effetto morale ma i risultati pratici furono presto di altro tipo. Rientrato in Germania, Enrico si accorse che qui non aveva più seguito. Il 15 marzo a Forchheim i principi tedeschi lo avevano deposto eleggendo in sua vece il cognato Rodolfo di Svevia, che fu incoronato a Magonza dall'arcivescovo Sigfrido. Enrico sconfisse due volte il rivale in battaglia e Gregorio VII, il 7 marzo 1.080 lo scomunicò nuovamente con l'accusa di non aver rispettato i patti di Canossa e di aver impedito lo svolgimento dell'assemblea ad Augusta. La lotta per le investiture proseguì con
- la sconfitta di Rodolfo di Svevia che perse la vita in battaglia,
uomini fedeli ad Enrico che vennero investiti del titolo di vescovo,
- a Bressanone, in un concilio convocato da Enrico stesso il 25 giugno 1.080, venne considerato deposto papa Clemente VII e fu eletto come antipapa Guiberto, arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III,
- la discesa di Enrico in Italia e la conquista da parte del suo esercito della città di Roma, con papa Gregorio VII asserragliato in Castel Sant'Angelo.
Quest'ultimo, per contrastare Enrico e l'antipapa, si alleò al normanno Roberto il Guiscardo, non prima di avergli tolto, il 29 giugno 1.080, a Ceprano, la scomunica che gli aveva comminato sei anni prima per aver invaso il territorio pontificio di Benevento.
Sconfitti gli imperiali, i Normanni si abbandonarono al saccheggio della città, provocando una rivolta nella popolazione romana, che costrinse il Papa a fuggire rifugiandosi presso i Normanni a Salerno, dove risiedette fino alla morte, avvenuta nel 1085. Enrico IV morì invece nel 1106. Il successore di Gregorio VII fu papa Pasquale II, il quale nel 1105 appoggiò una congiura ordita da Enrico V, figlio di Enrico IV, contro il suo stesso padre. Infatti c'erano ancora ostilità tra il papato ed Enrico IV, pertanto il papa vide con favore l'ascesa al trono imperiale di un nuovo imperatore. Dunque Enrico IV fu costretto ad abdicare e alla sua morte, avvenuta nel 1106, divenne imperatore suo figlio, il quale instaurò rapporti di maggiore collaborazione col papa.

Stemma della
Repubblica marinara
di Pisa.
Dal 1.081 - Abbastanza netta è l'evoluzione verso forme comunali delle città legate al commercio marittimo. Lasciando da parte Venezia, dove uno stato autonomo cittadino esisteva già da secoli, diverse e assimilabili all'evoluzione delle città dell'interno sono le situazioni di Pisa e Genova.
Pisa alla base dell'autonomia c'è la solidarietà tra i cittadini fondata sull'osservanza delle “consuetudini del mare”, che Enrico IV promette di rispettare (nel 1.081), nel medesimo tempo in cui riconosce ai pisani la possibilità di eleggere una sorta di consiglio straordinario di dodici cittadini, che prefigura evidentemente future magistrature comunali stabili; ampie sono le concessioni, politiche ed economiche, fatte in quest'occasione ai cittadini dall'imperatore. D'altra parte l'arcivescovo di Pisa – quel Daimberto che sarà il legato della prima crociata – non rinuncia alla sua autorità, come si vede dal giudizio pacificatorio fra le fazioni cittadine da lui pronunciato nel 1.088-92, con il quale stabilisce l'altezza massima delle torri, quelle case-fortezze dalle quali i membri dell'aristocrazia cittadina combattevano le loro guerre private.
Stemma della Repubblica
marinara di Genova.
A Genova, ancora più nettamente che a Pisa, il comune nasce verso la fine dell'XI secolo dalle stesse strutture associative del commercio per mare. La “compagna”, questo è il nome della struttura portante del comune genovese, veniva rinnovata periodicamente, ogni tre o quattro anni (appunto come una società commerciale). La città appare tutta orientata verso il commercio con il Levante. Dalla metà circa del XII secolo la struttura comunale si assesta; i consoli pronunciano un giuramento al momento dell'entrata in carica che va a costituire il nucleo originario degli statuti comunali (il Breve).

