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domenica 14 dicembre 2014

Grande Storia dell'Europa - 3° - Dal 90 al 1.096 e.v.

Claudio Tolomeo, da https://it.wiki
pedia.org/wiki/File:Claudio_Tolomeo
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Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. Claudio Tolomeo, in latino Claudius Ptolemaeus, nato a Pelusio, città dell'antico Egitto situata nella parte più orientale del delta del Nilo, intorno al 100 e morto ad Alessandria d'Egitto nel 175 circa, è stato un astronomo, astrologo e geografo greco di lingua e cultura ellenistica, che visse e lavorò ad Alessandria d'Egitto, allora nella Prefettura d'Egitto dell'Impero Romano. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima del 141. Probabilmente Tolomeo aveva a cuore l'ansia che aveva assillato Platone, preoccupato di non potere spiegare, col suo modello cosmologico, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le apparenti variazioni di velocità visibili nei moti planetari, dovute alle orbite ellittiche dei pianeti e al fatto che al centro del sistema c'è il Sole e non la Terra. L'incongruenza fra la linearità e la perfezione del sistema cosmologico platoniano e l'evidenza delle osservazioni dei moti planetari era tenuta nascosta alla massa e rivelata solo agli addetti, agli iniziati, che Platone esortava a scoprire le leggi della meccanica celeste che avrebbero potuto salvare la "perfezione" della sua spiegazione del cosmo. Tolomeo riuscì così ad elaborare alcune ipotesi sul movimento dei pianeti atte a giustificare i loro apparenti moti retrogradi e relative variazioni di velocità, anche se erano dovute al sistema solare eliocentrico mentre lui lo immaginava geocentrico. Considerato uno dei padri della geografia, Tolomeo fu autore di importanti opere scientifiche, la principale delle quali è il trattato astronomico noto come Almagesto, il cui titolo originale era Mathematikè sýntaxis, "Sintassi matematica". I primi commentatori greci ne modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica" e quando ne vennero in possesso gli Arabi, tradussero soltanto le prime parole del titolo, "La più grande", per cui divenne per loro "al-majisti", e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne "Almagesto". In questo lavoro, una delle opere scientifiche più influenti dell'antichità, Tolomeo raccolse la conoscenza astronomica del mondo greco basandosi soprattutto sul lavoro svolto tre secoli prima da Ipparco di Nicea. Tolomeo formulò un modello geocentrico, in cui solo il Sole e la Luna, considerati pianeti, avevano il proprio epiciclo, ossia la circonferenza sulla quale si muovevano, centrata direttamente sulla Terra. Questo modello del sistema solare, che da lui prenderà il nome di «sistema tolemaico», rimase di riferimento per tutto il mondo occidentale e arabo fino a che non fu sostituito dal modello di sistema solare eliocentrico dell'astronomo polacco Niccolò Copernico, che era già noto, comunque, nell'antica Grecia al tempo del filosofo Aristarco di Samo (310 a.C. circa - 230 a.C. circa). I metodi di calcolo illustrati nell'Almagesto (integrati nel XII secolo dalle cosiddette Tavole di Toledo, di origine sasanide e riprese dagli Arabi musulmani) si dimostrarono di una precisione sufficiente per i bisogni di astronomiastrologi e navigatori, almeno fino all'epoca delle grandi scoperte geografiche. L'Almagesto contiene anche un catalogo di stelle. Tolomeo fu autore di diverse altre opere di astronomia. L'"Iscrizione Canobica" e le "Tavole manuali" sono strettamente collegate alla sua opera principale, mentre le "Ipotesi Planetarie" descrivono un modello meccanico del sistema planetario, costituito da sfere celesti incastonate l'una nell'altra, che è totalmente assente nell'"Almagesto". Altra opera importante di Tolomeo è la Geografia, che contiene un'esposizione delle basi teoriche della geografia matematica e le coordinate di 8000 diverse località. Una delle innovazioni di tale opera fu proprio l'utilizzo, per la prima volta, della latitudine e della longitudine per l'identificazione dei luoghi sulla superficie terrestre. Il suo oikoumenè copriva 180 gradi di longitudine, dalle Canarie (nell'Oceano Atlantico) alla Cina, e circa 80 gradi di latitudine, dal Mare artico all'Estremo Oriente (India Transgangetica) e all'Africa centrale. Un'altra opera scientifica importante di Tolomeo è l'Ottica, che ci è giunta incompleta. Il trattato "Tôn apotelesmatikôn" ossia "Degli effetti [delle configurazioni astronomiche sulla storia degli individui e delle nazioni]"), conosciuto anche come "Tetrabiblos" od "Opus quadripartitum" ("Opera in quattro libri"), è l'opera astrologica di Tolomeo, testo fondamentale dell'astrologia classica che sta alla base dell'astrologia occidentale. Tolomeo è il primo autore classico ad affrontare l'argomento astrologico con rigore: a differenza di coloro che lo avevano preceduto, organizza l'analisi delle influenze dei movimenti degli astri in pochi presupposti ben definiti, istruendo il lettore a dedurre le predizioni utilizzando leggi geometriche precise. Nelle prime righe del "Tetrabiblos" Tolomeo si scaglia contro i ciarlatani che, rivestendo in modo improprio l'astrologia con pratiche magiche e occulte, hanno gettato fango con predizioni arbitrarie su quella che lui considera una scienza esatta; il limite delle predizioni astrologiche, secondo l'autore, sta nell'incapacità umana di comprendere completamente il funzionamento delle influenze degli astri che determinano, sia negli essere umani che negli eventi meteorologici e tellurici, destini ineluttabili. Tolomeo fu anche autore di un'importante opera di teoria musicale, gli Armonici.

"La scuola di Atene"- Raffaello Sanzio.
 In quest'opera Raffaello rappresenta
 i grandi filosofi del passato: Platone e
 Aristotele al centro, Diogene di Sinope
 sui gradini ai loro piedi. Nel gruppo alla
destra di Platone, Socrate che parla con
alcuni giovani, di cui quello con l'elmo
è Alessandro Magno. Epicuro, in basso
a sinistra consulta un testo retto da
un putto. Alla sua destra, Averroè con il
turbante che osserva Pitagora, inginoc-
chiato mentre legge e dietro di lui l'unica
donna, Ipazia di Alessandria. Dalla parte
opposta, di spalle con veste gialla,
Claudio Tolomeo che regge il globo
terracqueo e alla sua destra,
Raffaello stesso.
- Nell'antichità, la sapienza era riservata a pochi. Fra i filosofi dell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di rivolgersi ad un ampio pubblico con insegnamenti essoterici, manifesti, e di riservare a gruppi ristretti, agli iniziati, gl'insegnamenti specifici: quelli esoterici, nascosti ai più. L'aristocratico Pitagora aborriva infatti l'idea di democrazia, anche solo come principio di condivisione delle conoscenze. Il problema fu che quando si scoprirono verità che scompigliavano l'ordine descritto dai grandi maestri, queste verità venivano tenute nascoste. Il primo caso fu la scoperta, fra i pitagorici, dei numeri irrazionali, come ad esempio il rapporto tra la diagonale di un quadrato e uno dei suoi lati, che conduce a un valore (la radice quadrata di 2) che non è espresso da un numero intero e quindi "perfetto", ma da un numero con una serie infinita di decimali; quindi, successe anche che chi svelasse il caso che mettesse in discussione la perfezione della visione pitagorica, venisse ucciso. Altro caso fu il bizzarro movimento dei pianeti nella volta celeste. Probabilmente l'osservazione e lo studio degli astri è la più antica delle scienze. L'Astrologia, da cui sono nate tutte le scienze, ci è giunta dai Caldei (caldeo significa "conoscitore delle stelle"), che si insediarono in Mesopotamia dal 1.500 a.C. e che la ereditarono dai Sumeri, i primi agricoltori stanziali: solo l'agricoltura permette ad una popolazione di essere stanziale e di vivere in una società complessa, con classi sociali che non debbano occupare il proprio tempo a procacciarsi il cibo e che possano invece diventare, specializzandosi, nuove figure sociali. L'oroscopo aiutava quindi gli agricoltori a prevedere il tempo meteorologico e i momenti più adatti per le semine che dessero migliori raccolti. Da lì, si originò la ricerca delle cause e fu Platone a proporre un modello dei massimi sistemi comprensibile e caratterizzato da un moto "perfetto" degli astri, con sfere cristalline, quindi solide e trasparenti per ogni pianeta, una dentro l'altra, che trasportavano nella loro rotazione attorno alla Terra, immobile al centro del cosmo, in successione la Luna, poi il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultima la sfera delle stelle fisse che ruotava però nel senso opposto, come suggerito dall'osservazione. Riteneva inoltre, giustamente, che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici: 1° la circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e 2° l' uniformità della loro velocità. Le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei pitagorici. Platone era tuttavia molto preoccupato di non potere spiegare, col suo modello, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le variazioni di velocità che venivano riscontrate nell'osservazione dei moti planetari, dovute al sistema solare eliocentrico. Quindi, anche questa informazione fu nascosta e riservata agli addetti, agli iniziati, che erano esortati a scoprire le leggi che avrebbe dovuto salvare la sua spiegazione del cosmo. Di questa esortazione è testimone lo storico della scienza Eudemo da Rodi, secondo cui Platone propose agli astronomi " ...di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le evidenze osservate nei moti dei pianeti...". Tolomeo lavorò molto su questo aspetto del problema e, come altri prima di lui, elaborò le sue spiegazioni sul fenomeno. E' buffo constatare che  mentre di Platone si dice: "grande fu il contributo di Platone all'astronomia perché fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi", di Tolomeo si dica: "... la comunità scientifica positivista dei secoli XVIII e XIX ha individuato in Tolomeo il capro espiatorio contro il quale dirigere il proprio risentimento per il cammino erroneo percorso dalla scienza astronomica per più di milleduecento anni."
Ermete Trismegisto, o
 Hermes Trimegistus,
dal greco Τρισμέγιστος
«tre volte grandissimo»,
con i simboli di Hermes,
il Mercurio greco.
Si potrebbe pensare che la riservatezza degli insegnamenti propedeutici ad un'eventuale "illuminazione" da parte degli adepti, o "iniziati",  sia da attribuire ad una visione ermetica del mondo da parte degli insegnanti, convinti che le verità debbano rimanere esoteriche, nascoste, poiché solo gli eletti meritano di conoscerle. Probabilmente l'idea diffusa fra i sapienti era che solo gli "eletti" dovessero essere i depositari del sapere e indubbiamente una massa ignorante ed incolta sarebbe stata facilmente manovrabile, mentre le superstizioni popolari avrebbero potuto benissimo essere celebrate in una adeguata religione.
Ermes Trismegisto in una
rappresentazione nel
pavimento del duomo di Siena.
L'ermetismo si fa risalire a Ermete Trismegisto, (Hermes tre volte grandissimo): secondo la tradizione, per gli Egizi era il dio Thot, colui che portò la scrittura fra le genti e per gli antichi ciò che era scritto era sacro, come le tavole di Mosè. Per i Greci era Hermes, il Mercurio dei Romani. Probabilmente l'ermetismo è il frutto di un sincretismo di saperi che giunge dall'antica Babilonia. A Ermete è attribuita la compilazione della Tavola Smeraldina: "È vero senza errore e menzogna, è certo e verissimo. Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una...", il testo fondamentale degli studi "esoterici" che giungeranno fino ai nostri giorni, rilanciati nel Rinascimento da Marsilio Ficino, applicati da Paracelso, che diede vita a una nuova disciplina, la iatrochimica, da cui deriverà l'omeopatia. L'alchimia, che sarà studiata e praticata da tanti, fra cui Isaac Newton stesso: dopo la sua morte fu aperto un baule che teneva chiuso a chiave, pieno di appunti e studi alchemici.

Mitra
- Negli anni contemporanei alla nascita del Cristianesimo, vi erano dei culti con tratti simili al cristianesimo stesso: in Iran veniva adorato Mithra, il cui culto seguiva rituali segreti e sacrifici cruenti, i misteri mithraici, riservati ai soli uomini. Nati come culto della vegetazione, si fondavano su due divinità, una delle quali doveva morire per assicurare la fertilità, per poi rinascere. Questo culto fu portato in Italia dai soldati dell'esercito romano nel I secolo a.C., e da qui si propagò nei paesi dell'area germanica, in Gallia, Britannia e Spagna: in Europa trovò enorme fortuna. Il Mitraismo prevedeva nel 25 dicembre il giorno di nascita di Mitra, figlio di vergine, che nell'uccisione del toro compiva un sacrificio che veniva celebrato in cerimonie che prevedevano pasti comuni. C'era chi adorava il Sol Invictus, che incarnava nella divinità solare la visione neoplatonica della luce come espressione divina. E' di questi tempi la rappresentazione di un giovane Cristo raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare di Apollo con i 4 cavalli dell'iconografia tradizionale. Infine Simon mago, figlio di vergine, nato il 25 dicembre, aveva grandi poteri taumaturgici che esprimeva compiendo miracoli.
Sol Invictus
Il cristianesimo non individua più, come nei vecchi culti, le forze della natura come divinità e soprattutto la divinità non è più l'emanazione dello spirito della collettività (nell'antichità ogni gruppo o città aveva una propria divinità), ma è una via individuale verso una divinità individualizzata, addirittura umana. Questa presa di coscienza dell'ego individuale scatena una tensione verso la salvezza dalla morte, in cui la fede procura certezze non dimostrabili razionalmente, ridisegnando la visione dell'oltretomba degli antichi, che accettavano la mancanza di certezze. Quest'ansia di salvezza in una vita beata ed eterna dopo la morte, ha stimolato il desiderio di martirio, molto evidente nel Donatismo. La società cristiana dei primi tempi, pur essendo ordinata e compatta, è un organismo senza grandi motivazioni teologiche, visto che il messaggio del Cristo si era mantenuto sulla semplicità, motivazioni che stavano a cuore  invece a Saul-Paolo di Tarso, proteso a contenere nel cristianesimo, oltre agli Ebrei che come doveri religiosi dovevano solamente osservare la Legge della Torah, anche i Gentili (non-Ebrei) ellenizzati, che andavano coinvolti con elucubrazioni metafisiche che assicurassero una vita nell'aldilà. Per cui, Paolo di Tarso, in contrasto con Simon Pietro e Giacomo fratello di Gesù, permetterà ai nuovi convertiti di evitare la circoncisione, consuetudine della Legge ebraica, a favore del battesimo nell'acqua. Sarà poi Costantino I che, con il concilio di Nicea, darà un corpo all'edificio della Chiesa cristiana.
cristogrammi sono combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù e vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi. I principali cristogrammi sono: il Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei giudei;
Moneta di Magnenzio (350-353)
con al rovescio il crismon Chi Rho.
il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (chrismon o crismon), monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”);
Significato del cristogramma
ICHTHYS, che in greco
significa "pesce"
ΙΧΘΥΣ o ICHTHYS (che letteralmente significa “pesce” in greco), acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”, lettere accompagnate o sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce; ICXC, un acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ - si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata che ricorda la lettera latina C); il trigramma di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù, formato da tre lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ). Nel primo periodo della cristianità, a giudicare dallo studio delle catacombe, il simbolo della croce, graffiato nel tufo o tracciato con il colore, si trova abbastanza di rado (essendo strumento di tortura) mentre i simboli della Cristianità erano il pesce, i pani o l'ancora. Più diffuso si ritiene esser stato l'uso della "crux dissimulata", ottenuta ad esempio, interponendo la lettera "tau" maiuscola (T) al centro del nome del defunto.

Dal 92 - Traiano continua la penetrazione romana nell'area germanica degli Agres decumates, sia come governatore della Germania superiore (attorno agli anni 92-96), sia come imperatore (tra il 98 ed il 100) con l'avanzamento oltre il fiume Reno verso est, fino al cosiddetto limes di Odenwald, tratto di frontiera che collegava il fiume Meno presso Wörth, con il medio Neckar a Bad Wimpfen. Il successore Adriano, contribuì all'avanzamento lungo il cosiddetto limes dell'Alb.

Cartina dell'Impero Romano da
Ottaviano Augusto, Tiberio, Claudio,
Vespasiano e Domiziano fino a
 Traiano, che nel 117 d.C. lo portò
alla sua massima estensione.
Nel 96 - Inizia l'impero di Traiano, che porterà l'Impero Romano alla sua massima estensione nel 117.

Nel 98 - Lo storico romano Tacito scrive "De origine situ germanorum", dove riporta i risultati delle sue ricerche e delle "interviste" che faceva ai soldati romani che tornavano dai territori in cui erano insediati i Germani, da cui era venuto a conoscenza che le tribù dei germani discendevano dai tre grandi ceppi provenienti dall'Oceanus Germanicus (il mare del Nord), dal Suevicum (territori limitrofi al mar Baltico) e dal Cimbrico (lo Jutland, nell'attuale Danimarca), nonostante le tribù incontrate dalle legioni romane fossero 40 e più. Dalle notizie raccolte, Tacito appurò che le antiche migrazioni germaniche avvennero lungo due grandi direttrici: dalla Scandinavia a sud-ovest verso il Reno e a sud verso il Danubio ed entrambe entrarono in contatto con la civiltà celtica che si era già diffusa in tutta l'Europa fin dal 1600 a.C.. I popoli germanici erano chiamati dai Romani "Germani" poiché una delle prime tribù che conobbero e sconfissero così si chiamava - Jerman - e proveniva dalla Jutland, scesa verso il Danubio superiore, ai confini dell'Impero romano, assieme ai Suebi, ai Marcomanni, ai Cimbri, agli Ambroni ed ai Teutoni. Sappiamo che a partire dalle campagne di Druso, (Nerone Claudio Druso, 39-9  a.C., conosciuto come Druso maggiore, militare e politico della dinastia giulio-claudia, figlio di Livia Drusilla,  terza moglie di Augusto) la popolazione dei germani Sicambri (o Sigambri) aveva cominciato a fornire truppe ausiliarie all'interno dell'esercito romano. Sono citate le seguenti unità: I Claudia Sugambrorum tironum veterana, che fu prima in Mesia sotto Vespasiano (nel 77), poi in Mesia inferiore sotto Domiziano (nel 91), Nerva (nel 96-98) ed ancora sotto Antonino Pio nel 139 e nel 145. La troviamo in Siria nel 157; della II e III Sugambrorum se ne ipotizza l'esistenza in base alla presenza della IV; la IV Sugambrorum si trovava in Mauretania Caesariensis sotto Traiano nel 108. Dal 26 gli storici non li citano più, ma sembra che possano essere affluiti nella federazione dei Franchi. Secondo alcune fonti (Fredegario) i Franchi  Sicambri,  che discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino, sarebbero stati gli antenati dei  Merovingi.
La Germania Magna nel 98.
Nell'Europa orientale, gli Slavi orientali, stanziati nel bacino del Dnepr centrale e superiore, distinti dagli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini, conosceranno tardi la differenziazione di ceti e classi. Fino al I sec. d.C. tra loro si era conservato un sistema comunitario non molto diverso da quello dei mille anni precedenti e soltanto nel I-II secolo si formano le grandi famiglie patriarcali, proprietarie di tutti gli strumenti produttivi e in grado di avvalersi del servizio di forze schiavili, per quanto ancora nel VI sec. il diritto comune proibiva l'asservimento di propri connazionali, sicché si deve pensare che tali schiavi fossero nemici catturati in battaglia o comprati sui mercati esteri dalle famiglie più facoltose. Nell'Europa centrale furono soprattutto le tribù Slave della Germania nord-orientale che, a seguito della disgregazione progressiva della comunità primitiva, si dedicarono ampiamente ai commerci con l'impero romano, la Scandinavia e l'Europa orientale. Sàrmati e Romani non ebbero sempre rapporti pacifici e anzi spesso si fronteggiarono in lunghe guerre fin dai tempi di Augusto. Sul finire del I secolo-inizi del II d.C., i Sàrmati Roxolani e Iazigi (alleati per tutto il I secolo d.C. di Roma) si schierarono contro i Romani con i Daci per difendere questi ultimi da Traiano che intendeva conquistarne i territori, e fu proprio Traiano a sconfiggerli durante la sua campagna. I Sàrmati erano un popolo iranico e quindi, come gli Sciti, facevano parte della famiglia linguistica iranica (indoeuropea). Di cultura e religione persiana, si dividevano probabilmente in quattro gruppiIazigiRoxolani (o Rossolani), Aorsi e Alani. In origine abitavano le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Nei loro territori d'origine si erano scontrati con i Battriani, i Parti e i Sogdiani per cui, in diversi periodi e a diverse ondate, si erano spinti verso occidente.

Nel 115/117 - Seconda guerra giudaica o Guerra di Kitos (Rivolta contro Traiano). La maggioranza dei rabbini e della popolazione aveva accettato la sottomissione a Roma come fase transitoria e necessaria in quanto voluta da Dio in preparazione dell’avvento dell’età messianica, mentre in una produzione letteraria fra il 70 e il 135 d.C., fra cui l’Apocalisse di Baruc e il Quarto libro di Esdra, ci si interrogava sulla distruzione del Tempio e sul suo significato, con allegorismi vari, fra cui la lotta fra il Leone e l'Aquila, in cui il leone è il Messia e l’aquila che soccombe è l’Impero Romano. Questo accumulo di tensione sfociò nella grande rivolta tra il 115 e il 117 d.C., che coinvolse numerose e importanti comunità giudaiche in Egitto, Cirenaica, Cipro e Mesopotamia. Essa colse di sorpresa le autorità imperiali e lo stesso imperatore Traiano, che usò la mano pesante nei confronti dei Giudei della Mesopotamia, volendoli punire in modo esemplare e il controllo della Giudea venne rafforzato con lo stanziamento di un secondo contingente permanente.

Nel 122 - In Britannia viene eretto il Vallo di Adriano per contenere gli assalti dei Celti Pitti. 

Nel 131/136 - Dopo varie ritorsioni, l'Imperatore Romano Adriano rinomina Gerusalemme "Aelia Capitolina" e proibisce la circoncisione. Simon Bar Kokheba (Bar Kochba) capeggia gli ebrei nella terza guerra Giudaico-Romana, vasta rivolta ebraica contro Roma come reazione contro le azioni di Adriano. In seguito, la maggior parte della popolazione ebraica è annientata (circa 580.000 morti) e Adriano rinomina la provincia di Giudea "Syria Palaestina" intendendo cancellare il nome di Iudea sostituendolo con quello che deriva dal greco "Phalastine" e sta ad indicare la "terra dei Filistei" e tenta di sradicare l'Ebraismo. Sarà l'ultima rivolta, che vedrà, con la capitolazione di Masada, la fine delle ribellioni contro Roma e il completamento dell'espulsione del popolo Ebraico. La tragedia dell'epoca di Adriano segnò per i Giudei la fine del sogno di uno stato indipendente e il rinvio definitivo dell'arrivo di un Messia, motivazione del  sionismo nell'Ottocento e alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948.

Valli di Adriano e Antonino.
Nel 142 - Costruzione in Britannia del Vallo di Antonino, iniziata nel 142 (sotto Antonino Pio imperatore) e completata nel 144. Il vallo si estendeva per 39 miglia (pari a 63 chilometri) da Old Kirkpatrick nel West Dunbartonshire sul Firth of Clyde a Bo'ness sul Firth of Forth. La fortificazione fu costruita per rafforzare il Vallo di Adriano, posto 160 km più a sud come confine settentrionale della Britannia. I romani, anche se riuscirono a insediare accampamenti e fortilizi temporanei a nord del vallo, non arrivarono mai a conquistare e sottomettere le tribù indigene celtiche, in particolare i Pitti, che resistettero ed infersero danni alla fortificazione.  

Busto di Antonino Pio
conservato a Monaco
di Baviera
Dal 145 - È sotto Antonino Pio (nel 145-146) che molte delle torri e dei forti in legno disposti lungo il limes germanico furono ricostruiti interamente in pietra, ma soprattutto si ebbe il definitivo avanzamento del limes di oltre 30 km ad est della precedente linea dell'Odenwald-Neckar. Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio, nato come Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino (Lanuvio, 19 settembre 86 - Lorium, 7 marzo 161), è stato un imperatore romano dal 138 al 161. Antonino Pio visse in un momento cruciale della storia di Roma: l'apogeo dell'impero o il cosiddetto secolo d'oro. Gli imperatori che regnarono durante questo secolo, prendono il nome proprio da lui, che regnò all'incirca a metà di questo periodo (138 - 161). La successione di Antonino ad Adriano si rivelò stabilita da tempo e priva di possibili colpi di mano: Antonino continuò a sostenere i candidati di Adriano ai vari pubblici uffici. Per il suo comportamento, rispettoso dell'ordine senatorio e delle nuove regole, Antonino fu insignito dell'appellativo "Pio".

Nel 160 - Giunge all'apice, con Galeno, la scuola medica Romana.

Marco Aurelio, musei capitolini.
Nel 161 Morte di Antonino Pio, a cui succede Marco Aurelio (Roma, 26 aprile 121 - Sirmio, 17 marzo 180), il cui nome completo era, nelle iscrizioni: IMP(erator) • CAES(ar) • M(arcus) • AVREL(ius) • ANTONINVS • AVG(ustus), che è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione dell'imperatore Adriano, fu adottato nel 138 dal futuro suocero e zio acquisito Antonino Pio che lo nominò erede al trono imperiale. Nato come Marco Annio Catilio Severo, divenne Marco Annio Vero (Marcus Annius Verus), che era il nome di suo padre, al momento del matrimonio con sua cugina Faustina, figlia di Antonino, e assunse quindi il nome di Marco Aurelio Cesare, figlio dell'Augusto (Marcus Aurelius Caesar Augusti filius) durante l'impero di Antonino stesso. Marco Aurelio fu imperatore dal 161 sino alla morte, avvenuta per malattia nel 180 a Sirmio secondo il contemporaneo Tertulliano o presso Vindobona. Fino al 169 mantenne la coreggenza dell'impero assieme a Lucio Vero, suo fratello adottivo nonché suo genero, anch'egli adottato da Antonino Pio. Lucio Ceionio Commodo Vero (Roma, 15 dicembre 130 - presso Altino, gennaio 169) più noto semplicemente come Lucio Vero, fu un imperatore romano e governò insieme al fratello d'adozione Marco Aurelio dal 161 sino alla morte. Nell'investitura di Marco Aurelio quale nuovo imperatore, Lucio Vero fu contestualmente scelto come co-imperatore, evento senza precedenti nell'Impero romano. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. A dispetto della loro uguaglianza nominale però, Marco Aurelio ebbe maggior auctoritas (autorità) di Lucio Vero. Dal 161 l'Impero romano, ormai in pace da lungo tempo subisce una serie di attacchi contemporanei lungo molti dei suoi fronti. I Pitti nella Scozia premevano contro il vallo di Antonino, la Spagna subiva le continue scorrerie dei pirati mauri, mentre in Germania, tra l’alto Danubio ed il Reno, i Catti e i Cauci penetravano oltre le frontiere e lungo le coste, invadendo la Gallia Belgica e gli Agri Decumates. Il nuovo sovrano partico Vologese III, divenuto re nel 148, occupava l’Armenia, ponendo sul suo trono il fratello Pacoro, per poi invadere la vicina provincia romana di Siria nel 161. Nell'Europa centro-orientale il mondo barbaro era scosso da forti agitazioni interne e da movimenti migratori tra le sue popolazioni che tendevano a modificare gli equilibri con il vicino mondo romano. Vandali, Burgundi, Alemanni, Longobardi, Angli, Sassoni, Juti, Franchi e altre tribù ancora attaccheranno i romani già nel II sec. d.C..

Carta del 178-179 durante le
guerre Marcomanniche.
Nel 166 - Con Marco Aurelio imperatore (che governò dal 161 al 180), si diffonde dal confine persiano, dove si combatte contro i Parti, un'epidemia di peste.

Dal 167 - Le guerre marcomanniche, o guerre marcomanne, come sono state definite nella "Historia Augusta", costituiscono un lungo periodo di conflitti militari combattuti dall'esercito romano contro le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (dal 167 al 189 circa). I Marcomanni (uomini della marca) erano Suebi che, valicato il Meno, avevano preso possesso del paese fra il Reno e il Danubio superiore, sgombrato dagli Elvezi, che divenne così una marca di confine sueba. Loro alleati contro i Romani erano i Quadi, d'origine suebica, che avevano strappato la Moravia ai Volcae Tectosages, stirpe gallica. Le guerre marcomanniche rappresentano un evento storico di fondamentale importanza poiché rappresentarono il preludio alle grandi invasioni barbariche del III-IV-V secolo. All'interno e ai margini della massa germanica si erano verificati movimenti e mescolanze di popoli, tanto da portare a trasformazioni di natura politica, con l'avvento di un fenomeno nuovo tra i Germani: interi popoli (come Marcomanni, Quadi e Naristi, Vandali, Cotini, Iazigi, Buri ecc.), sotto la pressione dei Germani Orientali, su tutti i Goti, furono costretti a ristrutturarsi e ad organizzarsi in sistemi sociali più robusti e permanenti, ovvero si raggrupparono in coalizioni ("confederazioni") di natura più che altro militare, con la conseguenza che il limes renano-danubiano finì per essere sottoposto a una maggiore pressione. Tale trasformazione fu anche, se non soprattutto, indotta dalla vicinanza e dal confronto con la civiltà imperiale romana, le sue ricchezze, la sua lingua, le sue armi, la sua organizzazione. Fatto sta che alle tribù germaniche guerriere con capi eletti democraticamente tipiche dei secoli precedenti subentrarono coalizioni (come quella degli Alemanni, dei Franchi, etc.) rette da aristocrazie guerriere, prefigurazione della futura nobiltà feudale. Alla fine la pressione violenta di altri popoli migranti (Goti, Vandali, Sarmati) finì per costringere queste confederazioni di popoli confinanti con l'Impero Romano, che di fronte a loro non disponevano di ampi spazi su cui trasferirsi, a decidere di dare l'assalto direttamente alle province renano-danubianeNel 168, la pace che era stata concordata l'anno prima con i barbari non lasciava però tranquillo Marco Aurelio che decise di recarsi di persona (insieme al fratello Lucio Vero) lungo il limes pannonico per controllare quali fossero le reali intenzioni dei barbari. Nel corso di questi primi anni di guerra Marco potrebbe aver iniziato a scrivere i “Colloqui con se stesso”, unica opera pervenutaci dell'"imperatore filosofo", opera che pur non raccontando in modo evidente le guerre di questi anni, comunica al lettore tutto il disagio di Marco Aurelio uomo, in relazione ad eventi tanto infausti. Erano gli inizi del 169 quando Lucio Vero fu colpito da infarto, a soli due giorni di viaggio da Aquileia, lungo la strada che conduceva da Concordia Sagittaria ad Altino. I due imperatori avevano deciso di far ritorno a Roma, dietro le insistenti pressioni del fratello Lucio, che moriva tre giorni dopo. Marco Aurelio era così costretto a tornare a Roma per le esequie del fratello. Il grosso dell'esercito, anche in mancanza dei due imperatori, potrebbe essersi andato a concentrare lungo i confini della piana del Tisza. Marco voleva punire i Sàrmati per aver compiuto, l'anno precedente, un'incursione nella provincia della Dacia, ora che aveva concluso dei trattati di pace con le popolazioni suebe (Quadi, Marcomanni e Naristi) che gravitavano lungo i confini del medio Danubio. Il conflitto sarmatico si rivelò molto difficile per i Romani. All'inizio del 170 era annunciata la profectio dell'Imperatore, un cerimoniale religioso che celebrava la partenza dell'Imperatore romano in vista di una nuova campagna militare e mentre Marco Aurelio giungeva lungo il limes pannonicus e lanciava una nuova e massiccia offensiva romana al di là del Danubio contro i Sàrmati Iazigi (chiamata expeditio sarmatica), una grossa coalizione di tribù germaniche, capeggiata da Ballomar, re dei Marcomanni, sfondava il limes pannonico e batteva un esercito di 20.000 armati lungo la cosiddetta via dell'Ambra, forse nei pressi di Carnuntum (in Austria). I Romani ottennero comunque determinanti vittorie, sia sui Sàrmati che sui Germani, ma capirono che Marcomanni e Quadi ormai costituivano il principale avversario da tenere sotto controllo.

Dal 170 - I Vandali (Wandili), popolazione germanica, dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia (tra il bacino dell'Oder e della Vistola) intorno al 400 a.C., sotto la pressione di altre tribù germaniche, si spostarono più a sud, dove combatterono e sottomisero la popolazione celtica dei Boi circa nel 170. Le popolazioni vandaliche di Asdingi, Silingi e Lacringi, al tempo della guerre marcomanniche (anni 171-175) si stabilirono a sud dell'arco carpatico. Nel II secolo d.C., all'interno e ai margini della massa germanica si erano verificati movimenti e mescolanze di popoli, tanto da portare a trasformazioni di natura politica: intere popolazioni (come Marcomanni, Quadi, Naristi, Cotini, Iazigi, Buri ecc.), sotto la pressione dei Germani orientali (su tutti i Goti), furono costrette a riorganizzarsi in sistemi sociali più evoluti e permanenti, ovvero si raggrupparono in coalizioni ("confederazioni") di natura soprattutto militare, con la conseguenza che il limes renano-danubiano finì per essere sottoposto ad una costante e maggiore pressione. Tale trasformazione fu anche indotta dalla vicinanza e dal confronto con la civiltà imperiale romana, le sue ricchezze, la sua lingua, le sue armi, la sua organizzazione. Alla fine la violenta pressione di altri popoli migranti (Goti, Vandali e Sarmati) finì per costringere queste confederazioni di popoli confinanti con l'Impero Romano, che di fronte a loro non disponevano di ampi spazi su cui trasferirsi, a decidere di dare l'assalto direttamente alle province renano-danubiane. E fu così che anche gli stessi Vandali, parteciparono a questa iniziale fase di sfondamento delle frontiere romane. La popolazione vandala era, a sua volta, divisa fra tre principali etnie: Asdingi (dal nome della casata principale), Silingi e Lacringi. La prima testimonianza storica di un loro scontro con l'Impero romano avvenne, quindi, secondo quanto ci raccontano Cassio Dione Cocceiano e la Historia Augusta, durante il periodo delle cosiddette guerre marcomanniche (dal 166/167 al 188/189), al tempo degli imperatori Marco Aurelio, Lucio Vero e Commodo. Sappiamo, infatti, che il "ramo" dei Vandali Asdingi mosse verso sud-est, guidato dai loro re Raus e Raptus e che alla fine stipularono un trattato di alleanza con i Romani, stanziandosi a nord-est della Dacia, nel bacino dei Carpazi da Cassio Dione Cocceiano, "Storia romana", LXXII, 12.). La sconfitta segnò una svolta nella storia dei Vandali che dovettero così fornire armati all'Impero Romano in qualità di alleati, anche in seguito alla morte di Marco Aurelio nel 180. Con il III secolo, a partire dagli anni 213-214, si ebbero nuove incursioni in Dacia e in Pannonia inferiore, lungo il tratto danubiano attorno ad Aquincum, da parte dei Vandali. L'Imperatore Caracalla, costretto ad intervenire di persona, riuscì a chiedere aiuto agli alleati Marcomanni, opponendoli ai vicini Vandali che si stavano dimostrando da qualche tempo particolarmente ostili.

La Germania nel II - III secolo.
- I Sàrmati, distinti in Iazigi, Roxolani (o Rossolani), Aorsi e Alani, come altre popolazioni definite barbariche, a partire dal II-III secolo ottennero di stabilirsi nel territorio dell'Impero ed in cambio dovettero fornire soldati all'esercito romano. Già Marco Aurelio aveva impiegato un contingente di questi ottimi cavalieri in Britannia.
Le tribù Slave orientali ridussero fortemente i loro rapporti commerciali con Roma, preferendo quelli con le tribù sarmatiche o altre tribù slave, inoltre parteciparono alle guerre anti-schiavistiche contro Roma, unendo parte delle loro forze a quelle dei Marcomanni, nella seconda metà del II secolo e alla fine del secolo le terre degli   Slavi occidentali (i Venedi-Sclavini) furono attraversate dalle tribù dei Goti, con cui in parte si fusero.

Commodo rappresentato
con gli attributi di Ercole,
da:https://commons.wiki
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media viewer/File:COM
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Nel 192 - L'imperatore Commodo è assassinato. Cesare Lucio Marco Aurelio Commodo Antonino Augusto (161 - 192), è stato un imperatore romano, membro della dinastia degli Antonini dal 180 al 192. Come Caligola e Nerone, è descritto dagli storici come stravagante e depravato. Figlio dell'imperatore filosofo Marco Aurelio, Commodo fu associato al trono nel 177, succedendo al padre nel 180. Avverso al Senato e da questi odiato, governò in maniera autoritaria, esibendosi anche come gladiatore e in prove di forza, e facendosi soprannominare l'"Ercole romano". Amato dal popolo e appoggiato dall'esercito, al quale aveva elargito consistenti somme di denaro, riuscì a mantenere il potere tra numerose congiure, fino a quando venne assassinato in un complotto ad opera di alcuni senatori, pretoriani e della sua amante Marcia, finendo strangolato dal suo maestro di lotta, l'ex gladiatore Narcisso, cospirazione che portò al potere Pertinace. Sottoposto a damnatio memoriae dal senato, venne riabilitato e divinizzato dall'imperatore Settimio Severo, che voleva ricollegarsi alla dinastia antoniniana cercando il favore dei membri superstiti della famiglia di Commodo e Marco Aurelio. Con la fine della dinastia degli Antonini, nell'Impero romano si conclude un periodo universalmente riconosciuto come prospero e ricco. Nei primi due secoli dell'Impero la contrapposizione tra autorità politica e potere militare si era mantenuta, anche se pericolosamente (al prezzo di guerre civili), all'interno di un certo equilibrio, garantito anche dalle enormi ricchezze che affluivano allo Stato e ai privati tramite le campagne di conquista. L'economia dell'impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento delle campagne da parte di schiavi, perlopiù prigionieri di guerra. L'acquisto di enormi quantità di prodotti di lusso provenienti dalle regioni asiatiche era stato regolato con monete, soprattutto d'argento (monete romane sono state trovate anche in regioni molto lontane), tanto che la continua fuoriuscita di metallo prezioso (non bilanciata dalla produzione delle miniere, visto che i giacimenti erano ormai in esaurimento dopo secoli di sfruttamento) finì per determinare nel Tardo Impero una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini imperiali. La suddivisione della società nelle tre classi tradizionali dei senatori e cavalieri, grandi proprietari terrieri e militari, che disponevano della proprietà terriera e delle riserve di monete d'oro, e dei plebei, cambierà il proprio assetto con la crisi del III secolo, che seminerà i germi del Medioevo. Durante il secolo d'oro del Principato adottivo, il mondo romano aveva abbracciato le idee principali della filosofia greca, non seguendo una particolare corrente, ma secondo l'eclettismo, ovvero raccogliendo all'interno di essa alcune idee principali. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana reserero lo stoicismo una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio, autore dei Colloqui con se stesso) che da schiavi (come il liberto Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo. Queste concezioni eclettiche vedevano l'uomo al centro dell'universo secondo l'ideale della humanitas classica e secondo l'idea romana dell'homo faber, per cui ognuno è l'artefice del proprio destino e non ci sono dei o fato che possano intervenire. Conseguentemente ci si interrogava sul ruolo degli Dei negli affari umani e si metteva in dubbio la loro stessa esistenza.

- La crisi della religione romana, intesa come politeismo greco-romano, aveva intensificato i suoi effetti nell'età imperiale, anche se questo politeismo non pretendeva che gli abitanti dell'Impero fossero obbligati a venerare esclusivamente il pantheon degli dèi romani. Fin dai tempi di Giulio Cesare e dei suoi rapporti coi culti druidici dei Galli, al tempo della Conquista della Gallia, l'amministrazione romana era solitamente tollerante in campo religioso, per cui accoglieva culti provinciali e anche stranieri. Unica condizione era che non mettessero in pericolo l'unità imperiale. Fu così che, soprattutto da Oriente, si riversarono sull'Occidente romano e quindi sull'Italia e Roma una notevole quantità di culti misterici, quali quelli di Cibele (la "Grande Madre" dalla Frigia), Baal (da Emesa, a cui fu devoto lo stesso imperatore Eliogabalo), Iside e Osiride (dall'Egitto), Mitra (dalla Persia), quest'ultimo che raccolse numerosi seguaci negli accampamenti militari e nel quale si ravvisava l'invitto dio della luce, il Sol invictus, che ebbe tra i seguaci gli imperatori Aureliano, Diocleziano e lo stesso Costantino I.

Settimio Severo
Dal 193 - Con la scomparsa di Commodo si aprì un periodo di instabilità politica che causò una guerra civile durata cinque anni, dal 193 al 197, con scontri tra legioni acquartierate in diverse regioni dell'Impero, ciascuna delle quali sosteneva il proprio generale come nuovo imperatore. Ebbe la meglio Settimio Severo, governatore della Pannonia e originario della Tripolitania, in Africa. L'ascesa di Settimio Severo costituisce uno spartiacque nella storia romana; è considerato infatti l'iniziatore della nozione di "dominato" in cui l'imperatore non è più un privato gestore dell'impero per conto del Senato, come durante il principato, ma è unico e vero dominus, che trae forza dall'investitura militare delle legioni (anche se anticipazioni di questa tendenza si erano avute durante la guerra civile seguita alla morte di Nerone e con Traiano). Egli fu inoltre iniziatore di un nuovo culto che si incentrava sulla figura dell'imperatore, ponendo le basi per una sorta di "monarchia sacra" mutuata dall'Egitto e dall'oriente ellenistico di  Alessandro Magno. Fu così che Settimio Severo adottò il titolo di Dominus ac Deus, (Signore e Dio) al posto di quello di princeps (che sottintendeva la condivisione del potere col Senato: Augusto definiva il princeps come il primo degli uguali, cioè i senatori), e regolò i meccanismi di successione assegnandosi il titolo di Augustus ed usando quello di Caesar per il suo successore designato. Sua moglie Giulia Domna, di origine siriaca, promosse attivamente l'arrivo a Roma di culti monoteistici solari, che sottolineavano l'analogia tra ordine imperiale e ordine cosmico. Settimio Severo pose le basi per il successivo sistema autocratico fondato sugli imperatori militari, creando la prima forma di autocrazia militare, togliendo potere al Senato dopo aver messo a morte numerosi membri dello stesso. Si racconta infatti che, poiché aveva preso il potere con l'aiuto dei militari, ricambiò l'ostilità senatoria subito dopo la vittoria su Clodio Albino, ordinando l'esecuzione di 29 senatori, accusati di corruzione e cospirazione contro di lui e sostituendoli con suoi favoriti, soprattutto africani e siriani. Inoltre attribuì e ampliò i poteri degli ufficiali dell'esercito investendoli anche di cariche pubbliche che erano solitamente appannaggio del senato. Appena giunto a Roma avviò l'epurazione della guardia pretoriana, che dopo due secoli di dominio dell'influenza italica (allora reclutata per lo più in Italia e in piccola parte nelle province più romanizzate), fu smantellata e riorganizzata con quadri e organici a lui fedeli, tratti dal contingente danubiano. Da allora in poi l'accesso alla Guardia Pretoriana, un tempo avente un prerequisito geografico e culturale, sarebbe stata appannaggio dei soldati più battaglieri, quelli dell'Illirico nel III secolo. Insediò una legione ad Albano Laziale, a dispetto della tradizione che voleva l'Italia libera dagli eserciti e utilizzò i proventi della vendita delle terre confiscate agli avversari politici per creare una cassa imperiale privata, il fiscus. Il fiscus era distinto dall'aerarium che era la cassa dello Stato e che doveva coprire i costi della complessa e articolata macchina burocratica e amministrativa dell'Impero. Diede impulso agli studi di diritto e nominò il più importante giurista del tempo, Papiniano, Praefectus urbi, con poteri di polizia e repressione criminale su Roma. Il nuovo ordine promosso da Settimio Severo si scontrò presto con i problemi derivati dallo scoppio di nuove guerre. Già l'imperatore Caracalla dovette guerreggiare contro i Parti, a oriente, e i Marcomanni, lungo il confine renano-danubiano, peggiorando notevolmente le finanze statali. Per risolvere le difficoltà si fecero delle scelte che alla lunga si rivelarono dannose: l'arruolamento sempre più massiccio degli stessi germani nell'esercito e, dalla fine del II secolo, la diminuzione del metallo prezioso nelle monete, che causò inflazione. Le campagne militari contro i Parti combattute dagli Imperatori erano dettate da esigenze strategiche di controllo dell'area e anche da esigenze politiche, per perpetuare l'affermazione del potere imperiale romano. Ma erano anche l'inseguimento della scia di Alessandro Magno, che quasi la totalità degli Imperatori ebbero a modello. Il sovrano macedone, proprio combattendo contro i Persiani era diventato un mito quasi al pari di Ercole e gli Imperatori Romani intendevano emularlo. Alessandro Magno aveva sempre unito le funzioni militari a quelle religiose e sacerdotali officiando personalmente i riti. Ben lontani dall'idea del sovrano macedone di una fusione di popoli, gl'imperatori romani inseguivano nell'area una politica di potenza, molto dispendiosa e infruttuosa, come manifestarono le Guerre romano-partiche. Vittorioso contro i Parti, risultò essere l'Imperatore Settimio Severo, che era diventato generale romano ma proveniva da una famiglia di re-sacerdoti che risiedevano a Emesa, città santa e capitale del culto del Dio solare "El-Gabal", che divenne poi il "Sol invictus" dei romani.
Carta dell'Impero Romano e delle sue
sue province nel 210 e.v.. L'Italia è
suddivisa in regioni dal 6 e.v.
Saccheggiata Ctesifonte, capitale dei Parti, Settimio Severo tornò a Roma, portando con sé la Legio II Parthica, la seconda delle tre legioni che aveva formato in Siria ovvero: Legio I Parthica, Legio II Parthica e Legio III Parthica, fedeli a lui e al dio solare El-Gabal. La dinastia dei Severi portò questo culto dall'Oriente fino a Roma e anche se si trattava dell'Imperatore che aveva vinto una guerra civile e sconfitto i Persiani emulando Alessandro Magno, dovettero esservi delle resistenze. Prevedendole, o comunque per consolidare il proprio potere, Settimio Severo portò con sé a Roma la II Legio Parthica, facendola risiedere nei Castra Albana, sui Colli Albani. Da Roma il culto del Dio adorato dall'Imperatore e dai suoi soldati ebbe modo di diffondersi, specialmente nei ranghi dell'esercito, al comando del quale venivano scelti adoratori del Dio Solare che dal nome siriaco "El-Gabal" prese ben presto quello romanizzato di "Sol Invictus", il Sole invicibile, il cui primo adoratore, vicario e sacerdote era l'Imperatore stesso. Non tutte le legioni si convertirono al nuovo culto, e la discriminazione nella scelta dei comandi volta a escludere questi ultimi dovette alienare le simpatie di tutti costoro al giovane e ultimo discendente di Settimo Severo, Severo Alessandro. Questi venne assassinato dal suo successore, Massimino il Trace nel 235 d.C., l'anno in cui viene fatta iniziare di solito l'anarchia militare. Secondo questa interpretazione storica essa non fu altro che il ribellarsi di quella parte di società romana che non voleva soggiacere al culto solare orientale dopo trent'anni di dominio di questa.

Carta del III secolo con Sarmazia,
Illiria e Anatolia, con le direttrici
delle incursioni delle popolazioni
germaniche e sarmatiche.
- Nel corso del III secolo d.C. i Sàrmati, per via della conquista e del dominio dei Goti sui territori a nord del Mar Nero, si dividono in 2 gruppi: uno a occidente e uno a oriente.

Caracalla
Nel 211 Caracalla (imperatore dal 211 al 217) succede a Settimio Severo come imperatore romano, dal 4 febbraio 211 alla morte, nel 217. Nacque a Lugdunum (Lione), in Gallia, il 4 aprile 188, suo padre era Settimio Severo e sua madre era Giulia Domna, augusta e detentrice di un potere mai raggiunto da una donna romana. Aveva un fratello, Publio Settimo Geta. Il suo vero nome era Lucio Settimio Bassiano, ma il padre Settimio Severo l'aveva fatto cambiare in Marco Aurelio Antonino, per suggerire una parentela col vecchio imperatore Marco Aurelio. Fu in seguito soprannominato "Caracalla" poiché soleva indossare una tunica con cappuccio di origine gallica, che lui stesso fece conoscere ai Romani.

Nel 212 - Dopo circa quarant'anni, i Catti germanici tornano a sfondare il limes romano e per la prima volta sono menzionati gli Alemanni nella regione del Wetterau (in Assia), dinanzi al limes. Era dai tempi di Marco Aurelio durante le Guerre marcomanniche (166/167-188) che le tribù germanico-sarmatiche non esercitavano una pressione così forte lungo i confini settentrionali dell'Impero romano. Le invasioni barbariche del III secolo (212/213-305), secondo tradizione, ebbero inizio con la prima incursione condotta della confederazione germanica dei Suebi Alemanni (o Alamanni)  nel 212/13, sotto l'imperatore Caracalla, che inaugureranno un periodo ininterrotto di scorrerie all'interno dei confini dell'impero romano, condotte per fini di saccheggio e bottino, da genti armate appartenenti alle popolazioni che gravitavano lungo le frontiere settentrionali: Pitti, Caledoni e Sassoni in Britannia; le tribù germaniche di Frisi, Sassoni, Franchi, Alemanni, Burgundi, Marcomanni, Quadi, Lugi, Vandali, Iutungi, Gepidi e Goti (Tervingi ad occidente e Grutungi ad oriente); le tribù daciche dei Carpi e quelle sarmatiche di Iazigi, Roxolani ed Alani, oltre a Bastarni, Sciti, Borani ed Eruli lungo i fiumi Reno, Danubio e Mar Nero.

Nel 212/213 - Caracalla promulga la "Constitutio Antoniniana", con la quale estende la cittadinanza romana a tutti gli individui liberi dell'impero, un atto di difficile interpretazione, anche perché non ci è giunto il suo testo originale. L'Editto, pur con tutti i suoi limiti, presentò dei caratteri altamente innovativi destinati ad avere una profonda ripercussione sui futuri assetti sociali ed economici dell'Impero. Il provvedimento ebbe infatti riflessi nell'economia erariale, perché estendeva il sistema fiscale ai nuovi cittadini e aumentava la decentralizzazione del potere: il fulcro ormai si stava spostando da Roma e dalle province di tradizionale appannaggio senatorio a quelle più decentrate, dove maggiore era la presenza degli eserciti.

Nel 217 - Macrino, prefetto del pretorio, elimina Caracalla e si autoproclama imperatore. Il suo regno durò solo quattordici mesi. Il prefetto del pretorio era secondo in comando all'imperatore e responsabile per le uniche forze militari presenti nella città di Roma: la guardia del corpo dell'imperatore, ovvero i pretoriani. Questa era la massima carica che un personaggio dell'ordine equestre potesse raggiungere a quei tempi: naturalmente i membri dell'ordine equestre non facevano parte dell'aristocrazia. Macrino fu spodestato da Eliogabalo, autore di una discussa riforma religiosa e assassinato da una guardia pretoriana nel 222. Gli successe il cugino Severo Alessandro, ucciso nel 235 da una rivolta dei soldati lungo il confine renano. Si assisteva quindi a una sempre più chiara tendenza di dominio dell'esercito nel processo di scelta e acclamazione dell'imperatore. I cambiamenti nelle istituzioni, nella società, nella vita economica e, di conseguenza anche nel modo di pensare e nella religione furono così profondi e fondamentali, che la "crisi del III secolo" è sempre più vista come lo spartiacque che contrassegna la differenza fra il mondo classico e quello della tarda antichità, che già porta in sé i germi del Medioevo. Durante i circa 50 anni della crisi più di una ventina di imperatori si succedettero sul trono, regnando a volte contemporaneamente su parti diverse del territorio. Si trattava in genere di comandanti militari che venivano proclamati imperatori dalle proprie legioni e riuscivano a mantenere il potere per una media di due o tre anni, prima di essere a loro volta assassinati dal loro successore. La crisi si arrestò solo con una serie di imperatori che provenivano dai ranghi militari e dalla provincia della Dalmazia, i quali grazie alla loro abilità militare riuscirono a riunificare l'Impero e a difenderne efficacemente i confini, e con la drastica riforma imposta da Diocleziano nel 284, che permise la prosecuzione dell'Impero per quasi altri due secoli come "tardo impero romano".

Nel 230 - I Goti arrivano a contatto con il mondo romano nella zona della foce del fiume Danubio e del Regno del Bosforo Cimmerio, regno ellenistico situato nelle attuali penisole di Crimea e di Taman'. I Goti (in latino Gothones) erano una federazione di tribù germaniche orientali, secondo le loro stesse tradizioni originari dell'isola di Gotland e della regione di Götaland in Svezia, che a ondate sbarcaronono sulle coste del Mar Baltico e da qui si spinsero a sud conquistando le popolazioni che trovano sul loro cammino. Due tribù strettamente apparentate, i Gutar e i Götar, che rimasero in Scandinavia, sono annoverate fra i Goti con i nomi di Gotlandi e Geati. Plinio il Vecchio sosteneva nella sua Naturalis Historia che questa popolazione facesse parte dei Vandali, insieme a Varinni, Carini e Burgundi. Considerati più vicini agli Sciti che ai Germani, furono a più riprese nemici dei vari imperatori e a volte alleati contro altre popolazioni barbariche nel corso di tutto il III e IV secolo. Sappiamo che la prima suddivisione interna di questa federazione di tribù, fu tra le due maggiori tribù (si pensa che fossero non meno di dodici): quella dei Tervingi a occidente e Grutungi a oriente. La divisione successiva in Visigoti (il ramo occidentale; dal tedesco Westgoten), Ostrogoti (il ramo orientale; dal tedesco Ostgoten) e in Gepidi (il ramo settentrionale) avvenne solo sul finire del IV secolo.

Nel 234 - Ultimo anno di principato di Severo Alessandro, in cui gli Alemanni attaccarono in massa le difese romane. Da questo momento la lotta non cessò più sul Reno contro Alemanni e Franchi, e lungo il Danubio, ove cominciò la pressione di nuove stirpi germaniche (Vandali, Burgundi, Longobardi, ecc.) e specialmente quella dei Goti sulle frontiere della Dacia e della Mesia.

Gaio Giulio Vero
Massimino, noto
come Massimino il
Trace, il primo
imperatore barbaro,
da: https://it.wikip
edia.org/wiki/Massi
mino_il_Trace#/me
dia/File:Maximin
us_Thrax_Musei
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MC473.jpg
Nel 235 - L'imperatore Alessandro Severo, ultimo imperatore della dinastia dei Severi, è assassinato dai suoi soldati e dal suo successore, Massimino il Trace, lungo il limes settentrionale, al ritorno dal fronte orientale, dopo tre anni di campagne contro i Sasanidi della Persia. Massimino è stato il primo barbaro a raggiungere la porpora imperiale, grazie al solo consenso delle legioni, essendo nato senza la cittadinanza romana, e senza essere neppure senatore. Al "Sol invictus", il Sole invicibile, il cui primo adoratore, vicario e sacerdote era stato l'Imperatore Settimio Severo, non tutte le legioni si erano convertite e la discriminazione nella scelta dei comandi, volta a escludere i non-convertiti, dovette alienare le simpatie di tutti costoro al giovane e ultimo discendente di Settimo Severo, Severo Alessandro. Il 235 d.C. è quindi l'anno in cui viene fatta iniziare di solito l'anarchia militare, che fu anche una ribellione di quella parte di società romana che non voleva soggiacere al culto solare orientale, dopo trenta anni di dominio di questa. Le legioni fedeli al successore dei Severi, Massimino il Trace, stanziate nei confini più occidentali, sul Reno e sul Danubio non seguivano a quel tempo il culto solare, mentre era già presente una forte componente barbarica in quegli eserciti, i quali preferivano dunque la politica tollerante e con termine moderno diremmo affine all'agnosticismo degli imperatori del secolo precedente, ovvero quello del Principato adottivo e non ereditario. Dopo aver preso il potere, Massimino lanciò l'ultima grande offensiva romana in Germania con effettivi in gran parte germanici, contro gli Alemanni, che da allora rimasero tranquilli per vent'anni, ma  perse la guerra e la vita contro i futuri Imperatori Gordiano I e Gordiano II, che avevano i comandi e l'appoggio dell'Africa romana, regione di provenienza di Settimio Severo, ove il culto del Dio solare era invece già diffuso. Sotto il loro discendente Gordiano III il problema dei barbari sui confini si fece molto più pressante che in passato, esigendo dunque eserciti fedeli e coesi. Sia l'Imperatore Filippo l'Arabo che il suo successore Decio erano stati generali dell'esercito di Gordiano III, fedeli al dio solare, che pur non pretendendo esclusiva devozione e quindi non configurandosi come un monoteismo, prendeva senz'altro il primo posto nel Pantheon dell'Impero Romano. È significativo che proprio sotto Decio cominciarono le persecuzioni contro il cristianesimo. La pressione dei barbari lungo le frontiere settentrionali e quella, contemporanea, dei Sasanidi in Oriente, si erano non solo intensificate, ma avevano diffuso la sensazione che l'impero fosse totalmente accerchiato dai nemici. Si rivelavano ormai inefficaci gli strumenti della diplomazia tradizionale, usati fin dai tempi di Augusto e basati sulla minaccia dell'uso della forza e sulla fomentazione di dissidi interni alle diverse tribù ostili (la politica del “dividi e impera”) per tenerle impegnate le une contro le altre. Si rendeva necessario ricorrere immediatamente alla forza, schierando armate tatticamente superiori e capaci di intercettare il più rapidamente possibile ogni possibile via di invasione dei barbari; la strategia era però resa difficoltosa dal dover presidiare immensi tratti di frontiera con contingenti militari per lo più scarsi. La causa principale della crisi del III secolo può essere ricercata nella fine dell'idea di Impero tipica delle dinastie giulio-claudia ed antonina, basata sulla collaborazione tra l'imperatore, il potere militare e le forze politico-economiche interne al fine di espandere l'impero, mentre nel III secolo d.C. tutte le energie dello Stato venivano spese non per ampliare, ma per difendere i confini dalle invasioni barbariche. Quindi, con l'esaurimento delle conquiste, il peso economico e l'energia politica delle legioni finirono per riversarsi all'interno dell'Impero invece che all'esterno, con il risultato che l'esercito, che era stato il fattore principale della potenza economica, finì per diventare un peso sempre più schiacciante, mentre la sua prepotenza politica diventava una fonte permanente di anarchia. La cosa più sorprendente di questa gravissima crisi è che l'Impero sia riuscito a superarla. Molti degli imperatori che vennero via via proclamati dalle legioni successivamente, non riuscirono neppure a metter piede a Roma, né tanto meno, durante i loro brevissimi regni, a intraprendere riforme interne, poiché permanentemente occupati a difendere il trono imperiale dagli altri pretendenti e il territorio dai nemici esterni. La crisi, generalizzata in tutto l'impero, non fu solo politica, ma anche economica e sociale. L'economia dell'impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento delle campagne da parte di schiavi, perlopiù prigionieri di guerra. Ora, in mancanza di nuove conquiste, di nuovi schiavi e di bottini di guerra, le spese dello Stato, sempre più impellenti per rispondere militarmente alle pressioni delle popolazioni esterne dell'impero, furono coperte con un progressivo aumento delle tassazioni, proprio quando la diminuzione del numero di schiavi minava le possibilità economiche dei cittadini. Gradualmente la ricchezza, l'importanza politica, sociale, istituzionale e culturale si era livellata tra il centro e le province dell'Impero romano, sebbene con disparità ancora evidenti (in genere le province orientali erano economicamente più sviluppate di quelle occidentali). La pressione fiscale divenne insostenibile per molti piccoli proprietari, costretti a indebitarsi e quindi a vendere le proprie terre, per andare a lavorare in condizioni di semischiavitù sotto i grandi proprietari (colonato). Per questo fenomeno e per il calo demografico determinato dalle perdite umane nei numerosi conflitti, molte terre furono abbandonate e cessarono di essere produttive (fenomeno degli agri deserti). Le difficoltà di comunicazione in seguito ai numerosi conflitti avevano in diversi casi reso indispensabile la riscossione diretta delle tasse da parte dello stesso esercito, causando abusi e trasformandosi a volte in un vero e proprio diritto di saccheggio. Lo spopolamento di intere regioni fu inoltre causato anche da elementi climatici e sociali: i contadini, infatti, non conoscevano la rotazione delle colture e via via che la terra diventava improduttiva si dovevano spostare verso altre aree. Si diffusero così i latifondi scarsamente produttivi e il ceto dei contadini liberi si assottigliò, sostituito prima dagli schiavi e, successivamente, dai coloni affittuari. La scarsa capacità di acquisto delle classi subalterne impediva una qualsiasi crescita del mercato economico. Mancava inoltre qualsiasi politica di sussidi statali all'agricoltura e alle manifatture. Fin dalla riforma di Settimio Severo, i soldati romani vennero a costituire una casta (ereditaria) di privilegiati mentre gli altri, soprattutto gli agricoltori, si trovarono oberati da tasse. Di conseguenza in molti cercarono di abbandonare la terra per trasferirsi in città. Fin dalla fine del III secolo, e ancor più nel secolo successivo, lo Stato cercò di approntare una serie di meccanismi ed emanò alcune disposizioni legali tese a impedire l'abbandono della terra da parte dei contadini non proprietari che, a vario titolo, la coltivavano, creando così la servitù della gleba. Mentre per questi fattori l'impero si andava gradualmente impoverendo, le situazioni ai confini si stavano facendo sempre più critiche, con richieste di tributi per sostenere la macchina militare che sempre con maggiori difficoltà venivano ottenuti. Le aree spopolate vennero in seguito concesse ad alcune popolazioni barbariche che per prime si stabilirono nell'Impero come foederati. Le continue scorrerie da parte dei barbari nei vent'anni successivi alla fine della dinastia dei Severi avevano messo in ginocchio l'economia ed il commercio dell'Impero romano. Numerose fattorie e raccolti erano stati distrutti, se non dai barbari, da bande di briganti e dalle armate romane alla ricerca di sostentamento, durante le campagne militari combattute sia contro i nemici esterni, sia contro quelli interni (usurpatori alla porpora imperiale). La scarsità di cibo generava, inoltre, una domanda superiore all'offerta di derrate alimentari, con evidenti conseguenze inflazionistiche sui beni di prima necessità. A tutto ciò si aggiungeva un costante reclutamento forzato di militari, a danno della manovalanza impiegata nelle campagne agricole, con conseguente abbandono di numerose fattorie e vaste aree di campi da coltivare. Questa impellente richiesta di soldati, a sua volta, aveva generato una implicita corsa al rialzo del prezzo per ottenere la porpora imperiale. Ogni nuovo imperatore o usurpatore era costretto, pertanto, ad offrire al proprio esercito crescenti donativi e paghe sempre più remunerative, con grave danno per l'aerarium imperiale, spesso costretto a coprire queste spese straordinarie con la confisca di enormi patrimoni di cittadini privati, vittime in questi anni di proscrizioni "di parte". La crisi era aggravata, inoltre, dall'iperinflazione causata da anni di svalutazione della moneta. Questa si era resa necessaria già sotto gli imperatori della dinastia dei Severi, che per far fronte alle necessità militari avevano ampliato l'esercito di un quarto e raddoppiata la paga base. Le spese militari costituivano poi il 75% circa del bilancio totale statale, in quanto poca era la spesa "sociale", mentre tutto il resto era utilizzato in progetti di prestigiose costruzioni a Roma e nelle province. A ciò si aggiungeva un sussidio in grano per coloro che risultavano disoccupati, oltre ad aiuti al proletariato di Roma (congiaria) e sussidi alle famiglie italiche (simile ai moderni assegni familiari) per incoraggiarle a generare più figli. I giacimenti di metalli preziosi erano ormai in esaurimento, dopo secoli di sfruttamento e finì per determinarsi, nel Tardo Impero, una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini imperiali, accelerando così la perversa spirale di diminuzione della quantità effettiva di metallo prezioso nelle monete coniate dai vari imperatori. Inoltre, l'instabilità politica ebbe pesantissimi effetti anche sui traffici commerciali, per cui l'ampia rete commerciale attiva nei due secoli precedenti fu interrotta. L'agitazione civile e i conflitti la resero non più sufficientemente sicura per permettere ai commercianti di viaggiare come prima e la crisi monetaria rese gli scambi molto difficili. Ciò produsse profondi cambiamenti che proseguirono fino all'età medioevale. I grandi latifondisti, non più in grado di esportare con successo i loro raccolti sulle lunghe distanze, cominciarono a produrre cibi per la sussistenza e per il baratto locale e piuttosto che importare dei prodotti, cominciarono a produrre molti beni localmente, spesso sulle loro stesse proprietà di campagna, dove tendevano a rifugiarsi per sfuggire alle imposizioni dello Stato a carico dei cittadini. Nacque in tal modo una "economia domestica" autosufficiente che sarebbe diventata ordinaria nei secoli successivi, raggiungendo la sua forma finale in età medioevale. La crisi economica aveva comportato una diversa suddivisione della società.  Delle tre classi tradizionali dei senatori, dei cavalieri e dei plebei, senatori e cavalieri (grandi proprietari terrieri e militari, che disponevano della proprietà terriera e delle riserve di monete d'oro) erano confluiti nella classe privilegiata degli honestiores, mentre artigiani e piccoli commercianti, toccati dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione della moneta d'argento, erano confluiti nella classe degli humiliores che andava man mano perdendo i propri diritti: pene diverse erano previste per honestiores e humiliores e le possibilità di scalata sociale per quest'ultimi erano fortemente ridotte. Sempre più spesso gli humiliores rinunciavano volontariamente alle proprie libertà per affidarsi alla protezione dei grandi proprietari terrieri ed evitare inoltre l'arruolamento forzato nell'esercito così come i piccoli artigiani e i commercianti liberi delle città, che cominciarono a spostarsi verso le grandi proprietà della campagna, alla ricerca di cibo e di protezione. Diventarono così una classe di cittadini semi-liberi noti come coloni, legati alla terra e, grazie alle successive riforme imperiali, la loro posizione divenne ereditaria, un primo modello per la servitù della gleba, che avrebbe costituito la base della società feudale medioevale.

Nel 242 - Inizia la predicazione di Mani, fondatore del Manicheismo, che sarà crocifisso nel 276. Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus absconditus, un dio nascosto. In campo etico, il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli "imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico, scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina. Subito osteggiata dagli imperatori Romani e Persiani, ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Càtari.

Carta dell'impero romano con in
verde i territori perduti di Dacia e Agri
Decumates nel III sec. Sono indicate,
 sempre in verde, le direttrici delle
migrazioni dei Sassoni, dei Franchi,
 dei suebi Alemanni, Iutungi,
Marcomanni e Quadi, degli Iazigi di
 origine sarmatica, dei Carpi di stirpe
dacica, dei Goti  Tervingi e dei Borani,
 di stirpe incerta. Da https://it.wiki
pedia.org/wiki/Invasioni_barbari
che_del_III_secolo#/media/File:
Barbarian_invasions_from_
3rd_century.png
Dal 248 - Durante una nuova incursione di Goti, ai quali era stato rifiutato il contributo annuale promesso da Gordiano III, si associarono anche i Vandali, portando devastazione nella provincia di Mesia inferiore: « Sotto l'impero di quel Filippo […] i Goti malcontenti che non si pagasse più loro il tributo, si trasformarono in nemici da amici che erano. […] Ostrogota, re dei Goti, marciò contro i Romani alla testa di trentamila armati a cui si aggiunsero anche guerrieri taifali, asdingi e tremila Carpi, quest'ultimo popolo assai bellicoso e spesso funesto per i Romani. » (Giordane, De origine actibusque Getarum, XVI, 1-3.). L'invasione alla fine fu quindi fermata dal generale dell'Imperatore Romano Filippo l'Arabo, Decio Traiano, futuro imperatore egli stesso, presso la città di Marcianopoli, che era rimasta sotto assedio dei barbari per lungo tempo. La resa dei barbari fu motivata sia dall'ignoranza dei Germani in fatto di macchine d'assedio che, come suggerisce Giordane, «dalla somma versata loro dagli abitanti». Nel III secolo inizia anche l'espansione di alcune tribù slave nella Boemia (nome che significa: territorio dei Boi), a danno dei Celti.

Dal 250 - Dopo il primo assalto avvenuto durante l'epoca di Marco Aurelio, un'altra pesantissima e ancor più devastante epidemia di peste colpì i territori dell'Impero nel ventennio 250-270. Si è calcolato che il morbo abbia mietuto milioni di vittime e che alla fine la popolazione dell'Impero fosse ridotta del 30 per cento, da 70 a 50 milioni di abitanti. A tutto ciò si aggiunga che il prezzo da pagare per la sopravvivenza dell'Impero fu molto alto anche in termini territoriali. A partire infatti dal 260 gli Imperatori che si susseguirono dovettero abbandonare, in modo definitivo, i cosiddetti Agri decumates oltre il Reno (sotto Gallieno) e l'intera provincia delle Tre Dacie (sotto Aureliano, nel 271 circa).

Nel 251 - Muore Gaio Messio Quinto Traiano Decio (Budalia, 201 - Abrittus, 1º luglio 251), imperatore romano dal 249, insieme al figlio Erennio Etrusco, durante la battaglia di Abrittus. Decio regnò così per soli due anni. Furono avvenimenti torbidi quelli che seguirono la morte di Decio, che aveva dovuto sostenere dure lotte coi Goti giunti sino a Filippopoli. Gli eserciti romani lasciarono le frontiere per marciare verso l'interno e i barbari passarono dovunque i confini. I Goti, oltre a spingersi via terra a sud del Danubio, arrivavano anche per mare in Asia Minore; Alemanni e Franchi si rovesciarono sulla Gallia, attaccata per mare dai Sassoni. D'altra parte l'esercito imperiale era per buona parte formato da Germani, il suo aspetto e la sua organizzazione divennero sempre più barbarizzati e si perse quella superiorità che gli veniva dall'armamento e dalla disciplina romana. Nell'esercito, i Germani salirono ai gradi più elevati e nel sistema di caste chiuse che si venne formando nell'impero del IV sec., solo i barbari ebbero la possibilità di salire da gregari ai più alti gradi

Valeriano su sesterzo. Di
Classical Numismatic Group,
Nel 253 - Tutte queste difficoltà costrinsero l'imperatore  Valeriano  (imperatore dal 253 al 260), a spartire con il figlio Gallieno  (imperatore dal 253 al 268) l'amministrazione dello Stato romano, affidando a quest'ultimo la parte occidentale e riservando per sé quella orientale, come in passato era già avvenuto con Marco Aurelio e Lucio Vero (dal 161 al 169). Valeriano emanò due editti, nel 257 e nel 258, che prevedevano la confisca dei terreni religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano di Cartagine, Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire. A questi l'agiografia cristiana aggiunge martirii dubbi o impossibili. La persecuzione voluta da Valeriano ha avuto un esito negativo sulla storiografia del suo regno: tra le vittime vi fu anche Cipriano, vescovo di Cartagine, messo a morte nel settembre del 258 e con la fine della sua corrispondenza manca un'importante fonte storica di quel periodo. Il momento più cupo del suo principato fu raggiunto nel 260, quando Valeriano stesso fu sconfitto in battaglia e preso prigioniero dai Sasanidi, morendo in prigionia senza che fosse possibile intraprendere una spedizione militare per liberarlo.

L'imperatore Gallieno.
- Se da un lato l'impero romano sembra abbia attraversato, sotto Gallieno, uno dei periodi più "bui" della sua storia, questo imperatore rappresentò il punto di svolta nel tragico periodo della crisi del III secolo, che era seguito alla dinastia dei Severi. Non è un caso che proprio Gallieno sia stato il primo a regnare per quindici anni (sette con il padre ed otto da solo), cosa assai rara se si considera il primo periodo dell'anarchia militare (dal 235 al 253). Era, infatti, dai tempi di Settimio Severo (193-211) che un Imperatore romano non regnava tanto a lungo. Gallieno riformò l'esercito: resosi conto dell'impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero con una statica linea di uomini posizionati a ridosso della frontiera, Gallieno sviluppò una pratica che era iniziata verso la fine del II secolo sotto Settimio Severo (con il posizionamento di una legione, la legio II Parthica, a pochi chilometri da Roma, ovvero posizionando una riserva strategica di soldati ben addestrati pronti ad intervenire, dove serviva nel minor tempo possibile (contingenti di cavalleria a Mediolanum, Sirmio, Poetovio e Lychnidos). In accordo con queste considerazioni, Gallieno attorno agli anni 264-268, o forse poco prima, costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di Diocleziano), formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante dotate di armatura (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae, gli equites Mauri et Osroeni), poiché queste percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliaria. Ed ogni volta che i barbari sfondavano il limes romano e s'inoltravano nelle province interne, la "riserva strategica" poteva così intervenire con forza dirompente. La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata fu posta a Milano, punto strategico equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali della Rezia e del Norico. Si trattava di un'iniziativa resasi necessaria anche a causa della perdita degli Agri decumates tra il Reno ed il Danubio, che aveva portato i vicini Germani a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale. La predisposizione per la cavalleria riguardava non solo le forze ausiliarie ed i numeri, ma anche le legioni stesse, dove il numero di cavalieri passò da 120 a 726 per legione. Sembra infatti che Gallieno abbia aumentato il contingente di cavalleria interno alla legione stessa, dove la prima coorte era composta da 132 cavalieri, mentre le altre nove di 66 ciascuna. Questo incremento fu dovuto proprio alla necessità di avere un esercito sempre più "mobile". La riforma di Gallieno, inoltre, toglieva ai senatori ogni carica militare; se in passato i comandanti delle legioni (legatus legionis) provenivano dal Senato a parte quelli che comandavano le legioni egiziane, ora provenivano dalla classe equestre (praefectus legionis). Con le riforme apportate da Gallieno infatti, era mutata sia la composizione sociale dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre: dopo il 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare fu assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale. Era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito: centurione, protector, dux, fino a ottenere incarichi amministrivi prestigiosi, quale quello di praefectus, comandante militare. La riforma eliminò, inoltre, in modo definitivo ogni legame tra le legioni e l'Italia, poiché i nuovi comandanti, che erano spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi e arrivati a quelli più alti, erano interessati più al proprio tornaconto o al massimo agli interessi della provincia d'origine (in particolare a quelle Illiriche, vedi quanti Imperatori illirici), ma non a Roma. I generali che comandavano questa forza, quindi, avevano nelle loro mani un potere incredibile e non è un caso che futuri augusti come Claudio II il Gotico o Aureliano ricoprissero questo incarico prima di diventare imperatori. Il periodo in cui Gallieno regnò da solo (260-268) fu caratterizzato anche da un rifiorire delle arti e della cultura, con la creazione di un ponte tra la cultura classica dell'epoca degli Antonini e quella post-classica della Tetrarchia. Tale periodo vide un cambiamento nella visione dei rapporti tra uomo e divino e tra uomini, un movimento che consciamente tentò di far rinascere la cultura classica ed ellenica, come si può osservare dalla monetazione e dalla ritrattistica imperiale. « In verità Gallieno si segnalava, non lo si può negare, nell'oratoria, nella poesia ed in tutte le arti. Suo è il celebre epitalamio che risultò il migliore tra cento poeti. [...] si racconta che abbia recitato: "Allora andate ragazzi, datevi da fare con il profondo del cuore tra voi. Non le colombe i vostri sussurri, né l'edera i vostri abbracci, né vincano le conchiglie i vostri baci". » (Historia Augusta, Gallieni duo, 11.6-8.) . Fu questo periodo che vide fiorire il Neoplatonismo, il cui maggior rappresentante, Plotino, fu amico personale di Gallieno e Salonina. I ritratti di Gallieno si rifanno allo stile classico-ellenistico di quelli di Adriano, ma la nuova spiritualità è evidente dallo sguardo verso l'alto e dalla palese immobilità del ritratto, che danno un senso di trascendenza e immutabilità. Lo stesso imperatore rinnovò i legami con la cultura ellenica rafforzati da Adriano e Marco Aurelio, recandosi in visita ad Atene, diventando arconte eponimo e facendosi iniziato ai misteri di Demetra. Tale slancio verso il trascendente e la divinità è rimarcato dalle emissioni numismatiche di Gallieno. Lì dove l'imperatore si trovava per far sentire la propria presenza in zone dell'impero minacciate, la zecca locale coniava monete in cui gli dei (tra cui Giove in diverse incarnazioni, Marte, Giunone, Apollo, Esculapio, Salus...) venivano ritratti come protettori dell'imperatore, direttamente o tramite gli animali che li rappresentavano. Un posto particolare fu quello del Sole Invitto, che venne identificato come comes Augusti, "compagno dell'augusto": tale divinità era particolarmente venerata dai soldati, ancor di più da quelli orientali, dei quali Gallieno cercava il favore e il sostegno. Secondo una interpretazione storica che pone attenzione alla reazione psicologica delle popolazioni rispetto alla fede religiosa, col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti vuoti di significato. Sempre secondo questa interpretazione storica la critica alla religione tradizionale veniva anche dalle correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli dèi. Nella congerie sincretistica dell'impero del III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche (Plotino), gnostiche, orfiche e misteriche (misteri eleusini che trovò seguaci prima in Adriano e poi Gallieno), fece la sua comparsa il Cristianesimo.

Dal 256 - Nuove minacce per l'Impero romano da parte di Germani e Sàrmati, causate principalmente da un cambiamento nella struttura tribale della loro società rispetto ai precedenti secoli: la popolazione, sottoposta all'urto di altri popoli barbarici provenienti dalla Scandinavia e dalle pianure dell'Europa orientale, necessitava di una struttura organizzativa più forte, pena l'estinzione delle tribù più deboli. Da qui la necessità di aggregarsi in federazioni etniche di grandi dimensioni, come quelle di Alemanni, Franchi e Goti, per difendersi da altre bellicose popolazioni barbariche o per meglio aggredire il vicino Impero romano, la cui ricchezza faceva gola. I Germani occidentali presentano nuovi aggruppamenti etnici che, sotto l'influsso della civiltà romana, costituiscono più salde formazioni politiche. Dai Suebi ebbero specialmente origine gli Alemanni (cioè: uomini di molte stirpi), che comparvero fra il Meno e il Danubio e, forzato dopo lunghe lotte il limes, varcarono il Reno occupando l'Alsazia e il Palatinato. Sul Reno inferiore appare nel sec. III la potente confederazione dei Franchi (gli audaci), che continuavano gli antichi Chiauci e fra cui vi furono probabilmente i Brutteri e i Sicambri (o Sigambri), distinti in Franchi Salii a nord e  Franchi  Ripuarii a sud. I Sassoni dall'Elba inferiore si estesero sino al centro della Germania e poi verso ovest e sud, incorporando molte tribù in uno stato potente. Non si trattava  comunque allora, di spostamenti di massa di intere popolazioni come quelli che si sarebbero verificati nei secoli successivi, quando l'irruzione degli Unni nello scacchiere europeo avrebbe indotto molte tribù germaniche a cercare nuove sedi d'insediamento all'interno dell'Impero romano. Lo sfondamento del limes renano-danubiano fu favorito anche dalla grave crisi interna che travagliava l'Impero romano, fra cui l'epidemia di peste. Roma, infatti, attraversava un periodo di grande instabilità interna, causata dal continuo alternarsi di imperatori ed usurpatori (nell'anarchia militare). Le guerre interne consumavano importanti risorse negli scontri tra i vari contendenti e sguarnivano le frontiere, facilitando lo sfondamento da parte delle popolazioni barbariche che si trovavano lungo il limes. Fra le popolazioni Slave occidentali (i Venedi-Sclavini) delle regioni danubiane, carpatiche, lungo la costa settentrionale del mar Nero, del Dnepr e del Volga si verificavano gli stessi mutamenti socio-economici già presenti presso i Germani e anche lì l'accentuarsi delle stratificazioni sociali indurrà a partecipare alle guerre danubiane verso la metà del III secolo, tanto che uno degli imperatori romani di quel periodo porta il titolo di "venedico". Daci, Alani, Carpi e soprattutto Goti attaccarono l'impero romano, mentre le tribù Slave  orientali  (dell'Europa orientale), ridussero fortemente i loro rapporti commerciali con Roma, preferendo quelli con le tribù sarmatiche o altre tribù slave orientali e parteciparono alle guerre anti-schiavistiche contro Roma, unendo parte delle loro forze a quelle gotiche nel III e IV secolo. Le basi geopolitiche fondamentali per le offensive dei cosiddetti "barbari" contro l'impero romano, nel III secolo, furono le regioni fra il Danubio, il Reno, l'Elba e la costa settentrionale del mar Nero. Indispensabile, per la riuscita di queste campagne militari, fu l'alleanza tra i ceti nobiliari germanici e slavi e le grandi masse popolari, schiavili e semischiavili, che consideravano i "barbari" come loro liberatori.

Franchi Salii, Ripuarii e Alemanni,
da http://www.lionspalermodeivespri
.it/wordpress/wp-content/uploads
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- Il nome dei Franchi è attestato dal III secolo d.C., (c'è chi dice che derivi da “arditi”) ed indica una popolazione germanica che si formò tramite l'unione di tribù stanziate lungo la sponda destra del corso inferiore del Reno, fra le quali vi furono probabilmente i Brutteri e i Sicambri (o Sigambri). Questa sorta di federazione si formò attraverso una serie di imprese militari che via via aggiunsero ad un nucleo originario i territori di popolazioni confinanti, senza soffocarne tuttavia l'influenza e l'autonomia. E' consuetudine suddividere i Franchi in due grandi gruppi. 1) I Franchi Salii, così chiamati perché abitavano la regione, negli attuali Paesi Bassi, prossima al fiume Sala, l'odierno Ijssel, il più orientale dei tre rami principali in cui si divide il Reno prima di sfociare in mare, gli altri due sono il Nederrijn e il Waal; anticamente era chiamato dai Romani con il nome Isala (o Sala), il cui nome si pensa derivi dal germanico “i sala”, che significa "acqua scura". Oggigiorno si getta, attraverso il Ketelmeer, nell'IJsselmeer, un lago artificiale che deve il suo nome al fiume IJssel che ne è tributario, nome caratterizzato dal digramma IJ che in olandese è una lettera dell'alfabeto che si scrive in maiuscolo). 2) I Franchi Ripuari, (probabilmente da “ripa”, la riva del Reno), stanziati più a sud lungo la sponda destra del corso inferiore del Reno, in un'area oggi facente parte della Germania, nei territori di Colonia, Treviri, Francoforte). Nel corso del III secolo d.C. i Franchi sono ricordati per i loro tentativi, spesso con gli Alemanni (dal germanico “uomini di molte stirpi”, era infatti un'altra federazione di tribù dei Suebi, stanziate più a sud, fino alla sponda settentrionale del Danubio) di superare i confini stabiliti con l'Impero Romano. Nel 254 Gallieno, che allora aveva la carica di Cesare, fermò uno di questi tentativi di invasione. Ancora Gallieno nel 257 intervenne contro i Franchi nei pressi di Colonia mentre Aureliano (che sarebbe divenuto imperatore nel 270) comandava una legione che li affrontò e sconfisse presso Mogontiacum (Magonza). Altre imprese dei Franchi verso le Gallie e la Penisola Iberica si svolsero negli anni successivi e furono fermate dagli interventi di Postumo e di Aureliano. Fu negli anni successivi alla morte di Aureliano (nel 275) che i Franchi, ancora con gli Alemanni, riuscirono ad invadere la Gallia portando ovunque la devastazione dei saccheggi finché non furono fermati da Probo e, nel 288, da Massimiano.

L'Europa centrale nel 258-260
 con i percorsi delle migrazioni
delle confederazioni di Franchi,
 Alemanni, Marcomanni, dei
Quadi di origine sueba (sveva)
 e degli Iazigi di origine
sarmatica. Da https://it.wikipedia.
org/wiki/Battaglia_di_Milano_
(260)#/media/File:Invasioni
_occidente_258-260_png.png
Nel 257 - La popolazione germanica dei Goti  strappa la Dacia (parte dell'attuale Romania) all'impero Romano.

Nel 260 - Alle porte di Mediolanum (Milano), nella primavera del 260, tra la federazione germanica degli Alemanni e le legioni dell'imperatore romano Gallieno, che ebbe la meglio, riuscendo a respingere le orde dei barbari, ebbe luogo la battaglia di Milano. In seguito a questa vittoria, Gallieno si rese conto dell'impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero con una statica linea di uomini posizionati a ridosso della frontiera (detti appunto limitanei dal termine latino limes). Per questo motivo, Gallieno formalizzò e migliorò una pratica che si era già diffusa dalla fine del II secolo sotto Settimio Severo, che aveva fatto acquartierare una legione, la Legio II Parthica, a pochi chilometri da Roma: si trattava infatti di una riserva strategica di soldati ben addestrati (detti comitatenses) pronti ad intervenire dove serviva nel minor tempo possibile. Gallieno costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di Diocleziano) formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante, ovvero composte da cavalieri dotati di armatura pesante (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae e gli equites Mauri et Osroeni), poiché questi percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliarie. Ogni volta che i barbari sfondavano il limes e s'inoltravano nelle province interne, interveniva la "riserva strategica". La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata fu proprio Milano, punto strategico equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali di Rezia e Norico. Si trattava di un'iniziativa resasi necessaria dalla perdita degli Agri Decumates tra il Reno ed il Danubio, che aveva portato i vicini Germani a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale. Per l'occasione Gallieno aprì per la prima volta, nell'antica Mediolanum, una zecca.
Cartina dell'Impero Romano quando
erano imperatori Vespasiano e suo
figlio Gallieno, nel 260. Il Regno
di Palmira e l'Impero delle Gallie
effettuarono una secessione che fu
poi risolta da Vespasiano nel periodo
 270-275.
Dal 260 l'imperatore Gallieno è costretto al definitivo abbandono di tutti i territori ad est del Reno ed a nord del Danubio, gli Agri Decumates, a causa delle continue invasioni delle tribù germaniche limitrofe degli Alemanni, ed alla contemporanea secessione della parte occidentale dell'impero, guidata dal governatore di Germania superiore ed inferiore, Postumo. Sembra che l'imperatore  non avesse potuto intervenire lungo il fronte germanico-retico a causa della contemporanea crisi orientale, che vide coinvolto il proprio padre, Valeriano, catturato dai Sasanidi di Sapore I nella tarda estate. A partire dal 260 e fino al 274 circa, l'Impero romano subì la secessione di due vaste aree territoriali, che però ne permisero la sopravvivenza. Scrive Eutropio: « Avendo così Gallieno abbandonato lo Stato, l'Impero romano fu salvato in Occidente da Postumo ed in Oriente da Odenato. » (Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9, 11.). Quindi, nel 260, due porzioni dell'impero si staccarono: in Oriente Settimio Odenato respinse i Sasanidi, ma si ritagliò a tutti gli effetti un dominio personale, noto come Regno di Palmira”, con capitale Palmira (l'attuale Tadmor in Siria), mentre in Occidente, il comandante delle truppe renane, Postumo, si rivoltò uccidendo Salonino, il figlio di Gallieno, di cui era tutore, proclamandosi augusto e creando l'”Impero delle Gallie”, un vero e proprio stato con senato, consoli e magistrature simili a quelle dell'impero "centrale". Postumo era riuscito a costituire un impero incentrato sulle provincie della Germania inferiore e della Gallia Belgica, alle quali si unirono poco dopo tutte le altre province galliche, della Germania superiore, della Britannia, della Spagna e, per un breve periodo, anche quella di Rezia.

Zenobia di Palmira.
- Il “Regno di Palmira”- La città di Palmira, oasi lungo la via carovaniera che metteva in contatto l'oriente dei Parti con i porti del Mediterraneo controllati da Roma, aveva sviluppato la propria fortuna commerciale sulla sua neutralità tra i due imperi, spesso in lotta tra loro. L'oasi di Palmira era abitata da ricchi commercianti già nel I secolo d.C., tanto da spingere Marco Antonio a farvi un'incursione con la cavalleria, che si concluse con un nulla di fatto. Durante il regno di Valeriano il principe di Palmira, Settimio Odenato, appartenente ad una famiglia che aveva ottenuto la cittadinanza romana sotto Settimio Severo. All'inizio del 268 Odenato fu assassinato, ad Emesa, assieme al figlio Hairan (o Erode o Erodiano) e ad un suo fedele collaboratore, il governatore militare di Palmira, Settimio Vorode. Furono assassinati da Maconio, cugino o nipote (a seconda delle fonti) di Odenato. Poco dopo la morte del re dei re, sua moglie Zenobia prese il potere, in nome del figlio minorenne, Vaballato, col sogno e l'ambizione non solo di mantenersi autonoma da Roma, ma di creare un impero d'Oriente da affiancare all'impero di Roma. Gallieno avrebbe voluto regolare i conti con Zenobia, ma fu impedito a recarsi in Oriente sia dall'invasione dei Goti iniziata nel 267 che dalla grande invasione degli Eruli del 268. Zenobia, dopo la morte per peste dell'imperatore Claudio il Gotico, riuscì ad estendere il potere del suo regno conquistando la Bitinia e l'Egitto. Nel 270 divenne imperatore Aureliano che inizialmente riconobbe a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e imperator dux Romanorum, tanto che nel regno di Palmira si batterono monete con da un lato l'effigie di Vaballato, imperator dux Romanorum e dall'altro dell'imperatore, Aureliano. Ma nel 271, risolti i problemi che aveva in Italia, Aureliano decise di tamponare tutte le falle del sistema difensivo romano, restaurando l'integrità dello stato sui vecchi confini, cominciando dal regno di Palmira.

- L'Impero delle Gallie, retto dagli usurpatori come Postumo (260-268), Leliano (268), Marco Aurelio Mario (268-269), Vittorino (269-271), Domiziano II (271) e Tetrico (271-274), non solo formò un proprio Senato presso il suo maggiore centro, Augusta Treverorum (Treviri), ma attribuirono i classici titoli di console, Pontefice massimo o tribuno della plebe ai suoi magistrati nel nome di Roma aeterna, ed assunsero anche la normale titolatura imperiale, coniando monete presso la zecca di Lugdunum (Lione), aspirando all'unità con Roma e, cosa ben più importante, non pensando mai di marciare contro gli imperatori cosiddetti "legittimi" (come Gallieno, Claudio il Gotico, Quintillo o Aureliano), che regnavano su Roma (vale a dire coloro che governavano l'Italia, le province africane occidentali fino alla Tripolitania, le province danubiane e dell'area balcaniche). L'Impero delle Gallie fu alla fine riconquistato dall'imperatore Aureliano (270-275), che con una serie di campagne militari riuscì nuovamente a ribadire il potere imperiale sia in occidente che in oriente (regno di Palmira). Alla fine del 273 o all'inizio del 274 marciò sulla Gallia e sconfisse Tetrico nella battaglia di Chalons. Nel marzo del 274 la zecca di Lione smise di coniare monete per l'ultimo imperatore delle Gallie e iniziò la coniazione a nome di Aureliano, Restitutor Orbis. L'ultimo colpo di coda fu rappresentato dalla rivolta di Faustino a Treviri, rapidamente soppressa.

- Fu grazie alla divisione interna e provvisoria dello Stato romano in tre parti (ad occidente l'impero delle Gallie, al centro Italia, Illirico e province africane, ad oriente il Regno di Palmira) che l'Impero riuscì a salvarsi da un definitivo tracollo e smembramento. Solo dopo la morte di Gallieno (268), un gruppo di imperatori-soldati di origine illirica (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio Probo) riuscì infine a riunificare l'Impero in un unico blocco, anche se le guerre civili che si erano susseguite per circa un cinquantennio e le invasioni barbariche avevano costretto i Romani a rinunciare sia alla regione degli Agri decumates (lasciata agli Alemanni nel 260 circa), sia alla provincia della Dacia (256-271), sottoposta alle incursioni dei Carpi, dei Goti Tervingi e dei Sarmati Iazigi.

Nel 261 - Gallieno sconfigge gli Alamanni sotto Milano mentre torme di Franchi raggiungono la Spagna. La marea degli invasori per il momento è contenuta. In questa lotta perpetua l'unità stessa dell'impero si rallentava: ogni provincia si affidava a chi poteva difenderla. 

Carta del 268-270 con le incursioni
dei Goti in Grecia e Asia minore.
Nel 267 e 268 - I Goti saccheggiano Atene, Argo, Corinto  e  Sparta a cui seguiranno delle invasioni nella parte occidentale dell'impero romano da parte di Alemanni, Marcomanni, Iutungi, Iazigi e Vandali Asdingi nel 268-271.

Nel 268 - Mentre i Goti impegnavano lo stesso imperatore Gallieno in Tracia ed Illirico, una nuova orda di Alemanni riusciva a penetrare nell'Italia settentrionale attraverso il passo del Brennero, approfittando dell'assenza dell'esercito imperiale, impegnato a fronteggiare sia la devastante invasione dei Goti in Mesia, Acaia, Macedonia, Ponto ed Asia, sia l'usurpatore Aureolo, che si era fortificato a Milano. Tornato a Milano, dopo aver affidato il comando della guerra contro i Goti a Marciano, Gallieno si apprestò ad assediare Aureolo, ma Aureolo, che aveva ormai perduto ogni speranza, fece spargere voci nel campo dell'imperatore che inneggiavano contro Gallieno. Alcuni comandanti, stanchi dell'imperatore, ordirono una congiura e dissero al principe che Aureolo aveva tentato una sortita, facendolo così uscire dalla sua tenda. Gallieno fu ucciso a tradimento dal comandante della cavalleria dalmata Ceronio o Cecropio insieme al fratello Publio Licinio Valeriano. Alla congiura pare non fosse estraneo il suo successore Claudio II il Gotico (Marco Aurelio Claudio), anche se alcuni storici (anche coevi) affermarono che Gallieno morì in conseguenza di una brutta ferita riportata durante lo svolgersi dell'assedio. Tra gli organizzatori c'era il suo prefetto del pretorio, Aurelio Eracliano. « [Cecropio] avvicinatosi a Gallieno mentre stava pranzando, disse che uno degli esploratori aveva appena annunciato l'arrivo di Aureolo con tutte le sue forze. A queste parole, l'imperatore sgomento, chiese le armi e saltò sul cavallo, dando ordine ai soldati di seguirlo, e senza neppure attendere la sua guardia del corpo, si lanciò. Il comandante della cavalleria dalmata, appena lo vide senza armatura, lo uccise. » (Zosimo, I.40.3.). Aurelio Vittore sostiene che Gallieno, sul letto di morte, designò quale suo successore, Claudio. Alla notizia della sua morte, i suoi familiari furono assassinati. Gallieno morì così a cinquant'anni, dopo quindici di regno e fu divinizzato dal Senato per volere del suo successore Claudio II. La vittoria di Claudio II il Gotico, il nuovo imperatore, contro i Goti nella battaglia di Naisso del 268, meritandosi il titolo di Gothicus Maximus, fu una significativa svolta nell'ambito della crisi dell'anarchia militare. Claudio II è stato un imperatore romano dal settembre/ottobre del 268 per un periodo di un solo anno e nove mesi. Di stirpe illirica, cercò di risolvere i gravi problemi dell'impero. Gli ottimi rapporti che ebbe con il senato di Roma, che trovarono il fondamento principale nella gratitudine della Curia romana per l'eliminazione di Gallieno, si manifestarono anche dopo la morte di Claudio con l'elezione ad Augusto del fratello Quintillo. La "Historia Augusta" racconta che quando era ancora un giovane soldato: « [Claudio] si mise in mostra in una gara tra i più forti lottatori, durante uno spettacolo che si teneva nell'accampamento in onore di Marte. Egli adiratosi con chi lo aveva afferrato non per la cintura, ma per i genitali, gli fece cadere con un sol pugno tutti i denti. Questo gesto gli fu perdonato, poiché si era vendicato per l'offesa ricevuta al proprio pudore. » (Historia Augusta, Divus Claudius, 13.6-7.).

- Dopo la morte di Gallieno (268), un gruppo di imperatori-soldati di origine illirica (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio Probo) riuscì infine a riunificare l'Impero in un unico blocco, anche se le guerre civili che si erano susseguite per circa un cinquantennio e le invasioni barbariche avevano costretto i Romani a rinunciare sia alla regione degli Agri decumates (lasciata agli Alemanni nel 260), sia alla provincia della Dacia (256-271), sottoposta alle incursioni di Carpi, Goti Tervingi e Sarmati Iazigi.

Aureliano o forse Claudio
il gotico, da: https://com
mons.wikimedia.org/
wiki/File:5305-Brescia-
SGiulia-Ritratto_di_Claudio
_II_Gotico_o_Aureliano-
scontornata_png.png
Nel 270 - L'imperatore Aureliano succede a Claudio il Gotico. Con Claudio il Gotico e il suo successore Aureliano (imperatore nel periodo 270-276) furono ripresi l'impero delle Gallie e il regno di Palmira, che si erano staccati dall'Impero durante il Principato di Gallieno: l'impero romano era nuovamente riunito e le truppe di frontiera di nuovo al loro posto.

- Sotto Aureliano gli Alamanni giunsero sino a Fano, nel cuore dell'Italia, e la Dacia dovette essere abbandonata.

- In conclusione, la crisi politico-militare fu caratterizzata almeno da tre conflitti: quello esterno, innescato dalle invasioni barbariche; quello interno, tra l'aristocrazia senatoria ed i comandanti militari; e quello nelle file dell'esercito tra generali, imperatori ed usurpatori. L'anarchia militare durata 50 anni dimostrò la maggiore importanza dell'elemento militare che doveva difendere l'Impero rispetto al Senato che aveva ormai perso non solo autorità, ma anche autorevolezza. Gli imperatori ormai non provenivano più dai ranghi del Senato, ma erano i generali che avevano fatto carriera nell'esercito ed erano stati proclamati dai soldati, ottenendo il potere dopo aver combattuto contro altri comandanti. Con la riforma dell'esercito operata da Gallieno (260-268) il Senato di Roma finì per essere escluso non solo sostanzialmente, ma anche ufficialmente dal comando militare, in quanto l'imperatore decretò che le legioni potessero essere guidate anche da praefecti di rango equestre (in precedenza il comando delle legioni era monopolio di legati di classe senatoria). L'insicurezza del territorio comportò anche un cambiamento nel carattere delle città: queste si erano ovunque sviluppate nei primi due secoli dell'impero e non avevano particolari esigenze difensive, mentre a partire dal III secolo iniziò il cambiamento graduale e discontinuo che avrebbe portato dalle grandi città aperte dell'antichità, alle più piccole città cinte da mura, comuni nel medioevo. Particolarmente significativa fu la nuova cinta muraria che l'imperatore Aureliano fece costruire intorno alla stessa Roma, che dopo molti secoli era nuovamente minacciata dalle incursioni dei barbari. La costruzione delle mura iniziò probabilmente nel 271 e si concluse dopo soli due anni, anche se la definitiva rifinitura avvenne verso il 280, sotto l’imperatore Probo.

Carta delle invasioni nell'Impero
 Romano nel periodo 268-271
da parte delle confederazioni
 suebiche degli Alemanni,
Iutungi e Marcomanni, dei
 vandalici Asdingi e dai
sarmatici Iazigi.
- La popolazione germanica dei Vandali (Wandili), dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia intorno al 400 a.C. e che, sotto la pressione di altre tribù germaniche, si erano spostati più a sud dove avevano sottomesso la popolazione celtica dei Boi circa nel 170, nel periodo 270 - 330 si erano stanziati nell'attuale Slesia, nel sud della Polonia. Nel 270, mentre l'imperatore Aureliano si trovava a Roma, per ricevere dal Senato in modo ufficiale i pieni poteri imperiali, una nuova invasione generò il panico, questa volta nelle province di Pannonia superiore ed inferiore, che evidentemente Aureliano aveva sguarnito per recarsi in Italia a respingere l'invasione degli Iutungi. Si trattava dei Vandali Asdingi, insieme ad alcune bande di Sarmati Iazigi, ma il pronto intervento dell'imperatore in persona costrinse queste popolazioni germano-sarmatiche a capitolare ed a chiedere la pace. Aureliano costrinse i barbari a fornire in ostaggio molti dei loro figli, oltre ad un contingente di cavalleria ausiliaria di duemila uomini, in cambio del ritorno alle loro terre a nord del Danubio. Per questi successi ottenne l'appellativo di Sarmaticus maximus.

Dal 276
 - Marco Aurelio Probo (Sirmio, l'attuale Sremska Mitrovica in Serbia, 9 agosto 232 - Sirmio, 282) è nominato imperatore e si verifica un'altra grave crisi di anarchia militare. Intanto oltre che per l'esercito, l'impero aveva bisogno dei Germani anche per reggere la sua crollante economia: si fanno razzie nella Germania per trarne braccia da lavoro. Inoltre i Germani, sia come prigionieri di guerra (dediticii) o in seguito a patti come foederati, laeti, inquilini, gentiles, comunque riuniti in gruppi omogenei, vennero collocati nelle provincie spopolate, specialmente da Marco Aurelio, da Gallieno, da Claudio Gotico, da Aureliano, da Probo, da Massimianoe da Diocleziano. Essi dovevano coltivare le terre e fornire soldati e ricevevano sovente sussidi in denaro.

- I Vandali tornarono ad invadere i territori imperiali, assieme Lugi e Burgundi, lungo il tratto dell'alto-medio corso del Danubio. Due anni più tardi, nel 278, l'Imperatore Probo affrontò Burgundi e Vandali, che erano venuti in soccorso delle altre tribù germaniche, e li sconfisse in Rezia nei pressi del fiume Lech (chiamato da Zosimo "Licca"). Al termine degli scontri furono accordate le stesse condizioni concesse ai Lugi (con la restituzione dei prigionieri romani e del bottino razziato nelle province romane), ma quando i barbari vennero meno alle intese, trattenendo una parte dei prigionieri, l'imperatore li affrontò nuovamente. La coalizione germanica fu duramente sconfitta e i Romani catturarono anche il loro capo, Igillo, tanto che Probo per queste vittorie assunse l'appellativo di "Germanicus maximus". E sembra che quello stesso anno Probo sconfisse un altro "ramo", più orientale, delle tribù vandaliche lungo il medio corso del Danubio, alleate con gli Iazigi. Pochi anni più tardi, nel 281, ancora Probo, sulla strada del ritorno dall'Oriente, dopo una nuova campagna oltre il Danubio, trasferì in territorio romano molte persone fra Bastarni, Gepidi, Grutungi e  Vandali, che poco dopo ruppero nuovamente l'alleanza e mentre Probo era impegnato a combattere alcuni usurpatori, tornarono a compiere le solite incursioni, depredando i territori imperiali.

La Mesia nel 250, da: https://deipno
sofista.com/i-goti-prima-di-adriano
poli-le-scorrerie-del-terzo-secolo/
Nel 280 Diocle sarebbe stato dux Moesiae, ossia comandante dell'esercito stanziato in Mesia, regione corrispondente all'odierna Serbia, vigilando le frontiere del basso Danubio. Nato in una famiglia di umili origini della provincia romana della Dalmazia, Diocle scalò i ranghi dell'esercito romano fino a divenire comandante di cavalleria sotto l'imperatore Marco Aurelio Caro (282-283). Con le riforme apportate da Gallieno infatti, era mutata sia la composizione sociale dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre: dopo il 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare fu assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale. Era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito: centurione, protector, dux, fino a ottenere incarichi amministrivi prestigiosi, quale quello di praefectus, comandante militare. Prima del 270, Diocle era entrato nell'esercito romano, secondo una tradizione che vedeva nell'Illirico, gli odierni Balcani, una regione privilegiata di reclutamento dei militari e degli ufficiali di grado inferiore delle legioni romane: d'altra parte, a partire dal III secolo essere un legionario significava, per un appartenente al rango degli humiliores, entrare a far parte della superiore categoria degli honestiores.

Nel 282 - L'imperatore Probo è rovesciato e ucciso e il prefetto del pretorio, Marco Aurelio Caro è proclamato imperatore. Diocle è nominato domesticos regens, ossia comandante dei protectores domestici, la guardia a cavallo dell'imperatore, e l'anno seguente sarà nominato console suffetto (entrava in carica in sostituzione del console ordinario in caso di morte di questi).

Nel 283 - Diocle prende parte alla spedizione dell'imperatore Caro contro i Sasanidi. I Romani ottennero una facile vittoria sul nemico, in quanto il sovrano sasanide Bahram II era impegnato a sedare una rivolta capeggiata dal fratello Ormisda e da alcuni nobili persiani insorti contro di lui, ma l'imperatore Caro morì improvvisamente (luglio/agosto 283) senza poter consolidare il successo ottenuto a seguito della conquista della capitale persiana Ctesifonte.

Nel 284 - Il figlio e successore di Caro, Numeriano, consigliato dal suocero, il prefetto del pretorio Arrio Apro, preferì ricondurre l'esercito romano sulla via del ritorno, 1.200 miglia lungo il fiume Eufrate che percorse con ordine e lentamente: nel marzo 284 si trovavano ad Emesa, in Siria, a novembre ancora in Asia Minore. Quando l'esercito fece tappa ad Emesa, Numeriano sembra fosse ancora vivo e in buona salute (qui, infatti, promulgò l'unico suo rescritto conservatosi), ma quando lasciò la città, i suoi collaboratori dissero che era affetto da un'infiammazione agli occhi e Numeriano continuò il viaggio in una carrozza chiusa. In prossimità di Nicomedia, Giunti in Bitinia, alcuni soldati sentirono un cattivo odore provenire dalla carrozza; l'aprirono, e vi trovarono il cadavere di Numeriano, che era morto da diversi giorni. I generali e i tribuni romani si riunirono per deliberare sulla successione, e scelsero Diocle come imperatore. Il 20 novembre 284 Diocle fu proclamato imperatore dai suoi colleghi generali su di una collina a 5 km da Nicomedia. Poi, di fronte all'esercito che lo acclamava augusto, il nuovo imperatore giurò di non aver avuto alcuna parte nella morte di Numeriano, e che Apro aveva ucciso l'imperatore e poi tentato di nasconderne la morte; detto questo, Diocle estrasse allora la spada e uccise Apro. È possibile che Diocle sia stato a capo di una congiura dei generali che si liberarono sia di Numeriano, giovane più votato alla poesia che alle armi, che del suocero Apro. Inoltre, storicamente Diocle non intese presentarsi come vendicatore di Numeriano, tanto che fece cancellare il suo nome da molte epigrafi ufficiali, e dal panegirista Claudio Mamertino Diocleziano fu descritto come liberatore «da una crudelissima dominazione».
Diocleziano
Poco dopo la morte di Apro, Diocle mutò il proprio nome nel più latinizzante «Diocleziano». Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, nato Diocle (Salona, 22 dicembre 244 - Spalato, 3 dicembre 311), governò dal 20 novembre 284 al 1º maggio 305 col nome imperiale di Cesare Gaio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto Iovio. Rimaneva da risolvere la divisione del potere con il fratello maggiore di Numeriano, Carino, che dopo la morte del padre si era rapidamente diretto a Roma e aveva assunto il consolato per la terza volta. Carino, fatto divinizzare Numeriano, dichiarò Diocleziano usurpatore e con il suo esercito si mosse verso Oriente; lungo il percorso, nei pressi di Verona, sconfisse in battaglia e poi uccise il governatore Marco Aurelio Sabino Giuliano, che si era proclamato imperatore. La rivolta di Giuliano (e la sua tragica conclusione) fornirono a Diocleziano il pretesto per presentare Carino come un tiranno crudele e oppressivo. Diocleziano assunse a sua volta il consolato e scelse Cesonio Basso come collega, che proveniva dalla famiglia senatoria campana dei Caesonii ed era stato già console e proconsole d'Africa per tre volte, una distinzione voluta dall'imperatore Probo. Si trattava dunque di un politico dotato di quell'esperienza degli affari di governo di cui Diocleziano difettava. Con la scelta di assumere il consolato con un collega proveniente dai ranghi del Senato, intendeva rimarcare la sua opposizione al regime di Carino, rispetto al quale rifiutava qualsiasi forma di subordinazione, dimostrando altresì la volontà di continuare la collaborazione con l'aristocrazia senatoriale e militare, del cui sostegno necessitava per concretizzare il proprio successo sia al presente (mentre marciava su Roma) che in futuro, per consolidarsi al potere. Nell'inverno 284/285 Diocleziano attraversò i Balcani diretto a Occidente, intenzionato ad affrontare Carino.

Nel 285 - L'occasione dello scontro risolutivo non tardò ad arrivare: nella primavera del 285, poco prima della fine di maggio, nei pressi del fiume Margus (la Grande Morava) in Moesia. Gli studiosi moderni ritengono di aver individuato il luogo della battaglia del fiume Margus tra il Mons Aureus (Seona, a occidente di Smederevo) e Viminacium, nei pressi della moderna Belgrado, in Serbia. Malgrado Carino disponesse dell'esercito più consistente (avendo quindi, almeno numericamente, maggiori probabilità di vittoria), dispose le proprie legioni in una posizione più sfavorevole rispetto al dispiegamento adottato da Diocleziano che ne approfittò per prevalere sull'avversario. Secondo gli storici antichi, Carino fu ucciso da uno dei suoi ufficiali, di cui aveva sedotto la moglie. Gli storici moderni, invece, ritengono che sia morto a seguito del tradimento perpetrato dal suo prefetto del pretorio e collega nel consolato, Aristobulo, che l'assassinò all'inizio della battaglia, dopo essere passato dalla parte di Diocleziano, ottenendone in compenso la riconferma nelle cariche al momento ricoperte. Al termine della battaglia, Diocleziano, ricevuto un giuramento di fedeltà tanto dalle legioni vincitrici quanto da quelle appena sconfitte, che lo acclamarono Augusto, partì per l'Italia. Insediatosi al potere, Diocleziano, convinto che l'attuale sistema di governo dell'Impero fosse ormai manifestamente inadeguato ad amministrare un territorio largamente esteso e le cui frontiere erano sottoposte alla minacciosa e crescente pressione di popoli ostili (come gli eventi anche recenti avevano ampiamente dimostrato), si risolse a crearne uno nuovo. Con l'avvento di Diocleziano al potere ebbe fine il periodo noto come crisi del terzo secolo, caratterizzato dal punto di vista politico da una fase di torbidi interni (Anarchia militare), protrattasi per quasi un cinquantennio, che vide succedersi un elevato numero di imperatori la cui ascesa e permanenza al potere dipese esclusivamente dalla volontà dell'esercito. Per porre fine a questa instabilità divenuta ormai pericolosa per la sopravvivenza dell'Impero, Diocleziano mise in atto una serie di profonde riforme politiche e amministrative, tra cui risalta, sotto quest'ultimo aspetto, la condivisione dell'Impero tra più colleghi.

Massimiano
Nel 286 - L'Impero Romano, per la prima volta, è diviso fra impero d'Oriente e impero d'Occidente. Ottenuto il potere, nel novembre del 285, Diocleziano nominò suo vice (col titolo di Cesare) un valente ufficiale, Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio (Sirmio, 250 circa - Massilia 310), che pochi mesi più tardi elevò al rango di Augusto (suo pari) il 1º aprile 286: formò così una diarchia, nella quale i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell'Impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori. Introducendo il nuovo sistema di governo, Diocleziano si attribuì il titolo di Augusto d'Oriente, stabilendo la propria capitale a Nicomedia, e nominò Augusto d'Occidente Massimiano, che scelse come capitale Mediolanum (Milano), più vicina al confine con i territori "caldi" di Roma. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, noto più semplicemente come Massimiano, (Sirmio 250 circa - Massilia luglio 310) fu co-imperatore di Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Nel corso del III secolo già altri imperatori, in più di un'occasione, avevano preferito a Roma (resa dalla posizione geografica troppo distante dalle turbolenti frontiere renana e danubiana), quelle città (come Milano) che gli consentissero di raggiungere rapidamente le zone di volta in volta minacciate. Con Diocleziano questo dato di fatto fu in qualche modo istituzionalizzato. Roma restò comunque il riferimento ideale dell'Impero, rimanendo la sede di quelle istituzioni (come il Senato) ridottesi a rivestire un ruolo puramente simbolico a seguito di un secolare processo di erosione delle proprie originarie prerogative. Il potere effettivo era oramai circoscritto all'imperatore e alla cerchia dei suoi più stretti collaboratori (consilium e poi consistorium), nei nuovi centri amministrativi dell'Impero (Milano in Occidentis; Nicomedia e poi Costantinopoli in Orientis).

Nel 288 - Massimiano fece dei Franchi un regno vassallo, al quale venne affidata la difesa della frontiera contro gli altri Germani. I Germani così, in questo caso i Franchi, oltre ad essere arruolati individualmente o a gruppi nei corpi regolari ed ausiliari dell'esercito, cominciano ad entrare al servizio di Roma come federati conservando la loro organizzazione, i loro capi nazionali, la loro lingua e i loro costumi, ciò che li renderà tanto meno assimilabili e tanto più pericolosi per la compagine dell'impero.

Nel 293 - L'Impero Romano si suddivide ulteriormente. Data la crescente difficoltà a contenere le numerose rivolte interne e lungo i confini, nel 293 si procedette a un'ulteriore divisione territoriale, al fine di facilitare le operazioni militari: istituì, quindi, la tetrarchia, un struttura di governo di tipo "quadricefalo" al cui vertice erano collocati due imperatori (col titolo di Augusto) ciascuno a capo dei due territori in cui l'Impero veniva ad essere diviso: Occidente ed Oriente. I due Augusti erano coadiuvati da due Cesari di loro scelta, che esercitavano un controllo quasi diretto sulla metà del territorio governato dal rispettivo Augusto al quale erano destinati a succedere, scegliendo a loro volta un nuovo Cesare.
Carta dell'Impero Romano dal 293 al
305, ripartito fra 4 governanti distinti
in 2 Augusti e due Cesari, loro vice e
successori. Le diocesi sono i
raggruppamenti di province, aree
fiscali per la tassazione.
 La tetrarchia tentò di introdurre un sistema di successione al trono imperiale che evitasse le lotte per la successione. Il sistema tetrarchico ebbe formalmente termine nel 324, quando Costantino I, dopo aver sconfitto Licinio, ponendo fine ad una lunga guerra civile protrattasi dal 306, riunificò nelle proprie mani l'Occidente e l'Oriente romani. Il sistema si rivelò efficace per la stabilità dell'impero e rese possibile agli augusti di celebrare i vicennalia, ossia i vent'anni di regno, come non era più successo dai tempi di Antonino Pio. Tutto il territorio venne ridisegnato dal punto di vista amministrativo, abolendo le regioni augustee con la relativa divisione in "imperiali" e "senatoriali". Vennero create dodici circoscrizioni amministrative (le "diocesi", tre per ognuno dei tetrarchi), rette da vicarii e a loro volta suddivise in 101 province, aumentate di numero. Le varie diocesi furono a loro volta raggruppate in quattro regioni più ampie, denominate prefetture, ciascuna governata da un personaggio di dignità imperiale (prefetto del pretorio). In tal modo, venne a cadere qualsiasi residuo di privilegio dell'Italia, che si trovò completamente equiparata alle altre parti dell'Impero.

- I provvedimenti adottati in campo economico presero atto delle trasformazioni avvenute e permisero di arrestare la crisi: il sistema fiscale fu razionalizzato eliminando antiche esenzioni e privilegi, l'amministrazione civile, a cui venne affidata la riscossione delle imposte, venne riorganizzata, con nuove suddivisioni amministrative, e nettamente separata da quella militare. Le riforme volute da Diocleziano e i successi militari ottenuti, consentirono di ridare pace e sicurezza all'impero, che continuerà sia in Occidente che in Oriente.
Galerio
Diocleziano, augusto d'oriente, nominò Galerio come suo cesare per l'oriente. Proveniente da una modesta famiglia illirica, Galerio salì rapidamente la gerarchia nell'esercito romano fino ad essere notato dall'imperatore Diocleziano, di cui sposò la figlia Valeria e di cui divenne cesare il 1º marzo 293, ricevendo il controllo delle province orientali dell'Impero romano, detenuto in oriente dallo stesso Diocleziano. Nella veste di cesare d'Oriente condusse delle campagne, lungo il limes danubiano, contro Sarmati, Carpi e Bastarni nel 294-296, per poi conseguire una grande e prestigiosa vittoria contro i Sasanidi sul limes orientale, a seguito della quale i Romani ottennero condizioni di pace estremamente favorevoli nel 298. Pagano ed estremamente critico della religione cristiana, approvò, se non addirittura ispirò, la persecuzione dei cristiani decretata nel 303 dal suo superiore Diocleziano. Massimiano fu designato come augusto per l'occidente.
Costanzo Cloro
Massimiano nominò cesare dell'occidente Flavio Valerio Costanzo, (Illyricum 250 circa - Eboracum 306) passato alla storia come Costanzo Cloro da "chlorus", che significa "pallido", un epiteto datogli dagli storici bizantini. Entrato nell'esercito romano, Costanzo Cloro aveva fatto carriera, ricoprendo le cariche di protector sotto gli imperatori Aureliano e Probo, tribunus, e praeses Dalmatiarum (governatore della Dalmazia) sotto l'imperatore Caro. Aveva avuto un legame con Elena di Bitinia, che gli aveva dato un figlio maschio, Costantino, nato all'inizio degli anni 270. Nel 288 Costanzo era stato prefetto del pretorio, il comandante militare, dell'imperatore Massimiano. All'inizio di quell'anno Massimiano incaricò Costanzo di condurre una campagna contro gli alleati Franchi (Salii) di Carausio (un usurpatore che deteneva il potere sulla Britannia romana), i quali controllavano gli estuari del Reno, impedendo attacchi via mare contro Carausio. Costanzo si mosse verso nord attraverso il loro territorio, portando distruzione e diffondendo panico e raggiunse il Mare del Nord.
Carta dell'impero romano nel
 293, quando Diocleziano
decide di suddividere il potere
 fra 2 Augusti e 2 Cesari, loro
vice e successori: la tetrarchìa.
I Franchi chiesero la pace e con l'accordo conseguente Massimiano rimise al potere il deposto re franco Gennobaude. Essendosi distinto per la sua abilità militare, il 1º marzo 293, a Mediolanum, Massimiano nominò Costanzo proprio cesare, una sorta di vice-imperatore per la parte occidentale dell'impero; lo stesso giorno, o un mese dopo, Diocleziano fece lo stesso con Galerio: era nata la tetrarchia, il "governo a quattro". A Costanzo, che aveva sposato la figlia di Massimiano, Teodora, vennero assegnate la Gallia e la Britannia e fu fatto capire che avrebbe dovuto avere successo lì dove Massimiano aveva fallito: sconfiggere Carausio, ed entro il 293 espulse le forze di Carausio dalla Gallia settentrionale. Nella prima tetrarchia l'impero fu così diviso in quattro macro-aree: 1) a Diocleziano, augusto d'oriente, spettavano le province orientali dell'Egitto con capitale Nicomedia; 2) a Galerio, cesare d'oriente, le province balcaniche con capitale Sirmio; 3) Massimiano, augusto d'occidente, governava su Italia e Africa settentrionale con capitale Milano (Mediolanum); 4) Costanzo Cloro, cesare d'occidente, ebbe in affidamento la Spagna, la Gallia e la Britannia con capitale Treviri (Augusta Treverorum).
Sculture raffiguranti i 4
 tetrarchi
trafugate dai veneziani
 a Costantinopoli
nel 1201 durante
 la IV crociata.
I canoni dell'arte
 classica stanno
mutando in quella
 che sarà
l'arte medievale.
L'estensione dell'impero e la lunghezza dei confini rendeva inefficace un controllo centrale da Roma; inoltre scarseggiavano le milizie per garantire la sicurezza del "limes", il confine, e si passò quindi ad utilizzare sempre più mercenari proprio da quelle popolazioni, perlopiù Germaniche, che periodicamente effettuavano incursioni nell'impero. Col tempo si assisterà a lotte fra i tetrarchi e fa i loro successori per dominare su tutto l'impero, fino alla supremazia di Costantino, poi detto il Grande. Diocleziano scatena persecuzioni contro i cristiani. Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteva impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, così l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato. Nei tribunali le immagini  dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nei secoli successivi si scatenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia che provocherà la distruzione delle immagini sacre. Molti imperatori romani furono di origine illirica, oltre agli imperatori-soldati (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio Probo) vi furono Gaio Decio, Diocleziano, Galerio e Costantino il Grande. Diocleziano, quando lasciò il potere, si ritirò nel palatium, il palazzo che fece costruire a Spalato, in Illiria, che da "palatium" prese il nome.

Nel 303 - Eusebio di Cesarea scrive la sua "Storia Ecclesiastica" dotata di tavole cronologiche. Vedi anche https://storianet.blogspot.it/2015/03/storia-degli-storici-delloccidente.html. Nello stesso anno inizia (terminando nel 311)  la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, ultima e una delle più cruente che  Roma abbia subito e che fra l'altro renderà impossibile l'elezione del nuovo vescovo per 4 anni. La religione cristiana, opponendosi al potere tetrarchico che pretendeva che tutti i sudditi riconoscessero nell'imperatore il loro "signore e dio" (dominus ed deus), subì pesanti persecuzioni al tempo di Diocleziano (dal 303), generando nuove tensioni sociali. Il rifiuto del culto pubblico e del conseguente sacrificio all'imperatore (con conseguente rifiuto del servizio militare e degli impieghi pubblici) minava così, fin dalle fondamenta, l'ordinamento politico-religioso romano. Del resto la "minoranza cristiana", secondo alcune stime di storici moderni, al tempo della giovinezza di Costantino (fine del III secolo), poteva già contare su 7-15 milioni di fedeli su una popolazione complessiva di 50 milioni. Fu il peggiore errore commesso da Diocleziano nei vent'anni del suo principato, trucidando inutilmente migliaia di innocenti. Secondo una altra interpretazione storica che non vede la religione come un compartimento stagno rispetto al resto dell'evoluzione storica, ma come un fattore importante di tutto il contesto sociale antico, i cambiamenti religiosi del terzo secolo furono fra i più importanti, se non i più importanti, quali motore di cambiamento e quindi conseguentemente di crisi del mondo romano.

Massimino Daia da: https://
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Nel 305 - Viene messa alla prova il meccanismo della successione dei tetrarchi: il 1º maggio del 305 Diocleziano e Massimiano abdicarono, ritirandosi il primo a Spalato (da palatium, il palazzo che si era fatto costruire) ed il secondo in Lucania. La seconda tetrarchia prevedeva che i loro rispettivi due cesari diventassero augusti: Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per l'Occidente, provvedendo questi ultimi a nominare a loro volta i propri successori designati, i nuovi cesari. Fu in questo frangente che Costantino raggiunse il padre in Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne militari nell'isola.  Galerio  scelse come cesare dell'oriente Massimino Daia. Gaio Galerio Valerio Massimino Daia (270 circa - 313), nato probabilmente in Dacia intorno al 275, era figlio di una sorella di Galerio. Nel 305, in seguito all'abdicazione degli augusti Diocleziano e Massimiano in favore di Galerio e Costanzo Cloro, fu nominato cesare e suo successore al titolo di augusto da Galerio, insieme all'altro cesare Flavio Severo scelto da Costanzo Cloro. Gli fu assegnato il governo delle province balcaniche. Nel 308 costrinse suo zio Galerio a conferirgli la nomina ad augusto insieme a Costantino. Sappiamo che condusse una campagna militare vittoriosa in Armenia, contro un popolo che in passato si era dimostrato alleato dei Romani, ma che ora abbracciava la religione cristiana, nemica dell'imperatore poiché "estremamente rispettosa della pietà verso Dio". In seguito alla sconfitta di Massenzio da parte di Costantino I, si scontrò nel 313 con Licinio, ma, sconfitto da quest'ultimo nella battaglia di Tzirallum, si ritirò a Tarso dandosi la morte strangolandosi con le sue stesse mani. Uomo ambizioso e ostile ai cristiani, è descritto da Lattanzio come un creatore di scandali e autore di condanne ingiuste. Anche Eusebio di Cesarea ne traccia una pessima descrizione, ma gli studi più recenti tendono a considerare queste opinioni come propaganda diretta a colpire un nemico di Costantino e a ritenere che Massimino non sia stato un sovrano incapace.
Moneta del 305-307 con Flavio
Valerio Severo, da https://
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File:Follis-Flavius_Valerius_
Severus-trier_RIC_650a.jpg#
mediaviewer/File:Follis-Flavius_
Valerius_Severus-trier_RIC_650a.jpg
Costanzo Cloro scelse come cesare d'occidente Flavio Valerio Severo, più raramente noto come Severo II. Valerio Severo nacque nelle province illiriche da una famiglia di umili origini. Era stato comandante dell'esercito ed era amico di Galerio; per sua intercessione fu coinvolto nella seconda tetrarchia. Nella seconda tetrarchia l'impero fu così diviso fra: Galerio, augusto d'oriente; Massimino Daia, cesare d'oriente; Costanzo Cloro, augusto d'occidente e Flavio Valerio Severo, cesare d'occidente. Poco tempo dopo, lo stesso Costanzo Cloro rinunciò a parte dei suoi territori (Italia e Africa) a vantaggio dello stesso Galerio, che si trovò a dover gestire due cesari: Massimino Daia a cui aveva affidato l'Oriente e Flavio Valerio Severo, a cui rimase l'Italia e forse l'Africa, mentre tenne per se stesso l'Illirico. 

Dal 306 - La Guerra civile romana degli anni 306-324 vide lo scatenarsi di un lungo conflitto durato quasi un ventennio tra numerose fazioni di pretendenti al trono imperiale (tra augusti, cesari ed usurpatori) in diverse parti dell'Impero, al termine del quale prevalse su tutti Costantino I, che riuscì a riunire il potere imperiale nelle mani di un solo monarca dopo il periodo della Tetrarchia. Flavio Valerio Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Grande e Costantino I (Naissus, l'odierna Niš, in Serbia, 27 febbraio 274 - Nicomedia, 22 maggio 337), fu imperatore romano dal 306.
La testa della colossale
statua di Costantino, nei
musei Capitolini di Roma.
L'arte sta mutando da
classica a medievale.
Era figlio di Costanzo Cloro (imperatore romano nel 305-306) e della sua compagna Elena, moglie o forse concubina, che i cattolici venerano come sant'Elena Imperatrice, forse nata a Drepanum, in Bitinia, nel golfo di Nicomedia (nell'attuale Turchia); suo figlio Costantino rinominò infatti la città in Helenopolis, "città di Elena", in suo onore. Non è noto quando Elena incontrò il suo futuro compagno, Costanzo Cloro. Lo storico Timothy Barnes ha suggerito che l'incontro ebbe luogo quando Costanzo, all'epoca al servizio dell'imperatore Aureliano, era stazionato in Asia minore per la campagna contro il Regno di Palmira. Costantino aveva una statura imponente, in grado di terrorizzare i suoi coetanei, ed era detto “Trachala” per il suo largo collo. Nel 288 suo padre Costanzo era stato nominato Prefetto del pretorio (cioè comandante militare) delle Gallie da Massimiano, ed ebbe notevoli successi in questo ruolo, tanto da riuscire a sconfiggere Carausio, un usurpatore di origine franca che aveva conquistato il controllo della regione del Reno. Grazie a questi successi nel 293, in base al sistema della Tetrarchia voluta da Diocleziano, Costanzo Cloro viene nominato cesare dall'augusto di Occidente, Massimiano, di cui sposò la figliastra Teodora. Costantino, che aveva 19 anni, venne affidato all'Augusto d'Oriente, il quarantanovenne Diocleziano, che si assicurava così la fedeltà di Costanzo. Costantino fu formato a Nicomedia, presso la corte dell'imperatore, sotto il quale iniziò la carriera militare: prima fu tribuno, viaggiò in Palestina e partecipò alla guerra romano/danubiana contro i Sarmati. Fu ancora con Diocleziano in Egitto nel 296 e quindi combatté sotto Galerio, il cesare d'Oriente, contro i Persiani e i Sarmati. Quando nel 305 Costanzo Cloro divenne augusto dell'occidente, Costantino raggiunse il padre in Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne militari nell'isola. Il 25 luglio 306, Costanzo Cloro moriva a Eboracum, nei pressi dell'attuale York; le fonti sulle cause della morte di Costanzo sono piuttosto discordi, dall'uccisione in battaglia, morte in seguito alle ferite a misteriosa malattia. L'esercito, guidato dal generale germanico Croco (di origine alamanna), proclamava il figlio illegittimo di Costanzo Cloro, Costantino, nuovo augusto di Gallia e Britannia. Fu un atto d'usurpazione nei confronti di Severo, cesare d'Occidente destinato a diventare augusto, che metteva a repentaglio il meccanismo della tetrarchia ideato da Diocleziano proprio per porre termine all'uso ormai consolidato degli eserciti di proclamare di propria iniziativa gli imperatori. Nel frattempo, a Roma, Massenzio fu proclamato augusto al posto del successore designato, Severo, nei territori precedentemente governati dal padre Massimiano, ossia l'Italia e l'Africa. Galerio intervenne, offrendo a Costantino di riconoscerlo non come augusto ma come cesare e Costantino accettò, fece ritorno a Augusta Treverorum nell'autunno di quello stesso anno, da dove le frontiere della Gallia, che erano tornate ad essere minacciate dalle popolazioni germaniche dei Franchi, sarebbero state meglio controllate. Qui rimase a difendere questo importante tratto di limes per i sei anni successivi, trasferendovi la propria corte imperiale e trasformandola nella propria capitale (di 80.000 abitanti), come risulta anche dall'imponente costruzione dell'Aula palatina, fatta erigere dal padre e completata da Costantino nel 310. Per cui lo schema della terza tetrarchia sarebbe stata: Galerio augusto e Massimino Daia cesare in Oriente, Flavio Valerio Severo augusto e Costantino cesare in Occidente. Severo divenne augusto d'occidente nell'estate del 306 ma il suo potere era limitato dall'usurpazione di Massenzio, figlio di Massimiano, che governava Roma e nominalmente l'Italia e l'Africa. Poi, ritenendo insicuro regnare da solo, poiché era un usurpatore, inviò al padre Massimiano delle vesti imperiali e lo salutò come "Augusto per la seconda volta", offrendogli un governo teoricamente alla pari ma in realtà un ruolo con meno poteri e di rango inferiore.

Nel 307 - Galerio, rifiutandosi di riconoscere Massenzio come augusto, inviò a Roma Severo (che si trovava a Mediolanum, capitale dell'augusto d'occidente) con un esercito, allo scopo di deporlo. Poiché, però, gran parte dei soldati di Severo avevano servito sotto Massimiano, dopo aver accettato denaro da Massenzio, disertarono in massa. Severo fuggì a Ravenna, dove fu assediato da Massimiano (che era corso in soccorso del figlio, Massenzio). La città era molto ben fortificata, cosicché Massimiano offrì delle condizioni per la resa che Severo accettò: fu preso da Massimiano e ucciso. Secondo Zosimo invece, Severo fu catturato in un'imboscata da Massenzio in località tre taverne (tra Spoleto e Terni) e fu impiccato.
Massenzio
Nell'autunno di quell'anno Galerio guidò un secondo esercito contro Massenzio, ma anche questa volta non riuscì a conquistare Roma, e tornò a nord con il proprio esercito praticamente intatto, anche perché si era accorto che i soldati non gli erano fedeli. E mentre Massenzio era occupato a rafforzare le difese di Roma, Massimiano si recò in Gallia per negoziare con Costantino: i due giunsero ad un accordo in base al quale Costantino avrebbe sposato la figlia minore di Massimiano, Fausta, e sarebbe stato elevato al rango di augusto nel dominio secessionista di Massenzio; in cambio Costantino avrebbe confermato l'antica alleanza famigliare tra Massimiano e Costanzo, oltre a sostenere la causa di Massenzio in Italia, ma tenne come punto fermo la sua neutralità nella guerra contro Galerio. L'accordo fu stretto con una doppia cerimonia, tenutasi a Augusta Treverorum nell'estate avanzata del 307, durante la quale Costantino sposò Fausta e fu proclamato augusto (del dominio secessionista di Massenzio) da Massimiano. Massimiano tornò a Roma nell'inverno 307-308, poiché non era riuscito a persuadere Costantino ad inseguire Galerio che si ritirava dall'Italia, pur avendo creato i presupposti per mettere malessere tra il nuovo genero (Costantino) ed il figlio Massenzio, con cui poco dopo entrò egli stesso in contrasto. Massenzio continuò a tenere l'Italia e l'Africa sotto il suo dominio, facendo leva sul malcontento del popolo di Roma e della Guardia pretoriana, che vedevano declinare la propria importanza a vantaggio delle capitali delle province (Treviri capitale della Gallia Belgica, Milano, Nicomedia, Antiochia, terza città dell'impero dopo Roma e Alessandria), anche grazie al possesso della provincia africana che gli consentì inizialmente di assicurare a Roma il vettovagliamento di grano e olio. Per qualche tempo Massenzio cercò di destreggiarsi tra le minacce rappresentate dagli eredi di Diocleziano, richiamando al potere suo padre Massimiano, cercando l'alleanza con Costantino (il cui potere al momento era ancora precario quanto il suo) anche attraverso il matrimonio con la propria sorella Fausta nel 307.

Nel 308 - In primavera, Massimiano sfidò l'autorità del figlio, sforzandosi di alienare a Massenzio le simpatie dei soldati per impadronirsi egli stesso del potere. Davanti ad una assemblea di soldati romani, Massimiano parlò del debole governo, di cui accusò Massenzio, e strappò le vesti imperiali del figlio. Si attendeva che i soldati lo acclamassero, ma questi si schierarono con Massenzio, e Massimiano fu obbligato a lasciare l'Italia. Il 21 aprile 308, nonostante la contrarietà di Galerio, Massenzio si proclamò Augusto legittimo. Sempre nel corso di quell'anno ebbe luogo una secessione africana guidata da Lucio Domizio Alessandro, l'allora viceprefetto del pretorio, che un paio d'anni dopo si alleerà esplicitamente con Costantino). Il peggioramento dei rapporti con Massimiano (che passerà anch'egli dalla parte di Costantino) e la morte del figlio Valerio Romolo nel 309 che privava il suo disegno imperiale di ogni possibilità di continuità dinastica, rappresentano nella vicenda di Massenzio l'inizio della fine. Il ripristino della grandezza di Roma e dei suoi dèi fu al centro del progetto imperiale di Massenzio. Ciò è evidente anche nel programma iconografico della sua monetazione, coniata nelle officine di Roma e di Ostia, ispirato alle grandi leggende di fondazione della Città: la lupa che allatta Romolo e Remo, Marte rappresentato sia come dio guerriero che come padre dei gemelli fondatori. Nella stessa direzione andava il vasto programma edilizio dell'imperatore, che per la brevità del suo regno fu realizzato solo in parte, del quale può essere considerata emblema la grandiosa basilica. Oltre all'avvio della basilica, Massenzio volle la ricostruzione del vicino Tempio di Venere e Roma dell'epoca adrianea, l'ampliamento del Clivus Sacrae Viae, dove innalzò da una parte l'heroon di suo figlio Romolo e la Basilica Nova, e dall'altra la Porticus margaritaria, il restauro e l'innalzamento delle mura di Aureliano, che dotò anche di un fossato. Provvide inoltre a restaurare la via Appia fino a Brindisi e diversi acquedotti. Nella sua tenuta sulla Via Appia edificò una grande villa suburbana, dotata anche di un circo e di un mausoleo. Accanto alla villa fu costruito il mausoleo del figlio defunto. Altra maestosa testimonianza del suo prestigio è nella celebre Villa di Piazza Armerina (Enna), a lui ascritta. Visto che l'anno precedente era morto Severo, l'augusto d'occidente, l'11 novembre 308 si tenne a Carnuntum, sull'alto Danubio, un incontro a cui parteciparono Galerio, che lo organizzò, Massimiano e Diocleziano, richiamato da Galerio.
Moneta del 309 con Costantino
e il Sol invictus
Testa della colossale statua
di Licinio, musei Capitolini.
Da: https://commons
.wikimedia.org/wiki/File:Lici
nius-Constantine_(cropped)
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Licinius-Constantine
_(cropped).jpg
Sul posto è stata rinvenuta un'iscrizione relativa all'evento: « Al dio Sole invitto Mitra, sostenitore del loro impero, gli Augusti ed i Cesari, Iovii ed Herculii, devotissimi, restaurarono il suo santuario ». In questa occasione venne riorganizzata una quarta tetrarchia di cui Galerio rimaneva l'augusto d'Oriente, Massimiano fu obbligato ad abdicare da tutte le sue cariche, mentre Costantino fu nuovamente degradato a cesare d'Occidente, pur ottenendo il titolo di filius Augustorum, insieme a Massimino Daia, cesare d'Oriente, mentre Licinio, un leale commilitone di Galerio, fu nominato augusto d'Occidente. Valerio Liciniano Licinio, talvolta detto Giovio Licinio (265 circa - Tessalonica, 325), è stato imperatore romano dal 308 al 324. Nel 307 era stato inviato come ambasciatore di Galerio, assieme a Pompeo Probo, presso Massenzio, per deporlo, ma l'ambasciata non sortì effetti. Oltre al titolo, Licinio ricevette anche il comando delle province dell'Illirico, Tracia e Pannonia. Al di fuori del quadro della quarta tetrarchia si trovavano Massenzio, che deteneva effettivamente il potere su parte dell'Occidente, e suo padre Massimiano, che sperava di riottenere il potere che aveva perduto.

Nel 309 - Agli inizi di quell'anno, Massimiano tornò alla corte di Costantino in Gallia, l'unica dove fosse ancora ben accetto, ottenendo incarichi militari. Contemporaneamente la morte del figlio di Massenzio, Valerio Romolo, privava Massenzio stesso del suo disegno imperiale e di ogni possibilità di continuità dinastica.

Solidus aureo di Costantino
  battuto a gr. 4,54. 
Nel 310 - Massimiano, durante operazioni militari in Gallia, si ribella all'autorità di Costantino, mentre quest'ultimo era impegnato in una campagna contro i Franchi. Massimiano era stato inviato verso sud, ad Arelate (l'attuale Arles in Francia), con parte dell'esercito e il compito di difendere la Gallia meridionale dagli attacchi di Massenzio. Giunto in città, Massimiano annunciò la morte di Costantino e assunse la porpora imperiale ma gran parte dell'esercito rimase leale a Costantino e Massimiano fu obbligato a fuggire. Costantino, che all'annuncio del tradimento (piano rivelato dalla moglie Fausta, figlia dello stesso Massimiano) aveva abbandonato la sua campagna contro i Franchi e si era rapidamente recato in Gallia meridionale, raggiunse il fuggitivo a Massilia (Marsiglia, Francia), città adatta a sostenere un lungo assedio. La sorte volle che alcuni cittadini aprirono le porte della città a Costantino, permettendogli di catturare Massimiano e costringendolo al suicidio. Nella parte occidentale dell'impero, quella di sua competenza, Costantino riforma radicalmente l'economia introducendo il solidus in oro (da cui l'italiano soldo), dopo anni di grande inflazione e svalutazione della moneta, che ormai era coniata con metalli non nobili.

Nel 311 - Galerio cade vittima di una lunga e dolorosa malattia; il suo ultimo atto politico fu l'editto di tolleranza del 30 aprile 311, col quale mise fine alla persecuzione dei cristiani, iniziata con Diocleziano imperatore. Estremo difensore della tetrarchia, la sua morte nel maggio del 311 ne segnò la fine. Alla morte di Galerio, Massimino Daia si impadronì dell'Oriente, lasciando a Licinio l'Illirico. Ora l'impero romano era diviso in quattro parti (Massimino Daia e Licinio in Oriente, Costantino e Massenzio in Occidente) formando la quinta tetrarchia solo di fatto, senza intese comuni. In realtà poco dopo Massimino, Costantino e Licinio si coalizzarono per eliminare il primo dei quattro augusti: Massenzio. Contemporaneamente Massenzio inviava una spedizione militare in Africa, guidata dal prefetto del pretorio, Rufio Volusiano, con lo scopo di porre fine al potere di Lucio Domizio Alessandro. Quest'ultimo dopo essere stato sconfitto ad un primo assalto, fu catturato e strangolato. Massenzio era riuscito così ad ampliare le sue conquiste, che celebrò con un trionfo. Possedeva ora Italia ed Africa.

- Nello stesso anno inizia lo scisma  Donatista, destinato a durare più di un secolo (Milziade scomunicherà Donato due anni dopo), che darà motivo all'Imperatore Costantino di indire  il primo Concilio di ampio respiro in Occidente (quello di Arles).

Nel 312 - Costantino, riunito un grande esercito formato anche da barbari catturati in guerra, oltre a Germani e a popolazioni celtiche e provenienti dalla Britannia, mosse alla volta dell'Italia attraverso le Alpi, forte di 90.000 fanti e 8.000 cavalieri (25.000 complessivi invece per E.Horst), determinato a spodestare Massenzio, che si era proclamato augusto. Lungo la strada, Costantino, lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le porte (come Mediolanum) e al contrario assediò tutte quelle che non si arresero in un primo momento, ma evitò ove possibile di distruggerle per raccoglierne il loro consenso una volta vinte, come avvenne a Susa e a Torino. Al contrario Massenzio assediò e distrusse le città che si opposero alla sua avanzata. Dopo aver sconfitto due volte consecutive le armate di Massenzio, prima presso Torino e poi presso Brescia, Costantino pose sotto assedio Verona, dove riuscì a sottomettere la città ed a battere le forze di Massenzio, comandate dal prefetto del Pretorio, Ruricio Pompeiano, che nello scontro perse la vita. Occupata l'intera Italia settentrionale (compresa l'importante città di Aquileia) e non trovando altra resistenza lungo le via Flaminia che portava a Roma, si scontrò con l'esercito di Massenzio poco a nord della Città eterna, prima presso i Saxa Rubra, poi nella decisiva battaglia di Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312. Qui Massenzio, pur potendo contare secondo Zosimo su 170.000 fanti e 18.000 cavalieri (tra i quali vi erano 80.000 tra Romani, Italici, Tirreni e 40.000 Africani, oltre ai Siculi, invece di ripararsi dietro le mura che aveva ricostruito, uscì in battaglia incontro al suo avversario, e ne fu sconfitto ed ucciso, gettato nel Tevere dopo essere stato decapitato. Con la morte di Massenzio, tutta l'Italia passò così sotto il controllo di Costantino, mentre la guardia pretoriana ed i castra praetoria di Roma furono soppressi.
Raffigurazione
di Chi-Rho.
Durante questa campagna sarebbe avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla scritta “In hoc signo vinces” (con questo segno vincerai), che avrebbe avvicinato Costantino al cristianesimo. Secondo Eusebio di Cesarea questa apparizione avrebbe avuto luogo nei pressi di Torino. La vicenda è trattata anche dallo scrittore cristiano Lattanzio, precettore dei figli di Costantino, nel “De mortibus persecutorum”, opera anch'essa scritta poco dopo i fatti. Egli non menziona alcuna visione prodigiosa, ma riferisce che la notte prima della battaglia, Costantino avrebbe ricevuto in sogno l'ordine di mettere sullo scudo dei propri soldati un segnale celeste divino (coeleste signum dei), senza specificare chi avesse dato quell'ordine né quale simbolo gli fosse stato ordinato di utilizzare. Il segno concretamente utilizzato da Costantino è descritto da Lattanzio in modo poco chiaro. Vi è anche un'interpretazione pagana degli eventi. Costantino avrebbe avuto un sogno o una visione mentre visitava il tempio di Apollo-Grannus a Grand, una località sulla via da Treviri a Lione. Costantino avrebbe visto tre "X" o tre corone d'alloro, promessa di un trentennio di vittorie: “Vidisti enim, credo, Constantine, Apollinem tuum comitante Victoria coronas tibi laureas afferentem quae tricenum singulae ferunt omen annorum”. Si osservi che Apollo era proprio il dio, a cui Ottaviano aveva attribuito il merito della vittoria di Azio. Il panegirico sarebbe stato letto a Treviri nel 310 e descriverebbe una visione che, però, sarebbe da collocarsi verso il 309 o prima, in modo che l'emissione di monete costantiniane dedicate al sole invitto, iniziata appunto in quell'anno, possa esserne interpretata come una conferma.
Grande triangolo estivo formato da
Deneb della costellazioni del Cigno,
Altair dell'Aquila e Vega della Lyra.
La precisione temporale della previsione (il regno di Costantino, mai sconfitto in battaglia, durò esattamente poco più di trent'anni) induce a sospettare che si tratti di una profezia ex post, da collocarsi quindi in contemporaneità alla Vita di Costantino. La presenza di eventi prodigiosi e la discordanza fra le diverse versioni degli eventi ha portato a conclusioni contrapposte. Nel 1948, Fritz Heiland, dello Zeiss Planetarium di Jena, pubblicò una interpretazione della visione di Costantino, come conseguenza di una congiunzione planetaria. Nell'autunno del 312 tre pianeti luminosi, Marte, Saturno e Giove erano allineati fra il Capricorno e il Sagittario. La congiunzione astrale poteva essere interpretata dalle truppe come un presagio sinistro; Costantino si sarebbe inventato la leggenda cristiana per trasformare questo pericolo in un segno celeste di vittoria. Lo spettacolo celeste, a cui avrebbe assistito Costantino col suo esercito: all'ora del tramonto, (alba e tramonto erano i momenti più significativi secondo gli astrologi romani, così come per i Celti) sarebbe comparsa maestosa allo zenit la Croce del Cigno (una croce capovolta), proprio sotto di essa si trovava la costellazione dell'Aquila (simbolo di Roma e del suo esercito). Ancora più sotto, in corrispondenza della costellazione del Capricorno, la zona più a sud del cielo boreale, si trovavano allineati i principali pianeti: Venere, Giove, Saturno e Marte, le principali divinità pagane. Poco dopo il tramonto del Sole ( il Sole invictus era un'altra divinità pagana), anche i pianeti tramontarono. Uno scenario, quindi, unico e molto simbolico, che forse potrebbe essere stato interpretato associando in qualche modo ai pianeti una lettera (i pianeti sono quattro, proprio come le parole in hoc signo vinces o come le lettere della parola greca nikà, “vinci”).

Nel 313 - In febbraio Licinio si recò a Mediolanum, per incontrare Costantino, divenuto l'unico imperatore della parte occidentale dopo aver sconfitto Massenzio: i due strinsero un'alleanza, rafforzata dal matrimonio di Licinio con la sorella di Costantino, Flavia Giulia Costanza (da cui ebbe nel 315 il figlio Valerio Liciniano Licinio), e promulgarono insieme l'Editto di Milano, che garantisce ampia libertà di culto alle diverse religioni dell'Impero. L'Editto viene difatti a rappresentare nella Chiesa un confine epocale tra l'era della semplicità e della spiritualità evangelica del periodo delle catacombe e quella della graduale acquisizione, almeno da parte della gerarchia, di interessi terreni, materiali e politici, a scapito della  funzione spirituale. Costantino è Imperatore e Pontifex Maximus (titolo a cui non rinunciò mai e di cui in seguito si approprieranno i Papi). Lo Stato  pone termine alle persecuzioni ma  nello stesso tempo tenta di controllare (e spesso vi riesce) la gerarchia sia della Chiesa che delle religioni pagane. Dal 313 il vescovo di Alessandria usa per sé stesso il termine "Papa". Tale titolo, che i vescovi di Roma cominceranno ad usare intorno al 400, sarà per lungo tempo adottato da diversi vescovi e anche da semplici presbiteri. Dopo l'editto di Milano del 313 la diffusione del simbolo della croce si espande ed assume l'aspetto della "crux commissa" (T), o della "croce latina" (†) detta anche "crux immissa", o della croce greca a bracci uguali (+). L'alleanza tra Licinio e Costantino escludeva chiaramente il terzo imperatore, Massimino Daia, che si fece proclamare unico imperatore dalle truppe e mosse dalla Siria verso occidente con un esercito di 70.000 armati, conquistando Bisanzio dopo soli 11 giorni: Licinio lo affrontò e lo sconfisse nella battaglia di Tzirallum il 30 aprile di quell'anno. Massimino Daia, dopo aver provocato una nuova rivolta contro Licinio presso Tarso, qui morì, prevenendo la propria rovina. Restavano ora solo due augustiCostantino per l'Occidente Licinio per l'Oriente. Divenuto unico signore della parte orientale dell'impero, Licinio si rese colpevole della purga che colpì le famiglie dei tetrarchi: per suo ordine vennero uccisi Candidiano, figlio di Galerio, Severiano, figlio di Flavio Severo, e il figlio e la figlia di Massimino, di otto e sette anni. Dichiaratosi cristiano per mossa politica sin dal periodo della sua rivalità con Massimino Daia, cominciò progressivamente ad inimicarsi i seguaci di quella religione, adottando politiche insensatamente ostili a questi, ritenendo, probabilmente non in maniera del tutto infondata, che costoro appoggiassero il suo rivale Costantino. Avviò pertanto una serie di attività persecutorie nei confronti dei cristiani, che lo abbandonarono nella fase decisiva del suo conflitto contro Costantino. A partire dall'Editto di Milano, la Diocesi di Roma diventa proprietaria di immobili e terreni, frutto delle donazioni dei fedeli. Il patrimonio terriero del vescovo di Roma era denominato Patrimonium Sancti Petri, poiché le donazioni erano devolute a quella che era stata ja diocesi di san Pietro, l'apostolo fondatore della Chiesa romana. Già nel VI secolo il patrimonio petrino assumeva un'estensione di rilievo.

Nel 316 - Licinio si scontra con Costantino I: il casus belli fu la nomina a collega di Aurelio Valerio Valente da parte di Licinio, che di fatto mostrava come Licinio non considerasse più Costantino il legittimo signore d'occidente. Costantino vinse però Licinio nella battaglia di Mardia e, con la pace firmata il 1º marzo 317 lo costrinse a cedergli l'Illiria e a condannare a morte Valente. La pace del 317 durò sette anni.

Moneta del 327 con l'imperatore
Costantino e il monogramma di Cristo.
Da: https://it.wikipedia.org/wiki/
Labaro#/media/File:As-Const
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Nel 321 - L'imperatore Costantino, in qualità di Pontefice Massimo, introduce la settimana di sette giorni e decreta come giorno di riposo il dies Solis (il "giorno del Sole", che corrisponde alla nostra domenica). Con l'affermarsi del cristianesimo, gli antichi culti magici e delle religioni tradizionali verranno sempre più officiati di nascosto, al di fuori delle città, nei boschi e nei "pagus", o arroccamenti naturali rupestri. Da qui i termini pagani e paganesimo. Costantino perseguiva probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell'impero, nel quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare furono fatte coincidere. Il giorno natale del Sole e del dio Mitra, il 25 dicembre, divenne anche quello della nascita di Gesù. Le statue del dio Sole erano spesso adornate del simbolo della Croce, ma a Costantinopoli furono eretti anche dei templi pagani. Il ruolo determinante giocato da Costantino nell'ambito della chiesa cristiana (ad esempio tramite la convocazione di concili e il presiederne i lavori) non deve oscurare il fatto che Costantino svolse funzioni analoghe nell'ambito di altri culti. Egli infatti mantenne la carica di pontefice massimo della religione pagana e di tutte le altre religioni; carica che era stata di tutti gli imperatori romani a partire da Augusto. Lo stesso fecero i suoi successori cristiani fino al 375. Nel III secolo la religione pagana si era fortemente trasformata: sulla spinta della insicurezza dei tempi e dell'influsso dei culti di origine orientale, le sue caratteristiche pubbliche e ritualistiche avevano sempre più perso di significato di fronte ad una più intensa e personale spiritualità. Si era andato diffondendo un sincretismo venato di monoteismo e si tendeva a vedere nelle immagini degli dei tradizionali l'espressione di un unico essere divino. Una forma politica a questa aspirazione sincretistica fu data dall'imperatore Aureliano (275), con l'istituzione del culto ufficiale del Sol Invictus ("Sole Invitto"), con elementi del mitraismo e di altri culti solari di origine orientale. Il culto era diffuso nell'esercito, soprattutto nell'occidente, e ad esso non furono estranei né Costanzo Cloro, il padre di Costantino, né Costantino stesso. Costantino fu certamente il primo a comprendere l'importanza della nuova religione cristiana per rafforzare la coesione culturale e politica dell'impero romano. Le monete coniate da Costantino forniscono indirettamente notizie sull'atteggiamento pubblico di Costantino verso i culti religiosi. Quando ancora ricopriva il ruolo di Cesare, alcune emissioni si inserirono nel classico filone della Tetrarchia, con dediche «al Genio del Popolo Romano» ("Gen Pop Romani"), provenienti specialmente dalla zecca di Londinium (Londra). Ancora per alcuni anni dopo la battaglia di Ponte Milvio le zecche orientali (Alessandria, Antiochia, Cyzicus, Nicomedia, ecc.) continuarono a produrre monete dedicate «a Giove salvatore» (Iovi conservatori); nello stesso periodo le monete delle zecche occidentali (Arles, Londra, Lione, Augusta Treverorum, Pavia, ecc) continuarono a coniare monete dedicate «al Sole invitto compagno» e, nel caso della zecca di Pavia, anche «a Marte salvatore» (Marti Conservatori) e «a Marte Protettore della Patria» (Marti Patri Conservatori). L'attributo «compagno» riferito al Sole, che manca in monete analoghe di precedenti imperatori, è singolare e occorre chiedersene il significato. Normalmente viene interpretato come «al compagno (di Costantino), il Sole Invitto»; indicherebbe quindi una indiretta deificazione dell'imperatore stesso. Il vero significato, però, potrebbe anche essere completamente diverso. Nell'età imperiale, infatti, la parola latina comes, oltre che «compagno» indicava un funzionario imperiale e perciò da essa è derivato il titolo nobiliare «conte». Alle orecchie dei cristiani, quindi, questa strana legenda poteva ricordare che il sole non era un dio, ma una potenza subordinata alla divinità suprema. A sua volta l'imperatore si presentava come l'autorità suprema in terra allo stesso modo come il sole lo era in cielo; autorità, però, entrambe subordinate. Questa interpretazione è confermata dall'emissione del 316 (durante la prima guerra civile contro il pagano Licinio), la cui legenda recita: SOLI INVIC COM DN (soli invicto comiti domini), che potrebbe essere tradotto come «al sole invitto compagno del signore», ma che sembra più logico tradurre «al sole invitto, ministro del Signore». Verso il 319 la maggior parte delle zecche sia in oriente che in occidente passarono ad emissioni laiche benaugurali, fra cui per prima quella con la legenda «Liete vittorie al principe perpetuo» (Victoriae laetae prin. perp.). Le monete con simboli cristiani o supposti tali sono rare e costituiscono solo circa l'1% delle tipologie conosciute. La zecca di Pavia (che si chiamava Ticinum) coniò nel 315 un medaglione d'argento in cui il monogramma di Cristo era riprodotto sopra l'elmo piumato dell'imperatore. Solo dopo la vittoria su Licinio compare la tipologia con il labaro imperiale e il monogramma di Cristo, che trafiggono un serpente, simbolo appunto di Licinio, e simultaneamente scompaiono del tutto dalle monete sia le immagini del sole invitto sia la corona radiata, altro simbolo apollineo e solare. Nel 326 appare il diadema, simbolo monarchico di derivazione ellenistica, e poco dopo il sovrano viene raffigurato con lo sguardo rivolto in alto, come nei ritratti ellenistici, a simboleggiare il contatto privilegiato tra l'imperatore e la divinità. La volontà imperiale di presentarsi come un prediletto dal cielo, senza però mettere in chiaro quale fosse la divinità, è definita ambiguità costantiniana e può essere rilevata in molti altri aspetti di Costantino. La battaglia di Ponte Milvio, in cui nel 312 sconfisse Massenzio, diede origine a leggende che potrebbero risalire tutte a Costantino, sempre attento a presentarsi come prescelto dalla divinità, qualunque essa fosse.

Nel 324 Scontratosi una prima volta in Mesia, ad Adrianopoli, con CostantinoLicinio non riuscì ad approfittare della sua netta superiorità numerica, venendo di lì a poco sconfitto in una battaglia navale nell'Ellesponto da Crispofiglio di Costantino e di Minervina. Minervina (fine III secolo - prima del 307) sposò Costantino quando questi era molto giovane, ed ebbe da lui un figlio, Crispo. Quando Costantino ebbe bisogno di rafforzare i suoi legami con i tetrarchi, sposò Fausta, figlia dell'imperatore Massimiano nel 307, ed è possibile che Minervina fosse in tale occasione ripudiata, ma è più probabile che fosse già morta. Tornando a Licinio, nella battaglia contro Crispo perse le sue migliori unità di soldati, per cui reclutò schiavi e contadini delle terre bitiniche per ingaggiare un'ultima, disperata battaglia contro le truppe veterane di Costantino (la cosiddetta battaglia di Crisopoli, svoltasi presso l'odierna Üsküdar), venendo disastrosamente sconfitto. Tratto prigioniero dinanzi a Costantino venne graziato da questi e inviato a vivere come privato cittadino a Tessalonica; negli anni seguenti però (nel 325/326), nonostante le promesse fatte a sua sorella che ne era la moglie, Costantino fa giustiziare Licinio per avere complottato una rivolta. Costantino rimase così l'unico augusto al potere.

Suddivisione in chiese e patriarcati
 nell'impero romano.
Nel 325 - L'imperatore Costantino indice il Concilio di Nicea, dove il cristianesimo adotterà come propria, la tradizione della "Torah" ebraica, conosciuta nella "Bibbia" col nome greco di "Pentateuco", Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio e alcuni Vangeli come liturgia. Il passaggio interessante è che si stabilisce quali sono i "Libri ispirati da Dio". In questo concilio fu fissata la data della Pasqua e furono stabilite regole che definivano l'autorità dei vescovi e spianavano quindi la strada a una concentrazione del potere nelle mani degli ecclesiastici. I vescovi, capi delle comunità cristiane, non pagano tasse all'impero pur incassando le decime, il 10% dei redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti, le assemblee cittadine). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di esercitare il magistero di giudici nei processi di diritto ordinario. Il vescovo di Roma si insediò nel palazzo del Laterano. Dal 384 il vescovo di Roma, che aveva assunto il titolo di «papa», come il patriarca di Alessandria, rivendicherà il primato del suo patriarcato che era stato dell'apostolo Pietro, il primo vescovo di Roma, sancito da Gesù in Matteo 16:18. Nel Concilio di Nicea prende forma e posizione la nuova Chiesa, che non è più il nome della comunità cristiana, ma un  vertice che da una parte gestisce potere psicologico, politico, economico e giudiziario e dall'altra si pone come tramite tra il fedele e la divinità, coronando così gli sforzi di Paolo di Tarso, che aveva minacciato perfino l'apostolo Pietro ad adeguarsi ad una strategia di controllo sulla comunità dei cristiani. L'ebreo Saul di Tarso (S. Paolo), diventerà così, insieme a Pietro, chiamato Simone dei Vangeli, fondante per la Chiesa Cristiana "Cattolica", e cioè "Universale". Il Concilio di Nicea dovrà inoltre costringere i vari rivoli del cristianesimo al controllo del clero, marchiando come eresie l'Arianesimo di Ario, il Manicheismo di Mani, lo Gnosticismo,  il Nestorianesimo del "monofisismo" e tutte le forme di cristianesimo non conformi alla dottrina ufficiale. A Costantino stava a cuore l'unità nell'impero e non la fede religiosa. Come Dio, Gesù poteva venire opportunamente associato al Sole Invitto, come profeta mortale, sarebbe stato più difficile dargli una collocazione. Insomma, l'ortodossia cristiana si prestava a una fusione politicamente auspicabile con la religione ufficiale di Stato e per questo Costantino le diede il suo appoggio. Fu così che, un anno dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca e la distruzione di tutte le opere che contestavano i dettami cristiani emersi nel concilio: le opere degli autori pagani che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani « eretici ». Il capolavoro di Costantino I il Grande, poi fatto Santo, era dunque compiuto:  l'Imperatore Romano aveva fondato una Chiesa Romana, in cui si sarebbero trasferiti i poteri Romani. Le dottrine cristologiche (dottrine riguardanti la natura di Gesù Cristo, la sua divinità, i suoi rapporti con la tradizione giudaica e con il monoteismo precristiano) dei primi secoli vennero vagliate nel concilio e alcune vennero giudicate eterodosse (non ortodosse) e considerate eresie dalle altre Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Le discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico. Nel Concilio di Nicea I (del 325) si affermava la consustanzialità, cioè la stessa natura, del Padre e del Figlio, come si recita nella preghiera "Credo", chiamato appunto niceno e  quelle che sostenevano dottrine diverse sarebbero divenute "chiese scismatiche". Seguono alcune linee di pensiero avversate dal Concilio di Nicea e considerate eretiche, non ortodosse:
- Il Nestorianesimo, oggetto di vari scismi, di cui si discuterà a lungo. Nestorio, patriarca di Costantinopoli, enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio". Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. 
- L'Arianesimo, il movimento teologico più rilevante del IV secolo. Secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. 
- Il Donatismo prende il nome da Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano ed avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla dignità di chi li amministra. 
- Lo Gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale del movimento basata sull'etimologia della parola può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il giudaismo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza attraverso l'osservanza delle 613 mitzvòt e il cristianesimo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per Grazia mediante la Fede (Efesini 2,8), per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità.
- Il Manicheismo è la religione fondata in Persia da Mani (215-277), predicatore e teologo nato nel regno dei Parti e vissuto nell'Impero sasanide, nel tentativo di fondare una religione universale che fondesse caratteristiche dello Zoroastrismo con il Cristianesimo (probabilmente con influenze di seguaci di Marcione e Bardesane) e del Buddismo che egli aveva conosciuto durante un viaggio in India. Il Manicheismo è una religione radicalmente dualista: due princìpi, la Luce e le Tenebre, coevi, indipendenti e contrapposti che influiscono in ogni aspetto dell'esistenza e della condotta umana. 
- Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
La Chiesa marcionita era probabilmente ben organizzata con un clero ("i perfetti") accuratamente preparati e che conducevano una vita contemporaneamente attiva e duramente ascetica, tanto che sopravvisse per secoli e probabilmente continuò in vari movimenti tardi, come Bogomili e Catari (vedi Manichei medievali).

Aquila bicipite o a due teste, antico
emblema dell'impero romano con
Costantino imperatore, da https:/
/groups.google.com/forum/#!topic
/teorici-del-complotto/LHy3MaErUaY
Nel 326 - Iniziano i lavori per la costruzione della nuova capitale  Nova Roma (Nuova Roma) sul sito dell'antica città di Bisanzio, fornendola di un senato e di uffici pubblici simili a quelli di Roma. Il luogo venne scelto come capitale nel 324 per le sue qualità difensive e per la vicinanza ai minacciati confini orientali e danubiani. Inoltre, particolare non secondario, consentiva a Costantino di sottrarsi all'influenza invadente, arrogante ed irritante, degli aristocratici presenti nel senato romano. La città venne inaugurata nel 330 e prese presto il nome di Costantinopoli. Rispetto alla vecchia città, la nuova era quattro volte più vasta: dove c'era un'antica porta Costantino pose un foro circolare, inoltre spostò le sue mura più ad occidente di 15 stadi. La città (oggi Istanbul, nome che appare ufficialmente dal 1930 e che deriva dal greco “isten polis”, cioè "quella è la città") resterà poi fino al 1453 la capitale dell'Impero romano d'Oriente, chiamato dai latini impero bizantino. L'aquila bicipite è, in araldica, l'aquila con due teste separate fin dal collo e rivolte una verso destra ed una verso sinistra. Generalmente la si pone nel capo d'oro, detto capo dell'Impero. Infatti l'aquila bicipite identifica l'unione di due imperi. L'aquila bicipite fu adottata come stemma imperiale per la prima volta dall'imperatore romano Costantino I, detto il Grande, e rimase poi come stemma nell'Impero romano d'oriente fino all'ultima dinastia di imperatori bizantini: quella dei Paleologi. Oggi, la Chiesa ortodossa greca usa l'aquila bicipite come eredità dei bizantini. Lo stesso stemma fu poi usato dagli Arsacidi, re d'Armenia, e più avanti dagli Asburgo, imperatori d'Austria, e dai Romanov, zar di tutte le Russie. Anche i re di Serbia, i principi di Montenegro, e l'eroe albanese della resistenza contro i turchi ottomani, Giorgio Castriota Scanderbeg, adottò l'aquila bicipite come emblema. L'aquila bicipite fu adottata anche in Oriente, per il regno di Mysore nell'India. Secondo alcuni autori una testa rappresenta l'Occidente e l'altra l'Oriente, in particolare le due metà dell'Impero bizantino, una in Europa e una in Asia.

Nel 327 - Periodo caratterizzato da una serie di uccisioni. Dopo quella del suo antico alleato e rivale Licinio nel 326, l'anno seguente Costantino fece uccidere a Pola il suo figlio primogenito, Crispo, la cui madre era stata Minervina, la prima moglie di Costantino. La leggenda vuole che Crispo sia stato eliminato in seguito all'accusa di Fausta, sorella di Massenzio e moglie di Costantino, di averla insidiata. Poi anche l'imperatrice venne uccisa (venne affogata nel bagno) quando Costantino riconobbe l'innocenza del figlio: probabilmente Fausta voleva assicurarsi l'eliminazione dei rivali dei propri figli come successori di Costantino. Venne ucciso inoltre Liciniano, figlio della sorella di Costantino, Costanza, e di Licinio.