Matilde di Canossa, da: https:
- La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde, o Matilde di Toscana (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, marzo 1.046 - Bondeno di Roncore, 24 luglio 1.115), fu contessa, duchessa, marchesa e regina medievale e madre adottiva di Goffredo di Buglione. Matilde fu una potente feudataria ed ardente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture; donna di assoluto primo piano per quanto all'epoca le donne fossero considerate di rango inferiore, arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa. Fu incoronata presso il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia) dall'imperatore Enrico V. Nel 1.076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell'Appennino reggiano.
Matilde di Canossa.
La Grancontessa (magna comitissa) Matilde è certamente una delle figure più importanti e interessanti del Medioevo italiano: vissuta in un periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, seppe dimostrare una forza straordinaria, sopportando anche grandi dolori e umiliazioni, mostrando un'innata attitudine al comando. La sua fede nella Chiesa del suo tempo le valse l'ammirazione e il profondo amore di tutti i suoi sudditi. Matilde nacque a Mantova nel 1.046, terzogenita della potentissima famiglia feudale italiana dei Canossa, marchesi di Tuscia (già Ducato di Tuscia), di origine e madrelingua longobarda. Il padre, Bonifacio di Canossa detto "il Tiranno", era l'unico erede della dinastia canossiana, discendente diretto di Adalberto Atto (o Attone), fondatore della casata degli Attoni. La madre, Beatrice di Lotaringia, apparteneva ad una delle più nobili famiglie imperiali, strettamente imparentata con i duchi di Svevia, i duchi di Borgogna, gli Imperatori Enrico III ed Enrico IV, dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima, nonché con il papa Stefano IX. Essendo figlia del signore della Tuscia, a Matilde spettava il titolo di marchesa. La parola germanica Markgraf (Marchesi) qualificava difatti i "conti di confine". Tuttavia la Tuscia era stata nell'Alto Medioevo una circoscrizione del Regno longobardo, come tale definita "ducato". Ecco perché a Matilde si attribuiscono sia il titolo di "marchesa" che quello di "duchessa". Poco si sa dell'infanzia di Matilde, sia perché le cronache del tempo preferirono occuparsi della fanciullezza dei due fratelli maggiori, Federico (legittimo erede di Bonifacio) e Beatrice, sia perché le fonti in nostro possesso si concentrano soprattutto sulle imprese compiute da adulta. Tuttavia, si può affermare con certezza che il nome, come per i fratelli, le fu imposto dalla madre Beatrice che in questo modo intendeva affermare la propria superiorità nobiliare rispetto al marito, infatti il casato di Ardennes-Bar, a cui ella apparteneva, era senza dubbio di stirpe regia. Matilde trascorse la sua gioventù tra i freddi laghi ed i nevosi boschi padani e a differenza di molte nobildonne del suo tempo, trascorse molto tempo dedicandosi alla cultura letteraria. A tal proposito, Donizone afferma: « Fin da piccola conosceva la lingua dei Teutoni e sapeva anche parlare la garrula lingua dei Franchi. » (Vita Marhildis, libro II, cap. IV). Trascorse i primi anni della propria esistenza in agiatezza e serenità nel castello di Canossa, teatro di grandi banchetti e feste sontuose organizzate dal padre. Tuttavia a soli 6 anni, Matilde assistette al primo evento che cambiò radicalmente il corso della sua vita: il 6 maggio 1.052, il padre Bonifacio fu ucciso a tradimento durante una battuta di caccia da uno dei suoi vassalli, che lo trapassò alla gola con una freccia avvelenata. L'agonia del duca durò alcune ore; nella tarda serata dello stesso giorno spirò. La madre rimasta vedova con tre figli piccoli aveva difficoltà a reggere il ruolo di Bonifacio. Nel 1.053 Matilde ed i suoi fratelli ottennero un privilegio di protezione personale dall'Imperatore Enrico III, ma in quello stesso anno i due fratelli maggiori di Matilde morirono a causa di un maleficio (probabilmente un avvelenamento involontario). Alla morte di papa Leone IX, parente di entrambi i genitori di Matilde, venne eletto con l'appoggio imperiale, papa Vittore II (1.054). Papa Vittore II era ospitato ad Arezzo dai Canossiani, quando morì nel 1.057, lasciando come successore papa Stefano IX. Visto il crescente potere della Casa di Canossa e la scomparsa del loro alleato Leone IX, Enrico III prese in ostaggio Matilde, che aveva solo 10 anni, e sua madre e le portò in Germania; ma dopo un anno anche Enrico III morì e così Matilde ritornò in Italia. La madre Beatrice cercò una nuova protezione risposandosi con Goffredo il Barbuto, fratello di papa Stefano IX. Goffredo, figlio di Gozzellone, Duca di Lotaringia, era un aristocratico dedito alle armi ed alle arti guerresche di indole belligerante. Fu lui a succedere a Bonifacio come signore della Tuscia. La famiglia dei Canossapadrona dell'Italia centrale e della Lotaringia, imparentata con Papi e influente sugli imperatori, era in quel momento la famiglia più potente d'Europa. Dopo la morte di Enrico III, Goffredo il Gobbo tentò di approfittare del temporaneo vuoto di potere per farsi incoronare Imperatore in terra tedesca; ma non ci riuscì per la morte del papa in Tuscia, cioè in terra canossiana. Per evitare il pericolo di sottomettersi in futuro all'imperatore, il papato decise di introdurre un sistema di elezione interna, il conclave dei cardinali, tuttora in vigore. Allontanatosi così dall'impero, il pontificato si affidò alla tutela dei Canossa che, grazie al diritto-dovere dell'accompagnamento dei Pontefici, finirono col determinare la scelta dei Papi e quindi le loro sorti. Anche il nuovo papa Benedetto X ebbe vita breve; morì infatti, sempre alla corte dei Canossa, nel 1.061. Dopo di lui vennero eletti due papi: l'imperatore scelse il Vescovo di Parma Cadalo, che prese il nome di Onorio II, mentre la Chiesa elesse il Vescovo di Lucca, nonché ecclesiastico dei Canossa Anselmo da Baggio, che prese il nome di Alessandro II. Dopo varie vicissitudini si concordò di tenere un nuovo concilio nel cuore dei domini canossiani, a Mantova. Papa Onorio II preferì non partecipare per timore di perdere la vita e comunque Alessandro II dimostrò la legalità della propria elezione; i Canossa, giudici dai quali dipendeva il Paparum Ducatus, decisero quindi di assegnare il papato al loro candidato Alessandro II. Matilde si ritrovò di nuovo con un papa suo alleato, che inizialmente si aiutarono a vicenda ma che poi divennero nemici per questioni personali. Goffredo il Barbuto, sposando Beatrice, era diventato signore della Tuscia. Una clausola del contratto di matrimonio stabilì che il figlio naturale di Goffredo, Goffredo il Gobbo, avrebbe sposato la figlia naturale di Beatrice, Matilde, per consolidare il suo potere e quello dei Canossa, e per non dover in seguito dividere i possedimenti delle rispettive casate. I due promessi sposi erano così cugini di quarto grado. Le nozze furono anticipate al 1.069, allorché Goffredo si trovò in punto di morte. Matilde alla fine dell'anno accorse al capezzale del patrigno in Lotaringia;
Carta con la Lotaringia nel 959. Con il termine
Lotaringia si indica il territorio di cui fu
sovrano con titolo regale Lotario II, figlio
dell'Imperatore Lotario I, e che assunse tale
toponimo a causa della sua scarsa omogeneità
geografica. La regione era delimitata a
settentrione dal mare del Nord, a occidente
dai fiumi Saona, Mosa e Schelda, a oriente
dalla linea che congiunge la foce dell'Ems
alla città di Wesel (nei pressi della confluenza
fra Reno e Mosella) e quindi dal fiume Reno
fino alla confluenza con l'Aar. A meridione
la zona era delimitata dalla catena del
Giura e dal fiume Aar, ora in Svizzera.
prima della sua morte Matilde e Goffredo il Gobbo si unirono in matrimonio. Il marito era un giovane coraggioso e retto ma afflitto da alcuni difetti fisici (tra gli altri gozzo e gobba), comunque Matilde, conscia dei doveri nobiliari per i quali era stata educata e con la persuasione della madre, seppur riluttante restò in Lotaringia coabitando col marito e ne rimase incinta. Tra la fine del 1.070 e l'inizio del 1.071 partorì una bambina che chiamò Beatrice, per poter rinnovare il nome della madre (nome molto frequente in Lotaringia). Il parto però non fu facile e dopo pochi giorni la piccola Beatrice morì, il 29 gennaio 1071. Il 29 agosto la Beatrice madre eresse il monastero di Frassinoro, nell'Appennino Modenese, com'era usanza tra i nobili, per "la grazia dell'anima della defunta Beatrice mia nipote". La permanenza di Matilde in Belgio (Orval) fu breve quanto difficile e rischiosa. Matilde rischiò la vita non solo per i postumi di un parto difficile, che nel Medioevo spesso si risolveva con la morte della madre, ma anche per l'ira del casato di Lotaringia che accusò la Grancontessa di portare il malocchio, in quanto non aveva dato un erede maschio al suo "Signore", compito principale, se non unico, per le mogli dell'epoca. Nel gennaio del 1.072 fuggì appena le circostanze le offrirono la possibilità, e rientrò a Canossa, presso la madre. Tra il 1.073 ed il 1.074 il marito Goffredo scese nella penisola italiana per riconquistare Matilde offrendole possedimenti ed armate, ma la risposta della Grancontessa fu estremamente ferma e rigida. Sul suo atteggiamento si è costruito il mito di una donna priva di debolezze. Goffredo il Gobbo nel 1.076 cadde vittima di un'imboscata nelle sue terre nei pressi di Anversa. Lamberto di Hersfeld riporta che durante la notte, spinto da bisogni corporali, si recò al gabinetto e un sicario che stava in agguato gli conficcò una spada tra le natiche lasciandogli l'arma piantata nella ferita. Sopravvisse, ma una settimana dopo, il 27 febbraio 1.076, morì, lasciando Matilde vedova. Molti commentatori dell'epoca l'accusarono di essersi macchiata personalmente del crimine; comunque come colpevole viene indicato più verosimilmente il conte fiammingo Roberto I delle Fiandre. In ogni caso Matilde non versò al clero neppure un obolo per l'anima del marito ucciso, né fece recitare una messa o gli dedicò un convento, com'era d'uso fare tra i nobili. 