Pianta dell'antica Costantinopoli.
Nel 330 - "Nuova Roma", chiamata poi, col tempo, Costantinopoli (che significa città di Costantino), è la capitale dell'Impero Romano, e il suo vescovo inizia a pretendere prerogative primaziali. Costantino, adoratore del "Sole Invincibile", pare che si sia convertito al cristianesimo solo sul letto di morte, per potere perpetrare tutti quelli che dai cristiani sono visti come "peccati mortali", fra cui l'omicidio del co-imperatore Licinio, i Fausta, la sua seconda moglie, del suo figlio primogenito Crespo ecc., anche se Costantino è considerato santo e "simile agli apostoli" dalla Chiesa ortodossa, da alcune Chiese orientali antiche e in alcune località oggi romano-cattoliche di rito latino, come Sedilo in Sardegna. La sua grande opera sarà quella di trasferire nella religione cristiana la continuità dell'impero romano: i vescovi, capi delle comunità cristiane, inizialmente non pagano tasse all'impero, per poi incassare le decime, il 10% sui redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di giudicare nei processi  di diritto ordinario. In alternativa all'opinione tradizionale, secondo cui Costantino si sarebbe convertito al cristianesimo poco prima della battaglia di Ponte Milvio, è stata, invece, asserita una sua costante adesione al culto solare, mettendo in dubbio perfino il battesimo in punto di morte. Secondo altri, poi, la religione sarebbe stata per Costantino un puro e semplice strumento per regnare. Lo storico svizzero Jacob Burckhardt, per esempio, afferma: «Nel caso di un uomo geniale, al quale l'ambizione e la sete di dominio non concedono un'ora di tregua, non si può parlare di cristianesimo o paganesimo, di religiosità o irreligiosità consapevoli: un uomo simile è essenzialmente areligioso, e lo sarebbe anche se egli immaginasse di far parte integrante di una comunità religiosa». Secondo altri ancora poi, occorre distinguere fra convinzioni private e comportamento pubblico, vincolato dalla necessità di conservare il consenso delle proprie truppe (se non dei propri sudditi), qualunque ne fosse l'orientamento religioso. Da questo punto di vista è utile distinguere fra il comportamento di Costantino antecedente e quello successivo alla battaglia di Crisopoli, grazie alla quale conseguì il dominio assoluto sull'impero. Che Costantino si sia progressivamente avvicinato al cristianesimo sono comunque d'accordo molti conoscitori di quell'epoca. Tra costoro il grande archeologo e storico Paul Veyne, di estrazione marxista, sostiene con sicurezza l'autenticità della conversione di Costantino, ricordando, con J.B. Bury, che la sua «rivoluzione [...] fu forse l'atto più audace mai compiuto da un autocrate in ispregio alla grande maggioranza dei suoi sudditi». E ciò in considerazione del fatto che la popolazione cristiana era circa il 10% del totale nel futuro Impero Romano d'Occidente. È comunque assolutamente fuori di dubbio la sincerità costantiniana nella ricerca dell'unità e concordia della Chiesa, la cui necessità derivava da un preciso disegno politico che considerava l'unità del mondo cristiano condizione indispensabile alla stabilità della potenza imperiale. Costantino infatti interpretava in senso cristiano l'antico tema, caro alla Roma imperale pagana, della pax deorum, nel senso che la forza dell'impero non derivava semplicemente dalle azioni di un principe illuminato, da una saggia amministrazione e dall'efficienza di un ben strutturato e disciplinato esercito, ma direttamente dalla benevolenza di Dio. Mentre però, nella religione romana, vi era un diretto rapporto tra il potere imperiale e le divinità, l'imperatore cristiano non poteva ignorare la Chiesa, un'istituzione che, tramite i suoi vescovi, era l'unica mediatrice della fonte divina del potere, e Costantino non poteva fare a meno di essere coinvolto nelle lotte teologiche della Chiesa. Su una tale base ideologica, questa ricerca dell'unità e della concordia dei cristiani comportava quindi anche interventi molto duri nei confronti di coloro che lo stesso imperatore considerava eretici, che erano trattati come, se non più duramente, dei pagani. I conflitti teologici si trovarono dunque ad avere una ricaduta politica, mentre d'altra parte le sorti interne dell'Impero erano sempre più dipendenti dai risultati delle lotte teologiche; gli stessi vescovi, infatti, sollecitavano continuamente l'intervento dell'imperatore per la corretta applicazione delle decisioni dei concili, per la convocazione dei sinodi e anche per la definizione di controversie teologiche: ogni successo di una fazione comportava la deposizione e l'esilio dei capi della fazione opposta, con i metodi tipici della lotta politica.

Nel 331 - Eusebio di Cesarea, nel libro “Sulla vita di Costantino”, afferma che nell’anno 331 d.C. Costantino gli chiese personalmente 50 copie della Bibbia cristiana per le chiese che stava facendo costruire a Costantinopoli, come dimostrano i manoscritti biblici risalenti proprio a quel periodo: il codice Sinaitico e il codice Vaticano. Questo fu uno dei fattori decisivi nell'intera storia del cristianesimo, e offrì un'occasione senza precedenti per l'affermazione dell'ortodossia cristiana, poiché nel 303, un quarto di secolo prima, l'imperatore pagano Diocleziano aveva ordinato di distruggere tutti gli scritti cristiani che era possibile trovare. Quindi i documenti cristiani, soprattutto a Roma, erano quasi spariti. Quando Costantino commissionò nuove versioni di questi documenti, permise ai custodi dell'ortodossia di revisionare, modificare e riscrivere il materiale come ritenevano più opportuno, secondo i loro obiettivi, più legati alla gestione del potere che ad una gestione dell'aldilà. Fu a questo punto che vennero apportate probabilmente quasi tutte le alterazioni decisive al Nuovo Testamento, e Gesù assunse la posizione eccezionale che ha avuto da allora. Non si deve sottovalutare l'importanza della commissione costantiniana: delle cinquemila versioni manoscritte più antiche del Nuovo Testamento, nessuna è anteriore al IV secolo. Il Nuovo Testamento nella sua forma attuale, è sostanzialmente il prodotto dei revisori e degli scrittori del IV secolo: custodi dell'ortodossia, con precisi interessi da difendere. C'è la possibilità, tuttavia, che ne vengano scoperti altri. Nel 1976 un cospicuo numero di antichi manoscritti fu scoperto nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. Disponiamo ora di migliaia di frammenti, alcuni dei quali anteriori al 300 d.C., incluse otto pagine mancanti nel Codex Sinaiticus custodito nel British Museum (i monaci che conservano il materiale hanno accordato accesso soltanto a uno o due studiosi greci, cfr. « International Herald Tribune » del 27 aprile 1978) oltre, naturalmente alle scoperte archeologiche delle grotte del Mar Morto, i Manoscritti di Qumran e il ritrovamento degli scritti di Nag Hammâdi.
Codice sinaitico.
Il Codice Sinaitico o Codex Sinaiticus (Londra, British Museum, Libr., Add. 43725) è un manoscritto in greco onciale (cioè maiuscolo) datato tra il 330 e il 350 d.C. Originariamente conteneva l'intero Antico Testamento nella versione greca della Settanta, l'intero Nuovo Testamento, e altri scritti cristiani (Lettera di Barnaba, Pastore di Erma). L'onciale è un'antica scrittura maiuscola usata dal III all'VIII secolo nei manoscritti dagli amanuensi latini e bizantini; in onciale sono scritti anche altri due codici biblici tra i più antichi: il Codex Vaticanus (IV secolo) ed il Codex Alexandrinus (V secolo).
Una pagina del codice sinaitico.
Nella sua forma attuale, il codice consta di 346½ fogli di pergamena, scritti su quattro colonne; di questi, 199 appartengono all'Antico Testamento, 147½ al Nuovo Testamento più la Lettera di Barnaba e il Pastore di Erma, due antichi scritti cristiani, presenti però in forma mutila. Circa l'Antico Testamento, il manoscritto ha subito varie mutilazioni, specialmente nei libri da Genesi ad Esdra. Ciò che rimane è costituito da frammenti di Genesi 23-24; Numeri 5-7; 1 Cronache 9, 27-19,17; Esdra 9,9-10,44; Lamentazioni 1,1-2,20. Integri sono invece i libri di Nehemia, Ester, Gioele, Abdia, Giona, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Isaia, Geremia. Il manoscritto contiene anche i testi deuterocanonici di Tobia, Giuditta, 1 Maccabei e l'apocrifo 4 Maccabei (mentre il codice non ha mai contenuto 2 e 3 Maccabei). L'ordine dei libri del Nuovo Testamento è vangeli, lettere paoline, Atti, lettere cattoliche, Apocalisse. Il testo del "Codice Sinaitico" in generale assomiglia molto a quello del "Codex Vaticanus". Nell'Antico Testamento il testo del Sinaitico è più simile a quello del "Codex Alexandrinus". Le origini del "Codex Sinaiticus" sono poco conosciute, si è ipotizzato che sia stato scritto in Egitto. Qualcuno lo ha associato alle 50 copie della Bibbia commissionate dall'imperatore romano Costantino I. Uno studio paleografico compiuto sul testo nel 1.938 al British Museum ha mostrato che il testo è stato oggetto di molte correzioni.
Correzioni aggiunte nel codice
sinaitico.
Le prime risalgono a un periodo immediatamente successivo alla sua stesura, nel IV secolo, altre risalgono al VI-VII secolo, realizzate probabilmente a Cesarea, in Palestina. Secondo una nota presente alla fine dei libri di Esdra ed Ester, tali alterazioni sono state fatte sulla base di un altro antico manoscritto il quale fu corretto dalla mano del santo Panfilo (martirizzato nel 309). Il manoscritto manca della Pericope dell'adultera (Vangelo secondo Giovanni 8,1-11) e di Matteo 16,2b-3. Originariamente mancava anche dei versetti relativi all'agonia di Gesù al Getsemani (Vangelo secondo Luca 22:43-44), che fu poi successivamente introdotta da una seconda mano e nel vangelo di Marco non vi è traccia della resurrezione del Cristo.
Monastero di S. Caterina, nel Sinai.
Il "Codex Sinaiticus" fu ritrovato da Konstantin von Tischendorf presso il Monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, in Egitto, tra il 1844 e il 1859. Il Monastero di Santa Caterina è un monastero del VI secolo situato in Egitto, nella regione del Sinai, al centro di una valle desertica. Dedicato a santa Caterina d'Alessandria, è il più antico monastero cristiano ancora esistente e sorge alle pendici del monte Horeb dove, secondo la tradizione, Mosè avrebbe parlato con Dio nell'episodio biblico del roveto ardente (3,2-6) e dove egli ricevette i comandamenti. Di architettura bizantina, la sua preziosa collezione di icone e la grande raccolta di antichissimi manoscritti ne fanno la più vasta e meglio conservata biblioteca di testi antichi bizantini dopo quella della Città del Vaticano e luogo sacro dalle tre maggiori religioni monoteiste.

Nel 335 - I Vandali, che abitavano la regione compresa tra il fiume Marisus ed il Danubio (forse poco a nord-ovest del Banato), sotto la guida di Visimar, si scontrarono con i Goti di Geberico e furono sconfitti. I superstiti chiesero a Costantino I di essere ammessi nei territori dell'Impero romano, ottenendone il permesso e stabilendosi nella Pannonia, dove rimasero tranquilli per almeno quarant'anni "obbedendo alle leggi dell'Impero come gli altri abitanti della regione". Essi furono così inglobati come foederati, mantenendo la loro mansione di cuscinetto fra l'impero e le altre tribù barbare della pianura Sarmatica.

Dal 337 Costantino muore (pare per malattia) il 22 maggio 337 ad Achyrona, non molto lontano da Nicomedia, mentre preparava una campagna militare contro i Sasanidi di Persia. L’ Impero Romano viene così nuovamente diviso fino al 350. Costantino aveva nominato cesari, suoi successori, i suoi figli Costante I, Costantino II e Costanzo II oltre ai due nipoti Dalmazio e Annibaliano. Costanzo II, che era impegnato in Mesopotamia settentrionale a supervisionare la costruzione delle fortificazioni frontaliere, si affrettò a tornare a Costantinopoli, dove organizzò e presenziò alle cerimonie funebri del padre: con questo gesto rafforzò i suoi diritti come successore e ottenne il sostegno dell'esercito, componente fondamentale della politica di Costantino. Durante l'estate del 337 si ebbe un eccidio, per mano dell'esercito, dei membri maschili della dinastia costantiniana e di altri esponenti di grande rilievo dello stato: solo i tre figli di Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo) furono risparmiati. Le motivazioni dietro questa strage non sono chiare: secondo Eutropio Costanzo II non fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di opporvisi e condonò gli assassini; Zosimo invece afferma che Costanzo II fu l'organizzatore dell'eccidio. Nel settembre dello stesso anno i tre cesari rimasti (Dalmazio e Annibaliano erano stati vittime della purga) si riunirono a Sirmio in Pannonia, dove il 9 settembre furono acclamati imperatori dall'esercito e si spartirono l'Impero: Costanzo II si vide riconosciuta la sovranità sull'Oriente, Costante I sull'Illirico e Costantino II sulla parte più occidentale (Gallie, Hispania e Britannia). La divisione del potere tra i tre fratelli durò poco: Costantino II morì nel 340, mentre cercava di rovesciare Costante I e Costanzo II guadagnò i Balcani; nel 350 Costante I fu rovesciato dall'usurpatore Magnenzio, e Costanzo II divenne unico imperatore.

Nel 342 - La federazione dei Franchi è protagonista di un'incursione in territorio gallico, condotta a partire dalla loro area d'insediamento presso il Reno. Sono respinti da Costante I, imperatore romano dal 337.

- Nell'Europa orientale, le tribù degli Slavi orientali uniscono parte delle loro forze a quelle gotiche nel III e IV secolo. Tuttavia i Goti, capeggiati da Ermanarico, ambivano a sottomettere gli stessi Venedi (gli Slavi occidentali), senza peraltro riuscirvi. I movimenti migratori dei  Venedi nelle terre a sud-ovest dell'Elba e dell'Oder furono causati anche dalle violente incursioni degli Unni.
"Unni" di Johann Nepomuk Geiger
da https://commons.wikimedia.or
g/w/index.php?curid=643821
Durante il IV secolo gli Unni, popolo guerriero nomade, probabilmente di ceppo turco, provenienti dalla Siberia meridionale, giungono in Europa. Non si conosce quasi nulla della lingua unna, l'ipotesi più accettata è che si trattasse di una lingua altaica ma diverse altre teorie la vorrebbero vicina al moderno ungherese o addirittura alle lingue iraniche. Giordane (o Giordano o Jordanes, storico bizantino di lingua latina del VI secolo di probabile origine gotica o alana) scrisse che gli Unni "si procuravano ferite sulle guance come segno di lutto per i guerrieri più valorosi, piangendoli non con lacrime di donne ma con il sangue degli uomini". Inoltre gli Unni praticavano la deformazione cranica, allungandosi le teste probabilmente a imitazione dei nomadi sàrmati di origine indoiranica. La deformazione cranica fu una pratica molto comune nel corso della storia. Il procedimento veniva applicato sin dalla più tenera infanzia e consisteva nello stringere la testa del bambino con un bendaggio, approfittando del fatto che a quell'età il cranio era ancora molle e in crescita. Nel caso di alcuni popoli, questa pratica serviva a indicare che il ragazzo era destinato al sacerdozio, ma nel caso degli Unni se ne ignora il significato. Le scoperte archeologiche dimostrano che gli Unni fasciavano le teste di alcuni bambini, che nella vita adulta continuavano, naturalmente, ad avere la testa deformata. Per questa ragione, è sorprendente che nessuna fonte greco-romana menzioni il fenomeno; ma forse, come suggerisce lo storico John Man, "gli uomini con la testa allungata costituivano un'élite".

Nel 343 - Un concilio a Sardica riafferma la dottrina formulata a Nicea dichiarando che i  vescovi  detengono il diritto di appello al papa come autorità più alta nella Chiesa.

Nel 344 - Nasce Giovanni Crisostomo, o Giovanni d'Antiochia (Antiochia, 344/354 - Comana Pontica, 14 settembre 407), arcivescovo cattolico, santo e teologo bizantino, il secondo Patriarca di Costantinopoli, commemorato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, venerato dalla Chiesa copta; è uno dei 33 Dottori della Chiesa. La sua eloquenza è all'origine del suo epiteto Crisostomo (in greco antico χρυσόστομος / khrysóstomos, letteralmente «Bocca d'oro»). Il suo zelo e il suo rigore furono causa di forti opposizioni alla sua persona. Scrisse delle omelie antigiudaiche utilizzate nei secoli come pretesto per le discriminazioni e persecuzioni contro gli ebrei. Dovette subire un esilio e durante un trasferimento morì.

Nel 350 - Ulfila traduce il Nuovo Testamento in lingua gota e converte i Goti al cristianesimo ariano. Il goto Ulfila o Wulfila (in gotico letteralmente "Lupacchiotto"; 311 - 388) è stato un vescovo ariano.

Carta dell'Occitania (di cui solo
Provenza e Languedoc, Aquitania
esclusa) provincia Romana.
- Nel crogiuolo occitanico, composto da iberi, liguri, baschi, celto-liguri, greci e romani, diventati tutti cittadini romani nel 121 a.C., con la proclamazione della Provincia della Gallia Narbonensis (da cui il termine Provenza), si mescolano successivamente popoli germanici (goti e franchi) e semito-camitici (ebrei e arabo-berberi) che si convertono spontaneamente alla lingua ed alle culture latine. La lingua d'Oc è una delle lingue neolatine che si formano sul substrato degli antichi dialetti regionali e della lingua ufficiale e colta della Roma conquistatrice e padrona, fin dalla fine dell'Impero. Se in quella parte di continente che denominiamo Francia settentrionale (e che allora era lungi dall'essere un'entità definita e definibile) si andava affermando la Langue d'Oil, in una zona compresa tra le Valli alpine del Piemonte e la Catalogna  prendeva forma la lingua d'Oc (anche se in realtà non dovette esserci per il volgo, il popolo non colto, un significativo distacco dal dialetto parlato in precedenza). Per "Occitani: storia e cultura": QUI

Nel 355 - Gli Alamanni (o Alemanni) passano la frontiera in Alsazia con l'idea di stabilirsi in massa e definitivamente nel territorio dell'impero, ma l'imperatore romano Giuliano li sconfiggerà a Strasburgo nel 358. Delle antiche tribù germaniche erano rimasti soltanto due confederazioni di tribù: i popoli stanziati nei territori a nord del Danubio, gli Alamanni e quelli stanziati intorno al Reno, i Franchi.

Confederazioni dei Franchi
e Alemanni.
Nel 357 - La federazione di tribù dei Franchi Salii, così chiamati perché abitavano la regione prossima al fiume Sala, l'odierno Ijssel, il più orientale dei tre rami principali in cui si divide il Reno prima di sfociare in mare, erano giunti, attraversando il Reno e la Mosa, ai territori della Mosa stessa e dello Schelda, la cui parte terminale aveva una notevole importanza strategico-commerciale essendo parte delle rotte verso la Britannia. Inizialmente i Franchi Salii avevano interferito con atti pirateschi sulle rotte di rifornimento dei romani finché, nel 357, l'imperatore Giuliano, trovando le rotte del Reno sotto il loro controllo, ebbe degli scontri con loro, al termine dei quali li pacificò. Roma garantì ai Franchi una fetta considerevole della Gallia Belgica e divennero foederati dell'Impero romano, incaricati di difendere la frontiera del Reno contro Alani, Suebi e Vandali. La regione che i Franchi Salii ottennero corrisponde all'incirca alle odierne Fiandre e ai Paesi Bassi a sud del Reno e rimane ancora oggi una regione di lingua germanica (attualmente predomina l'olandese ed il fiammingo). I Franchi Salii divennero quindi, il primo popolo germanico a stabilirsi permanentemente all'interno del territorio romano, con il ruolo di foederati. Da quel territorio i Franchi conquistarono gradualmente gran parte della Gallia Romana a nord della Valle della Loira e ad est dell'Aquitania visigota. I Franchi Ripuarii si consolidarono sulla riva destra renana, da Colonia fino all'odierna Francoforte. A queste federazioni franche apparteneva probabilmente anche i Brutteri e i Sicambri (o Sigambri), che già avevano combattuto contro i Romani ai tempi di Giulio Cesare e Augusto e che avevano poi assegnato loro dei contingenti, come ausiliari, nell'esercito romano. Dal 26 gli storici romani non ne avevano più scritto, ma Fredegario, uno scrivano borgognone del VII/VIII sec., narra nella sua "Cronaca", che la storia dei Franchi Sicambri era iniziata dai tempi remoti degli antichi Patriarchi ebrei, citando numerose fonti d'informazione e di rimando, fra cui gli scritti di San Girolamo, l'arcivescovo Isidoro di Siviglia ed il vescovo Gregorio di Tours anch'egli autore di una "Storia dei Franchi". Per raggiungere tale precisione, Fredegario, che godeva di molta considerazione alla corte borgognona, approfittò della sua possibilità di accedere a svariati archivi ecclesiastici ed annali statali. Egli, dunque, racconta come i Franchi Sicambri, da cui prese nome la Francia, erano stati a loro volta chiamati così per via del loro capo Francio o Francione, morto nel II secolo a.C.. La tribù, che era passata nella Scozia, affondava le sue radici nell'antica città di Troia. Tracce di questa discendenza si potrebbero trovare in alcuni nomi come quello della città di Troyes e perfino di Parigi che porterebbe il nome del principe Paride, figlio del re Priamo di Troia. Quella dei Merovingi, quindi, sarebbe stata una dinastia discendente in linea maschile dai "Re pescatori" che corrispondevano anche ad una linea di successione femminile sicambrica. I Sicambri, prendevano il loro nome da Cambra, una regina tribale vissuta intorno al 380 a.C., originaria della Scozia ed erano chiamati anche i "nuovi parenti". Potrebbe darsi che da tale Cambra abbia preso il nome la città di Cambrai. Lo storico Ammiano Marcellino riporta nelle sue cronache che la tribù dei Salii era composta da uomini forti e coraggiosi che si erano spinti sino alle fortificazioni sulla strada romana di Colonia. C'è chi ipotizza che i Romani li chiamarono Franchi nel senso di "i liberi", ovvero gli "affrancati", (dal latino francus = libero?) e il nuovo territorio Franconia. Ammiano affermava che i Salii e i Ripuari avessero entrambi un proprio re.

Nel 360 - L'arianesimo aveva soppiantato quasi del tutto il cristianesimo di Paolo di Tarso. Fra i più fervidi seguaci dell'arianesimo c'erano i Goti, sia Ostrogoti che i Visigoti, che si erano convertiti a questa fede, abbandonando il paganesimo. Gli Svevi, i Longobardi, gli Alani, i Vandali, i Burgundi erano tutti ariani. Iinfatti i Visigoti, quando saccheggeranno Roma nel 410, risparmieranno le chiese cristiane. Sotto gli auspici dei Visigoti, l'arianesimo divenne la forma di cristianesimo predominante in Spagna, nei Pirenei e in Occitania.

La campagne di Persia del 363
dell'imperatore Giuliano.
Nel 363 - L'imperatore Giuliano, ricordato come l'apostata, poiché, da filosofo quale era, aveva rinnegato il cristianesimo (era stato battezzato da bambino e non per volontà sua), inizia la campagna contro la Persia, in cui troverà la morte.

Nel 364 - Il 23 febbraio Valentiniano I (Flavius Valentinianus) è eletto imperatore dall'esercito e dalla corte, dopo la morte di Gioviano. Poco dopo la sua elezione come imperatore, Valentiniano I decise che il fratello Flavio Valente avrebbe regnato insieme a lui. In seguito i due, per governare più efficientemente, si spartirono l'impero: Valentiniano I regnò solo sulla parte occidentale dell'impero, mentre il fratello Valente su quella orientale. Durante il loro regno, l'impero fu ripetutamente devastato da invasioni barbariche. Nominato "l'ultimo vero romano", Valente non riuscì a ben governare l'impero d'oriente, tanto da pensare di abdicare e poi suicidarsi a causa del fatto che un certo Procopio si era ribellato contro di lui, autonominandosi imperatore. Egli morì nella battaglia di Adrianopoli, un totale disastro, dove la maggior parte delle sue forze armate furono distrutte dagli invasori Goti.

Nel 366 - Dopo furiosi scontri costati 137 morti fra due fazioni cristiane, Damaso I è l'unico vescovo (quindi papa) di Roma. Damaso I (Roma o Guimarães, 305 ca. - Roma, 11 dicembre 384) fu il 37º papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 1º ottobre 366 alla sua morte. Figlio dell'iberico Antonio (prete aggregato alla chiesa di San Lorenzo) e di una certa Laurentia, si è ritenuto per molto tempo che fosse nato nell'attuale Portogallo, ma ricerche storiche più recenti sembrano indicare che egli possa essere nato a Roma; di certo crebbe a Roma al servizio della chiesa di San Lorenzo martire. Morto papa Liberio il 24 settembre 366, il clero romano si divise in due fazioni: una, favorevole alla politica del defunto antipapa Felice II, del tutto contraria ad ogni accordo con i sostenitori delle teorie ariane (nonostante Felice II fosse ariano), e l'altra, maggioritaria, più conciliante e favorevole ad accordi e compromessi. In due distinte e contemporanee elezioni, i primi, riuniti nella basilica di Santa Maria in Trastevere, elessero e consacrarono frettolosamente papa il diacono Ursino, mentre i secondi, nella basilica di San Lorenzo in Lucina, scelsero Damaso, che fu consacrato nella basilica di San Giovanni in Laterano il 1º ottobre 366. Molti dettagli degli avvenimenti che seguirono a questa elezione vennero narrati nel Libellus Precum, una petizione all'autorità civile da parte di Faustino e Marcellino, due presbiteri della fazione di Ursino, e dallo storico pagano Ammiano Marcellino che così narrava: « L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale. ». Il prefetto di Roma, di cui parlava Ammiano Marcellino, era un tale Vivenzio Scisciano che attese che si concludessero i disordini per prendere posizione nella contesa: una volta accertata la vittoria del partito di Damaso, esiliò da Roma Ursino. Ma i suoi seguaci non vollero accettare la sconfitta e si rifugiarono nella basilica di Santa Maria Maggiore che i damasiani il 26 ottobre assalirono: si accese una vera e propria battaglia, con le conseguenze citate da Ammiano Marcellino. Riammesso l'anno seguente a Roma, Ursino cercò nuovamente di prendere il posto di Damaso, dando vita ad altri disordini e ricavandone un nuovo esilio per decreto dell'imperatore Valentiniano I. Dalla Gallia prima e da Milano successivamente, tramite un ebreo di nome Isacco, nel 370 fece accusare Damaso di gravi delitti. Fu celebrato un processo che nel 372 assolse il vescovo di Roma, e Ursino, per decreto del nuovo imperatore Graziano, fu definitivamente esiliato a Colonia. Questi contrasti si rifletterono non solo sulla reputazione di Damaso ma anche su quella della Chiesa romana. Molti, sia nella società pagana che in quella cristiana, videro in Damaso un uomo le cui ambizioni terrene erano superiori alle preoccupazioni pastorali. Damaso amava infatti il fasto e gli spettacoli. e non esitava a commissionare grandi opere. Sotto il suo pontificato la residenza papale assunse un aspetto principesco. In un periodo in cui le grandi famiglie di senatori e di benestanti coprivano di doni gli ecclesiastici, la Chiesa iniziò ad accumulare ricchezze e non pochi accusarono i sacerdoti di essere mossi solo da ragioni economiche. In tal senso, un decreto imperiale del 370 proibì agli ecclesiastici di far visita a vedove ed ereditiere per evitare che le inducessero a fare donazioni alla Chiesa. Nel 378, alla corte imperiale, fu mossa contro Damaso anche un'accusa di adulterio, dalla quale fu scagionato prima dall'Imperatore Graziano e poco dopo, da un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunicò i suoi accusatori.

Nel 368 - Gli Alemanni travolgono Mogontiacum (Magonza, l'attuale Mainz) e costringono l'imperatore Valentiniano I ad accorrere, insieme al figlio ed augusto Graziano. I due imperatori passarono il Reno e si spinsero fino al fiume Neckar dove ottennero un'importante vittoria sulle genti germaniche nei pressi di Solcinium. Nel frattempo una grave notizia raggiunse Valentiniano a Treviri: la Britannia era stata devastata interamente da Pitti, Attacotti e Scoti, i quali avevano ucciso i generali Nettarido e Fullofaude. Valentiniano inviò allora in Britannia truppe sotto il comando dapprima di Severo, poi di Giovino e Protervuide ma, di fronte agli insuccessi subiti, decise di inviare in soccorso dell'isola il valoroso Conte Teodosio (Teodosio il Vecchio, padre di Teodosio I) che, sbarcato in Britannia, riuscì a porre fine alle incursioni nemiche, annientando gli invasori e ripristinando la pace in Britannia. Vinti gli incursori e ripristinata la pace, Teodosio riuscì persino a recuperare alcuni territori persi in precedenza, costituendo una nuova provincia romana che prese il nome di Valentia in onore di Valentiniano I.

Nel 369 - Valente decide di passare il Danubio in Dobrugia (regione situata tra il Danubio e il Mar Nero), nei pressi di Noviodunum, mentre i suoi generali si spinsero molto a nord nei territori dei Goti. Al termine di questa campagne fu siglata in autunno una tregua tra Roma e i Visigoti di Atanarico, che sospendeva i precedenti rapporti di collaborazione basati sui sussidi (o tributi) offerti dai romani in cambio di contingenti mercenari, stabilità nella regione e scambi commerciali. In quegli anni, intanto, aveva preso il via la conversione di una parte del popolo gotico al Cristianesimo, secondo la variante ariana promossa da Ulfila, e lo stesso vescovo aveva intrapreso la messa per iscritto della Bibbia, che divenne così il primo testo in lingua gotica e la più estesa testimonianza delle lingue germaniche antiche. Valente decise, infine, di fermarsi nella Dobrugia ancora per qualche tempo, per migliorare le fortificazioni lungo il tratto del basso corso danubiano.

Nel 371 - Nasce Valentiniano II, uno dei figli che l'imperatore Valentiniano I aveva avuto dalla sua seconda moglie Giustina, insieme alle sorelle Galla, Grata e Giusta. Era il secondo figlio maschio di Valentiniano, che aveva già avuto Graziano da un precedente matrimonio.

Nel 374 - Sappiamo che avvenne l'uccisione a tradimento, dopo un banchetto, del capo dei suebi Quadi, Gabinio, da parte del prefetto del pretorio delle Gallie, Massimino, che rese furiosi non solo i Quadi, ma molte altre popolazioni a loro vicine (come gli Iazigi ed i Vandali), che insieme inviarono squadre di saccheggiatori a sud del Danubio in territorio romano. Furono così senza alcun preavviso assaliti i contadini impegnati nel raccolto delle messi, molti dei quali furono sterminati, molti altri furono fatti prigionieri e condotti con molti animali di ogni tipo nei loro territori. E poco mancò che anche la stessa figlia dell'imperatore Costanzo II, Flavia Massima Faustina Costanza, venisse catturata dai barbari inferociti.

Ambrogio di Milano.
- Il 7 dicembre, Ambrogio è nominato vescovo di Milano. Aurelio Ambrogio (Aurelius Ambrosius in latino), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Treviri, 339/340 - Milano, 397) è stato un vescovo, scrittore e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio I papa. Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, per il luogo di nascita, o più comunemente come Ambrogio di Milano, la città di cui assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono e della quale fu vescovo dal 374 fino alla morte.

Nel 375 - Durante il regno di Valentiniano I, l'impero fu ripetutamente devastato da invasioni barbariche. Nel 375, alla notizia di un'invasione da parte della tribù dei Quadi, si dice che Valentiniano I sia stato preso da un tale accesso di collera da stramazzare al suolo, morendo per un'emorragia cerebrale, anche se secondo altre fonti, l'imperatore Valentiniano I mosse guerra ai Quadi nei loro stessi territori a nord di Brigetio e fu proprio in questa località che l'imperatore si spense durante le trattative di pace ormai in corso. Brigetio (l'odierna Komárom, sul Danubio) era una località appartenente all'antica tribù degli Azali, di chiara origine illirica, ma con connotazioni anche celtiche, tanto che l'origine del suo nome deriverebbe proprio dal celtico brig-, il cui significato sarebbe di "fortezza". Si trova nel territorio della moderna Ungheria mentre in Slovacchia è rimasta come Komárno. Valentiniano I, che aveva nominato Graziano co-imperatore qualche anno prima, morì il 17 novembre di quell'anno, lasciando il sedicenne Graziano, che era a Treviri, al comando dell'impero. Con l'imperatore lontano, giovane e inesperto, l'esercito romano tentennò, valutando la possibilità di proclamare imperatore un proprio generale, Sebastiano. Altri alti funzionari imperiali - tra cui Merobaude, Massimino, Romano e Petronio Probo - vollero invece porre sul trono Valentiniano II, il figlio minore, un bambino di quattro anni, facilmente manipolabile, che divise l'impero col fratellastro Graziano. A lui andò il governo di Italia, AfricaIllirico, mentre Graziano ottenne il comando sulla restante parte dell'impero d'occidente, Gallia, Spagna e Britannia. Avendo Valentiniano II solo quattro anni, la reggenza venne assunta dalla madre Giustina e quindi, di fatto, dal potente generale Merobaude. Giustina e Graziano spostarono la corte imperiale a Milano dove subito si aprì lo scontro con i cristiani della città guidati dal vescovo Ambrogio, essendo Giustina ariana.

Invasioni nell'Impero Romano dal 375
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- Gli Unni giunti dall'Asia, dopo aver fatto strage di Alani (di stirpe sarmatica) accolsero i resti delle loro tribù nel loro esercito si gettarono quindi sui regni gotici e li distruggendoli. I Goti fuggiaschi chiesero asilo all'imperatore romano Valente, che lo concesse solo ai Visigoti, per cui gli Ostrogoti, pur non essendo stati autorizzati, passarono il Danubio e si insediarono all'interno dei confini imperiali, dimostrando di temere di più gli Unni che i Romani. I Goti, pur  indebolendosi, si erano infatti suddivisi fra Ostrogoti (Goti dell'est, ost in tedesco) e Visigoti (Goti dell'ovest, west in tedesco), separati dal Dnestr. Fu l'inizio del crollo militare dell'impero romano d'Occidente.  Teodosio accorse per frenare l'invasione dei Goti ma dovette riconoscerli come federati, ed essi cominciarono a percorrere l'impero in ogni senso come padroni. Finì così che l'esercito degl'imperatori costantinopolitani fu costituito il larga parte da Goti e comandato da capi goti, come Gaina. Gli Unni, giungendo all'Elba, spingevano intanto contro le frontiere romane anche i Germani occidentali e da allora l'insediamento dei Germani nelle provincie dell'impero, sotto la guida dei loro re, si estese sempre più. Le violente incursioni degli Unni causano movimenti migratori anche da parte  degli  Slavi  occidentali, i Venedi-Sclavini stanziati nelle terre a sud-ovest dell'Elba e dell'Oder, anche se la maggior parte di loro non era stata interessata direttamente da incursioni unne. Importanti erano state le unioni di tribù di GermaniSlavi, Sàrmati e Mauri verso la metà del IV secolo. A queste unioni non parteciparono i Goti (già divenuti cristiani ariani), contro cui combattevano tribù Sarmatiche e Slave. L'esercito dell'imperatore Teodosio sarà, da lì in poi, composto prevalentemente di elementi gotico-sarmatici e sarà proprio con quelle forze che Teodosio imporrà a tutto l'impero il cristianesimo, contro il paganesimo, l'arianesimo e ogni altra forma di eresia cristiana.

Carta con le date dell'avanzata della
migrazione dei Visigoti in Europa.
Nel 376 - L'imperatore romano d'Occidente Valentiniano I aveva concesso accoglienza a duecentomila Visigoti che premevano tra le foci del Danubio, la Mesia e la Tracia, ma dopo la sua morte, Roma gestì male il trattato di asilo, che prevedeva per i Goti la spogliazione delle loro armi e la consegna come ostaggi dei loro giovani figli, senza però assicurare un adeguato approvvigionamento alimentare agli esuli. La fame e gli stenti spinsero i Visigoti, guidati da Fritigerno, alla rivolta, per cui varcarono  il Danubio, il confine con l'Impero Romano. A loro si unirono gli Ostrogoti che avevano a loro volta passato il Danubio ed insieme riuscirono a battere un esercito romano accorrente nei pressi di Marcianopoli (l'attuale Preslav, nei pressi della città di Devnja, in Bulgaria dell'est).

Nel 377 - Le popolazioni gotiche sono respinte dalla provincia di Tracia da alcuni generali di Valente, fino verso la Dobrugia, regione situata tra il Danubio e il Mar Nero, divisa ora tra la Dobrugia Settentrionale che fa parte della Romania e la Dobrugia Meridionale che è oggi parte della Bulgaria. Le città principali della regione rumena sono: Costanza, Mangalia, Tulcea, Medgidia e le città principali della regione bulgara sono Dobrič e Silistra.

Mesia con evidenziata Adrianopoli,
in Tracia, da: https://deipnosofista.
com/i-goti-prima-di-adrianopoli-le
-scorrerie-del-terzo-secolo/
Nel 378 - Disfatta dei Romani nella battaglia di Adrianopoli.  Mentre i Visigoti in Mesia compievano ripetute razzie nelle regioni circostanti, sul fronte settentrionale una nuova incursione alemannica fu rintuzzata da Graziano nella Battaglia di Argentovaria,  nei pressi di Colmar, a cui seguì l'ultima spedizione romana al di là del Reno, nella foresta Ercinia. L'imperatore Graziano richiamò Teodosio il giovane al quale affidò l'incarico di respingere nuove incursioni di Sarmati Iazigi in Pannonia e lo nominà magister militum. Intanto la risposta dei Goti (gli Ostrogoti, dell'est) non si fece attendere. Infatti nel corso di quell'anno dilagarono fino a sud dei Balcani insieme ad alcuni corpi degli stessi Unni. Riuscì però a fermarli il magister peditum Sebastiano, il quale ne rallentò provvisoriamente le incursioni. Poco dopo mosse contro le orde barbariche lo stesso imperatore Valente, il quale nella successiva battaglia di Adrianopoli, subì non solo una disastrosa sconfitta, ma cadde egli stesso sul campo di battaglia. Valente, per non dover dividere il successo con Graziano, figlio di suo fratello Valentiniano I, che stava sopraggiungendo in forze, decise di dirigersi da solo contro i Goti: disponeva probabilmente di 40.000 soldati contro un'orda di circa 50.000 guerrieri e altri 50.000 cavalieri goti. Una volta arrivato presso il cerchio di carri goto, Valente passò alcune ore a disporre in campo l'esercito. In questa fase furono comunque avviate trattative di pace: l'imperatore ricevette infatti una delegazione di preti cristiani ariani, che gli consegnarono una lettera da parte di Fritigerno (il condottiero dei Goti) nella quale si prendeva in considerazione l'ipotesi di intavolare delle trattative sulla consegna ai Goti di terre, come era stato loro promesso ai tempi del trasbordo del Danubio. Ma il capo goto, in realtà, volle rimandare il più possibile l'inizio della battaglia (cosa di cui è certo Ammiano Marcellino) nella speranza che ritornassero in tempo le squadre di cavalleria che si erano allontanate per foraggiare. Ad un tratto accadde l'imprevisto: due reparti di cavalleria leggera romana schierati sull'ala destra e composti da arcieri a cavallo, giunti a tiro dei barbari, attaccarono di propria iniziativa: il gesto diede inizio alla battaglia.
Battaglia di Adrianopoli.
I reparti di Valente, in inferiorità numerica, furono massacrati. I due schieramenti intanto continuavano a scontrarsi; fu la cavalleria gota a rompere gli equilibri e a colpire il fianco sinistro romano che era rimasto scoperto. I fanti romani, schierati in ordine compatto e con scarso margine di manovra, non poterono resistere all'urto e alla fine lo schieramento, dopo una ferrea resistenza, si sfaldò e si dette alla fuga. Alla fine lo stesso imperatore rimase ucciso e i resti delle forze romane si dettero alla macchia. Non si è mai saputo di preciso in che modo l'imperatore morì: forse fu colpito da una freccia o forse, come si raccontò dopo la battaglia, bruciò vivo nell'incendio di una fattoria nella quale, ferito, si era riparato nottetempo e a cui i Goti avevano dato fuoco. Con lui caddero anche due comites (Sebastiano e Traiano), tre duces, trentacinque tribuni e circa 30.000 soldati persero la vita. In seguito alla vittoria i barbari dilagarono nei territori intorno alla città compiendo ogni genere di razzie e massacrando le popolazioni romane. Il magister equitum Vittore si salvò e portò la notizia della sconfitta a Graziano, rimasto a oltre trecento chilometri dal campo di battaglia. Il comes (dal latino, "compagno") nell'antica Roma era un nome ufficiale usato dagli accompagnatori di alcuni magistrati e dal III secolo in poi fu sempre più spesso usato per i funzionari imperiali fino ad essere un grado dell'esercito e dell'amministrazione romana, (durante le guerre marcomanniche) ed evolutosi poi nel tardo Impero romano fino a diventare un titolo nobiliare nel Medio Evo: conte. Nacque quindi come titolo conferito in segno di stima da parte dell'imperatore e si evolse in un titolo vero e proprio. In seguito al disastro di Adrianopoli dell'agosto del 378, Graziano governò anche la parte orientale dell'impero. Sentendosi impreparato a fronteggiare da solo la pressione barbarica, nominò il 19 gennaio 379 Teodosio I imperatore d'oriente.

- Conseguenze della sconfitta romana di Adrianopoli. Dopo la sconfitta delle legioni romane, Teodosio (chiamato alla guida dell’impero d’Oriente da Graziano dopo la morte di Valente) e i suoi successori adottarono una nuova strategia di contenimento nei confronti dei barbari. In seguito a quest'evento, traumatico per la leadership imperiale e per il sistema romano nel suo complesso, gli imperatori, incapaci di fermare le invasioni militarmente, cominciarono ad adottare politiche di appeasement basate sui sistemi della hospitalitas e della foederatio, ovvero su meccanismi che consentissero l'integrazione e l'assimilazione delle genti che premevano lungo il limes romano. La battaglia, inoltre, accelerò quel processo di apertura all’immigrazione barbarica che già da secoli preoccupava i romani e li vedeva costretti a stipulare patti di accoglienza con le popolazioni d’oltre Danubio che richiedevano di stabilirsi nell’Impero. Adrianopoli innescò un circolo vizioso per il quale le forze militari romane iniziarono a fare assegnamento, in modo sempre più esclusivo, sull'apporto dei soldati di origine barbarica, al punto che l’esercito giunse ad essere costituito, in larga parte, da mercenari e truppe barbare romanizzate e da non poter prescindere dall'impiego di dediticii, i discendenti dei dediti, cioè dei componenti quelle comunità, una volta del tutto autonome, le quali, per mezzo della sottomissione volontaria, deditio, erano entrati in rapporto di dipendenza con Roma. La battaglia segnò l’inizio del percorso che avrebbe portato alla caduta definitiva dell’Impero (d'Occidente) e al suo sfaldamento per l'incapacità di gestire un tassello basilare come quello militare, a causa delle sempre più frequenti pressioni che i militari stranieri esercitavano sull'autorità imperiale, in termini di donativi, privilegi e richieste che, a vario titolo, i vertici dell'esercito insistevano a pretendere dagli imperatori. L'incapacità di far fronte a queste domande, il rafforzarsi della posizione dei comandanti barbari i quali disponevano, spesso, di un proprio e autonomo esercito all'interno dell'impalcatura militare romana, l'acuirsi della forma del ricatto costituirono i punti deboli del potere romano. Questo processo fu contrastato e arrestato con successo alla metà del V secolo nella Pars Orientis dell'impero, mentre in occidente si svilupperà incontrastato fino alla presa di potere di Odoacre nel 476, diventando una delle maggiori cause, se non la causa, della fine dell'impero romano d'occidente.

- Dopo secoli di ininterrotta dominazione romana, l'Hispania ha assorbito totalmente la cultura latina, ne ha adottato la lingua, i costumi e le leggi, acquisendo un'importanza fondamentale all'interno dell'Impero romano, tanto da dare i natali a due imperatori: Traiano e Teodosio I (sulla nascita ispanica di Adriano sussistono seri dubbi) e ad alcuni importanti scrittori, fra cui Seneca e Marziale.

Nel 379 - Il 19 gennaio 379, in seguito alla morte dell'imperatore Valente nella disastrosa battaglia di Adrianopoli ad opera dei Goti, l'imperatore Graziano associò Teodosio I (cristiano di origine spagnola) alla guida dello stato, nominandolo imperatore romano d'Oriente. Flavio Teodosio, conosciuto anche come Teodosio I (Coca, 11 gennaio 347 - Milano, 17 gennaio 395), nacque a Coca in Hispania, nell'attuale Provincia di Segovia (Castiglia e León), in una famiglia influente e benestante dell'aristocrazia locale. Suo padre era Teodosio (detto "il Vecchio" dagli storici per distinguerlo dal figlio), funzionario imperiale di rango elevato, sua madre si chiamava Termanzia. Teodosio I aveva un fisico ben proporzionato, i capelli biondi e il naso aquilino. Uomo non privo di valore come ci viene tramandato da Zosimo, il giovane Teodosio fece la carriera militare. Condivideva la vita dei soldati e, pur amando la magnificenza e i piaceri, sapeva ritrovare tutta la propria forza ed energia nei momenti di pericolo. Teodosio fissò inizialmente la propria residenza a Tessalonica. Graziano affidò a Teodosio il compito di proteggere i confini dell'area dell'Illirico e dei Balcani e quest'ultimo decise di ricostruire l'esercito romano che l'anno precedente era stato distrutto dalle forze barbariche dei Goti. Frattanto lungo il fronte renano l'imperatore Graziano era costretto a respingere nuove invasioni di Alemanni e Franchi. Verso la fine del 379 Teodosio si ammalò gravemente e, come era usanza presso i cristiani del tempo, venne battezzato.

Nel 380 - Il 27 febbraio, viene emesso dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest'ultimo all'epoca aveva solo nove anni) l'editto di Tessalonica, conosciuto anche come "Cunctos populos". Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell'impero, proibisce in primo luogo l'arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l'eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. La nuova legge riconosceva alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d'Egitto il primato in materia di teologia. « GLI IMPERATORI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO AUGUSTI. EDITTO AL POPOLO DELLA CITTÀ DI COSTANTINOPOLI. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all'insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. DATO IN TESSALONICA NEL TERZO GIORNO DALLE CALENDE DI MARZO, NEL CONSOLATO QUINTO DI GRAZIANO AUGUSTO E PRIMO DI TEODOSIO AUGUSTO » Codice Teodosiano, xvi.1.2). Ad Alessandria d'Egitto, viene chiuso una prima volta il Serapeo, tempio della tradizione religiosa ellenistica, che contiene la biblioteca con la memoria del pensiero ellenistico. La popolazione alessandrina decide di desistere dall'occupazione del tempio solo quando i messi imperiali leggono l'ordine dell'imperatore: per gli antichi, lo scritto era sacro e maggiormente lo era quello dell'imperatore, rappresentante in terra dell'ordine divino.
Teodosio I.
L'editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell'impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l'attuazione pratica dell'editto di Tessalonica. L'editto di Tessalonica è ritenuto importante dagli storici in quanto diede inizio a un processo in base al quale «per la prima volta una verità dottrinale veniva imposta come legge dello Stato e, di conseguenza, la dissidenza religiosa si trasformava giuridicamente in crimen publicum: ora gli eretici potevano e dovevano essere perseguitati come pericolo pubblico e nemici dello Stato». Nello stesso anno Graziano inviò alcuni generali per liberare l'Illiria dai Goti, consentendo a Teodosio di entrare finalmente a Costantinopoli il 24 novembre del 380, al termine di una campagna militare durata due anni. Durante il regno di Teodosio le regioni orientali rimasero relativamente tranquille, anche se i Goti e i loro alleati, insediatisi stabilmente nei Balcani, erano motivo di continuo allarme. La tensione crebbe a poco a poco, tanto che, a un certo punto, l'imperatore associato Graziano rinunciò a mantenere il controllo delle province illiriche e si ritirò a Treviri, allora compresa nel territorio della Gallia. La manovra aveva lo scopo di consentire a Teodosio di portare avanti senza intralci le successive operazioni militari. Un motivo di grave debolezza degli eserciti romani del tempo era legato alla pratica di arruolare contingenti fra le popolazioni barbare e farli combattere contro altri barbari, spesso etnicamente affini. Per tentare di limitare gli effetti negativi che ne derivavano, Teodosio inviò ripetutamente le nuove reclute in Oriente, nelle province più lontane dai confini danubiani (soprattutto in Egitto), con la necessaria e costosa conseguenza di doverle rimpiazzare con leve romane più affidabili in altre aree dell'impero. Tale politica non fu esente da inconvenienti: oltre a improvvise defezioni si registrarono anche incomprensioni e persino scontri armati fra romani e federati barbari. A Filadelfia, in Lidia, i federati goti diretti in Egitto incontrarono sul proprio cammino un'armata romana proveniente da questa stessa provincia e ingaggiarono contro di essa una assurda e sanguinosa battaglia.

Nel 381 - Concilio ecumenico di Costantinopoli, cui presero parte solo esponenti della Chiesa dell'Impero romano d'Oriente, in cui venne ribadita l'uguaglianza tra le divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e nello specifico è accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma celebrerà un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale modificherà questo dogma e stabilirà che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non sarà accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvederà in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, e si arriverà, nel 1.054 ad uno scisma della chiesa cristiana fra "cattolica" cioè universale, quella romana  e "ortodossa", fedele al dogma di Nicea del 325, quella costantinopolitana.

- Nel 381 la capitale dell' impero romano d'Occidente, da Treviri è spostata a Milano.

Nel 382 - Concilio di Roma in cui papa Damaso I sancisce il primato di Roma in qualità di sede apostolica. In un periodo piuttosto burrascoso per il cristianesimo e nonostante le accuse a proprio carico, grazie alla sua forte personalità, Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia cattolica contro tutte le eresie. In due sinodi romani (368 e 369 o 370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo. Nel secondo dei due sinodi scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374, quando fu sostituito da Ambrogio). Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani. Nella lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in Occidente e Teodosio I in Oriente, si avvalse anche del grande aiuto di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia. Il momento era favorevole al dogmatismo cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di Costantinopoli (381), dove Damaso inviò i suoi legati e nel quale, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di Nicea del 325. Damaso sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per qualche tempo) ad intraprendere la revisione delle antiche versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro l'arianesimo che laggiù era trionfante. Sulla questione dello scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio, Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede episcopale di Licopoli. Il pontefice sostenne, inoltre, l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato, fatto lì ricollocare dall'imperatore Giuliano e sotto il suo pontificato fu emanato il famoso "Editto di Tessalonica" di Teodosio I, (27 febbraio 380), che definiva il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Romacattolici”, bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni. Quando, nel 379, l'Illiria si staccò dall'Impero romano d'Occidente, Damaso si affrettò a salvaguardare l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine dell'importante vicariato papale legato a quella sede. Damaso invocò il "testo petrino" (Matteo 16,18), e fu il primo papa a definire la chiesa romana "sede apostolica" (sedes apostolica), definizione utilizzata per tutto il millennio successivo e che rivendicava alla chiesa romana una posizione monopolistica con sovranità e primato su tutte le altre chiese. In contrapposizione con i decreti del Concilio di Costantinopoli I, il Concilio di Roma (382) decretò che la chiesa romana non era stata creata da un decreto sinodale, ma era stata fondata da due apostoli, san Pietro e san Paolo. Altra affermazione del Concilio romano fu quella secondo cui la chiesa romana era stata fondata per volontà divina. Il risultato ideologico conseguito da questo Concilio fu che la giustificazione storica e politica del primato della chiesa romana fu sostituita dall'affermazione di una legge divina che aveva fatto degli apostoli i suoi fondatori. La formula utilizzata nel Concilio per la prima volta "primato della chiesa romana" ebbe effetti decisivi nella storia papale successiva: da Damaso in poi, infatti, si nota un marcato aumento del volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da parte dei vescovi romani. Questo sviluppo dell'ufficio papale, specialmente ad Occidente portò un grande aumento dello sfarzo. Tale splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san Girolamo, provocando, il 29 luglio 370, un editto dell'imperatore Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e monaci (più tardi anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa impose che la legge fosse strettamente osservata. Damaso morì l'11 dicembre 384.

- Teodosio I, nella sua carica di imperatore d'Oriente, accetta di concludere con i Goti un foedus. Il 3 ottobre 382 è stato stipulato con i Goti, o perlomeno con quelli che erano scampati alla guerra, un trattato che li autorizzava a stanziarsi lungo il corso del Danubio, che allora costituiva il confine dell'impero, e più precisamente nella diocesi di Tracia, e di godervi un'ampia autonomia. In seguito molti di loro avrebbero militato stabilmente nelle legioni romane, altri avrebbero partecipato a singole campagne militari in qualità di federati, altri ancora, riuniti in bande di mercenari, avrebbero continuato a cambiare alleanza, finendo col diventare un motivo di grande e perdurante instabilità politica per tutto l'impero.

Nel 383 - Graziano, imperatore romano d'Occidente, è assassinato mentre si appresta a combattere contro Magno Massimo, proclamato imperatore dalle legioni di Britannia. Nel 383 Magno Massimo venne proclamato imperatore dalle legioni di Britannia, che sbarcato in Gallia, sconfisse vicino a Parigi Graziano, conquistando buona parte di questa provincia. Graziano, impopolare tra le truppe, che passarono dalla parte di Magno Massimo, si recò nella Gallia meridionale, ma a Lione fu assassinato dal magister equitum Andragazio (25 agosto 383). Secondo Zosimo, storico bizantino del VI sec., quando Graziano si accorse che tutte le sue truppe stavano disertando in favore di Massimo, decise di scappare verso la Rezia, il Norico e la Pannonia ma fu raggiunto e ucciso da Andragazio a Sigidunum, nella Mesia.

Nel 387 - Magno Massimo attraversa le Alpi arrivando a minacciare Milano. Il fratellastro di Graziano,  Valentiniano II e la madre Giustina cercarono rifugio in oriente alla corte di Teodosio I, che ottenne in sposa Galla, sorella di Valentiniano. L'anno seguente Magno Massimo venne sconfitto da Teodosio quando era ormai sul punto di conquistare l'Italia. Dopo la caduta dell'usurpatore, Teodosio restaurò sul trono d'occidente Valentiniano II, che nel frattempo, sotto l'influenza dell'augusto d'oriente, aveva lasciato l'arianesimo e aveva aderito alla fede nicena. Valentiniano II si ritrovò allora imperatore di tutto l'occidente, almeno nominalmente, in quanto era in realtà sotto la tutela del magister equitum Arbogaste, essendo nel frattempo morta la madre. I rapporti tra l'imperatore ed il suo tutore si fecero tesi.

Nel 388 - In ottobre, Teodosio I si stabilì a Milano, dove aveva fissato la propria residenza anche Valentiniano II, facendone la sua capitale e dimorandovi, salvo brevi interruzioni, per oltre due anni, fino all'aprile del 391. Intensa fu in questo periodo l'attività legislativa dell'imperatore ispanico, tesa a combattere gli abusi: gratificazioni non dovute che i funzionari esigevano, produzione di monete false, violenze compiute da schiavi talvolta istigati dai loro stessi padroni, vendita di bambini da parte di genitori ridotti in miseria, campi saccheggiati di notte dai militari che oltretutto si dedicavano a tendere anche imboscate sulle strade. Fece anche una legge che dichiarava nulli i codicilli e le clausole mediante i quali venivano attribuiti lasciti all'imperatore o a membri della sua famiglia, che fu particolarmente lodata da Quinto Aurelio Simmaco. Milano era anche la sede episcopale di Ambrogio, sicché il vescovo poteva mantenere contatti regolari col supremo potere secolare. In occasione degli scontri che ebbero inevitabilmente a verificarsi, Ambrogio difese con tanta fermezza lo «ius (il diritto) sacerdotale» che possiamo riconoscere in lui il primo campione della Chiesa che sia riuscito a tracciare, in sede teorica e pratica, una netta linea di demarcazione tra le giurisdizioni secolare  spirituale. Gli ariani avevano fatto molti proseliti a Milano fino al regno di Teodosio I che, con l'editto del 380, aveva inflitto loro un colpo mortale in tutto il mondo romano. Durante il periodo di maggiore influenza ariana, il governo imperiale, cedendo alle pressioni degli scismatici, aveva ordinato ad Ambrogio di ceder loro la sua basilica episcopale. Egli rifiutò motivando il rifiuto con la teoria che «i palazzi, e non le chiese, son sotto la giurisdizione dell'autorità secolare», e che «le cose divine sono al di sopra del potere imperiale». Ambrogio ebbe così partita vinta e si tenne la basilica.

Nel 390 - In giugno, la popolazione di Tessalonica (l'odierna Salonicco) si ribellò e impiccò il magister militum dell'Illirico e governatore della città Buterico, reo di aver arrestato un famoso auriga e di non aver permesso i giochi annuali. Teodosio ordinò una rappresaglia; venne organizzata una gara di bighe nel grande circo della città a pochi giorni dai fatti e, chiusi gli accessi, vennero trucidate circa 7.000 persone. Un misfatto di proporzioni anche maggiori fu fatto molto tempo dopo da Giustiniano, a Costantinopoli. Quando giunse la notizia in Occidente, l'opinione pubblica ne fu profondamente commossa. Ambrogio, vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità e mosso dal principio che «anche l'imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», scrisse a Teodosio una lettera sdegnata, imponendogli di espiare l'ingiusto massacro con mesi di penitenza e una richiesta pubblica di perdono. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del prelato, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Nel Natale del 390, l'imperatore poté tornare a comunicarsi. Tutto ciò accadeva nel IV secolo, solo pochi decenni da quando la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità. Fu un'altra vittoria, ancor più clamorosa, di Ambrogio; secondo molti storici l'inasprimento della politica religiosa di Teodosio nei confronti del paganesimo fu in gran parte dovuta all'influenza che Ambrogio ebbe su di lui e sicuramente, dopo questi fatti, la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente.

- Dalla strage di Tessalonica, Teodosio vietò i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata più di 1000 anni. Interpretando i Giochi olimpici come una festa pagana, Teodosio ne decise la chiusura, influenzato da Ambrogio. A determinare tale decisione contribuì anche l'ormai intollerabile livello di corruzione tra gli atleti, che falsava le competizioni.

Abside con croce nella basilica
 paleocristiana di Santa
Pudenziana a Roma.
- La crocediventata il simbolo del culto cristiano dopo l'editto di Milano, emanato dagli imperatori Costantino e Licinio nel 313, si inizia a trovare nelle chiese primitive: uno degli esempi più significativi è la croce gemmata realizzata a mosaico (fine del IV - inizio del V secolo), posta sopra il Calvario, nell'abside della basilica paleocristiana di Santa Pudenziana in Roma. Nel mosaico, risalente a circa il 390, è rappresentato Cristo in trono circondato dagli apostoli (ne sono rimasti dieci, gli altri probabilmente sono scomparsi con le ristrutturazioni cinquecentesche) e da due donne che gli porgono una corona ciascuna, la cui identità è oggetto di discussione: secondo alcuni sarebbero le sante Pudenziana e Prassede, figlie di Pudente, secondo altri rappresenterebbero la "Chiesa" e la "Sinagoga", cioè i templi dei cristiani e degli ebrei. Solo la figura del Cristo ha l'aureola, e tiene in mano un libro aperto sul quale campeggia l'iscrizione DOMINUS CONSERVATOR ECCLESIAE PUDENTIANAE. Le figure si stagliano davanti a un'esedra porticata, dietro la quale si intravede il profilo di una città, che potrebbe essere identificata con Gerusalemme, di cui si intravederebbero le chiese costruite da Costantino I. Questa interpretazione è resa plausibile dalla presenza, al centro del mosaico, di una croce ricoperta di gemme che, secondo la tradizione, sarebbe stata fatta erigere dall'imperatore Teodosio II nel 416 sul Calvario, in ricordo, probabilmente di una miracolosa apparizione della croce. Accanto alla Croce svettano in un cielo animato da nuvolette rosacee e azzurre i quattro Viventi dell'Apocalisse (l'angelo, il bue, il leone e l'aquila), una delle più antiche rappresentazioni del Tetramorfo giunte sino a noi in sede monumentale. Altri esempi di rappresentazioni di croci, poco più tardi, sono quelli che troviamo nei mosaici che ornano l'arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma ed in quelli del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Dal 391 - Tra il 391 e il 392 furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto che non fosse il cristianesimo di fede nicea, compresa l'adorazione delle statue. Furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si fossero riconvertiti al paganesimo e, nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di (lesa) maestà, punibile con la condanna a morte. I templi pagani furono oggetto di sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai vescovi locali (in molti casi con l'appoggio dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio. L'inasprimento della legislazione con i "decreti teodosiani" provocò delle resistenze presso i pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo ottenne il permesso imperiale di trasformare in chiesa un tempio di Dioniso, provocando una ribellione dei pagani, che si asserragliarono nel Serapeo (che conteneva la famosa bibblioteca) e compiendo violenze contro i cristiani. Quando la rivolta fu domata, per rappresaglia il tempio di Dioniso fu distrutto. Teodosio durante il suo regno fece coniare monete in cui era raffigurato nell'atto di portare un labaro recante il Chrismon.

- In seguito alla riforma teodosiana, il termine Eparchia è stato utilizzato nell'Impero romano d'Oriente per indicare una circoscrizione amministrativa equivalente alla provincia latina. Tali entità scomparvero poi nel VII secolo con l'istituzione dei temi (thémata in greco).

- Da allora, nell'Impero Romano non ci sarebbe più stata libertà di pensiero e di culto al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i successivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura; l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno la maggioranza delle religioni ma soprattutto le tre monoteiste.

Nel 392 - Il 15 maggio, il ventunenne Valentiniano II morì a Vienne, in Gallia, in circostanze misteriose: il suo corpo venne trovato impiccato ad un albero. Arbogaste spedì il corpo di Valentiniano a Milano e Teodosio scrisse ad Ambrogio, vescovo di Milano, di organizzare il funerale; Ambrogio compose per l'occasione l'orazione De obitu Valentiniani consolatio. Il cadavere di Valentiniano fu pianto dalle sorelle Giusta e Grata e fu disposto in un sarcofago di porfido vicino a quello del fratello Graziano, molto probabilmente nella cappella di Sant'Aquilino della basilica di San Lorenzo. Teodosio rimase signore di tutto l'impero. Arbogaste, che da più parti era ritenuto coinvolto nella morte di Valentiniano, fece nominare augustus dalle legioni di Gallia l'usurpatore Flavio Eugenio, con l'appoggio del Senato di Roma, che vide in lui la possibilità di opporsi al crescente potere della chiesa cattolica.

Nel 394 - Flavio Eugenio viene sconfitto da Teodosio nella battaglia del Frigido e l'impero ha in Teodosio I, nuovamente, un unico padrone. Uno dei capi goti emergenti, Alarico I, partecipò alla campagna che Teodosio condusse nel 394 contro il rivale Eugenio, per poi rivoltarsi contro Arcadio, figlio di Teodosio e suo successore in Oriente, subito dopo la morte dello stesso Teodosio. Nel corso di quest'anno i Visigoti di Fritigerno devastano la Macedonia, mentre gli Ostrogoti di Alateo e Safrax condussero nuove incursioni in Pannonia. Al termine di queste nuove incursioni l'imperatore Graziano fu costretto ad installarne alcuni di loro insieme ai Vandali come foederati in Pannonia.

Nel 395 - Il 17 gennaio Teodosio I muore. Nell'inverno del 394 si era ammalato di idropisia e dopo poche settimane morì, lasciando il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Il 27 febbraio del 395 si tennero i solenni funerali di Teodosio celebrati da Ambrogio, che pronunciò il "De Obitu Theodosii". Le esequie si svolsero seguendo per la prima volta il rito cristiano. L'8 novembre di quello stesso anno la salma di Teodosio venne tumulata nella basilica degli Apostoli di Costantinopoli. Vi rimarrà fino al saccheggio della città del 1.204 da parte di crociati (i veneziani si presero parecchi souvenir insieme alle spoglie di san Marco) nell'ambito della IV crociata. Teodosio I fu l'ultimo imperatore a regnare su di un impero unificato e fece del cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell'Impero; per questo fu chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani e dalle Chiese orientali è venerato come santo (San Teodosio I il Grande, commemorato il 17 gennaio).

Per ragioni amministrative, l'Impero Romano si divide definitivamente fra Impero Romano d'Occidente con imperatore Onorio, figlio di Teodosio I e Impero Romano d'Oriente con imperatore Arcadio, altro figlio di Teodosio I. La parte orientale dell'impero è ricca, grazie alle produzioni di cereali dell'Egitto e dell'Africa nord-orientale, i commerci della Siria, le produzioni agricolo-artigianali e manufatturiere di Siria, penisola anatolica e Grecia; inoltre la cultura, di stampo ellenistico, ha in Alessandria d'Egitto il centro più evoluto del mondo conosciuto. La parte occidentale ha come risorse agrarie solo la Sicilia e il nord Africa centrale, mentre è continuamente minacciata da invasioni di popolazioni germaniche, dirottate a occidente dalle solide mura e dalle politiche di Costantinopoli. Mentre aristocratici e notabili di tradizione e formazione romana entrano nel tessuto amministrativo della cristianità, le gerarchie e le formazioni dell'esercito sono sempre più composte da esponenti di quelle popolazioni che minacciano l'integrità dell'impero. Il pagamento dei loro servizi nei territori di confine impoverisce progressivamente l'impero e indebita sempre più un'amministrazione che non ha risorse. Per questi motivi, l'impero romano d'Oriente, che verrà poi chiamato bizantino dagli storici del XVI secolo, sopravviverà per quasi mille anni all'impero romano d'Occidente.

Cartina dell'Impero Romano nel 395,
alla morte di Teodosio I,  diviso in 2:
l'Impero Romano d'Oriente con
capitale Costantinopoli e l'Impero
 Romano d'Occidente, con capitale
Roma, e dal 402 sarà Ravenna.
Sono indicate le varie città e regioni
dell'impero e le varie popolazioni
al di fuori di esso.
- La dicitura "Impero bizantino", è stata introdotta nel 1557 dallo storico tedesco Hieronymus Wolf, che in quell'anno diede alle stampe il libro "Corpus Historiae Byzantinae", come poi le pubblicazioni, nel 1648 di "Byzantine du Louvre" (Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae) e nel 1680 di "Historia Byzantina", scritta da Du Cange, che diffusero l'uso del termine "bizantino" tra gli autori francesi illuministi come Montesquieu, è il nome con cui gli studiosi moderni e contemporanei indicano l'Impero romano d'Oriente, nome che aveva incominciato a diffondersi durante il regno dell'imperatore Valente, dal 364 al 378, di cultura prevalentemente greca, separato dalla parte occidentale, di cultura quasi esclusivamente latina, dopo la morte di Teodosio I nel 395. Non c'è accordo fra gli storici sulla data in cui si dovrebbe cessare di utilizzare il termine "romano" per sostituirlo con il termine "bizantino", anche perché entrambe le definizioni sono utilizzate da molti di costoro, spesso indistintamente, per designare il mondo romano-orientale fino almeno al VII secolo. Le diverse impostazioni storiografiche condizionano anche la diversità di opinioni nella determinazione della datazione: taluni lo fanno coincidere con il 395 (separazione definitiva dei due imperi) ma si è anche proposto il 476 (fine dell'Impero Romano d'Occidente), il 330 (anno di inaugurazione della Nova Roma o Νέα Ῥώμη, fondata da Costantino I, copia fedele e nostalgica della prima Roma), il 565 (morte di Giustiniano I, ultimo imperatore di madrelingua latina e del suo sogno della Restauratio imperii). Alcuni storici prolungano il periodo propriamente "romano" fino al 610, anno dell'ascesa al trono di Eraclio I il quale modificò notevolmente la struttura dell'Impero. Resta comunque il fatto che per gli imperatori bizantini e per i propri sudditi il loro impero si identificò sempre con quello di Augusto e Costantino I dal momento che "romano" e "greco" fino al XVIII secolo furono per essi sinonimi. Gli abitanti dell'impero romano d'Oriente  chiamavano se stessi "romani" (RhōmaioiRomei), anche se di lingua greca e che gli stessi musulmani, conquistandone i territori, fondarono il  sultanato di "Rum", mentre gli europei occidentali venivano definiti "latini" (dalla lingua usata). Per corruzione dall'arabo Rūm (attraverso le modifiche in Hrūm e quindi in sogdiano, una variante dell'iranico parlata in Sogdiana, Frōm) derivò il termine cinese Fulin (pinyin: Fúlĭn Gúo, "Paese di Fulin"). Con questo termine, sebbene con varianti grafiche, le storie dinastiche cinesi definirono l'impero bizantino dal tempo degli annali della dinastia Wei, scritti dal 551 al 554, fino agli annali della dinastia Tang scritti nel 945. L'impero romano orientale, dopo una lunga crisi, la sua distruzione da parte dei crociati nel 1.204 e la sua restaurazione nel 1.261, cessò definitivamente di esistere nel 1.453 (conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi ottomani guidati da Maometto II). Il termine "bizantino", derivato da Bisanzio, l'antico nome della capitale imperiale Costantinopoli, non venne mai utilizzato durante tutta la durata dell'impero (395-1.453): i bizantini si consideravano Ῥωμαίοι (Rhōmaioi, "romei", ovvero Greco-Romani in lingua greca), e chiamavano il loro Stato Βασιλεία Ῥωμαίων (Basileia Rhōmaiōn, cioè "Regno dei Romani") o semplicemente Ῥωμανία (Rhōmania). Fino al regno di Giustiniano I, nel VI secolo, si tentò ripetutamente di ricostituire l'antica unità dell'impero romano, sottraendo i territori occidentali ai successivi conquistatori. Il greco fu la lingua di cultura e d'uso, com'era stata da sempre nelle province orientali dell'impero romano. Il latino, piuttosto diffuso presso le classi alte di Costantinopoli fino almeno all'età marcianea (Flavio Marciano è stato un imperatore romano d'Oriente dal 450 al 457), rimase comunque lingua ufficiale dell'Impero d'Oriente: Eraclio I lo sostituì con il greco intorno al 625.
Cartina dell'Impero Romano nel 395:
i confini, la linea di demarcazione fra
Impero d'Oriente e d'Occidente,
le regioni altamente cristianizzate,
le aree di diffusione del cristianesimo
e le regioni non evangelizzate;
le sedi dei principali concili
con le date, le strade dell'Impero,
le maggiori città.
Gli storici moderni occidentali utilizzano il termine di impero "bizantino" al fine di non generare confusione con l'impero romano dell'epoca classica, mentre gli europei occidentali medievali consideravano il Sacro Romano Impero e non l'Impero bizantino, erede dell'Impero romano; quando i re di Occidente volevano fare uso del termine Romano per riferirsi agli imperatori bizantini, preferivano chiamarlo Imperator Romaniæ invece di Imperator Romanorum, un titolo che veniva attribuito a Carlo Magno e ai suoi successori. Tuttavia, prima della nascita dell'Impero carolingio ad opera di Carlo Magno, anche le fonti occidentali usavano il termine "romani" per riferirsi ai Bizantini, anche se talvolta veniva utilizzato il termine "greco" a causa delle differenze linguistiche. Nelle fonti papali del VI-VII-VIII secolo l'Impero romano d'oriente era definito "Sancta Res Publica" o "Res Publica Romanorum": solo con la rottura dei rapporti tra Papa e Imperatore d'Oriente in seguito all'Iconoclastia (a metà dell'VIII secolo) coloro che venivano fino a poco tempo prima definiti "Romani" divennero per la Chiesa di Roma "Greci" e la "Res Publica Romanorum" si trasformò in Imperium Graecorum (Impero dei Greci). Curiosamente, per lungo tempo fu considerato disdicevole riferirsi all'impero come "greco", poiché tale termine aveva l'accezione spregiativa  di "pagano".

Nel 400 - I Vandali Asdingi lasciarono la Pannonia intorno al 400, spinti alla colonizzazione di nuove terre dall'avanzata delle truppe unne. Nel 401, sotto la spinta di altri popoli germanici, gli Asdingi, che già si erano convertiti all'arianesimo, si spinsero sino alla Rezia, saccheggiandola. Stilicone li fermò temporaneamente, ma l'avanzata continuò e sembra che l'esercito gotico di Radagaiso, che invase l'Italia nel 405, comprendesse anche Vandali Asdingi, Alani e Quadi; in ogni modo l'esercito di Radagaiso fu sconfitto da Stilicone nei pressi di Fiesole.

Europa dal IV al VI sec., con  i percorsi
delle invasioni ed espansioni
degli Alani, gruppo dei Sarmati e delle
popolazioni Germaniche dei Goti
 (Ostrogoti e Visigoti), Vandali,
Svevi,  Iuti, Angli e Sassoni,
popolazioni spinte a est
dagli Unni, che giungevano,
su cavalli, dalle steppe
NordAsiatiche.
Nel 402 - Ravenna diventa la capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Ormai Roma è troppo esposta alle scorrerie e viene quindi scelta Ravenna, con le paludi che ne ostacolano l'accesso e il porto alle spalle che garantisce una via di fuga, come sede imperiale dell'occidente.

- La "Notitia Dignitatum" attesta la presenza nei primi anni del V secolo di 15 colonie militari di Sàrmati anche in Italia, soprattutto nella pianura del Po, sotto il comando di un Praefectus Sarmatarum gentilium. Secondo quel documento una di queste guarnigioni era stanziata nell'odierna provincia di Cuneo, a Pollentia (oggi Pollenzo), nota per essere stata teatro nel 402 della battaglia tra i Visigoti di Alarico e i Romani, fra le cui fila erano presenti cavalieri Sarmato-Alani. In seguito si sarebbero spostati sul più sicuro e poco distante altopiano alla confluenza fra il Tànaro e la Stura di Demonte, dove oggi sorge il piccolo paese di Salmour che si ipotizza derivi il nome da quell'antico insediamento (Sarmatorium).

Nel 405 - Traduzione della Bibbia in Latino. (Vulgata)

Carta delle migrazioni dei popoli
in Europa nel III e IV sec.
Nel 406 - Il Reno rappresentava il confine (limes in latino) fra l'impero romano e le popolazioni germaniche dell'Europa centrale ed era invalicabile per l'assenza di ponti. Alla fine del 406, il fiume si ghiaccia completamente e il 31 dicembre, presso Mogontiacum (Magonza, l'attuale Meinz che sorge alla confluenza del Meno e del Reno, nei pressi di Francoforte sul Meno), viene varcato da  Vandali AlaniBurgundi e Suebi (Svevi) alla ricerca di un futuro nella società romana. I federati Franchi Salii combatterono contro questi invasori, dirottando la loro spinta principale a sud della Loira ma è l'inizio della fine dell'impero romano d'occidente. Tempo prima, assieme agli Alani ed ai Suebi (fra cui i Quadi), i Vandali Asdingi si erano spostati lungo il limes da Augusta (Augsburg) in direzione del fiume Meno, dove a loro si erano uniti i Silingi (Vandali unitisi ai Burgundi nel III secolo) e da qui avevano raggiunto il Reno, dove furono affrontati dai Franchi, che come federati dei Romani, presidiavano il confine dell'impero; i Franchi provocarono gravi perdite nelle file dei Vandali, ma sopraggiunsero gli Alani che capovolsero le sorti della battaglia. Il capo dei Vandali Asdingi, Godigisel aveva perso la vita nel corso della battaglia di Treviri, poco prima che la sua tribù, con l'aiuto degli Alani, avesse sconfitto i Franchi. A Godigisel successe il figlio Gunderico che guidò i Vandali della tribù degli Asdingi oltre il Reno, il 31 dicembre del 406, a Magonza, che fu rasa al suolo, poi attraversarono rapidamente la Gallia, razziando i villaggi e le città che incontravano lungo il loro cammino, sino ad arrivare ai Pirenei, dove si fermarono di fronte ai passi fortificati e si riversarono nella Gallia Narbonense. L'avanzata divenne un'invasione e scatenò il caos. Assieme alle tribù vandale degli Asdingi e di parte dei Silingi (il resto dei Silingi era rimasto nelle terre ancestrali della Pannonia e della Slesia finendo per fondersi con gli Slavi) si scatenarono sul territorio gallico anche  Suebi e Alani, seguiti da Burgundi e Alemanni. Nell'autunno del 409, mentre Burgundi e Alemanni si stanziavano in Gallia, i Vandali Asdingi e Silingi con AlaniSuebi si diressero verso i Pirenei per superarli e penetrarono in Hispania, probabilmente con la complicità del governatore romano della penisola iberica, Geronzio, che si era ribellato a Roma e mirava a crearsi uno stato indipendente. Per due anni queste popolazioni, tre di origine germanica e gli Alani che erano una popolazione sarmatica, si aggirarono per le fiorenti campagne iberiche, abbandonandosi al saccheggio ed alle devastazioni: « Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, l’esattore tirannico e il soldato depredano le sostanze nascoste nelle città: la carestia infuriò, così forte che le carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cuocerono i propri nati mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccisero qualsiasi essere umano con le forze che gli rimanevano, si nutrivano di carne, preparando la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: ferro, carestia, peste e le bestie. »
La città di Braga, in Portogallo.
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(Idazio, Cronaca, anno 410). Gli Svevi o Suebi di re Ermerico penetrati in Hispania,  fuori dal controllo imperiale per la ribellione di Geronzio e Massimo nel 409, devastarono per due anni le province occidentali e meridionali. Dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori che erano un piccolo numero, non più di 30.000, ottennero da Roma lo  status  di   foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio (nel 410). Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena). In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Svevi in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca. Tale regno durò fino al 558, con centro politico Braccara Augusta (l'odierna Braga).