40 anni di regno: il 18 aprile 1.076 muore Beatrice, la madre di Matilde, e da questo momento, anche se prima aveva già regnato affiancata alla madre, diviene a 30 anni l'unica sovrana incontrastata di tutte le terre che vanno dal Lazio al lago di Garda. Nel 1.073 era salito al soglio pontificio Ildebrando di Soana, col nome di Gregorio VII. Nello stesso anno il nuovo imperatore Enrico IV, dopo aver riorganizzato il territorio tedesco, si era rivolto verso i suoi possedimenti in Italia. Cominciò tra i due personaggi un duro duello, che vide contrapposta l'autorità della Chiesa a quella dell'Impero (lotta per le investiture). Nel 1.076 il papa decise di scomunicare l'imperatore che da questa iniziativa papale subì un doppio danno, vedendosi estraniato dai riti religiosi e trovandosi con sudditi non più sottomessi. Matilde si ritenne libera di agire secondo la sua completa volontà e si schierò con decisione al fianco di papa Gregorio VII, nonostante l'imperatore fosse suo secondo cugino. La scomunica indusse Enrico IV a venire a patti col papa. L'imperatore scese in Italia per parlare personalmente col pontefice. Gregorio VII lo ricevette nel gennaio 1.077 mentre era ospite di Matilde nel castello di Canossa. In quell'occasione l'imperatore, per ottenere la revoca della scomunica da parte del papa, fu costretto ad attendere davanti al portale d'ingresso del castello per tre giorni e tre notti inginocchiato col capo cosparso di cenere. Il faccia a faccia si risolse con un compromesso (28 gennaio 1.077): Gregorio revocò la scomunica a Enricoma non la dichiarazione di decadenza dal trono. Nel 1.079 Matilde donò al papa tutti i suoi dominiin aperta sfida con l'imperatore, visti i diritti che il sovrano vantava su di essi, sia come signore feudale, sia come parente prossimo. Ma in due anni le sorti del confronto tra papato ed impero si ribaltarono: nel 1080 Enrico IV convocò un Concilio a Bressanone in cui fece deporre il papa. L'anno seguente decise di scendere una seconda volta in Italia per ribadire la sua signoria sui suoi territori. Decretò Matilde deposta e bandita dall'impero. Ma la Grancontessa non se ne diede per vinta e, mentre Gregorio VII era costretto all'esilio, Matilde resistette e il 2 luglio 1.084 riuscì a sbaragliare inaspettatamente l'esercito imperiale nella famosa battaglia di Sorbara, presso Modena, essendo riuscita a formare una coalizione favorevole al papato a cui aderirono i bolognesi e contrapposta alla lega imperiale. Nel 1088 Matilde si trovò a fronteggiare una nuova discesa dell'Imperatore Enrico IV e si preparò al peggio con un matrimonio politico, dato che l'attuale pontefice disgiungeva il potere vaticano da quello canossiano, com'era stato sino a quel momento, per ultimo Gregorio IV. Matilde scelse il Duca diciannovenne Guelfo V (in tedesco Welf), erede della corona ducale di Baviera. Le nozze facevano parte di una rete di alleanze di cui faceva parte anche il nuovo papa, Urbano II, allo scopo di contrastare efficacemente Enrico IV. La quarantatreenne Matilde inviò una lettera al suo futuro sposo: « Non per leggerezza femminile o per temerarietà, ma per il bene di tutto il mio regno, ti invio questa lettera accogliendo la quale tu accogli me e tutto il governo della Longobardia. Ti darò tante città tanti castelli tanti nobili palazzi, oro ed argento a dismisura e soprattutto tu avrai un nome famoso, se ti renderai a me caro; e non segnarmi per l'audacia perché per prima ti assalgo col discorso. È lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una legittima unione e non fa differenza se sia l'uomo o la donna a toccare la prima linea dell'amore, solo che raggiunga un matrimonio indissolubile. Addio. ». La Gran Contessa inviò migliaia di armati al confine della Longobardia a prendere il Duca, lo accolse con onori, organizzò una festa nuziale di 120 giorni con un apparato di fronte al quale sarebbe impallidito qualunque sovrano medioevale. Cosma di Praga, autore del Chronicon Boemorum, riporta che dopo il matrimonio, per due notti, il duca aveva rifiutato il letto nuziale ed il terzo giorno Matilde si presentò nuda su una tavola preparata ad hoc su alcuni cavalletti dicendogli tutto è davanti a te e non v'è luogo dove si possa celare maleficio. Ma il Duca rimase interdetto; Matilde, indignata, lo assalì a suon di ceffoni e sputandogli addosso lo cacciò con queste parole: Vattene di qua, mostro, non inquinare il regno nostro, più vile sei di un verme, più vile di un'alga marcia, se domani ti mostrerai, d'una mala morte morirai.... Il Duca fuggì; per questo fu soprannominato Guelfo l'impotente. Matilde e il giovane marito si separarono dopo pochissimi giorni; ovviamente i due non ebbero mai figli. Successivamente Matilde sobillò i due figli dell'imperatore, Corrado di Lorena ed Enrico e ne appoggiò le rivolte contro il padre; si appoggiò inoltre alla potente casata comitale dei Guidi in Toscana, per ostacolare un'altra dinastia, gli Alberti, fedeli all'impero. Dopo numerose vittorie, tra le quali quella sui Sassoni, l'imperatore Enrico si preparava nel 1.090 alla sua terza discesa in terra italica, per infliggere una sconfitta definitiva alla Chiesa. L'itinerario fu quello solito, il Brennero e Verona, confine coi possedimenti di Matilde che iniziavano dalle porte della città. La battaglia si accentrò presso Mantova. Matilde si assicurò la fedeltà degli abitanti esentandoli da alcune tasse come il teloneo ed il ripatico e con la promessa di essere integrati nello status di Cittadini Longobardi col diritto di caccia, pesca e taglialegna su entrambe le rive del fiume Tartaro. La città resistette fino al tradimento del giovedì santo, nel quale i cittadini cambiarono fronte in cambio di alcuni ulteriori diritti concessi loro dall'assediante Enrico IV. Matilde si arroccò nel 1.092 sull'appennino reggiano attorno ai suoi castelli più inespugnabili. Sin da Adalberto Atto, il potere dei Canossa si era basato su una rete di castelli, rocche e borghi fortificati situati nella Val d'Enza, che costituivano un complesso sistema poligonale di difesa che aveva sempre resistito ad ogni attacco portato sull'Appennino. Dopo alterne e sanguinose battaglie, il potente esercito imperiale venne preso in una morsa. Nonostante l'esercito imperiale fosse temibilissimo, fu distrutto dalla vassalleria matildica dei piccoli feudatari ed assegnatari dei borghi fortificati, che mantennero intatta la fedeltà ai Canossa anche di fronte all'Impero. La conoscenza perfetta dei luoghi, la velocità delle informazioni e degli spostamenti, la presa delle posizioni strategiche in tutti i luoghi elevati della val d'Enza, avevano avuto la meglio sul potente imperatore. Pare che la stessa contessa avesse partecipato, con un manipolo di guerrieri scelti e fedeli, alla battaglia, galvanizzando gli alleati all'idea di combattere una guerra giusta. L'esercito imperiale fu preso a tenaglia nella vallata, ma la sconfitta totale fu più di una guerra persa: Enrico IV si rese conto dell'impossibilità di penetrare quei luoghi asperrimi, ben diversi dalla Pianura Padana o dalla Sassonia: non si trovava più di fronte ai confini tracciati dai fiumi dell'Europa centrale, ma a scoscesi sentieri, calanchi, luoghi impervi protetti da rocche turrite, da casetorri che svettavano verso il cielo, dalle quali gli abitanti scaricavano dardi di ogni genere su chiunque si avvicinasse: lance, frecce, forse anche olio bollente, giavellotti, massi, picche infocate. Con queste armi chi si trovava più in alto aveva spesso la meglio. Dopo la vittoria di Matilde molte città come Milano, Cremona, Lodi e Piacenza si schierarono con la Contessa canossiana per sottrarsi al controllo imperiale. Nel 1.093 il figlio secondogenito dell'Imperatore, Corrado di Lorena, sostenuto dal papa, da Matilde e da una lega di città lombarde, veniva incoronato Re d'Italia. Matilde liberò e diede rifugio persino alla moglie dell'imperatore, Prassede, figlia del Re di Russia ed ex vedova del Marchese di Brandeburgo, che aveva denunciato al Concilio di Piacenza del 1.095 le inaudite porcherie sessuali che aveva preteso Enrico da lei e per le quali veniva relegata in una specie di prigionia-alcova a Verona. Si accese dunque una lotta all'interno stesso della famiglia imperiale, che indebolì sempre più Enrico IV, finché poi morì, ormai sconfitto, nel 1.106. Alla deposizione e morte di Corrado di Lorena nel 1.101, il figlio terzogenito del defunto imperatore Enrico IV e nuovo imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Enrico Vriprese a sua volta la lotta contro la Chiesa e l'Italia. Stavolta l'atteggiamento della Granduchessa nei confronti della casa imperiale dovette modificarsi e Matilde si conformò ai voleri dell'imperatore. Nel 1.111, sulla via del ritorno in Germania, Enrico V la incontrò al Castello di Bianello, vicino a Reggio Emilia. Matilde gli confermò i feudi da lei messi in dubbio quando era vivo suo padre, chiudendo così una vertenza che era durata oltre vent'anni. Enrico V conferì alla Granduchessa un nuovo titolo. Così il figlio del suo vecchio antagonista creò Matilde "Regina d'Italia" e "Vicaria Papale". Sembra che anche la fondazione della chiesa di S. Salvaro a Legnago (VR) sia dovuta a Matilde. Come donna di governo, Matilde dimostrò una grande sensibilità per i bisogni delle sue genti. Vista la grande povertà delle popolazioni appenniniche, la cui unica risorsa era la legna da ardere, Matilde introdusse, dal vicino oriente, il castagno, l'"albero del pane", dalle cui castagne si ottiene una farina ricca di proteine, e che innestato produce i marroni: grossi, gustosi e nutrienti. Fra l'altro, le piante di castagno si piantavano secondo quello che ancora si definisce "l'ordine matildeo", in una serie di cerchi inanellati, che permettevano alle piante di condividere la forza del cerchio. Da lì in poi, castagne, farina di castagne e marroni divennero la risorsa più comune delle popolazioni montane. Matilde morì di gotta nel 1.115. Venne prima sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po), poi, nel 1.633, per volere del papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant'Angelo. Nel 1.645 i suoi resti trovarono definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro a Roma, unica donna insieme alla regina Cristina di Svezia e alla polacca Maria Clementina Sobieski, consorte di Giacomo Francesco Edoardo Stuart. Sulla sua tomba, scolpita dal Bernini, è scolpito "Onore e Gloria d'Italia". Matilde non aveva lasciato eredi diretti; di conseguenza il suo immenso patrimonio andò disperso. Alcuni castelli rimasero in possesso di signori locali e Communi Militum, cioè cavalieri e mercenari; altri andarono ai discendenti di Prangarda, sorella di Tedaldo, il nonno di Matilde (come forse le famiglie che diedero vita alle dinastie parmensi dei Baratti e degli Attoni - o Iattoni - di Antesica e di Beduzzo, effettive castellanze matildiche). Per quanto riguarda i feudi appartenuti alla contessa, alcuni possedimenti vennero addirittura dimenticati in un vuoto di potere, altri semplicemente incamerati nei possedimenti papali. Dopo la sua morte, attorno a Matilde venne a crearsi un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio facendone una contessa semi-monaca dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell'XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede. Qualcuno sostiene che si sia trattato di un personaggio di forti passioni sia spirituali sia carnali. Ancora oggi nella popolazione di Carpi, si ricorda che Matilde veniva in carrozza per incontrare, intimamente, Pio, il signore di Carpi. Probabilmente Gregorio VII ed il monaco Anselmo, nipote di Anselmo da Baggio e padre spirituale di Matilde, condizionarono diverse sue scelte facendo leva sulla sua fede quasi incondizionata. Si narra che dopo la morte di Anselmo, Matilde, che soffriva di un eczema, per curarsi si coricasse senza vesti sul tavolo dove era stato lavato il monaco defunto. In realtà nel Medioevo il culto delle reliquie (e la certezza riguardante i loro poteri miracolosi) fu molto sentito. Si dice che Matilde conservasse tra le reliquie anche un anello vescovile, che utilizzava per calmare i frequenti attacchi di epilessia.