Dittico con Stilicone, la moglie
Serena e il figlio Eucherio.
Monza, tesoro del duomo. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
Nel 408 Uccisione del generale romano, per metà vandalo, Stilicone. Fu l'ultimo tentativo da parte dell'elemento romano di combattere la preponderanza dei germani nell'esercito e nello stato. Il successivo sacco di Roma del 410 per opera dei Goti di Alarico, dimostrò che cosa valesse l'impero senza le milizie e i comandanti germanici ed ebbe così inizio l'epoca dei regni germanici nelle provincie romaneFlavio Stilicone (359 circa - Ravenna, 22 agosto 408) fu un magister militum romano, d'origine vandala da parte di padre, patrizio dell'Impero romano d'Occidente e console. De facto governò la parte occidentale dell'impero romano dalla morte di Teodosio I fino alla sua esecuzione. Teodosio I, sul letto di morte, lasciò il generale Stilicone come protettore (parens) dei figli Arcadio e Onorio. In realtà a fungere da protettore di Arcadio fu, fino al momento della sua morte, il Prefetto del Pretorio d'Oriente Flavio Rufino, sostituito successivamente da Eutropio. Con Onorio, Stilicone onorò la volontà di Teodosio e a causa dell'ambiguità del suo protetto fu poi eleminato. Considerato un comandante militare fedele alla causa dell'Impero d'Occidente, seguì una politica che non sempre ebbe effetti positivi. Pur avendo ripetutamente sconfitto Alarico, non poté o non volle annientarlo definitivamente. Non riuscì, inoltre, ad evitare il crollo definitivo della barriera difensiva sul Reno. Stilicone nacque nell'odierna Germania da padre vandalo, ausiliario romano ufficiale di cavalleria sotto l'Imperatore Valente, e da madre cittadina romana. Tuttavia si considerò sempre un romano, sebbene, come molti germani, fosse di confessione religiosa ariana, considerata eretica dal resto del Cristianesimo. Parlava correttamente le tre lingue principali dell'epoca: il germanico d'uso corrente (una sorta di lingua franca per le tribù nomadi barbare), il latino e il greco (idioma prevalente nell'Impero Romano d'Oriente). Entrò nell'esercito romano, dove fece carriera, al tempo di Teodosio I, che fu l'ultimo imperatore a reggere entrambe le parti dell'impero allo stesso tempo. Nel 384, Teodosio lo inviò presso lo Scià persiano sasanide Sapore III per negoziare la pace e la spartizione dell'Armenia. La missione ebbe successo e, tornato a Costantinopoli, fu promosso al rango di comes sacri stabuli e si sposò con Serena, nipote dell'Imperatore Teodosio. Dalla loro unione nacque Eucherio e due figlie: Maria e Termanzia che andarono in spose, in momenti successivi, all'imperatore Onorio. Dopo l'assassinio dell'imperatore d'Occidente Valentiniano II nel 392, Stilicone, all'epoca magister militum, mise insieme l'esercito che poi, sotto la guida di Teodosio, vinse la Battaglia del Frigido contro le truppe di Flavio Eugenio. In questa battaglia Stilicone ebbe anche un ruolo di comando, avendo alle sue dipendenze il visigoto Alarico (che poi sarebbe divenuto suo nemico), che guidava un consistente numero di foederati goti. Stilicone si distinse particolarmente al Frigido e Teodosio vide in lui un uomo a cui poter affidare la difesa dell'Impero, tanto che lo nominò custode e difensore del figlio Onorio poco prima di morire nel 395. Pare che Stilicone affermasse di essere stato nominato custode di entrambi i figli di Teodosio, e questo incrinò in pratica i suoi rapporti con la corte della metà orientale dell'Impero. La dinamica delle tante battaglie che Stilicone combattè contro Alarico resta sconosciuta: nessuna si rivelò decisiva, e Alarico poté sempre sfuggire ad un disastro definitivo. Più di uno storico ritiene che in realtà Stilicone, a corto di soldati, cercasse un accomodamento e forse addirittura un'alleanza con il potente esercito visigoto. Sembra infatti che Stilicone intendesse usare Alarico come alleato contro l'Impero romano d'Oriente per spingere l'imperatore d'oriente Arcadio a cedere all'Impero d'Occidente di cui era imperatore Onorio, l'Illirico orientale. I dubbi sono confermati dalla decisione con cui invece difese l'Italia dall'invasione dei Goti di Radagaiso nel 406, circondati e sterminati presso Fiesole con le ultime truppe romane rafforzate dai Visigoti di Saro. Nel 405 ordinò la distruzione dei libri sibillini, le cui profezie cominciavano a essere utilizzate per attaccare il suo governo. Nella fine del 406, inviò Alarico in Epiro, stringendo con lui un'alleanza contro l'Impero d'Oriente: l'intenzione di Stilicone era farsi consegnare da Arcadio l'Illirico orientale. Per difendere l'Italia fu però necessario sguarnire le frontiere della Gallia, e proprio il 31 dicembre del 406, attraversando il Reno ghiacciato presso Mogontiacum, Vandali, Alani e Suebi o Svevi, invasero la provincia. L'immagine resta di portata storica epocale, in quanto questi popoli non sarebbero mai più usciti dall'Impero e vi avrebbero fondato, insieme agli stessi Visigoti, i primi regni romano-barbarici. L'invasione, secondo la tradizione storica, causò immani massacri. In concomitanza con questi avvenimenti, un comandante militare di nome Costantino, discese dalla Britannia (oramai completamente abbandonata dalle legioni) con le sue truppe e avendo momentaneamente ragione sui barbari, fu proclamato Imperatore ad Arles. Stilicone non fu energico com'era stato con Radagaiso, e la Gallia restò abbandonata a barbari e usurpatori. La notizia falsa di un presunto decesso di Alarico e, soprattutto, dell'usurpazione di Costantino III, trattennero Stilicone dal raggiungere Alarico in Epiro per condurre una guerra civile contro l'Impero romano d'Oriente per il possesso dell'Illirico orientale. Per ordine di Stilicone, nel 407 il generale romano di origini gote Saro, venne inviato in Gallia per porre fine all'usurpazione di Costantino III: dopo alcuni iniziali successi (Costantino III venne addirittura assediato da Saro a Valence), proprio quando l'usurpatore sembrava sul punto di capitolare, durante il settimo giorno di assedio intervennero in suo soccorso le truppe di Edobico e Geronzio, che costrinsero Saro a levare l'assedio e a ritirarsi in tutta fretta in Italia; durante la frettolosa ritirata, Saro fu costretto persino a cedere tutto il bottino accumulato ai Bagaudi (briganti) per ottenere da loro il permesso di passare le Alpi. Nel 408 infine, Alarico, atteso invano l'arrivo di Stilicone, iniziò a premere sulle frontiere dell'Italia, domandando il pagamento di 4000 libbre d'oro "per i servizi resi", ovvero gli arretrati per l'esercito gotico per tutto il tempo che era stato in Epiro in attesa di Stilicone. Ovviamente anche questa vicenda confermerebbe la possibilità di un accomodamento tra Stilicone e Alarico. Il senato romano fu messo di fronte al fatto compiuto: soltanto un senatore di nome Lampadio, secondo la tradizione, ebbe il coraggio di affermare che non si trattava di alleanza ma di schiavitù. Secondo Zosimo, Stilicone intendeva inviare Alarico in Gallia per combattere l'usurpatore Costantino III, e avrebbe avuto l'approvazione dell'imperatore d'occidente Onorio, che scrisse persino ad Alarico, ma l'assassinio di Stilicone mandò a monte tutto. A questo punto Onorio decise di recarsi a Ravenna, per visitare l'esercito qui preparato. Si dice che Stilicone, volendo impedire quel viaggio, avrebbe spinto Saro a generare una rivolta dei soldati a Ravenna per intimidire Onorio, ma ciò non diede i risultati sperati e Onorio raggiunse comunque Bologna. Qui, incontrato Stilicone, ebbe con lui una discussione accesa: Onorio intendeva infatti andare a Costantinopoli per reclamare il trono d'Oriente essendo deceduto da poco suo fratello Arcadio, ma Stilicone lo convinse che la presenza dell'Imperatore in Italia in questi frangenti così delicati (con Alarico e Costantino "III" in agguato) era necessario e che sarebbe stato meglio che fosse andato lui stesso in Oriente a sistemare le cose. Convinto Onorio, Stilicone si preparò per partire per Costantinopoli ma, narra Zosimo, Stilicone tardò ad eseguire ciò che aveva promesso. Era il canto del cigno per Stilicone: la debolezza dell'impero, pur imputabile ad una catena di eventi scatenati dalla sconfitta di Adrianopoli e dall'inutile carneficina del Frigido, era palese. Per di più la sua origine non romana e il suo credo ariano gli procurarono odio tra i cortigiani imperiali, specialmente Olimpio, che complottarono contro di lui nel 408, spargendo diverse voci: che aveva pianificato l'assassinio di Rufino, che stava brigando con Alarico, che aveva invitato i barbari nel 406 in Gallia e che intendeva dirigersi a Costantinopoli con l'intenzione di mettere sul trono imperiale il figlio Eucherio. L'esercito si ammutinò a Pavia il 13 agosto, uccidendo almeno sette ufficiali anziani. Onorio riuscì a fatica a frenare la rivolta, mentre a Bologna Stilicone, alla notizia di questa rivolta, non sapeva quale mossa fare; inoltre Saro di notte uccise tutti gli Unni che stavano a guardia di Stilicone, e Stilicone si ritirò allora a Ravenna. Per di più, Olimpio riuscì a mettere contro Stilicone l'Imperatore Onorio stesso, inducendolo a scrivere all'esercito di Ravenna, di catturare Stilicone. Saputolo, Stilicone cercò di rifugiarsi di notte in una chiesa, ma il giorno successivo i soldati di Onorio entrarono nella suddetta chiesa e giurarono di fronte al vescovo che Stilicone avrebbe avuta salva la vita, venendo condannato solo al carcere; tale promessa non fu però mantenuta, in quanto uscito Stilicone dalla Chiesa, lo stesso ufficiale che aveva dato il primo ordine, violando la promessa, ordinò la sua uccisione. Anche se avrebbe facilmente potuto evitare l'arresto e sollevare le truppe a lui fedeli, non lo fece per timore delle conseguenze che il fatto avrebbe avuto sul destino del traballante impero occidentale, e spinse le truppe a lui fedeli che intendevano salvarlo, di desistere, accettando la propria sorte. Fu giustiziato il 22 agosto 408 da Eracliano, mentre il figlio Eucherio fu assassinato poco dopo. In tutta Italia scoppiò un'ondata di violenza contro le famiglie dei barbari foederati, che andarono allora ad ingrossare le file dell'esercito di Alarico. 

Nel 410 - I Visigoti, su cui regna Alarico, conquistano e saccheggiano Roma. L'episodio avviene dopo anni di promesse (non mantenute) di terre ad Alarico da parte dell'imperatore romano, come pagamento per i servizi militari prestati dai Visigoti all'impero. Da allora Roma perse la sua importanza mondiale, al punto che la nuova capitale dell'impero d'occidente fu trasferita a Ravenna. Nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana. Quattro anni dopo, nel 70 d.C., Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato, e il contenuto del Santo dei Santi venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva l'immenso candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., quando Roma fu saccheggiata a sua volta, gli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ».

Invasione di Angli e Sassoni nella
Britannia romana, da: https://cand
idonews.files.wordpress.com/
2014/02/invasioni.jpg
- Nello stesso 410 i germani Angli e Sassoni invadono la Britannia.                                                                                                            
Nel 411 - Primo Concilio di Cartagine che ebbe come tema l'eresia donatista, dopo che nel 406 l'imperatore Onorio, attraverso l'Editto di Unione, aveva assimilato i donatisti agli eretici e dato le loro proprietà ai cattolici. Il vescovo donatista Primiano, non volendosi dare per vinto, si recò dall'Imperatore a Ravenna, chiedendo e ottenendo un dibattito con i cattolici, sul cui esito si sarebbe pronunciato da arbitro il praefectus praetorio. L'imperatore nel 410 diede incarico al senatore Marcellino di organizzare i preparativi per la conferenza. Lo stesso Marcellino doveva esserne arbitro e giudice. Con lettera del primo giugno 411, Marcellino invitò alla conferenza i vescovi delle due confessioni, assicurando imparzialità di giudizio. Nel dibattito emersero entrambe le posizioni, quella cattolica e quella donatista, e Agostino, vescovo d'Ippona, ribatté con le sue argomentazioni, divenendo la figura chiave di tutto il concilio. Fu proprio l'insoddisfazione per quelle dottrine che predicavano una rigida separazione tra bene e male, tra luce e tenebre, a spingerlo ad abbandonare il manicheismo, e a subire l'influsso dapprima dello stoicismo e poi soprattutto del neoplatonismo, i quali viceversa riconducevano il dualismo in unità, così che oggi gli studiosi concordano sul fatto che la filosofia agostiniana è sostanzialmente di stampo neoplatonico. Ciò significa che Agostino recepì il pensiero di Platone filtrato attraverso quello di Plotino. Nonostante le sottigliezze delle interpretazioni plotiniane di Platone nelle esposizioni di Agostino, nei concili di Cartagine fu emanata la proibizione per tutti, vescovi inclusi, di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Pitagora, Tolomeo.

Carta dell'Hispania nel periodo
409-429 di Alcides Pinto. https://
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Secondo la testimonianza del cronista Idazio, nel 411 gli invasori in Hispania si spartirono le terre occupate in questo modo: « [I barbari] si spartirono tra loro i vari lotti delle province per insediarvisi: i Vandali (Hasding, gli Asdingi) si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell'Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province. » (Idazio, Cronaca). Tutta l'Hispania, tranne la Tarraconense rimasta ai Romani, risultò dunque occupata dai Barbari nell'anno 411. Orosio, vissuto all'epoca dei fatti, afferma esplicitamente che l'occupazione fu illegale, ma dopo aver adottato un atteggiamento più pacifico, i conquistatori, che erano un piccolo numero, non più di 30.000, avevano ottenuto da Roma lo status di foederati, in cambio del giuramento di fedeltà all'imperatore Onorio nel 410. Nel 411, l'imperatore assegnò loro delle terre, tramite sorteggio; agli Svevi ed ai Vandali Asdingi toccò la Gallaecia, regione nord-occidentale della penisola iberica, ai Vandali Silingi la Betica ed agli Alani, la popolazione più numerosa, la Lusitania e la Cartaginiensis (con capitale Cartagena). In contemporanea con la provincia autonoma della Britannia, il reame degli Suebi (Svevi) in Galizia fu il primo di quei sub-regni romani che si formarono dalla disintegrazione dell'Impero Romano d'Occidente e fu il primo ad avere una propria zecca. Tale regno durò fino al 558, il suo centro politico fu Braccara Augusta (l'odierna città di Braga).

Territori degli Unni, con la loro
capitale nella pianura ungherese,
nella metà del V secolo.
Da https://it.wikipedia.org/wiki/Unni
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Nel 412/413 - Lo storico e ambasciatore Olimpiodoro di Tebe conduce un'ambasceria presso gli Unni, che erano già stanziati lungo il corso medio del Danubio. Quindi gli Unni, popolo guerriero nomade, probabilmente di ceppo turco, provenienti dalla Siberia meridionale, sono giunti in quegli anni  nella grande pianura ungherese e probabilmente, secondo la teoria di Heather, fu lo spostamento degli Unni a spingere Radagaiso (condottiero ostrogoto che capo di una vasta coalizione di tribù germaniche e celtiche invase l'Italia tra la fine del 405 e gli inizi del 406, per poi essere sconfitto dall'esercito romano nella battaglia di Fiesole) a invadere l'Italia, Vandali, Alani, Svevi e Burgundi a invadere le Gallie, mentre Uldino (uno dei primi capitribù degli Unni durante il regno degli imperatori Arcadio e Teodosio II) invade la Tracia durante la crisi del 405-408. All'epoca dell'ambasceria di Olimpiodoro, gli Unni erano governati da molti re, ma nel giro di vent'anni, probabilmente attraverso lotte violente, il comando fu unificato sotto il comando di un unico re: Attila. Nella metà del V secolo, gli Unni costituiranno un regno nell'Europa centro-orientale e, come gli orientali Xiongnu, incorporeranno gruppi di popolazioni tributarie, arrestando così il flusso migratorio ai danni dell'Impero che essi stessi avevano provocato, in quanto, volendo dei sudditi da sfruttare, impedivano ogni migrazione da parte delle popolazioni sottomesse. Nel caso europeo, Alani, Gepidi, Sciri, Rugi, Sarmati, Slavi e specialmente le tribù gotiche, vennero tutti uniti sotto la supremazia militare della famiglia degli Unni. Guidati dai re Rua, Attila (406-453 che apparteneva alla famiglia reale) e Bleda, gli Unni si rafforzarono molto.

Scuola di Atene di Raffaello Sanzio.
In quest'opera Raffaello rappresenta
i grandi filosofi del passato: l'unica
donna è Ipazia di Alessandria.
Nel 415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e patriarca d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa  biblioteca contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi), che fu data alle fiamme, ordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca, nata nel 370 ed erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia concepì e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo invece aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo legò a se Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di: "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!". Nel seguente link c'è il racconto in cui sono ricostruite la figura e la fine di Ipazia: QUI. Ipazia fu poi rappresentata fra i grandi filosofi nella "Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio.

Dal 416Il re dei Visigoti, Walia si presentò, a nome dell'imperatore, nella penisola iberica con un possente esercito per liberarla dai barbari: attaccò, per primi, i Vandali Silingi che, dopo diversi scontri, nel 418, furono annientati ed il loro re, Fredbal, fu inviato prigioniero a Ravenna, dall'imperatore; i pochi superstiti si unirono ai Vandali Asdingi. Quindi furono presi di mira gli Alani, e sempre nel 418, Attaco, re degli Alani, morì in una sanguinosa battaglia contro i Visigoti, guidati da Walia. Gli Alani, gravemente sconfitti, rinunciarono ad eleggere un nuovo re e molti dei sopravvissuti chiesero protezione ed al contempo offrirono la corona degli Alani al re dei Vandali, Gunderico, che l'accettò, diventando da allora rex Vandalorum et Alanorum, re dei Vandali e degli Alani. Prima che Walia, alla fine del 418, si scatenasse contro Suebi e Vandali Asdingi, fu richiamato in Gallia dal generale romano Flavio Costanzo; consegnò ai Romani le province di Betica, Lusitania e Cartaginense da lui recuperate, ricevendo in cambio lo stanziamento per il suo popolo nella Valle della Garonna, in Aquitania. I Vandali, scampato il pericolo, si volsero contro i Suebi, che si ritirarono sui monti asturiani e cantabrici e si arroccarono sulla Cordigliera Cantabrica (nel 419); intervennero però le milizie romane in soccorso degli Svevi e nel 420 costrinsero i Vandali ad arretrare sino alla provincia dove in precedenza erano stanziati i Silingi, la Betica.

Carta con la migrazione dei Visigoti
nel corso del IV e V secolo.
Nel 419 - I Visigoti ottengono il sud della Gallia, nucleo del futuro regno Visigoto o, visto che il regno si è fuso con le realtà locali, sarebbe meglio definirlo Visigotico. Tra il 407 ed il 409 i Vandali, alleati con gli Alani, popolazione Sarmatica di origine iranica ed altre tribù germaniche quali i Suebi o Svevi (confederati Alemanni), avevano invaso la penisola iberica. In risposta all'invasione dell'Hispania, Onorio, imperatore romano d'Occidente, arruolò i Visigoti per riconquistare il controllo del territorio. Allora il re dei Visigoti, Vallia siglò un trattato con il generale romano Flavio Costanzo: in cambio di 600.000 misure di grano e del territorio della regione d'Aquitania, dai Pirenei alla Garonna, i Visigoti, in qualità di alleati ufficiali ovvero stato vassallo dell'impero (foederati), si impegnavano a combattere in nome dei romani i Vandali, gli Alani e i Suebi che nel 406 avevano attraversato il fiume Reno e si erano dislocati nella provincia d'Hispania. I Visigoti inoltre, già in larga parte romanizzati e cristiani ariani,  restituirono Galla Placidia all'imperatore. Nel 416 i Visigoti invasero l'Hispania, dove tra il 416 ed il 418 distrussero i Vandali silingi (il loro re Fredbal fu inviato a Ravenna, prigioniero) e sconfissero gli Alani così duramente, che questi rinunciarono ad eleggere il successore del defunto re Addac e si posero sotto il governo di Gunderico, re dei vandali asdingi, che da allora assunse il titolo di reges vandalorum et alanorum. Nel 418 i Visigoti si accingevano ad attaccare i Vandali asdingi ed i Suebi che si trovavano in Galizia, ma Costanzo li richiamò in Gallia, temendo che divenissero troppo potenti ed assegnò loro altre terre in Aquitania nel 419, la così detta Aquitania secunda, la zona di Tolosa. Questa donazione venne probabilmente fatta con il contratto di hospitalitas, l'obbligo di ospitare i soldati dell'esercito. Si formò così il nucleo del futuro regno visigoto che si sarebbe espanso fin oltre i Pirenei. Walia stabilì la propria corte a Tolosa, che divenne la capitale visigota per il resto del quinto secolo.
Carta del regno dei Visigoti
nella seconda metà del V secolo.
Ora, nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana e quattro anni dopo, nel 70 d.C., nell'ambito della prima guerra giudaica Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore romano Vespasiano, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato e il suo contenuto venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva la Menorah, il grande candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., Roma fu saccheggiata a sua volta dagli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande, che portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ». Perciò, è del tutto possibile che un tesoro avesse cambiato ripetutamente mano nel corso dei secoli, passando dal Tempio di Gerusalemme ai Romani, da questi ai Visigoti che lo avrebbero custodito nei territori di Tolosa, in Settimania, (chiamata poi anche Gothia, proprio per la presenza dei Goti) la diocesi delle Septem Provinciae istituita dall'imperatore Diocleziano, per poi passare ad altre mani.

Nel 420 - Dopo il definitivo insediamento dei Franchi Salii nella Gallia Belgica ad occidente del Reno, come federati dell'impero romano, si considera il 420 come la data di costituzione di un vero e proprio Regno dei Franchi entro i confini dell'impero stesso, come era stato ottenuto dai Suebi in Hispania un decennio prima. Il primo re di quel regno è stato Faramondo (370 circa - 427 circa), appartenente ai Franchi Salii. A Faramondo, che morì intorno al 427, successe il figlio Clodione, detto il Chiomato (Clodion dit le Chevelu; 390 circa - 448 circa). Tutti i capi delle tribù dei Franchi Sali, come sostiene Gregorio di Tours, venivano scelti tra le famiglie più nobili e, contrariamente ai loro sudditi, portavano i capelli lunghi (criniti reges). Clodione, intorno al 430, iniziò l'espansione del regno invadendo l'Artois e conquistando progressivamente territori e città, finché non fu sconfitto dal generale romano Ezio e fal futuro imperatore Maggiorano.

Aquileia, Altino, Bologna, il Po e i
suoi affluenti nella tavola
peutingeriana del IV secolo.
Da: https://commons.wikimedia.
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Nel 421 - Secondo il "Chronicon Altinate" (dell' XI secolo) il primo insediamento sul Rivo Alto (Rialto), l'attuale Venezia, risalirebbe al 25 marzo del 421 con la consacrazione di una (poi scomparsa) chiesa di San Giacometo, sulle rive dell'attuale Canal Grande, mentre il maggior centro urbanizzato del territorio limitrofo era Altino,  importante centro commerciale, nodo cruciale per le rotte tra il Mediterraneo e il Settentrione. Gli Epigrammi di Marziale, la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio e il De re rustica di Columella accennano a una florida economia basata sulla produzione di lana, sulla coltivazione di canestrelli e sull'allevamento di vacche da latte. Ancora Marziale ricorda le splendide ville della città, affacciate al suo rinomato litorale. Più precisi sono i riferimenti alle importanti opere idrauliche paragonate da Vitruvio e da Strabone a quelle di Ravenna e Aquileia. Per un periodo, tuttavia, il centro mantenne un ruolo di primo piano: la Tabula Peutingeriana della metà del IV secolo lo rappresenta ancora come una città murata con due torri. Lo stesso Paolo Diacono nella sua Historia Romana la cita accanto Aquileia, Concordia e Padova, ponendola implicitamente sullo stesso livello. Gli storici attuali hanno messo in forte dubbio il topos tramandato dalle cronache secondo le quali la fondazione di Venezia fu in relazione con il saccheggio della città da parte degli Unni, avvenuto nel 452. L'abitato, infatti, superò la devastazione e continuò a sussistere per diversi secoli. Furono altre invasioni a determinarne la scomparsa (Longobardi e Ungari), ma soprattutto le mutate condizioni climatiche e ambientali legate all'innalzamento del livello del mare e all'abbandono del sistema di regolazione idraulica. In questo periodo si osserva anche il trasferimento delle principali istituzioni ecclesiastiche, in particolare la diocesi (spostata a Torcello) e il monastero di Santo Stefano (rifondato nell'isola di San Servolo).

Nel 422 - Le orde vandale, guidate da Gunderico, riportarono una grande vittoria, grazie alla slealtà dei Visigoti nei confronti dei Romani, contro un esercito romano-gotico guidato da Castino: « Il generale Castino, con numerose truppe e i suoi alleati Goti, porta la guerra in Betica ai Vandali che assedia e affama; ma, proprio nel momento in cui si stavano per arrendere, si scontra precipitosamente con loro in battaglia, e tradito dai suoi alleati, è vinto e costretto al ritiro a Tarragona. » (Idazio, Cronaca, anno 422.). In seguito a queste vittorie, molti porti iberici furono conquistati, e le galee requisite dai vincitori. I Vandali diventarono così la prima popolazione teutonica a sviluppare una propria marina e a darsi alla pirateria, con la quale arrivarono poco dopo, nel 425, a sbarcare e razziare in Mauritania e sulle Baleari; in quegli stessi anni caddero anche gli ultimi due baluardi romani nel sud della penisola iberica: Cartagena e Siviglia. Dopo la morte di Gunderico, avvenuta intorno al 428 a Siviglia, venne eletto nuovo sovrano il figlio illegittimo di Godigisel, Genserico, che cresciuto all'ombra del fratellastro, Gunderico e versato nell'arte militare, iniziò subito ad accrescere il potere e la ricchezza del suo popolo in Betica, nel sud della penisola iberica. Dato che i Vandali avevano subito numerosi attacchi da parte dei Visigoti, Genserico, poco dopo essere salito al trono, decise di volgersi alla conquista dell'Africa romana, un luogo più lontano e sicuro da eventuali attacchi congiunti romano-visigoti. Infatti, sembra che avesse iniziato a costruire una flotta ancora prima di essere salito al potere.

Nel 428 - Il monaco Nestorio diventa patriarca di Costantinopoli, fino al 431. A lui ci si riferisce a proposito del Nestorianesimo, dove si sosteneva che Cristo fosse formato da due nature perfettamente distinte, umana e divina, congiunte l'una con l'altra tramite un'unione puramente morale, in cui Maria poteva essere chiamata soltanto "madre di Cristo" e non "madre di Dio", poiché non è possibile che il Verbo divino possa essersi effettivamente incarnato e possa essere morto sulla Croce. Nestorio (Germanicia, 381 - El Kargha,  451) è stato un vescovo siriano, patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431. Durante le dispute cristologiche del V secolo, i suoi avversari gli attribuirono erroneamente la dottrina che da lui prese nome di Nestorianesimo, ossia un difisismo, dal greco antico dys (due) physis (natura) estremo, per cui alle due nature, divina e umana, di Cristo corrisponderebbero anche due persone; dottrina condannata come eretica dal Concilio di Efeso del 431, anche se Nestorio mai la sostenne. I nestoriani si rifugiarono in Persia, fondando la Chiesa nestoriana, e svolsero una grande attività missionaria in India ed in Cina finché su di loro non si abbatterono le persecuzioni dei principi mongoli musulmani, che ridussero i nestoriani a poche migliaia di fedeli. Nel Novecento, la scoperta di un suo scritto, il Liber Heraclidis (Libro di Eraclide), e nuovi studi intrapresi sul conflitto che lo oppose al vescovo Cirillo d'Alessandria, colui che ordinò l'esecuzione di Ipazia, hanno riconosciuto che la condanna di Nestorio fu ingiusta e che la sua teoria cristologica è conforme alla dottrina ortodossa stabilita nel successivo Concilio di Calcedonia del 451, per la quale nell'unica persona di Cristo sussistono due nature.

Nel 429 - Genserico guida il suo popolo di 80.000 persone circa, di cui 15.000 in armi, (i Vandali erano valutati in circa 50.000) in Africa, richiamatovi dalla situazione di caos venutasi a creare per la rivolta dei Mauri, che l'autorità imperiale non riusciva a controllare e forse chiamato dal generale romano Bonifacio, caduto in sospetto presso la corte romana e vicino alla resa dei conti con il generale Felice e l'imperatore Valentiniano III. E mentre la popolazione si radunava al porto di imbarco di Julia Traducta, sulla punta più meridionale della penisola iberica, Genserico si volse contro i Suebi che, approfittando della partenza dei rivali, avevano invaso la Lusitania, e li sbaragliò. Portata a termine la traversata (di circa 15 km) i Vandali si riversarono in Mauretania (l'odierno Marocco e l'attuale Algeria nordoccidentale), dove conquistarono Caesarea (l'attuale Cherchel, vicino ad Algeri) e l'attraversarono tutta. Giunti in Numidia Cirtensis o Cirtana (l'odierna Algeria orientale), sconfissero i Romani, e la conquistarono, nel 430. I Romani si erano però asserragliati nelle città, in particolare a Cirta ed Ippona; il generale romano Bonifacio si era chiuso in Ippona, cui i Vandali posero l'assedio (durante l'assedio, il 28 agosto 430, morì sant'Agostino), ma, mancando di tecniche e di macchinari per l'assedio, non riuscirono in un primo momento a prenderla; nel frattempo, inviato dall'imperatore d'Oriente, Teodosio II, era giunto, guidato da Aspar, un contingente militare che unitosi alle truppe di Bonifacio attaccò i Vandali, che però nel 431 li sconfissero, costringendo Bonifacio a rinchiudersi nuovamente a Ippona, che finalmente cadde e fu conquistata dai Vandali di Genserico. Bonifacio fu richiamato a corte nel 432. Aspar, invece, risulta sia rimasto in Africa a continuare le operazioni militari contro i Vandali in quanto il 1º gennaio 434 assunse il consolato a Cartagine. La diocesi d'Africa, ad eccezione delle grandi città, era perduta. Dato che Bonifacio era stato richiamato in Italia (432), Genserico invase la Numidia proconsolare (le province di Zeugitana e di Byzacena). La guerra cominciava a pesare perché i Vandali avevano subito molte perdite e, a parte Ippona, non avevano conquistato le città ed infine si profilava una nuova spedizione imperiale guidata da Aspar, per cui furono intavolate trattative con l'imperatore Valentiniano III; il trattato di pace fu firmato ad Ippona l'11 febbraio 435 che riconobbe i Vandali al servizio dell'impero romano, come foederati, per il proconsolato di Numidia Cirtana, con capitale Ippona, senza la cessione formale di alcun territorio. Genserico cominciò a comportarsi come un sovrano autonomo, destituendo sacerdoti ortodossi che si opponevano all'arianesimo dei Vandali, che dal 437 cominciarono ad esercitare la pirateria; pirati vandali, unitisi ai pirati berberi, in quell'anno, razziarono le coste siciliane. Il 19 ottobre 439 conquistarono Cartagine, senza colpo ferire; ci fu saccheggio con atti di violenza, ma, stando alle cronache dell'epoca, nessun edificio fu deliberatamente distrutto o danneggiato; il clero cattolico e la nobiltà vissero il dramma della schiavitù o dell'esilio e tutte le proprietà ecclesiastiche vennero trasferite al clero ariano. Essendosi impadroniti di una parte della flotta navale romana d'Occidente, ormeggiata nel porto di Cartagine, nel 440 organizzarono incursioni in tutto il Mar Mediterraneo, soprattutto in Sicilia e Sardegna, i due granai dell'Impero d'Occidente, Corsica e le isole Baleari. Nel 441, essendo la flotta romana d'Occidente incapace di difendersi dagli attacchi dei Vandali, arrivò nelle acque siciliane una flotta orientale, inviata da Teodosio II; i suoi navarchi però indugiarono senza agire, e quando i Persiani e gli Unni, sembra entrambi pagati da Genserico, attaccarono l'Impero d'Oriente, la flotta rientrò a Costantinopoli.

Nel 430/431 - Gregorio di Tours menziona Clodione come il primo re dei Franchi che iniziò la conquista della Gallia prendendo Camaracum (l'odierna Cambrai) ed espandendo il confine fino al fiume Somme.
Intorno al 430, Clodione iniziò l'espansione del regno invadendo l'Artois e conquistando progressivamente territori e città, finché non fu sconfitto dal generale romano Ezio e dal futuro imperatore Maggiorano. Sidonio Apollinare scriveva che i Franchi furono sorpresi da Flavio Ezio, ministro e generale dell'imperatore Valentiniano III e sospinti indietro intorno al 431.

Nel 431 - Si tiene il Concilio di Efeso, in Asia Minore, sotto il regno dell'imperatore d'Oriente Teodosio II (408-450) e vi partecipano approssimativamente 200 vescovi. Ci si occupò principalmente del nestorianesimo. L'unità della Chiesa era minacciata da un aspro dibattito che riguardava la persona e la divinità di Gesù Cristo. Si confrontavano due scuole: quella antiochena, capeggiata da Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) e quella alessandrina, che vedeva alla testa il principale oppositore delle tesi di Nestorio, Cirillo di Alessandria, colui che ordinò l'esecuzione di Ipazia. Al Concilio si confrontarono essenzialmente due posizioni: quella ortodossa (condivisa dalla maggioranza) e quella nestoriana. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". La problematica che impegnò i partecipanti era la comprensione dell'unità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Più precisamente si trattava di scegliere tra due distinte interpretazioni di scuola: quella "unitaria" (alessandrina di Cirillo), e quella "divisiva" (antiochena di Nestorio). Nestorio, patriarca di Costantinopoli, enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio". Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. Al Concilio furono invitati tutti i metropoliti risiedenti all'interno dei confini dell'impero romano e fra gli altri, anche papa Celestino I (422-432), che inviò come suoi legati due vescovi e il presbitero Filippo, e Agostino d'Ippona. Quest'ultimo però in realtà non partecipò perché morì prima dell'inizio del concilio. A causa delle difficoltà del viaggio, i legati romani arrivarono a dibattito già avviato. Ma anche il patriarca Giovanni di Antiochia e i vescovi siriani, cioè i maggiori sostenitori delle tesi di Nestorio, arrivarono in ritardo. Nella prima giornata, il 22 giugno 431, a causa dell'assenza di una delle due parti, mancò il contraddittorio, per cui le tesi di Cirillo vennero approvate all'unanimità. Il Concilio fece propria la tesi contenuta nella Seconda lettera di Cirillo a Nestorio, in cui il patriarca alessandrino affermava che Maria è “genitrice di Dio”, Theotokos, perché ha dato alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. Accogliendo la dottrina di Cirillo, il Concilio condannò gli insegnamenti del nestorianesimo e stabilì che Gesù è una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. L'unione di due nature in Cristo si è compiuta in modo perfetto nel seno di Maria, con la precisazione che la divinità del Verbo non ha avuto inizio nel corpo di Maria, ma ha preso da Lei quella natura umana completa che in Lei ha unita a sé. Il concilio dichiarò inoltre come completo il testo del Credo Niceno del 325 e vietò qualsiasi ulteriore cambiamento (aggiunta o cancellazione) ad esso. Il concilio condannò inoltre il pelagianismo. La reazione dei nestoriani fu immediata. Quattro giorni dopo il patriarca di Antiochia, Giovanni, convocò una riunione di vescovi siriani per affermare l'irregolarità delle decisioni del concilio deponendo Cirillo e il suo alleato Memnone vescovo di Efeso, i quali risposero scomunicando Giovanni di Antiochia e gli altri vescovi suoi seguaci. Tutto ciò generò confusione e sommosse popolari con la partecipazione di gruppi di monaci e l'intervento di funzionari imperiali spesso corrotti dai contendenti . Solo nel mese di ottobre la questione venne chiarita quando Teodosio chiuse il concilio approvando la deposizione di Nestorio, Cirillo e Memnone. Ma mentre Nestorio era già stato sostituito, Cirillo fu accolto ad Alessandria come un trionfatore mentre Memnone continuò ugualmente a guidare la sua diocesi fino alla morte. La disputa dottrinale tra le parti fu invece superata solo nel 433 quando, grazie all'intervento del vescovo Acacio di Berea e dell'eremita Simeone lo Stilita, Giovanni di Antiochia e Cirillo di Alessandria raggiunsero un accordo detto della "Formula di unione". Giovanni accettò l'attribuzione alla Vergine del titolo di Theotòkos, "Madre di Dio", Cirillo rinunciò agli anatemi contro Nestorio.

Nel 432 - Attila (dal gotico "piccolo padre") diventa re degli Unni, che avevano un tale potere che il precedente re Rua, zio di Attila, riceveva un consistente tributo dall'impero romano. Gli Unni ottennero la supremazia sui loro rivali, molti dei quali altamente civilizzati, grazie alla loro abilità militare, mobilità e ad armi come l'arco unno. Negli anni 430 erano stati impiegati come mercenari dal magister militum Ezio per le sue campagne in Gallia, ottenendo, in cambio del loro appoggio, parte della Pannonia (l'attuale Ungheria); grazie al sostegno degli Unni, Ezio riuscì a vincere nel 436 i Burgundi, massacrati dall'esercito romano-unno di Ezio, ridotti all'obbedienza e insediati come foederati intorno al lago di Ginevra; gli Unni risultarono poi decisivi anche nella repressione della rivolta dei bagaudi in Armorica e nelle vittorie contro i Visigoti ad Arelate, e a Narbona, grazie alle quali nel 439 i Visigoti accettarono la pace alle stesse condizioni del 418. La scelta di Ezio di impiegare gli Unni trovò però l'opposizione di taluni, come il vescovo di Marsiglia Salviano, autore del De gubernatione dei ("Il governo di Dio"), secondo cui l'impiego dei pagani Unni contro i cristiani (seppur ariani) Visigoti non avrebbe fatto altro che provocare la perdita della protezione di Dio, perché i Romani «avevano avuto la presunzione di riporre la loro speranza negli Unni, invece che in Dio». Si narra che nel 439 Litorio, generale romano, arrivato ormai alle porte della capitale visigota Tolosa, che intendeva conquistare annientando completamente i Visigoti, permettesse agli Unni di compiere sacrifici alle loro divinità e di predire il futuro attraverso la scapulomanzia, suscitando lo sdegno e la condanna di scrittori cristiani come Prospero Tirone e Salviano, che si lamentarono anche per i saccheggi degli Unni contro gli stessi cittadini che erano tenuti a difendere. Litorio poi perse la battaglia decisiva contro i Visigoti e fu giustiziato. Secondo Salviano, la sconfitta degli arroganti Romani, adoratori degli Unni, contro i pazienti Goti, timorati di Dio, oltre a costituire una giusta punizione per Litorio, confermava il passo del Nuovo Testamento, secondo cui «chiunque si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato.».

Nel 440 - L'esercito imperiale si scontra, vincendo, contro alcuni Franchi presso Vicus Helena (vicino all'odierna Arras), che ebbe come conseguenza la formazione di un'enclave di Franchi Salii attorno a Tournai, mentre altri piccoli regni si andavano creando attorno a Treviri (i Franchi Ripuari).

Nel 442 - L'imperatore d'occidente Valentiniano III, nel 442, venne a patti con Genserico riconoscendo ai Vandali l'indipendenza e la sovranità sulle terre e sui popoli da loro conquistati, cioè la Numidia Cirtensis, la Zeugitana e la Byzacena (l'insieme delle tre costituisce l'Algeria orientale e la Tunisia attuali). In cambio i Romani ottenevano la restituzione delle Mauritanie e della parte di Numidia occupata dai Vandali nel 435. In questo modo fu raggiunta la pace. Questo trattato segnò la fine delle migrazioni del popolo vandalo, che si stabilì nelle ricche terre della Zeugitana, costringendo i precedenti proprietari o a trasferirsi in altre località o a lavorare per i nuovi padroni in posizione subordinata. La stessa sorte toccò anche ai sacerdoti ortodossi che risiedevano nelle zone della cosiddetta "assegnazione vandalica". Cartagine divenne la capitale del regno vandalo e Genserico approvò una nuova datazione che partiva dal 19 ottobre 439, data della presa di Cartagine. Per i successivi trent'anni, i Vandali compirono scorrerie nel Mediterraneo. Ciò nonostante le relazioni tra Genserico e l'impero si mantennero buone sino al 455.

L'impero di Attila nel 450 e altri
territori barbarici da https://it.wi
kipedia.org/wiki/Unni#/media
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empire_1764x1116.jpg
Nel 445 - In luglio, l'imperatore Valentiniano III emana un editto che contribuisce in maniera determinante all'affermazione dell'autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. L'editto, che non era valido nella parte orientale dell'impero, affermava che "Nulla deve essere fatto contro o senza l'autorità della Chiesa romana".

Nel 448 - Sul trono del regno franco, a Clodione succede Meroveo (415 circa - 457 circa),  fondatore  della  dinastia Merovingia. Durante il suo regno, i Franchi Salii collaborarono con i Romani per respingere l'invasione degli Unni e parteciparono alla battaglia dei Campi Catalaunici come alleati di Ezio contro Attila.

Nel 449 - Secondo Concilio di Efeso (Efeso II), che conferma l'ortodossia della teoria di Eutiche, definita “monofisismo”, cioè una natura, quella divina. Le due massime chiese d'oriente erano quelle di Antiochia, in Siria, e di Alessandria d'Egitto, entrambe sede di patriarcato. I teologi di Antiochia, di scuola aristotelica, mettevano in risalto l'umanità di Cristo e l'unione delle sue due nature, rimaste integre in una sola persona. L'autonomia della natura umana veniva accentuata fino a farla diventare un secondo soggetto accanto al Logos. Diversamente da loro, ad Alessandria, di scuola platonica, si dava l'assoluta precedenza alla divinità di Cristo. Sia la chiesa di Antiochia sia quella di Alessandria accettarono le decisioni del Concilio di Nicea I (del 325), che aveva affermato la consustanzialità, cioè la stessa natura, del Padre e del Figlio. Nel concilio successivo, a Costantinopoli (381), cui presero parte solo esponenti della Chiesa dell'Impero romano d'Oriente, venne ribadita l'uguaglianza tra le divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nella prima metà del V secolo fu patriarca di Alessandria Cirillo (370-444). Durante la sua epoca si sviluppò l'eresia nestoriana, teoria cristologica di matrice antiochena. Cirillo fu il primo vescovo a denunciare gli errori del nestorianesimo; fu l'estensore della lista delle 12 rinunce (“anatemi”) che il papa di Roma Celestino I sottopose a Nestorio. Fu la figura centrale del concilio di Efeso I del 431, che condannò definitivamente il nestorianesimo come eresia. Il concilio di Efeso però, aveva lasciato irrisolta una questione fondamentale: che tipo di rapporto sussiste tra la natura umana e quella di Cristo dopo l'incarnazione: sono tra loro subordinate, o sono fuse, ovvero separate? Uno dei discepoli di Cirillo, il monaco Eutiche, provò a dare una risposta. Eutiche viveva a Costantinopoli come rappresentante diplomatico della chiesa di Alessandria. Nella capitale bizantina era anche padre superiore di un importante convento di monaci. Nella sua prova di risposta, Eutiche affermò che in Cristo, dopo l'incarnazione la natura umana è stata assorbita completamente da quella divina. La divinità avrebbe accolto l'umanità "come il mare accoglie una goccia d'acqua". Contro Eutiche si pronunciarono i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia e il papa di Roma. A suo favore si schierò invece Cirillo, che però morì pochi anni dopo. Per dirimere la questione, fu comunque convocato il concilio di Efeso II che si tenne nel 449; gli alessandrini, rappresentati dal loro papa (il titolo del loro vescovo) Dioscoro I, uscirono vincitori: il sinodo confermò l'ortodossia della teoria di Eutiche, definita “monofisismo”, cioè una natura, quella divina. Col successivo Concilio di Calcedonia del 451 queste posizioni saranno avversate.

Carta delle migrazioni in Britannia
di Angli, Sassoni e Juti nel V sec.
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Dal 450 - Con la migrazione di Angli, Sassoni e Iuti in Britannia, prende corpo la nuova nazione inglese. L'isola era stata, fino ad allora, abitata da Britanni di lingua celtica oltre ai conquistatori romani. Con l'abbandono dell'impero con le sue leggi ed infrastrutture, la società romanizzata britannica era regredita e stentava ad assumere una fisionomia soddisfacente. Alle tre stirpi germaniche ricordate dalla storia (Angli, Sassoni, Iuti) corrispondono i principali dialetti attestati nei più antichi documenti inglesi: anglo (distinto in northumbrio a settentrione e mercio nel centro), sassone (a mezzogiorno) e kentio (nel territorio degli Juti, all'estremo sud-est). La prima fioritura letteraria si ebbe presso gli Angli, e perciò da loro prese il nome la lingua dell'intera nazione (nell'antico inglese englisc, nel moderno english) e lo mantenne ancorché il primato nella cultura passasse ben presto ai Sassoni e in dialetto sassone si svolgesse la successiva letteratura. Molti studiosi moderni chiamano anglo-sassone l'inglese antico (fino al sec. XI). Anche le invasioni danese e norvegese lasciarono tracce nella lingua inglese; la conquista normanna, nel sec. XI, ebbe un'importanza decisiva per il suo ulteriore sviluppo.

- La Borgogna deve il suo nome all'antica popolazione germanica dei burgundi, che nel V secolo fondano un reame nella Gallia romana centro meridionale.

Nel 451 - Il 21 giugno, si combatte la battaglia dei Campi Catalaunici (o Catalauni, o anche Maurici), detta anche battaglia di Chalons, in una pianura della Gallia nei pressi dell'odierna Châlons-en-Champagne, fra le truppe del generale romano Ezio, reclutate soprattutto tra i barbari e affiancate dagli alleati Visigoti di Teodorico I e gli Unni di Attila, che vengono sconfitti. Ezio aveva chiamato a raccolta i suoi alleati germanici sul suolo romano per aiutarlo a respingere l'invasione degli Unni. I Franchi Salii risposero alla chiamata e anche i Ripuari, che lottarono su entrambi i lati, in quanto alcuni di essi vivevano al di fuori dell'impero. Il reparto dei Salii era guidato da re Meroveo, figlio e successore di  Clodione, che in un primo tempo, si era dimostrato insofferente ai Romani. Infatti, il generale Ezio, prima che il capo barbaro gli diventasse amico ed alleato, aveva requisito a Clodione, in una battaglia, dei carri, aveva fatto dei prigionieri e gli aveva preso in ostaggio perfino la moglie incinta. La leggenda narra che costei, durante la prigionia, mentre nuotava nel mare, fu posseduta, già incinta del figlio di re Clodione, da un mostro marino ("bestea Neptuni Quinotauri similis") dalla cui unione nacque poi un figlio di due padriMeroveo.
Quinotauro, di Andrea Farronato.
Lo storico Prisco, che conobbe personalmente Clodione, narra di suo figlio Meroveo, che si era recato a Roma (nel 448 d.C.), per conferire con Ezio e chiedergli aiuto: "Io lo vidi qui, ed era ancora molto giovane. Aveva bellissimi capelli biondi, folti, lunghissimi che gli scendevano sulle spalle". Meroveo introdusse nel suo governo le cosiddette "Leggi Saliche", sorta di codice in cui erano elencate le disposizioni civili e penali elaborate da un popolo che attingeva queste leggi da una lontana tradizione arcaica, tutte tramandate oralmente e patrimonio memorialistico dei vecchi saggi dei vari clan. Inoltre i Merovingi dettero origine ad una lingua che sostituì quella latino-germanica: il fiammingo. I fiamminghi (in olandese Vlamingen), sono un gruppo etnico storicamente legato alla regione delle Fiandre, nell'attuale Belgio settentrionale, discendenti delle antiche tribù germaniche, soprattutto Franchi, in seguito mescolatesi alle tribù gallo-celtiche di lingua gallica,lingua celtica parlata nelle antiche Gallie  (odierne  Francia ed Italia settentrionale), prima del latino volgare del tardo Impero Romano, che ci è nota attraverso i dialetti, diverse centinaia di iscrizioni su pietra, su vasi di ceramica e altri manufatti, su monete e talvolta su metallo.

Gli scismi nella cristianità dovuti
ai concili di Efeso del 431
e Calcedonia del 451.
- Nell'ottobre del 451 si tiene il Concilio di Calcedonia, che ebbe luogo nella città omonima. Venne convocato dall'imperatore romano d'Oriente Marciano (450-457) e da sua moglie, l'imperatrice Pulcheria. Le sedute cominciarono l'8 ottobre 451 e contarono fra i cinquecento e i seicento vescovi. In continuità con i concili precedenti, vennero trattati argomenti cristologici e inoltre, in chiara opposizione con il secondo concilio di Efeso del 449, vi fu condannato il monofisismo di Eutiche e di Dioscoro, patriarca di Alessandria. Eutiche affermava che in Cristo, dopo l'incarnazione la natura umana è stata assorbita completamente da quella divina. La divinità avrebbe accolto l'umanità "come il mare accoglie una goccia d'acqua". Contro Eutiche si erano pronunciati i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia e il papa di Roma. Inoltre papa Leone rifiutò di accettare il ventottesimo canone del concilio, che sanciva la preminenza del patriarcato di Costantinopoli su quelli di Antiochia e di Alessandria e la sua uguaglianza alla sede apostolica di Roma in base all'argomento che Costantinopoli era la nuova sede dell'Impero, la nuova Roma. Pulcheria era molto devota ma le stava altrettanto a cuore la preservazione dell'unità dell'impero, già messa sufficientemente a dura prova dai popoli barbari, come la minaccia di Attila  sventata da Ezio ai Campi Catalaunici pochi mesi prima. L'anno dopo gli Unni invasero l'Italia. Certamente al successo del Concilio contribuirono le pressioni del cugino di Pulcheria, Valentiniano III (425-455), imperatore d'Occidente, il quale agì in accordo con papa Leone I. Quest'ultimo, nel 450, aveva inviato una missione, capeggiata dal vescovo di Como, Abbondio, originario di Tessalonica il quale ottenne che Anatolio (Patriarca di Costantinopoli dal 449 al 458) accettasse una lettera che Leone aveva indirizzato nel 449 al suo predecessore Flaviano (martirizzato dai sostenitori del monofisismo di Eutiche). La lettera è tuttora ricordata col nome "Tomus ad Flavianum". La prima conseguenza del concilio fu la separazione delle chiese orientali antiche.

Principali centri della laguna
veneziana nel V secolo, da
http://venezia.myblog.it/
2011/12/31/l-isola-sommersa
 -metamauco-la-piccola -
atlantide-di-venezia-t/
Nel 452 - Nell'ambito dell'invasione dell'Europa, nella penisola italiana entrano gli Unni, popolazione che giunge dalle steppe asiatiche e che da anni spinge a ovest tutte le genti minacciate dalla loro ferocia. Secondo la tradizione, il loro re Attila (in realtà si pronuncia Attìla, ed è il titolo dato dagli Unni al loro sovrano), definito "Flagello di Dio", verrà miracolosamente fermato al Mincio, da una ambasceria di cui fa parte papa Leone I, il vescovo di Roma. In Veneto, gli Unni saccheggiano anche Altino e gli abitanti della terraferma di quella fascia costiera cercano rifugio nelle lagune, fenomeno che si ripeterà nel 568 con l'invasione dei Longobardi. L'attuale città di Venezia (allora indicata come Rivo Alto, da cui Rialto) si presentava allora come un insieme di piccoli insediamenti ancora molto eterogeneo, mentre maggiore importanza assumevano alcuni centri limitrofi come Torcello, Ammiana, Metamauco.

Nel 453 - Muore Attìla, nei primi mesi dell'anno. La tradizione, secondo Prisco di Panion (storico bizantino, di lingua greca, che visse durante il regno di Teodosio II, e scrisse una Storia, di notevole importanza e affidabilità, e che descrive anche la sua esperienza come inviato presso la corte di Attila), dice che la notte dopo un banchetto che celebrava il suo ultimo matrimonio (con una principessa gota di nome Krimhilda, poi abbreviato con Ildikó), ebbe una copiosa epistassi e morì soffocato.
Territori degli Unni, con la loro
capitale nella pianura ungherese,
nella metà del V secolo. Da https
://it.wikipedia.org/wiki/Unni
 #/media/File:Huns_empire.png
I suoi guerrieri, dopo aver scoperto la sua morte, si tagliarono i capelli e si sfregiarono con le loro spade in segno di lutto così che, dice Giordane, "il più grande di tutti i guerrieri dovette essere pianto senza lamenti femminili e senza lacrime, ma con il sangue degli uomini". La causa del decesso pare esser attribuibile ad un'emorragia cerebrale (in base a quanto attestato dai cronisti del tempo, ripresi dal goto Giordane, Attila era soggetto a sanguinamenti), occorsa durante la notte in cui sposò Krimhilda. Venne sepolto un paio di giorni dopo non lontano dalla capitale del suo regno (in realtà un campo trincerato in legno) nella pianura ungherese. Il suo corpo venne posto in tre sarcofagi: il più interno in legno, racchiuso da un secondo in argento puro e da un terzo in oro massiccio. Lo seguirono nella tomba tutte le sue ricchezze, il suo cavallo, le mogli, i servi ed anche gli schiavi che scavarono la fossa, per precauzione, in modo che nessuno fosse in grado di rivelare il luogo esatto della sepoltura: "ed un silenzio di morte avvolse il sepolcro la notte medesima, accomunando allo stesso tempo il morto ed i becchini" scrisse lo storico Giordane. Jordanes o Giordane, nel suo "De origine actibusque Getarum" cita anche il famoso idromele, il liquore alcolico prodotto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto nel banchetto funebre per la morte di Attila.

- Le lotte per la successione, seguite alla morte di Attila, dissolvono la potenza degli Unni. Dopo il suo decesso, l'Impero unno si disgregò rapidamente: infatti i tre figli di Attila (Dengizich, Ellac e Ernac) non riuscirono a sedare le rivolte per l'indipendenza dei sudditi degli Unni, portando alla rapida caduta dell'Impero unno. Il primo gruppo ad ottenere l'indipendenza fu quello dei Gepidi, guidati da re Ardarico, che sconfissero nel 453-454 l'esercito unno nella Battaglia del fiume Nedao (454), costringendo gli Unni a riconoscere loro l'indipendenza. Negli anni successivi tutti gli altri gruppi (come Sciri, Rugi, Eruli, Longobardi, Ostrogoti) ottennero gradualmente l'indipendenza dagli Unni, e nel 468 gli Unni persero la propria indipendenza, finendo per essere arruolati come mercenari dall'Impero romano d'Oriente. La memoria dell'invasione degli Unni è stata trasmessa oralmente fra le tribù germaniche, ed è una componente importante nella "Völsunga Saga" e "Hervarar Saga", in norvegese antico, e nel "Nibelungenlied", in antico germanico. Tutte ritraggono gli eventi di questo periodo di migrazioni, avvenute circa un millennio prima della loro trascrizione. Nella "Hervar Saga", i Goti hanno i loro primi contatti con gli arcieri unni e si scontrano in un'epica battaglia sulle rive del Danubio. Nella "Völsunga Saga" e nel "Nibelungenlied," re Attila ("Atli" in Norvegese e "Etzel" in Germanico) sconfigge il re franco Sigisberto I (Sigurðr o Siegfried) e il re burgundo Gontran I (Gunnar o Gunther) ma è successivamente assassinato dalla regina Grimilde (Gudrun o Kriemhild), sorella di quest'ultimo e moglie di Attila.

Nel 455 - I Vandali conquistano RomaNel 455, il 16 marzo, l'imperatore Valentiniano III, responsabile dell'uccisione di Ezio, fu a sua volta assassinato dai seguaci dello stesso. I Vandali, non riconoscendo l'usurpatore Petronio Massimo (che sembra fosse coinvolto in entrambi gli omicidi) ritennero decaduto il precedente trattato stipulato con Valentiniano. Da qui il pretesto per salpare alla volta dell'Italia (una leggenda narra che fosse l'imperatrice, Licinia Eudossia, a chiamarli); sbarcati a Porto, i Vandali affiancati da guerrieri Mauri marciarono su Roma, i cui abitanti si diedero alla fuga; Massimo, invece di combattere, si preparava anche lui alla fuga, ma fu ucciso da un soldato della sua guardia. Alla porta Portuense papa Leone I si fece incontro a Genserico e lo implorò di risparmiare la città e la sua popolazione. Genserico accettò e venne quindi accolto in città con il suo esercito. Sebbene la storia parli del violento saccheggio della città eterna da parte dei vandali (da qui la parola vandalismo), in realtà Genserico onorò il suo giuramento: non vi furono né eccidi, né incendi, né dissennate distruzioni e i suoi uomini non devastarono Roma, rispettando le chiese cristiane. Comunque il saccheggio iniziò il 2 giugno 455; fu il terzo Sacco di Roma dopo i Galli di Brenno (390 a.C.) e i Goti di Alarico (410). In questo frangente i Vandali portarono via denaro e tesori (furono spogliati il palazzo imperiale, il tempio di Giove Capitolino, col suo tetto aureo, scomparvero i tesori del Tempio di Gerusalemme portati a Roma da Tito dopo la vittoria del 70 sugli ebrei ed altro ancora), mentre Genserico condusse con sé la vedova di Valentiniano, Licinia Eudossia, e le sue figlie, Eudocia (che, giunta a Cartagine, fu data in moglie a Unerico, il figlio di Genserico) e Placidia ed il figlio di Ezio, Gaudenzio e molti notabili romani, che al rientro a Cartagine furono divisi, come schiavi, tra i partecipanti alla spedizione. Avito, nuovo imperatore romano d'occidente dal 9 luglio 455, cercò, senza risultati, l'adesione dell'imperatore d'oriente, Marciano, per un'offensiva comune contro i Vandali, che nel frattempo, avevano occupato le restanti province della Mauretania (l'attuale Algeria centro-occidentale), con i Mauri pronti a riconoscere l'autorità vandalica. All'inizio del 456 i Vandali conclusero un'alleanza con i Suebi di Rechiaro che, rotto il trattato con l'impero, avevano invaso i territori della provincia Tarraconense mentre, nello stesso tempo, Genserico attaccava le coste calabresi e siciliane. Sbarcati ad Agrigento però, i Vandali vennero sconfitti dal generale Ricimero che, preso il mare, incrociò la flotta vandala in Corsica e la sconfisse, sempre nel 456.

Nel 457 - Facendo ricorso al prestigio delle massime autorità religiose, alla corte di Costantinopoli l'onore dell'incoronazione imperiale è assegnato al Patriarca di Costantinopoli nell'investitura di Leone I. Fase conclusiva della cerimonia d'investitura era l'acclamazione da parte del popolo nell'Ippodromo di Costantinopoli.

Regno dei Burgundi nel V
secolo. Clicca per ingrandire.
Nel 458 - I Vandali tentarono di formare, in Gallia, una coalizione anti-imperiale con BurgundiVisigoti, ma l'imperatore, Maggioriano, recandosi nel mese di novembre in Gallia la fece fallire e passati i Pirenei, avanzò su Saragozza e sul porto di Cartagena. Da qui, nel maggio del 460, raggiunse il regno dei Vandali sbarcando in Mauretania, mettendo paura a Genserico che inviò emissari per poter ottenere la pace; al rifiuto di Maggioriano, i Vandali devastarono la provincia e ne avvelenarono i pozzi, per rallentarne l'avanzata dell'esercito imperiale. I Vandali, non solo raggiunsero lo scopo ma, con l'aiuto di alcuni traditori, si impadronirono della flotta romana, ancorata a Illici Augusta, a sud dell'odierna Alicante. L'imperatore Maggioriano allora venne a patti, concordò un armistizio e al suo rientro in Italia, a Tortona, perse la vita in una battaglia contro Ricimero il 7 agosto 461; in quello stesso anno sembra che i Vandali liberarono, dietro il pagamento di un riscatto, Licinia Eudossia e la figlia Placidia.

Moneta con
monogramma
di Ricimero.
- Ricimero era un barbaro cristiano ariano, per metà svevo (suebo) e per metà visigoto, figlio di un principe dei Suebi e della figlia di Vallia, re dei Visigoti. Spese la sua giovinezza alla corte dell'imperatore romano d'occidente Valentiniano III, dove si distinse combattendo al comando di Flavio Ezio, magister militum d'occidente di Valentiniano, avanzando di grado nei tardi anni 450; era amico di Giulio Valerio Maggioriano, un nobile romano anche lui comandante di Ezio. Alla morte di Ezio prima e di Valentiniano III poi, in Occidente si creò una situazione di potere vacante: l'imperatrice Licinia Eudoxia avrebbe preferito conferire la porpora a Maggioriano, cosa che avrebbe posto Ricimero molto vicino al potere, ma il potere andò nelle mani del senatore Petronio Massimo, il quale fu ucciso quando il re dei vandali, Genserico, saccheggiò Roma nel maggio del 455. Il Gallo-romano Avito fu poi fatto imperatore dai Visigoti. Dopo il suo arrivo a Roma, Avito nominò Ricimero comandante del traballante Impero d'occidente (ormai ridotto all'Italia e a parte del sud della Gallia), che creò una nuova armata e una nuova flotta, utilizzando mercenari germanici. Fece abbellire a Roma a sue spese nel 459, anno del suo consolato, fra cui la chiesa di Sant'Agata, poi conosciuta come Sant'Agata dei Goti. Questo è l'unico esempio di culto ariano-cristiano della comunità gotica romana arrivato fino ai giorni nostri. Nel 593 fu consacrata al cattolicesimo da papa Gregorio I. Dopo aver lasciato Roma, Genserico aveva lasciato una potente flotta per bloccare le coste italiche. Nel 456, però, Ricimero affrontò la flotta vandala con le sue navi ed ottenne una vittoria vicino alla Corsica. Poi batté un esercito vandalico anche sulla terraferma, vicino ad Agrigento (Sicilia). Acquistata una grande popolarità in seguito a questi successi militari, ottenne dal Senato il permesso per una spedizione contro l'imperatore Avito, che sconfisse nella sanguinosa battaglia combattuta il 16 ottobre 456 a Piacenza. Avito fu catturato e poco dopo messo a morte. Ricimero ottenne poi il titolo di Patrizio dall'imperatore bizantino Leone I il Trace, il quale confermò l'elevazione al trono del collega di Ricimero, Maggioriano. Ma Maggioriano si rivelò un sovrano capace e sempre più indipendente, diventando, perciò, scomodo. Nel 461 fu però sconfitto da Genserico (forse a seguito di un tradimento) vicino a Valenza (Spagna), proprio mentre cercava di organizzare una spedizione contro di lui. Ricimero ne provocò la morte il 7 agosto di quello stesso anno. Ricimero pose sul trono il più docile Libio Severo, che però si trovò di fronte alla disapprovazione di Leone di Bisanzio e alla rivalità di Egidio in Gallia.

Dal 461 - Dopo la morte dell'imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d'Occidente, Ricimero, si aprì una lotta per l'elezione del nuovo imperatore d'Occidente che coinvolse Ricimero, l'imperatore d'Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d'Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell'imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d'Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l'altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi genero di suo figlio Unerico, "uno di famiglia" insomma. A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l'imperatore d'Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l'interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l'aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna. Tra la fine del 463 ed il 464, Genserico, re dei Vandali, era ancora in guerra con l'impero: non riconosceva il nuovo imperatore Libio Severo, voluto invece da Ricimero, il generale svevo-visigoto che di fatto governava l'impero e inoltre non veniva accolta la sua richiesta di elevare invece al trono imperiale Anicio Olibrio che, avendo sposato Placidia, figlia di Valentiniano III e sorella di Licinia Eudossia, era genero di suo figlio Unerico. Fece allora un accordo col titolare del comando indipendente della Gallia del nord, Egidio, per attaccare contemporaneamente l'Italia; ma la cosa sfumò per l'improvvisa morte di Egidio. Comunque la situazione tra i Vandali e l'impero d'Occidente rimase tesa. Dopo la morte di Libio Severo nel 465, Ricimero (che forse aveva avvelenato l'imperatore) governò da solo per otto mesi. Alla fine, però, dovette accettare Antemio (scelto da Leone I), di cui sposò la figlia Alipia.

Nel 465 - Gli Svevi in Hispania, che per la maggior parte erano pagani, si convertono al cristianesimo ariano.

Nel 467 - L'Imperatore d'Oriente, Leone I, nominò il nuovo Imperatore d'Occidente, Antemio e lo fece scortare a Roma dal governatore indipendente dell'Illyricum, Marcellino, che avrebbe poi dovuto proseguire ed attaccare il regno vandalo a Cartagine, ma la mancanza di venti favorevoli fece abortire il tentativo.  Genserico, seccato, sia per la mancata nomina a Imperatore d'Occidente di Olibrio, sia per l'ordine di Leone I di aggredire il suo regno, cominciò da quell'anno ad attaccare anche le coste dell'Illiria, dell'Epiro e della Grecia, non risparmiando neppure Alessandria. Nel 468 il regno dei Vandali fu l'obiettivo dell'ultimo sforzo militare congiunto delle due parti dell'Impero, teso a sottometterli. Ma mentre i Vandali venivano sconfitti dai generali Bizantini in Tripolitania e perdevano la Sardegna e parte della flotta ad opera di Marcellino, Genserico sorprese ed incendiò il grosso della flotta nemica al comando del generale romano d'Oriente Basilisco a Capo Bon; meno della metà delle navi imperiali scamparono in Sicilia. Mentre Marcellino, riunita la sua flotta con quella rifugiatasi in Sicilia si accingeva a salpare per Cartagine, nell'agosto dello stesso anno, fu assassinato da un suo subalterno (forse un sicario di Ricimero). I Vandali rimasero signori incontrastati del Mediterraneo occidentale dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania. Nel 474 fu stipulata la pace perpetua con l'imperatore Zenone, dell'Impero romano d'Oriente, i Vandali concessero completa libertà di culto agli ortodossi e permisero la nomina di un nuovo titolare alla carica vescovile di Cartagine (vacante dal 457). Da parte sua Zenone, nel 476, confermò ai Vandali il possesso di tutta la provincia d'Africa (dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania), le isole Baleari (comprese le isole Pitiuse), la Corsica, la Sardegna e la Sicilia (che eccettuata la città di Lilibeo di interesse strategico, fu ceduta ad Odoacre in cambio di un tributo annuo).

Nel 468 - Gli Unni perdono la propria indipendenza essendo arruolati come mercenari dall'Impero romano d'Oriente.

Nel 476 - Odoacre, re degli Eruli, depone Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'Occidente.
Finisce così l'Impero Romano d'Occidente e questa data viene considerata come la fine dell'Era Antica e l'inizio del Medioevo. Quando nel 476 l'impero d'Occidente cadde, per quello d'Oriente iniziò un periodo di fulgore e perpetuò l'esperienza politica romana. Intanto iniziavano le grandi campagne degli Slavi contro Roma, pressati a est dalle grandi invasioni degli Unni, che li costringevano a cercare nuovi territori mentre nella regione di Parigi il controllo romano persistette fino al 486, il cosiddetto Regno di Sagrio o di Soisson, ovvero un decennio dopo la caduta degli Imperatori di Ravenna, in parte grazie all'alleanza con i Franchi.

Nel 477 - Morte di Genserico e persecuzione dei non ariani. In politica interna Genserico dette libertà di religione a tutte le confessioni cristiane, ma volle che tutti i suoi stretti collaboratori si convertissero all'arianesimo. Durante il suo regno le tasse gravarono soprattutto sulle spalle delle ricche famiglie romane e del clero cattolico. Sembrava che nulla potesse fermare la potenza dei Vandali, ma con la scomparsa di Genserico sembrò scomparire la capacità combattiva dei Vandali. Genserico morì il 25 gennaio del 477, all'età di 87 anni (77 secondo alcune fonti) a Cartagine e alla sua morte divenne re il figlio Unerico. Nonostante fosse di fede ariana, come la maggior parte dei Vandali, Unerico si dimostrò all'inizio del suo regno tollerante con coloro che professavano la religione secondo il credo niceno, arrivando a permettere l'elezione di un nuovo vescovo di Cartagine nel 481, su richiesta dell'imperatore Zenone. Perseguitò inoltre gli adepti dell'eresia manichea. Presto però iniziarono le persecuzioni anche contro i cattolici punendo tutti coloro di etnia vandala che si erano convertiti al cattolicesimo, cercando di incamerare tutti i loro possedimenti. Comunque un gran numero di individui fu esiliato a causa del loro credo religioso.

Nel 482 - Pubblicazione dell'"Henotikon" da parte dell'imperatore romano d'Oriente Zenone, l'«Atto di unione» ispitato da Acacio, Patriarca di Costantinopoli, per mediare tra le opposte visioni dei calcedoniani, che  riconoscevano in Cristo due nature, umana e divina (i difisisti, da phisis, natura) e dei miafisiti (monofisisti) che ne riconoscevano solo una, divina. Il Concilio di Calcedonia del 451 aveva promulgato il credo calcedoniano e condannato la posizione miafisita, ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province orientali dell'impero e il Patriarca di Alessandria, Pietro III Mongo, era miafisita. Sostenere i miafisiti era stato uno degli errori dell'imperatore Basilisco (imperatore per un breve periodo, dal 9 gennaio 475 all'agosto 476), in quanto il popolo di Costantinopoli era calcedoniano, ma l'imperatore Zenone aveva bisogno del sostegno delle province a maggioranza miafisita, Egitto, Siria, Palestina e Asia Minore e anche Acacio era interessato a ridurre la distanza tra le posizioni delle due fazioni avverse.

Nel 484 Dopo l'emanazione, da parte dell'imperatore romano d'Oriente Zenone, dell'"Henotikon", avviene uno scisma, detto "acaciano", fra le chiese cristiane, d'oriente e d'occidente. Prese il nome da Acacio, all'epoca patriarca di Costantinopoli, che aveva ispirato l'"Henotikon" stesso, in cui Gesù Cristo era descritto come «l'unigenito Figlio di Dio [...] uno e non due» e non c'era un riferimento esplicito alle due nature, come invece stabilito dal Concilio di Calcedonia del 451, dove era stata condannata la posizione miafisita (solo una natura divina), ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province orientali dell'impero. Il vescovo di Roma, papa Felice III, si rifiutò di accettare il documento e scomunicò Acacio, provocando lo scisma di Costantinopoli, che si ricomporrà nel 519, con Giustino I imperatore d'Oriente. Può essere considerato il primo scisma fra chiese cristiane, orientale ed occidentale. A metà del V secolo, mentre l'impero romano d'Occidente si stava dissolvendo nella barbarizzazione germanica, per l'agiato clero cristiano d'Oriente, divenne improcrastinabile risolvere le dispute teologiche sulla natura di Cristo. Da tempo i teologi discutevano se Gesù possedesse entrambe le natureumana e divina, oppure  solamente  quella  divina e si interrogavano se le due nature fossero compresenti o distinte. Nelle chiese d'oriente, influenzate dalle speculazioni filosofiche di stampo ellenistico, la questione sollevava da tempo un profondo e articolato dibattito. Il concilio di Efeso del 431, aveva lasciato irrisolta una questione fondamentale: che tipo di rapporto sussiste tra la natura umana e quella di Cristo dopo l'incarnazione: sono tra loro subordinate, o sono fuse, ovvero separate? Eutiche affermava che in Cristo, dopo l'incarnazione la natura umana è stata assorbita completamente da quella divina. La divinità avrebbe accolto l'umanità "come il mare accoglie una goccia d'acqua". Contro Eutiche si pronunciarono i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia e il papa di Roma. A suo favore si schierò invece Cirillo, che però morì pochi anni dopo. Per dirimere la questione era stato convocato il concilio di Efeso II del 449 e gli alessandrini, rappresentati dal loro papa (il titolo del loro patriarca) Dioscoro I, ne erano usciti vincitori: il sinodo confermò l'ortodossia della teoria di Eutiche, definita “monofisismo”, cioè una natura, quella divina. Era seguito poi il Concilio di Calcedonia del 451, in cui le posizioni monofisiste erano state avversate.

La politica dei Vandali nei confronti della religione era contraddittoria al punto che, dopo aver permesso il 1º febbraio 484 un concilio tra vescovi ariani e cattolici, il 24 febbraio dello stesso anno fu emanato un decreto in cui ai sacerdoti cattolici fu proibito di esercitare qualsiasi funzione e di abitare sia in città che nei villaggi. Tutte le chiese cattoliche e le loro proprietà passarono al clero ariano; i funzionari regi di fede ortodossa furono privati della loro carica e tutti i cittadini di fede ortodossa furono multati; inoltre, se avessero perseverato nella loro fede e non avessero abbracciato la dottrina ariana, entro il 1º giugno dello stesso anno sarebbero stati dichiarati eretici, gli sarebbero stati confiscati i beni e sarebbero stati deportati. Al loro deciso rifiuto, migliaia di cattolici furono esiliati sia in Corsica che in veri e propri campi di concentramento nell'entroterra africano, dove morirono a centinaia per le condizioni di vita estreme e per la disidratazione. I sacerdoti cattolici ortodossi più fortunati furono rimossi dagli uffici divini e gli fu permesso di rimanere presso le precedenti diocesi, ma molti, torturati e bruciati vivi sul rogo, subirono il martirio in quella che fu una delle più crudeli persecuzioni della storia della cristianità. Mentre in quel periodo i Vandali, rafforzando ulteriormente la marina, mantennero il controllo delle isole del mediterraneo occidentale, nell'entroterra africano tuttavia i Berberi iniziarono la conquista della regione corrispondente grossomodo all'odierna Algeria, creando ai Vandali non pochi problemi logistici a causa dei loro continui attacchi, che minacciavano i collegamenti e le comunicazioni tra i possedimenti di Cartagine e Tangeri. Unerico, che fu il primo Vandalo a fregiarsi del titolo di Re dei Vandali e degli Alani, fu colpito, alla fine del 484, dalla peste (considerata dai cattolici una punizione divina per le sue persecuzioni) e morì dopo pochi giorni, il 23 dicembre del medesimo anno. Gli successe il nipote Gutemondo. In quegli anni, i più potenti rivali dei Vandali, cioè i Visigoti, gli Ostrogoti e l'Impero Romano d'Oriente (Bizantino), erano impegnati in lunghe e sanguinose guerre, che impedirono loro di dedicarsi alla conquista del Regno Vandalo che, dopo aver toccato il suo apogeo sotto Genserico, iniziava ora un rapido declino. In seguito, la persecuzione contro i cattolici fu attenuata e nel 487 la maggior parte delle chiese cattoliche ortodosse furono riaperte e gli ecclesiastici esiliati rientravano. Si stabilizzò inoltre la situazione economica interna, che sotto Unerico era arrivata sull'orlo del collasso. 

Nel 486 - Clodoveo (Clovis in francese) dei Franchi Salii, diventa re dei Franchi, la confederazione di popolazioni germaniche che si erano insediate nel nord della Francia, dando inizio alla dinastia dei Merovingi (da Meroveo, nome del padre e del nonno di Clovis-Clodoveo). 

Nel 491 - Approfittando del conflitto tra Odoacre e Teodorico, i Vandali cercarono di riappropriarsi della Sicilia, ma le truppe spedite sull'isola nel 491 furono ricacciate dagli Ostrogoti e così fu perso il contributo che Odoacre versava, dal 476, per il possesso dell'isola. Al re vandalo Guntemondo successe il fratello, Trasamondo, descritto dagli storici del tempo come un sovrano poco capace, inadatto al suo ruolo. Sotto la sua guida il Regno dei Vandali subì continui attacchi dalle popolazioni berbere e dei Mauri che portarono alla perdita di quasi tutto il territorio che oggi fa parte dell'Algeria. Negli ultimi anni del suo regno inoltre l'importante città portuale di Leptis Magna, sulla costa mediterranea, fu saccheggiata e distrutta dai Berberi mettendo in risalto l'estrema debolezza in cui si trovava il Regno dei Vandali. Riuscì tuttavia a mantenere e consolidare una forte presa su quello che è considerato il "cuore" del Regno, oggi corrispondente al territorio tunisino, alla parte più orientale dell'Algeria e alla Tripolitania; le tribù di Tripoli però, negli ultimi anni di regno, si resero indipendenti e lo sconfissero duramente. In politica interna, Trasamondo continuò la politica del fratello che aveva messo fine alle persecuzioni contro i cattolici, iniziate dallo zio Unerico, pur riprendendo una politica anticattolica, evitando però i metodi violenti, ripresero gli esili tra il clero cattolico, tra cui il vescovo di Cartagine, usandogli però i dovuti riguardi; questa politica gli permise di far progredire significativamente le relazioni con l'Impero Bizantino. I Vandali fecero un'alleanza con gli Ostrogoti e nel 500, in seconde nozze, Trasamondo sposò la sorella del loro re, Teodorico, Amalafrida, che portò in dote la città siciliana di Lilibeo ed il suo circondario (l'estremità occidentale della Sicilia). L'alleanza scricchiolò, tra il 510 ed il 511, quando i Vandali aiutarono il re dei Visigoti, Gesalico, figlio illegittimo di Alarico II che Teodorico considerava un usurpatore del trono a scapito del figlio legittimo di Alarico II, Amalarico, che per parte di madre era nipote di Teodorico; abbandonato Gesalico al suo destino, l'alleanza tra Vandali e Ostrogoti tornò solida. A Trasamondo successe il cugino Ilderico, di circa sessant'anni, figlio primogenito di Unerico e di Eudocia, che tra il 484 e il 523, aveva vissuto per quasi quarant'anni a Costantinopoli, al seguito di Eudocia quando fu ripudiata, e che era rimasto in ottimi rapporti con i membri della corte imperiale, specialmente con Giustiniano I, che governava per conto dell'imperatore Giustino I. I Vandali non lo amarono poiché, invece di praticare l'arianesimo come i suoi predecessori, indotto dalla madre si era da tempo convertito al cattolicesimo. A renderlo ulteriormente impopolare di fronte alla propria gente fu il suo carattere imbelle e la sua omosessualità, considerata dai Vandali come estremamente riprovevole. Ilderico, richiamò gli esuli, restituì le chiese agli ortodossi e permise la nomina di un nuovo vescovo cattolico a Cartagine, e facilitò la conversione al cattolicesimo di molti Vandali, che allarmò la nobiltà vandala, e Amalafrida, la vedova del suo predecessore Trasamondo, e la sua guardia ostrogota si ribellarono; i Goti finirono massacrati e l'ex regina in carcere.

Peso in bronzo col
nome di Teoderico, re
degli Ostrogoti e
console dell'imperatore
Romano come
Re d'Italia.
Nel 493 - Teoderico (chiamato oggi Teodorico), re degli Ostrogoti, prende il potere dell'Italia diventando Re d'Italia, fissando la capitale a Ravenna. Teodorico, della dinastia degli Amali, famiglia regnante Ostrogota, è cresciuto a Costantinopoli in qualità di ostaggio dell'imperatore Zenone, che lo ha poi adottato. E' cristiano di osservanza Ariana, come d'altra parte la dinastia imperiale dei Costanzi, ed è l'imperatore che gli affida l'incarico di recuperare l'Italia con la Sicilia agli invasori barbarici. Fondamentalmente, il tessuto sociale nei territori "barbarizzati" dell'impero, è una miscela fra organizzazione civile da parte della società romana e potere militare ai popoli migranti. L'imperatore d'occidente non c'è più, gli invasori non distruggono l'organizzazione sociale e, se vogliono godere dei proventi dell'economia, perlopiù agricola, devono affidarsi alla burocrazia esistente. Non possiamo quindi parlare di Regno degli Ostrogoti, ma di Regno Ostrogotico, o Visigotico ecc. I Vandali invece hanno un atteggiamento tirannico, e verranno poi spazzati via da Belisario, generale di Giustiniano, poichè la popolazione romana gli rimarrà ostile. L'imperatore romano (che ora è a oriente) invia le insegne imperiali ai nuovi Re dei territori dell'impero, investendoli così come consoli regnanti.

Cartina dell'Europa nel 493 con i
regni germano-barbarici succeduti
all'Impero Romano d'Occidente:
il seme dell'odierna Europa.
Inoltre Slavi, Unni, Gepidi, Turingi,
Alemanni, Longobardi, Iuti,
Frisoni, Celti con i loro regni
bretoni in Galles, Irlanda e Bretagna.
L'ostrogotoTeodorico, sconfitto
Odoacre, re degli Eruli,
diventa sovrano d'Italia.
- Teoderico (il cui nome in norreno e islandese è Þiðrik af Bern, mentre in tedesco è Dietrich von Bern, dove Bern è il nome di Verona nel tedesco altomedioevale) nacque in Pannonia, fra le attuali Ungheria e Austria, era figlio del re ostrogoto Teodemiro e di una sua concubina, Erelieva. Secondo i documenti del Priorato di Sion era un discendente di Sarah-Damaris Principessa della Tribù di Giuda Bat Yeshuah, nata nel 27, figlia primogenita di Gesù (Yeshuah Ben Yossef) e di Maddalena (Mariamne Migdal-Eder Principessa della Tribù di Beniamino) attraverso la madre Erelieva De Tongres, nata nel 410, che aveva sposato nel 454 Théodemir d'Ostrogothie, figlio di Winithar d'Ostrogothie, morto ne 472. All'età di otto anni, Teoderico era stato inviato come ostaggio, a garanzia della pace tra Bizantini ed Ostrogoti, presso la corte dell'imperatore Leone I, dove era vissuto per dieci anni.  Nella capitale dell'Impero romano d'Oriente venne educato e apprese il latino e il greco. Riscattato dal padre, si fece subito valere come comandante degli Ostrogoti in diverse battaglie, conquistandone ben presto la fiducia. Teodorico succede al trono degli Ostrogoti dopo la morte del padre (474) e prosegue la politica di alleanza con il vicino Impero, dal quale otteneva compensi per i servigi di protezione dei confini. L'imperatore bizantino, alleandosi con Teoderico, sperava che questi riuscisse a porre sotto il controllo ostrogoto le nuove popolazioni barbariche che spingevano ai confini dell'Impero, assicurando così a Bisanzio una zona di influenza che fungesse da cuscinetto tra l'Impero e le popolazioni barbariche. I successi di Teoderico portarono l'imperatore Zenone a riconoscere al re ostrogoto lo stato di federato romano e di eleggerlo a console nell'anno 484 (alcuni anni dopo gli fu anche eretta una statua equestre a Costantinopoli), ufficializzando in questo modo il predominio ostrogoto sull'area balcanica. La presenza di Teoderico stava diventando però sempre più ingombrante per Zenone e nel contempo Odoacre in Italia stava allargando la sua zona di influenza minacciando gli interessi di Bisanzio. Zenone pensò di risolvere i suoi problemi mettendo l'uno contro l'altro i due re barbari, per cui, con l'aiuto di Bisanzio, nel 488 Teoderico preparò la spedizione verso l'Italia, intrapresa nell'autunno dello stesso anno. Teoderico varcò le Alpi orientali nel 489 con al seguito un esercito di circa 100.000 Ostrogoti e condusse le sue genti in una serie di cruenti scontri contro gli Eruli, scontri che terminarono dopo cinque anni (493), quando Teoderico fece uccidere a tradimento il suo rivale Odoacre e tutta la sua corte durante un banchetto che avrebbe dovuto sancire la pace tra i due re. L'eliminazione di Odoacre, che pare volesse a sua volta insidiare la vita di Teoderico, segnò l'inizio del dominio degli Ostrogoti in Italia, dominio che rappresentò un lungo periodo di pace e stabilità.
Teoderico, primo
Re d'Italia, investito
dall'imperatore
romano (d'oriente)
Teoderico seguì le linee guida già tracciate da Odoacre, lasciando ai Romani, che gli si dimostrarono fedeli, gli impieghi amministrativi e politici che già possedevano, riservando nel contempo esclusivamente ai Goti i compiti di sicurezza e difesa. Inoltre, per pacificare l'Italia, riscattò i cittadini romani fatti prigionieri da altri popoli barbari e procedette alla distribuzione delle terre. Tale liberalità e avvedutezza nella ripartizione dei terreni è da attribuire all'esiguo numero di Ostrogoti rimasti dopo aver varcato le Alpi. Anche in ambito religioso Teoderico, benché seguace del Cristianesimo ariano, non perseguitò la fede cattolica, seguendo anche in questo l'esempio di Odoacre. Il nuovo imperatore Giustino I, che ambiva ad un nuovo ruolo dell'Impero anche in relazione alle questioni religiose che agitavano il cristianesimo, dette inizio alla sua personale crociata contro l'arianesimo, visto come fede inconciliabile e soprattutto pericolosa per il crescente potere della Chiesa cattolica. Fedele a questa sua linea di ostilità nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 decretò che i luoghi di culto ariani venissero consegnati alla Chiesa cattolica. Teodorico, convinto che ci fosse un'intesa segreta tra l'impero di Costantinopoli e gli abitanti romani d'Italia, reagì con violenza: fece uccidere alcuni dei suoi più preziosi collaboratori, tra cui Severino Boezio. In seguito Teodorico costrinse papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la revoca del decreto a Giustino I e per chiedere per giunta che gli ariani convertiti al cattolicesimo potessero riabbracciare la fede ariana. Il Papa ottenne la revoca dell'ordine, ma si rifiutò anche solo di chiedere all'imperatore il permesso per gli ariani convertiti al cattolicesimo di tornare all'arianesimo. Così, quando tornò a Roma, Giovanni I fu imprigionato e lasciato morire in carcere nel 526 da Teodorico. Teodorico, sconvolto dagli avvenimenti degli ultimi mesi e ormai vecchio, morì nello stesso 526 lasciando l'Italia, pacificata, al nipote Atalarico sotto la reggenza della figlia Amalasunta. "Il re aveva raggiunto l'età senile e capiva che presto se ne sarebbe andato. Chiamò quindi i conti goti e i capi del suo popolo intorno a sé, designò Atalarico, figlio di sua figlia Amalasunta, suo successore e ordinò ai presenti, come sua ultima volontà, di aver cura del re, amare il senato e il popolo di Roma, e di mantenersi sempre favorevoli alla pace nei confronti dell'imperatore."  (Giordane). 