Nel 1.085 - Nella difesa comune contro i Normanni l'imperatore romano d'oriente Alessio I Comneno accorda larghissimi privilegi al commercio veneziano e in cambio, i veneziani salvano dai Normanni il caposaldo bizantino di Durazzo.

Dal 1.088 - Si  fondano le prime Università: a Bologna nel 1.088, a Parigi nel 1.150, a Salerno nel 1.173. Già a Bologna si era inaugurato lo “Studium”, dove si praticava un insegnamento libero e indipendente dalle scuole ecclesiastiche.
Logo dell'università di Bologna.
Intorno alla fine del secolo XI infatti a Bologna maestri di grammatica, di retorica e di logica iniziano a studiare il diritto e la prima figura di studioso su cui ci sono notizie certe è quella di Irnerius, fondatore di un diritto europeo scritto, sistematico, comprensibile e razionale, sulla base del “Corpus Iuris Civilis “ di Giustiniano (da "Le crociate" di Franco Cardini), la cui notorietà superò presto i confini di Bologna. Considerata la più antica università propriamente detta del mondo occidentale, lo Studium nacque come libera e  laica  organizzazione fra studenti e docenti. Gli studenti, per compensare i docenti, iniziarono a raccogliere denaro (collectio), che nei primi tempi venne dato come offerta perché la scienza, dono di Dio, non poteva essere venduta, poi a poco a poco la donazione si trasformò in salario vero e proprio. In ogni caso non sempre gli studenti partecipavano alla collectio, e il Comune doveva intervenire per assicurare la continuità degli studi.

L'Impero Romano d'Oriente (Bizantino) nel 1095, da: 
Nel 1.091 - La battaglia di Levounion fu la prima vittoria decisiva per i Bizantini all'inizio della rinascita dell'Impero bizantino sotto i Comneni. Fu combattuta il 29 aprile, 1091, quando un grande esercito invasore di Peceneghi (turchi Oghuz) è sconfitto pesantemente dalle forze dell'esercito bizantino sotto il comando dell'Imperatore Alessio I Comneno e dai Cumani (ramo occidentale dei turchi Kipchaki), alleati dei bizantini.

Nel 1.092 - Dopo la morte di Malik Shah, si apre nell'impero selgiuchide (turchi Oghuz) un'aspra lotta di successione tra i suoi figli destinata a durare un decennio. Nel 1095 poi, morì anche Tutush, sultano di Damasco, il cui regno venne spartito tra i figli Duqaq, signore di Damasco, e Riḍwān, signore di Aleppo, che però faticavano a mantenere il controllo sui signori locali, mentre i Fatimidi riprendevano l'offensiva in Palestina, Tripoli si rendeva indipendente e l'atabeg di Mosul minacciava la stessa Aleppo.
L'impero selgiuchide nel 1092, da: https://it.wikipedia.org/
I resti del breve sultanato di Siria vennero travolti in pochi anni dalle nuove dinastie emergenti degli Artuqidi e dei Buridi, in parte vassalle dei Selgiuchidi di Persia, in parte degli Abbasidi di Baghdad che, col declinare della potenza turca, cercavano di sottrarsi alla tutela dei Grandi Selgiuchidi.
Altra minaccia alla stabilità dell'impero era rappresentata poi dalla setta degli Ismailiti Nizariti che, dopo essere stati al centro di numerose campagne militari di repressione durante il regno di Malik Shah, avviarono, sotto la guida di Ḥasan-i Ṣabbāḥ una campagna di esecuzioni terroristiche, mirate a colpire capi politici e militari selgiuchidi che essi ferocemente avversavano, anche perché sunniti. Ciò servì a renderli famosi come la Setta degli Assassini. Una delle prime vittime della setta era stato proprio il vizir di Malik Shah, Nizam al-Mulk, trucidato nel 1092.

Nel 1.093 - Normanni in Galles. I Normanni, sotto Robert Fitzhamon, signore di Gloucester, occuparono il Glamorgan (ca 1.093). Nel 1.167, Dermot, re del Leinster, cacciato dall'isola, fu rimesso sul trono dai Normanni del Galles comandati da Riccardo di Clare, conte di Pembroke.

- Nel 1.093 Alfonso VI concede la contea del Portogallo a Enrico di Borgogna, promesso sposo di Teresa, figlia naturale di Alfonso VI.

Nel 1.095 - Al concilio di Clermont, papa Urbano II indice la Crociata per liberare la Terrasanta dagli infedeli. Non si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1.063, nell'ambito dei conflitti definiti come la Reconquista. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia era caduta nel 1.085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. Il fatto decisivo che aveva portato a tale scisma era stato la disputa sul "filioque", come atto finale di un lungo braccio di ferro fra i due vescovi che si contendevano il primato. L'espressione latina filioque significa "e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere in uso nelle chiese di rito latino, in aggiunta al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1.095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli. Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei poveri: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'eremita. Data l'impreparazione militare di questi volontari, essi, giunti in Anatolia si gettarono a corpo morto in battaglia sui turchi selgiuchidi presso Nicea e vennero sterminati. Poi seguirono spedizioni (come la Crociata dei Tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza. Nell'episodio della Prima Crociata noto come "Crociata dei Nobili o dei Baroni" (anche se nessun Barone vi partecipò), i territori in medio oriente che furono conquistati dai cristiani divennero stati "latini", governati dai cattolici.

Carta dell'Europa con le aree indicanti la fede religiosa e i percorsi
delle Crociate dal XI al XIII secolo: le linee in arancio indicano i
percorsi della Prima crociata 1096-1099 e in arancio i domini
cristiani conquistati. Inoltre sono indicati i campi di
raduno dei Crociati. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 1.095, nell'ambito della Prima Crociata si verifica quindi l'episodio della Crociata dei Poveri. È probabile che papa Urbano pensasse solo a una spedizione attuata dai signori feudali dell'Europa meridionale e continentale ma l'entusiasmo suscitato nell'opinione pubblica fu tale che a muoversi per prime furono proprio le componenti di pauperes (poveri), raccoltesi in modo spontaneo e informale intorno ad alcuni predicatori (come Pietro l'Eremita) e ad alcuni cavalieri (come Gualtieri Senza Averi). Essi vedevano nella spedizione un ritorno alla Casa del Padre, alla Gerusalemme celeste. 80.000 poveri pellegrini guidati da Pietro l'Eremita, armati sommariamente e privi di disciplina militare, partirono tumultuosamente verso l'Oriente macchiandosi lungo la strada di delitti comuni e di stragi dirette, soprattutto contro le comunità ebraiche insediate lungo il Reno e il Danubio. Il 21 ottobre 1096, stanchi di attendere la crociata dei nobili o baroni, i seguaci di Pietro si diressero di nuovo alla volta di Nicea, ma vennero sterminati non appena usciti dal campo di Civitot. Gualtieri-Senza-Averi, il conte di Hugues di Tubingue e Gautiero di Teck persero la vita in questo scontro. Su 25.000 uomini, solo 3.000 riuscirono a riguadagnare Costantinopoli. Si amalgamarono a quel punto con le forze condotte dai baroni, dando vita ai terribili Tafur. Con il termine Tafur, ai tempi della Prima Crociata, Turchi e Crociati indicarono bande di straccioni, probabilmente superstiti della crociata dei poveri riorganizzatisi in gruppi armati, temuti da nemici e amici per la loro ferocia e barbarie.



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venerdì 25 gennaio 2019

Storia dell'Europa n.49: dal 1.034 al 1.075 e.v. (d.C.)

Umberto Biancamano di Savoia.
Gli stemmi dei Savoia.
Nel 1.034 - Nasce la Contea di Savoia, sorta con Umberto Biancamano (Maurienne, dal 970 al 980 - Hermillon, 1.047 o 1.048) o "dalle Bianche Mani", in francese Humbert aux Blanches Mains, considerato il capostipite della dinastia sabauda, il primo personaggio storico definito “Conte“ in un documento del 1.003 dal vescovo Oddone di Belley. Probabilmente nel 1.003 governava, per conto del re di Burgundia o Borgogna, Rodolfo III, ventidue castelli nel Viennese (Viennois in francese, zona della città di Vienne, poco a sud-est di Lione, in Francia) costituenti la contea di Sermorens.
Con la morte di Rodolfo III, avvenuta nel 1.032, Umberto I si schierò contro il pretendente al trono burgundo Oddone di Champagne, conte di Blois e accompagnò la vedova di Rodolfo III, Ermengarda, presso l'imperatore germanico del Sacro Romano Impero e re di Germania Corrado II il Salico, per essere riconosciuto re di Borgogna.
Nel 1.034 comandò le truppe inviate a Corrado dal marchese Bonifacio di Canossa e dall'arcivescovo Ariberto di Milano, contribuendo alla disfatta definitiva di Oddone di Champagne ottenendo dall'imperatore non il regno di Borgogna ma altre terre, oltre al permesso di utilizzare l'aquila imperiale tedesca nel proprio stemma.
La contea di Savoia dal 1034 al XIII secolo con
indicati i valichi alpini controllati dai Savoia:
Gran San Bernardo, Piccolo San Bernardo,
Moncenisio e Monginevro. Sono inoltre
rappresentati i valichi di Sempione e Tenda.
Corrado II, per l'aiuto ricevuto, ricompensó il Biancamano con una serie di diritti sul Viennese (Viennois in francese), sul Chiablese (o Sciablese o, in francese Chablais, zona montana francese e svizzera: la città principale e capitale storica del chiablese è Thonon-les-Bains, sulla riva meridionale del lago Lemano), su territori che si trovavano sul Rodano, a sud di Ginevra, che da allora presero il nome di Savoia vera e propriadi cui Chambéry divenne la capitale, oltre alla valle Moriana (Maurienne in francese, la valle del fiume Arc) e il comprensorio di Aosta. La Savoia, nel suo insieme di territori, si snoda lungo la valle dell'Arc, da Montmelian, sopra Chambéry, sino al Moncenisio, tra le rive del lago del Bourget (dove fu creato il mausoleo di famiglia nell'Abbazia di Altacomba), il lago Lemano e il corso del Rodano. Il nucleo principale della Contea si estendeva nell'area intorno a Chambéry, città che adempì al ruolo di capitale, anche se Umberto si installò nel castello di Charbonnières, costruito verso la metà del IX secolo e che dominava la città di Aiguebelle, nella Maurienne, che dunque fu la prima capitale della contea. Per effetto di tali concessioni Umberto Biancamano poté esercitare da quel momento un pieno controllo sui valichi alpini che nel Medioevo collegavano il nord con il sud dell’Europa, in particolare i passi del Moncenisio e del Piccolo San Bernardo, ma anche su Gran San Bernardo e Monginevro .
Carta con l'ubicazione dei
passi del Moncenisio e del
Piccolo San Bernardo.
Ambendo a nuovi territori, fu creato nel 1046 un legame con il Piemonte tramite il matrimonio di suo figlio Oddone (1.010-1.060) e Adelaide, figlia del Marchese di Torino: l’unione apportava così i territori delle aree montane del Piemonte occidentale, specie la Valle di Susa e la Val Chisone, attorno alla città di Pinerolo oltre al marchesato di Torino, tutti in Italia. Fu questa una tappa fondamentale per l'ingresso di questo casato in Italia che li avrebbero visti crescere e diventare duchi di Savoia, poi principi di Piemontere di Sardegna ed infine re d'Italia.
Mercanti e pellegrini che volevano valicare le Alpi per entrare nella pianura padana potevano farlo solo con il consenso dei Savoia. Controllare quei valichi significava controllare i traffici e si potevano accumulare ricchezze imponendo pedaggi per il transito, gestendo locande e offrendo servizi ai viaggiatori. Ciò comportò enormi vantaggi a favore di un territorio privo di frutti e di risorse economiche. Ma la possibilità di bloccare quei valichi con sbarramenti militari, e quindi favorire il passaggio solo a eserciti disposti a concedere favori e possessi feudali, costituì la vera forza dei Savoia che seppero fondare un originale «stato di passo» e giocare con spregiudicatezza tutte le opportunità diplomatiche che questo possesso garantiva. Ad Oddone I succedettero in via del tutto nominale Amedeo II (1.048-1.078) e Pietro I (1.048-1.080), dato che la gestione della contea restò nelle mani abili della madre Adelaide fino alla sua morte. Succedettero Umberto II (1.070-1.103) ed Amedeo (1.095-1.148), che edificò l'abbazia di Altacomba e morì di peste nel ritorno dalla crociata. Gli succedette il figlio Umberto III (1.136-1.189), proclamato beato e poi Tommaso I (1.177-1.233) che, nominato vicario imperiale da Federico II (1.225), ristabilì i domini della casata in Piemonte e ampliò i possessi d'oltralpe. Alla morte di Tommaso I i membri della famiglia, antagonisti da tempo, si divisero i possedimenti: Amedeo IV (1.197-1.253) mantenne il dominio diretto sui beni con il titolo di conte di Savoia, il fratello Tommaso ricevette le terre di Piemonte da Avigliana in giù e assunse il titolo di signore di Piemonte. Ad Amedeo IV succedettero gli zii Pietro II prima e Filippo I poi. Alla morte di Filippo I (1.285), la contea di Savoia fu scossa dai conflitti che sorsero fra i pretendenti alla successione e durarono per un decennio: prevaleva ancora il concetto che l’eredità dovesse passare al rappresentante più forte della famiglia, senza il principio della primogenitura o della successione diretta del defunto. Ci fu così una spartizione del potere fra tre pretendenti: il titolo comitale e la maggior parte dei domini andarono ad Amedeo V (1.249-1.323, nipote del defunto, che ottenne il controllo delle vie commerciali attraverso le Alpi; a suo fratello più giovane, Luigi I di Savoia-Vaud, andarono la regione nord-orientale organizzata nella Baronia del Vaud ed il paese di Bugey, così egli iniziò la dinastia cadetta dei Savoia-Vaud; infine a Filippo I di Savoia-Acaia (figlio di Tommaso III, fratello di Amedeo IV) andarono assegnate un terzo delle terre piemontesi (da lui poi si originerà l'altra casa cadetta dei Savoia-Acaia). Ad Amedeo V succedettero i due figli maschi: Edoardo (1.284-1.329) ed Aimone (1291-1.343) che lasciò il trono al figlio Amedeo VI (1.334-1.383), detto il "Conte Verde", che acquisì i territori di Biella, Cuneo, Santhià e riassorbì nei domini comitali la Baronia del Vaud; il figlio Amedeo VII (1.360-1.391), detto il "Conte Rosso", estese la contea di Savoia acquistando quella di Nizza (a patto di non fornire mai, né alla Provenza né alla Francia) e suo figlio, Amedeo VIII (1.383-1451), diciannovesimo conte di Savoia, fu designato duca dall’imperatore Sigismondo nel 1.416. Dal 1.416 diventerà ducato di Savoia.