Nel 496 - Conversione dei Franchi al cattolicesimo. I Franchi, insediati nel nord di quella che divenne la Francia, mantennero per qualche tempo la loro lingua ed i loro costumi germanici; tuttavia, a causa della loro scelta religiosa, il cattolicesimo, (con la conversione ed il battesimo di Clodoveo, il primo re della stirpe reale chiamata merovingia, da Meroveo, il nome del padre e del nonno) divennero gli alleati naturali della Chiesa di Roma e si fecero passare di buon grado per il braccio secolare della “vera fede”. Durante il battesimo di Clovis, il vescovo di Reims, Remigio, gli intimò: "Fiero Sigambro, brucia ciò che hai adorato e adora ciò che hai bruciato!", in quanto il termine Sigambro evocava ancora il significato di valoroso guerriero germanico. Nel 496, la Chiesa di Roma era in una situazione precaria e durante il V secolo la sua stessa esistenza era stata gravemente minacciata. Per gran parte del V secolo, tutte o quasi tutte le diocesi dell'Europa occidentale furono ariane o vacanti. Se la Chiesa di Roma voleva sopravvivere e affermare la propria autorità, le era necessario l'appoggio di un campione, un potentissimo personaggio laico che la rappresentasse. Nel 486 Clodoveo aveva già esteso notevolmente i domìni merovingi, partendo dalle Ardenne per annettersi numerosi regni e principati confinanti. Molte città importanti - ad esempio Troyes, Reims e Amiens - furono così incorporate nel suo regno. In meno di un decennio apparve evidente che Clodoveo era ormai avviato a diventare il sovrano più potente dell'Europa occidentale. Secondo la tradizione, la conversione di Clodoveo fu improvvisa e inaspettata, e si compì grazie alla moglie del re, Clotilde, fervida devota di Roma, che sembra assillasse il marito fino a quando questi accettò la sua fede e che in seguito fu canonizzata per questi meriti. Secondo i documenti del Priorato di Sion, Maria Maddalena (Mariamne Migdal-Eder Principessa della Tribù di Beniamino) ha sposato nel 26, a Tabgha in Galilea, in seconde nozze poiché rimasta vedova, Gesù (Yeshuah Ben Yossef), figlio di Yossef (a sua volta figlio di Jacob) e di Myriam Principessa della Tribù di Giuda Bat Héli (figlia di Héli), nato l' 1 MAR a Bethléem e morto nel 33 a Jérusalem. Loro figli sono stati Sarah-Damaris Principessa della Tribù di Giuda Bat Yeshuah, nata nel 27 e Yeshuah-Joseph Yuz Asaf Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, nato nel 33 in Giudea e morto nel 120 a Sringar, in Cachemire. Da quest'ultimo, attraverso vari "re pescatori", discendeva Clothilde (Santa Clotilde) dei Burgundi di Borgogna, nata nel 475 in Burgundia e morta il 3 giugno 545 nel monastero di St. Martin a Tours, in Francia, figlia di Chilperico II di Borgogna e di Agrippina di Narbonne. Nel 493 Clothilde ha sposato Clovis I di Francia, figlio di Childérico I di Francia e di Basine Di Turingia, nato nell'ago. 466 a Tournai e morto il 27 nov. 511 a Paris, Seine. Si sa che nel 496 vi furono numerosi incontri segreti tra Clodoveo e san Remigio. Subito dopo, fu ratificato un accordo tra il re e la chiesa di Roma. Per quest'ultima, l'accordo rappresentava un grande trionfo politico. Avrebbe assicurato la sua sopravvivenza e la posizione di suprema autorità spirituale dell'Occidente. Avrebbe consolidato la posizione di Roma, alla pari con quella di Costantinopoli e Clodoveo sarebbe stato colui che avrebbe realizzato tutto questo, la spada della Chiesa di Roma. In cambio, Clodoveo ricevette il titolo di «Novus Costantinus». II patto tra Clodoveo e la chiesa ebbe conseguenze enormi per la cristianità. E non solo per la cristianità di quel tempo, ma per tutto il millennio successivo. Il battesimo di Clodoveo segnò la nascita di un nuovo impero romano: un impero cristiano basato sulla Chiesa di Roma e amministrato, a livello laico, dalla stirpe merovingia. In altre parole, venne stretto un vincolo indissolubile tra Chiesa e Stato, ognuno dei quali giurava all'altro fedeltà perpetua. A ratifica di questo vincolo, nel 496 Clodoveo si fece battezzare da san Remigio a Reims. Al momento culminante della cerimonia, san Remigio pronunciò le famose parole: Mitis depone colla, Sicamber, adora quod incendisti, incendi quod adorasti. (China umilmente la testa, o Sicambro, adora ciò che bruciavi, e brucia ciò che adoravi.). È importante notare che il battesimo di Clodoveo non fu un'incoronazione, contrariamente a quanto talvolta sostengono gli storici. La Chiesa non nominò re Clodoveo. Clodoveo era già re, e la Chiesa non poteva far altro che riconoscerlo. E così facendo, si legò ufficialmente non soltanto a Clodoveo, ma anche ai suoi successori: non a un individuo, ma a una stirpe. Sotto questo aspetto, il patto ricorda l'alleanza che, nell'Antico Testamento, Dio stringe con re Davide: un patto che può venire modificato, come nel caso di Salomone, ma non revocato, infranto o tradito. E i Merovingi non persero mai di vista questo parallelo. Per il resto della sua vita, Clodoveo realizzò quanto la Chiesa si attendeva da lui. Con efficienza irresistibile, la fede fu imposta con la spada; e con la sanzione, e il mandato spirituale della Chiesa, il regno franco estese i suoi domini a est e a sud, abbracciando gran parte dell'odierna Francia e dell'odierna Germania. Fra i numerosi avversari di Clodoveo i più importanti furono i Visigoti, che avevano abbracciato l'eresia ariana. Contro l'Impero visigoto, situato nell'odierna Spagna e, a nord, a cavallo dei Pirenei ed esteso fino a Tolosa, Clodoveo condusse le sue campagne più assidue e organizzate. 

Nel 497 - Si celebra il battesimo del re dei Franchi Clodoveo I, avvenuta nel 497 a Reims. Da allora i re di Francia saranno incoronati a Reims e unti con l'olio della santa Ampolla.

Nel 502 - Dopo essersi formato nelle steppe asiatiche, per via della competizione con le altre tribù turche, dalle quali era poi stato scacciato, un gruppo misto di superstiti turco/mongoli migra verso l'Europa dell'est, dal 502 al 530 si stabilisce nell'area del Volga, dove fonderà il Khanato degli Àvari intorno al 550 e prende così avvio la sua èra delle conquiste. Gli Àvari erano una combinazione di un popolo di stirpe uigura (etnia turcofona che oggigiorno è di religione islamica e vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang, insieme ai cinesi Han), chiamato Hund, e (in base a indicazioni antropologiche e etimologiche sul nome di un khagan avaro chiamato Baian, parola che significa "prospero" in mongolo ma significa "donna" nella maggior parte delle lingue del gruppo altaico occidentale) un popolo di stirpe mongola, detto Var, che si era formato intorno a Balkh (provincia dell'Afghanistan con capitale Mazar-i Sharif) negli anni tra il 410 e il 470. Pare che il nome Àvari abbia radici comuni con la parola turca "avare", che significa girovago o vagabondo. Così potrebbe essere che il termine Àvari, sia stato usato per popoli diversi, con il significato di "migranti", "nomadi", come sembra sia avvenuto anche per etnonimi come Ebrei, Arabi o Cosacchi (Kazaki).
Kaganato degli Àvari nel 600 da https://upload. wikimedia
.org/wikipedia/commons/a/af/East-Hem_ 600ad.jpg.
Nella carta si possono vedere le posizioni dei Magiari,
degli Oghuz e di altre popolazioni turco-mongole,
 varie popolazioni slave, tutte con le scritte nere,
le popolazioni germaniche vassalle dell'impero romano
scritte in blu, le popolazioni di stirpe iranica
scritte in verde.
Nel 550, lo storico della Chiesa Zacharia menziona una "comunità" avara in Occidente. Intorno alla metà del VI secolo anche Menandro scrive al riguardo degli Àvari e nello stesso periodo Procopio distingue nella sua "Storia delle guerre" tra Unni Bianchi e Unni europei, che successivamente l'autore bizantino Teofilatto Simocatta, nella prima metà del VII secolo, definisce rispettivamente "reali" e "pseudo-Àvari". La loro capitale - in realtà, un campo fortificato - si trovava lungo la riva sinistra del fiume Tibisco (affluente di sinistra del Danubio), non lontano dalla regione ungherese dell'Hortobagyi. Nel V secolo gli Àvari avevano creato una sorta di impero privo di organizzazione centrale che si estendeva dalla Corea al mar Caspio. Spinti da altre popolazioni (Unni e Bulgari) erano dilagati nella pianura sarmatica (già occupata dai Sarmati, popolo di stirpe nord-iranica dei quali facevano parte anche gli Alani). Nel VI secolo gli Àvari , dopo essersi insediati in Pannonia, spingeranno i Longobardi a migrare verso l'Italia. Con il capo (khagan) Baian (565-602) raggiungeranno il loro apice di importanza in Europa, guardando verso sud e arrivando nel 626 a cingere d'assedio la stessa Costantinopoli (grazie a un'alleanza con i persiani), mantenendo comunque saldo il controllo in una vasta area di Europa centrale. Una situazione caotica seguirà all'ascesa al potere degli Àvari in Europa dopo il 550 e la dinastia bulgara Onoghur (580-685) mischierà il patrimonio avaro con quello bulgaro; il nome Onoghur deriva probabilmente da "Oghuz", mentre il nome "Ungheria" usato oggi deriva da Onogur.

Nel 507 - Clodoveo batte a Vouillé i Visigoti e afferma il predominio Franco in Europa Occidentale.

I 4 Regni merovingi
 dopo la morte di
Clodoveo nel  511:
Neustria, Aquitania,
Austrasia, Burgundia.
 A sud, Settimania
 o Gothia.
Nel 511 - Alla morte di Clodoveo, i suoi quattro figli maschi, come stabilito dal diritto franco-salico, ereditano il regno, che si suddivide in quattro regni merovingi: Neustria, Austrasia, Burgundia e Aquitania, mentre la Settimania, a sud, rimane appannaggio del regno iberico dei Visigoti, da cui Gothia.
In giallo, la Settimania
o Gothia.
Durante il medioevo,  Settimania o Gothia era il nome dato all'attuale dipartimento francese della Linguadoca-Rossiglione, salvo alcune parti del Gard e della Lozère. Secondo alcune fonti, sembra che la Settimania dovesse la sua origine onomastica al periodo romano antico, allorché la Legione VII (Legio Septima) si trovava là di guarnigione, fino all'inizio del Medioevo. Presumibilmente invece, il suo nome deriva da "Septem Provinciae", il nome che, con la riforma di Diocleziano, prese la Diocesi che raggruppava le sette province galliche meridionali: Gallia Viennensis, Gallia Narbonensis Prima e Secunda, Aquitania Prima e Secunda, Novempopulana e Alpi Marittime. Dopo la conquista romana della Gallia Transalpina mediterranea (nel 122 a.C.), questa regione diventò Provincia romana, chiamata Provincia Nostra o semplicemente Provincia (da cui il nome di Provenza) e ricevette poi il nome di Gallia Narbonensis. Al tempo della conquista dei Visigoti, nel 412, della Gallia meridionale, il nome più largamente impiegato per quella regione, era stato "Settimania". Dopo la disfatta visigota nella battaglia di Vouillé del 507, per mano dei Franchi, la Settimania, limitata alla sola Linguadoca-Rossiglione restò l'unico lembo della Gallia in mano visigota, dipendente dal regno di Spagna fino alla conquista araba del 719 e per questo, in tempi merovingi e carolingi, era conosciuta anche come « Gothie » o « Gothia ». Sembra che il nome Catalogna, confermato anche da recenti studi, derivi da Gotia, esattamente dal latino Gothia Launia, cioè "terra dei goti" (https://it.wikipedia.org/wiki/Gotia).

Carta del 526 con i regni
barbarici succeduti all'impero
romano d'occidente, il
germe della futura Europa.
Nel 526 - Il re degli Ostrogoti, Teodorico, nel 526, allestì una flotta per vendicare l'affronto ricevuto dal comportamento del sovrano vandalo Ilderico, ma, prima di salpare, morì. Ilderico si disinteressò completamente delle operazioni belliche dei Vandali e delegò per esse il proprio cugino Hoamer. I Vandali dovettero contrastare la ribellione dei Mauri, iniziata con Trasamondo, che ormai controllavano la Mauritania Tingitana, la Mauritania Sitifense e la Numidia meridionale e dal 525 anche la Mauritania Cesariense, esclusa la capitale, Cesarea; inoltre nei sette anni di governo di Ilderico, l'esercito Vandalo subì numerose sconfitte da parte dei Berberi che strapparono al Regno vandalo la Tripolitana. Dopo che, nel 530, l'esercito vandalo inviato in soccorso a Cesarea fu battuto, un colpo di Stato depose Ilderico, che fu incarceato e al suo posto fu eletto il capo della rivolta, Gelimero, cugino di Ilderico.

Nel 527 - Giustiniano I è nominato imperatore romano d'Oriente. Giustiniano fu l'ultimo imperatore latino di Costantinopoli e il più grande autocrate che sedette sul trono bizantino. Nipote dell'imperatore Giustino I era, come lui, di umili origini e nato in un piccolo centro latinofono della Macedonia settentrionale. La sua provenienza e formazione romano-latine e non greche, furono gravide di conseguenze. L'aspirazione universalistica che sempre contraddistinse la sua opera aveva una matrice romana e cristiana ad un tempo: il concetto di imperium romano si identificava infatti per Giustiniano sia con l'ecumene cristiana che con la restaurazione della grandezza romana vista come una missione sacra. Sotto il suo regno «Per l'ultima volta il vecchio impero romano spiegò tutte le sue forze e visse il suo ultimo periodo di grandezza, sia dal punto di vista politico, che da quello culturale». Durante il regno di Giustiniano I, salito al trono nel 527, si assistette all'ultimo concreto tentativo di riconquistare le regioni occidentali, per ristabilire l'unità dell'Impero romano (renovatio imperii). Tale tentativo fu coronato da un parziale, anche se in taluni casi effimero, successo. Sotto il comando dei generali Belisario prima e Narsete poi, i romani d'oriente riuscirono a riconquistare le province dell'Africa Settentrionale (533-534), parte della Spagna meridionale e, al termine della sanguinosissima guerra gotica (535-555) combattuta contro gli Ostrogoti, l'intera Italia. Se la maggior parte di quest'ultima fu persa una quindicina d'anni più tardi a seguito dell'invasione longobarda, iniziata nel 568, la Spagna bizantina fu persa solo un secolo più tardi (intorno al 624), mentre l'Africa nord-occidentale fece parte dell'Impero romano d'Oriente per oltre un secolo e mezzo (fino al 698). Con Giustiniano I, l'Impero romano d'Oriente raggiunse, attorno alla metà del VI secolo, la massima espansione territoriale della sua storia (iniziata nel 395 e finita nel 1.453).

- Secondo Giustiniano, l'unità dell'impero doveva sottintendere anche l'unità religiosa e quindi impose a tutti il cristianesimo e quindi, quello stesso anno, tutti gli eretici ed i pagani persero le cariche statali, i titoli onorifici, le abilitazioni all'insegnamento e gli stipendi pubblici.

Nel 529 Diffusione della regola monastica benedettina.

- Giustiniano decreta la chiusura forzata della scuola filosofica di Atene, ultimo centro di eccellenza della cultura ellenistica mentre a Costantinopoli ed in Asia minore i pagani, ancora numerosi, sono costretti a battezzarsi come cristiani.

Nel 533 - A proposito del colpo di stato avvenuto nel regno vandalo, l'imperatore d'Oriente Giustiniano I, che appoggiava Ilderico, intimò a Gelimero di esercitare pure il potere ma di rimettere almeno formalmente sul trono il vecchio re Ilderico. Gelimero rifiutò. Allora Giustiniano, che voleva restaurare l'impero nel Nord Africa, siglata la pace coi Persiani, nel 532, l'anno dopo, dichiarò guerra ai Vandali, considerati i tre fattori favorevoli: 1) il regno ostrogoto rimaneva neutrale permettendo ai romani d'Oriente l'approvvigionamento in Sicilia, 2) il governatore vandalo della Sardegna si era ribellato a Gelimero, 3) la popolazione romana d'Africa aveva promesso che avrebbe appoggiato i Bizantini. Nell'estate del 533, al comando di Belisario, l'esercito bizantino sbarcò sul promontorio di Caput Vada. L'esercito vandalo oppose una grande resistenza, il 13 settembre, nella battaglia di Ad Decimum; dopo un iniziale vantaggio, alla morte di Gibamondo, nipote di Gelimero, i Vandali si scoraggiarono e furono sconfitti. Belisario allora marciò su Cartagine che si consegnò ai Bizantini. Il 15 ottobre 533, domenica, Belisario, accompagnato dalla moglie Antonia, fece il suo formale ingresso a Cartagine risparmiandole saccheggio e massacro. I Vandali assediarono la città, anche dal mare, ma dato che i rinforzi dalla Sardegna non arrivarono, tolsero l'assedio e a metà dicembre vi fu lo scontro decisivo; il 15 dicembre 533 Vandali e Bizantini si scontrarono nuovamente alla battaglia di Ticameron, a circa 30 chilometri da Cartagine. In questo combattimento morì Tzazo, fratello di Gelimero e fu il segnale della sconfitta, durante la quale i tesori e la famiglia reale furono catturati dai Bizantini. Belisario puntò su Ippona, seconda città vandala ed in poco tempo occupò tutte la città del regno dei Vandali. Nel marzo del 534, circondato sul monte Pappua, Gelimero si arrese a Belisario. Secondo Procopio di Cesarea (La guerra vandalica, II, 9) Belisario portò parte della popolazione vandala a Costantinopoli, dove l'imperatore donò a Gelimero delle terre in Galazia, in cui visse come un pensionato imperiale, ma il regno dei Vandali era scomparso per sempre. Il regno vandalo d'Africa, incluso le isole, Sardegna, Corsica e Baleari venne riconquistato dai Bizantini. Ma alla caduta del regno vandalo si erano ribellate le tribù berbere e i Mauri, che tennero impegnate le truppe bizantine per circa quindici anni. La nuova provincia d'Africa si poté considerare definitivamente pacificata solo nel 548: dei Vandali però, non rimasero molte tracce.

Nel 534 - Nell'impero romano d'oriente, promulgazione del Codex dell'imperatore Giustiniano, che raccoglie leggi e giurisprudenza del Diritto Romano.

- Nel 534 il reame creato dai burgundi è conquistato dai franchi e da questi retto come regno di Borgogna fino all'800, anno in cui fu formalmente è annesso all'Impero carolingio e suddiviso in varie contee.  

Cartina dell'Impero Romano d'Oriente,
denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: con la riunificazione
dell'Impero di Giustiniano si avrà la
unità territoriale della penisola italia-
na con le isole. Sono indicati i nomi
delle popolazioni esterne all'Impero,
oltre ai Vandali, sconfitti da Belisario,
 il valente generale di Giustiniano.
Nel 536 - Nell'ambito della riconquista dell'occidente da parte dell'Impero Romano d'Oriente, si combatte la guerra greco-gotica. Tra la guerra di riconquista dell'Italia da parte dei Bizantini, iniziata nell'Urbe con la presa del generale Belisario nel 536 e l'alleanza di papa Stefano II con il re dei Franchi Pipino il Breve stipulata alla metà dell'VIII secolo, la città fu suddita dell'imperatore di Costantinopoli, facendo poi parte dell'Esarcato d'Italia. Il papa era un cittadino dell'impero; la sua elezione era sottoposta all'approvazione imperiale. Rispetto ai suoi territori, era giuridicamente un semplice possidente. Il legittimo proprietario era l'imperatore bizantino. Il Patrimonium Sancti Petri consiste, in questa fase storica, nei latifondi gestiti dal vescovo di Roma come possesso privato. Si distingue dal patrimonium publicum, ovvero i latifondi gestiti dai militari bizantini (duces e magister militum) e dai latifondi delle arcidiocesi di Ravenna e di Milano. Durante il regno di  Giustiniano  (dal 527 al 565), l'Impero Romano d'Oriente riconquisterà l'Italia, le coste del nord-Africa e parte della Spagna. Giustiniano rimediò così alla illegittimità del potere Ostrogoto sull'Italia e sulla Dalmazia dalla deposizione di Amalasunta, gesto che sancì lo strappo degli Ostrogoti dall'impero romano, inoltre rimediò ai vuoti dinastici nell'area sudorientale del regno Visigotico imponendo un ristabilimento della diretta gestione imperiale.

La laguna veneta e in giallo
 i suoi maggiori centri nel VI sec.
Nel 537 - Da http://www.veneziadoc.net/Storia-di-Venezia/Lettera_Cassio
doro.php:"Il Prefetto Pretorio del Re Ostrogoto Vitige scrive una lettera ai Tribuni Marittimi Veneziani. Il prefetto si chiamava Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus, meglio noto con il soprannome familiare di "Senator", ed era nipote di quel Cassiodoro II che aveva guidato l'Ambasceria papale di Leone Magno a fermare l'invasione di Attila in Italia. Nell'anno 537 il raccolto di vino e olio nell'Istria era stato particolarmente abbondante, e il Prefetto scrive ai Veneziani per incaricarli del trasporto marittimo di tali derrate a Ravenna, capitale del Regno Ostrogoto. Esaurito lo scopo ufficiale della Lettera nelle prime righe, il testo si dilunga in una descrizione elegiaca dei Veneziani stessi, della loro Patria e delle loro abitudini morali. Nonostante Cassiodoro fosse di origine Calabra come persona e come funzionario, nei suoi quasi trent'anni di servizio sotto gli Imperatori Ostrogoti da Teodorico in poi, si può pensare avesse acquisito una certa familiarità nel trattare coi Veneziani, firma infatti la sua lettera non con il nome completo ma con il solo soprannome, Senator, accompagnato dal titolo di Prefetto. Nella descrizione che segue dimostra infatti di conoscere quel Popolo molto bene, e di averlo in grande stima. Dalle sue parole apprendiamo che a quel tempo erano chiamati Veneziani gli abitanti delle paludi costiere da Ravenna a Grado, famosi come navigatori e costruttori di navi, Popolo che non conosce il vizio dell'invidia perché tutti gli abitanti, ricchi o poveri, vivono nella medesima tipologia di abitazioni, si nutrono del medesimo cibo, il pesce, e sono dediti alla principale occupazione del produrre e commerciare il sale. La loro Patria è l'acqua, ed essi quindi si sentono nel loro Paese ovunque le navi li possano portare. Hanno del resto nel sale moneta internazionale che loro consente di commerciare in ogni paese. Sanno affrontare il mare infuriato ma conoscono vie di navigazione costiera e fluviale protette, sì da poter garantire la pronta consegna dei loro carichi con ogni tempo. Con il suo "Siate quindi assai preparati a percorrere spazi vicini, voi che spesso percorrete spazi infiniti" Cassiodoro ci insegna che i Veneziani di allora non erano chiusi nelle loro paludi, ma già avezzi a commerciare il loro sale ben più lontano che in Istria o a Ravenna. All'epoca i Veneziani non hanno ancora costruito la loro città come oggi la conosciamo. Le abitazioni sono sparse sui dossi più emersi delle barene, con fondamenta ottenute intrecciando rami flessibili alla maniera dei nidi di uccelli acquatici. A queste case, come fossero animali domestici, i Veneziani tengono legate le loro navi, che il Prefetto chiede di mettere in ordine di navigazione per effettuare il trasporto. Il documento è molto importante poiché, oltre a sancire una significativa presenza dei Veneziani come figura collettiva ben precisa e omogenea già nel Sesto Secolo D.C., testimonia che i Veneziani costituiscono un ceppo del Popolo Veneto di usi e costumi assai diversi da quelli dei Veneti di Terraferma. Mentre questi ultimi, fondendosi con gli Euganei, si organizzano in Civiltà stanziali dedite principalmente all'agricoltura e all'allevamento, quindi alla proprietà della terra oggetto di costanti conflittualità per il possesso, i Veneziani si attestano sulla sconfinata vastità del Mare e fanno "girare i rulli al posto dell’aratro e delle falci". Precisando questa raffigurazione, Cassiodoro spiega che i Veneziani hanno come principale attività la raccolta e il commercio del sale, all'epoca moneta paragonabile all'oro per la sua spendibilità su scala mondiale. Essi posseggono un centro per la loro Civiltà sparso sulle isole delle barene costiere dell'Alto Adriatico, ma grazie alla loro abilità come costruttori navali il loro corpo sociale agisce già allora su tutte le coste dell'Adriatico e oltre. Da Cassiodoro abbiamo testimonianza che essi sono già nel 537 D.C. organizzati come compagnia armatoriale attraverso i Tribuni Marittimi, e in condizione di operare in complessi regimi di nolo navale. Un'attività commerciale molto evoluta sia dal punto di vista tecnico amministrativo che da quello della fiducia reciproca necessaria ai contraenti. Il non dover confliggere continuamente per il possesso della terra e l'abitudine al lavoro di squadra necessario sulle imbarcazioni, faranno dei Veneziani il ceppo più sereno e di successo, al punto di diventare ben presto, per la Storia Moderna, il tronco più glorioso e forte dell'intero Popolo Veneto. (Umberto Sartori)"

Costantinopoli - Santa Sofia con
l'aggiunta delle medine musulmane.
L'imperatrice Teodora.
Basilica di San
 Vitale a Ravenna.
Nel 538 Consacrazione della basilica di Santa Sofia (Divina Sapienza) a Costantinopoli, fatta erigere da Giustiniano.
Ultimo Imperatore Romano propriamente detto, Giustiniano tentò la riunificazione dell'impero romano d'oriente e d'occidente: in gran parte vi riuscì. Si innamorò di Teodora, un'attrice (o prostituta) non aristocratica, e per sposarla, trasformandola quindi in imperatrice, sfidò la morale di corte. Teodora salvò poi il loro regno: nell'ippodromo di Costantinopoli, dove si tenevano le gare di corsa con quadrighe di cavalli, i tifosi erano divisi per colori (azzurri, rossi, verdi e bianchi) in ragione della loro posizione teologica, fra monofisisti e difisisti. Le tesi monofisiste racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, mentre quelle difisiste consideravano le due nature separate.
Santa Sofia - Immagine del X sec.
 che mostra a destra
Costantino, che porge
Costantinopoli e a sinistra
Giustiniano che porge Santa Sofia.
Il non interventismo dell'imperatore su tali dispute, oltre ad una pesante politica fiscale, scatenò la rivolta chiamata delle "Nike", "Vittoria", in cui i tifosi, nella presunta acclamazione dei propri pupilli, si sollevavano insieme contro Giustiniano. L'imperatore fuggì dall'ippodromo e, per salvarsi, si imbarcò mandando a chiamare Teodora perché lo raggiungesse. Lei gli mandò a dire che preferiva morire da imperatrice che vivere da suddita. Quindi Giustiniano si calmò, fece convocare la folla insorta all'ippodromo per patteggiare, poi fece chiudere i cancelli e li fece massacrare tutti. Si parla di 35.000 persone. A questo punto Teodora gli fece presente che se non avesse lasciato un ricordo ancora più significativo, sarebbe stato ricordato per l'eccidio nell'ippodromo. Nacque così Santa Sofìa, Sofìa come sapienza divina, un tempio più grandioso di quello di Salomone.

Matrimonio di Sigeberto e
Brunechilde da un manoscritto
del XV secolo.
Nel 543 - Nasce la principessa visigota BrunildeBrunechilde,  (Mérida, ca. 543 - Renève, autunno 613) divenuta, in virtù del suo matrimonio col re dei Franchi di Austrasia, Sigeberto I, regina dei Franchi. Era la figlia secondogenita del re dei visigoti Atanagildo e di Gosvinta dei Balti (?-589), che molto probabilmente era figlia del re Amalarico, ultimo sovrano della dinastia dei Balti e sorella di Galsuinda, regina dei Franchi di Neustria. Sigeberto I, re dei Franchi di Austrasia, considerato che i suoi fratelli avevano sposato delle donne non degne della regalità, inviò messaggeri, con molti doni, al re dei Visigoti, Atanagildo, per chiedere in moglie la sua secondogenita, Brunechilde, definita dal vescovo Gregorio di Tours (536 - 597), bella ma anche intelligente, istruita e di sani principi. Nel 566, Brunilde sposò Sigeberto I, il figlio quintogenito (Gregorio di Tours lo elenca come quarto figlio), del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Clotario I e, sempre secondo Gregorio di Tours, della sua terza moglie, Ingonda, di cui non si conoscono gli ascendenti, portando con sé una ricca dote. Brunilde, subito dopo il matrimonio, sia per le prediche dei sacerdoti, che le conversazioni col marito, abbandonò l'Arianesimo si convertì al cattolicesimo e fu cresimata. Tra tutti i sovrani merovingi Brunechilde fu la sola che ebbe ottimi rapporti con il papa Gregorio Magno, che da Roma le inviò anche alcune reliquie di San Pietro e col quale collaborò per la buona riuscita della missione di sant'Agostino di Canterbury, per la conversione delle popolazioni anglosassoni della Britannia. Verso il 595, erano iniziati i contatti tra Brunilde e suo figlio Childeberto con Gregorio Magno, per il riconoscimento del vescovo di Arles, che poi continuarono per combattere la simonia. Verso il 596 Agostino ed i missionari che lo accompagnavano furono accolti nei regni controllati da Brunechilde con entusiasmo e furono coadiuvati, nella loro missione, tanto che papa Gregorio, nel 601, ringraziò, sia Brunechilde che il vescovo di Autun per l'aiuto dato ai missionari. Inoltre Brunechilde promosse il culto San Martino di Tours mentre, per le critiche che San Colombano espresse nei suoi confronti, per due volte strappò Colombano stesso dal suo monastero per perseguitarlo e incarcerarlo, sino a che Colombano, nel 610, dalla Burgundia si recò in Neustria dove trovò la protezione di Clotario II. Brunilde, pur essendo eccessivamente ambiziosa e avida di potere, fu un personaggio politico di prima grandezza, che riuscì ad imporre l'istituto monarchico contro le ambizioni della nobiltà e pur essendo in buoni rapporti col papato seppe tenere sotto controllo il clero, disponendo a suo piacimento delle sedi vescovili. 

- Il goto Jordanes o Giordane, che scrisse "De origine actibusque Getarum" ossia "Origine e Imprese dei Goti" nel VI sec. d.C., benché si basasse su documenti anteriori,  fornisce molto materiale “accettabile” sugli Slavi. Ad esempio, cita il famoso idromele, il liquore alcolico fatto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto in un famoso banchetto funebre per la morte di Attila. Jordanes parla delle conquiste di Ermanarico, re dei Goti, e scrive: “Fra questi due fiumi (Danubio superiore e Istro ossia Danubio Inferiore) si trova la Dacia che quasi come una corona circonda le rocciose Alpi. Sulla zona pedemontana di sinistra (dei Carpazi) che declina verso nord, cominciando dalla zona dove ci sono le sorgenti della Vistola, su una regione immensa si è insediata la numerosissima tribù dei Venedi o Vendi (Venethae) e, benché la loro denominazione va cambiando ai nostri giorni a causa delle diverse genti che la compongano e delle diverse regioni che queste vanno ad abitare, tuttavia prevalentemente hanno i nomi di Sclavini (Sclaveni) ed Anti (Antae). Gli Sclaveni abitano ad una certa distanza dalla città di Novietunum (probabilmente Noviodunum o Isaccea in Romania) e dal lago chiamato di Mursia (??) fino al fiume Danastrum (Dnestr) e a nord fino alla Viscla (Vistola). Paludi e foreste circondano le loro città. Gli Anti sono i più potenti, specie dove il Ponto (Mar Nero) fa una curva, allargandosi fino al Danaprum (Dnepr)… ”. Anche Procopio di Cesarea nella sua "Guerra contro i Goti" e lo "Strategikon", attribuibile a Maurizio imperatore (fra gli altri), parlano dei Venedi che premono sul confine settentrionale dell’Impero e informano che questi si divisero in Sclavini che occuparono la regione della riva destra del Dnepr e in Anti che si distribuirono lungo il corso medio del Dnepr e del Dnestr, concordando quindi in linea di massima, con le informazioni date da Jordanes. Ciò vuol dire che fra il V e il VI sec. delle tribù Slave si stavano già muovendo in direzione dell’Impero Romano d’Oriente e che esse si scontrarono con i suoi eserciti durante tutti gli anni seguenti, a poco a poco riuscendo ad accaparrarsi i territori della Penisola Balcanica e giungendo fino al Peloponneso in cui si stabilirono definitivamente. Non fu l’unica migrazione Slava perché se ne innestarono altre in altre direzioni, probabilmente sollecitate dai loro dominatori Avari che mantennero uno stato “confederale” fino all’VIII sec. d.C., prima di scomparire. Le migrazioni interessanti sono proprio gli spostamenti verso nordest poiché fu in questo modo che i gruppi, ormai divisi per sempre, si differenziarono fra di loro, almeno e soltanto nella lingua, in Slavi Occidentali e Slavi Orientali. La dicitura Sklavenos è un adattamento greco della parola Slovene o Slavene dell’antico-russo o paleo-bulgaro, abbastanza presente nei toponimi in tutta l’area, il nome Anti invece è completamente sparito. Innanzitutto per l’assonanza non slava di questa parola (persiana, secondo alcuni linguisti) gli Anti potrebbero essere collegati con gli Alani dell’Anticaucaso più che con gli Slavi, veri e propri. E questo sembra confermarlo Procopio di Cesarea quando dice che gli Anti si trovavano ai suoi tempi (VI sec. d.C.), non soltanto fra la riva sinistra del Danubio e il Dnepr, ma anche oltre: fino al Don e al Mar d’Azov. Jordanes, a questo riguardo, menziona tutta una serie di popoli che, secondo lui, erano stati assoggettati da Ermanarico quando questo re goto aveva fondato un grande regno nel sud della Pianura Russa. Descrivendo così l’itinerario del re e dei suoi uomini lungo le correnti d’acqua oggi russe e indicando le aree da lui toccate (era partito dal Baltico ed era giunto fino al Mar d’Azov e in Crimea), già si riconoscono molte tribù baltiche fra i popoli che lì abitavano. Dunque gli Anti, se furono proprio essi a penetrare per la prima volta nella Pianura Russa, incontrarono quelle genti giunte qui in precedenza, ma non vi furono grandi o soventi scontri. L’archeologia ci dà la prova di una situazione “abbastanza pacifica” poiché gli oggetti portati alla luce negli scavi delle famose tombe a tumulo (kurgany e sopki) comuni nell’area slava-orientale o dei “santuari” pagani sono abbastanza mescolati nei loro caratteri distintivi e non sono facilmente attribuibili ad una cultura “slava” piuttosto che ad una “baltica” o “finnica”o addirittura “nomadica”. Essi indicano una promiscuità abbastanza avanzata probabilmente costruitasi attraverso matrimoni misti e cerimonie religiose a volte comuni! Procopio era convinto che Anti e Sclavini non fossero poi genti tanto bellicose: “…poiché quelle tribù, degli Anti e degli Sclavini non hanno un unico governante, ma dai tempi più remoti vivono in “democrazia”. Per questi motivi gli eventi favorevoli o sfavorevoli della vita, il riuscire o il fallire nelle cose, sono sempre questioni di interesse comune. E in tutti gli altri campi le leggi e la vita di queste due tribù barbare sono identiche. Hanno un solo dio, creatore del fulmine che essi ritengono come il signore di ogni cosa e gli portano sacrifici di buoi ed hanno altri rituali sacri. Non riconoscono che ci sia un fato prestabilito o un potere che possa decidere del destino dell’uomo e quando la malattia o la morte impende o quando si trovano in pericolo in una guerra essi promettono al loro dio che gli faranno sacrifici (eccezionali) se ne verranno fuori incolumi. Adorano i fiumi e le ninfe ed altri dèi, fanno loro sacrifici e prevedono il futuro col loro aiuto. Vivono in povere capanne, sparse e lontane l’una dall’altra e spesso cambiano di sede. In guerra scendono a piedi contro il nemico con scudo e lancia nella mano, mai con un’armatura. Alcuni di loro non hanno né camicie né mantelli. Qualcuno ha dei pantaloni tenuti insieme da una alta cintura stretta sulle anche e vanno incontro al nemico vestiti così. Parlano tutti la stessa lingua, una lingua non raffinata, ma barbara. Né si differenziano fra di loro (nelle forme del corpo e nei tratti del viso). Si distinguono dagli altri (popoli barbari) per l’altezza e per la grande forza (delle membra), la loro pelle non è troppo bianca né troppo rosea, ma neppure troppo scura, solo un po’ abbronzata. Il modo di vita è simile a quello dei Massageti, rude, senza comodità, sempre coperti di porcherie, colpiti dalla povertà ma non dal male e tengono la morale semplice degli Unni…”. L'imperatore Maurizio ne ebbe un’impressione analoga: “(Gli Sclavini e gli Anti) hanno modi molto simili di vita e di costumi e sono molto liberi, non sottostarebbero a qualsiasi schiavitù, almeno non nella loro terra. Sono molto numerosi e resistenti alle fatiche, sopportano senza problemi il caldo e il freddo, la pioggia anche quando manca loro il vestito o il cibo. Sono molto accoglienti verso gli ospiti e li accompagnano ovunque l’ospite chieda di andare, per proteggerlo, e quando l’ospite a causa di una loro svista soffre per qualche disgrazia ecco che colui che aveva affidato l’ospite ad un altro litigherà aspramente con chi lo ha trascurato perché si ritiene che l’ospite debba essere vendicato dell’offesa subita. Gli uomini che (questi barbari) hanno in cattività, non li detengono a lungo come fanno altre genti, ma solo per un certo tempo stipulato previamente. Dopodiché lo rilasciano e costui è libero o di rimanere dov’è, da libero, oppure di tornarsene al suo paese. In quest’ultimo caso è obbligato a pagare un certo indennizzo…”. Gli Àvari, dominatori di quel territorio occupato dalla “marea” Slava, impiegavano queste genti per contrastare l’Impero Romano con le loro scorrerie. Abbiamo una testimonianza (fine del VI sec. d.C.) in cui un avamposto imperiale aveva catturato una missione composta di slavi del Baltico che riferì che il loro popolo era stato spinto a scontrarsi con i Romani dagli Àvari, ma di aver rifiutato “perché erano gente pacifica”. Per quanto riguarda gli Sclavini riusciamo invece a trovare tracce della loro migrazione nella Pianura Russa allorché nella tradizione sulla fondazione di Novgorod-la-Grande sono implicati appunto gli Sloveni o Slaveni. Dunque una tribù di Sclavini aveva risalito i fiumi fino al limite dell’agricoltura praticabile e si era stabilita intorno al Lago Ilmen nel grande nord prima del IX sec. d.C. E’ certo che i primi migranti slavi a spingersi quanto più lontano possibile dal luogo d’origine dal lato sud delle Paludi del Pripjat furono i Vjatici e i Radimici i quali raggiunsero l’alto Volga e vennero a stretto contatto coi Bulgari e i Magiari dell’Okà (affluente del Volga superiore). Per di più all’analisi glottologica la parola Vjatici corrisponde bene a discendenti dei Vendi (Vend-ic’), i Vendi/Venedi. Enumerando le tribù slave della Pianura Russa è facile accorgersi che alcune di esse avessero “parenti” anche lontani, nella Slavia Occidentale; dunque non solo gli Anti concorsero al popolamento slavo della Pianura Russa. Il quadro che si delinea è una serie di migrazioni a raggiera che partono più o meno dall’area fra l’Elba e l’Oder e si dirigono principalmente verso sud verso nord-est, nell’ambito delle grandi migrazioni dei popoli del nord meglio note nella storiografia tedesca col nome collettivo di Völkerwanderung e in quella russa con Pereselènie Naròdov (Переселение Народов).

L'imperatore Giustiniano.
 Basilica di San Vitale,
a Ravenna.
Nel 545 - Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, poichè da Costantino in poi l'imperatore era anche a capo della Chiesa, emana l'Editto contro i "Tre Capitoli", che provocherà lo scisma della cristianità dell'Italia settentrionale e nord-orientale. Lo scisma tricapitolino (o Scisma dei Tre Capitoli) di un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, che interruppero le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, avvenne per il rifiuto delle posizioni assunte dalla cristianità nel Concilio di Costantinopoli II del 553, che aveva accolto i principi dell'Editto contro i "Tre Capitoli" con cui l'imperatore romano orientale Giustianiano I (527-565), per salvaguardare l'unità dell'impero romano d'Oriente nel suo disegno di espansione dell'egemonia sui ricchi paesi dell'area mediterraneo-orientale, a maggioranza monofisista, cercava di ingraziarsi gli eretici monofisiti, numerosi e con molti agganci politici, compresa l'imperatrice Teodora. Le tesi monofisiste, che racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, erano state condannate dal concilio di Calcedonia (451), ma l'imperatore, poiché non avrebbe potuto rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle Chiese, decise di condannare alcuni teologi del passato, assertori di teorie difisiste (quindi calcedoniane) sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza. Il nestorianesimo è la dottrina cristologica, erroneamente attribuita al vescovo di Costantinopoli Nestorio (381-451) è un difisismo estremo che afferma la totale separazione delle due nature del Cristo, quella divina da quella umana e riconosce in Maria colei che ha generato l'uomo Gesù e non Dio, per cui rifiuta a Maria il titolo di «Madre di Dio» (Theotókos) riconoscendola solo come "Madre di Cristo" (Christotókos), credendo che colui che fu nato da Maria era solo un uomo in cui Dio poi discese, così come discese nei profeti. Il nestorianesimo riconosce in Cristo, piuttosto che di due nature, di due persone (Dio e uomo), unite più dal punto di vista "morale" che sostanziale. L'umanità, il corpo di Gesù, sarebbe stata una sorta di "tempio dello Spirito" in cui era accolta la divinità. Tale dottrina fu condannata dal Concilio di Efeso del 431, che impartiva come dogma della Chiesa l'applicazione a Maria dell'attributo Theotókos. Quel concilio era stato rigettato da quei cristiani che poi vennero definiti nestoriani, in particolare quelli dell'Impero persianoe delle antiche Chiese d'Oriente. Pertanto, con un editto imperiale, intorno all'anno 545, Giustiniano condannò come eretici
- la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), 
- gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo, 
- una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro. Questi scritti, raccolti appunto in tre "capitoli", venivano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore all'attribuzione  Theotokos (Madre di Dio) a Maria e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoro, inoltre, era considerato il maestro di Nestorio e nei suoi scritti tendeva a giustapporre le due nature, senza riuscire a spiegare in maniera soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona. Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia ed erano morti da tempo. La confutazione dei "Tre Capitoli" era stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea. Il vescovo africano Facondo di Ermiane, contrario alla condanna, pubblicò la "Difesa dei Tre Capitoli" esponendo in modo circostanziato i motivi della sua contrarietà. Giustiniano convocò un concilio ecumenico (Costantinopoli II), il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (l'8 dicembre 553). Molti vescovi dell'Italia Settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano, anche perché già durante il concilio di Calcedonia, nel 451, i teologi antiocheni erano stati riammessi nelle loro sedi e la vicenda doveva essere chiusa. Pertanto, questi vescovi non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa. Tra questi "ribelli" all'autorità imperiale e conciliare c’erano i vescovi Ausano e Macedonio, a capo rispettivamente delle province ecclesiastiche di Milano e di Aquileia. Il loro dissenso si acuì ulteriormente ai tempi del successore di papa Vigilio, papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo tentativi di chiarimento e persuasione, invitò il Generale dell'Impero d'Oriente Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Narsete, rappresentante dell'autorità imperiale a Roma, non volle però obbedire alla richiesta del papa. Così la Chiesa di Aquileia si rese gerarchicamente indipendente ed il suo vescovo Paolino I (557 -569) fu nominato Patriarca dai suoi suffraganei (nel 568) per sottolineare la propria autonomia. Nel 568 i Longobardi iniziarono l'invasione del Nord Italia per cui il patriarca Paolino trasferì la sua sede e le reliquie alla città di Grado (Aquileia Nova), rimasta bizantina fino al  606, quando il Patriarcato di Aquileia si divise in due sedi: Aquileia e Grado. Il territorio ecclesiastico era suddiviso in diocesi, governate da un vescovo (episcopus) e corrispondenti grosso modo ai municipia amministrativi romani. Più diocesi erano "suffraganee" (dipendenti) di una sede "metropolitica".
Carta del 550 con le sedi imperiali
di Milano, Ravenna,
Roma e Costantinopoli, oltre
ad altre sedi di patriarcati,
come Aquileia, che essendo
però "tricapitolina" fece
scegliere all'esarcato bizantino,
come sede del patriarca,
Grado.
Le “metropoli” nel nord Italia furono inizialmente Milano ed Aquileia, a cui si aggiunse Ravenna nel V secolo, in quanto sede imperiale in tale periodo. I metropoliti erano chiamati “arcivescovi” (“archiepiscopi”) e le sedi metropolitiche “arcidiocesi”; alcuni  metropoliti, nelle sedi più importanti, presero il titolo di “Patriarchi” (ad Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Aquileia), mentre quello di Roma, ma non solo lui, ad un certo punto iniziò a chiamarsi “Papa”. Da Milano dipendevano non soltanto l’Italia nord occidentale, ma anche terre transalpine, come ad esempio, la diocesi di Coira (l'antica Curia e attuale Chur, capitale del Canton Grigioni  svizzero). La provincia ecclesiastica di Aquileia, oltre a comprendere l’Italia del nord Est si spingeva addirittura nella Raetia secunda (Baviera), nel Norico (Austria) e nei Balcani, fino alla Pannonia (Ungheria). Così, sia per la sua vastità che per la sua importanza, era diventata un patriarcato. Ad  Aquileia  venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il sostegno dei Longobardi (come il duca del Friuli, Gisulfo II); a Grado, alla cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori di dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano, cattolico, sostenuto dall'esarca bizantino Smaragdo). La Chiesa scismatica tricapitolina, come aveva ribadito un sinodo convocato a Grado nel 579 dal patriarca Elia, rimaneva rigorosamente calcedoniana: manteneva il credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica (anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita, come prevedibile) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza dei Nestoriani. La Chiesa scismatica di Aquileia non riconobbe più l'autorità del papa perché contestò vigorosamente, fino alla rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie e, inoltre, i tricapitolini non ritenevano necessaria tale condanna perché i teologi antiocheni avevano accettato la cristologia espressa dal concilio di Calcedonia. L'arcidiocesi di Milano, che inizialmente faceva parte del gruppo che aveva rifiutato con sdegno la condanna dei tre teologi antiocheni,  tornò però presto in comunione con l'ortodossia romana e greco-orientale: l'arcivescovo Onorato, incalzato dall'invasione longobarda intorno all'anno 570, si trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina) e rientrò in piena comunione con Roma e con Bisanzio. Il clero minore milanese, rimasto sul territorio diocesano, che dal 568 era sotto la dominazione longobarda, rimase prevalentemente tricapitolino ancora per diversi anni. Le altre diocesi dipendenti dal metropolita di Aquileia (dei due, quello che aveva la sua sede proprio ad Aquileia longobarda) rimasero scismatiche. In particolare la diocesi di Como, il cui vescovo sant'Abbondio aveva avuto un ruolo diplomatico importante proprio durante la preparazione del concilio di Calcedonia, recise il rapporto di dipendenza dall'arcidiocesi di Milano e Como divenne suffraganea di Aquileia. La diocesi comense venera ancora oggi, con il titolo di santo, un vescovo, Agrippino (vescovo dal 607 al 617), che si mantenne in modo intransigente su posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana. I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto, cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Austria longobarda (l'Italia nord-orientale), tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento "cattolico" si impose definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli. Il consolidamento anche nell'Italia settentrionale, dopo che nel resto dell'Europa, di un cattolicesimo saldamente unito alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di San Colombano a Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda. Colombano riprese il simbolo del trifoglio, già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, ma anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed il papato di Gregorio I e successori. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

- Durante il VI secolo, gruppi di Suebi o Svevi si stabiliscano in Baviera (da paese dei Baivarii = abitanti della Baia, Boemi, abitanti della terra degli antichi celti Boi), mentre l'antica Boiohaemum (ovvero la terra dei celti Galli Boi), la Boemia vera e propria, è colonizzata dagli antenati slavi dell'attuale popolazione ceca dopo un'ulteriore migrazione dei Marcomanni verso sud-ovest.

L'Impero asiatico Göktürk dal 551 al 572
Nel 552 - In Asia viene fondato l'Impero Göktürk, (in realtà una federazione di tribù turche seminomadi originarie delle steppe dell'Asia Centrale), allorquando il clan Ashina rovescia i Juan Juan uiguri. Storicamente, il termine "uiguri" (che significa "alleati", "uniti") venne applicato a un gruppo di tribù di lingua turca che viveva nell'odierna Mongolia, generalmente identificati con i Tie-le (a loro volta spesso collegati con i Ting-ling) delle cronache cinesi.
Gli Àvari stessi erano una combinazione di un popolo di stirpe uigura (etnia turcofona oggigiorno di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang, insieme ai cinesi Han), chiamato Hund, e (in base a indicazioni antropologiche e etimologiche sul nome di un khagan avaro chiamato Baian, parola che significa "prospero" in mongolo ma significa "donna" nella maggior parte delle lingue del gruppo altaico occidentale) un popolo di stirpe mongola, detto Var, che si era formato intorno a Balkh (provincia dell'Afghanistan con capitale Mazar-i Sharif) negli anni tra il 410 e il 470. La loro capitale - in realtà, un campo fortificato - si trovava lungo la riva sinistra del fiume Tibisco (affluente di sinistra del Danubio), non lontano dalla regione ungherese dell'Hortobagyi. Insieme ai turchi "Gok" (celesti), gli uiguri furono dunque uno dei maggiori e più importanti gruppi di lingua turca ad abitare l'Asia Centrale e formarono una federazione tribale retta dal Juan Juan dal 460 al 545 e dagli Eftaliti dal 541 al 565, per poi essere sottomessi dal khanato dei turchi Gok. Noti alle fonti cinesi come Huihe (Huíhé) o Huihu, gli uiguri sotto la guida di Khutlugh Bilge Kul, nell'VIII secolo si sostituirono ai Gokturch alla guida del khanato.

Vari khaganati nell'mpero Göktürk nel 600 da: https://upload.
- Migrati dai territori dell'impero Göktürk, gli Àvari, (popolazione nomade di lingua turcica, combinazione di un popolo di stirpe uigura chiamato Hund, e un popolo di stirpe mongola, detto Var) strettamente imparentati con i Proto-bulgari, dopo essersi stabiliti nell'area del Volga, fondano un proprio stato, un Khaganato. In seguito gli Àvari compiranno incursioni in Europa, conquistando sia l'intero bacino carpatico e trans-danubiano (terre pannoniche lasciate quasi interamente libere dai Longobardi) sia la piana del Tibisco, creando un regno nel centro dell'Europa che durerà per due secoli. Sconfitti da Carlo Magno, si fonderanno principalmente con gli Slavi orientali ma anche con gli Ungari.

- Khagan o Kha Khan o Qagan, ossia Kagan, o Kha'an, è un titolo di rango imperiale nella lingua mongola e turca ed equivale a designare un Imperatore e chiunque governi un khaganato.

- Probabilmente gli Unni e sicuramente gli Àvari, i Bulgari e i Cazari parlavano una delle lingue turciche, appartenenti alla famiglia delle lingue altaiche (dei monti Altai e del territorio che ne prende il nome, nella Siberia meridionale), che a tutt'oggi sono circa trenta, parlate su un'area che spazia dall'Europa orientale alla Siberia e alla Cina occidentale, da una comunità stimata di 140 milioni di madrelingua e decine di milioni di locutori come seconda lingua; la lingua turcofona maggiormente parlata è il turco, lingua ufficiale della Turchia. Anticamente le lingue chiamate "turche", erano considerate appartenenti al gruppo uralo-altaico, per cui ne era compreso anche l'ungherese, infatti i Bizantini chiamavano l'Ungheria "Turchia", e non solo l'altaico(dei monti Altai e del territorio che ne prende il nome, nella Siberia meridionale).

In blu, le zone dell'Asia in cui sono
parlate lingue turciche, in verde
le mongoliche e in rosso le
lingue manciu-tunguse, da https:
//it.wikipedia.org/wiki/Lingue_
altaiche#/media/File:Lenguas
_altaicas_v_2_(2017).png
- Con lingue uralo-altaiche (categorizzazione che rimane comunque a livello speculativo poiché non esistono sufficienti prove per poterne giustificare l'esistenza e va peraltro ricordato come sia discussa l'esistenza stessa del gruppo altaico, mentre è pienamente accettata quella del gruppo uralico) viene indicato un gruppo linguistico che include: 1) La famiglia altaica (turco, mongolo, kazaco, usbeco, manciù e i suoi derivati). Le lingue altaiche (dei monti Altai e del territorio che ne prende il nome, nella Siberia meridionale) sono una famiglia linguistica che include 60 lingue parlate da circa 250 milioni di persone, particolarmente in Asia centrale, settentrionale e orientale. I sostenitori della tesi genetica considerano la famiglia altaica costituita da: le lingue turciche (o turche), le lingue mongoliche, le lingue tunguse (o manciu-tunguse).
Carta con le aree in cui si parlano
lingue uraliche, che comprendono
gli ugro-finnici e i samoiedi.
Da https://it.wikipedia.org/wiki
/Lingue_uraliche#/media/File:
Linguistic_map_of_the_
Uralic_languages_(it).png
 
2) La famiglia uralica (ungherese, finlandese, estone, ecc.) è composta da circa 30 lingue parlate da approssimativamente 20 milioni di persone. Il nome della famiglia linguistica si riferisce alla più accreditata località della Urheimat (area d'origine del proto-uralico), che si troverebbe vicino ai monti Urali. I paesi con un numero significante di locutori delle lingue uraliche sono l'Ungheria, la Finlandia, l'Estonia, la Russia, ed i paesi confinanti con la presenza di minoranze appartenenti al gruppo linguistico uralico come la Norvegia, la Svezia, la Romania, la Slovacchia e la provincia autonoma della Voivodina (Serbia), Austria, Slovenia, Croazia e la Ucraina. Le lingue col maggior numero di locutori sono l'ungherese, il finlandese e l'estone. Altre lingue rilevanti sono il mordvino e il mari (in Russia) e il permiano. La famiglia delle lingue uraliche comprende i due gruppi degli ugrofinnici e dei samoiedi. Gli ugrofinnici sono distribuiti lungo un territorio che va dal Bacino Pannonico, in Europa centro-orientale, alle regioni artiche della Scandinavia, dal Mar Baltico alla Siberia.

Cartina dell'Impero Romano d'Oriente,
denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: in rosso l'Impero
che Giustiniano eredita, in arancio
i territori che riconquista. Sono
indicati i nomi delle popolazioni
 esterne all'Impero, oltre
alle regioni e città dell'impero.
Nel 553 - Concilio di Costantinopoli II. Giustiniano convocò questo concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'"Editto contro i Tre Capitoli" e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli,  fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553). Il concilio di Costantinopoli II del 553 condannò inoltre l'empia lettera che incolpava Cirillo di aver insegnato come Apollinare ed in maniera eretica, ed il Concilio Efesino di aver condannato Nestorio senza esame e che chiamava empi e contrari alla retta fede i dodici capitoli di Cirillo. (Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM, Denzinger et Scoenmetzer 437).

Maggiori centri della laguna
veneziana nel VI secolo
Nel 554 - Con la prammatica sanzione di Giustiniano, il Veneto è riunito all'impero romano d'oriente. Nel VI sec. Murano è molto popolata e ascritta alle Isole Primarie dell'estuario veneto, la Venezia Marittima, nuovo territorio dell'impero romano d'oriente.

La penisola iberica nel 550
Dal 561 - In Hispania, durante il regno del re svevo Carriarico e quello del suo successore, Teodemaro, anche per l'influenza di san Martino, vescovo di Braga, il popolo svevo si converte al cattolicesimo.

Khaganato degli Àvari e Grande
Bulgaria Antica da: https://it.wikiped
ia.org/wiki/Grande_Bulgaria#/media
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Nel VI secolo - Gli Àvari, dopo essersi insediati in Pannonia, spingeranno i Longobardi a migrare verso l'Italia. Con il capo (khagan) Baian (565-602) raggiungeranno il loro apice di importanza in Europa, guardando verso sud e arrivando nel 626 a cingere d'assedio la stessa Costantinopoli (grazie a un'alleanza con i persiani), mantenendo comunque saldo il controllo in una vasta area di Europa centrale. Una situazione caotica seguirà all'ascesa al potere degli Àvari in Europa dopo il 550 e la dinastia bulgara  Onoghur (580-685) mischierà il patrimonio avaro con quello bulgaro; il nome Onoghur deriva, probabilmente, da "Oghuz", mentre il nome "Ungheria" usato oggi deriva da Onogur.

Dal 568 - I Langobardi, comunemente detti Longobardi, iniziano l'invasione dell'Italia. Paolo Diacono, nella sua "Historia Longobardorum", descrive l'Italia del VI secolo come paesaggio desolato, dominato dalla solitudine e dalla paura. Romània (da cui Romagna) è il nome con cui i Longobardi indicavano i possedimenti dell'impero romano d'oriente, detto poi bizantino, in Italia, in particolare la zona di Ravenna. Così negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia conquistando tutto il Nord della penisola tranne le coste della Liguria e del Veneto. Al Centro e al Sud si formarono invece i ducati longobardi di Spoleto e Benevento, i cui duchi fondatori (Zottone a Benevento e Faroaldo a Spoleto) non sembrerebbero essere venuti in Italia con Alboino, ma secondo alcune congetture - ora divenute maggioritarie - sarebbero arrivati in Italia già prima del 568, come foederati al servizio dell'Impero d'oriente rimasti in Italia dopo la guerra gotica; solo nel 576, dopo il fallimento della spedizione contro i Longobardi del generale bizantino Baduario, i foederati Longobardi di Spoleto e Benevento si sarebbero rivoltati a Costantinopoli, formando questi due ducati autonomi. Dopo la formazione dei due ducati longobardi meridionali, ora Roma era apertamente minacciata e nel 579 fu essa stessa assediata; il senato romano inviò richieste di aiuto all'Imperatore romano d'Oriente Tiberio II, ma questi - essendo impegnato sul fronte orientale - non poté far altro che consigliare al senato di corrompere col denaro i duchi longobardi per spingerli a passare dalla parte dell'Impero e combattere in Oriente al servizio di Bisanzio contro la Persia, oppure di comprare un'alleanza con i Franchi contro i Longobardi.

Cartina dell'Europa con il luogo di
provenienza, la tappe della migrazione
 nell'antica Pannonia dei Longobardi
e i loro insediamenti in Italia.
- Si disgrega quindi l'unità territoriale dell'impero  parzialmente riunito da Giustiniano. Nella popolazione italiana è mal tollerata l'elevata imposizione fiscale imperiale, necessaria a ripagare le spese della riconquista, inoltre la principessa bavara Teodelinda (oggi chiamata Teodolinda), in qualità di regina Longobarda, trasferirà nel dominio Longobardo del nord Italia la fede cattolica tricapitolina, che sarà molto sentita nel nord e nord-est italico. Ormai le società barbarizzate occidentali stanno imboccando un percorso non comune a quello che percorrerà l'impero d'oriente, mentre iniziano lunghe guerre fra l'impero e gli invasori.

Maggiori centri lagunari nel VI sec.
- Il Veneto è travolto dalla calata dei Longobardi del 568. I bizantini perdono gran parte della zona, mantenendo solamente la fascia costiera. È da questo momento che il termine Venetia, un tempo riferito a tutto il Veneto, viene ad indicare solo la zona delle laguneSi trasferiscono in laguna le maggiori  istituzioni religiose, come il Patriarca di Aquileia a Grado e il vescovo di Altino a Torcello.

Nel 580 - Stando alla "Descriptio orbis romani" di Giorgio Ciprio, sembra che l'imperatore d'Oriente Tiberio II divida in cinque province o eparchie l'Italia bizantina: Urbicaria, comprendente i possedimenti bizantini in Liguria, Toscana, Sabina, Piceno, e Lazio litoraneo (tra cui Roma); Annonaria, comprendente i possedimenti bizantini nella Venezia e Istria, in Æmilia, nell'Appennino settentrionale e nella Flaminia; Æmilia, comprendente i possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Æmilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe) e l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio); Campania, comprendente i possedimenti bizantini nella Campania litoranea, nel Sannio e nel Nord dell'Apulia; Calabria, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell'Apulia. Tale riforma amministrativa dell'Italia sembra motivata (secondo Bavant) dalla necessità di riorganizzare l'amministrazione dell'Italia in modo da conservare i territori sotto attacco rendendoli in grado di respingere gli assalti dei Longobardi. Essendo fallito, infatti, ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) per liberare le terre occupate e prendendo dunque atto che per ora non era possibile risospingere al di là delle Alpi il popolo longobardo, fu introdotto il sistema dei «tratti limitanei», anticipando la fondazione dell'Esarcato, realizzata alcuni anni dopo.

Carta della penisola italiana
 nel 582 con l'avvento
 dell'Esarcato d'Italia.
Dal 582 - Nuova amministrazione politico-militare dei domini in Italia e Africa dell'impero romano d'oriente nella figura dell'Esarca voluta dall'imperatore Maurizio (imperatore dal 582 al 602). In Italia, la militarizzazione dei residui territori bizantini fu dovuta all'esigenza di migliorarne le difese, per far fronte alla minaccia longobarda. La separazione del potere civile da quello militare era stato il cardine della politica imperiale, da Diocleziano a Costantino. L'unificazione dei due poteri fu una necessità imposta dagli eventi. L'autorità civile non venne subito soppressa, ma perse sempre maggiore importanza a vantaggio degli ufficiali militari, che accentrarono poteri sia civili che militari. Le province, pur perdurando le cariche civili (come quella di Prefetto del pretorio d'Italia), vennero subordinate al governo dei comandanti militari, detti duces, dux al singolare; nel tempo, il termine di ducato prese a sovrapporsi a quello di provincia. I duces, o magistri militum, erano a capo degli eserciti regionali, mentre a presidio delle singole città erano posti reggimenti (numeri) di 500 soldati circa a capo dei quali vi era un tribunus o un comes. I duchi dipendevano direttamente dall'esarca, il governatore generale dei domini bizantini in Italia. L'esarca riuniva in sé sia l'autorità civile che quella militare e risiedeva a Ravenna, nel palazzo di Teodorico. Nominato direttamente dall'Imperatore, reggeva teoricamente tutta l'Italia ("ad regendam omnem Italiam"). L'esarca era scelto nel ristretto novero di coloro che possedevano la carica di patricius (patrizio). L'imperatore romano Maurizio, nel 584, riformò l'organizzazione dell'Esarcato d'Italia ripartendone i territori in sette distretti, ducati (parola che deriva da chi li comandava, il dux) strettamente controllati e governati dall'esarca di Ravenna: l'Esarcato propriamente detto (dal fiume Panaro, fra Modena e Bologna fino a Ravenna); la Pentapoli formata da Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Classe, Cesarea; il Ducato romano; la Liguria; la Venezia e l'Istria; il Ducato di Napoli; il Ducato di Calabria (comprendente il Bruzio e la parte meridionale dell'Apulia). La popolazione locale fu tenuta a concorrere alla difesa del territorio, che andava ad affiancare i soldati di professione. Veniva così a formarsi un'efficiente macchina difensiva dei territori rimasti, principalmente situati sulle coste, dove maggiori potevano farsi sentire il potere imperiale e la flotta bizantina. L'Esarcato d'Italia aveva come capitale politica, Ravenna e religiosa Roma. I bizantini decisero di proteggere solamente Ravenna, lasciando progressivamente Roma abbandonata a se stessa. Il papa, vescovo dell'Urbe si trovò così a dover supplire l'imperatore romano nell'amministrazione e nel mantenimento della città. Di fatto il pontefice iniziò a svolgere funzioni politiche nel proprio territorio.

Nel 585 - In Hispania, Andeca, l'ultimo re degli Svevi, viene sconfitto e rinchiuso in un monastero. Il regno svevo diventa una provincia del re dei Visigoti, Leovigildo.

Nel 589 -  La sola Chiesa di Roma celebra un Concilio a Toledo, sotto Papa Pelagio II. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli del 381 si era accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). La sola Chiesa di Roma, nel Concilio di Toledo, modificherà questo dogma e stabilirà che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit), variazione che non sarà accettata da vari patriarcati, soprattutto quello di Costantinopoli, che intravvederà in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, e si arriverà, nel 1.054 ad uno scisma della chiesa cristiana in "cattolica", cioè universale e "ortodossa", cioè fedele al dogma del Concilio di Nicea del 325.

- Il 17 ottobre 589 si verifica la rotta della Cucca, una disastrosa alluvione causata dallo straripamento dell'Adige che, secondo la tradizione storiografica veneta, sarebbe stata la causa dello sconvolgimento idrografico che tra il VI e l'VIII secolo modificherà sostanzialmente il panorama fluviale del basso Veneto. La Cucca che dà il nome alla rotta è l'attuale Veronella, presso la quale anticamente passava un meandro dell'Adige oggi abbandonato. Oggi si tende a ridimensionare l'importanza di questo singolo evento e si pensa che gli sconquassi avvenuti nel basso Veneto siano da attribuire a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto tra il VI e l'VIII secolo e alla scarsa manutenzione dei fiumi conseguente alla caduta dell'Impero romano d'Occidente. Il 17 ottobre 589 vi fu una piena eccezionale dell'Adige che ne causò lo straripamento provocando, secondo la cronaca tramandata da Paolo Diacono: « un diluvio d'acqua [...] che si ritiene non ci fosse stato dal tempo di Noè. Furono ridotti in rovina campagne e borghi, ci furono grosse perdite di vite umane e animali. Furono spazzati via i sentieri e distrutte le strade; il livello dell'Adige salì fino a raggiungere le finestre superiori della basilica di San Zeno martire, che si trova fuori le mura della città di Verona [...] Anche una parte delle mura della stessa città di Verona fu distrutta dall'inondazione. » (Historia Langobardorum Liber III, 23). Per la sua cronaca Paolo Diacono prese spunto anche dal resoconto di papa Gregorio I riguardante uno dei miracoli attribuiti a San Zeno: nonostante l'incredibile portata della piena infatti, poca acqua entrò nella basilica a lui intitolata. Oggi si ritiene poco plausibile che, per quanto disastroso, un singolo evento come quello narrato da papa Gregorio I e Paolo Diacono possa aver causato lo sconvolgimento improvviso del corso di tutti i fiumi che sfociavano nella laguna di Venezia; piuttosto, un tale sconvolgimento sarebbe stato il risultato di una serie di eventi, avvenuti nell'arco di più secoli, collegabili sia alla scarsa manutenzione dei fiumi, dovuto al progressivo abbandono delle terre che erano state bonificate in epoca classica e iniziato durante gli ultimi secoli dell'Impero romano d'Occidente, sia a un generale peggioramento delle condizioni climatiche avvenuto a livello globale tra il VI e l'VIII secolo, che portò al parziale scioglimento dei ghiacciai e ad un aumento delle precipitazioni con conseguente progressivo e drammatico incremento della portata dei fiumi. La laguna di Venezia è il frutto dell'opera di una complessa rete fluviale, comprendente i bacini dei fiumi Piave, Sile, Zero, Dese, Marzenego, Brenta, Bacchiglione, Agno, Adige, Tartaro e Po, che creavano un ampio e continuo sistema di foci e lagune lungo tutto l'arco compreso tra Comacchio e Grado: l'antica conformazione fluviale mutò però radicalmente a seguito di questi sconvolgimenti. A partire da nord il Piave, che anticamente sfociava assieme al Sile nei pressi dell'antica Heraclia, spostò il proprio corso a sud, sfociando in mare in corrispondenza di porto di Cavallino: il fenomeno sconvolse la posizione difensiva della città, allora capitale del distretto di Venetikà, che venne a trovarsi ricongiunta alla terraferma ed esposta alle minacce esterne, provocando così l'inizio della propria decadenza. Dal canto suo il Sile, invece, separandosi dal corso del Piave, andò a sfociare nella località ora detta Portegrandi, nei pressi dell'allora esistente porto di Treporti. I fiumi Dese e Zero presero invece a confluire nella laguna nei pressi della città di Torcello, raggiungendo poi il mare attraverso l'allora esistente porto di Sant'Erasmo: il forte afflusso di acque dolci mutò la salubrità della zona, favorendo il progressivo sviluppo di aree malariche, che determinarono il declino dei vicini centri urbani. Il Marzenego raggiungeva il mare attraverso il porto del Lido, entrando nella laguna presso la località detta Campalto e congiungendosi con le acque del Brenta tramite il canale di Cannaregio. Più a sud il Brenta e il Bacchiglione abbandonarono il proprio precedente delta, che condividevano e si estendeva tra il porto di Metamauco e il porto di Chioggia; i corsi dei due fiumi si separarono e il Brenta fu canalizzato e mandato a sfociare in corrispondenza dell'odierna Fusina, parte presso l'abitato di Olivolo e parte attraverso il vecchio porto della città di Metamauco e il vicino porto di Albiola. Sempre nei pressi della città di Chioggia presero a confluire le acque del Bacchiglione, il cui percorso si presentava sensibilmente diverso dall'attuale, poiché questo corso d'acqua, dopo aver lambito Vicenza, non doveva entrare in Padova, ma scorreva a sud della città e si univa, nella zona di Vallonga (il portus Aedro = mansio Evrone), alle acque del Brenta per uscire infine in Laguna. In questo contesto di modificazione fluviale venivano a trovarsi esposti alla forza del mare gli spartiacque interni alla laguna, che probabilmente in precedenza la dividevano negli attuali quattro bacini idrografici. Gli spartiacque (ove in terra emersa) vennero quindi spazzati e sommersi dalle acque, separando i lidi definitivamente dalla terraferma venendo a creare la laguna unita come oggi la conosciamo. Poco più a sud, nell'oggi scomparso porto di Brondolo, prese invece a sfociare la continuazione dei fiumi Agno e Guà (oggi attraverso il canale di Gorzone).
Carta con i fiumi Tartaro, Adige, Po, Po di Volano e i Canali
eseguiti per ovviare gli interramenti del Reno, in passato
affluente del Po.
Sempre a seguito di questi sconvolgimenti, si estinse un ramo dell'Adige che passava per Bonavigo, Minerbe, Montagnana, Este, Sant'Elena, Solesino e sfociava nell'antico porto di Brondolo, mentre il letto del corso principale divenne inadeguato a gestire la nuova portata; i Longobardi, in guerra con l'Esarcato di Ravenna, lasciarono il fiume disalveato come difesa naturale contro potenziali attacchi e la campagna inondata si tramutò in palude per secoli. Il corso del Tartaro rimase pressoché inalterato: anticamente sfociava presso Pellestrina col nome di "canale Filistina", ma perse il tratto finale e confluì in queste paludi; presumibilmente in questo periodo, le sue acque riattivarono anche un antico ramo abbandonato del delta del Po, corrispondente al Po di Adria ossia all'attuale Canalbianco. La tradizione indica sempre il 589 come l'anno in cui il corso principale del Po mutò dal Po di Primaro al Po di Volano, ma dalla lettera del prefetto Cassiodoro ai Tribuni Marittimi Veneziani del 537 si evince che già in quell'anno il Po di Volano era il ramo più attivo.

- Il popolo visigoto (in massima parte ariano), seguendo come di consueto la decisione del re, in questo caso Recaredo, si converte al cattolicesimo.

Papa Gregorio Magno.
Nel 590 - Inizia il pontificato di Gregorio Magno, durante il quale i Longobardi, divisi fra cristiani di fede ariana e pagani, si convertiranno al cattolicesimo. Il romano, di fatto e di cultura, Gregorio, si sente suddito dell'imperatore d'oriente, ma deve difendere e tutelare il territorio di Roma dall'invasione longobarda da solo, poichè l'impero costantinopolitano ha problemi di maggiore e più vicina entità con la Persia. Gregorio si erge quindi come tutore dell'integrità della cristianità occidentale. Nonostante lo scisma tricapitolino, è proprio in questa fase che si intenderà, per Europa, l'insieme della cristianità nei territori barbarizzati dell'ex impero romano d'occidente. Sarà un'Europa sempre più Germanizzata. Popolazioni Germaniche domineranno la Francia, l'Inghilterra, Belgio, Olanda oltre a Germania (con la Prussia nei territori russi), Scandinavia, Austria, Svizzera oltre a una vera e propria mescolanza con le popolazioni della Romania e della Russia (dove le aristocrazie erano di ceppo germanico) e mediterranee, invase e occupate per secoli, Italia per prima oltre all'area balcanica, i territori iberici e il nord-Africa.

Corona ferrea, corona dei Re d'Italia,
conservata nel duomo di Monza.
Nel 591 - A Milano, il langobardo Agilulfo è incoronato Re d'Italia, per la prima volta nella storia, con la Corona Ferrea, fatta assemblare da sua moglie Teodolinda che aveva sposato l'anno prima, nel 590. Teodolinda o Teodelinda (570 - 627) fu regina dei Langobardi e regina d'Italia dal 589 al 616. Figlia del duca dei Bavari, Teodolinda era una principessa di stirpe regale, discendente per parte materna della casata longobarda maggior portatrice del "carisma" regale, i Letingi.
Teodelinda (o Teodolinda)
Per suggellare l'alleanza tra Bavari e Longobardi venne data in sposa ad Autari, re dei Longobardi, asceso al trono dopo una fase di assenza di potere regio. Morto Autari, dopo solo un anno di nozze, Teodolinda si risposò con Agilulfo, duca di Torino, da cui ebbe un figlio, Adaloaldo, futuro re dei Longobardi e il primo ad essere battezzato nella fede cattolica.  Teodolinda, infatti, essendo cattolica, anche se aderente allo scisma dei Tre Capitoli, rappresentò il primo stabile collegamento tra i Longobardi ariani e la Chiesa di Roma, grazie ai suoi rapporti amichevoli con papa Gregorio Magno. Donna bella e intelligente, fu molto amata dal suo popolo, che poté godere durante il suo regno e quello di Agilulfo di anni prosperi e fruttuosi. La regina fu una grande mecenate e fornì Monza - la città da lei resa capitale estiva del Regno longobardo - di una ricca basilica dedicata a san Giovanni Battista, di un palazzo reale e di numerosi oggetti d'arte, tra i quali molte reliquie. Fondò molti altri edifici religiosi nell'intera zona brianzola e favorì la predicazione di San Colombano che approdò, nel 614, alla fondazione del monastero di Bobbio. In età medievale si afferma la centralità dell'incoronazione nella vita degli stati monarchici, come diretta continuazione delle tradizioni romano-costantinopolitane. Trait-d'union fra Oriente e Occidente sarà la Corona Ferrea, diadema dalle origini leggendarie carico di significati religiosi. Secondo la tradizione la lamina di ferro che la circonda al suo interno fu ricavata da un chiodo della Vera Croce di Cristo. La forte sacralità di questo diadema ne fece un segno potente di regalità per la cristianità latina, anche se il famoso chiodo della vera croce era stato trovato da Elena, madre dell'illirico Costantino il Grande, fondatore della Nuova Roma poi chiamata Costantinopoli, che non era stato un cristiano, ma adoratore del sol invictus. La storica Valeriana Maspero ritiene invece che la corona fosse il diadema montato sull'elmo di Costantino, dove il sacro chiodo era già presente. Secondo Socrate Scolastico e Sozomeno (V secolo), Elena fece incastonare uno dei tre o quattro chiodi della vera croce, nel morso del cavallo di Costantino e nell’elmo (o nella corona) per sua protezione.
Il sacro morso del cavallo di
Costantino il Grande, da: http
s://reliquiosamente.com/2013/
03/01/il-morso-del-cavallo-
di-costantino/
L'elmo e il morso, insieme alle altre insegne imperiali, furono portati a Milano dall'imperatore Teodosio I, che vi risiedeva e Ambrogio li descrive nella sua orazione funebre "de obitu Teodosii". Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'elmo e il morso del cavallo di Costantino il Grande furono portati a Costantinopoli, ma in seguito furono reclamati dal goto Teodorico il Grande, re d'Italia, che aveva a Monza la sua residenza estiva e che secondo i documenti del Priorato di Sion era un discendente di Sarah-Damaris Principessa della Tribù di Giuda Bat Yeshuah nata nel 27, figlia primogenita di Gesù (Yeshuah Ben Yossef) e di Maddalena (Mariamne Migdal-Eder Principessa della Tribù di Beniamino). I bizantini inviarono a Teodorico il diadema trattenendo la calotta dell'elmo. Il "Sacro Morso" del cavallo di Costantino rimase a Milano e oggi è conservato nel duomo della città. Due secoli dopo papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece erigere il duomo di Monza. Teodolinda fece fabbricare la Corona Ferrea e vi fece inserire il chiodo, ribattuto a forma di lamina circolare. La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperatore cristiano ne facevano un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e a una continuità con l'impero romano. Nella cultura alto-medievale francese, il re diveniva tale solo con l'incoronazione, mentre nella cultura anglosassone diveniva tale subito dopo la morte del predecessore. Ciò spiega probabilmente la rapidità con cui in Francia si procedeva all'incoronazione, che invece in Inghilterra arrivava talvolta dopo mesi, a sancire a livello cerimoniale i poteri già solidamente detenuti del nuovo re.
Dopo la morte di Agilulfo, Teodelinda fu reggente per il figlio Adaloaldo, ma quando questi venne deposto da una congiura di corte - dopo dieci anni di regno - la regina si ritirò a vita privata e poco dopo morì. Fu sepolta con tutti gli onori nella basilica di San Giovanni, ora Duomo di Monza, dove fu venerata dal popolo locale come una santa. La sua figura, divenuta mitica, fu amatissima e divenne il fulcro di numerose leggende e storie popolari. Da alcuni Teodolinda è stata venerata come beata, anche se la Chiesa non ne ha mai confermato il culto.

Europa e Mediterraneo nel 600.
A partire dal IV secolo (dopo l'Editto di Milano) la Diocesi di Roma divenne proprietaria di immobili e terreni, frutto delle donazioni dei fedeli. Il patrimonio terriero del vescovo di Roma, che era denominato "Patrimonium Sancti Petri" poiché le donazioni erano indirizzate ai santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, nel VI secolo aveva assunto un'estensione di rilievo.


Cartina dell'Europa continentale
 nel 600.
- Verso il 600 gli Slavi occupano i territori dell'Europa centrale lasciati vuoti dai Germani, che si erano spostati all'interno di quello che era l'Impero romano.
Evitando la pianura Pannonica, brulicante di Àvari, attraverso la Polonia giunsero fino alla Pomerania e poi scesero attraverso la "porta di Moravia" e valicarono il Danubio a Vindobona, attraversando la Serbia giunsero fino in Dobrugia e nel Pindo, sovrapponendosi alle popolazioni preesistenti quali Illiri, Daci e Traci, oppure mescolandosi a loro come con i Bulgari, ed alla fine s'infransero sulle mura di Costantinopoli, cosicché dovettero sedentarizzarsi.

Cartina dell'Europa e
Mediterraneo nel 600.
- L'antico Illyricum è invaso da varie tribù barbare fra cui i Goti, che qui rimarranno per 150 anni, gli Àvari e gli Slavi. L'invasione slava, feroce e sanguinaria, ha avuto conseguenze durature nella composizione etnica dei Balcani. Le popolazioni di ceppo illirico diminuiranno ed infine saranno assimilate. Nell'Illiria del sud, le odierne terre albanesi , la popolazione autoctona riuscirà a conservare una relativa identità etnica, ma il loro territorio originale si ridurrà ad una piccola estensione, soggetta alle varie occupazioni di Slavi, Bulgari e Serbi attraverso tutto il Medioevo.

Carta dell'Italia nel 652, alla morte del Re Longobardo
Rotari. In giallo i territori Bizantini, in arancio i
Longobardi, in fucsia i territori contesi fra
Longobardi e Bizantini. Sono indicate le
regioni, i monasteri cristiani e le maggiori città.
Nel 600 - L'invasione dell'Italia da parte dei Longobardi ha prodotto un regno longobardo d'Italia al centro-nord, con capitale Pavia, e due ducati longobardi al centro-sud, con Benevento e Spoleto come capitali. I Longobardi adottarono infatti il titolo nobiliare di Duca e Ducato come entità politica. I titoli Duca e Doge (adottato da veneziani, genovesi ecc.), Duchessa e Dogadessa al femminile, derivano tutti dal latino Dux, "Duce", condottiero. Da qui in poi iniziano i diversi destini fra le aree a nord e a sud della penisola, producendo nel tempo differenze che sono tuttora visibili.

Carta con i dialetti parlati nel
nord italico, di derivazione
gallica (gallico-cisalpino)
e del centro italico di
derivazione latino-autoctona.
- Nel nuovo assetto politico della penisola nasceranno nuovi  nomi per alcune regioni italiche: il cuore del regno longobardo verrà chiamato Longobardìa, da cui Lombardia, e Romània (da cui  Romagna) era il nome con cui i Longobardi indicavano l'esarcato dell'impero romano d'oriente (i bizantini) in Italia, la cui capitale era Ravenna, tradizionale porto che permetteva il collegamento della penisola con Costantinopoli, porto a cui poi si preferirà Venezia, che al momento si stava urbanizzando nel contesto delle Venetie romano-orientali (bizantine). E' infatti in questo periodo che si intensifica l'urbanizzazione nell'arcipelago del Rivo Alto (Rialto), antico nome della città di Venezia, edificata su cinque isole lagunari, per non subire incursioni.
Carta dei dialetti parlati nel sud
italico e isole, derivati dalle lingue
delle popolazioni autoctone e
immigrate.
Il popolamento della laguna veneziana, iniziato con le invasioni barbariche, si intensificherà dagli agli inizi del sec. VII per la pressione dei Longobardi sui possedimenti bizantini.
Carta con linguaggi ritenuti di origine
latina in Europa occidentale,
mentre in quella orientale lo sono
quelli di Rumeni e Moldavi.
A sud, il ducato di Calabria  bizantino, che occupava solo una piccola parte della Calabria di allora (regione in cui anticamente risiedevano gli Apuli e che infatti oggi chiamiamo Puglie) e che invece occupava interamente l'antico Bruzio (la regione anticamente abitata dai Brutii), adottando il nome di ducato di Calabria farà in modo che da lì in poi verrà riconosciuta come Calabria solo l'antico Brutio, che infatti oggi si chiama Calabria.

Carta con i Sassi di Rocca
Malatina (MO) e i passi
dell'Abetone e di Croce Arcana.
- Anche la viabilità subirà modifiche per l'attrito fra i nuovi potentati italici. La via Francigena che collegava  l'Europa continentale a Roma valicando l'appennino tosco-emiliano, fino ad allora passava alla destra del fiume Panaro, attraversando  Zocca, antico punto montano di mercato, per poi  valicare il passo della Croce Arcana, situato fra gli odierni comuni di Fanano (MO) e Cutigliano (PT), aggirando il monte Cimone in senso orario, era controllata dall'Esarcato dell'impero romano d'oriente presso gli attuali Sassi di Rocca Malatina (MO), poco prima di Zocca, che da lì presidiava il confine con i territori controllati dai Longobardi. I Longobardi allora approntarono  un percorso che valicasse il passo dell'Abetone, fra gli attuali comuni di Fiumalbo (MO) e Cutigliano (PT), percorrendo una nuova via alla sinistra del fiume Panaro, passando da Pavullo nel Frignano (l'antico Ferronianum dove vivevano i Celto-Liguri Friniati prima che i Romani li sterminassero) ed aggirando così il monte Cimone in senso antiorario. Questa via di comunicazione nord-sud è utilizzata ancora oggi. A testimonianza di quei giorni, è da segnalare che nel dialetto  modenese della valle del Panaro, per "paiolo" si dice "calzeder", parola con lo stesso significato derivata dal greco, la lingua parlata nell'impero romano-orientale bizantino. Sempre in valle, ci si distingue ancora oggi fra di qua o di là dall'acqua (il fiume Panaro stesso), intendendo così rimarcare profonde differenze culturali.