Circoscrizioni (thémata in greco) in cui era diviso l'impero
romano d'oriente (chiamato bizantino in occidente) nel
1.045. Nominalmente appartenevano a Costantinopoli
anche i possedimenti di Venezia, la Croazia e la Dioclea.
Nel 1.048 - In dicembre, Leone IX, nato Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg (Eguisheim 1.002 - Roma 1.054), è nominato 152º papa della Chiesa romana. Alla morte di papa Damaso II, Brunone venne scelto come suo successore da un'assemblea tenuta a Worms (come previsto dal "Privilegio Ottoniano" del 962, non era un conclave ecclesiastico a nominare il papa). Sia l'imperatore che i delegati romani vi concorsero, ma Brunone richiese, come condizione per la sua accettazione, di poter andare a Roma per essere eletto canonicamente per voce del clero e del popolo. Partendo poco dopo Natale, si incontrò con l'abate Ugo di Cluny a Besançon, dove venne raggiunto dal giovane monaco Ildebrando, già assistente di papa Gregorio VI e futuro papa Gregorio VII. Arrivando a Roma in abiti da pellegrino nel febbraio seguente, venne accolto con molta cordialità e alla sua consacrazione assunse il nome di Leone IX. Fu il quarto papa tedesco della Chiesa cattolica. Uno dei suoi primi atti pubblici fu quello di tenere il noto Sinodo di Pasqua del 1049, nel quale fu confermato il celibato del clero per chiunque fosse almeno suddiacono e nel quale riuscì a rendere chiare le sue convinzioni contro ogni tipo di simonia. Il resto dell'anno fu occupato da uno di quei viaggi attraverso l'Italia, la Germania e la Francia che sarebbero diventati una caratteristica del suo pontificato. In uno di questi viaggi si fermò all'Abbazia di Reichenau instaurando rapporti di stima con Ermanno il contratto. Dopo aver presieduto un sinodo a Pavia, si unì al Sacro romano imperatore Enrico III in Sassonia, e lo accompagnò a Colonia e ad Aquisgrana. A Reims indisse un incontro dell'alto clero, tramite il quale vennero fatti passare diversi e importanti decreti di riforma, iniziando il percorso che porterà all'annullamento del “Privilegio Ottoniano”. Tenne un concilio anche a Magonza, al quale presero parte rappresentanti del clero italiano e francese così come di quello tedesco, ed ambasciatori dell'imperatore bizantino; anche qui simonia e matrimonio del clero furono le questioni principali. Dopo il suo ritorno a Roma, tenne un nuovo Sinodo di Pasqua (il 29 aprile 1050), che venne occupato principalmente dalla controversia sugli insegnamenti di Berengario di Tours e convocò un concilio a Roma nel 1051 in cui decretò che le donne che si fossero prostituite con degli ecclesiastici entro le mura di Roma dovessero diventare eternamente schiave al servizio del palazzo Lateranense.
La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma del 1.054 che si consumò tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli

Nel 1.050 - Si diffonde l'uso dell'aratura con vomere ricurvo frangizolle.

- Nelle cronache armene di Matteo di Edessa i Peceneghi sono menzionati diverse volte.
Khanato Pecenego nel 1015, da: https://it.wikipedia.org/wi
La prima volta nel capitolo 75, dove egli afferma che nell'anno 499 secondo il calendario armeno (1050 - 51 secondo il calendario Gregoriano) la nazione dei Badzinag (i Peceneghi) compì delle terribili razzie nel territorio di Roma. La seconda citazione si trova nel capitolo 103 sulla battaglia di Manzikert (presso l'attuale città turca di Malazgirt: i turchi la conoscono proprio col nome di "Battaglia di Malazgirt"). In esso si narra che gli alleati di Roma (inteso come Impero Romano d'oriente, ovvero Bizantino), i Padzunak  (i Peceneghi) e gli Uz (ovvero due rami dei turchi di Oghuz) cambiarono fronte al culmine della battaglia e si scagliarono contro Roma, (fianco a fianco con i Turchi Selgiuchidi, anche loro un ramo dei turchi di Oghuz).
Nel capitolo 132 si parla di una guerra tra Bizantini ed i Padzinag (i Peceneghi) dopo la sconfitta dell'esercito di Roma, e di un fallito assedio di Costantinopoli da parte dei Padzinag.
Nello stesso capitolo i Patzinag vengono descritti come "un esercito di soli arcieri". Nel capitolo 299, il principe armeno Vasil, che si trovava nell'esercito di Roma, inviò un plotone di Padzinag in aiuto dei cristiani.

Nell' XI secolo - I Selgiuchidi, dopo essersi convertiti all'Islamconquistano la Persia fondandovi l'Impero selgiuchide.

Nel 1.054 - Scisma d'Oriente: la chiesa cristiana si scinde in "cattolica" a Roma e "ortodossa" a Costantinopoli. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa di Roma e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'anno 381, sotto papa Damaso I (che nel Concilio di Roma del 382 sancì il primato di Roma in qualità di sede apostolica) era stato accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma aveva celebrato un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale questo dogma era stato modificato e si era stabilito che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non era stata accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvedeva in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, mettendo sullo stesso piano il Padre e il Figlio. Era iniziata, così, una disputa dottrinale all'interno del mondo cristiano destinata a durare per molti secoli. Nel tempo, sorsero diverse interpretazioni sul “filioque” deciso da Roma, volte ad aumentarne l'autorevolezza. Alla metà del secolo XI, mentre a Roma regnava Leone IX, a Costantinopoli era stato nominato Patriarca Michele Cerulario. Va ricordato che, mentre il Papa di Roma veniva eletto con il concorso di tante componenti (anche laiche, ma con la preminenza di quelle ecclesiastiche), il Patriarca di Costantinopoli veniva nominato direttamente dall'imperatore a cui doveva rendere conto, la qual cosa poneva il capo della Chiesa d'Oriente in subordine rispetto all'imperatore, così come era stato l'intento di Costantino I, l'architetto della chiesa cristiana. Michele Cerulario, sulla scorta della mai accolta variazione del dogma sullo Spirito Santo, cominciò a contestare tutte le innovazioni che Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa. Per contrastare la Chiesa di Roma in ogni modo, Michele cominciò prima a contestare il celibato ecclesiastico, poi la tonsura della barba, quindi la celebrazione dell'eucarestia con pane azzimo. Leone IX inviò, allora, a Costantinopoli alcuni legati con l'incarico di convincere i cristiani d'oriente a rimuovere le contestazioni e ad accettare le nuove direttive che egli, in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, riteneva suo diritto impartire a tutti i cristiani, pena la scomunica del Patriarca contenuta in una bolla già in possesso dei legati. Michele Cerulario rifiutò l'invito del Papa e subì la scomunica, a seguito della quale emanòa sua voltauna scomunica verso i cristiani d'occidente. Nel frattempo, Leone IX morì. Queste scomuniche incrociate determinarono, dopo la sua morte, lo scisma tra le due Chiese, tuttora in essere. Da allora in poi, la Chiesa cristiana di Roma si definì "cattolica", cioè universale; quella di Costantinopoli si definì "ortodossa", cioè fedele al dogma del concilio di Nicea del 325.

- Dal 1054 si verifica un  lento declino della Rus' di Kiev, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Sichelgaita o Sikelgaita
di Salerno.
Nel 1.058 - Per rinforzare l'alleanza politica fra Normanni e Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno Roberto il Guiscardo d'Altavilla e la potente principessa longobarda Sichelgaita di Salerno (1.036 - 16 aprile 1.090), figlia di Guaimario IV, principe di Salerno. Sichelgaita sposò Roberto il Guiscardo nel 1.058, dopo il divorzio di quest'ultimo dalla prima moglie Alberada, attribuito a sospetti di consanguineità. Probabilmente l’ambizioso Roberto sposò Sikelgaita per impadronirsi dell’eredità di Guaimar (Guaimario) IV di Salerno. Il fratello di Sichelgaita, il principe Gisulfo II, manifestò un ostinato rifiuto a quelle nozze, che furono comunque celebrate; Sichelgaita cercò di evitare scontri tra il fratello e il marito, ma Gisulfo alla fine venne punito per la politica aggressiva che aveva seguito contro i Normanni e venne privato di tutte le proprie terre. Sua sorella Gaitelgrima aveva invece già sposato Drogone d'Altavilla, fratellastro di Roberto. Donna di grande cultura e fermo carattere, Sichelgaita seppe affermare la propria personalità a corte ed esercitare una notevole influenza sull'energico marito, che accompagnò spesso nei suoi viaggi di conquista. La principessa, nell’estate del 1.059, riservò al pontefice Niccolò II un'accoglienza maestosa nella sua capitale di Menfi in occasione del Primo Concilio di Melfi: organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. L’alleanza tra la Chiesa ed i Normanni avvenne così tramite l’abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III, mentre le trame degli accordi vennero tessute da Godano, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. Niccolò II tolse la scomunica allo stesso Guiscardo, lo ricevette come suo fidelem, e lo benedisse insieme alla consorte Sichelgaita. Salerno era uno dei ducati che i longobardi avevano mantenuto nel meridione d’Italia, mentre le loro terre settentrionali erano state conquistate dai Franchi e confluite nell’impero carolingio. Sichelgaita visse in un’epoca di transizionesi erano affermvano nella sua terra i Normanni, che da avventurieri e predoni diventavano i sovrani dei feudi, e volevano altro ancora. Roberto il Guiscardo aveva iniziato quella ascesa che avrebbe portato il suo popolo a spazzare via dal meridione Bizantini, Arabi e Longobardi per iniziare un regno che infine, a causa di politiche dinastiche, sarebbe stato ereditato da Federico II degli Hohenstaufen, un sovrano che avrebbe posto nel Mezzogiorno italico la base per il suo sogno di riconquista imperiale dell’Italia. Inizialmente Sikelgaita cercò di trattenere Roberto dall’attaccare i Bizantini, ma poi lo seguì, non riuscendo ad influenzarlo, e condivise con lui il comando dell’esercito. Si giunse alla battaglia di Durazzo (1.081) dove i Bizantini contrattaccarono l’armata normanna che assediava la città dopo aver distrutto la flotta imperiale con l’aiuto dei Veneziani, loro alleati. Un’ala dell’esercito normanno era in rotta quando Sikelgaita (che partecipava alla battaglia con l'armatura) riuscì a recuperarla con un richiamo paradossalmente funzionante: “Fermatevi! Siate uomini!” e la battaglia fu vinta dai Normanni, che però non riuscirono a sfruttarla in modo duraturo. Anna Comnena, principessa figlia dell'imperatore e storiografa dell’impero bizantino, altra donna notevole in campo culturale, in questa occasione paragonò Sikelgaita ad Atena, dea della guerra; forse avrebbe dovuto anche apprezzarne, se li avesse conosciuti, i tentativi di frenare gli eccessi aggressivi del marito. Va detto che a Durazzo Sikelgaita aveva già 45 anni e generato parecchi figli (quattro anni dopo però era di nuovo in guerra a Cefalonia, con Roberto, sempre contro i Bizantini: fu qui che Roberto morì). Divenne anche un’esperta di botanica, e ciò le valse l’accusa di aver cercato di avvelenare Boemondo, il figlio di primo letto di Roberto; comunque sia, la vittima non morì e Sikelgaita riuscì a mediare un accordo per cui parte dell’eredità andò al proprio figlio Ruggiero Borsa, che però non ereditò lo spirito dei bellicosi e capaci genitori. Sikelgaita, che visse solo 54 anni, fu quindi allo stesso tempo abile politica, donna guerriera e riuscì anche a essere annoverata fra le streghe (ovvero fra le donne crudeli e intriganti) per il supposto tentativo di eliminare lo scomodo Boemondo e la difesa ad oltranza di proprio figlio.
Boemondo I d'Altavilla.
Boemondo I d'Altavilla, o Boemondo I d'Antiochia o Boemondo di Taranto (1.058 ? - Canosa di Puglia ?, 7 marzo 1.111), Principe di Taranto, era il figlio primogenito di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, nato dal matrimonio di quest'ultimo con Alberada di Buonalbergo, che fu più tardi ripudiata. Boemondo fu uno dei comandanti della Prima Crociata, nel corso della quale si insignorì del Principato di Antiochia. Nel 1.106 sposò Costanza, figlia del re di Francia, Filippo I. Fu battezzato col nome di Marco, ma diventò noto come Boemondo a causa di una leggendaria creatura biblica che portava tale nome, il Behemoth, mitico animale che si distingue dagli altri per potenza e forza. La figlia dell'Imperatore romano d'Oriente, Anna Comnena, ha lasciato un bel ritratto di Boemondo nella sua “Alessiade”; lo incontrò per la prima volta nel 1.097, quando lei aveva 14 anni e ne restò affascinata. Anna non ha lasciato alcun ritratto similare di qualsivoglia altro principe crociato.

Nel 1.059 - Abolizione del "Privilegio Ottoniano", stipulato fra chiesa ed impero nel 962 e riconfermato nel 1.020. Già il papa tedesco Leone IX aveva iniziato una riforma della Chiesa e si era opposto al "Privilegium Ottonianum", che ne limitava l'autonomia, ma fu Niccolò II, nel Concilio lateranense del 1.059 che abolì l'atto: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del "Privilegio Ottoniano" generò un duro scontro fra la Chiesa e l'impero fra il 1.076 e il 1.122: la lotta per le investiture (per chi poteva eleggere vescovi e papi).

Antica stampa di Melfi,
oggi in provincia di Potenza.
Si svolge il primo Concilio di Melfi. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1.058, Roberto il Guiscardo ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l'alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Questo evento aprì alla casa d'Altavilla le porte dell'aristocrazia, mentre si realizzava l'unione dei Normanni con i Longobardi. Nello stesso periodo maturò anche l'alleanza fra il nuovo capo normanno e lo Stato pontificio: il Papato, infatti, venuto ai ferri corti con l'imperatore, presagiva un'imminente rottura (quella che sarà la Lotta per le investiture) e si risolse a riconoscere le conquiste normanne nel Meridione d'Italia, assicurandosene così la fedeltà. Il rovesciamento dei precedenti assetti ebbe la sua clamorosa celebrazione con gli accordi di Melfi, che si articolarono su tre diversi momenti: il 24 giugno 1.059 venne stipulato il Trattato di Melfi, dal 3 al 25 agosto 1.059 venne celebrato il Concilio di Melfi I ed infine il 23 agosto 1.059 venne sottoscritto il Concordato di Melfi. In vista della organizzazione degli accordi e del primo concilio di Melfi, Niccolò II nel giugno del 1.059 si recò a Melfi, nella capitale della Contea di Puglia, e si trattenne nella rocca fortificata per oltre due mesi dell'estate, per definire con i capi delle casate Altavilla e Drengot Quarrel un trattato e un concordato e per indire il concilio stesso. L'alleanza tra la Chiesa e i normanni avvenne tramite l'abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III. Le trame dell'accordo furono tessute da Godano o Gelaldo, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. La principessa Sichelgaita di Salerno riservò al pontefice un'accoglienza maestosa, organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. Mentre il “thema” di Basilicata scomparve, Baldovino, vescovo di Melfi, ospitò il pontefice, che era accompagnato da Ildebrando di Soana, dal cardinale Umberto di Silvacandida e dall'abate Desiderio di Montecassino.
Carta con i "Thémata" dell'Italia
meridionale nel 1.000
con indicata Melfi.
Il termine thema (al plurale thémata) designa le circoscrizioni territoriali in cui era suddiviso l'impero romano d'oriente, create nel VII secolo dall'imperatore bizantino Eraclio I, al fine di rinnovare l'assetto amministrativo e territoriale di tutto l'impero. Il primo concilio (o sinodo) di Melfi, promulgato da papa Niccolò II, riunì tutti i vescovi latini del Mezzogiorno e vi parteciparono un centinaio tra cardinali, abati, religiosi e nobili. Papa Niccolò II nominò Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria. Roberto, dunque, fu elevato da conte a duca di buona parte del Mezzogiorno e gli fu attribuita anche la signoria della Sicilia, che però non ancora stata sottratta al dominio arabo. La formula fu: per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste. Dell'altro principe, Riccardo I  Drengot di Aversa, egualmente nominato nella stessa assise, non resterà traccia per i posteri. Nell'iconografia resta in evidenza la casata Altavilla e viene oscurata la rivale casata Drengot, che (alla fine) soccomberà al rivale lignaggio. Il concilio di Melfi I è il primo sinodo che si tiene dopo lo scisma, in un periodo di rapporti tesi fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente. Riafferma l'osservanza del celibato in un'area in cui i preti usano prendere moglie, sancisce il divieto di assistere ai riti celebrati dai sacerdoti concubinari e depone i vescovi simoniaci. Il sinodo discute della elezione dei futuri pontefici e conferma le norme approvate nell'aprile del 1.059 dal concilio Lateranense. L'assise rivendica i diritti del Papato sulle provincie ecclesiastiche di rito bizantino nel sud Italia e avvia una lotta per far scomparire la gerarchia bizantina e per sottomettere la Chiesa al primato petrino.