Carta con la progressiva espansione
dell'Islam e del suo potere dal 632
con Maometto e con i
successivi califfi fino al 750.
Nel 610 - In Arabia, Muḥammad (Maometto) inizia la predicazione del Corano. La predicazione di Maometto iniziò nel nono mese del calendario islamico (Ramadan) del 610. Il calendario islamico si basa su una scansione del tempo puramente lunare in cui l'anno è suddiviso in 12 mesi lunari di 29 o 30 giorni e conteggia gli anni dal 16 luglio 622, data in cui fu compiuta l'Egira dal profeta dell'Islam Maometto. L'egira (in arabo: hijra = emigrazione) indica il trasferimento dei primi devoti musulmani e del loro capo Maometto dalla natia Mecca alla volta di Yathrib. Secondo la tradizione tramandata dal Corano, sul Monte Hira, nei pressi della Mecca, al Profeta sarebbe apparso l'arcangelo Gabriele che gli disse queste parole:"Leggi, in nome del tuo Signore che ha creato, che ha creato l'uomo da un grumo di sangue. Leggi nel nome del tuo Signore il più generoso, che ha insegnato per mezzo del calamo, che ha insegnato all'uomo quello che non sapeva." Maometto sulle prime credette di aver sognato, tanto più che c'è un periodo tra la prima apparizione del Monte Hira e quelle che a distanza di tempo sensibile le seguiranno (ricordiamo che Maometto seguitò a ricevere apparizioni angeliche per tutta la vita). Inizialmente Maometto confidò queste esperienze solo a pochi intimi, tra i quali il cugino Alì e i congiunti Othman e Abu Bakr, mentre solo verso la fine del decennio successivo iniziò a predicare in pubblico una rivelazione monoteistica. Egli predicava un Dio unico "Allah" (parola araba dalla stessa radice dell'ebraico Elohim), per il quale era l'Inviato (rasūl) per concludere il messaggio profetizzato nella Bibbia. Le caratteristiche della sua predicazione erano un duro tono apocalittico, una ferma condanna del politeismo e l'obbligo di pellegrinaggi alla Mecca, attività piuttosto remunerativa.

Insediamenti dei proto-bulgari,
dei cazari e altre popolazioni turche,
da https://it.wikipedia.org/wiki/
Grande_Bulgaria#/media
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- Nel periodo del tardo impero romano, le terre dell'odierna Bulgaria erano state organizzate in diverse province: Scythia Minor, Mesia (Inferiore e Superiore), Tracia, Macedonia, Dacia (a nord del Danubio), Dardania, Rodopi e vi era stanziata una popolazione mista di Geti romanizzati e di Traci ellenizzati. Diverse ondate consecutive di popolazioni slave, tra il VI e il VII secolo, avevano portato alla quasi completa slavizzazione della regione, almeno sul piano linguistico.

- Nel VII secolo, con il collasso dell'impero Göktürk, dovuto ad un conflitto interno, la parte occidentale dell'impero si divide in due confederazioni: i proto-bulgari, guidati dal clan Dulo, ed i cazari, guidati dal clan Ashina. I proto-bulgari (di stirpe uralo-altaica) erano una popolazione turcica con elementi iraniani stanziati lungo il fiume Bolga, in seguito chiamato Volga, dove erano giunti a partire dal II secolo, provenendo dall'Asia centrale al seguito degli Unni prima e degli Àvari poi. Negli stessi territori nord-caucasici si erano stanziati i cazari, nome che essi stessi si erano dati e che proveniva da un verbo che in lingua turcica significa "vagabondare", confederazione di popoli turco-altaici seminomadi originari delle steppe dell'Asia Centrale in cui erano confluiti elementi slavi, iranici e i resti dei Goti di Crimea.

Khanato Bulgaro e di Khazaria ed
estensione dell'impero Cazaro nel suo
insieme con  indicati gli anni
delle conquiste dei suoi territori.
Da https://it.wikipedia.org/wiki/
Cazari#/media/File:Chasaren.jpg
Nel 618 - Inizia, con il Khanato di Khazaria (618 - 1016), la formazione dell'impero Cazaro. I Cazari (o anche Khazari o latino Gazari o Cosri) fondano il Khanato di Khazaria nelle regioni più sud-orientali dell'Europa, vicino al Mar Caspio ed al Caucaso. Un Khanato o Canato è un territorio su cui governa un Khan, tipico dell'Europa orientale e dell'Asia. Spesso è di derivazione mongola, derivato dal frazionamento del grande impero creato da Gengis Khan. La maggior parte dei khanati sono scomparsi tra il XVI e il XIX secolo con la formazione degli imperi ottomano, persiano, russo e cinese. Oltre alla regione oggi chiamata Kazakistan, il khanato di Khazaria comprendeva anche parti dell'Ucraina, l'Azerbaigian, il sud della Russia e la penisola di Crimea. Intorno al periodo di fondazione del khanato molti Cazari si convertirono al giudaismo. Il nome “Cazari” che essi stessi si sono dati proviene da un verbo in lingua turca che significa "vagabondare".

Grande Bulgaria da https://it.wiki
pedia.org/wiki/Grande_Bulgaria
#/media/File:Map_of_Old_
Great_Bulgaria_it.svg
Nel 632 - Il khan Kubrat del clan Dulo riesce ad unificare le tribù proto-bulgare, che si trovavano precedentemente sotto il dominio del Khaganato Göktürk occidentale, in uno stato indipendente, il Khanato di Bulgaria chiamato dagli storici bizantini Grande Bulgaria (altro nome in bolğar: Onoguria/Onoghuria, forse da Oghuz). Secondo le analisi delle fonti bizantine ed armene, i confini del paese si trovavano tra il basso corso del Danubio ad ovest, il mar Nero e il mar d'Azov a sud, il fiume Kuban' ad est e il fiume Donec a nord. La capitale dello stato era Fanagoria, sul mar d'Azov. Kubrat divenne un alleato dei bizantini, ma la pressione dei Cazari da est portò alla dissoluzione della Grande Bulgaria nella seconda metà del VII secolo, per cui il popolo proto-bulgaro si trasferì nei territori delle attuali Bulgaria e Ungheria.

- Nello stesso 632 muore Muḥammad (Maometto) e la questione della sua successione è all’origine della più grande divisione all’interno dell’Islam. Da una parte gli alidi, i discepoli di ʿAlī ibn (ibn = figlio di) Abī Ṭālib, marito di Fatima, la figlia di Maometto, indicati anche dal Profeta con il termine di "sciiti", ritenevano che gli unici legittimati ad esercitare il potere fossero l'Ahl al-Bayt, la "Gente della Casa" (esponenti della famiglia del Profeta) e che dunque ˁAlī, la loro Guida, sulla base delle indicazioni fornite dal Profeta (vedi Ghadīr Khum) fosse l’unico successore legittimo. Gli sciiti inoltre sostenevano che il ruolo di Imam (guida religiosa) e Califfo (autorità politica) dovessero cumularsi in un’unica persona. Dall'altra i "sunniti" (definizione data da Ibn Ḥanbal, col significato di "Gente che si rifà alla tradizione [di Maometto] e che non origina secessioni" invece ritenevano che qualsiasi fedele di buona capacità religiosa e non necessariamente discendente del Profeta, anche se preferibilmente appartenente alla sua tribù, i coreisciti, potesse guidare a pieno titolo la Comunità islamica. A Medina, il giorno stesso della morte del profeta, i suoi compagni fedelissimi fra cui Abu Bakr, Omar ibn (ibn = figlio di) al-Khattab, Abu Ubayda ibn al-Jarrah, Talha ibn Ubayd Allah e alcuni altri, tutti meccani coreisciti (cioè più o meno imparentati con la tribù di Maometto, i Banū Quraysh della Mecca), si radunano per dare una successione a Maometto. Nella disputa generale, i sunniti hanno la meglio ed il prescelto è Abu Bakr 'Abd Allah ibn (ibn = figlio di) Abi Quhafa, cognato di Maometto, suo amico d'infanzia e primo convertito maschio e maggiorenne all'Islam (lo avevano preceduto la moglie di Maometto, 'A'isha e il minorenne cuginetto Ali ibn Abi Talib). Gli sciiti dovettero riconoscerlo come primo Califfo poiché eletto dal resto della comunità (l'Umma). Abu Bakr è eletto come "Khalīfat rasūl Allāh" (Vicario o successore del Profeta di Allah), che in italiano è ridotta a "califfo", titolo che ingombrerà la Storia araba fino al 1926. Il neo-califfo Abu Bakr dovette lottare subito contro lo scissionismo delle tribù arabe ribelli, moto che è passato alla storia come "Ridda". La Ridda fu combattuta e vinta da due grandi generali musulmani, Khalid ibn al-Walid e Ikrima ibn Abī Jahl, che fra le altre vittorie annoverano quella nella battaglia di 'Aqraba', contro la tribù dei Banu Hanifa nel 633. Abū Bakr, passato ai posteri come un personaggio mite e gentile, regnò fino al 634, anno in cui morì. Alla sua successione fu chiamato Omar ibn al-Khattab. 

Nel 634 - Sale al potere Omar ibn al-Khattab, secondo califfo dell'Islam dal 634 al 644 che si ritrova, dopo le battaglie dovute alla Ridda (scissionismo delle tribù arabe ribelli), la penisola arabica unita sotto il vessillo islamico. Quindi poté anzitutto, con l'ausilio del suo generale Khalid ibn al-Walid, scagliarsi contro le province di confine del deserto arabo-siriano, soggiogando i reami semi-sedentarizzati del Nord. Quindi, le armate musulmane si riversarono in SiriaPersia ed Egitto. I due imperi che premevano l'Arabia a Nord, l'Impero Sasanide e quello Romano (d'Oriente) erano in crisi dopo la ventennale guerra che era terminata solo nel 628. Costantinopoli, retta dall'imperatore Eraclio, aveva recuperato Siria e Palestina sconfiggendo i Sasanidi, ma né il vincitore né tanto meno lo sconfitto erano in grado di affrontare nuovi scontri militari, sicché le armate musulmane poterono in pochi anni prendere Palestina e Siria senza grosse difficoltà. Già nel 633, Abū Bakr aveva inviato forze ausiliare contro la Palestina, creando disordini ai Bizantini, poi nell'aprile 634, Khalid ibn al-Walid invase la Siria con un esercito regolare ed occupò prima Palmira e poi Damasco. Eraclio reclutò un poderoso esercito con  cui poté scacciare i musulmani da Damasco, ma non poté sostenere l'urto dello scontro frontale avvenuto nel luglio 636 nella battaglia sul fiume Yarmuk. Siria e Palestina finirono stabilmente sotto dominazione araba e vennero rette da Abū Ubayda. Il califfo Omar visitò Damasco nel 637 e Gerusalemme cadde l'anno dopo. Poi, preso l'Egitto, l'espansionismo arabo diresse le sue mire sulla Cirenaica libica. Le fiorenti città costiere bizantine di Cirene, Leptis Magna, Bengasi caddero in tre anni, tra il 642 ed il 645. L'Africa settentrionale si avviava ad essere una terra musulmana.

Migrazioni dei proto-Bulgari da: https://upload.wikimedia.
org/wikipedia/commons/3/3f/Old_Great_Bulgaria_
and_migration_of_Bulgarians.png
- Da https://it.vision1cycling.com/obrazovanie/90630-han-kubrat-biografiya-foto.html: Nel periodo 634-641, Khan Kubrat della Grande Bulgaria antica, (in bolğar: Onoguria/Onoghuria, N.d.R.) conclude un'alleanza amichevole con l'imperatore bizantino e riceve da lui un titolo nobiliare. Questo può significare che il khan cadde sotto il dominio dell'imperatore. Non ci sono informazioni sulla diffusione del cristianesimo tra i proto-bulgari, ma il fatto che gli antenati del popolo tataro (probabilmente i proto-bulgari) fossero cristiani, rimane un fatto indiscutibile. Alcuni storici sostengono inoltre che Kubrat, battezzato già a 12 anni, in seguito rinunciò al cristianesimo e ritornò alla religione originale, che era Altaica (lo sciamanesimo N.d.R.). Khan Kubrat ha avuto cinque figli: 1) Batbayan, che fedele alla volontà di suo padre e rimase nella Grande Bulgaria anche dopo la conquista dei Khazari. 2) Kotrag, che diresse la tribù detta di kotragov, e gli storici credono che entrambe le tribù formarono successivamente la Bulgaria del Volga. I tatari moderni riconoscono Kotrag come fondatore del Tatarstan, molti di loro si considerano discendenti di antichi bulgari. In effetti, i tatari di Kazan e i bulgari caucasici hanno lingue simili. E parlando del grande sovrano (padre Kotrag) nella sua lingua nativa, i tartari avrebbero usato la frase "rundanda khan Kubrat", dove la prima parola è tradotta in russo come la preposizione "o". 3) Asparuh con una tribù di bariards (boiardi, nobili) andò verso il fiume Danubio. Fu lui a combattere contro Bisanzio, sconfisse Costantino IV e fondò lo stato della Bulgaria, il primo impero bulgaro. 4) Coober (o Kuver) si spostò a sud verso la Macedonia moderna. 5) Alzek, il figlio minore di Kubrat, andò nel territorio dell'Italia moderna, dove si sottomise ai re cristiani. (Prima nei pressi di Ravenna, con 2.000 persone, poi nel beneventano con 700 persone e 1.300 rimasero nel ravennate, N.d.R.). Sulla costruzione del parlamento bulgaro sono state scritte parole meravigliose: "La connessione è potere". Si ritiene che questa saggezza appartenga a Khan Kubrat. È stato lui a insegnare ai suoi figli che una bracciata di canne non è facile da spezzare, quindi è importante rimanere uniti. Tuttavia, i figli di Kubrat non obbedirono al padre e quindi furono conquistati dai Khazari. Lo stesso Kubrat morirà nel 665. La dinastia proto-bulgara Onoghur (580-685) a cui apparteneva Khan Kubrat della Grande Bulgaria antica, (in bolğar: Onoguria/Onoghuria) mischierà il patrimonio genetico àvaro (combinazione di un popolo di stirpe uigura, etnia turcofona oggigiorno di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina) con quello bulgaro (stirpe uralo-altaica, popolo turcico con elementi iraniani, che viveva lungo il fiume Bolga in seguito chiamato Volga, da cui l'aggettivo bolğar, bulgaro). Il nome Onoghur deriva probabilmente da "Oghuz" (confederazione di tribù di turchi dell'Asia Centrale che parlavano una lingua del gruppo sud-occidentale delle lingue turche, da cui emersero poi i Selgiuchidi) mentre il nome "Ungheria" usato oggi deriva da Onoghur, stirpe proto-bulgara.

Dal 638 Dopo la morte del re merovingio di tutti i Franchi Dagoberto I nel 638, il ducato d'Alamannia, come il ducato di Baviera, il ducato d'Aquitania e il ducato di Bretagna sciolsero i loro legami dal regno dei Franchi e raggiunsero l'indipendenza, sino alla prima metà dell'VIII secolo, quando gli Arnolfingi, in qualità di Maggiordomo di palazzo, ridussero l'Alamannia nuovamente ad una provincia del regno dei Franchi.

Nel 643 - Editto di Rotari, fondamentale per la legislazione Longobarda. Nella cultura longobarda era fortissima l'usanza tribale della faida per gestire i conflitti. Le lunghe catene di omicidi che provocava impediva una continuità politico-amministrativa e con l'editto si fissò un prezzo per ogni sopruso, evitando così ulteriori bagni di sangue.

Nel 644 - Dopo l'uccisione di Omar ibn al-Khattab, è nominato terzo califfo dell'Islam ʿUthmān ibn ʿAffān, assassinato poi nel 656.

- Nel corso del VII secolo, in Hispania i vari re visigoti lottano per rafforzarsi ed imporre una successione dinastica in opposizione al sistema elettivo fin lì seguito e tutte le decisioni vengono ufficializzate al concilio di Toledo (se ne tennero almeno diciotto).

- Durante il VII secolo, gli abitanti di origine slava della Boemia si liberano dalla dominazione degli Àvari.

Ubicazione di Stenay, da
"Il Santo Graal" di
Michael Baigent, Richard
Leigh, Henri Lincoln
1982 Arnoldo Mondadori
Editore.
Nel 651 - Nasce il re merovingio Dagoberto II (652 circa - foresta di Woëvre, presso Stenay, 23 dicembre 679), erede al trono d'Austrasia. Unico figlio maschio del re della dinastia merovingia dei Franchi Sali di Austrasia, Sigeberto III e della moglie Inechilde. Quando nel 656 morì suo padre, furono messi in atto tentativi romanzeschi per impedirgli di salire al trono. L'infanzia e la giovinezza di Dagoberto sembrano uscite da una leggenda medievale o da una favola e  invece è storia documentata. Alla morte del padre, Dagoberto fu fatto rapire dal maestro di palazzo in carica, Grimoaldo. Tutte le ricerche risulteranno vane, e non fu difficile convincere la corte che il bambino era morto. Grimoaldo concertò allora l'ascesa al trono del proprio figlio, affermando che quella era stata la volontà espressa dal precedente sovrano, il padre di Dagoberto. Il trucco riuscì. Persino la madre di Dagoberto, convinta che il bambino fosse morto, accettò l'autorità dell'ambizioso maestro di palazzo. Grimoaldo, tuttavia, non aveva avuto il coraggio di andare fino in fondo e di fare uccidere il giovanissimo principe. Dagoberto era stato segretamente affidato al vescovo di Poitiers. Anche il vescovo, sembra, non osò far assassinare il bambino. Perciò Dagoberto fu relegato in Irlanda, in esilio perpetuo. Crebbe nel monastero irlandese di Slane, non lontano da Dublino; e nella scuola annessa al chiostro ricevette un'istruzione di gran lunga superiore a quella che avrebbe potuto conseguire nella Francia di quei tempi. Sembra che durante questo periodo frequentasse la corte del Sommo re di Tara. Inoltre fece amicizia con tre principi della Northumbria che studiavano anch'essi a Slane. Nel 666, probabilmente quando viveva ancora in Irlanda, Dagoberto sposò Matilde, una principessa di stirpe celtica. Poco tempo dopo si trasferì dall'Irlanda in Inghilterra e si stabilì a York, nel regno di Northumbria. Qui si legò di stretta amicizia con san Wilfrid, vescovo di York, che divenne il suo mentore. Durante questo periodo persisteva tutt'ora il dissidio tra la Chiesa di Roma e la Chiesa celtica, che rifiutava di riconoscerne l'autorità. Wilfrid, in nome dell'unità del cristianesimo, si era prodigato per ricondurre la Chiesa celtica nella sfera di Roma, e c'era riuscito nel famoso Concilio di Whitby, nel 664. Ma forse la sua successiva amicizia con Dagoberto II non era immune da altre motivazioni. Al tempo di Dagoberto la devozione dei Merovingi nei confronti di Roma, promessa nel patto stretto fra Clodoveo e la Chiesa un secolo e mezzo prima, non era molto fervida. Fedele sostenitore di Roma, Wilfrid aspirava a consolidare la supremazia del papato, non soltanto in Gran Bretagna ma anche sul continente. Nell'eventualità che Dagoberto ritornasse in Francia e rivendicasse il trono d'Austrasia, era consigliabile assicurarsi la sua fedeltà. Molto probabilmente Wilfrid vedeva nel re in esilio il futuro braccio armato della Chiesa. Nel 670 Matilde, la consorte celtica di Dagoberto, morì nel dare alla luce la terza figlia. Wilfrid si affrettò a combinare un nuovo matrimonio per il vedovo, e nel 671 Dagoberto si risposò. Se le sue prime nozze avevano avuto una potenziale importanza dinastica, le seconde l'ebbero ancora di più. La seconda moglie di Dagoberto era infatti Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti. In altre parole, ora la stirpe reale merovingia era imparentata con la stirpe reale visigota. In questa unione c'erano i semi di un impero embrionale che avrebbe unito gran parte della Francia moderna e si sarebbe esteso dai Pirenei alle Ardenne. Inoltre questo impero avrebbe portato sotto l'influenza di Roma i Visigoti che avevano ancora forti tendenze ariane. Quando Dagoberto sposò Giselle, era già ritornato sul continente. Secondo la documentazione pervenuta fino a noi, le nozze furono celebrate nella residenza ufficiale della sposa, a Rhédae, l'odierna Rennes-le-Château. Anzi, sembra che si svolgessero nella chiesa di Saint Madeleine, l'edificio sul quale venne successivamente eretta la chiesa di Bérenger Saunière. Dal primo matrimonio di Dagoberto erano nate tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV. E quando nacque Sigisberto, Dagoberto era re. Per circa tre anni, sembra, era rimasto a Rennes-le-Château, seguendo da lontano le vicissitudini del suo regno al nord. Finalmente, nel 674, si era presentata l'occasione favorevole. Con l'appoggio di sua madre e dei consiglieri di questa, il monarca esule si proclamò re d'Austrasia. Wilfrid di York diede un importante contributo al suo reinsediamento. Secondo alcuni, vi contribuì anche un personaggio molto più sfuggente e misterioso, sul quale si hanno pochissime notizie storiche: sant'Amatus, vescovo di Sion in Svizzera. Dagoberto, reinsediato sul trono dei suoi avi, non fu affatto un « re fannullone ». Anzi, si dimostrò un degno successore di Clodoveo. Si accinse immediatamente a imporre e a consolidare la sua autorità, reprimendo l'anarchia che imperversava in Austrasia e ristabilendo l'ordine. Regnò con fermezza, piegando vari nobili ribelli che disponevano di una potenza militare ed economica sufficiente per sfidare il trono. E si dice che avesse ammassato un considerevole tesoro a Rennes-le-Château: queste ricchezze dovevano venire usate per finanziare la riconquista dell'Aquitania, che una quarantina d'anni prima si era staccata dal regno merovingio e si era proclamata indipendente. Nel contempo, Dagoberto dovette costituire una grossa delusione per Wilfrid di York. Se il vescovo aveva sperato di fare di lui il braccio armato della Chiesa, si trovò di fronte a un grave disappunto. Anzi, sembra certo che il re frenasse i tentativi di espansione della Chiesa nei suoi domini, e incorresse quindi nella collera delle gerarchie ecclesiastiche. Esiste una lettera inviata a Wilfrid da uno sdegnatissimo prelato franco, il quale si scaglia contro Dagoberto, colpevole di imporre tasse e di «tenere in dispregio le chiese di Dio e i loro vescovi». A quanto sembra, questi non furono i soli motivi di dissidio fra Dagoberto e Roma. Grazie al matrimonio con una principessa visigota, il re aveva acquisito vasti territori nell'attuale Linguadoca. E forse aveva acquisito anche qualcosa d'altro. I Visigoti erano fedeli alla Chiesa di Roma soltanto nominalmente. Anzi, la loro devozione al papato era molto evanescente, e nella famiglia reale predominavano ancora le tendenze ariane. Secondo vari indizi, Dagoberto avrebbe assimilato queste tendenze. Nel 679, quando era sul trono da tre anni, Dagoberto s'era già fatto molti nemici influenti, sia laici che religiosi. Frenando le loro ribelli aspirazioni autonomistiche, aveva destato il rancore di certi nobili vendicativi. Osteggiando i suoi tentativi di espansione, si era attirato l'antipatia della Chiesa. Creando un regime centralizzato ed efficiente, aveva acceso l'invidia e la preoccupazione di altri potentati franchi, sovrani dei regni confinanti. E alcuni di questi sovrani avevano alleati e agenti nel regno di Dagoberto. Uno di questi era il maestro di palazzo del re, Pipino II il Grosso oppure Pipino il Giovane di Herstal, (nipote di Pipino I il Vecchio, di Landen, Maggiordomo di palazzo del regno merovingio di Austrasia per il re Clotario II, che fu il capostipite della dinastia dei Pipinidi). E Pipino II, schierandosi clandestinamente con gli avversari politici di Dagoberto, non indietreggiò di fronte al tradimento e all'assassinio. Come quasi tutti i sovrani merovingi, Dagoberto aveva almeno due capitali. La più importante era Stenay, al limitare delle Ardenne. Presso il palazzo reale di Stenay si estendeva un grande bosco, considerato sacro da tempo immemorabile e chiamato Foresta di Woèvres. Il 23 dicembre 679, Dagoberto andò a caccia in questa foresta. Considerando la data, è possibile che la caccia costituisse una specie di occasione rituale. Comunque, ciò che avvenne ricorda moltissimi echi leggendari, incluso l'assassinio di Sigfrido nel Nibelungenlied. Verso mezzogiorno, sopraffatto dalla stanchzza, il re si adagiò per riposare in riva a un ruscello, ai piedi di un albero. Mentre dormiva, uno dei suoi servitori - che, sembra, era anche suo figlioccio - gli si accostò furtivamente ed eseguendo gli ordini di Pipino gli conficcò una lancia in un occhio. Altre fonti tramandano che Dagoberto II si scontrò spesso col maggiordomo di Neustria, Ebroino, sempre intenzionato a riunire i regni Franchi sotto Teodorico III, che nel 677, attaccarono invano l'Austrasia. E fu probabilmente lo stesso Ebroino ad organizzare la partita di caccia in cui, nel 679, Dagoberto perse la vita a seguito di un colpo di spada all'inguine da parte di alcuni congiurati. Questo episodio potrebbe avere ispirato, nella saga del SanGraal, la leggenda del re pescatore che non poteva procreare poiché ferito ai genitali; inoltre il figlio di Dagoberto, Sigisberto IV, il legittimo erede al trono merovingio, rimase nascosto e protetto in Occitania, ignorato e di cui non fu nota l'esistenza. Gli assassini fecero ritorno a Stenay, decisi a sterminare il resto della famiglia reale. Non si sa di preciso fino a che punto riuscirono nel loro intento. Ma è certo che per il regno di Dagoberto e la sua famiglia fu la fine, improvvisa e violenta. La Chiesa non si disperò. Anzi, si affrettò ad avallare l'operato degli assassini del re. Esiste addirittura una lettera inviata da un prelato franco a Wilfrid di York, che cerca di razionalizzare e giustificare il regicidio. Il corpo di Dagoberto e la sua sorte postuma ebbero vicissitudini piuttosto strane. Subito dopo la sua morte, fu sepolto a Stenay, nella cappella reale di Saint Rémy. Nell'872, quasi due secoli dopo, fu esumato a trasportato in un'altra chiesa. La nuova chiesa divenne Saint Dagobert, perché lo stesso anno il re fu canonizzato: non dal papa (i pontefici si sarebbero arrogati questo privilegio, esclusivo soltanto nel 1159), bensì da un sinodo metropolitano. Non è chiaro perché Dagoberto venisse canonizzato. Secondo una fonte ciò avvenne perché si credeva che le sue reliquie avrebbero salvato la zona di Stenay dalle scorrerie dei Vichinghi; ma questa spiegazione non è molto illuminante, poiché non si capisce perché le reliquie dovessero avere un potere miracoloso. Le autorità ecclesiastiche sembrano dimostrare al riguardo un'ignoranza imbarazzante. Ammettono che Dagoberto, per qualche ragione imprecisata, era divenuto l'oggetto di un culto in piena regola e aveva un suo giorno festivo, il 23 dicembre, anniversario della sua morte. Tuttavia, non sono assolutamente in grado di precisare perché tutto questo fosse avvenuto. È possibile, certo, che la Chiesa si fosse pentita della parte che aveva avuto nell'assassinio del re. Quindi la canonizzazione di Dagoberto potrebbe essere stata una sorta di riparazione. Tuttavia, se questo è vero, non viene spiegato perché fosse ritenuto necessario un gesto del genere, e neppure perché fosse compiuto ben due secoli dopo. A stretto rigore delle fonti storiche ufficiali, Dagoberto non fu l'ultimo sovrano della dinastia merovingia. Anzi, i sovrani merovingi conservarono il trono, almeno nominalmente, per altri tre quarti di secolo. Ma gli ultimi Merovingi meritarono davvero l'epiteto di « re fannulloni ». Molti erano estremamente giovani, e quindi spesso erano deboli e indifese pedine nelle mani dei maestri di palazzo, non potevano imporre la propria autorità e prendere decisioni. Erano poco più che vittime; e molti di loro vennero uccisi. Inoltre, i Merovingi di questo tardo periodo dinastico appartenevano a rami cadetti, non al ceppo principale disceso da Clodoveo e Meroveo. Questo ceppo era stato eliminato con Dagoberto II. Perciò, a tutti i fini pratici, l'assassinio di Dagoberto può essere considerato come la fine della dinastia merovingia. Ma Dagoberto II aveva avuto un figlio maschio: Sigisberto IV. Secondo alcune fonti, Sigisberto IV, alla morte del padre Dagoberto II, fu salvato da una sorella e portato clandestinamente a sud, nei domini della madre, la principessa visigota Giselle di Razès. Si dice che arrivasse in Linguadoca nel 681 e, poco tempo dopo, adottasse o ereditasse i titoli dello zio, duca di Razès e conte di Rhédae. Si dice inoltre che assumesse il cognome o soprannome di «Plant-Ard» (divenuto in seguito Plantard), da réjeton ardent, «ardente virgulto» della vite merovingia. Con questo nome e i titoli ereditati dallo zio, si dice, perpetuò la sua stirpe. E nell'841-886 un ramo di questa stirpe culminò in Bernardo III di Tolosa detto Plantavelu (Piede di Velluto), un nome derivato apparentemente da Plant-Ard o Plantard, il cui figlio divenne duca d'Aquitania e conte d'Alvernia: Guglielmo I, il Pio o il Vecchio (892-918). Fra gli altri indizi frammentari c'è un atto datato 718, riguardante la fondazione di un monastero, a pochi chilometri da Rennes-le Château, a opera di «Sigisberto, conte di Rhédae, e sua moglie, Magdala». Se si esclude questo atto, per un altro secolo non si ha alcuna notizia dei titoli di Rhédae e di Razès. Tuttavia, quando uno dei due ricompare, si riaffaccia in un contesto di estremo interesse.

Statua di Khan Alsek o Alsec o
Alzeco a Bosco (SA), da: https://sapr
irovinata.wordpress.com/2017/10/04/
i-bulgari-nel-vii-secolo-
nelle-nostre-terre/
 
Nel 652 - Da http://ziezi.tripod.com/amico/italiano.htm e http://ziezi.tripod.
com/amico/kn3.htm: Il Khan Alcek (anche Alzeco, Alzek, Alsek) era l'ultimo figlio (il quinto) di Khan Kubrat, il fondatore della Grande Bulgaria Antica (altro nome in bolğar: Onoguria/Onoghuria, forse da Oghuz), membro del clan Dulo ed erede al trono bulgaro, che passò la sua adolescenza nell'Impero bizantino, dove venne educato e battezzato, (fonte: Ioannes di Nikiû, Chronicle) mentre suo zio materno Organa era il reggente della sua tribù. Nel 652 Alsek giunge in Italia, cercando rifugio dagli Àvari, con un seguito di circa 2.000 seguaci, chiedendo e ottenendo ospitalità ai bizantini dell'esarcato, sistemandosi quindi vicino a Ravenna. Si muoverà poi a sud, alla guida di circa 700 individui (quindi in circa 1300 rimasero vicino a Ravenna) col permesso del longobardo Grimoaldo I di Benevento (fonte: Vincenzo d'Amico, Ragione Dello Scritto, Cap. I.) in cambio di servizi militari "per una ragione sconosciuta", che li mandò a suo figlio Romoaldo a Benevento e venne loro assegnata la terra a nord-est di Napoli, nelle "spaziose, ma al tempo deserte" città di Sepino, Bovianum (Boiano) e Isernia, nell'odierno Molise. Invece di essere confermato quale duca, Alsek venne insignito del titolo longobardo di gastaldo.  

La moschea in cui si conserva la
tomba di Ali, in Iraq.
Nel 656 - ʿAlī viene nominato quarto califfo dell'Islam ed è considerato dallo Sciismo il suo primo Imam; contestualmente inizia una guerra civile che si protrae fino al 661. ʿAlī ibn Abī Ṭālib (La Mecca, 17 marzo 599 - Kufa, 28 febbraio 661) era cugino primo e genero del profeta dell'Islam Maometto, avendone sposato la figlia Fāṭima btMuḥammad nel 622. Secondo gli sciiti sarebbe dovuto essere il successore di Maometto, ma fu preceduto da tre califfi: Abu Bakr (632-634), 'Omar ibn al-Khattàb (634-644) e 'Othmàn ibn 'Affàn (644-656). Il padre di ʿAlī, Abū Ṭālib, era un importante membro della potente tribù dei Banū Quraysh, ancorché di modesta condizione economica, e zio paterno di Maometto. Quest'ultimo, rimasto ben presto orfano, venne preso fin da bambino in casa di Abū Ṭālib. Una volta sposatosi con Khadīja, Maometto prese con sé in casa il giovanissimo figlio di Abū Tālib, ʿAlī, per alleviare le difficoltà economiche che in quel momento stava patendo lo zio. Da quel momento in poi i due cugini vissero sotto lo stesso tetto e, dopo il matrimonio di ʿAlī con la figlia di Maometto, Fāṭima, a strettissimo contatto fino alla morte del Profeta. Col tempo gli alidi (discepoli di Ali) misero per scritto le loro riflessioni teologiche e politologiche, evolvendo verso quello che diventerà il vero e proprio Sciismo. Gli sciiti presero a differenziarsi anche a proposito di alcuni altri istituti giuridici, ammettendo, ad esempio, la legittimità del matrimonio a tempo prefissato, detto mutʿa, sulla scorta di precisi ḥadīth del Profeta, negando (come facevano i sunniti) che Maometto avesse posto fine a una tal pratica preislamica al ritorno dalla conquista di Khaybar. La disputa sembrò ricomporsi con  l’accesso di ʿAlī al Califfato dopo la morte violenta del 3° Califfo ʿUthmān ibn ʿAffān ma il suo potere fu contestato da Muʿāwiya ibn Abī Sufyān, governatore omayyade (la dinastia dei califfi arabi omayyadi resse l'impero islamico dal 661 al 750 d.C.) della Siria, che gli si ribellò apertamente. ʿAlī fu assassinato nella moschea di Kufa da un seguace del kharigismo, un ramo dell'Islam, distaccatosi dagli altri. I discepoli sciiti di ʿAlī  riposero allora tutte le loro aspettative sui suoi due figli, al-Ḥasan ibn ʿAlī e al-Ḥusayn ibn ʿAlī. Ḥasan fu indicato da ʿAlī come suo successore all’Imamato, ma fu costretto a sciogliere il suo esercito e accettare un accordo con Muʿāwiya, stipulando però con lui un patto secondo il quale, alla morte di questi, il potere sarebbe tornato ad al-Ḥasan o, in sua mancanza, a suo fratello al-Ḥusayn. Ma Muʿāwiya, contravvenendo al patto, nominò suo figlio Yazīd per la successione al Califfato. al-Ḥasan nel frattempo era morto, forse avvelenato dallo stesso Muʿāwiya, ed al-Ḥusayn, che ne aveva ereditato l’Imamato, rifiutò categoricamente di giurare fedeltà a Yazīd, sia per questione di legittimità, sia per una pretesa indegnità mostrata dallo stesso. Messo di fronte alla scelta tra la sottomissione o lo scontro, al-Ḥusayn intese raggiungere la città irachena di Kufa, dove gli alidi (col termine Alidi si indicano i devoti seguaci della causa del quarto califfo musulmano, Ali ibn Abi Talib e dei suoi successori) erano molto forti e gli avevano promesso il loro sostegno. Ma le truppe califfali intercettarono al-Ḥusayn a Kerbelāʾ, sulla strada per Kufa, impedendogli anche l’accesso all’acqua dell’Eufrate. al-Ḥusayn, con soli 72 combattenti (gli abitanti di Kufa erano stati nel frattempo duramente repressi e si guardarono bene dall'intervenire in suo soccorso), dovette fronteggiare l'assai maggiore contingente armato califfale spedito dal wālī di Kufa e l’esito non poté essere altro che la morte sua, dei suoi familiari e dei suoi discepoli. La battaglia di Kerbelāʾ, del 680, segnerà la definitiva rottura tra gli sciiti ed il resto della comunità che più avanti prenderà il nome di Ahl al-Sunna (da cui il nome attuale di sunniti). Il destino tragico di al-Ḥusayn scosse le coscienze dei musulmani e accrebbe la determinazione a lottare per l’ideale di un potere giusto e rispettoso dei principi fondamentali dell’Islam originario. Il martirio divenne il simbolo della lotta contro l’ingiustizia. Il senso dello sciismo è in questo massacro e quindi nel culto dei martiri. Tutti i discendenti di al-Ḥusayn, ovvero gli Imam dell’Ahl al-Bayt, la Famiglia del Profeta, ebbero un destino tragico, fatto di prigionia e avvelenamenti. Per gli sciiti, gli Imam sono le guide e i custodi del Libro. La loro legittimità non deriverebbe dalla discendenza carnale dal Profeta, ma dalla loro eredità spirituale; essi ebbero una conoscenza del significato del Corano e ne spiegarono il senso esoterico ( bātin ) ai fedeli. Il dodicesimo Imam di questa catena di successione iniziata con ʿAlī e proseguita con al-Ḥasan e al-Ḥusayn, sfuggì alla repressione del califfo di turno occultandosi nell’874. Questo fenomeno sovrannaturale mise dunque termine alle rivendicazioni sul potere temporale e diede una dimensione fortemente escatologica e religiosa allo sciismo.
Cartina con le conquiste Arabe
e le espansioni dal 622, con
Maometto, al 945, i percorsi
commerciali e le incursioni arabe.
Gli sciiti duodecimani, ovvero coloro che prestano fede a tali dodici Imam, da quel momento in avanti accettarono passivamente l’ordine politico stabilito, nell’attesa della parusia del 12° Imam che, alla fine dei tempi, tornerà a manifestarsi e a ristabilire la giustizia in Terra. In questa attesa, nessun potere politico è pienamente legittimo. La Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran ha in parte modificato questo atteggiamento, stabilendo il potere del giurisperito ( velāyat-e faqih ) che, pur non esente da difetti ed errori, cerca di creare e gestire una società islamica quanto più giusta possibile e preparare le condizioni per il ritorno dell’Imam Atteso.  Secondo alcuni studiosi sunniti (e, negli ultimi tempi, i wahhabiti in particolare), una parte dello Sciismo penserebbe che dal Corano - raccolto all'epoca del califfo ʿUthmān b. ʿAffān - siano stati espunti alcuni passaggi e una sura intera (la sūrat al-wilāya, ovvero "capitolo della luogotenenza") che attestavano la designazione a succedergli, fatta da Maometto in favore di ʿAlī. Questa affermazione è decisamente respinta dagli attuali sciiti che ribadiscono invece che nello Sciismo nessuno avrebbe mai affermato l'incompletezza del Testo Sacro islamico. Lo sciismominoritario in termini assoluti (tra il 6 e l'11% dei fedeli musulmani di tutto il mondo) - è maggioritario in Iraq, in Libano e in alcune aree del Golfo Persico e, con poche eccezioni, del tutto dominante in Iran, dove lo sciismo fu forzatamente imposto dalla dinastia dei Safavidi (1501-1722).

Bulgari del Volga, da: https://it.wikiped
ia.org/wiki/Rutenia#/media/File:Kievan
_Rus_en.jpg
Nel 670 - I Cazari disperdono la confederazione dei proto-Bulgari lasciandone tre residui nell'area del Volga (Bulgaria del Volga), sul Mar Nero e sul Danubio.

Nel 680 - I proto-Bulgari (o Onoghuri) invadono i  Balcani  dove  gradualmente si assimilano agli slavi, sia linguisticamente che culturalmente. Anche i popoli indigeni dei traci e dei daci-geti, che erano vissuti nel territorio dell'odierna Bulgaria prima dell'invasione degli slavi, contribuirono alla formazione del gruppo etnico bulgaro. La loro antica lingua era già estinta prima dell'arrivo degli Slavi e la loro influenza culturale era stata ridotta a causa delle ripetute invasioni di barbari nei Balcani durante il primo Medioevo ma loro, al pari delle nuove popolazioni uralo-altaiche, erano abilissimi cavalieri e dotati di una forte compagine militare. 
Primo impero bulgaro, da: https://uplo
ad.wikimedia.org/wikipedia/comm
ons/3/3f/Old_Great_Bulgaria_and_
migration_of_Bulgarians.png
Quindi il gruppo etnico bulgaro è nato dall'unione di tutti i popoli della regione (compresi i valacchi, discendenti delle popolazioni che furono romanizzate tra il primo e il sesto secolo nei Balcani e nel bacino del basso Danubio, esoetnonimo per romeni). I Bulgari sono stati convertiti al Cristianesimo ad opera di missionari greco-ortodossi e slavi.

Nel 681 - Si fonda il Primo Impero Bulgaro grazie al khan Asparuh, terzo figlio di Khan Kubrat. I Bulgari si erano poi alleati all'imperatore bizantino Costante II, che ne aveva consentito l'insediamento nelle regioni storiche della Romania, della Bessarabia e della Dobrugia con lo status di confederati. La loro aggressività però, li trasformerà presto in una minaccia per Bisanzio: l'imperatore Niceforo I il Logoteta verrà da essi catturato e brutalmente giustiziato nell'811.

Laguna Veneta nel 700, in giallo i
maggiori centri.
Nel 697 - Sulle isole della laguna veneziana si riorganizza un ducato bizantino dipendente dall'Esarcato di Ravenna, con capitale prima ad Eraclea e quindi a Metamauco (nei pressi dell'attuale Malamocco), retto da un magistrato con residenza prima a Cittanova e poi a Eraclea.

Nel 698 Si ricompone lo Scisma Tricapitolino causato dall'editto contro i Tre Capitoli di Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, nel 545. Nel 698 Cuniperto il Pio, re longobardo d'Italia dal 688 al 700, convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.

Dal 700 - Kotrag, il secondo figlio di Khan Kubrat della Grande Bulgaria antica (della dinastia proto-bulgara Onoghur), è riconosciuto come il fondatore del Tatarstan, l'antica Bulgaria del Volga (tra il 700 e il 1238 circa) un progredito stato mercantile con contatti commerciali attraverso l'Eurasia, il Medio Oriente e il Baltico, che riuscì a mantenere la propria indipendenza nonostante la pressione di popolazioni come i Cazari (o khazari, confederazione di popolazioni turche seminomadi originarie delle steppe dell'Asia Centrale in cui confluirono elementi slavi, iranici e i resti dei Goti di Crimea), i Rus' di Kiev e i Kipčaki, popoli turchi-altaici, menzionati per la prima volta nelle cronache dell'Asia centrale nel I millennio a.C. le cui lingue sono note come lingue kipchake. I kipčaki occidentali sono noti come cumani nell'Europa occidentale e polovci in Russia e Ucraina; rivestirono una certa rilevanza nella storia dell'Impero Mongolo e dell'Orda d'Oro. La Bulgaria del Volga soccombette infine agli eserciti mongoli del principe Batu Khan nei tardi anni 30 del XIII secolo. Gli abitanti del Tatarstan, dopo essersi mescolati con i popoli turco-mongoli dell'Orda d'Oro e le truppe di lingua kipčak, furono conosciuti come Tatari del Volga e parlavano un linguaggio collegato sia alle lingue Kypchak che Oghuz. Durante il terzo decennio del XV secolo la regione divenne nuovamente indipendente in quanto base del Khanato di Kazan', i cui abitanti erano i Cosacchi.

Dal 709 - Tra il 709 e il 712, Pipino di Herstal combatté contro Lantfrid, il duca di Alamannia, che aveva fatto redigere un primo codige di leggi le Lex Alamannorum e poi, nel 743, Pipino il Breve e Carlomanno condussero una campagna per ridurre in soggezione l'Alamannia, che si concluse, nel 746, con il concilio di Cannstatt, dove la maggioranza dei nobili alamanni furono convocati e, a tradimento, fatti prigionieri, giudicati per tradimento e condannati a morte e giustiziati. Da quel momento l'Alamannia divenne una provincia del regno franco.

Nel 705 - Khan Tervel di Bulgaria, figlio di Asparuh, è nominato dall'imperatore romano orientale (bizantino) Giustiniano II, Cesare (czar o zar) , il primo straniero a ricevere questo titolo. Tervel ha poi svolto un ruolo importante nella sconfitta degli arabi durante l' assedio di Costantinopoli nel 717-718.  

Cartina con le conquiste Arabe
e le espansioni dal 632,
con Maometto, al 750, le conquiste
dopo il  750 e i percorsi
 delle incursioni degli Arabi.
Nel 711 - Gli Arabi attraversano lo stretto di Gibilterra e invadono il regno Visigotico di Spagna. La mancanza di un esercito centralizzato, ma drappelli agli ordini di signori e vassalli del re, permette agli Arabi una facile conquista oltre al fatto che poco dopo la conversione al cattolicesimo, i Visigoti iniziarono le persecuzioni antiebraiche che nel corso del VII secolo si erano intensificate, facendo in modo che gli Ebrei, durante l'invasione araba, si schierassero a fianco degli invasori.. L'antefatto all'invasione fu generato da un principe della Spagna visigota che si recò dal Wali di Qayrawan per chiedere l'appoggio degli arabi al fine di riprendersi il trono usurpatogli. Un corpo arabo-berbero partì per la Penisola iberica e sbarcò sotto quello che sarà chiamato Ǧabal al-Tāriq (da Tāriq b. Ziyād che comandava questo contingente) e che oggi è GibilterraFu così che per la prima volta un esercito arabo in armi entrò in Europa. A Jerez de la Frontera nel 711 le forze arabe sconfissero i visigoti che perdettero il mezzogiorno della Spagna e il Portogallo e che alla fine videro scomparire il loro regno. La cavalcata dei musulmani (che qualcuno comincerà a chiamare "mori" per il fatto d'esser giunti dall'Africa, definita Mauritania, "terra dei Mauri") è inarrestabile: tutta la Penisola iberica fu occupata e solo i Pirenei fecero da ostacolo naturale ad un procedere dell'avanzata. La Spagna diventò così araba: negli 8 secoli e oltre di dominazione araba sorgeranno in Spagna alcuni dei più bei capolavori dell'architettura araba (l'Alcázar di Siviglia e l'Alhambra di Granada) e verranno scritte alcune opere capitali della letteratura mondiale.

Nel 718 - L'avanzata musulmana sembra inarrestabile: mentre un altro pezzo di Anatolia è preso ai Bizantini, nel 718 Costantinopoli è di nuovo sotto assedio da parte degli arabi, che ora possono dirsi i veri padroni anche del mare. Hanno sconfitto sul mare i bizantini nella Battaglia degli Alberi e ad Alessandria, a Cartagine sulla terraferma, e hanno stabilito basi nel Mar Egeo. In Occidente, cade Narbona e Perpignano è in mano araba. La resistenza dei principi di Provenza è debole, poiché questi preferiscono fare un dispetto al Re merovingio e ai suoi maggiordomi di Palazzo (che esercitano di fatto il potere militare) piuttosto che difendere i loro possessi dagli arabi, che così occupano trionfalmente tutta la Provenza e lambiscono le Alpi. Il maggiordomo di turno, Carlo Martello, si accinge a marciare dal Nord della Francia, dove ha sede il Re, verso Sud. L'Aquitania oppone resistenza, ma gli arabi arrivano a Poitiers, a 100 chilometri da Parigi. Qui per una settimana le armate merovingie e le forze arabe si schierano e alla fine si affrontano. È il 732, e la battaglia di Poitiers segna una grande vittoria per i Franchi. Ciò però non impedisce agli arabi di mantenere il controllo sulla Provenza e del Narbonese, e di passare le Alpi per fare incursioni in Piemonte e Liguria. Infine Narbona è definitivamente ripresa dai cristiani, ma solo 50 anni dopo Carlo Magno potrà cacciare via stabilmente gli arabi dalla Francia.

Carta dei territori del Regno delle
Asturie, di Alexandre Vigo https
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Dal 722 - Dopo la vittoria di Pelagio di Fafila nella battaglia di Covadonga (nel 722) sui musulmani, si stabilisce un piccolo territorio nelle montagne asturiane che darà luogo più tardi al Regno delle Asturie. Inizia così la "Reconquista" della penisola iberica all'Islam che si completerà nel 1.498. Mentre secondo la leggenda Pelagio era un nobile, figlio del duca Favila e pronipote del re visigoto Chindasvindo, questo territorio non si organizza come successore del regno goto, come il mito posteriore ha invece voluto stabilire, ma come un governo sorto per opera di un movimento indigeno comune fra Asturiani e abitanti della Cantabria (Luis G. de Valdeavellano, Historia de España, Madrid, Alianza Universidad, 1980, I, p. 386 e segg.). L'influenza degli immigranti provenienti da sud (dalle regioni cioè conquistate dall'Islam), andrà impregnando di goticismo il regno asturiano. Senza dubbio, nelle epoche più tarde del regno, negli Annali scritti all'epoca di Alfonso II, si rinnegava tuttavia il retaggio dei Visigoti, incolpati d'aver perso la Hispania. Le cronache su cui ci si basa per la conoscenza dell'epoca, tutte scritte all'epoca di Alfonso III, quando l'influenza ideologica "goticista" era già importante, sono la Crónica Sebastianiense, la Crónica Albeldense e la Crónica Rotense.

Nel 726 - Con il doge Orso Ipato, il ducato di Venezia si ribella alle leggi iconoclaste di Leone Isaurico. Orso, spesso ricordato con il titolo di ipato fu, secondo la tradizione, il 3º doge del Ducato di Venezia. Salì al potere verso il 726-727 e fu probabilmente il primo dux ad essere nominato per volontà dei Venetici e non dal potere costantinopolitano.

Solidus con Leone III e il figlio
Costantino V da: https://commons
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- Leone III Isaurico (675 circa - 18 giugno 741) è stato Basileus dei Romei (Imperatore d'Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte. L'appellativo "Isaurico" allude forse alla sua regione di provenienza. Appena eletto Imperatore, dovette affrontare la minaccia dei musulmani, intenzionati come più non mai a impossessarsi della capitale dell'Impero. Nell'agosto del 717 l'esercito e la flotta araba (composta da 120.000 uomini e 1.800 navi) era già presso le mura di Costantinopoli, condotti da Maslam, il fratello del califfo. L'Imperatore decise allora di stringere un'alleanza con i Bulgari, che, resisi conto della grossa minaccia che avrebbero potuto costituire i musulmani per il loro stato, accettarono. Grazie al fuoco greco, la flotta araba subì pesanti perdite, venendo costretta a ritirarsi, mentre le resistenti mura teodosiane resistettero senza problemi ai continui assalti arabi. Il ritiro della flotta araba permise alla capitale di essere rifornita regolarmente di viveri, mentre l'inverno del 717, straordinariamente rigido, mieté molte vittime tra i musulmani, non abituati a quelle temperature e già indeboliti da una carestia e dagli attacchi dei Bulgari, venuti in soccorso dei romano-orientali. Durante il periodo di regno introdusse numerose riforme fiscali, trasformò i servi della gleba in una classe di piccoli proprietari terrieri e introdusse nuove norme di diritto della navigazione e di famiglia, non senza sollevare molte critiche da parte dei nobili e dell'alto clero. Proibì il culto delle immagini sacre, con due editti distinti nel 726 e 730, e nel 726 promulgò un codice di leggi, l'Ecloga, una selezione delle più importanti norme di diritto privato e penale vigenti. L'Ecloga, pur rifacendosi al diritto romano e in particolare al Codice di Giustiniano, apportò alcune modifiche sostanziali quali un ampliamento dei diritti delle donne e dei bambini, la disincentivazione del divorzio, la proibizione dell'aborto e l'introduzione di mutilazioni corporali (taglio del naso, delle mani ecc.) come pene. Queste riforme aggiornavano il diritto bizantino alla situazione dell'epoca, che era cambiata rispetto a quella di Giustiniano e rendevano le leggi più accessibili dato che i libri di Giustiniano erano troppo vasti e difficilmente consultabili. Poi Leone III iniziò a chiedersi se le calamità che affliggevano l'Impero non fossero dovute alla collera divina e cercò di conseguenza di ingraziarsi il Signore, imponendo il battesimo a Ebrei e a Montanisti (nel 722). Constatando che queste prime leggi non erano bastate a far finire le calamità (tra cui un'eruzione nel mar Egeo), l'Imperatore iniziò a credere che il Signore fosse in collera con i Bizantini perché adoravano le icone religiose, cosa contraria alle leggi di Mosé. L'opposizione alle immagini religiose era già diventata piuttosto diffusa nelle regioni orientali, influenzate dalla vicinanza con i musulmani, che vietavano l'adorazione delle icone. Secondo Teofane l'Imperatore fu convinto ad adottare la sua politica iconoclastica (distruzione delle icone) da un tal Bezér, un cristiano che, fatto schiavo dai musulmani, rinnegò la fede cristiana per passare a quella dei suoi padroni e che, una volta liberato e trasferitosi a Costantinopoli, riuscì a indurre nell'eresia l'Imperatore. Nel 726, su pressione dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore e in seguito a un maremoto che lo convinse ancora di più della correttezza della sua teoria dell'ira divina, Leone III iniziò a battersi contro le immagini religiose. Inizialmente tentò di predicare alla gente la necessità di distruggere le immagini, successivamente decise di distruggere un'icona religiosa raffigurante Cristo dalla porta del palazzo, scatenando una rivolta sia nella capitale che nel tema Ellade. L'esercito dell'Ellade mandò una flotta a Costantinopoli per deporre Leone e porre sul trono l'usurpatore da loro scelto, un tal Cosma, tuttavia durante una battaglia con la flotta imperiale (avvenuta il 18 aprile 727), la flotta ribelle venne distrutta dal fuoco greco e l'usurpatore, catturato, venne condannato alla decapitazione. Nel frattempo in Asia Minore gli Arabi assediarono Nicea ma non riuscirono ad espugnarla, a dire di Teofane, per intercessione del Signore. Gli Arabi si ritirarono quindi con ricco bottino. L'Imperatore allora cercò di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia, ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari] e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, (l'imperatore infatti esercitava sia il potere temporale che religioso) si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si rivoltarono all'autorità imperiale. Gli abitanti dell'Italia bizantina considerarono anche la possibilità di nominare un usurpatore e mandare una flotta a Costantinopoli per deporre l'Imperatore a loro dire eretico ma il Papa si oppose, un po' perché sperava che l'Imperatore si ravvedesse, un po' perché contava sull'aiuto dell'Imperatore per respingere i Longobardi. Le truppe bizantine fedeli all'Imperatore tentarono di deporre il Papa e di assassinarlo, ma tutti i loro tentativi non ebbero effetto a causa dell'opposizione delle truppe romane che appoggiavano il Papa. Scoppiò una rivolta anche a Ravenna, nel corso della quale venne ucciso l'esarca Paolo: nel tentativo di vendicare l'esarca, fu mandata dai Bizantini una flotta a Ravenna, che però non riuscì nell'intento, subendo anzi una completa disfatta. Venne nominato esarca Eutichio, il quale però a causa del mancato appoggio dell'esercito, non poté instaurare l'iconoclastia in Italia e fallì anche nel tentativo di assassinare il Papa. Cercando di approfittare del caos in cui si trovava l'esarcato a causa della politica iconoclastica dell'Imperatore, i Longobardi condotti dal loro re Liutprando, invasero il territorio bizantino conquistando molte città dell'esarcato e della pentapoli. Quindi, con l'editto del 730, Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose e contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, tal Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio, a cui parteciparono 93 vescovi, si stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone. Il Papa tentò di persuadere l'Imperatore ad abbandonare la sua politica iconoclastica ma i suoi vari messi non riuscirono nemmeno a raggiungere Costantinopoli poiché arrestati prima di raggiungerla. Come contromossa l'imperatore bizantino decise prima di inviare una flotta in Italia per reprimere ogni resistenza nella penisola, ma questa affondò e quindi, successivamente, confiscò le proprietà terriere della Chiesa Romana in Sicilia e Calabria, danneggiandola economicamente e decise inoltre di portare la Grecia ed il sud dell'Italia sotto l'egida del Patriarca di Costantinopoli. Tali misure non ebbero un grande effetto e l'esarca non poté comunque applicare il decreto iconoclasta in Italia, anzi cercò di perseguire una politica conciliante con il Pontefice. L'Italia bizantina si trovava sempre più in difficoltà. Forse nel 732, Ravenna cadde temporaneamente in mano longobarda e solo con l'aiuto di Venezia l'esarca poté rientrare nella capitale dell'esarcato. Poi nel 739/740, Liutprando invase il ducato romano e si impadronì del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e fu solo per l'autorità del Pontefice che rinunciò a queste sue conquiste.

Il Fuoco Greco da:
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- Il fuoco greco era una miscela incendiaria usata dai bizantini per dar fuoco al naviglio avversario o a tutto quello che poteva essere aggredito dal fuoco. L'espressione "fuoco greco" era utilizzata soprattutto dai popoli stranieri, poiché i bizantini, in realtà «romei», cioè romani dell'impero romano d'Oriente, lo chiamavano fuoco romano, fuoco artificiale o fuoco liquido. Venne utilizzato in diverse occasioni per la difesa di Costantinopoli e di altre città dell'Impero bizantino consentendogli di sfuggire ai loro assedianti, fu proprio l'utilizzo del fuoco greco che fece fallire il secondo assedio di Costantinopoli, condotto dagli Arabi musulmani fra il 717 e il 718. La formula della miscela che componeva il "fuoco greco" era nota soltanto all'imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita tanto gelosamente che la legge puniva con la morte chiunque avesse divulgato ai nemici questo segreto. Il fuoco greco - la cui invenzione si attribuisce a un greco originario della città di Eliopolis (oggi Baalbek in Libano), di nome Callinico - oggi si ritiene fosse una miscela di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva, contenuta in un grande otre di pelle o di terracotta (sìfones) collegato ad un tubo di rame, montato sui dromoni bizantini. La miscela veniva spruzzata con la semplice pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure stipata dentro vasi di terracotta che venivano lanciati sul naviglio nemico tramite le petriere, similmente a mortai di artiglieria. La caratteristica che rendeva temuti questi primitivi lanciafiamme era che il fuoco greco, a causa della reazione della calce viva, non poteva essere spento con acqua, che anzi ne ravvivava la forza, e di conseguenza le navi, realizzate in quel periodo in legno, coi comenti dello scafo impermeabilizzati tramite calafataggio e con velatura, sartie e drizze in fibre vegetali, anch'esse intrise di pece, erano destinate a sicura distruzione. Lo storico Marco Greco ci fornisce una semplice ricetta di tale miscuglio e afferma che l'unico modo per spegnerlo era quello di usare urina, sabbia o aceto.

Nel 728 - Si sigla la «Donazione di Sutri». Il potere civile effettivo assunto dal papato fin dall'epoca di costituzione del ducato romano, unitamente a una sempre maggiore debolezza degli imperatori bizantini in Italia, resero possibile quell'atto passato alla storia come la «Donazione di Sutri» (728), voluta dal re longobardo Liutprando e mediante la quale il papa acquistò per la prima volta un potere temporale formalmente riconosciuto. Al di fuori dei suoi possedimenti, la supremazia del pontefice era tuttavia ben lontana dall'essere effettiva: nei territori longobardi i vescovi locali erano pressoché indipendenti, mentre nelle terre bizantine si faceva sentire l'influenza del patriarca di Costantinopoli, spesso al fianco dell'Imperatore. Il re dei longobardi infatti nel 728 strappò Sutri ed altri castelli nell'alto Lazio alle milizie bizantine e papa Gregorio II chiese ed ottenne, con molto sforzo, la loro restituzione. In realtà quei territori appartenevano giuridicamente all'Imperatore bizantino, ma il Papa, più che all'osservanza di una situazione giuridica formale, era interessato a respingere la troppo vicina potenza longobarda. Il suo timore non era infondato. Pochi anni dopo infatti, Liutprando, allo scopo di rafforzare il proprio dominio sul territorio a fronte di una situazione interna molto difficile, cinse d'assedio Roma.

Nel 732 - Carlo Martello sconfigge i Mori (o Saraceni, gli Arabi) nella battaglia di Poitiers, fermando la loro avanzata dalla Spagna, nei territori dei Franchi. I Carolingi devono il loro nome al loro antenato diretto, Carlo Martello, figlio illegittimo di Pipino di Heristal, "maggiordomo di palazzo" d'Austrasia. Carlo si trovò a capo di una milizia coinvolta nel 732 o nel 733 nella cosiddetta battaglia di Poitiers, un evento secondo le tesi storiche più moderne di portata relativamente modesta, ma ingigantito in secoli di storiografia come l'evento cardine del Medioevo, che bloccò l'espansione islamica in Europa e legittimò la dinastia carolingia. Lo scontro in sé dovette essere di modeste dimensioni, di durata giornaliera e senza vincitori né vinti. La "battaglia" non fermò le scorrerie saracene nella Gallia-Francia: nel 734 infatti veniva presa Avignone e contemporaneamente veniva saccheggiata Arles. Nel 737 gli arabi arrivarono a saccheggiare la Borgogna, dove prelevarono un'enorme quantità di schiavi da portare in Spagna. Carlo Martello era impegnato in continue campagne nel sud della Francia, ma i continui doppi giochi di alleanze trasversali e tradimenti rende impossibile una netta divisione tra i due schieramenti, tanto che ad alcuni Franchi i raid musulmani fecero anche comodo, all'interno di una lotta per il potere molto complessa. L'esaurirsi della spinta araba fu graduale e probabilmente fu la conclusione di un processo naturale di esaurimento delle forze. Se si dovesse scegliere un evento significativo dell'arresto dell'espansionismo arabo, quello fu la distruzione della flotta araba durante l'assedio a Costantinopoli del 717, ma il fatto che fosse riuscito grazie ad un imperatore "eretico", Leone III, mise già da allora in una luce secondaria l'evento agli occhi degli occidentali.

Cartina dell'espansione del
regno dei Franchi dal 481
all' 814. Nell'800 Carlo Magno
fonda il Sacro Romano Impero.
- Mentre il potere della dinastia merovingia andava diminuendo, durante il periodo detto dei "re fannulloni", i Pipinidi, maggiordomi di palazzo, accrebbero il loro potere, al quale mancava ormai il solo titolo. Importante fu la riorganizzazione dei regni dei Franchi in vista di una militarizzazione, ristrutturando la proprietà agraria in maniera da poter disporre da una classe di guerrieri dotati di cavallo, rapidi e forti grazie anche a nuove tecniche come l'introduzione della staffa che permetteva uno scontro frontale a cavallo tramite l'ancorazione delle lance. Carlo Martello mise come proprietari dei terreni più importanti esponenti di famiglie a lui fedeli, spianando la strada ad un consenso per una sua futura appropriazione del trono. Incontrò inoltre una forte resistenza ecclesiastica, avendo espropriato molte terre di diocesi e monasteri, alla quale rispose in maniera dura contro i più ostili oppositori, esautorandoli e sostituendoli con persone di sua fiducia, ma fu più prudente nei confronti della Chiesa franca in generale, cercando un miglior rapporto diretto con il papato, sostenendo per esempio le campagne missionarie verso i frisoni, gli alamanni e i turingi. I re merovingi, per quanto "fannulloni", godevano della sacralità dell'antica tradizione germanica. Carlo Martello, avvalendosi delle prerogative del maggiordomo, riuscì a far sì che Teodorico IV morisse, nel 737, senza eredi.

Nel 739 - Il re langobardo Liutprando, allo scopo di rafforzare il proprio dominio sul territorio a fronte di una situazione interna molto difficile, cinge d'assedio Roma. Papa Gregorio III riuscì a farlo desistere solo grazie all'intervento (allora soltanto diplomatico) di Carlo Martello, maestro di palazzo dei regni franchi merovingi di Austrasia e Neustria. Il pontefice gli indirizzò una lettera in cui comparve per la prima volta la locuzione populus peculiaris beati Petri, riferita alle popolazioni del Ducato Romano, del Ravennate e della Pentapoli, nelle Marche, riunite insieme in una republica di cui san Pietro era il protettore e l’eroe eponimo.

Metamauco, nella laguna
veneziana da https://venezia.
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Nel 742 - La sede del governo del ducato di Venezia è trasferita a Metamauco (nei pressi dell'attuale Malamocco).

Dal 750 - Gli Oghuz, una confederazione di tribù di turchi dell'Asia Centrale che parlavano una lingua del gruppo sud-occidentale delle lingue turche, entrano in conflitto con il ramo Karluk di un'altra tribù turca, gli Uiguri, per la leadership nella regione dello Zhetysu (regione storica corrispondente alla parte sud-orientale dell'attuale Kazakistan). Essendo stati sconfitti, gli Oghuz si spostano verso il Mar Caspio, mentre gli Uiguri si volgono a oriente, stringendo relazioni coi Cinesi.
Posizione degli Oghuz del 750.
Da https://en.wikipedia.org
/wiki/Oghuz_Turks#/media/
File:AD_750OguzYabgu.png
Gli Oghuz passano poi, nel IX secolo, attraverso le steppe siberiane fino ad arrivare in Transoxiana, la parte occidentale del Turkestan, dove prendono il posto dei Peceneghi e dei Kangarli stanziati nei pressi del fiume Ural, nella regione dell'Emba, costringendoli o a migrare a nord del Mar Nero oppure ad unirsi a loro. Nel X secolo, gli Oghuz sono stanziati nell'odierno Kazakistan, dove fondano uno stato, governato da uno yagbu (carica amministrativa degli antichi stati turchi o mongoli, circa equivalente alla carica di governatore. Il titolo significa l'assistente del khagan, un incarico assegnato ad uno dei suoi figli o parenti in linea paterna), con capitale Yangikent e da lì penetrano anche nel sud della Russia e nelle terre bulgare del Volga. È in quel periodo che un clan della confederazione, i seguaci del condottiero Seljuk (i Selgiuchidi), si sposta verso il Khorasan, antica regione persiana nota tra gli studiosi come "Grande Khorasan" che includeva aree che oggi fanno parte non solo dell'Iran ma dell'Afghanistan, del Tagikistan, del Turkmenistan e dell'Uzbekistan. Nel territorio dell'antica regione si trovano alcune città storiche dell'impero persiano: Nīshāpūr in Iran, Merv e Sanjan in Turkmenistan, Samarcanda e Bukhara in Uzbekistan, Herat, Kabul, Ghazni e Balkh in Afghanistan. Il Khorasan è stato conquistato da diversi popoli e appartenne a diversi imperi, Greci, Arabi, Selgiuchidi, Safavidi e altri ancora. Poi i Selgiuchidi si convertono all'Islam e nell'XI secolo conquistano la Persia fondandovi l'Impero selgiuchide.

- I Peceneghi o Patzinak erano una popolazione nomade, di ceppo turco, delle steppe dell'Asia Centrale. Nell'opera dell'XI secolo Divânü Lugâti't-Türk scritta da Mahmud Kashgari, una sorta di primo dizionario di lingua turca, esistono due voci alla parola Beçenek (ovvero Peceneghi in Turco). La prima è "Nazione turca che popola i dintorni di Rum". Dove Rūm è l'esonimo turco per l'Impero Bizantino. Nello stesso libro la seconda menzione ai Beçenek ovvero "un ceppo dei turchi Oghuz." Nella stessa opera alla voce Oguz, si dice che i turchi Oghuz si dicono composti da 22 ceppi e che il diciannovesimo ceppo è quello dei Beçenek. Max Vasmer, un noto linguista tedesco, fa derivare questo nome dalla parola turca che significa "cognato, parente". Secondo un'altra teoria, i Peceneghi proverrebbero dal popolo Wusun, menzionato dai cinesi nei primi secoli della nostra epoca in quella stessa regione. Un'ulteriore teoria afferma che fossero originari del bacino dell'alto corso del fiume Irtyš (un affluente del fiume Ob'), nella porzione più nordorientale dell'attuale Kazakistan, dove si trovavano ancora nel VI secolo. Qualunque fosse la loro origine, i Peceneghi emergono nella storia solo nell'VIII secolo, come abitanti della regione del basso Volga, del fiume Don e dei Monti Urali. Dal IX e durante il X secolo essi controllavano gran parte delle steppe del sud-ovest (l'odierna Ucraina) e della penisola di Crimea. Sebbene rappresentassero un importante fattore della storia locale, come gran parte delle tribù nomadi, la loro identità politica non permise loro di andare mai oltre le scorrerie ai popoli vicini o il loro servizio come mercenari per altre nazioni.

Nel 751 - Con la caduta dell'Esarcato di Ravenna, Venezia acquista una larga autonomia, restando tuttavia sotto l'autorità bizantina.  

Nel 752 Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III, lo depone e lo relega in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma diventa il primo re dei Franchi carolingio (da Carlo Martello, suo padre).

Langobardi (definiti comunemente ma erroneamente Longobardistrappano all'impero romano d'oriente Ravenna e la Pentapoli. Di fronte a una nuova crisi con i longobardi, Zaccaria (741-752), da poco asceso al soglio pontificio, non esitò a trattare direttamente con Liutprando. Nella primavera del 743 i due si incontrarono a Terni. Il pontefice ottenne dal re longobardo, la restituzione per donationis titulo di quattro città da lui occupate (tra cui Vetralla, Palestrina, Ninfa e Norma) e di una parte dei patrimoni della Chiesa in Sabina, ad essa sottratti oltre trent'anni prima dai duchi di Spoleto. Costantinopoli era debole e perdeva continuamente terreno a vantaggio dei Longobardi, mentre le sue relazioni col papato peggioravano ulteriormente. A metà dell'VIII secolo, il regno longobardo volle sferrare il colpo definitivo all'esarca bizantino invadendo il cuore delle terre imperiali italiane. Caddero Ravenna e la Pentapoli (752).

Nel 756 - In Italia Pipino sconfigge i Longobardi, che avevano conquistato Ravenna, capitale dell'esarcato dell'Impero Bizantino, nel 751 e avevano iniziato a fare pressione su Roma. Papa Stefano II, che definiva l'impero romano d'oriente "Imperio Grecorum", "impero dei greci" che verrà poi definito "bizantino" da Bisanzio, antico nome della città in cui venne fondata "Costantinopoli nuova Roma" da Costantino I il Grande, nel 754 si rivolge a Pipino il Breve, Maggiordomo di Palazzo del Regno franco di Neustria per muovere guerra ai Longobardi. Per convincerlo gli mostra un documento falso: la “Donazione di Costantino”, secondo la quale l'antico imperatore avrebbe donato alla Chiesa numerose terre in Italia. Di conseguenza Stefano II pretendeva la consegna di parte del Veneto, quasi tutta l'Emilia Romagna, la Toscana, l'Umbria, le Marche, il Lazio, metà dell'Abruzzo e la Corsica. In cambio Pipino avrebbe potuto inglobare i restanti territori longobardi ed essere consacrato protettore della cristianità. Così, Pipino il Breve sconfisse i Longobardi nel 756 e assegnò al papa i territori che sarebbero appartenuti alla Chiesa per circa mille anni.

Settimania o Gothia.
Dal 759 - Tra il 759 e il 768 il signore di Settimania (Gothia o Gotia) - che includeva il Razès e Rennes-le-Château - viene ufficialmente proclamato re. Nonostante la disapprovazione di Roma, è riconosciuto dai Carolingi, dei quali si dichiara vassallo. Nelle cronache pervenute fino a noi figura più di frequente con il nome di Teodorico, o Thierry, e su Wikipedia è indicato come Teodorico I conte di Autun. Teodorico I era discendente di Dagoberto II, re merovingio d'Austrasia, unico figlio maschio del re dei Franchi Sali di Austrasia della dinastia merovingia Sigeberto III e della moglie Inechilde. Dagoberto II, dal suo primo matrimonio con Matilde, principessa di stirpe celtica, ebbe tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti, nel suo secondo matrimonio, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV, antenato di Teodorico I. La maggioranza degli studiosi moderni ritengono infatti Teodorico di discendenza merovingia, ma era riconosciuto tanto da Pipino il Breve quanto dal Califfo di Baghdad come il seme della casa di Davide, come lo era stato Gesù. Questo Teodorico sarebbe nato a Baghdad: era un esilarca, cioè disceso dagli ebrei in esilio a Babilonia fin dai tempi della cattività babilonese, fra il VII e il VI sec. a.C. Il suo nome arabo era Natronai al-Makir. Questi sposò inoltre la sorella di Pipino, Alda, nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. Il Principato si estese con la donazione di molti territori concessi dai sovrani carolingi, tra cui alcuni appezzamenti della Chiesa, che causarono malumore al Papa Stefano III. La Settimania (o Septimania) ospitava una vasta popolazione ebraica prima tollerata, poi perseguitata dai Visigoti. La conquista dei Mori fu perciò ben accettata dagli ebrei locali, un po' come era successo in Spagna. La Settimania rimase in mano araba per circa quarant'anni, diventando un principato moresco con capitale Narbona. Usando la zona come base di partenza, i Mori si spinsero in Francia fino a lambire Lione. La loro avanzata fu però fermata da Carlo Martello, maestro di palazzo del re merovingio Childerico III, nella battaglia di Poitiers del 732. Intorno al 752, Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III, lo depose e lo relegò in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma  divenne il primo re dei Franchi carolingio (da Carlo Martello, suo padre). Pipino aveva stretto alleanza con gli aristocratici locali, portando così la Settimania sotto il suo dominio, tranne la capitale Narbona, difesa strenuamente da Arabi ed Ebrei. Dopo sette anni di assedio, Pipino, Re dei Franchi, fece un patto con gli ebrei di Narbona: in cambio del loro aiuto contro i Mori e del loro appoggio per la sua legittimazione a successore dei Merovingi, avrebbe concesso agli Ebrei di Settimania un principato ed un re esclusivamente loro. Quindi nel 759 la popolazione ebrea si rivoltò contro gli occupanti mori, aprì le porte a Pipino, che conquistò la città. Poco più tardi, gli Ebrei riconobbero Pipino come sovrano nominale e convalidarono le sue pretese alla sua legittimazione. Quello che non è facilmente comprensibile, è il motivo per cui il re usurpatore chiede l'avvallo degli Ebrei alla rimozione di un re merovingio, ma risulta chiaro se si pensa che la stirpe merovingia si era incrociata con i discendenti di Gesù e di Maria Maddalena (di Magdala), sua moglie, che proprio in Occitania, dopo la crocifissione, era approdata, con la figlia Sarah-Damaris e il figlioletto Yeshuah-Joseph Théo del Graal, insieme ad un gruppo di cui facevano parte Giuseppe d'Arimatea, membro del Sinedrio di Gerusalemme e Lazzaro, forse fratello di Maria Maddalena, chiamata anche Maria di Betania nei vangeli (vedi QUI). Una leggenda parla di una violenza subita dalla madre di Meroveo quando già era incinta di lui, da parte di un essere proveniente da Oltremare: il cronista Fredegario, afferma che Meroveo fu concepito quando Basina, moglie di Clodione, mentre era seduta in riva al mare fu posseduta dal mostro Quinotauro (con cinque corna), che era uscito dal mare e questo evento giustifica il nome Meroveo; figlio del mare. Questo episodio potrebbe far pensare ad una stirpe proveniente da oltremare che si incrocia con un'altra, continentale e regale. I Merovingi erano detti i "Re Lungochiomati", per la loro abitudine di non tagliarsi mai i capelli, ed anche i "Re Taumaturghi", per le loro supposte abilità nella guarigione delle persone. Secondo una diffusa leggenda medievale, essi erano discendenti della linea di Davide e i loro poteri derivavano, appunto, dall'avere sangue divino nelle proprie vene. L'abitudine di non tagliare i capelli, dunque, potrebbe fare riferimento al "nazireato", la forma giudaica di consacrazione a Dio, la stessa che nella Bibbia è attribuita al personaggio di Sansone e la stessa alla quale potrebbero aver aderito Giovanni Battista e persino Gesù (secondo l'ipotesi che "Nazareno" non intenda "di Nazareth", ma "Nazireo"). La cultura occitana ha inventato i "Romanzi", storie cavalleresche intrecciate all'amor cortese che mescolano leggende e verità, e proprio nei primi romanzi, si fa cenno del "Sangraal", tradotto come Santo Graal, ma che poteva essere il Sangue Reale, e non dimentichiamoci che Gesù voleva essere il re di Gerusalemme, unto a quello scopo dalla nobile Maria Maddalena della tribù di Beniamino, l'antica proprietaria nominale del territorio di Gerusalemme. Anche la famosa scritta INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei), posta sulla croce, ribadisce questa sua volontà, e la festività gitana delle tre Marie, che si celebra tuttora in Camargue, fa intravvedere in Sara proprio la nipote della madonna, la figlia di Gesù e della Maddalena. Ricordiamoci inoltre che Gesù era chiamato Rabbi, "maestro", e per tutti i rabbi è indispensabile avere figli, per seguire l'insegnamento: crescete e moltiplicatevi. Poi la chiesa cattolica, secoli dopo, impose il celibato nell'ambito clericale, ma questa è un'altra storia. Alla chiesa di Roma non conveniva  certamente accettare che esistessero discendenti di Gesù, il Cristo! Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore.

Carta della scorrerie
e invasione degli Arabi
in Italia, dall' 800 al X° sec.
Nel 760 - Gli Arabi iniziano gli studi di algebra, trigonometria e astronomia. Tra VIII e X secolo, partendo dalla Spagna ma soprattutto dal Nord Africa, i musulmani cominciarono a razziare le isole e le coste dei paesi cristiani europei: nelle isole greche, in Sicilia, in Sardegna e nelle Baleari queste incursioni furono la rovina per gli insediamenti costieri che vennero spesso abbandonati in favore dei più impervi insediamenti nell'entroterra. Le razzie erano spesso di durata fulminea, con il prelievo di gente per alimentare il mercato degli schiavi o, talvolta, per la riscossione di riscatti e tributi; più raramente gli arabi si impiantavano stabilmente in un "nido" (piccola colonia commerciale e militare), come accadde in maniera duratura a Creta, a Malta, in Sicilia e sulle Isole Baleari. Spesso la storiografia di matrice cristiana ha rappresentato questi insediamenti come di corsari o pirati, ma in verità essi avevano molto in comune con le esperienze di poco posteriori delle repubbliche marinare italiche, con le quali gli scontri e i colpi di mano si alternarono spesso a rapporti di buon vicinato commerciale. Se fino al X secolo gli insediamenti arabi erano decisamente più attivi, solo a partire dall'XI si ebbe un miglioramento dinamico di quelli cristiani. Uno degli insediamenti musulmani più fiorenti fu Almeria, specializzata nel commercio dei pregiati schiavi bianchi (i saqaliba), che venivano castrati dagli ebrei della vicina Pechina. In Oriente gli insediamenti vennero maggiormente osteggiati dai bizantini, che nella seconda metà del X secolo si ripresero Cipro e Creta. I commerci, dopo una fase critica durante il picco dell'espansione, ripresero gradualmente, anche se l'Europa occidentale non era il mercato più interessante per i musulmani. Nel Libro delle rotte e dei regni di Ibn Khordadhbeh dell'846 si parla di mercanti occidentali nei porti arabi, anche se non erano cristiani, ma ebrei "rodaniti" (forse del Rodano?) che commerciavano pellicce, schiavi ed armi nei porti del delta del Nilo, spedendoli via Mar Rosso verso India e Cina, in cambio di muschio, aloe, canfora e cardamomo, che venivano smerciati in Egitto, a Costantinopoli ed alle "rozze" (in confronto) corti dell'Europa occidentale.
Carta geografica della scorrerie e
invasioni degli Arabi in: Provenza,
Borgogna (Burgundia), Liguria,
Piemonte e territori limitrofi, fra
l' 889 e il 970 d.C.
Erano prodotti europei particolarmente apprezzati le spade "franche" di ferro e il legname, che scarseggiava nel mondo arabo ed era necessario per costruire le imbarcazioni. Erano invece praticamente assenti i contatti con l'Italia centro-settentrionale, che rimase inizialmente anche all'oscuro delle conquiste tecnico-scientifiche musulmane. È alquanto isolato il viaggio di Harun ibn Yahya  narrato nel X secolo dal geografo Ibn Rusta, che visitò Costantinopoli e poi, percorrendo la via Francigena, raggiunse  Pavia, capitale dei Longobardi e Roma. Dal X secolo i veneziani stabilirono più volte dei divieti di commercio con i saraceni, che indicano d'altronde come, se di divieto ci fosse bisogno, che essi dovevano essere ben fiorenti, se fu necessario reiterare più volte tale leggi. Nel 992 però il doge Pietro II Orseolo stabilì la celebre crisobolla per regolare rapporti mercantili sia con Costantinopoli sia con il Cairo fatimide. Ritrovamenti di archeologia subacquea, di monete musulmane nell'alto Tirreno e di documentazione scritta (anche se piuttosto rarefatta, nonostante il notevole archivio della Geniza degli ebrei-palestinesi del Cairo) provano comunque una discreta circolazione di merci e persone tra il mondo   franco e il mondo arabo tra i secoli IX e X.

Dal 765 - Si origina l'Ismailismo con la morte del sesto Imam sciita e alle contese che ne seguono circa la sua successione. Jaʿfar ibn Muhammad, detto al-Ṣādiq (Il Veridico), aveva designato a succedergli il proprio figlio maggiore, Ismāʿīl, che però morì alcuni anni prima di lui. La maggioranza della comunità sciita scelse come settimo Imam l'altro figlio designato da Jaʿfar, Mūsà ibn Jaʿfar, detto al-Kāẓim (il Silenzioso). Un'altra parte, minoritaria, respinse questa decisione e scelse come nuovo Imam il figlio di Ismāʿīl, Muḥammad ibn Ismāʿīl, in realtà già precedentemente designato come Imam dal padre ma "disconosciuto" a causa di un comportamento apparentemente non conforme alle regole musulmane. Altri ancora - i futuri ismailiti, che non accettavano come vera la morte di Ismāʿīl ibn Jaʿfar - diffusero la credenza che egli si fosse occultato al mondo e che sarebbe tornato a manifestarsi come il Mahdī. Benché perseguitati, gli ismailiti continuarono a venerare segretamente il loro Imam, svolgendo un proselitismo assai attivo, prima in Vicino (Siria) e Medio Oriente (Khorāsān), poi in varie altre parti del mondo musulmano. Si stabilirono infine nel Maghreb, tra i Berberi, da dove si lanciarono alla conquista dapprima dell'Ifrīqiya (l'antica Provincia Africa romana) e poi dell'Egitto, allora sotto la dinastia ikhshidide, fondandovi ai primi del X secolo la dinastia fatimide. Durante il califfato fatimide, alla morte dell'Imām al-Mustanṣir bi-llāh nel 1094, il gruppo fatimide si scisse di nuovo in due gruppi rivali: i Nizariti ( Nizārī ) e i Musta'liani ( Mustaʿlī ).