Carta delle espansioni normanne
e Svevo-normanne
nell'Italia meridionale e isole.
Nel 1.061 - I Normanni invadono la Sicilia. Nel 1.061 Ruggero Bosso d'Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, alla testa di un folto gruppo di cavalieri sbarcò a Messina e invase l'isola (allora sotto il dominio saraceno), riuscendo nel 1.072 ad arrivare a Palermo, che venne poi eletta capitale. Mentre Boemondo I di Taranto o d'Antiochia, figlio della prima moglie di Roberto il Guiscardo, diventava verso la fine del 1.088 sovrano incontrastato del Principato di Taranto, Ruggero I formava il Regno di Sicilia. Gli succedette il figlio Ruggiero II, nominato re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella cattedrale di Palermo durante la notte di Natale del 1.130.
Palermo, la Cattedrale, collegata col
Palazzo Reale dei Normanni.
Questi estese il dominio normanno in Italiameridionale con la conquista del Ducato di Napoli nel 1.137, inoltre con le Assise di Ariano (1.140), conferì al suo Regno un'organizzazione feudale rigidamente gerarchica e strettamente legata alla persona del sovrano, con una struttura statale all'avanguardia ed efficiente per l'Europa medievale.
Palermo, Palazzo Reale dei Normanni.
Il Regno di Sicilia, nato nel 1.130 e comprendente parte dell'Italia meridionale, sopravvisse per ben sette secoli, fino al 1.860, quando, come Regno delle Due Sicilie, venne annesso al Regno di Sardegna. Ruggero II Altavilla creò anche il "Regno normanno d'Africa", che voleva unire al suo "Regno di Sicilia"; dal 1.135 infatti i normanni avevano occupato progressivamente tutta la costa tunisina e tripolitana. La morte nel 1.154 lo bloccò ed i suoi possedimenti in Africa furono riconquistati dagli Arabi nel 1160. Seguirono i regni di Guglielmo I (1.154 - 1.166) e di Guglielmo II (1.166 - 1.189).
Palermo, Cappella Palatina, al 1°
piano del Palazzo dei Normanni.
Quando Guglielmo il Buono morì (1.189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte, Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza d'Altavilla come erede e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà. Una parte della corte, sperando anche nell'appoggio papale, simpatizzava invece per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, figlio di Ruggiero III di Puglia, l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Nel novembre 1.189, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI Hohenstaufen di Svevia, che alla partenza del padre Federico Barbarossa per la terza crociata aveva assunto la reggenza del Sacro Romano Impero, in virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia, si accinse a conquistare il regno; l'impresa gli riuscì nel luglio del 1.194 dopo la morte di Tancredi. Palermo fu conquistata agli inizi di dicembre e il 25 dicembre 1.194 Enrico VI s'incoronò re di Sicilia e annetté il regno all'impero. Il giorno seguente Costanza, in procinto di giungere in Sicilia dalla Germania, diede alla luce, a Jesi, Federico II. A questo punto la corona passerà poi a Federico II, di padre tedesco, imperiale svevo e madre normanna.

Nel 1.064 - Il re di Castiglia e León, Ferdinando Irioccupa la contea di Coimbra riportando il confine con al-Andalus sino al fiume Mondego; poco dopo la contea di Coimbra viene reintegrata nel contado Portucalense.

Nel 1.065 - Prime edizioni di "La Chanson de Roland".  

Nel 1.066 - Dopo la battaglia di Hastings, Guglielmo il Conquistatore e i suoi nor­manni si impadroniscono dell'Inghil­terra.

Ubicazione di Orval.
Nel 1.070 - Da "Il Santo Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln: "Si sa che nel 1070, ventinove anni prima della conquista di Gerusalemme, un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria era arrivato nella Foresta delle Ardenne, parte dei domìni di Goffredo di Buglione.6 Secondo Gerard de Sède, i monaci erano capeggiati da un certo « Ursus », un nome che i « documenti del Priorato » associano spesso alla stirpe merovingia. Giunti nelle Ardenne, i monaci calabresi ottennero la protezione di Matilde di Toscana, duchessa di Lorena, zia e, in pratica, madre adottiva di Goffredo di Buglione. Da Matilde, i monaci ebbero in dono un appezzamento di terreno a Orval, non lontano da Stenay, dove cinquecento anni prima era stato assassinato Dagoberto II. Per alloggiarli, fu costruita un'abbazia. I monaci, però, non rimasero a Orval per molto tempo. Nel 1.108 erano misteriosamente scomparsi, e non si sa dove si fossero trasferiti. Secondo la tradizione, sarebbero ritornati in Calabria. Nel 1.131 Orval era già feudo di san Bernardo."

Nel 1.071 - normanni si consolidano nell'Italia meridionale espellendo i romani d'Oriente (i bizantini).

- L'ultimo conte del Portogallo della casa di Vímara Peres, Nuno Mendes, è sconfitto e ucciso dal re di Galizia, García I di Galizia che occupa i suoi territori ma l'anno dopo il Portogallo è annesso al regno di León, da Alfonso VI.

Nel 1.072 - Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cade conquistata dai normanni.

Nel 1.073 - La lotta tra papato e impero cominciata con papa Niccolò II in un concilio indetto nel palazzo del Laterano nell'aprile 1.059 in cui il pontefice condannò l'investitura laica dei vescovi ed escluse l'imperatore dalla partecipazione attiva all'elezione del pontefice, entra nel vivo con l'elezione a papa di Gregorio VII. La lotta delle investiture tra il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico ebbe per oggetto la concessione dell'investitura imperiale delle regalie (i diritti pertinenti al regno o pubblici) agli ecclesiastici. Tale "lotta" consisteva nella disputa tra Papato e Impero riguardo a chi dovesse dare il titolo di vescovo ad un membro della società ecclesiastica, la cosiddetta "investitura episcopale".
Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio, figli dell'imperatore Teodosio, avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla "episcopalis audientia" pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale.
Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l'imperatore Giustiniano, incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che estese la legislazione in vigore in Oriente ai territori dell'Occidente. Inoltre restituì ai vescovi prerogative già concesse loro da Costantino e cancellate da Giuliano. Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore. Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa. Teodorico il Grande, che governò l'Italia come funzionario dell'impero romano e come re con il titolo di "patricius" concessogli dall'imperatore, fu forse l'ultimo funzionario imperiale a contenere il potere dei vescovi. Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, che in quel periodo controllava alcune zone del Lazio, lo riconsegnò a papa Gregorio II. Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i papi cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad ovest della Grecia. Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. L'impero carolingio, però, fu diviso in tre territori (Italia, Germania e Francia); il potere statale perse autorità ed efficacia, soprattutto in Italia e Germania. Il fatto più grave però, fu il riconoscimento dell'ereditarietà dei feudi (Capitolare di Quierzy, 877), che privava l'imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l'autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma in seguito destinate a trasformarsi in liberi comuni. Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia. Il primo di loro, Ottone I, non volendo ricadere negli stessi errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici. Inizialmente Ottone assegnò loro i poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante. In seguito i poteri furono estesi al livello di contea, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti. In pratica la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

Potere spirituale e temporale nello
stemma papale con le chiavi della
cattedra di Pietro. Parma, chiesa
di San Pietro.
Nel 1.075 - Papa Gregorio VII, nell'ambito di un'ampia azione che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emette il famoso "Dictatus Papae". Con questo documento si dichiara che il pontefice è la massima autorità spirituale e in quanto tale, può deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica; viene così espressa una vera e propria teocrazia.
La lotta diventa aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che raduna 24 vescovi tedeschi e 2 vescovi italiani a lui fedeli, i quali depongono il pontefice, che a sua volta scomunica l'imperatore.
La Riforma gregoriana riguardava inoltre l'assetto degli ordini monastici che mutava profondamente, per cui si assistette al tramonto dell'ordine cluniacense a favore di quello cistercense.



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