Cartina dell'espansione del regno
dei Franchi dal 481con Clodoveo
all' 814 con Carlo Magno. E'
indicata Aquisgrana (Aachen).
Nell' 800 Carlo Magno è
incoronato imperatore del
Sacro Romano Impero.
A sud la Settimania, o Gothia.
Nel 768 - Carlo Magno diventa re dei Franchi inaugurando l'investitura reale per la stirpe carolingia. Egli, dopo aver vinto i Longobardi d'Italia, sollecitato dal papa, diviene Re D’Italia. Da allora il territorio dei Franchi sarà chiamato Francia. Alla morte di Carlo Martello (741) la Francia era priva di re, ma non di maggiordomi, coi figli di Carlo Pipino il Breve e Carlomanno più forti che mai. Essi misero sul trono Childerico III, dalla genealogia incerta, eloquentemente soprannominato il re fantasma, essendo solo un fantoccio nelle mani dei Pipinidi. Il regno era di fatto comandato da Carlomanno (il nord con Austrasia, Alemannia e Turingia) e Pipino (il sud con Neustria, Borgogna e Provenza). Carlomanno si ritirò in seguito in un'abbazia, così che Pipino si trovò ad essere di fatto l'unico uomo di potere. In questo contesto Pipino si decise a fare il passo fondamentale, inviando a papa Zaccaria degli ambasciatori nel 751 per saggiarne la disponibilità a incoronarlo re.Assodata la disponibilità del papa, che proprio in quegli anni era in cerca di alleati contro la minacciosa espansione dei longobardi verso Roma, Pipino fece rinchiudere il suo signore Childerico III e si proclamò re al suo posto. La fine del regno dei merovingi fu marcata, secondo la tradizione franca dei "re capelluti", dalla rasatura che venne imposta a Childerico. Pipino divenne così il primo re dei Franchi carolingi, per prima cosa secondo le tradizioni del suo popolo e in seguito per la Chiesa cattolica. Fu cruciale per la storia europea l'atto, giuridicamente illegittimo, dell'incoronazione papale (fino ad allora i re erano stati solo benedetti, mentre lo status giuridico a regnare doveva provenire dall'unico erede dell'Impero romano, il sovrano bizantino), sia che Pipino stesse usurpando un titolo di sovrano "sacrale" verso i Germani, sia che il papa si stesse arrogando un potere di legittimazione che non aveva fondamento giuridico definito. Ma nella pratica la sacralità del papa compensò la fine della sacralità della dinastia merovingia, inoltre la presenza di un imperatore "eretico" (iconoclasta) come Leone III sul trono di Bisanzio causava un vuoto di potere che il papa aveva già manifestato di volersi arrogare (nacque proprio in quegli anni il falso documento della Donazione di Costantino). Nacque in quegli anni anche la cerimonia dell'unzione regale con uno speciale olio benedetto, un atto estraneo al mondo germanico o romano, che si rifaceva direttamente all'unzione dei Re d'Israele presente nella Bibbia. In quel periodo nacque probabilmente per analogia anche la leggenda dell'unzione di Re Clodoveo con un olio benedetto portato miracolosamente da una colomba all'arcivescovo di Reims san Remigio per volere dello Spirito Santo. La nuova sacralità arrogata dai carolingi era "più alta" della tradizionale sacralità con risvolti pagani arrogata dai merovingi. Papa Stefano II si recò in Francia per chiedere il sostegno di Pipino il Breve, che ricevette con la nomina per sé e per i suoi figli a patrizi romani (cioè protettori di Roma), ed inviò i suoi eserciti in Italia nel 754 e nel 756, sconfiggendo le truppe di re Astolfo dei Longobardi. La benevolenza del papato e l'energia dei nuovi sovrani cancellarono presto dalla memoria collettiva qualsiasi ricordo di usurpazione

Il leone di Giuda con il bastone
del comando.
- (Tesi storica scatenata dalla ricostruzione de: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore). Il signore di Settimania (o Gotia) Teodorico, o Thierry, che su Wikipedia è indicato come Teodorico I conte di Autun ebbe come figlio Guglielmo (o Guillem) di Gellone, re degli Ebrei di Settimania, conte di Barcellona, di Tolosa, d'Alvernia e di Razés, e che era, tramite la madre Alda, cugino di Carlomagno, che era stato il primo imperatore incoronato dal papa, a legittimare la divinità dell'investitura; non a caso il suo dominio prese il nome di Sacro Romano Impero. Guglielmo (o Guillem) di Gellone, conosciuto anche come Guglielmo d'AquitaniaGuglielmo I di TolosaGuglielmo d'Orange o, come nel caso di Dante Alighieri, Guiglielmo, fu riconosciuto come discendente di Davide dai Carolingi, dal Califfo di Baghdad e dal Papa, e parlava correntemente l'ebraico e l'arabo. Il suo stemma era il Leone di Giuda, lo stesso degli esilarchi e del re David, dei re merovingi e dei primi re carolingi e dell'Etiopia (vedine anche il motivo QUI). Il Leone di Giuda è il simbolo della tribù ebraica di Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, considerato il fondatore della tribù. L'associazione tra Giuda e il leone può essere innanzitutto trovata nella benedizione di Giacobbe a Giuda di cui si legge nel Libro della Genesi: «A te, Giuda, tributeranno omaggio i tuoi fratelli, la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici, si prostreranno a te i figli di tuo padre. Tu, Giuda, sei un leoncello quando torni, o figlio mio, dalla preda. Allorché egli se ne sta chino, coricato come un leone, chi oserebbe farlo alzare? Lo scettro non si dipartirà da Giuda né il bastone del comando di tra i suoi piedi fino a che verrà il Messia verso il quale convergerà l'ossequio dei popoli. Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue dell'uva. Ha gli occhi rossi per il vino e bianchi i denti per il latte» (Genesi 49:8-12). Il re Davide, Salomone e Gesù discesero dalla tribù di Giuda, di cui il leone è simbolo. Il Leone di Giuda è anche un'espressione usata nell'Apocalisse per indicare il Messia. Nelle campagne militari Guglielmo rispettava rigorosamente il Sabato e le feste ebraiche, divenne Pari di Carlomagno e alla sua morte porse sul capo la corona imperiale a Ludovico, figlio e successore di Carlo, che avrebbe esclamato "Nobilissimo Guglielmo... è la tua stirpe che ha innalzato la mia" (William, count of Orange, a cura di Glanville Price, 1975). Inoltre, come prova dell'antica presenza ebraica, nello stemma di molte città della zona figura la stella a sei punte, tra cui lo stemma di Rennes le Château, sito di riferimento nella ricerca del Santo Graal. E comunque Guglielmo d'Aquitania, conosciuto anche come Guglielmo di Gellone, Guglielmo I di Tolosa o ancora, in composizioni poetiche, Guglielmo d'Orange (750 circa - Gellona, 28 maggio 812), conte di Tolosa, duca di Narbona e marchese di Gotia, nell'806 si ritirò nel monastero che aveva fondato a Gellona (l'odierna Saint-Guilhem-le-Désert, nel dipartimento dell'Hérault nella regione della Linguadoca-Rossiglione) nell'804, guadagnandosi fama di santità come San Guglielmo d'Aquitania venerato santo dalla Chiesa cattolica e la sua memoria liturgica è il 28 maggio. Dante Alighieri lo nomina come "Guiglielmo" nella Divina Commedia, ponendolo nel XVIII canto del Paradiso, verso 46. Di lui i documenti dicono che era nato in Borgogna, che era figlio del conte di Autun, Teodorico I (ca. 720 - ca. 804) di antica famiglia Merovingia e di Alda o Audana (?-† 751), figlia di primo o secondo letto di Carlo Martello, come è scritto in un documento dell'804, in occasione della fondazione del monastero di Gellone, e per questo Guglielmo era cugino di Carlo Magno di cui fu anche paladino. Da notare che Raimondo I di Rouergue (820 circa - 865 circa) , che fu conte di Quercy dall'849 e poi conte di Tolosa dall'852 all'863 e anche conte di Rouergue dall'849 fino alla morte, era figlio secondogenito del conte di Rouergue, Fulcoaldo (?-† 849 circa) e di Senegonda, figlia di Alda, la moglie di Teodorico I e quindi Senegonda era sorella o sorellastra di San Guglielmo di Gellone; quindi i conti di Tolosa erano parenti consanguinei di Guglielmo di Gellone, che vantava la sua discendenza, attraverso i Merovingi, dalla casa di David.

Nel 773 - Diffusione della numerazione araba, derivata dalla numerazione sanscrita dell'India, che usiamo ancora oggi.

- Nella seconda metà del secolo VIII, Ordoño I re delle Asturie, imposta una politica di ripopolamento della regione a nord del fiume Duero, nell'odierno Portogallo, che ottiene buoni risultati, giungendo la popolazione fino alla sponda destra del fiume.

Cartina dei domini dello Stato
della Chiesa nel 781,
compresa l'intera Corsica.
Nel 774 - Per rafforzare la legittimazione di uno Stato Pontificio, venne costruita la cosiddetta Donazione di Costantino al papa Silvestro I, un documento falso finalizzato a legittimare il potere temporale dei papi. Secondo tale documento, nel 321 l'imperatore romano Costantino il Grande avrebbe assicurato a Silvestro I e ai suoi successori il dominio esclusivo sul Palazzo del Laterano e la città di Roma, con tutte le pertinenze e le insegne imperiali. A scoprire che il documento era un falso fu l'umanista Lorenzo Valla nel 1440 circa. Valla constatò che il latino in cui era stato scritto aveva caratteristiche diverse dalla lingua dell'Impero romano. Il figlio di Pipino il Breve, Carlo Magno, devotissimo di S. Pietro, scese a Roma cinque volte ed altrettante volte arricchì di doni il patrimonium Sancti Petri. La prima visita avvenne nel 773 (il 21 aprile, giorno di Pasqua): incontrando Papa Adriano gli confermò la donazione fatta dal padre Pipino e donò agli apostoli Pietro e Paolo parte del Ducato di Benevento e del Ducato di Spoleto (detti anche Langobardia Minor) nonché l'isola di Corsica. Nel 774 il pontefice gli conferì il titolo di patricius Romanorum. Carlo donò la Tuscia romana (con i centri di Ronciglione, Viterbo, Tuscania, Soana) insieme a Populonia, Rusellae e Castrum Felicitatis nella Tuscia longobarda e ad Ancona, Numana ed Osimo: nel complesso dieci città. Nel 781, il giorno di Pasqua, fece consacrare i figli: Pipino come re d'Italia (regem super Italiam) e Ludovico come re d'Aquitania; inoltre si accordò con papa Adriano, il quale rinunciò a Terracina e, in cambio, ottenne la Sabina. Nel 787 decise di ritenere per sé il Ducato di Benevento; da esso poi staccò alcune città che consegnò al pontefice: Sora, Arpino, Arce, Aquino, Teano e Capua (dette anche civitas in partibus Beneventanis). In occasione della propria consacrazione ad imperatore (Natale dell'anno 800), Carlo arricchì di molti doni d'oro e d'argento le principali basiliche romane.

Nel 781 Nasce lo Stato della Chiesa o stato pontificio, governato dal papa-re tramite il "potere temporale" della chiesa. Papa Stefano II si era inventato il clamoroso "Lascito di Costantino", un falso atto che concedeva al vescovo di Roma il potere temporale sui territori che erano stati dell'impero romano. Nel 781, grazie alle conquiste di Pipino il Breve ai danni di Astolfo dei Langobardi, che ripagava così la chiesa romana che fu complice nella sua usurpazione del trono francese, nacque, nel centro Italia, lo Stato della Chiesa.

Carta del regno delle Asturie nel 790
di Tokle da:https://commons.
wikimedia.org/w/index
.php?curid=3162923
 
Nel 788 - In Hispania, costruzione della grande moschea di Cordova.

Nel 798 - Nella penisola iberica, re Alfonso II delle Asturie conquista (temporaneamente) Lisbona e, negli anni seguenti, grazie alle sue vittorie contro i musulmani consolida la sua presenza in Galizia, ed inizia l'insediamento nel nord del Portogallo.

Nell' 800 - La notte di Natale, a Roma, papa Leone III incorona Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero, nuova entità politica erede, attraverso la romanità cristiana, dell'impero romano d'occidente.
Cartina dell'Europa nell'anno 800 con:
il Sacro Romano Impero di Carlo
  Magno, i possedimenti occidentali
dell'Impero Romano d'Oriente,
o Bizantino, i possedimenti degli
Arabi (fra cui l'Emirato di Cordova)
e il Regno delle Asturie.
Il papa, patriarca latino di Roma, definisce l'impero romano d'oriente "impero dei greci", impadronendosi così della "romanità imperiale" e del potere di poterla dispensare. Il patriarcato romano, secondario nella storia della cristianità, si pone come centro della chiesa "universale" o "cattolica" ed erede dell'impero romano.

- Dall' 800, durante il regno di Krum, all'inizio del IX secolo, il territorio bulgaro raddoppia di dimensioni, passando dal Danubio centrale al Dnepr e da Odrin ai Monti Tatra . La sua abile ed energica regola porterà la legge e l'ordine in Bulgaria e svilupperà i rudimenti dell'organizzazione statale.  

- Tra la fine dell'VIII secolo ed i primi anni del IX, i Croati (in croato Hrvati), un gruppo etnico appartenente ai popoli slavi meridionali, giunge e s'insedia stabilmente nella penisola Balcanica centro-occidentale.

Dall' 803 - Nello scontro fra l'impero carolingio e quello bizantino, Venezia si schiera con quest'ultimo, resiste agli attacchi dei Franchi dell' 803 e 810 e alla composizione del conflitto e alla definizione dei confini tra i due imperi, resta con Costantinopoli (814).

Nell' 811 - L'aggressività dei Bulgari li trasforma in una minaccia per Bisanzio: l'imperatore Niceforo I il Logoteta viene da essi catturato e brutalmente giustiziato. Da allora i Bulgari conquistarono la zona balcanica dell'attuale Bulgariaassoggettando tutte le popolazioni slave o slavizzate che lì risiedevano. I metodi di riconoscimento attraverso il DNA dimostrano che i Bulgari sono strettamente correlati ai gruppi etnici dei Macedoni, dei Greci e dei Rumeni, più che alle popolazioni europee che vivevano sulle coste del mar Mediterraneo. Gli antropologi dichiarano che i Bulgari hanno caratteristiche tipiche dei gruppi etnici del sud Europa con influenze di minore forza di altri gruppi etnici. Fra questi si possono menzionare i Cumani, i Peceneghi, i Blachi, i Tatari e gli Àvari. Tutti questi, eccetto una piccola parte di Valacchi e di Tatari, sono stati interamente assimilati in un unico gruppo e non sono più considerati gruppi etnici a sé stanti. I Cumani sono considerati anche i principali antenati dei Gagauzi. Altre minoranze etniche in Bulgaria includono i Turchi, gli Armeni, i Rom e i Greci. Sebbene abbiano preservato la loro identità culturale, queste minoranze vengono lentamente assimilate al gruppo etnico bulgaro, processo reso possibile anche dai numerosi matrimoni tra esponenti di etnie diverse, come quelli tra Greci, Armeni e Bulgari. I Bulgari sono linguisticamente correlati ai moderni Macedoni; entrambi i linguaggi, infatti, sono mutuamente comprensibili. Inoltre, prima del XX secolo, gli odierni macedoni erano riconosciuti come parte integrante del gruppo etnico bulgaro e molti di loro, tutt'oggi si identificano in quel gruppo etnico. La grande maggioranza dei Bulgari vive nella Repubblica di Bulgaria. Vi sono significative minoranze bulgare in Moldavia e in Ucraina (Bulgari di Bessarabia), in Romania (Bulgari dei banati), Serbia, Grecia, Macedonia, Albania e Ungheria. La maggioranza della popolazione urbana bulgara può essere trovata a Sofia, 1.241.000), Filippopoli (378.000), e Varna (352.000). La stima totale dei bulgari dipende unicamente dalla considerazione delle comunità sparse per il globo, risultato delle numerose correnti migratorie negli ultimi venti anni. Durante il Medioevo la Bulgaria era il più importante centro culturale dei popoli slavi fino alla fine del X secolo. Le due scuole letterarie di Preslav e Ocrida svilupparono una ricca attività culturale con scrittori del calibro di Costantino di Preslav, Giovanni l'Esarca, Černorizec Hrabar, Clemente di Ocrida e San Naum di Ocrida. Nella prima metà del X secolo, l'alfabeto cirillico si sviluppò nel nord-est della Bulgaria sulla base dell'alfabeto glagolitico e dell'alfabeto greco. Lo stesso viene oggi usato per scrivere in cinque importanti lingue di origine slava: bielorusso, macedone, russo, serbo e ucraino, così come in altre 60 lingue parlate negli Stati della ex-Unione Sovietica. I Bulgari parlano la lingua bulgara, scritta con caratteri cirillici, strettamente correlata al serbo-croato e spesso intelligibili fra loro. La lingua bulgara è correlata anche alla lingua russa, a causa delle influenze che i bulgari hanno avuto sulla società russa antica sin dal 988, anno del Battesimo di Kiev e della conseguente fondazione della Metropolia della Tauroscizia con sede a Kiev, dove i prelati erano quasi tutti di nazionalità bulgara. Sebbene sia di origine slava, la lingua bulgara mostra alcuni aspetti che la rendono unica e diversa rispetto alle altre lingue della stessa famiglia. Fino al 1878, il bulgaro fu influenzato dal greco medievale e moderno oltre che dal turco. Se anticamente la lingua bulgara ha prestato molti vocaboli al russo, più recentemente ne ha presi dal tedesco e dal francese.

Nell' 813Ludovico, figlio di Carlo Magno, è incoronato co-imperatore con Carlo Magno.

Carta dell'Europa nell'814, alla morte
di Carlo Magno. In verde il Sacro
Romano Impero, in viola gli
insediamenti Vichinghi nel nord
francese, in nocciola lo Stato della
Chiesa, in rosso scuro i domini
dell'impero Romano d'Oriente
(Bizantino) dopo l'invasione dei
Bulgari, in giallo il Regno delle
Asturie.
Nell' 814 - Il 28 gennaio, ad Acquisgrana, muore Carlo Magno. Ludovico I, suo figlio, eredita l'intero Impero carolingio e tutti i suoi possessi. Ludovico I, detto Ludovico il Pio o Luigi I, in francese è Louis le Pieux o Louis le Débonnaire (il Benevolo), in tedesco è Ludwig der Fromme (Casseuil-sur-Garonne, 16 aprile 778 - Ingelheim am Rhein, 23 giugno 840), fu re dei Franchi e imperatore dell'Impero carolingio dal 814 all' 840. Come nella consuetudine dei Franchi, si pensava che Ludovico avrebbe dovuto ripartire la sua eredità con i suoi fratelli, Carlo il giovane e Pipino re d'Italia. Il figlio primogenito di Carlo Magno, Pipino il Gobbo, era stato considerato illegittimo e, dopo la scoperta, nel 792, di un infruttuoso tentativo di rivolta contro il padre, fu rinchiuso a vita in un monastero.
Nella Divisio Regnorum (806), Carlo Magno aveva designato come suo successore Carlo il giovane come imperatore e re dei Franchi, aggiungendo d'altra parte la Settimania, la Provenza e parte della Borgogna al regno di Aquitania per la parte di Ludovico. Ma gli altri figli legittimi di Carlo Magno morirono, Pipino nell'810 e Carlo, re di Neustria, nell'811; così Ludovico fu incoronato co-imperatore con Carlo Magno nell'813. Alla morte del padre  nell'814, ereditò l'intero Impero carolingio e tutti i suoi possessi. Fu incoronato imperatore da papa Stefano IV nella Cattedrale di Reims, con l'olio santo contenuto nella santa Ampolla, nell'816. Ludovico si avvalse di Benedetto d'Aniane, un nobile visigoto originario della Settimania e fondatore di monasteri, per essere aiutato a riformare la chiesa franca.

Il Leone di San Marco, stemma
di Venezia.
Nell'821 - A seguito della tentata invasione franca di Pipino (Carlomanno, ribattezzato Pipino al momento dell'incoronazione a Re d'Italia nell'aprile 773 o 777, figlio di Carlo Magno e re dei Longobardi dal 781 ) dell'803 e 810, la più sicura Rivoalto (Rialto) diviene capitale del Ducato di Venezia, assumendo nel tempo il nome stesso del territorio e dello Stato e diventando definitivamente Venezia che qui, dopo la traslazione delle reliquie di San Marco e la costruzione della basilica, avrà anche il suo centro religioso.

Carta dell'Hispania dall'848, con la
Vasconia, il Regno di Pamplona
che diverrà la Navarra, da http://
thepickwickclub.weebly.
com/lisbona---storia.html
Nell' 824 - Il Regno di Navarra (in basco: Nafarroako Erresuma) era uno Stato europeo insediato sul territorio che si estende dalle due parti della catena pirenaica, sull'Oceano Atlantico. La Navarra, in alcuni momenti della sua storia, corrispose molto approssimativamente ai territori occupati dal popolo basco, la Vasconia, autonoma e indipendente da sempre. Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane autoctone che abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si erano insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi. Sebbene i dettagli siano abbondantemente leggendari, il Regno di Pamplona, più tardi chiamato Navarra, fu un'evoluzione della contea di Pamplona, la sua capitale tradizionale, allorché l'esponente basco Íñigo I di Pamplona o Enneco Aresta (in basco: Eneko Haritza , in spagnolo: Iñigo Arista o Aiza) fu prescelto quale re a Pamplona (tradizionalmente nell'824) e guidò una rivolta contro i Franchi  che avevano invaso il territorio basco.

Carta della Sicilia islamizzata da:
http://islamicamentando.altervista
.org/aggressioni-islamiche-e-la-
prima-crociata-voi-invece
-sareste-stati-a-guardare/
Nell' 827 - Inizia a partire dallo sbarco a Capo Granitola, presso Mazara del Vallo, il dominio islamico sulla Sicilia che terminerà, con la caduta di Noto, nel 1.091. Precedentemente, intorno al 700, era stata occupata l'isola di Pantelleria da ʿAbd al-Malik b. Qaḥṭān. Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cadrà nel 1.072, conquistata dai normanni. Il periodo di dominazione islamica della Sicilia, dall'827 al 1072, può essere suddiviso in tre parti: la prima (827-910) quando la Sicilia aveva un governatore nominato dall'emiro aghlabide di Qayrawan; la seconda (910-948) durante la quale i governanti erano fatimidi; la terza, (948-1019) all'epoca dei Kalbiti, una dinastia sciita-ismailita voluta dall'Imam fatimide che finì col governare in modo autonomo l'Isola, da vero e proprio emirato. Dopo questa data vi furono tre Emirati indipendenti: Mazara del Vallo (emiro ʿAbd Allāh ibn Mankūt), Siracusa (emiro Ibn al-Thumna), Enna (Ibn al-Ḥawwās).

La Grande Moravia, primo stato
slavo da https://upload.wikime
dia.org/wikipedia/commons/9/98
/Great_moravia_svatopluk.png
Nell' 833 - Nell'Europa centrale si forma la regione storica della Grande Moravia, che ha continuato a sussistere come entità politica e territoriale fino al X secolo, che rappresenta la prima forma di realtà statale a cui diedero vita le popolazioni appartenenti al ceppo degli Slavi occidentali, ed i suoi abitanti furono soprattutto quelle popolazioni che sarebbero poi diventate gli attuali Moravi e Slovacchi. Il centro geografico e politico di questa nazione erano le due regioni alle sponde opposte del fiume Morava, ovvero quelle che oggi sono la Slovacchia e la Repubblica Ceca, tuttavia il suo territorio si estendeva complessivamente ben oltre, andando a coprire porzioni di territorio attualmente appartenenti all'Ungheria, alla Romania, alla Polonia, alla Serbia, all'Austria, alla Germania, alla Slovenia, alla Croazia ed in ultimo all'Ucraina.

Nell' 840 - Sebbene immerso nelle liti familiari, Lotario I, imperatore e re d'Italia (primogenito di Ludovico il Pio, re di Aquitania, e di Ermengarda, nato in Aquitania nel 795) riesce ad occuparsi di una fondamentale questione relativa al suolo italico e alla presenza franca in esso: nell'840 stipula un patto con il Ducato romano-orientale di Venezia, di non semplice interpretazione. Dopo che i tentativi di annessione dei suoi predecessori erano falliti, era necessario regolare i rapporti tra il Regnum - o meglio tra le popolazioni confinanti - e la città lagunare. Con il patto Lotario assume una sorta di autorità superiore tra le due parti. Un importante completamento di tale atto sarà il preceptum emanato da Lotario nel settembre dell'841, che rifacendosi a un precedente accordo franco-bizantino stipulato da Carlomagno, riconosce un'autonomia del Ducato nel diritto al pieno godimento dei beni laici ed ecclesiastici. Dal patto dell'imperatore Lotario del 23 febbraio 840 si evince che nelle lagune venete dell'alto Adriatico si è intensificata un'urbanizzazione rispetto alla situazione del VI secolo, in controtendenza allo svuotamento e il depauperamento dei centri urbani dell'Europa occidentale. Il fenomeno riguarda anche la costa orientale dell'Adriatico e il Peloponneso come risultato dell'importanza assunta dalla marineria, sia commerciale che militare romano-orientale e dei nuovi dislocamenti dei ceti dirigenti in terraferma, dediti ai traffici con Africa e Oriente. Nella provincia delle “Venetie”, si distinguono perlopiù i mercanti e addirittura, al paragrafo 33 del “Pactum Lotharii” è scritto “Relativamente agli eunuchi, stabiliamo che, se qualcuno d'ora in poi oserà farne, secondo la consuetudine che è stata vietata, abbia a subire egli stesso la stessa punizione oppure possa riscattarsi presso di noi (pagando una multa n.d.r.). Se avrà negato di avere fatto questo gesto (cioè castrato schiavi per farne eunuchi n.d.r.) dimostri di essere innocente sulla testimonianza di 12 persone scelte altrimenti subisca la pena.” Da questo passo si comprende come ogni venetico fosse compreso in una catena di dodici persone, base dell'arruolamento nelle navi. 
Ubicazione dell'isola di Ammiana,
ora scomparsa.
Il doge stabiliva infatti quale percentuale delle duodene fosse impiegata negli arruolamenti e coloro che rimanevano a casa contribuivano al sostentamento delle famiglie dei combattenti e dei combattenti, caratteristica bizantina dell'organizzazione militare adottata in laguna dove non c'è la possibilità di concessione di terre come in altre regioni dell'impero romano-orientale. Altro elemento interessante è il traffico di schiavi eunuchizzati, che sono molto ricercati e molto costosi e il divieto che se ne fa. Pare che esistesse un “Castrum castranzium” nell'isola di AmmianaVenetici e non meno i genovesi, fra le voci del loro traffico vicino-orientale annoveravano l'import-export di schiavi, nonostante i divieti papali di esportazione di schiavi cristiani in paesi non cristiani ma i mercati spagnoli e vicino-orientali apprezzavano molto gli schiavi eunuchi bianchi.

Nell' 841 - All'accordo con Venezia segue di qualche mese il cruentissimo scontro tra Lotario I, Ludovico il Germanico e Carlo, consumatosi in campo aperto il 25 giugno 841 a Fontenoy, che avrebbe segnato la fine dell'unione dell'Impero carolingio e la nascita delle autonomie nazionali. Già i contemporanei avvertirono la drammaticità di quel momento, rimarcata pochi mesi dopo, il 14 febbraio 842, quando gli uomini di Carlo e quelli di Ludovico, giurando alleanza a Strasburgo - i primi in una lingua romanza protofrancese, i secondi in un tedesco arcaico - di fatto testimoniano la divisione tra le rispettive terre.

Dogato di Venezia.
- A Venezia, nei sec. IX e X, con la crescita della città, le istituzioni e la politica veneziane si distaccheranno progressivamente sempre più dalle vicende di un impero sempre più lontano, la cui sovranità si farà sempre più meramente formale (nell'840, ad esempio, il doge di propria iniziativa aveva promulgato il Pactum Lotharii con il Sacro Romano Impero). È in questo periodo che, a fianco dei tentativi di costituire un sistema politico su modello imperiale bizantino (con il tentativo di rendere ereditaria la carica ducale tramite l'adozione del sistema di associazione al trono di un erede "co-Dux"), si viene sviluppando un sistema di famiglie patrizie in concorrenza per il potere (segno ne sono le frequenti rivolte e deposizioni dei "Dogi", tonsurati, accecati ed esiliati), nucleo della futura oligarchia mercantile a capo dello Stato. All'estero i veneziani difesero con successo, insieme ai Bizantini, la libertà della navigazione nell'Adriatico contro pirati slavi e saraceni. 

Carta del Sacro Romano Impero
 nell' 843, dopo Ludovico I il Pio,
che con il trattato di Verdun è
diviso fra Lotario, Carlo il Calvo
e Ludovico il Tedesco. 
Nell' 843 - Si stipula il Trattato di Verdun, che sancisce la divisione in tre parti dell'impero carolingio. Nel Trattato di Verdun dell'843 i tre figli sopravvissuti di Ludovico il Pio divisero il suo territorio, l'Impero Carolingio, in tre regni. Il figlio maggiore, Lotario I, aveva dichiarato guerra ai fratelli fin dalla morte del padre, avvenuta nell'840. Dopo la sua sconfitta nella battaglia di Fontenay, combattuta nell'841, e l'alleanza tra i suoi fratelli, sigillata nel Giuramento di Strasburgo, Lotario era disposto a negoziare. Ognuno dei fratelli aveva già un suo regno, Lotario in Italia, Ludovico II il Germanico in Baviera e Carlo il Calvo in Aquitania. Lotario ricevette la parte centrale dell'impero, quella che in seguito divenne Paesi Bassi, Lorena, Alsazia, Borgogna, Provenza, e Italia. A titolo onorifico ricevette anche il titolo imperiale, ma senza avere più che un comando nominale. Ludovico ricevette la parte orientale, gran parte di quella che divenne più tardi la Germania, sotto forma di Sacro Romano Impero. Carlo invece ricevette la porzione occidentale, gran parte della quale sarebbe divenuta la Francia, incluse anche l'Aquitania, Tolosa e la Settimania. Anche se spesso viene presentato come la devoluzione o la dissoluzione dell'impero unitario di Carlo Magno, il trattato in effetti riflette la continua aderenza alla tradizione Franca di una eredità divisibile invece che di una che favoriva solo il primogenito, consuetudine che porterà inevitabilmente alla frantumazione dei poteri a discapito di un riferimento centralizzato, come già era avvenuto con i Merovingi. Si formarono quindi i regni di Francia, di  Borgogna, di Provenza, d’Italia e di Germania. Con le varie divisioni dell'Impero Franco, il fiume Schelda diviene infine il confine tra l'impero Franco d'oriente e quello d'occidente.

Cartina dell'Europa con i percorsi
 delle invasioni degli  Scandinavi,
chiamati Normanni o Vichinghi o
 Vareghi, dall'VIII secolo fino ai
regni dei Normanni di Normandia
dell'XI sec. Nell' 860 gli Scandinavi
Svedesi chiamati Varaghi o Vareghi,
 fondano Novgorod, capitale del
loro Principato di Rus' o di Kiev.
- I Normanni (da Nordmanni o Nordmaenner, ossia "Uomini del Nord") rappresentano un insieme di gruppi umani della Scandinavia. Di verosimile origine germanica, si insediarono in Danimarca, Norvegia e Svezia. La cultura normanna, come quella di molti altri popoli migratori, era particolarmente versatile e aperta al nuovo. Per un certo periodo, questa caratteristica li portò a occupare territori europei tra loro eterogenei. Nonostante fossero in prevalenza contadini e non navigatori, furono fenomenali nel prendere il mare e navigarono, senza disporre di bussola e di carte di navigazione, fino a toccare:
- I Normanni Svedesi: la futura Russia e l'Ucraina, risalendo il corso di fiumi che avevano la foce nel Mar Baltico, e fondarono il principato di Kiev: i guerrieri-mercanti svedesi (i vareghi), misti alle popolazioni slave autoctone, contribuirono a costituire la civiltà russa.
- I Normanni Norvegesi: le isole Faer Oer, Islanda, Groenlandia, Labrador. Si dedicarono all'esplorazione dell'Oceano Glaciale Artico, grazie forse ad un aumento delle temperature che rese possibile la navigazione nelle acque già ghiacciate, toccando tra X e XI secolo Islanda, Groenlandia e anche le coste del Labrador nell'attuale Canada. Dal norvegese dei coloni in Islanda nacque il norreno, la lingua letteraria delle grandi saghe nordiche.
Carta delle migrazioni
 normanne.
- I Normanni Danesi: il nord-est della Francia, che prenderà il nome di Normandia, Gran Bretagna tranne il Galles e l'Italia del sud (da cui Antiochia in Terrasanta). Dopo l'insediamento in Normandia, in Francia (nel 910), nell'XI secolo si riversarono nell'Italia meridionale (nel 1.017 circa) poi ottennero la corona d'Inghilterra dal 1.066. Nel Sud dell'Italia diedero luogo alla fondazione della Contea di Puglia con gli Altavilla e nel 1.130 il regno di Sicilia.
Normanno è quindi un sostantivo collettivo che riunisce varie popolazioni dello Jutland e della Scandinavia, che furono protagoniste di diverse imprese fra il IX e il XII secolo. Il termine “Vichinghi”, che è divenuto equivalente e sovrapponibile a Normanni, in realtà si riferisce in origine a quella parte della popolazione che viveva nei fiordi (in norreno vik), da cui venivano avviate spedizioni piratesche o progetti di colonizzazione. Il termine “Vareghi” o “Variaghi” si riferisce invece ai guerrieri-mercanti Svedesi. I Normanni, soprattutto quelli Danesi, si dedicarono alle scorrerie a partire dall'inizio del IX secolo. 
Drakkar vichingo.
Dotati di navi leggere senza ponte e senza remi, le drakkar, cioè "dragoni", ornate da un serpente di mare intagliato sulla prua, queste popolazionio batterono le coste della Francia, dell'Inghilterra fino alla penisola Iberica, all'Italia (saccheggiarono città come Luni e Fiesole) e alle isole del Mediterraneo occidentale, passando solo in un momento successivo all'insediamento stanziale. Inizialmente pagani e dediti alle razzie, in seguito allo stanziamento in Francia si convertirono al cristianesimo e si dedicarono anche all'agricoltura. Ottimi guerrieri, specializzati nel combattimento a cavallo, utilizzavano principalmente la spada, indossavano una tunica in maglia di ferro, l'"usbergo", progressivamente scomparso con l'avvento dell'armatura a lamine, e un grande scudo a forma di mandorla. Venivano richiesti come mercenari perfino dall'Impero bizantino.

Nell' 848 - Nell'ambito del Regno delle Asturie, poi di Leon, viene costituita la prima contea del Portogallo dopo la conquista di Oporto (Portus Cale).

Nel IX secolo - Gli Uzi, un popolo delle steppe (un ramo di turchi Oghuz) passano attraverso le steppe siberiane fino ad arrivare in Transoxiana, la parte occidentale del Turkestan, da dove  scacciano  Peceneghi (anche loro turchi Oghuz) e i Kangarli stanziati nei pressi del fiume Ural (nella regione dell'Emba), catturando gran parte del loro bestiame e dei loro beni.  I Peceneghi  furono così costretti o a migrare a nord del Mar Nero oppure a rimanere ma sottomettendosi agli Uzi. Anche un'alleanza tra i Kimechi e i Qarluq aveva contribuito alla cacciata dei Pecenghi, anche se poi erano stati sconfitti da un altro gruppo nomade, i Samanidi. I Bizantini erano alleati con i Peceneghi e li utilizzavano per tenere a bada le altre tribù nomadi, come il popolo dei Rus' e i Magiari. Questo era un metodo molto usato dagli antichi Romani (divide et impera) ed adottato anche dai loro eredi Bizantini per tenere le tribù nomadi l'una contro l'altra. I sarmatici Alani, in parte si convertirono al cristianesimo ortodosso nel IX secolo, combatterono contro i Mongoli prima, e insieme ad essi poi (una serie di tombe, forse di guerrieri Alani cristiani è stata rinvenuta in una necropoli mongola in Corea); gli Alani rimasti si stabilirono sul Caucaso occidentale, dove subirono una più o meno forte influenza turca ed islamica nel XIV-XVII secolo, e poi un processo di parziale russificazione tra il tardo '700 e i giorni nostri. Attualmente sono noti come Osseti.

Carta fisica dell'Ucraina e
della Russia europea con
l'ubicazione di Novgorod in
rosso, oltre a Kiev e altre città.
Nell' 860 - Gli Scandinavi Svedesi (chiamati Vareghi o Variaghi) fondano Novgorod in Russia. Con il nome Variaghi, o Vareghi, si identificano le genti normanne (chiamate anche Vichinghi) che migrarono dalla Svezia verso oriente. Praticando il commercio e la pirateria, e servendo come mercenari, essi vagarono per il complesso sistema dei fiumi della Russia europea giungendo fino al Mar Caspio e a Costantinopoli. I Variaghi crearono un sistema di fortezze e di stazioni commerciali dando origine al primo stato russo, la Rus' di Kiev. Slavi e Bizantini, nelle loro cronache, usarono il termine Variaghi per indicare sia gli scandinavi che i gruppi germanici ad essi collegati. Nella più antica cronaca russa, il “Manoscritto Nestoriano”, anche gli abitanti dell'Inghilterra vengono identificati con questo nome. Secondo la più antica cronaca russa, i Variaghi giunsero in Rus', intorno al IX secolo dal Mar Baltico su invito delle tribù guerriere Slave e Finniche per portare la pace nella regione. A capo dei Variaghi era Rurik che pose la sua residenza a Novgorod. È probabile che queste prime notizie siano prevalentemente leggendarie ma è storicamente assodato che intorno all'VIII secolo nei pressi del Lago Ladoga vi fosse un insediamento Svedese: Aldeigjuborg (odierno villaggio di Staraja Ladoga). Le popolazioni Slave  chiamarono questi SvedesiRus'. Il ruolo dei Variaghi nella storia della Rus' fu un argomento molto dibattuto dagli storici russi del XIX secolo. I sostenitori della "Teoria Normanna", Nikolaj Michajlovič Karamzin e Michail Petrovič Pogodin, come venne chiamata, affermavano la veridicità di quanto narrato nella più antica cronaca russa, il "Manoscritto Nestoriano", ossia che i Variaghi furono invitati dagli Slavi a governare quelle terre per porre fine alle guerre. Questa teoria fu utilizzata per giustificare l'autocrazia. Pogodin, nei suoi scritti, affermò che la Russia era esente da sconvolgimenti sociali e rivoluzioni in quanto la sottomissione del popolo ai suoi governanti era stata volontaria fin dalle origini. A queste teoria si opposero sia i progressisti che i nazionalisti più accesi che dettero vita ad una teoria panslava sulle origini della civiltà russa.

Alfabeto cirillico con
corrispondenze
all'alfabeto latino
e pronuncia.
Nell' 863 - Adozione dell'alfabeto cirillico nei territori slavi. L'alfabeto cirillico è l'alfabeto usato per scrivere varie lingue slave (il bielorusso, il serbo-bosniaco, il bulgaro, il macedone, il russo, il ruteno, il serbo e l'ucraino) e lingue non slave parlate in territori appartenenti all'ex Unione Sovietica e nell'odierna Federazione russa. È il terzo alfabeto ufficiale dell'Unione europea. Le versioni moderne oggi in uso in vari paesi dell'Europa orientale derivano da un primo alfabeto comune, ma hanno subito nei secoli diverse modifiche, sia nella grafia sia nella pronuncia. L'alfabeto cirillico deriva dall'alfabeto glagolitico, usato nel IX secolo e inventato dai fratelli Santi Cirillo e Metodio, provenienti da Tessalonica (ai quei tempi territorio dell'Impero Bizantino). I caratteri sono le variazioni del greco di Bisanzio. Un'ipotesi abbastanza diffusa attribuisce la paternità dell'alfabeto cirillico a San Clemente di Ocrida, un discepolo dei santi Cirillo e Metodio, ma si ritiene più probabile che l'alfabeto sia stato creato e sviluppato alla Scuola letteraria di Preslav nella Bulgaria nord-orientale, dove sono state ritrovate le più antiche iscrizioni in cirillico datate all'incirca 940. All'epoca, nella ricca Costantinopoli comunque, era fiorente il mercato degli schiavi, con grande predilezione, soprattutto da parte della corte imperiale, per gli eunuchi, ritenuti più "spirituali". Nel bizantino ducato delle Venezie, era rinomata l'isola Ammiana, dove si praticavano gli interventi chirurgici, affidati agli Ebrei, a tale scopo e sempre nello stesso periodo, per la grande povertà, le popolazioni che abitavano la pianura russa, all'avvicinarsi dell'inverno vendevano i propri figli come schiavi, pur di non vederli morire di fame. Per cui il termine "Slavi", riferito a tali popolazioni, deriva da "schiavi". L'alfabeto cirillico sarà il veicolo dell'evangelizzazione dei popoli nell'attuale area slava che determinerà poi la fondazione di Mosca come la terza Roma, erede della continuità cristiana costantinopolitana, uno dei tasselli fondamentali nella cultura europea.

Dall' 864 - La Bulgaria raggiunge gradualmente il suo apogeo culturale e territoriale nel IX secolo e all'inizio del X secolo sotto il principe Boris I e l'imperatore Simeone il Grande , quando la sua prima cristianizzazione dell'864 le permette di svilupparsi come centro culturale e letterario degli slavi in Europa, in cui la Bulgaria stessa è uno dei più grandi. Questo è quindi il periodo considerato l'età d'oro della cultura medievale bulgara. L'evento principale è lo sviluppo della scrittura cirillica presso la scuola letteraria di Preslav , dichiarata ufficiale nell'893, così come si stabilisce la liturgia nell'antico slavo ecclesiastico, chiamato anche vecchio bulgaro.

Carta del mondo con la diffusione
degli alfabeti usati dalle varie
popolazioni: il Greco limitato alla
Grecia in blu, il Latino, derivato
dal Greco Occidentale in azzurro,
il Cirillico nelle dominazioni slave
 in lilla, l'Arabo in nord Africa e
Asia sudoccidentale in verde,
Devangari in India e altri orientali
in tonalità ocra, ideogrammi in
Cina e Giappone in giallo,
alfabeti sillabici in rosso.
- Il geografo del X sec. al-Istakhri (dai lavori di A. P. Novoselzev) che scrive nel suo "Libro delle Vie e degli Stati" il brano seguente: “I Russi. Di questi se ne conoscono tre raggruppamenti. Uno è vicinissimo ai Bulgari (che venivano dalla loro antica sede sul Volga  verso il sud della Pianura Russa N.d.R.) e il loro re si trova nella città chiamata Kujaba (Kiev), più grande di Bolghar (la capitale bulgara del Volga). Il raggruppamento più lontano è as-Slauija (la zona di Novgorod la Grande, nel lontano nord, N.d.R.) e il terzo si chiama al-Arsanija, il cui re si trova nella (città di) Arsa (probabilmente Rjazan’, città non lontana dal corso medio del Volga, N.d.R.). La gente per commerciare viene a Kujaba. Per quanto riguarda Arsa non se ne sa molto perché tutti quelli che l’hanno raggiunta sicuramente sono stati uccisi dagli abitanti di quella regione che sono soliti eliminare ogni straniero. Soltanto essi stessi scendono lungo il fiume per trafficare, ma non svelano a nessuno da dove vengono, delle loro merci e di dove le prelevano, né permettono ad alcuno di accompagnarli nella loro terra. Da Arsa esportano lo zibellino nero e il minerale di piombo. I Russi sono un popolo che bruciano i loro morti (…) e il loro vestito è una giacca corta (…) e questi russi trafficano con i Cazari, con l’Impero Romano e con i Bulgari (del Volga)…”. Qui (e così in altri testi di simile origine e contenuto) si possono individuare tre zone culturalmente importanti abitate dalle tribù slavo-russe. Nel "I Confini del Mondo", una specie di enciclopedia geografica persiana con notizie risalenti al IX sec., i Rus’ sono tenuti a parte e vengono additati per la loro brutalità e per il loro modo di vivere selvaggio, almeno a parere dell’anonimo autore persiano. Questi Rus’, secondo lui (ma anche secondo altri), vivevano separati dalle tribù slave e sembra che non fossero slavi, ma degli stranieri, solo successivamente slavizzatisi. Secondo alcuni studiosi, i Rus’ erano Variaghi e teniamo presente che già in quest’epoca (VIII-IX sec. d.C.) bande variaghe frequentano le vie d’acqua russe. Un altro “osservatore” musulmano, il geografo Ibn Rusté che scrive un po’ più tardi, intorno al 930, racconta degli as-Saqalibat (intendendo con questo nome, sicuramente molto generico, la zona dove si riforniva il traffico degli schiavi) ossia degli Slavi. “Il paese degli Slavi è piano e pieno di foreste ed essi vivono lì. Ed hanno delle specie di botti nei quali mettono il miele. Non coltivano la vite né coltivano i campi. Hanno delle specie di botti fatte di legno nelle quali pongono i favi e il miele. Loro li chiamano ulig’ (è chiaramente il russo ulei che significa arnia, n.d.r.) e da una botte di queste tirano fuori fino a 10 boccali di miele. Allevano i porci come noi alleviamo le pecore …. Gran parte delle loro coltivazioni sono miglio (Panicum sp.). Al tempo del raccolto prendono un secchio di miglio, lo elevano al cielo e dicono: O signore! Tu che ci hai dato finora il cibo, daccene ancora e in grande quantità! Hanno una loro bevanda inebriante ricavata dal miele!” Le "Cronache Russe" partono dal IX sec. d.C. e in esse si legge che in tempi molto antichi abitavano la Pianura Russa (ossia le terre Russe) i seguenti popoli slavi: “…Queste sono le genti slave della Rus’ (questo è il nome dello stato di Kiev nel XII sec. dove le Cronache cominciarono ad essere compilate), i Poljani, i Drevljani, gli Slavi di Polozk, i Dregovici, i Severiani, quelli del Bug, e infine i Volyniani…”. Mancano i Novgorodesi, ma probabilmente l’amanuense ha giudicato inutile nominare questi Sloveni/Slaveni per ragioni particolari a noi ignote. Successivamente leggiamo che Igor di Kiev nella sua campagna militare del 944 d.C. ingaggiò “…i Variaghi, i Rus, i Poliani, gli Sloveni, e i Krivici, i Tiverzi, e i Peceneghi…” E qui già vediamo che i Rus si trovano accanto ai Variaghi, denunciando così che alcune bande variaghe sono ormai slavizzate.

Carta della penisola iberica dopo
l'848 da http://thepickwickclub.
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Nell' 868 - Nel Regno delle Asturie, avendo sottratto territori all'Emirato di Cordoba fino al fiume Duero, Alfonso III delle Asturie continua la politica di ripopolamento del padre e fonda una contea che prende il nome della cittadina di Porto, appena conquistata, che si trova alla foce del fiume, la contea Portucale. La contea è affidata a Vímara Peres, il primo dei conti (saranno tutti della casa di Vímara Peres) del Portogallo, che sono vassalli del regno delle Asturie, che poi diventerà il regno di León.

Nell' 871 - In Britannia, Alfredo, re del Wessex, arresta la penetrazione scandinava dei Danesi. I Normanni erano in contatto con l'Inghilterra già da lungo tempo. I pagani vichinghi avevano più volte devastato non solo i litorali inglesi, ma anche la maggior parte dei più importanti porti di fronte all'Inghilterra al di qua della Manica. I danesi riuscirono a imporre la loro egemonia su vari regni inglesi, con l'eccezione del regno sassone del Wessex nel quale il re Alfredo il Grande, (che regnò dall'871 all'898), seppe tener loro testa.

Carta con i territori in cui vengono
parlati linguaggi e dialetti Schwäbisch,
alemmanno-svevi, nella Germania del
sud-ovest e nella Svizzera, oltre ai
linguaggi in Baviera, il Gallico-
cisalpino dell'Italia settentrionale e il
Franco-Provenzale della Francia
sud-occidentale.
- La Svevia (in latino Suēbĭa, in tedesco Schwaben o Schwabenland) è una regione storica e linguistica della Germania. La maggior parte della regione storica della Svevia fa oggi parte del Baden-Württemberg (lo stato storico del Württemberg e la provincia di Hohenzollern) e del distretto governativo bavarese di Svevia. Nel Medioevo, la Svevia comprendeva anche il Baden, lo stato federato austriaco del Vorarlberg, il Liechtenstein, i cantoni svizzeri di lingua tedesca e la regione francese dell'Alsazia. La regione linguistica comprende le zone in cui è parlato il tedesco alemanno e più propriamente quelle in cui è parlato lo Schwäbisch, lo svevo. Coincide più o meno con la zona storica, arrivando a lambire anche l'Italia, e più precisamente la Valle d'Aosta e la provincia del Verbano Cusio Ossola. La Svevia fu uno dei ducati originari della Francia orientale e del Sacro Romano Impero che si sviluppò nei secoli IX e X. Gli Hohenstaufen (la dinastia di Federico Barbarossa), che governarono il Sacro Romano Impero nel dodicesimo e tredicesimo secolo, erano originari della Svevia, ma dopo l'esecuzione di Corradino (l'ultimo Hohenstaufen) del 29 ottobre 1.268, il ducato originale venne smembrato in unità più piccole. La principale dinastia che sorse nella regione fu quella degli Asburgo (Habsburg o Hapsburg). Anche gli Hohenzollern però, che furono preminenti nel nord della Germania, ebbero le loro origini in Svevia, così come le dinastie dei duchi di Württemberg e i marchesi di Baden. Dinastie feudali minori sparirono prima o poi, comunque rami dei conti di Monftort o degli Hohenems sopravvissero fino in età moderna e i Fürstenberg ancora sopravvivono. La regione si dimostrò una delle più frammentate dell'impero, comprendendo, in aggiunta ai principati citati, anche numerose municipalità libere, territori ecclesiastici e feudi di conti e cavalieri minori. La Confederazione dei tredici cantoni si rese indipendente de facto dal 1.499 con la guerra sveva. Temendo il potere dei principi maggiori, le città e i governanti minori di Svevia si unirono nel quindicesimo secolo per formare la Lega Sveva. La lega ebbe un certo successo riuscendo ad espellere il Duca di Württemberg nel 1.519 e a porre al suo posto un governatore degli Asburgo, ma pochi anni più tardi la lega si sciolse a causa delle differenze religiose provocate dalla Riforma protestante e il Duca di Württemberg fu reinsediato. La regione si divise a causa della Riforma; mentre i principi, come la maggior parte delle città libere divennero protestanti, i territori ecclesiastici (come la diocesi di Augusta, quella di Costanza e altre) rimasero cattoliche, così come i territori appartenenti agli Asburgo, gli Hohenzollerns e i marchesi di Baden-Baden. Il termine Svevia fu spesso usato per indicare la regione dell'Alemannia soprattutto tra il X e il XIII secolo e ancora oggi è usato per indicare la regione in quel periodo storico. La regione storica dell'Alemannia oggi è divisa tra quattro differenti nazioni: Francia (Alsazia, con Strasburgo), Germania (Svevia, il Baden Württemberg e la parte della Baviera da Augsburg, l'antica Augusta fino a Füssen, sopra il Tirolo), Svizzera (la zona di Basilea fino al lago di Costanza, il Bodensee e parte dell'Argovia) e Austria (il Vorarlberg, con Bregenz, l'antica Brigantium).

La penisola iberica intorno al 900.
Nell' 878 - In Hispania, nell'attuale Portogallo, viene conquistata la città di Coimbra e la frontiera con al-Andalus moresca (nome derivato da Vandalucia, territorio dei Vandali) viene portata al fiume Mondego e Coimbra, per la sua posizione di cerniera tra il mondo cristiano e quello musulmano, è capoluogo di una contea autonoma istituita da Hermenegildo Mendes.

Stemma dei
Bosonidi,
governanti
la Provenza
dall'877.
Nell' 879 Bosone V di Vienne o di Arles (844 circa - 11 gennaio 887), già governatore e conte di Provenza dall'877 è incoronato re di Provenza prendendo il nome di Bosone I di Provenza. Dopo che fu conquistata dai Franchi, i re merovingi affidarono la Provenza ad un duca che aveva il compito di organizzare e comandare militarmente la regione per difendere le frontiere del regno da eventuali attacchi dei nemici. Il duca fu a volte indipendente e a volte alle dipendenze del regno burgundo. Dopo che il potere effettivo fu nelle mani dei Carolingi, la Provenza fu governata direttamente dai re dei Franchi fino al 879, anno in cui il re di Francia, che non fu incoronato imperatore, fu Luigi il Balbo. Alla sua morte, i nobili provenzali rifiutarono la corona ai due figli di Luigi il Balbo ed elessero re il loro duca: Bosone V di Provenza che aveva sposato Ermengarda, figlia dell'imperatore Luigi il Giovane, il quale regnò come Bosone I di Provenza dal 879 al 887. Lo stemma dei Bosonidi, il casato generato da Bosone noto come Bosone il Vecchio (800 circa - 855 circa) che fu un duca dei Franchi, conte del Valais, conte di Arles ed anche conte in Italia, è la Croce chiamata poi Occitana o di Tolosa. Nella discendenza  di Bosone il Vecchio vi furono conti, duchi, abati e vescovi durante tutta l'epoca carolingia. Dei suoi ascendenti non si hanno notizie, anche se alcuni lo indicano come figlio d’un tal Teodebaldo di Borgogna o d'Antibes, detto il Vecchio.

Rus' di Kiev, da https://it.wiki
pedia.org/wiki/Rus%27_di_
Kiev#/media/File:Principalities
_of_Kievan_Rus%27_
(1054-1132).jpg
Nell' 880 - Secondo la “Cronaca degli anni passati”, principale cronaca russa riferita al medioevo, dei Rus' capitanati da Rjurik prendono il potere sui territori delle odierne Ucraina, Russia occidentale, Bielorussia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia orientali, spostando il centro della loro attività a Kiev, allora importantissimo centro commerciale sulla Via variago-greca.
La Rus' di Kiev è stata un'entità monarchica considerata il più antico Stato organizzato slavo-orientale, del quale Kiev fu a lungo la capitale, nelle fonti medievali viene chiamata Rus' oppure Terra di Rus' o Rus' di Kiev, che nasce lungo le sponde del fiume Dnepr, come risultato dello stanziamento, avvenuto a partire dal secolo precedente, di alcune tribù vichinghe svedesi, chiamate Rus', in alcune zone dell'Europa nordorientale abitate da tribù slave, finniche, baltiche. La successiva storia kievana può essere suddivisa in tre periodi, ciascuno della durata di alcuni decenni o più: il primo, dall'880 al 980, contraddistinto dall'ascesa prepotente dello stato kievano sullo scacchiere est-europeo del tempo; il secondo, dal 980 al 1054, corrispondente all'incirca ai regni dei principi Vladimir I (detto il Santo o il Grande) e Jaroslav I il Saggio, nella quale la Rus' raggiunse l'acme della sua potenza; un terzo periodo, che si suole far partire dal 1054, caratterizzato dal lento declino, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Nell' 887 - La deposizione di Carlo il Grosso, ultimo sovrano carolingio, sancisce l'inizio del periodo di "anarchia feudale". Inizia il fenomeno dell'incastellamento. I primi castelli saranno sostanzialmente palizzate con edificio interno in legno, poi, progressivamente si costruirà con mura, pietre e mattoni.

Nell' 889 - I Cazari e i Cumani scacciano a ovest i Peceneghi.

Nell' 892 - I Peceneghi scacciano a loro volta i Magiari a ovest del fiume Dnepr

Impero di Bulgaria nel 893
da https://it.wikipedia.
org/wiki/Primo_Impero_
bulgaro#/media/File:
Bulgaria_sotto_
Simeone_I.svg
Nell' 893 - Durante il Primo impero bulgaro, Simeone I, detto il Grande (Veliki; 864/865 - Preslav, 27 maggio 927), è zar di Bulgaria fino alla sua morte. A metà del suo regno infatti, assume il titolo di zar ("cesare"), dopo aver tenuto quello di Knjaz ("principe"). Le sue vittoriose campagne contro l'Impero bizantino, gli Ungari e i Serbi segnano la massima espansione territoriale della Bulgaria, che diventa il più potente stato dell'Europa orientale dell'inizio del X secolo. Il suo regno sarà caratterizzato da una vitalità culturale mai più raggiunta, considerata l'età d'oro della cultura bulgara.

Migrazione degli ungari-magiari.
Da https://commons.wikimedia
.org/w/index.php?curid=862880
Nell' 894 - I Bulgari entrano in guerra con Bisanzio. All'inizio dell'895, l'imperatore Leone VI, detto il Saggio, chiede aiuto ai Magiari, che inviano un esercito guidato da Levente in Bulgaria. Levente conduce una brillante campagna ed invade la Bulgaria fin nel suo interno, mentre l'esercito bizantino entra nella regione da sud. Preso tra due fuochi, il sovrano bulgaro Simeone I capisce che non può combattere su due fronti e conclude rapidamente un armistizio con l'Impero bizantino. Poi Simeone assolda i Peceneghi per aiutarlo a scacciare i Magiari dalla regione di Etelköz (fra i numeri 3 e 4 nella carta a fianco). I Peceneghi riescono nel loro compito e spingono i Magiari più a ovest lungo il basso Danubio, la Transdanubia e le pianure della Pannonia, dove i Magiari fonderanno il Regno di Ungheria.

Pianura ungherese, antica Pannonia.
Nell' 896 - Scacciati dai loro territori dai Peceneghi, sette tribù di Ungari, di cui i Magiari erano la principale, occupano la Pannonia (l'attuale Ungheria), lasciata libera dopo la distruzione degli Àvari sotto il regno di Carlo Magno: da esse discendono gli attuali ungheresi. I magiari o ungari erano un gruppo etnico e linguistico di origine ugrica, un sottogruppo dei popoli ugrofinnici della famiglia linguistica uralica, appartenente alla più ampia famiglia delle lingue uralo-altaiche. Ungari e magiari, termini usati principalmente per le epoche precedenti al X secolo, erano quindi etnicamente affini ad altre popolazioni originarie delle steppe dell'Asia centrale che parlavano lingue turciche, della famiglia delle lingue uralo-altaiche quali gli Unni, i Bulgari, gli Àvari e i Cazari, mentre oggi "Magyar" è semplicemente la parola ungherese che significa "ungherese". Il termine popoli ugrofinnici indica le popolazioni eurasiatiche appartenenti al gruppo ugrofinnico della più ampia famiglia linguistica uralica
I leggendari 7 capi magiari da https://commons.wikimedia.
org/w/index.php?curid=33253896
. Dettaglio del ciclorama
di Árpád Feszty intitolato "L'arrivo degli Ungheresi".
La famiglia delle lingue uraliche è composta da circa 30 lingue parlate da approssimativamente 20 milioni di persone. Il nome della famiglia linguistica si riferisce alla più accreditata località della Urheimat (area d'origine del proto-uralico), che si troverebbe vicino ai monti Urali. I paesi con un numero significante di locutori delle lingue uraliche sono l'Ungheria, la Finlandia, l'Estonia, la Russia, ed i paesi confinanti con la presenza di minoranze appartenenti al gruppo linguistico uralico come la Norvegia, la Svezia, la Romania, la Slovacchia e la provincia autonoma della Voivodina (Serbia), Austria, Slovenia, Croazia e l'Ucraina. Le lingue col maggior numero di locutori sono l'ungherese, il finlandese e l'estone. L'ungherese è parlato, oltre che nell'Ungheria, anche nelle aree già appartenute all'antico regno di Ungheria: in Romania, Slovacchia, Serbia, Croazia, Austria, Slovenia e in alcune zone dell'Ucraina occidentale. Il khanti ed il mansi sono invece parlati in Russia, nel circondario autonomo degli Khanti-Mansi.Altre lingue rilevanti sono il mordvino e il mari (in Russia) e il permiano.

- Alla fine del IX secolo e nel X secolo, gli Ungari razziarono in molte zone l'Impero carolingio: dapprima i margini, come in Moravia nell'894 ed in Italia settentrionale e centrale (nel 899), poi nella Lorena e in Borgogna. Queste razzie, sebbene non fossero di grossa portata in termini di movimento di popolazioni se non in determinate zone dell'impero, erano caratterizzate da forza (abilità della cavalleria magiara) e sete di depredare i molti tesori dell'Impero mal difesi. La forte depredazione avvenuta nel Nord Est dell'Italia ha portato a nominare una parte della pianura veneto-friulana Vastata Hungarorum. Molti ricchi monasteri in Europa, come anche interi villaggi, vennero saccheggiati e/o scomparirono, arrivando così a far vacillare l'impero, anche perché più o meno contemporaneamente ci furono le invasioni dei Normanni e le continue incursioni dei Saraceni.

I quattro giudicati in
Sardegna nel 900:
Gallura, Logudoro,
Arborea e Calari. 
Nel 900 - Alla dissoluzione in occidente dei domìni dell'Impero bizantino, la Sardegna si suddivide in quattro Stati sovrani ed indipendenti. Il regno di Arborea o giudicato di Arboréa (rennu de Arbaree in lingua sarda e come veniva allora chiamato dagli arborensi), era uno dei quattro. Si estendeva sulla parte centrale della Sardegna, dal golfo di Oristano ai monti del Gennargentu, occupando tutta la fertile valle del fiume Tirso. Vasto circa 5.500 km², pianeggiante e montuoso allo stesso tempo, confinava a Nord con il regno di Torres, ad Est e a Sud con il giudicato di Cagliari. Durò per più di 500 anni, dal 900 al 1.420. Sul trono salirono più di ventitré generazioni di sovrani conosciuti, delle casate Lacon-Gunale, Lacon-Zori, Lacon-Serra, Bas-Serra, Doria-Bas, Narbona-Bas. Il regno rivestì un ruolo di grande importanza nella storia sarda, distinguendosi dagli altri giudicati coevi grazie a dei sovrani lungimiranti che con costanza e coerenza politica lottarono per riunire la Sardegna sotto un'unica bandiera. Gli altri tre regni attraversarono infatti profonde crisi, subendo le ingerenze delle potenze marinare di Pisa, Genova e dell'Aragona, lasciando all'Arboréa il peso di una sanguinosa guerra contro il regno di Sardegna, creato dal papato nel 1.297 e infeudato a Giacomo II d'Aragona, con l'intento di porre fine alle lotte tra angioini e aragonesi in Sicilia. Nei giudicati di Arborea e Cagliari il capo dello Stato era denominato soprattutto "giudice", in Gallura e Torres anche "re".

Nel 907 - Il regno slavo della Grande Moravia, potentato dell'Europa centro-orientale ai confini dell'impero carolingio, è sconfitto e subisce il definitivo collasso a causa delle nuove popolazioni ungaro-magiare che vanno ad occupare definitivamente il bacino carpatico.

La penisola iberica durante la
Reconquista, da: https://image.
slidesharecdn.com/esplorazioni
geografiche-111203082413-php
app02/95/esplorazioni-geogra
fiche-10-728.jpg?cb=1322976931
Nel 910 - Divisione del Regno delle Asturie da parte di Alfonso III, re delle Asturie dal 26 maggio 866 al 910, che sarà così l'ultimo re delle Asturie. Coi suoi successori il regno è diviso e quando sarà nuovamente riunificato i suoi monarchi assumeranno il titolo di re di León. Questa suddivisione fu conseguenza della sollevazione di nobili, organizzata dal conte di Castiglia, Nuño Fernández, per liberare il figlio maggiore di Alfonso, Garcia. La sollevazione fu appoggiata anche dalla regina Jimena e dagli altri figli di Alfonso, Fruela e Ordoño. Alfonso III, per evitare una guerra civile, liberò Garcia, abdicò e si ritirò a Zamora con la moglie Jimena, dividendo il regno tra i suoi tre figli maggiori: a Garcia, il figlio maggiore, andò il León; a Ordoño, il secondogenito, andò la Galizia; a Fruela, terzogenito, andarono le Asturie.

- Nella penisola iberica si producono tessuti di cotone e di  seta  secondo le tecniche introdotte dagli Arabi.

Carta della Normandia, che ha preso
il nome dai Normanni.
Nel 911 - I Normanni ottengono la Normandia. I Normanni incominciarono a occupare l'odierna Normandia (regione della Francia settentrionale che da essi prese il nome) a partire dall'ultimo quarto del IX secolo. Nel 911, Carlo il Semplice, re di Francia, concesse agli invasori una piccola porzione di territorio lungo il basso corso del fiume Senna, che andò poi espandendosi, diventando il ducato di Normandia. Gli invasori danesi erano guidati dal principe norvegese Hrolf, latinizzato in Rollone, che strinse un'alleanza con Carlo. I Normanni divennero agricoltori, fondendosi con la popolazione locale della Neustria, adottarono la religione cristiana e la lingua galloromanza, dando così vita a una nuova identità culturale, diversa sia da quella degli Scandinavi che da quella dei Franchi. Geograficamente, la Normandia corrispondeva alla vecchia provincia ecclesiastica di Rouen o Neustria. Non aveva frontiere naturali e precedentemente fu una semplice unità amministrativa. Dopo una o due generazioni, erano divenuti pressoché indistinguibili dai vicini francesi. Nell'XI secolo la posizione degli invasori in Normandia era ormai consolidata. Via via (sia in Normandia sia in Inghilterra) assimilarono anche il sistema feudale francese. La classe guerriera normanna era diversa dalla vecchia aristocrazia francese. Molte delle famiglie di quest'ultima si facevano tradizionalmente risalire ai Carolingi, mentre i Normanni avrebbero raramente potuto vantare antenati antecedenti all'XI secolo. La maggior parte dei cavalieri rimase povera e senza terra e per questo molti dei loro guerrieri divennero combattenti di professione e crociati, al fine di procacciarsi ricchezze e terre.

Nel 926 -  Ugo di Provenza diventa Re d’Italia.

- Mentre nel 926 Sancho Ordóñez governa il nord della Galizia sino al fiume Minho, attribuedosi il titolo di re di Galizia, il futuro re del León Ramiro II governa, fino al 931, il sud della Galizia, dal fiume Minho al confine con al-Andalus, come re del Portogallo.

Eptarchia in Britannia
nell'800, da: https://it.wi
kipedia.org/wiki/Eptarchia_
anglosassone#/media/File:
Mappa_Eptarchia_Anglo
sassone.png
Dal 927 - Inizia la creazione del regno d'Inghilterra, che si completerà nel 954. L'Inghilterra è stata retta da una monarchia per tutta la durata della sua esistenza politica con l'unica eccezione degli undici anni di interregno inglese (1649-1660) seguiti alla Rivoluzione inglese, mentre dal 1707-1800 entrerà a far parte della Gran Bretagna. Il Regno d'Inghilterra non ha una data di fondazione precisa, l'origine del regno d'Inghilterra si può far risalire dalla cosiddetta Eptarchia, cioè l'insieme dei sette regni inglesi minori: l'Anglia orientale, il Regno dell'Essex, il Regno del Kent, il Regno di Mercia, il Regno di Northumbria, il Regno del Sussex e il Regno del Wessex. Alfredo il Grande (re del Wessex dall'871 all'899) è stato l'iniziatore del processo di unificazione dell'Inghilterra dopo che i re del Wessex, dal IX secolo, avevano assunto un'importanza dominante sugli altri regni. La conquista di Northumbia, Anglia orientale e di metà della Mercia da parte dei danesi costrinse Alfredo il Grande, unico re anglosassone rimasto, a resistere ad una serie di invasioni danesi e a portare la parte rimanente della Mercia sotto la sua sovranità. Suo figlio, Edoardo il Vecchio (re dall'899 al 924), completò l'annessione della Mercia e dell'Anglia orientale liberandole dall'occupazione danese, riunendo così la parte d'Inghilterra a sud del fiume Humber. Nel 927 la Northumbria, i cui re danesi erano stati da poco sostituiti dai norvegesi, cadde sotto il controllo del re Atelstano, uno dei figli di Edoardo il Vecchio. Atelstano fu così il primo re a governare su tutto il territorio inglese. Non fu il primo Re d'Inghilterra de jure, ma certamente lo fu de facto. Negli anni successivi la Northumbria cambiò spesso di mano tra re inglesi ed invasori norvegesi, ma finì definitivamente sotto il controllo inglese col re Edredo nel 954, completandosi così il processo di unificazione. Da quel momento l'Inghilterra rimase un'entità politica unitaria.

Nel 946 - A Ugo di Provenza succede come Re d'Italia Berengario  D’Ivrea.

Lo stato degli Oghuz. Da https:
//en.wikipedia.org/wiki/Oghuz_
Turks#/media/File:AD
_750OguzYabgu.png
Nel X secolo - Gli Oghuz sono stanziati nell'odierno Kazakistan, dove fondano uno stato, governato da uno yagbu (carica amministrativa degli antichi stati turchi o mongoli, circa equivalente alla carica di governatore. Il titolo significa l'assistente del khagan, un incarico assegnato ad uno dei suoi figli o parenti in linea paterna), con capitale Yangikent e da lì penetrano anche nel sud della Russia e nelle terre bulgare del Volga. È in quel periodo che un clan della confederazione, i seguaci del condottiero Seljuk (i Selgiuchidi), si sposta verso il Khorasan, antica regione persiana nota tra gli studiosi come "Grande Khorasan" che includeva aree che oggi fanno parte non solo dell'Iran ma dell'Afghanistan, del Tagikistan, del Turkmenistan e dell'Uzbekistan. Poi i Selgiuchidi si convertiranno all'Islam e nell'XI secolo  conquisteranno la Persia, fondandovi l'Impero selgiuchide.

Nel X secolo - I Cumani, un ramo occidentale dei turchi Kipchaki, attraversate le pianure dell'Asia centrale, si stanziano dapprima attorno al Mar Caspio, da dove poi raggiungono, attorno al X secolo, attraverso le pianure russe ed ucraine meridionali, le pianure del basso Danubio, devastando poi l'Ungheria.

Il Khanato dei Peceneghi nel 1015.
Da https://it.wikipedia.org/wiki/
Peceneghi#/media/
File:Khazarfall1.png
Nel 950 - Secondo Costantino Porfirogenito, che scrisse intorno al 950, la Patzinakia, ovvero il regno dei Peceneghi, si estendeva ad ovest per tutto il corso del fiume Siret, ed era distante dai "Tourkias" (ovvero l'odierna Ungheria) quattro giorni di viaggio. «L'intera Patzinakia si divide in otto province ed è governato da otto grandi principi. Le province sono Irtim, Tzour, Gyla, Koulpei, Charaboi, Talmat, Chopon e Tzopon.» (Costantino Porfirogenito, De Administrando Imperio, c. 950).

Nel 951 - Ottone  di Sassonia  diviene Re di Germania e poi Re d’Italia, si fa incoronare Imperatore a Roma nel 962, dando vita al Sacro Romano Impero di Germania. Dopo di lui, il titolo di Re d’Italia sarà di diritto dinastico, senza investitura da parte dell’Imperatore.

Nel 955 - Il 10 agosto, Ottone di Sassonia sconfigge i Magiari nella battaglia di Lechfeld, bloccando definitivamente l'espansione magiara ad occidente della Grande Moravia. Alle proprie origini, il multietnico Regno d'Ungheria occupava la Pannonia e l'intera zona dei Carpazi.

Carta dell'Europa nel X secolo.
Nel 962 - A Roma Ottone I di Sassonia è incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. In quell'occasione, il 13 febbraio viene stipulato il "Privilegio di Ottone" o Privilegio Ottoniano o Diploma Ottoniano (Privilegium Othonis, Privilegium Ottonianum o Diploma Ottonianum).
L'imperatore Ottone II,
che regnò dal 973 e il 983,
continuò la politica di
Ottone I, favorendo i
vescovi-conti. Qui è
ritratto seduto in trono
e regge le insegne del
potere sia temporale
che spirituale. Le figure
al fianco dell'imperatore
simboleggiano le province
della Slavonia, della Gallia,
della Germania e di Roma.
Il globo con la croce è il
simbolo del potere spirituale.
Lo scettro è il simbolo
del potere temporale.
(miniatura del X sec.;
foglio inserito nel
Registrum Gregorii)
Con le donazioni carolinge dell'VIII secolo, la Santa Sede era diventata proprietaria di vasti territori nell'Italia centrale, ma dopo lo smembramento dell'impero carolingio nel 887, i re d'Italia s'impadronirono dei territori oggetto della donazione. Alla metà del X secolo il pontefice controllava solamente la città di Roma e alcuni centri del Lazio centro-settentrionale. Gli altri territori facevano formalmente parte del “Regnum Italiae”, sotto la corona del Re di Germania, Ottone I, dal 951. L'unico che poteva ristabilire il dominio papale era Ottone stesso. Nel 962 Papa Giovanni XII invitò Ottone a Roma e il 2 febbraio Ottone venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Pochi giorni dopo i due stabilirono quali concessioni reciproche accordarsi. I due sovrani confermarono la validità della “Constitutio romana” formalizzata dalla dinasta carolingia con Ludovico il Pio nell' 824, convenendo quindi che l'elezione papale dovesse avvenire soltanto con il consenso dell'Imperatore del Sacro Romano Impero e alla presenza di suoi rappresentanti. Inoltre, Ottone attribuì a se stesso i reali diritti di sorveglianza, anche militare, sulla città di Roma. Ottone si impegnava peraltro a riconoscere tutte le donazioni territoriali elargite da Pipino III (la "Promissio Carisiaca" del 754), che rimanevano però sotto la tutela imperiale. L'anno seguente, il 963, in seguito alla fuga del papa Giovanni XII, colpevole di aver tradito il patto di alleanza con l'Imperatore, nel corso del sinodo convocato il 6 novembre in San Pietro, Ottone impose una clausola al “Privilegium”, secondo la quale nessun futuro papa avrebbe potuto essere eletto senza il beneplacito del sovrano regnante (mentre nella prima stesura del documento il beneplacito imperiale poteva giungere ad elezione avvenuta). Il "Privilegium Ottonianum" fu riconfermato attraverso il "Diploma Heinricianum", stipulato il giorno di Pasqua del 1.020 tra il papa Benedetto VIII (1.012 - 1.024) e l'Imperatore Enrico II (1.002 - 1.024) a Bamberga, in occasione della visita del papa alla città. Nei decenni successivi alcuni pontefici, a partire da Leone IX, iniziarono una riforma della Chiesa e, di conseguenza, si opposero al "Privilegium Ottonianum", che ne limitava l'autonomia. Esso fu abolito da Niccolò II nel Concilio lateranense del 1.059: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del Privilegio fu alla base del duro scontro che contrappose la Chiesa e l'impero dal 1.076 al 1.122: la lotta per le investiture, cioè per chi avesse avuto il diritto di eleggere papi e vescovi.

Carta con il Khanato di Khazaria
 (618 - 1016), il Khanato
Bulgaro, l'Impero Bizantino e le
 varie popolazioni caucasiche.
Nel 965 - Per opera di Svjatoslav di Kiev cade l’Impero Cazaro. Questa potenza aveva dominato gran parte dei traffici fra nord e sud e addirittura aveva assoggettato Kiev e tutte le tribù slave fino al Volga (compresi Radimici e Vjatici). Una parte degli uomini che avevano accompagnato Svjatoslav nell’impresa decise di stabilirsi a Tmutarakan (l'odierna Taman'), intorno alla foce del fiume Kuban nel Mar d’Azov, la parte a nord-est del Mar Nero, dove si formò così un quarto centro variago-russo. Anche questa zona è riconosciuta nelle fonti arabe come slava. Alla fine del X sec. la situazione del popolamento Slavo è il seguente:
Carta fisica della Russia europea
 con Novgorod e gli insediamenti
Slavi numerati a lato
1- A Kiev ci sono i Poljani dominati militarmente dai Rus (ex Variaghi). 2 - Verso i Carpazi ci sono i Volyniani (Volynia e Podolia) e i Buzhani (lungo il Bug bielorusso). 3 - A sud di Kiev ci sono i resti dei Tiverzi e degli Ulici. 4 - Intono alle Paludi del Pripjat ci sono i Drevljani lungo il fiume Uzh (affluente di destra del Dnepr). 5 - A nord ci sono i Dregovici e i Krivici (bacino della Dvina Occidentale) e gli Smoljani. 6 - A nord-est ci sono gli Slaveni intorno a Novgorod. 7 - Lungo il Volga ci sono poi i Radimici e i Vjatici. Nelle Cronache si legge: “E queste sono le altre tribù che sono soggette alla Rus’ (che pagano tributo e non sono di etnia Slava) Ciud’, i Merija, i Ves, i Muroma, i Ceremis’, i M’rdva, i Perm’, i Pecera, i Jam, , i Litvà, i Semigola, i Kors, i Noroma, i Lib…”. La steppa ucraina, ampia fascia di terra a sud di Kiev, era abitata anche da popolazioni slave (la "Cronaca Russa" nomina i Tiverzi e gli Ulici), ma queste, sotto le spinte di Magiari e Bulgari provenienti dall’alto Volga si concentrarono o sulle alture pre-carpatiche o oltre (i cosiddetti Croati Bianchi) nel bacino inferiore del Danubio.

Polonia e regioni degli Slavi
occidentali nel IX e X sec., da: https:
//it.wikipedia.org/wiki/Lingue_
slave#/media/File:West_slavs
_9th-10th_c_it.png
Nel 966 - L'antico Regno polacco comincia a prendere una forma unitaria sotto la dinastia dei Piast, per la precisione sotto Mieszko (Miecislao I). Risulta infatti che nel 966, dopo aver riunito intorno alla rocca di Gniezno una prima rudimentale comunità nazionale, qui si scelse anche la bandiera che ancora oggi è quella della Repubblica di Polonia, un'aquila d'argento (di colore bianco) su sfondo rosso. Secondo la leggenda si scelse questo tema a causa del ritrovamento di un nido di aquilotti durante i lavori di costruzione della città di Gniezno. Miecislao si convertì successivamente al cristianesimo, secondo alcuni per compiacere sua moglie, una principessa Boema, ma sicuramente anche per godere della protezione della Chiesa ed evitare la colonizzazione germanica.

Dal 975 - Tra il 975 e l'anno 1.000, la Reconquista arretra in tutti gli stati cristiani e per ciò che concerne il Portogallo, il confine arretra al fiume Duero: le città di Coimbra e Viseu sono perse.

Dal 978 - In Inghilterra, durante il regno di Etelredo II (978-1016), una nuova ondata d'invasione danese, orchestrata da Sweyn I di Danimarca, culmina, dopo un quarto di secolo di scontri, nella conquista danese dell'Inghilterra nel 1013. Sweyn muore il 2 febbraio 1014 e Etelredo è rimesso sul trono, ma nel 1015 il figlio di Sweyn, Canuto il Grande intraprende una nuova invasione. La guerra che ne segue finrà nel 1016 con un accordo tra Canuto ed il successore di Etelredo, Edmondo II, che si dividono il regno. Con la morte di Edmondo, il 30 novembre 1016, l'Inghilterra torna unita sotto la dominazione danese. Tale dominazione proseguirà fino alla morte di Canuto II, l'8 giugno 1042. Canuto II, che era figlio di Canuto I e di Emma di Normandia (vedova di Etelredo II), non aveva eredi diretti e gli succedette così il fratellastro, Edoardo il Confessore. Il regno d'Inghilterra tornava così ad essere indipendente.

Dal 980 - In corrispondenza all'incirca ai regni dei principi Vladimir I (detto il Santo o il Grande) e Jaroslav I il Saggio fino al 1054, la Rus' di Kiev raggiunge l'acme della sua potenza, mentre dal 1054 si verifica un  lento declino, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Nel 987 - In Francia, alla morte di Luigi V "l'Ignavo", ultimo re carolingio, Ugo Capeto, duca di Francia e conte di Parigi, figlio di Ugo il Grande, è eletto re a Senlis dalla nobiltà e dal clero franco, fondando così una la nuova dinastia reale dei capetingi.

Francesco Guardi: Vista del canale
della Giudecca e zattere.
Nel 992 - Venezia ottiene larghi privilegi commerciali dall'impero bizantino in cambio di un'alleanza militare, assicurandosi protezione e garanzie da Ottone III di Sassonia per il transito dei suoi mercanti in Italia e in Germania e imponendo, a scopo difensivo, il suo controllo sulla Dalmazia nel 999. Formalmente delegato dall'imperatore bizantino, in realtà il Doge agisce ormai come il capo di uno stato indipendenteVenezia è uno dei principali porti di scambio tra l'Occidente e l'Oriente, ciò permette lo sviluppo di una classe mercantile dinamica ed intraprendente che nel corso di quattro secoli circa trasformerà la città da remoto insediamento e avamposto imperiale a potenza padrona dei mari.

Nel 994 - Il normanno Canuto il Grande regna sull'Inghilterra.

La Bulgaria sotto lo zar Samuele il
Grande, dal 997 al 1014.
Da https://en.wikipedia.org
/wiki/Bulgarian_Empire
- La Bulgaria è stata il più importante centro culturale dei popoli slavi fino alla fine del X secolo. Le due scuole letterarie di Preslav e Ocrida svilupparono una ricca attività culturale con scrittori del calibro di Costantino di Preslav, Giovanni l'Esarca, Černorizec Hrabar, Clemente di Ocrida e San Naum di Ocrida. La lingua bulgara è correlata anche alla lingua russa, a causa delle influenze che i bulgari hanno avuto sulla società russa antica sin dal 988, anno del Battesimo di Kiev e della conseguente fondazione della Metropolia di Tauroscizia con sede a Kiev, dove i prelati erano quasi tutti di nazionalità bulgara. Sebbene sia di origine slava, la lingua bulgara mostra alcuni aspetti che la rendono unica e diversa rispetto alle altre lingue della stessa famiglia. Fino al 1878, il bulgaro è stato influenzato dal greco medievale e moderno oltre che dal turco. Anticamente la lingua bulgara ha prestato molti vocaboli al russo, più recentemente ne ha presi dal tedesco e dal francese.

Stemma dei
Bosonidi,
governanti
la Provenza
dall'877.
- Lo stemma dei Bosonidi, il casato generato da Bosone noto come Bosone il Vecchio (800 circa - 855 circa) che fu un duca dei Franchi, conte del Valais, conte di Arles ed anche conte in Italia, è la Croce chiamata poi di TolosaOccitana. Nella discendenza  di Bosone il Vecchio vi furono conti, duchi, abati e vescovi durante tutta l'epoca carolingia. Dei suoi ascendenti non si hanno notizie, anche se alcuni lo indicano come figlio d’un tal Teodebaldo di Borgogna o d'Antibes, detto il Vecchio.
Stemma della
contea di Tolosa,
la croce
Occitana.
Poco prima dell'anno 1.000, Guillame Taillefer (Guglielmo III  detto Tagliaferro, 970 circa - 1.037), conte di Tolosa e conte di Nîmes e d'Albi dal 978, sposa, in seconde nozze, Emma, figlia ed ereditiera di Roubaud (Rotboldo III di Provenza, il cui nonno paterno era stato Bosone II), conte di Provenza. Emma gli porta in dote alcune contee, fra cui la Provenza. Nelle terre provenzali  governate dal conte, i suoi vassalli avrebbero adottato la croce dei Bosonidi, che verrà poi detta croce di Tolosa, come simbolo da imprimere sulle armi: e questo ha un senso se si pensa che Emma apparteneva alla stirpe Bosonide in cui figuravano, duchi, re e marchesi di Provenza. La marchesa di Provenza, Emma, era quindi figlia del Conte e Marchese di Provenza Rotboldo III e della moglie Ermengarda, di cui non si conoscono con esattezza gli ascendenti, ma pare che fosse parente prossima (alcuni storici sostengono addirittura la sorella) di Umberto I Biancamano, capostipite dei Savoia.

Cartina degli imperi nel mondo
 conosciuto, nel X secolo.
Dal 1.000 - Si formano in Italia settentrionale e centrale i "Comuni". Il vuoto del potere imperiale ha lasciato autonomia, di fatto alle nuove città in cui è sviluppata e organizzata l'attività economica e culturale. Il ceto medio si organizza in corporazioni e delega ad un Podestà, con cui interagisce, il governo cittadino. Nei primi tempi il Podestà è forestiero (come i sovrani nell'antica Roma) per non favorire parti del tessuto sociale cittadino. Poi, col tempo,  i Podestà diverranno dinastici e le Signorie si sostituiranno ai Comuni. Caratteristica del Comune è il Carroccio, su cui è la croce, la campana e lo stendardo del Comune, difeso dalla Compagnia della Morte. Il Carroccio, il carro sacro di battaglia, fu ideato dagli eserciti dei grandi centri economici e militari dell'alta Italia, che lo utilizzarono per circa trecento anni a partire dall'XI secolo. L'uso del carro era diffuso soprattutto in pianura, dato che le dimensioni della sua struttura erano tali da renderne particolarmente difficile l'impiego sui pendii. Le città che per tradizione ricorsero all'uso del Carroccio furono Brescia, Cremona, Milano, Padova e Vercelli, e in tutti i casi il sacro carro è descritto come un mezzo dalle dimensioni superiori alla norma. Per tirare i carri da guerra di ognuna delle cinque città sopra menzionate occorrevano da tre a quattro paia di buoi, perché il pianale era tanto alto da permettere al capitano d'armi di controllare lo svolgimento della battaglia e al tempo stesso tanto robusto da resistere agli attacchi dei nemici e alle insidie dei campi. Le descrizioni concordano pure nel menzionare per ciascuno dei carri un pennone, una campanella e una croce: in tutti i casi il pennone serviva a reggere il vessillo dell'esercito raccolto attorno al Carroccio, mentre la campana ("Martinella" per i milanesi, "Nola" per i cremonesi e "Berta" per i padovani) serviva a scandire i tempi del trasferimento e a chiamare a raccolta gli armati durante la battaglia. La croce aveva invece il valore simbolico che anche oggi le e' universalmente riconosciuto dalla cristianità: posta solitamente alla base del pennone serviva a richiamare i valori della fede e del sacrificio, ricordando al tempo stesso a fanti e cavalieri che Dio era sceso in campo al loro fianco.
Battaglia di Legnano, Amos Cassoli
 Carroccio e Compagnia della Morte
dei Comuni medievali.
Quindi, a differenza delle altre regioni europee e del sud d'Italia in cui nacquero le monarchie, nell'Italia centro-settentrionale si assiste alla nascita di poteri locali autonomi che passano sotto il titolo di "Comuni". La nascita di queste nuove realtà fu resa possibile: 1) dall'accentramento di poteri nelle mani dei vescovi locali, i quali erano eletti dai canonici della cattedrale e dai cittadini maggiorenti, 2) dallo sviluppo economico basato, in un primo momento, sullo sfruttamento delle campagne. La nascita dei comuni permise lo sviluppo di realtà commerciali nuove come le corporazioni: una divisione del lavoro (anche topografica, vedi ad es. la via dei lanaioli a Firenze) a seconda delle mansioni. Queste associazioni furono alla base del concetto di "Universitas", che in quei tempi cominciò a significare anche la libera associazione di studenti e docenti, la prima delle quali fu quella di Bologna (dal 1.088). Lo sviluppo dei comuni portò però ad un'ulteriore evoluzione: chi governava i comuni era, infatti, un podestà o capitano del popolo, che, inizialmente, doveva provenire da altri comuni; poi tale carica fu resa ereditaria dai capitani più ambiziosi. Si crearono così concentrazioni di potere nelle mani di poche famiglie, generando quindi vere e proprie signorie. Anche l'ordinamento territoriale fu modificato, col tempo i comuni che riuscirono ad accumulare una solida base economica e strategica ampliarono i loro confini trasformandosi in dominazioni regionali. Questo processo culminò con la pace di Lodi del 1.454, che cercava di consolidare il risultato di questa espansione territoriale da parte dei comuni più potenti.

Espansionismo dei
Normanni di Normandia.
- I Normanni in Italia. Prima della conquista dell'Inghilterra, dal 1.000 al 1.016gruppi di Normanni si diressero dalla Normandia verso il sud dell'Italia. Qui giunti, inizialmente prestavano i loro servizi per vari compiti, come la protezione a pagamento dei pellegrini che si recavano o tornavano dal santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo nel Gargano e successivamente furono ingaggiati come mercenari nella difesa delle città costiere dagli attacchi dei saraceni e soprattutto nelle ribellioni anti-bizantine in Puglia. Un gruppo di Normanni con almeno cinque fratelli della famiglia Drengot combatté i Bizantini in Puglia sotto il comando di Melo di Bari, che sconfitto a Canne Melo riparò a Bamberga, in Germania, dove morì nel 1.022. Melo di Bari (Bari, 970 circa - Bamberg, 23 aprile 1.020) è stato il capo della prima rivolta antibizantina in Puglia. Secondo il cronista Guglielmo di Puglia era di origini longobarde; è stata ipotizzata una sua parentela con l'imperatore Enrico II che a Bamberg gli riservò una sepoltura nel duomo. A capo dei Normanni in Italia era Rainulfo Drengot che, partendo da un palazzo-castello che sorgeva accanto alla chiesa votiva di Sancte Paulum at Averze, fondò la cittadina di Aversa, a nord di Napoli, che divenne ben presto il punto di riferimento di tutti i Normanni che giungevano in Italia. Ad Aversa, unica città di fondazione normanna, giunsero i membri della famiglia degli Altavilla (provenienti da Hauteville in Bassa Normandia) guidata da Guglielmo Braccio di Ferro (Cotentin, 1.010 circa - Puglia, 1.046), che da Melfi portò un radicale cambiamento all'assetto politico-territoriale del Mezzogiorno.  Guglielmo d'Altavilla, chiamato Guglielmo Braccio di Ferro, fu il maggiore dei figli di Tancredi d'Altavilla venuti in Italia, e omonimo del fratellastro, conte nel Principato di Salerno; fu nominato nel 1.042 primo conte di Matera e nel 1.043 primo conte di Puglia. Nel 1.038 Guaimario IV, principe di Salerno, alleato dei Bizantini, appoggiò la campagna militare che Costantinopoli intraprendeva per riconquistare la Sicilia, da molto tempo in mano ai saraceni, e fra il 1038 e il 1.040 Guglielmo d'Altavilla combatté per i Bizantini in Sicilia, dove si guadagnò il soprannome di Braccio di Ferro per aver ucciso con una sola mano l'emiro di Siracusa durante un assalto alla città assediata. Fu in quel contesto che il generale bizantino Giorgio Maniace umiliò pubblicamente il comandante salernitano Arduino. Il contingente longobardo, affidato alla guida di Arduino, si affiancò alle truppe mercenarie normanne comandate da Guglielmo Braccio di Ferro. La spedizione era affidata a Giorgio Maniace, che disponeva del corpo scelto dei Vareghi (la Guardia variaga, o dei Vareghi, era il corpo personale dell'imperatore bizantino, composta da elementi stranieri, inizialmente soprattutto scandinavi, ma poi essenzialmente inglesi), mentre Stefano Calafato guidava la flotta. Però, dopo i successi iniziali e la conquista di Messina, avvenne un grosso litigio tra Maniace e gli alleati, circa la spartizione del bottino. Amato di Montecassino racconta che Arduino si sarebbe rifiutato di consegnare al generale bizantino un bellissimo cavallo arabo e per questo fu denudato e frustato. Così le truppe ausiliare italiane (i cosiddetti konteratoi), i Longobardi insieme ai loro mercenari normanni e al contingente delle guardie variaghe abbandonarono la spedizione e ritornarono in patria. Successivamente, Maniace cadde in disgrazia per l'opposizione dell'imperatore di Costantinopoli e il nuovo catapano d'Italia, Michele Doceano, nominò Arduino topoterites (reggente) di Melfi. Quando questi nel 1.040 si ribellò contro l'autorità bizantina, con l’appoggio di Guaimario IV di Salerno, i Normanni di Guglielmo lo seguirono e si ritrovarono presto in aperta rivolta contro i Bizantini insieme ai Longobardi di Puglia. Prima Atenolfo, condottiero beneventano, poi Argiro, formalmente i capi della rivolta, furono sconfitti dai Greci e i Normanni misero a capo della rivolta i loro capitani, ignorando Arduino. La rivolta, originariamente longobarda, era diventata normanna sia nell'impronta che nella leadership. Guglielmo I d’Altavilla, rientrò nel settembre 1.042 a Melfi, dove tutti i Normanni lo elessero Capo supremo. Egli si rivolse a Guaimario V, principe longobardo di Salerno ed a Rainulfo conte di Aversa, e propose ad entrambi un’alleanza alla pari. L'unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza e Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste. Alla fine dell’anno, Rainulfo e Guglielmo riunirono a Melfi una assemblea dei baroni longobardi e normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1.043).
Elmo dei Normanni in Italia.
In questo Parlamento generale, Guaimario di Salerno garantì il dominio su Melfi agli Altavilla, a cui affidò in feudo i territori intorno a Melfi. Tutti offrirono un omaggio come vassalli a Guaimario, che riconobbe a Guglielmo I d’Altavilla il primo titolo di Conte di Puglia. Guaimario riconfermò il titolo di Conte anche allo stesso Rainulfo. In cambio, tutti i capi normanni acclamarono Guaimario Duca di Puglia e Calabria. Guaimario, per legare a sé Guglielmo, gli offrì in moglie la nipote Guida, figlia del Duca Guido di Sorrento e quindi sua nipote. Nacque così la Contea di Puglia. L'intera regione, ad eccezione di Melfi, fu suddivisa in dodici baronie, costituite a beneficio dei capi normanni. Durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il grande castello di Scribla. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dal Sacro Romano Imperatore. Guglielmo morì nel 1.046, e fu successivamente sepolto nell'Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un'unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo.
Situazione politica nel
sud Italia nel X e XI sec.
Qualche anno dopo gli Altavilla da Aversa furono chiamati dall'ultimo duca longobardo di Salerno a difesa delle coste dalle scorribande saracene, dove dopo matrimoni e con astuzie Roberto il "Guiscardo" (dal francese vissart = volpe), già duca di Puglia, scalzò l'ultimo principe longobardo con la conquista di Salerno nel 1.077, che divenne così capitale dei suoi domini. Da lì estese le conquiste a tutto il sud Italia: Puglie, Calabria e Sicilia. Ai suoi guerrieri migliori distribuì feudi e costruì fortezze a difesa dei territori e della costa dall'attacco dei saraceni. Il simbolo dei Normanni d'Italia (Leone rampante con il giglio di Francia) è riportato in numerosi monumenti e dimore dei discendenti. Papa Leone IX, vedendo la sua Benevento minacciata, tentò di contrastarne l'ascesa; ma l'esercito pontificio fu rovinosamente sconfitto nella battaglia di San Paolo di Civitate (1.053), nella neonata contea di Puglia, il Papa fu catturato, e così Benevento rimase un'isola pontificia in terra normanna. I normanni fecero di Melfi la capitale del ducato di Puglia e Calabria (Caput Apuliae), titolo poi affidato a Salerno e infine a Palermo. Con i Normanni, Melfi fu la sede di cinque concili tra il 1.059 e il 1.101. Durante il concilio indetto da Niccolò II nel 1.059, Roberto il Guiscardo degli Altavilla strinse un patto con il pontefice (il Concordato di Melfi), con cui si dichiarava formalmente suo vassallo, ottenendo in cambio i titoli (ancora solo nominali) di duca di Puglia (che comprendeva anche la Basilicata) e di Calabria (che era però ancora in parte in mano ai bizantini), parte della Campania e Sicilia (che era però ancora in mano agli Arabi). Roberto il Guiscardo fece dell'abbazia della Santissima Trinità di Venosa il sacrario degli Altavilla e fece portare al suo interno le salme dei suoi fratelli Guglielmo "Braccio di Ferro", Umfredo e Drogone, per poi essere seppellito egli stesso in questo luogo. I Normanni riuscirono ben presto a cacciare dal Meridione la presenza bizantina con ripetute spedizioni che si conclusero con la conquista a opera di Roberto il Guiscardo della città di Reggio Calabria, dove egli confermò il suo titolo di duca di Calabria. Gli Altavilla così poterono ben presto dedicarsi alla Sicilia. La loro fortuna fu nell'avere dalla loro parte il papa, in cerca di alleanze durante la sua difficile disputa contro l'Impero tedesco. Il pontefice infatti, superata l'iniziale diffidenza e ostilità, aveva commesso l'ennesimo affronto formale nei confronti di Bisanzio, legittimamente proprietaria dei territori italiani (altri affronti del pontefice a Bisanzio erano stati, secoli addietro, le incoronazioni di Pipino il Breve e di Carlo Magno, arrogandosi diritti che poteva vantare solo sostanzialmente, ma non formalmente). Il papa in quell'occasione ebbe comunque il pretesto dello scisma d'Oriente, che gli diede l'opportunità per rivendicare a sé i territori dell'imperatore eretico, sui quali quest'ultimo non era ormai più in grado di esercitare la propria autorità. I Normanni divennero allora nemici dei bizantini, venendo espulsi dal loro esercito (molti erano i mercenari). Fu così che Roberto il Guiscardo tentò perfino la conquista dell'Epiro in territorio bizantino, impresa che non gli riuscì (1.081-1.085) nonostante un nuovo avallo papale. Cacciò invece tutti gli arabi e saraceni (di origine libica) che abitavano Malta, loro roccaforte; da quest'isola infatti, l'ultima roccaforte musulmana, i saraceni partivano per le loro scorribande. I Normanni costruirono sull'isola fortificazioni imponenti e palazzi gentilizi che ospitavano le guarnigioni militari, divenendo un baluardo della cristianità.

- A partire dall'anno 1000, Venezia diventerà estremamente ricca, grazie al controllo dei commerci con il Levante, e inizierà ad espandersi nel Mar Adriatico e oltre, da quando la flotta guidata dal doge Pietro II Orseolo per combattere i pirati Narentani che opprimevano con le loro incursioni le coste veneziane, ricevette la sottomissione delle città costiere istriane e dalmate e il successivo riconoscimento da parte dell'imperatore bizantino del titolo di duca della Venezia e della Dalmazia: Dux Venetiae et Dalmatiae (Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Milano, Bompiani, 2001).

Si costruiscono in Spagna i primi mulini a vento.

Il Regno d'Ungheria nel 1000,
da https://digilander.libero.it/
memorie/estensi/
storia_ungheria.htm
Nel 1.001 - Grazie all'incoronazione da parte di papa Silvestro II a Re di Ungheria di Stefano I d'Ungheria (che divenne poi Santo Stefano, patrono d'Ungheria), nato come Vajk, figlio di Geza, principe e guida dei magiari, i magiari si convertono al Cristianesimo ed il nuovo Regno d'Ungheria diventa così parte integrante dell'Europa. Alle proprie origini, il multietnico Regno d'Ungheria occupava la Pannonia e l'intera zona dei Carpazi. Secondo lo storico Gyula László, sostenitore in passato delle idee del panturchismo e del turanismo, Stefano sarebbe appartenuto ad una etnia turca e avrebbe quindi parlato anche una lingua turca.
Stefano I d'Ungheria, da:
https://it.wikipedia.org/w
iki/Stefano_I_d%27Unghe
ria#/media/File:StefanI
Hongarije.jpeg
Tra il 995 e il 997, Stefano (che si faceva ancora chiamare "Vajk") fu principe di Nitra (nell'odierna Slovacchia). Stefano riuscì ad imporre la propria supremazia su tutti gli altri nobili magiari, primo fra tutti suo zio Koppány, potente guerriero e secondo la tradizione erede legittimo di Géza, che era rimasto pagano. La vittoria di Stefano su Koppány fu possibile anche grazie ai rinforzi dati dai Germani. In quell'occasione Stefano, solitamente mite, mostrò la sua ferocia, facendo squartare lo zio sconfitto. Stefano divenne principe degli Ungheresi in Transdanubia nel 997, alla morte del padre. Lo zio materno di Stefano, Gyula, reggente della Transilvania, si contrappose al nuovo re dando rifugio ai suoi avversari e mantenne inoltre il controllo delle importanti miniere di sale transilvane. Nel 1003, Stefano condusse un esercito contro Gyula, che si arrese senza combattere, portando a compimento l'unificazione di tutte le sette tribù ungheresi (o magiare) nel 1006. Il nome "Ungheria" usato oggi deriva da Onoghur, stirpe proto-bulgara di lingua turca.

Nel 1.014 - A Clontarf, in Irlanda, vengono sconfitti gli Scandinavi "vichinghi", che devono lasciare il paese. I Normanni si erano insediati in Irlanda durante il X secolo ed ebbero un effetto profondo sulla cultura, la storia e la composizione etnica (e anche sulla lingua) dell'Irlanda, con una fusione e una mescolanza molto rapida. I Normanni s'insediarono soprattutto nella parte orientale dell'isola verde, poi conosciuta come Pale, dove costruirono molti castelli e insediamenti, come quelli di Trim e di Dublino.

Espansione dei Normanni di
 Normandia nel XI e XII sec.
- Normanni in Inghilterra. I Normanni erano in contatto con l'Inghilterra già da lungo tempo. I pagani vichinghi avevano più volte devastato non solo i litorali inglesi, ma anche la maggior parte dei più importanti porti di fronte all'Inghilterra al di qua della Manica. I danesi riuscirono a imporre la loro egemonia su vari regni inglesi, con l'eccezione del regno sassone del Wessex nel quale il re Alfredo il Grande, (che regnò dall'871 all'898), seppe tener loro testa. Emma, figlia del duca di Normandia Riccardo I, sposò il re inglese Etelredo II d'Inghilterra. Fu per questo che Etelred fuggì in Normandia nel 1.013, quando fu scacciato da Sven di Danimarca. La sua permanenza in Normandia (fino al 1.016) influenzò lui e i figli avuti da Emma, che rimasero in Normandia dopo l'unificazione dell'Inghilterra da parte di Canuto il Grande. Quando infine Edoardo il Confessore ritornò dal rifugio di suo padre nel 1.041, su invito del fratellastro Canuto II d'Inghilterra, portò con sé l'educazione normanna ricevuta oltre a molti consulenti e combattenti Normanni. Assoldò anche un piccolo numero di Normanni per addestrare e stabilire una forza militare di cavalleria inglese. Nominò Robert di Jumièges arcivescovo di Canterbury e Ralph il timido conte di Hereford. Invitò suo cognato Eustachio II di Boulogne alla sua corte nel 1.051, cosa che provocò il più grande dei primi conflitti fra sassoni e Normanni e portò all'esilio del conte del Wessex, Godwin. Nel 1.066 Edoardo morì senza discendenti, ma lasciò come suo erede il duca Guglielmo di Normandia. Costui attraversò la Manica per far valere i propri diritti, dando l'inizio alla conquista normanna dell'Inghilterra, con il rientro dei discendenti dei vecchi abitanti inglesi, ormai francesizzati. Nel frattempo l'aristocrazia inglese aveva però eletto re il più potente fra i suoi esponenti, Aroldo II, che regnò per qualche mese, fino a ottobre, quando fu ucciso nella celebre Battaglia di Hastings che decise le sorti dell'Inghilterra. Poco più di due mesi dopo Guglielmo, detto il Conquistatore, fu incoronato re dall'arcivescovo di York presso Westminster. Dopo una tale drammatica ascesa al potere fu facile per Guglielmo rimodellare le strutture politiche e amministrative del regno escludendo dal potere le aristocrazie anglosassoni locali e rafforzando contemporaneamente la presenza normanna secondo il processo iniziato già da Edoardo il Confessore. Nei suoi 20 anni di regno Guglielmo trapiantò in Inghilterra il modello feudale francese (definito giogo normanno), retribuendo con feudi i servizi resigli dall'aristocrazia al suo seguito (ai suoi tempi vennero costruiti circa ottanta castelli). Dopo un'iniziale periodo di risentimento e ribellione, i due popoli cominciarono a fondersi, mescolando lingue e tradizioni. Tra le sue iniziative ci fu anche nel 1.086 la redazione del Grande Libro del Catasto d'Inghilterra, che intendeva censire i beni e le persone del territorio del regno. Questo censimento catastale, redatto in una lingua latina ricca di termini anglosassoni, è uno dei documenti dell'epoca più importanti a livello storico, sociale, economico e politico della zona. I Normanni cominciarono a identificarsi con il nome di anglonormanni, mentre la lingua anglonormanna fu ampiamente distinta dal "francese parigino", soggetto all'humor di Goffredo Chaucer. Alla fine questa distinzione scomparve quasi del tutto nel corso della Guerra dei Cento Anni, con l'aristocrazia anglo-normanna che andò progressivamente definendosi con il termine di inglese e la lingua anglosassone e quella anglonormanna andarono emergendo come medio inglese.

- Normanni in Scozia. Uno dei rivali di Guglielmo il Conquistatore, Edgardo Atheling, alla fine si rifugiò in Scozia. Re Malcolm Canmore di Scozia sposò la sorella di Edgar, Margherita, ed entrò così in contrapposizione con il normanno, che stava già minacciando e mettendo in discussione la sicurezza dei confini scozzesi del sud. Guglielmo allora invase il regno nel 1.072, giungendo fino al Firth di Tay, dove si incontrò con la sua flotta. Malcolm fece atto di sottomissione, pagò l'omaggio a Guglielmo e gli diede come ostaggio il figlio Duncan. I Normanni penetrarono in Scozia, costruendo castelli e dando inizio a una serie di nobili famiglie da cui discesero alcuni futuri sovrani come Robert Bruce o i fondatori di clan scozzesi delle Highland. Re David I giocò un ruolo importante nell'introduzione dei Normanni e della cultura normanna in Scozia, avendo passato del tempo alla corte di Enrico I d'Inghilterra, che era sposato con la sorella di David, Matilde di Scozia. Il processo continuò sotto i successori di David. Il sistema feudale normanno fu applicato anche alle pianure scozzesi, mentre l'influenza sulla lingua degli scozzesi della pianura fu limitata.

Nel 1.018 - L'impero romano-orientale (bizantino), nonostante la fiera resistenza dell'imperatore Samuele, soggioga il primo impero bulgaro.

Nel 1.020 - Il "Privilegium Ottonianum", redatto fra impero e chiesa nel 962, fu riconfermato attraverso il "Diploma Heinricianum", stipulato il giorno di Pasqua del 1.020 tra il papa Benedetto VIII (papa nel 1.012 - 1.024) e l'Imperatore Enrico II (imperatore nel 1.002 - 1.024) a Bamberga, in occasione della visita del papa alla città.

Nel 1.024 - Muore Enrico II (Hildesheim 973 - Grona, Gottinga, 1.024) imperatore del Sacro Romano Impero,  re di Germania e re d'Italia, detto il Santo. Figlio di Enrico II duca di Baviera e di Gisella, sorella di Corrado re della Bassa Borgogna. Divenne Duca di Baviera alla morte del padre (995), fu eletto (1.002) re di Germania, come successore di Ottone III. Dovette sostenere molte lotte contro i signori feudali per affermare il proprio potere e quello della monarchia sia in Germania, sia in Italia. Disceso in Italia (1.004), dove Arduino d'Ivrea si era fatto incoronare re, l'obbligò alla fuga e cinse egli stesso la corona reale a Pavia. Ritornò nella penisola nel 1.013, e l'anno dopo fu incoronato a Roma imperatore da Benedetto VIII. Combatté ininterrottamente (1.003-1.018) contro Boleslao, duca di Polonia, il quale inutilmente cercò di impossessarsi della Boemia. Tornò in Italia una terza volta (1.021-22) per far valere i diritti dell'Impero sulle terre dell'Italia meridionale, ma una pestilenza scoppiata fra le truppe lo costrinse a rientrare in Germania. Uomo di grande integrità morale e di fede profonda, si adoperò, insieme con Benedetto VIII, a promuovere la riforma ecclesiastica (concilio di Pavia del 1.022). Aveva fondato (1.007) il vescovato di Bamberga per farne un centro di irradiamento di evangelizzazione nell'Europa centrale. Fu canonizzato (1.146) da Eugenio III. La sua ricorrenza si celebra il13 luglio.

Nel 1.031 - Cade, in Spagna, la dinastia degli Ommayyadi. Tra il 1.147 ed il 1.150 agli Almoravidi subentrano l'altra potente dinastia berbera degli Almohadi, ma la Riconquista è solo rimandata. Dal 1.246 fino al 1.492, anno della caduta di Granada, ultimo baluardo arabo, l'Islam arretra fino a scomparire come realtà istituzionale dalla Penisola iberica.

- Normanni in Spagna. In Spagna, dal XI al XII secolo, un gran numero di Normanni parteciparono alla Reconquista. Il primo fu Ruggero di Tosny (morto nel 1.040), detto "Le Mangeur de Maures" ("Il Mangiatore di Mori"), attivo in Catalogna intorno al 1.020. Nel 1.064, il re di Aragona Sancho Ramírez, alleatosi al conte Ermengardo III di Urgell e con l'aiuto di una banda di Normanni comandati da Guglielmo di Montreuil († circa 1.068), riuscì a catturare la capitale della taifa di Saragozza, la città fortificata di Barbastro. Nel 1.129, il condottiero normanno Roberto Burdet, divenne Principe di Tarragona.

Umberto Biancamano di Savoia.
Nel 1.034 - Nasce la Contea di Savoia, sorta con Umberto Biancamano (Maurienne, dal 970 al 980 - Hermillon, 1.047 o 1.048) o "dalle Bianche Mani", in francese Humbert aux Blanches Mains, considerato il capostipite della dinastia sabauda, il primo personaggio storico definito “Conte“ in un documento del 1.003 dal vescovo Oddone di Belley. Probabilmente nel 1.003 governava, per conto del re di Burgundia o Borgogna, Rodolfo III, ventidue castelli nel Viennese (Viennois in francese, zona della città di Vienne, poco a sud-est di Lione, in Francia) costituenti la contea di Sermorens. Con la morte di Rodolfo III, avvenuta nel 1.032, Umberto I si schierò contro il pretendente al trono burgundo Oddone di Champagne, conte di Blois e accompagnò la vedova di Rodolfo III, Ermengarda, presso l'imperatore germanico del Sacro Romano Impero e re di Germania Corrado II il Salico, per essere riconosciuto re di Borgogna. 
Gli stemmi dei Savoia.
Nel 1.034 comandò le truppe inviate a Corrado dal marchese Bonifacio di Canossa e dall'arcivescovo Ariberto di Milano, contribuendo alla disfatta definitiva di Oddone di Champagne ottenendo dall'imperatore non il regno di Borgogna ma altre terre, oltre al permesso di utilizzare l'aquila imperiale tedesca nel proprio stemma. Corrado II, per l'aiuto ricevuto, ricompensó il Biancamano con una serie di diritti sul Viennese (Viennois in francese), sul Chiablese (o Sciablese o, in francese, Chablais, zona montana francese e svizzera: la città principale e capitale storica del chiablese è Thonon-les-Bains, sulla riva meridionale del lago Lemano), su territori che si trovavano sul Rodano, a sud di Ginevra, che da allora presero il nome di Savoia vera e propriadi cui Chambéry divenne la capitale, oltre alla valle Moriana (Maurienne in francese, la valle del fiume Arc) e il comprensorio di Aosta.
La contea di Savoia dal 1034
con indicati i valichi controllati:
Gran San Bernardo, Piccolo
San Bernardo, Moncenisio e
Monginevro. Inoltre i
valichi di Sempione e Tenda, da
La Savoia, nel suo insieme di territori, si snoda lungo la valle dell'Arc, da Montmelian, sopra Chambéry, sino al Moncenisio, tra le rive del lago del Bourget (dove fu creato il mausoleo di famiglia nell'Abbazia di Altacomba), il lago Lemano e il corso del Rodano. Il nucleo principale della Contea si estendeva nell'area intorno a Chambéry, città che adempì al ruolo di capitale, anche se Umberto si installò nel castello di Charbonnières, costruito verso la metà del IX secolo e che dominava la città di Aiguebelle, nella Maurienne, che dunque fu la prima capitale della contea. Per effetto di tali concessioni Umberto Biancamano poté esercitare da quel momento un pieno controllo sui valichi alpini che nel Medioevo collegavano il nord con il sud dell’Europa, in particolare i passi del Moncenisio e del Piccolo San Bernardo, ma anche su Gran San Bernardo e Monginevro.
Carta con l'ubicazione dei passi del
Moncenisio e del Piccolo San
Bernardo.
Ambendo a nuovi territori, fu creato nel 1046 un legame con il Piemonte tramite il matrimonio di suo figlio Oddone (1.010-1.060) e Adelaide, figlia del Marchese di Torino: l’unione apportava così i territori delle aree montane del Piemonte occidentale, specie la Valle di Susa e la Val Chisone, attorno alla città di Pinerolo oltre al marchesato di Torino, tutti in Italia. Fu questa una tappa fondamentale per l'ingresso di questo casato in Italia che li avrebbero visti crescere e diventare duchi di Savoia, poi principi di Piemontere di Sardegna ed infine re d'Italia. Mercanti e pellegrini che volevano valicare le Alpi per entrare nella pianura padana potevano farlo solo con il consenso dei Savoia. Controllare quei valichi significava controllare i traffici e si potevano accumulare ricchezze imponendo pedaggi per il transito, gestendo locande e offrendo servizi ai viaggiatori. Ciò comportò enormi vantaggi a favore di un territorio privo di frutti e di risorse economiche. Ma la possibilità di bloccare quei valichi con sbarramenti militari, e quindi favorire il passaggio solo a eserciti disposti a concedere favori e possessi feudali, costituì la vera forza dei Savoia che seppero fondare un originale «stato di passo» e giocare con spregiudicatezza tutte le opportunità diplomatiche che questo possesso garantiva. Dal 1.416 diventerà ducato di Savoia.

Circoscrizioni (thémata in greco) in
 cui era diviso l'impero romano
d'oriente (chiamato bizantino in
occidente) nel 1.045. Nominalmente
appartenevano a Costantinopoli
anche i possedimenti di Venezia,
la Croazia e la Dioclea.
Nel 1.048 - In dicembre, Leone IX, nato Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg (Eguisheim 1.002 - Roma 1.054), è nominato 152º papa della Chiesa romana. Alla morte di papa Damaso II, Brunone venne scelto come suo successore da un'assemblea tenuta a Worms (come previsto dal "Privilegio Ottoniano" del 962, non era un conclave ecclesiastico a nominare il papa). Sia l'imperatore che i delegati romani vi concorsero, ma Brunone richiese, come condizione per la sua accettazione, di poter andare a Roma per essere eletto canonicamente per voce del clero e del popolo. Partendo poco dopo Natale, si incontrò con l'abate Ugo di Cluny a Besançon, dove venne raggiunto dal giovane monaco Ildebrando, già assistente di papa Gregorio VI e futuro papa Gregorio VII. Arrivando a Roma in abiti da pellegrino nel febbraio seguente, venne accolto con molta cordialità e alla sua consacrazione assunse il nome di Leone IX. Fu il quarto papa tedesco della Chiesa cattolica. Uno dei suoi primi atti pubblici fu quello di tenere il noto Sinodo di Pasqua del 1049, nel quale fu confermato il celibato del clero per chiunque fosse almeno suddiacono e nel quale riuscì a rendere chiare le sue convinzioni contro ogni tipo di simonia. Il resto dell'anno fu occupato da uno di quei viaggi attraverso l'Italia, la Germania e la Francia che sarebbero diventati una caratteristica del suo pontificato. In uno di questi viaggi si fermò all'Abbazia di Reichenau instaurando rapporti di stima con Ermanno il contratto. Dopo aver presieduto un sinodo a Pavia, si unì al Sacro romano imperatore Enrico III in Sassonia, e lo accompagnò a Colonia e ad Aquisgrana. A Reims indisse un incontro dell'alto clero, tramite il quale vennero fatti passare diversi e importanti decreti di riforma, iniziando il percorso che porterà all'annullamento del “Privilegio Ottoniano”. Tenne un concilio anche a Magonza, al quale presero parte rappresentanti del clero italiano e francese così come di quello tedesco, ed ambasciatori dell'imperatore bizantino; anche qui simonia e matrimonio del clero furono le questioni principali. Dopo il suo ritorno a Roma, tenne un nuovo Sinodo di Pasqua (il 29 aprile 1050), che venne occupato principalmente dalla controversia sugli insegnamenti di Berengario di Tours e convocò un concilio a Roma nel 1051 in cui decretò che le donne che si fossero prostituite con degli ecclesiastici entro le mura di Roma dovessero diventare eternamente schiave al servizio del palazzo Lateranense.
La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma del 1.054 che si consumò tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli

Nel 1.050 - Si diffonde l'uso dell'aratura con vomere ricurvo frangizolle.

Khanato Pecenego nel 1015, da
https://it.wikipedia.org/wiki
/Peceneghi#/media/
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- Nelle cronache armene di Matteo di Edessa i Peceneghi sono menzionati diverse volte. La prima volta nel capitolo 75, dove egli afferma che nell'anno 499 secondo il calendario armeno (1050 - 51 secondo il calendario Gregoriano) la nazione dei Badzinag (i Peceneghi) compì delle terribili razzie nel territorio di Roma. La seconda citazione si trova nel capitolo 103 sulla battaglia di Manzikert (presso l'attuale città turca di Malazgirt: i turchi la conoscono proprio col nome di "Battaglia di Malazgirt"). In esso si narra che gli alleati di Roma (inteso come Impero Romano d'oriente, ovvero Bizantino), i Padzunak  (i Peceneghi) e gli Uz (ovvero due rami dei turchi di Oghuz) cambiarono fronte al culmine della battaglia e si scagliarono contro Roma, (fianco a fianco con i Turchi Selgiuchidi, anche loro un ramo dei turchi di Oghuz). Nel capitolo 132 si parla di una guerra tra Bizantini ed i Padzinag (i Peceneghi) dopo la sconfitta dell'esercito di Roma, e di un fallito assedio di Costantinopoli da parte dei Padzinag. Nello stesso capitolo i Patzinag vengono descritti come "un esercito di soli arcieri".

Nell' XI secolo - I Selgiuchidi, dopo essersi convertiti all'Islam, conquistano la Persia fondandovi l'Impero selgiuchide.

Nel 1.054 - Scisma d'Oriente: la chiesa cristiana si scinde in "cattolica" a Roma e "ortodossa" a Costantinopoli. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa di Roma e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'anno 381, sotto papa Damaso I (che nel Concilio di Roma del 382 sancì il primato di Roma in qualità di sede apostolica) era stato accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma aveva celebrato un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale questo dogma era stato modificato e si era stabilito che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non era stata accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvedeva in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, mettendo sullo stesso piano il Padre e il Figlio. Era iniziata, così, una disputa dottrinale all'interno del mondo cristiano destinata a durare per molti secoli. Nel tempo, sorsero diverse interpretazioni sul “filioque” deciso da Roma, volte ad aumentarne l'autorevolezza. Alla metà del secolo XI, mentre a Roma regnava Leone IX, a Costantinopoli era stato nominato Patriarca Michele Cerulario. Va ricordato che, mentre il Papa di Roma veniva eletto con il concorso di tante componenti (anche laiche, ma con la preminenza di quelle ecclesiastiche), il Patriarca di Costantinopoli veniva nominato direttamente dall'imperatore a cui doveva rendere conto, la qual cosa poneva il capo della Chiesa d'Oriente in subordine rispetto all'imperatore, così come era stato l'intento di Costantino I, l'architetto della chiesa cristiana. Michele Cerulario, sulla scorta della mai accolta variazione del dogma sullo Spirito Santo, cominciò a contestare tutte le innovazioni che Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa. Per contrastare la Chiesa di Roma in ogni modo, Michele cominciò prima a contestare il celibato ecclesiastico, poi la tonsura della barba, quindi la celebrazione dell'eucarestia con pane azzimo. Leone IX inviò, allora, a Costantinopoli alcuni legati con l'incarico di convincere i cristiani d'oriente a rimuovere le contestazioni e ad accettare le nuove direttive che egli, in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, riteneva suo diritto impartire a tutti i cristiani, pena la scomunica del Patriarca contenuta in una bolla già in possesso dei legati. Michele Cerulario rifiutò l'invito del Papa e subì la scomunica, a seguito della quale emanòa sua voltauna scomunica verso i cristiani d'occidente. Nel frattempo, Leone IX morì. Queste scomuniche incrociate determinarono, dopo la sua morte, lo scisma tra le due Chiese, tuttora in essere. Da allora in poi, la Chiesa cristiana di Roma si definì "cattolica", cioè universale; quella di Costantinopoli si definì "ortodossa", cioè fedele al dogma del concilio di Nicea del 325.

- Nel 1.054 si combatte la prima battaglia di Manzicerta tra l'esercito bizantino guidato da Basilio Apocapa ed i Turchi Selgiuchidi guidati dal sultano Toghrul Beg. A questo primo scontro, vinto dai i Bizantini che salvarono la città di Manzicerta dall'assedio turco, seguirà quello di diciassette anni dopo, dove i Bizantini subiranno la loro peggiore sconfitta in tutta la loro storia.

- Dal 1054 si verifica un  lento declino della Rus' di Kiev, principalmente a causa dei gravi problemi di successione al trono.

Sichelgaita o Sikelgaita
di Salerno.
Nel 1.058 - Per rinforzare l'alleanza politica fra Normanni e Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno Roberto il Guiscardo d'Altavilla e la potente principessa longobarda Sichelgaita di Salerno (1.036 - 16 aprile 1.090), figlia di Guaimario IV, principe di Salerno. Sichelgaita sposò Roberto il Guiscardo nel 1.058, dopo il divorzio di quest'ultimo dalla prima moglie Alberada, attribuito a sospetti di consanguineità. Probabilmente l’ambizioso Roberto sposò Sikelgaita per impadronirsi dell’eredità di Guaimar (Guaimario) IV di Salerno. Il fratello di Sichelgaita, il principe Gisulfo II, manifestò un ostinato rifiuto a quelle nozze, che furono comunque celebrate; Sichelgaita cercò di evitare scontri tra il fratello e il marito, ma Gisulfo alla fine venne punito per la politica aggressiva che aveva seguito contro i Normanni e venne privato di tutte le proprie terre. Sua sorella Gaitelgrima aveva invece già sposato Drogone d'Altavilla, fratellastro di Roberto. Donna di grande cultura e fermo carattere, Sichelgaita seppe affermare la propria personalità a corte ed esercitare una notevole influenza sull'energico marito, che accompagnò spesso nei suoi viaggi di conquista. La principessa, nell’estate del 1.059, riservò al pontefice Niccolò II un'accoglienza maestosa nella sua capitale di Menfi in occasione del Primo Concilio di Melfi: organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi. L’alleanza tra la Chiesa ed i Normanni avvenne così tramite l’abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III, mentre le trame degli accordi vennero tessute da Godano, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. Niccolò II tolse la scomunica allo stesso Guiscardo, lo ricevette come suo fidelem, e lo benedisse insieme alla consorte Sichelgaita. Salerno era uno dei ducati che i longobardi avevano mantenuto nel meridione d’Italia, mentre le loro terre settentrionali erano state conquistate dai Franchi e confluite nell’impero carolingio. Sichelgaita visse in un’epoca di transizionesi erano affermvano nella sua terra i Normanni, che da avventurieri e predoni diventavano i sovrani dei feudi, e volevano altro ancora. Roberto il Guiscardo aveva iniziato quella ascesa che avrebbe portato il suo popolo a spazzare via dal meridione Bizantini, Arabi e Longobardi per iniziare un regno che infine, a causa di politiche dinastiche, sarebbe stato ereditato da Federico II degli Hohenstaufen, un sovrano che avrebbe posto nel Mezzogiorno italico la base per il suo sogno di riconquista imperiale dell’Italia. Inizialmente Sikelgaita cercò di trattenere Roberto dall’attaccare i Bizantini, ma poi lo seguì, non riuscendo ad influenzarlo, e condivise con lui il comando dell’esercito. Si giunse alla battaglia di Durazzo (1.081) dove i Bizantini contrattaccarono l’armata normanna che assediava la città dopo aver distrutto la flotta imperiale con l’aiuto dei Veneziani, loro alleati. Un’ala dell’esercito normanno era in rotta quando Sikelgaita (che partecipava alla battaglia con l'armatura) riuscì a recuperarla con un richiamo paradossalmente funzionante: “Fermatevi! Siate uomini!” e la battaglia fu vinta dai Normanni, che però non riuscirono a sfruttarla in modo duraturo. Anna Comnena, principessa figlia dell'imperatore e storiografa dell’impero bizantino, altra donna notevole in campo culturale, in questa occasione paragonò Sikelgaita ad Atena, dea della guerra; forse avrebbe dovuto anche apprezzarne, se li avesse conosciuti, i tentativi di frenare gli eccessi aggressivi del marito. Va detto che a Durazzo Sikelgaita aveva già 45 anni e generato parecchi figli (quattro anni dopo però era di nuovo in guerra a Cefalonia, con Roberto, sempre contro i Bizantini: fu qui che Roberto morì). Divenne anche un’esperta di botanica, e ciò le valse l’accusa di aver cercato di avvelenare Boemondo, il figlio di primo letto di Roberto; comunque sia, la vittima non morì e Sikelgaita riuscì a mediare un accordo per cui parte dell’eredità andò al proprio figlio Ruggiero Borsa, che però non ereditò lo spirito dei bellicosi e capaci genitori. Sikelgaita, che visse solo 54 anni, fu quindi allo stesso tempo abile politica, donna guerriera e riuscì anche a essere annoverata fra le streghe (ovvero fra le donne crudeli e intriganti) per il supposto tentativo di eliminare lo scomodo Boemondo e la difesa ad oltranza di proprio figlio.
Boemondo I d'Altavilla.
Boemondo I d'Altavilla, o Boemondo I d'Antiochia o Boemondo di Taranto (1.058 ? - Canosa di Puglia ?, 7 marzo 1.111), Principe di Taranto, era il figlio primogenito di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, nato dal matrimonio di quest'ultimo con Alberada di Buonalbergo, che fu più tardi ripudiata. Boemondo fu uno dei comandanti della Prima Crociata, nel corso della quale si insignorì del Principato di Antiochia. Nel 1.106 sposò Costanza, figlia del re di Francia, Filippo I. Fu battezzato col nome di Marco, ma diventò noto come Boemondo a causa di una leggendaria creatura biblica che portava tale nome, il Behemoth, mitico animale che si distingue dagli altri per potenza e forza. La figlia dell'Imperatore romano d'Oriente, Anna Comnena, ha lasciato un bel ritratto di Boemondo nella sua “Alessiade”; lo incontrò per la prima volta nel 1.097, quando lei aveva 14 anni e ne restò affascinata. Anna non ha lasciato alcun ritratto similare di qualsivoglia altro principe crociato.

Nel 1.059 - Abolizione del "Privilegio Ottoniano", stipulato fra chiesa ed impero nel 962 e riconfermato nel 1.020. Già il papa tedesco Leone IX aveva iniziato una riforma della Chiesa e si era opposto al "Privilegium Ottonianum", che ne limitava l'autonomia, ma fu Niccolò II, nel Concilio lateranense del 1.059 che abolì l'atto: il papa emanò un decreto con il quale veniva stabilito che, da allora in poi, l'elezione del pontefice sarebbe stata una prerogativa esclusiva di un collegio di cardinali, riuniti in Conclave. L'abolizione del "Privilegio Ottoniano" generò un duro scontro fra la Chiesa e l'impero fra il 1.076 e il 1.122: la lotta per le investiture (per chi poteva eleggere vescovi e papi).

Antica stampa di Melfi,
oggi in provincia di Potenza.
Si svolge il primo Concilio di Melfi. Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni, quasi certamente nel 1.058, Roberto il Guiscardo ripudiò la prima unione con Alberada di Buonalbergo, madre di Boemondo e di Emma. Egli fece annullare le nozze perché avvenute tra consanguinei e fu la prima volta che si ricorse a tale motivazione allo scopo di sciogliere un matrimonio. Alberada si fece in disparte, confinata nella rocca di Melfi (ma poi si risposerà con Riccardo, figlio di Drogone). Per rinforzare l'alleanza politica con i Longobardi, a Melfi si celebrarono le nozze tra il guerriero normanno e la potente principessa Sichelgaita di Salerno, figlia ventiduenne del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno. Questo evento aprì alla casa d'Altavilla le porte dell'aristocrazia, mentre si realizzava l'unione dei Normanni con i Longobardi. Nello stesso periodo maturò anche l'alleanza fra il nuovo capo normanno e lo Stato pontificio: il Papato, infatti, venuto ai ferri corti con l'imperatore, presagiva un'imminente rottura (quella che sarà la Lotta per le investiture) e si risolse a riconoscere le conquiste normanne nel Meridione d'Italia, assicurandosene così la fedeltà. Il rovesciamento dei precedenti assetti ebbe la sua clamorosa celebrazione con gli accordi di Melfi, che si articolarono su tre diversi momenti: il 24 giugno 1.059 venne stipulato il Trattato di Melfi, dal 3 al 25 agosto 1.059 venne celebrato il Concilio di Melfi I ed infine il 23 agosto 1.059 venne sottoscritto il Concordato di Melfi. In vista della organizzazione degli accordi e del primo concilio di Melfi, Niccolò II nel giugno del 1.059 si recò a Melfi, nella capitale della Contea di Puglia, e si trattenne nella rocca fortificata per oltre due mesi dell'estate, per definire con i capi delle casate Altavilla e Drengot Quarrel un trattato e un concordato e per indire il concilio stesso. L'alleanza tra la Chiesa e i normanni avvenne tramite l'abate di Montecassino, Desiderio di Benevento, futuro papa Vittore III. Le trame dell'accordo furono tessute da Godano o Gelaldo, vescovo di Acerenza, legato a Roberto il Guiscardo. La principessa Sichelgaita di Salerno riservò al pontefice un'accoglienza maestosa, organizzò il sinodo e preparò lo svolgimento degli incontri che portarono al trattato di Melfi e al concordato di Melfi.
Carta con i "Thémata" dell'Italia
 meridionale nel 1.000
con indicata Melfi.
Mentre il “thema” di Basilicata scomparve, Baldovino, vescovo di Melfi, ospitò il pontefice, che era accompagnato da Ildebrando di Soana, dal cardinale Umberto di Silvacandida e dall'abate Desiderio di Montecassino. Il termine thema (al plurale thémata) designa le circoscrizioni territoriali in cui era suddiviso l'impero romano d'oriente, create nel VII secolo dall'imperatore bizantino Eraclio I, al fine di rinnovare l'assetto amministrativo e territoriale di tutto l'impero. Il primo concilio (o sinodo) di Melfi, promulgato da papa Niccolò II, riunì tutti i vescovi latini del Mezzogiorno e vi parteciparono un centinaio tra cardinali, abati, religiosi e nobili. Papa Niccolò II nominò Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e Calabria. Roberto, dunque, fu elevato da conte a duca di buona parte del Mezzogiorno e gli fu attribuita anche la signoria della Sicilia, che però non ancora stata sottratta al dominio arabo. La formula fu: per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste. Dell'altro principe, Riccardo I  Drengot di Aversa, egualmente nominato nella stessa assise, non resterà traccia per i posteri. Nell'iconografia resta in evidenza la casata Altavilla e viene oscurata la rivale casata Drengot, che (alla fine) soccomberà al rivale lignaggio. Il concilio di Melfi I è il primo sinodo che si tiene dopo lo scisma, in un periodo di rapporti tesi fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente. Riafferma l'osservanza del celibato in un'area in cui i preti usano prendere moglie, sancisce il divieto di assistere ai riti celebrati dai sacerdoti concubinari e depone i vescovi simoniaci. Il sinodo discute della elezione dei futuri pontefici e conferma le norme approvate nell'aprile del 1.059 dal concilio Lateranense. L'assise rivendica i diritti del Papato sulle provincie ecclesiastiche di rito bizantino nel sud Italia e avvia una lotta per far scomparire la gerarchia bizantina e per sottomettere la Chiesa al primato petrino.

Carta delle espansioni normanne
 e Svevo-normanne
nell'Italia meridionale e isole.
Nel 1.061 - I Normanni invadono la Sicilia. Nel 1.061 Ruggero Bosso d'Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, alla testa di un folto gruppo di cavalieri sbarcò a Messina e invase l'isola (allora sotto il dominio saraceno), riuscendo nel 1.072 ad arrivare a Palermo, che venne poi eletta capitale. Mentre Boemondo I di Taranto o d'Antiochia, figlio della prima moglie di Roberto il Guiscardo, diventava verso la fine del 1.088 sovrano incontrastato del Principato di Taranto, Ruggero I formava il Regno di Sicilia. Gli succedette il figlio Ruggiero II, nominato re di Sicilia e duca di Puglia e di Calabria nella cattedrale di Palermo durante la notte di Natale del 1.130.
Palermo, la Cattedrale, collegata col
Palazzo Reale dei Normanni.
Questi estese il dominio normanno in Italiameridionale con la conquista del Ducato di Napoli nel 1.137, inoltre con le Assise di Ariano (1.140), conferì al suo Regno un'organizzazione feudale rigidamente gerarchica e strettamente legata alla persona del sovrano, con una struttura statale all'avanguardia ed efficiente per l'Europa medievale.
Palermo, Palazzo Reale dei Normanni.
Il Regno di Sicilia, nato nel 1.130 e comprendente parte dell'Italia meridionale, sopravvisse per ben sette secoli, fino al 1.860, quando, come Regno delle Due Sicilie, venne annesso al Regno di Sardegna. Ruggero II Altavilla creò anche il "Regno normanno d'Africa", che voleva unire al suo "Regno di Sicilia"; dal 1.135 infatti i normanni avevano occupato progressivamente tutta la costa tunisina e tripolitana. La morte nel 1.154 lo bloccò ed i suoi possedimenti in Africa furono riconquistati dagli Arabi nel 1160. Seguirono i regni di Guglielmo I (1.154 - 1.166) e di Guglielmo II (1.166 - 1.189).
Palermo, Cappella Palatina, al 1°
piano del Palazzo dei Normanni.
Quando Guglielmo il Buono morì (1.189), non essendovi discendenti diretti, si pose il problema della successione. In punto di morte, Guglielmo avrebbe indicato la zia Costanza d'Altavilla come erede e obbligato i cavalieri a giurarle fedeltà. Una parte della corte, sperando anche nell'appoggio papale, simpatizzava invece per Tancredi, che era riuscito a ottenere una certa stima come comandante militare ed era, per quanto illegittimo, figlio di Ruggiero III di Puglia, l'ultimo discendente maschio della famiglia Altavilla. Nel novembre 1.189, Tancredi fu incoronato a Palermo Re di Sicilia. Nello stesso anno l'imperatore Enrico VI Hohenstaufen di Svevia, che alla partenza del padre Federico Barbarossa per la terza crociata aveva assunto la reggenza del Sacro Romano Impero, in virtù del suo matrimonio con Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II di Sicilia e zia di Guglielmo II di Sicilia, si accinse a conquistare il regno; l'impresa gli riuscì nel luglio del 1.194 dopo la morte di Tancredi. Palermo fu conquistata agli inizi di dicembre e il 25 dicembre 1.194 Enrico VI s'incoronò re di Sicilia e annetté il regno all'impero. Il giorno seguente Costanza, in procinto di giungere in Sicilia dalla Germania, diede alla luce, a Jesi, Federico II. A questo punto la corona passerà poi a Federico II, di padre tedesco, imperiale svevo e madre normanna.

Nel 1.064 - Il re di Castiglia e León, Ferdinando I, rioccupa la contea di Coimbra riportando il confine con al-Andalus sino al fiume Mondego; poco dopo la contea di Coimbra viene reintegrata nel contado Portucalense.

Nel 1.065 - Prime edizioni di "La Chanson de Roland".  

Invasione normanna
dell'Inghilterra, da:
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2014/02/hastings
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Nel 1.066 - Dopo la battaglia di Hastings, Guglielmo il Conquistatore e i suoi 
nor­manni si impadroniscono dell'Inghil­terra. Nel regno d'Inghilterra la pace era durata solo fino alla morte, senza figli, di Edoardo il Confessore il 4 o 5 gennaio 1066. Venne incoronato il cognato, Aroldo II d'Inghilterra. Suo cugino, il normanno Guglielmo il Bastardo (che in seguito avrebbe goduto del più nobile soprannome de Il Conquistatore), duca di Normandia, reclamò immediatamente per sé il trono, dando luogo ad una invasione dell'Inghilterra ed approdando nel Sussex il 28 settembre 1066. Aroldo II si trovava col suo esercito a York, dove era uscito vittorioso nella battaglia di Stamford Bridge del 25 settembre. Considerata come l'atto conclusivo dell'epoca vichinga in Inghilterra, avvenne pochi giorni dopo che un esercito invasore norvegese, guidato dal re Harald Hardråde, aveva sconfitto un esercito costituito dalle truppe del conte Edwin di Mercia e di Morcar conte del Northumbria nella battaglia di Fulford, due miglia a sud della città di York. Re Aroldo II Godwinsson d'Inghilterra si scontrò con l'esercito di Harald prendendolo di sorpresa, disarmato e impreparato, dopo una marcia leggendaria, a tappe forzate, dalla parte meridionale del regno. Secondo la cronaca anglosassone, Il ponte sullo Stamford (da cui prendeva il nome il villaggio) venne immediatamente occupato da un guerriero norvegese di enorme statura, armato di ascia, senza armatura, che combatteva in modo furioso che terrorizzava l'esercito anglosassone. Riuscì a tenere il ponte per circa un'ora, buttando di sotto tutti quelli che cercavano di passare, fino a che gli anglosassoni non riuscirono ad ucciderlo posizionando una barca sotto al ponte e trafiggendolo con una lancia. Questo ritardo nell'ingaggiare battaglia, diede ad Harald Hardråde tempo sufficiente per posizionare il suo esercito in formazione circolare su di un'altura, lasciando avvicinare gli anglosassoni che erano costretti a volgere le spalle al fiume. Dopo un'ostinata battaglia con ingenti perdite da ambo i lati (ma soprattutto dalla parte dei semi-disarmati norvegesi), Harald Hardråde e Tostig del Wessex (fratello di Aroldo, ma alleato di Harald) furono uccisi. I rinforzi arrivati servirono solo ad allungare la battaglia, che però infine si risolse a favore dell'esercito anglosassone, il cui re concesse una tregua ai sopravvissuti (guidati dal figlio di Harald Hardråde, Olaf) e li lasciò salpare dopo averli fatti giurare che non avrebbero mai più attaccato l'Inghilterra. Aroldo II Godwinsson d'Inghilterra dovette perciò attraversare tutta l'Inghilterra per recarsi ad opporre resistenza agli invasori normanni. Gli eserciti di Aroldo e Guglielmo il bastardo si fronteggiarono finalmente nella battaglia di Hastings il 14 ottobre 1066. Aroldo cadde e Guglielmo risultò vincitore ottenendo così il controllo del regno senza incontrare molta altra resistenza. Egli non intese comunque annettere al regno inglese il ducato di Normandia in quanto, come duca, Guglielmo era ancora suddito di Filippo I di Francia, mentre l'indipendenza del regno di Inghilterra gli permetteva di governare senza interferenze. Fu così incoronato re d'Inghilterra il 25 dicembre 1066. Il regno d'Inghilterra ed il ducato di Normandia rimarranno uniti sotto il governo della stessa persona fino al 1204.

Ubicazione di Orval.
Nel 1.070 - Da "Il Santo Graal" di Baigent, Leigh e Lincoln: "Si sa che nel 1070, ventinove anni prima della conquista di Gerusalemme, un gruppo di monaci provenienti dalla Calabria era arrivato nella Foresta delle Ardenne, parte dei domìni di Goffredo di Buglione. Secondo Gerard de Sède, i monaci erano capeggiati da un certo « Ursus », un nome che i « documenti del Priorato » associano spesso alla stirpe merovingia. Giunti nelle Ardenne, i monaci calabresi ottennero la protezione di Matilde di Toscana, duchessa di Lorena, zia e, in pratica, madre adottiva di Goffredo di Buglione. Da Matilde, i monaci ebbero in dono un appezzamento di terreno a Orval, non lontano da Stenay, dove cinquecento anni prima era stato assassinato Dagoberto II. Per alloggiarli, fu costruita un'abbazia. I monaci, però, non rimasero a Orval per molto tempo. Nel 1.108 erano misteriosamente scomparsi, e non si sa dove si fossero trasferiti. Secondo la tradizione, sarebbero ritornati in Calabria. Nel 1.131 Orval sarà feudo di san Bernardo." A sua volta San Bernardo redarrà la regola monastica dell'Ordine dei Cavalieri Templari.

Nel 1.071 - normanni si consolidano nell'Italia meridionale espellendo i romani d'Oriente (i bizantini).

- Il 26 agosto 1.071, fra l'esercito del sultano selgiuchide Alp Arslān e quello bizantino dell'imperatore Romano IV Diogene, si combatte la seconda battaglia di Manzicerta (Manzikert, Manzijert o Malazgirt), la prima era avvenuta nel 1.054, al confine nord-orientale dell'Anatolia, vicino al lago di Van. Lo scontro, avviato nell'impreparazione e disorganizzazione delle forze imperiali, si risolve in uno smacco per i bizantini, che subiranno la peggiore sconfitta della loro storia. La battaglia, pur non inferendo grosse perdite all'esercito bizantino, mette in grave pericolo l'impero a causa dell'apertura della falla nel confine orientale, che rimane esposto anche durante la guerra civile che scoppierà nell'impero, alle penetrazioni delle bande turcomanne e oghuz, che si spingeranno fino a Nicea, Iconio e al Mar di Marmara.

- L'ultimo conte del Portogallo della casa di Vímara Peres, Nuno Mendes, è sconfitto e ucciso dal re di Galizia, García I di Galizia che occupa i suoi territori ma l'anno dopo il Portogallo è annesso al regno di León, da Alfonso VI.

Nel 1.072 - Il sultano dell'impero selgiuchide, Malik Shah I, affida al cugino Suleyman I ibn Qutulmish il compito di invadere l'Anatolia. Tra il 1073 e il 1081, Suleyman si impadronisce di gran parte dell'Anatolia, costituendovi un autonomo sultanato, il Sultanato di Rûm (così chiamato poiché fu stabilito su terre a lungo considerate "romane", romee o bizantine) o Sultanato di Nicea o Sultanato di Iconio (dal nome delle due capitali succedutesi nel tempo: Nicea e Iconio, oggi İznik e Konya), vassallo dell'impero di Malik Shah. La capitale del nuovo stato venne posta a Nicea, conquistata nel 1077. L'accresciuto benessere permise al sultanato di assorbire altri stati turchi stabilitisi in Anatolia dopo la battaglia di Manzicerta: i Danishmendidi, i Saltukidi (Saltuklu) e gli Artuqidi. I sultani selgiuchidi riuscirono con successo a respingere le Crociate, ma nel 1243 dovettero soccombere all'avanzata dei Mongoli.

- Nel 1.072 Palermo, centro principale del potere musulmano in Sicilia, cade conquistata dai normanni.

Nel 1.073 - La lotta tra papato e impero cominciata con papa Niccolò II in un concilio indetto nel palazzo del Laterano nell'aprile 1.059 in cui il pontefice condannò l'investitura laica dei vescovi ed escluse l'imperatore dalla partecipazione attiva all'elezione del pontefice, entra nel vivo con l'elezione a papa di Gregorio VII. La lotta delle investiture tra il Papato e il Sacro Romano Impero Germanico ebbe per oggetto la concessione dell'investitura imperiale delle regalie (i diritti pertinenti al regno o pubblici) agli ecclesiastici. Tale "lotta" consisteva nella disputa tra Papato e Impero riguardo a chi dovesse dare il titolo di vescovo ad un membro della società ecclesiastica, la cosiddetta "investitura episcopale". Già alla fine del IV secolo Arcadio e Onorio, figli dell'imperatore Teodosio, avevano riconosciuto alla sentenza emanata dalla "episcopalis audientia" pari dignità rispetto a quella pronunziata dal tribunale pubblico. Attorno al vescovo cominciarono a gravitare i fedeli bisognosi di aiuto di natura materiale, oltre che spirituale. Subito dopo la guerra gotico-bizantina (535-553), l'imperatore Giustiniano, incapace di ricostruire le strutture di controllo statale, promulgò nel 554 la Prammatica Sanzione, che estese la legislazione in vigore in Oriente ai territori dell'Occidente. Inoltre restituì ai vescovi prerogative già concesse loro da Costantino e cancellate da Giuliano. Indipendentemente dalla funzione di guida religiosa cui assolvevano, i vescovi erano sudditi dell'imperatore. Erano considerati alla stregua di funzionari dipendenti da Costantinopoli, incluso il vescovo di Roma, il papa. Teodorico il Grande, che governò l'Italia come funzionario dell'impero romano e come re con il titolo di "patricius" concessogli dall'imperatore, fu forse l'ultimo funzionario imperiale a contenere il potere dei vescovi. Il re longobardo Liutprando, in cerca di un accordo che rafforzasse il suo stato, dopo aver conquistato il castello di Sutri nel 728, a causa delle proteste papali, anziché restituirlo a Bisanzio, che in quel periodo controllava alcune zone del Lazio, lo riconsegnò a papa Gregorio II. Con questa donazione e il falso documento riguardante la cosiddetta donazione di Costantino, i papi cominciarono a rivendicare il controllo spirituale e temporale delle terre dell'Italia centrale e dell'Europa ad ovest della Grecia. Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono ad essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. L'impero carolingio, però, fu diviso in tre territori (Italia, Germania e Francia); il potere statale perse autorità ed efficacia, soprattutto in Italia e Germania. Il fatto più grave però, fu il riconoscimento dell'ereditarietà dei feudi (Capitolare di Quierzy, 877), che privava l'imperatore di gran parte dei suoi poteri. Nel caos post-carolingio crebbe anche l'autonomia di molte città, guidate inizialmente dal loro vescovo, ma in seguito destinate a trasformarsi in liberi comuni. Nel X secolo, il potere imperiale passò ai re di Germania, della casa di Sassonia. Il primo di loro, Ottone I, non volendo ricadere negli stessi errori dei carolingi, basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili a vescovi, che egli stesso aveva nominato. I vescovi, infatti, non potevano avere prole legittima che potesse ricevere in eredità i benefici. Inizialmente Ottone assegnò loro i poteri di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante. In seguito i poteri furono estesi al livello di contea, a spese del conte laico e creando dei veri e propri vescovi-conti. In pratica la funzione vescovile ne fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nell'assegnazione del titolo vescovile a quei laici, che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano il titolo vescovile.

Potere spirituale e temporale nello
stemma papale con le chiavi della
cattedra di Pietro. Parma, chiesa
di San Pietro
Nel 1.075 - Papa Gregorio VII, nell'ambito di un'ampia azione che va sotto il nome di Riforma gregoriana, emette il famoso "Dictatus Papae". Con questo documento si dichiara che il pontefice è la massima autorità spirituale e in quanto tale, può deporre la massima autorità temporale (l'imperatore), mediante la scomunica; viene così espressa una vera e propria teocrazia. La lotta diventa aspra tra il papa e l'imperatore di Germania Enrico IV, che raduna 24 vescovi tedeschi e 2 vescovi italiani a lui fedeli, i quali depongono il pontefice, che a sua volta scomunica l'imperatore. La Riforma gregoriana riguardava inoltre l'assetto degli ordini monastici che mutava profondamente, per cui si assistette al tramonto dell'ordine cluniacense a favore di quello cistercense.

Carta della Romania attuale con
la Transilvania, da: https://commons
Il primo documento in cui è usato il termine ultra silvam, cioè ‘oltre la foresta’, riferendosi alla Transilvania, risale al 1075. Il termine  Partes Transsylvanæ ‘zone oltre la foresta’ risale allo stesso secolo (nella Legenda Sancti Gerhardi) e successivamente divenne l'espressione usata nei documenti in latino del Regno d'Ungheria  (come Transsilvania). Anche il nome ungherese della Transilvania,  Erdély, significa esattamente ‘oltre la foresta’. I due nomi sono quindi la semplice traduzione uno dell'altro. Nell'anno 1000 Vajk, principe d'Ungheria, aveva giurato lealtà al Papa e diventò re Stefano I d'Ungheria, adottando il Cristianesimo e cristianizzando gli ungheresi. Lo zio materno di Stefano, Gyula, reggente della Transilvania, si contrappose al nuovo re dando rifugio ai suoi avversari e mantenne anche il controllo delle importanti miniere di sale transilvane. Nel 1003, Stefano condusse un esercito contro Gyula il quale si arrese senza combattere. Ciò rese possibile l'organizzazione dell'episcopato cattolico in Transilvania, che si concluse nel 1009 quando il vescovo di Ostia, come legato del Papa fece visita a Stefano; assieme approvarono la divisione delle diocesi e i loro confini. Il potere dei re d'Ungheria sulla Transilvania fu consolidato nel dodicesimo e tredicesimo secolo.

Da sinistra a destra:
Ugo di Cluny, Enrico IV e
Matilde di Canossa. Ugo di
Cluny, detto Ugo di Semur o
sant'Ugo il Grande, fece da
mediatore a Canossa fra papa
Gregorio VII e l'imperatore
Enrico IV, del quale era stato
padrino di battesimo, episodio
per il quale è stato largamente
ricordato, da: https://it.wiki
Nel 1.077 - L'imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico IV, poiché  scomu­nicatoè costretto a chiedere perdono a Canossa per conservare la propria autorità agli occhi della cristianità. Il governo dell'imperatore Enrico IV fu caratterizzato dal tentativo di rafforzare l'autorità imperiale. In realtà si trattava di trovare un difficile equilibrio dovendo assicurarsi da una parte la fedeltà dei nobili senza, dall'altra, perdere l'appoggio del pontefice. Enrico mise in pericolo tutte e due le cose quando decise di assegnare la diocesi di Milano, divenuta vacante. Ciò fece scoppiare un conflitto con papa Gregorio VII, che è passato alla storia con il nome di lotta per le investiture. Quando Enrico IV nel 1.072 inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i patari, nominando il chierico Tedaldo all'arcidiocesi di Milanoscatenò un'astiosa e lunga diatriba col papato. Gregorio VII replicò con una dura lettera, datata 8 dicembre, nella quale accusava l'imperatore di essere venuto meno alla parola data e aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati, mentre al tempo stesso inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini, che gli sarebbero stati imputati a questo proposito, lo avrebbe reso passibile non solo del bando da parte della Chiesa, ma anche della privazione della coronaEnrico non si preoccupò affatto e al sinodo di Worms, tenutosi il 24 gennaio 1.076, il papa fu dichiarato deposto e ai romani fu chiesto di sceglierne uno nuovo. La reazione di Gregorio VII arrivò il 22 febbraio 1.076, quando pronunciò la sentenza di scomunica contro l'imperatoresciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà e desacralizzandone l'impero. L'evento inimicò a Enrico IV i principi tedeschi, che nell'ottobre a Tribur gli imposero di ottenere la riconciliazione con il papa entro un anno, fissando inoltre un appuntamento per un'assemblea da tenersi con Gregorio ad Augusta il 2 febbraio dell'anno successivo. Enrico, appena seppe che il papa si apprestava a partire per Augusta, scese con il suo esercito in Italia in dicembre, diretto a Roma mentre Gregorio, appresolo, si rifugiò presso il Castello di Canossa, ospite di Matilde. Nell'inverno fra il 1.076 e il 1.077 Enrico e la suocera, la contessa  Adelaide di Susa, iniziarono la loro processione penitenziale a Canossa per ottenere la revoca della scomunica da parte di papa Gregorio VII. Con loro vi erano anche il cognato Amedeo II di Savoia e il marchese Azzorre d'Este. Per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1.077, Enrico fu costretto ad umiliarsi, dovendo attendere davanti al portale d'ingresso del castello della marchesa Matilde di Canossa d'essere ammesso al cospetto del papa: l'attesa ebbe luogo mentre imperversava una bufera di neve ed Enrico giaceva inginocchiato, a piedi completamente scalzivestito soltanto con un saioil capo cosparso di cenere, di fronte al portale chiuso. Solo grazie all'intercessione del padrino, l'abate di Cluny, Ugo, e della marchesa Matilde, poté essere ricevuto dal papa il 28 gennaio. L'umiliazione di Canossa ebbe un forte effetto morale ma i risultati pratici furono presto di altro tipo. Rientrato in Germania, Enrico si accorse che qui non aveva più seguito. Il 15 marzo a Forchheim i principi tedeschi lo avevano deposto eleggendo in sua vece il cognato Rodolfo di Svevia, che fu incoronato a Magonza dall'arcivescovo Sigfrido. 
I domini in Italia dei Marchesi
di Canossa.
Enrico sconfisse due volte il rivale in battaglia e Gregorio VII, il 7 marzo 1.080 lo scomunicò nuovamente con l'accusa di non aver rispettato i patti di Canossa e di aver impedito lo svolgimento dell'assemblea ad Augusta. La lotta per le investiture proseguì con: la sconfitta di Rodolfo di Svevia che perse la vita in battaglia; uomini fedeli ad Enrico che vennero investiti del titolo di vescovo; a Bressanone, in un concilio convocato da Enrico stesso il 25 giugno 1.080, venne considerato deposto papa Clemente VII e fu eletto come antipapa Guiberto, arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III; la discesa di Enrico in Italia e la conquista da parte del suo esercito della città di Roma, con papa Gregorio VII asserragliato in Castel Sant'Angelo. Quest'ultimo, per contrastare Enrico e l'antipapa, si alleò al normanno Roberto il Guiscardo, non prima di avergli tolto, il 29 giugno 1.080, a Ceprano, la scomunica che gli aveva comminato sei anni prima per aver invaso il territorio pontificio di Benevento. Sconfitti gli imperiali, i Normanni si abbandonarono al saccheggio della città, provocando una rivolta nella popolazione romana, che costrinse il Papa a fuggire rifugiandosi presso i Normanni a Salerno, dove risiedette fino alla morte, avvenuta nel 1085.

Stemma della
Repubblica marinara
di Pisa.
Dal 1.081 - Abbastanza netta è l'evoluzione verso forme comunali delle città legate al commercio marittimo. Lasciando da parte Venezia, dove uno stato autonomo cittadino esisteva già da secoli, diverse e assimilabili all'evoluzione delle città dell'interno sono le situazioni di Pisa e Genova.
A Pisa alla base dell'autonomia c'è la solidarietà tra i cittadini fondata sull'osservanza delle “consuetudini del mare”, che Enrico IV promette di rispettare (nel 1.081), nel medesimo tempo in cui riconosce ai pisani la possibilità di eleggere una sorta di consiglio straordinario di dodici cittadini, che prefigura evidentemente future magistrature comunali stabili; ampie sono le concessioni, politiche ed economiche, fatte in quest'occasione ai cittadini dall'imperatore. D'altra parte l'arcivescovo di Pisa - quel Daimberto che sarà il legato della prima crociata - non rinuncia alla sua autorità, come si vede dal giudizio pacificatorio fra le fazioni cittadine da lui pronunciato nel 1.088-92, con il quale stabilisce l'altezza massima delle torri, quelle case-fortezze dalle quali i membri dell'aristocrazia cittadina combattevano le loro guerre private.
Stemma della Repubblica
marinara di Genova.
A Genova, ancora più nettamente che a Pisa, il comune nasce verso la fine dell'XI secolo dalle stesse strutture associative del commercio per mare. La “compagna”, questo è il nome della struttura portante del comune genovese, veniva rinnovata periodicamente, ogni tre o quattro anni (appunto come una società commerciale). La città appare tutta orientata verso il commercio con il Levante. Dalla metà circa del XII secolo la struttura comunale si assesta; i consoli pronunciano un giuramento al momento dell'entrata in carica che va a costituire il nucleo originario degli statuti comunali (il Breve).

- Nel 1.081, il 18 ottobre, ha luogo la battaglia di Durazzo che vede contrapposti da una parte l'Impero Romano d'Oriente (bizantino) guidato da Alessio I Comneno, asceso al trono quell'anno e dall'altra i Normanni di Roberto il Guiscardo. La battaglia di Durazzo costituì una pesante sconfitta per Alessio, anche se nel 1083 riuscirà ad espellere i Normanni dai Balcani.

Matilde di Canossa, da: https
://parentesistoriche.altervi
sta.org/lotta-invest
iture-papato-impero/
- La Grancontessa (magna comitissaMatilde di Canossa, o Mathilde, o Matilde di Toscana (Mantova, marzo 1.046 - Bondeno di Roncore, 24 luglio 1.115), fu contessa, duchessa, marchesa e regina medievale e madre adottiva di Goffredo di Buglione. Matilde fu una potente feudataria ed ardente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture. Fu incoronata presso il Castello di Bianello (a Quattro Castella, prov. Reggio Emilia) dall'imperatore Enrico V. Nel 1.076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l'Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell'Appennino reggiano. Matilde nacque a Mantova nel 1.046, terzogenita della potentissima famiglia feudale italiana dei Canossa, marchesi di Tuscia (già Ducato di Tuscia), di origine e madrelingua longobarda. Il padre, Bonifacio di Canossa detto "il Tiranno", era l'unico erede della dinastia canossiana, discendente diretto di Adalberto Atto (o Attone), fondatore della casata degli Attoni.
Matilde di Canossa.
La madre, Beatrice di Lotaringia, apparteneva ad una delle più nobili famiglie imperiali, strettamente imparentata con i duchi di Svevia, i duchi di Borgogna, gli Imperatori Enrico III ed Enrico IV, dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima, nonché con il papa Stefano IX. Essendo figlia del signore della Tuscia, a Matilde spettava il titolo di marchesa, in germanico Markgraf (Marchesi) titolo dei "conti di confine". Tuttavia la Tuscia era stata una circoscrizione del Regno longobardo, come tale definita  "ducato". Ecco perché a Matilde si attribuiscono sia il titolo di "marchesa" che quello di "duchessa". La famiglia dei Canossapadrona dell'Italia centrale e della Lotaringia, imparentata con Papi e imperatori, era in quel momento la famiglia più potente d'Europa. Dopo la morte di Enrico III, Goffredo il Gobbo tentò di approfittare del temporaneo vuoto di potere per farsi incoronare Imperatore in terra tedesca, ma non ci riuscì per la morte del papa. Per evitare il pericolo di sottomettersi in futuro all'imperatore, il papato decise di introdurre un sistema di elezione interna, il conclave dei cardinali, tuttora in vigore. Distaccandosi così dall'impero, il pontificato si affidò alla tutela dei Canossa che, grazie al diritto-dovere dell'accompagnamento dei Pontefici, finirono col determinare la scelta dei Papi e quindi le loro sorti.
Carta con la Lotaringia
nel 959. Con il termine
 Lotaringia si indica
il territorio di cui fu
 sovrano con titolo
regale Lotario II, figlio
 dell'Imperatore Lotario I,
e che assunse tale
toponimo a causa della
sua scarsa omogeneità
 geografica. La regione
era delimitata a
settentrione dal mare
del Nord, a occidente
 dai fiumi Saona, Mosa
e Schelda, a oriente
dalla linea che congiunge
la foce dell'Ems
alla città di Wesel (nei
pressi della confluenza
fra Reno e Mosella) e
quindi dal fiume Reno
fino alla confluenza
con l'Aar. A meridione
 la zona era delimitata
dalla catena del
Giura e dal fiume Aar,
ora in Svizzera.
Goffredo il Barbuto, sposando Beatrice, madre di Matilde, era diventato intanto signore della Tuscia. Una clausola del contratto di matrimonio stabiliva che il figlio naturale di Goffredo,  Goffredo il Gobbo, avrebbe sposato la figlia naturale di Beatrice,  Matilde, per consolidare il suo potere e quello dei Canossa, e per non dover in seguito dividere i possedimenti delle rispettive casate. I due promessi sposi erano così cugini di quarto grado. Le nozze furono anticipate al 1.069, allorché Goffredo si trovò in punto di morte. Matilde alla fine dell'anno accorse al capezzale del patrigno in Lotaringia; prima della sua morte Matilde e Goffredo il Gobbo si unirono in matrimonio. Il marito era un giovane coraggioso e retto ma afflitto da alcuni difetti fisici (tra gli altri gozzo e gobba), comunque Matilde, conscia dei doveri nobiliari per i quali era stata educata e con la persuasione della madre, seppur riluttante restò in Lotaringia  coabitando col marito e ne rimase incinta. La permanenza di Matilde in Belgio (a Orval, dove fu madre adottiva di Goffredo di Buglione) fu breve quanto difficile e rischiosa. Matilde rischiò la vita non solo per i postumi di un parto difficile, che nel Medioevo spesso si risolveva con la morte della madre, ma anche per l'ira del casato di Lotaringia che accusò la Grancontessa di portare il malocchio, in quanto non aveva dato un erede maschio al suo "Signore", compito principale, se non unico, per le mogli dell'epoca. Nel gennaio del 1.072 fuggì appena le circostanze le offrirono la possibilità, e rientrò a Canossa, presso la madre. Tra il 1.073 ed il 1.074 il marito Goffredo scese nella penisola italiana per riconquistare Matilde offrendole possedimenti ed armate, ma la risposta della Grancontessa fu estremamente ferma e rigida. Sul suo atteggiamento si è costruito il mito di una donna priva di debolezze. Goffredo il Gobbo nel 1.076 cadde vittima di un'imboscata nelle sue terre nei pressi di Anversa. Lamberto di Hersfeld riporta che durante la notte, spinto da bisogni corporali, si recò al gabinetto e un sicario che stava in agguato gli conficcò una spada tra le natiche lasciandogli l'arma piantata nella ferita. Sopravvisse, ma una settimana dopo, il 27 febbraio 1.076, morì, lasciando  Matilde vedova. Nello stesso anno il papa decise di scomunicare l'imperatore che da questa iniziativa papale subì un doppio danno, vedendosi estraniato dai riti religiosi e trovandosi con sudditi non più sottomessi. Matilde si ritenne libera di agire secondo la sua completa volontà e si schierò con decisione al fianco di papa Gregorio VII, nonostante l'imperatore fosse suo secondo cugino. La scomunica indusse Enrico IV a venire a patti col papa. L'imperatore scese in Italia per parlare personalmente col pontefice. Gregorio VII lo ricevette nel gennaio 1.077 mentre era ospite di Matilde nel castello di Canossa. In quell'occasione l'imperatore, per ottenere la revoca della scomunica da parte del papa, fu costretto ad attendere davanti al portale d'ingresso del castello per tre giorni e tre notti inginocchiato col capo cosparso di cenere. Il faccia a faccia si risolse con un compromesso (28 gennaio 1.077): Gregorio revocò la scomunica a Enricoma non la dichiarazione di decadenza dal trono. Nel 1.079 Matilde donò al papa tutti i suoi dominiin aperta sfida con l'imperatore, visti i diritti che il sovrano vantava su di essi, sia come signore feudale, sia come parente prossimo. Ma in due anni le sorti del confronto tra papato ed impero si ribaltarono: nel 1080 Enrico IV convocò un Concilio a Bressanone in cui fece deporre il papa. L'anno seguente decise di scendere una seconda volta in Italia per ribadire la sua signoria sui suoi territori. Decretò Matilde deposta e bandita dall'impero. Ma la Grancontessa non se ne diede per vinta e, mentre Gregorio VII era costretto all'esilio, Matilde  resistette e il 2 luglio 1.084 riuscì a sbaragliare inaspettatamente l'esercito imperiale nella famosa battaglia di Sorbara, presso Modena, essendo riuscita a formare una coalizione favorevole al papato a cui aderirono i bolognesi e contrapposta alla lega imperiale. Nel 1088 Matilde si trovò a fronteggiare una nuova discesa dell'Imperatore Enrico IV e si preparò al peggio con un matrimonio politico, dato che l'attuale pontefice disgiungeva il potere vaticano da quello canossiano, com'era stato sino a quel momento, per ultimo Gregorio IV. Matilde scelse il Duca diciannovenne Guelfo V (in tedesco Welf), erede della corona ducale di Baviera. La Gran Contessa inviò migliaia di armati al confine della Longobardia a prendere il Duca, lo accolse con onori, organizzò una festa nuziale di 120 giorni con un apparato di fronte al quale sarebbe impallidito qualunque sovrano medioevale. Cosma di Praga, autore del Chronicon Boemorum, riporta che dopo il matrimonio, per due notti, il duca aveva rifiutato il letto nuziale ed il terzo giorno Matilde si presentò nuda su una tavola preparata ad hoc su alcuni cavalletti dicendogli tutto è davanti a te e non v'è luogo dove si possa celare maleficio. Ma il Duca rimase interdetto; Matilde, indignata, lo assalì a suon di ceffoni e sputandogli addosso lo cacciò con queste parole: Vattene di qua, mostro, non inquinare il regno nostro, più vile sei di un verme, più vile di un'alga marcia, se domani ti mostrerai, d'una mala morte morirai.... Il Duca fuggì; per questo fu soprannominato Guelfo l'impotente. Matilde e il giovane marito si separarono dopo pochissimi giorni; ovviamente i due non ebbero mai figli. Successivamente Matilde sobillò i due figli dell'imperatore, Corrado di Lorena ed Enrico e ne appoggiò le rivolte contro il padre; si appoggiò inoltre alla potente casata comitale dei Guidi in Toscana, per ostacolare un'altra dinastia, gli Alberti, fedeli all'impero. Dopo numerose vittorie, tra le quali quella sui Sassoni, l'imperatore Enrico si preparava nel 1.090 alla sua terza discesa in terra italica, per infliggere una sconfitta definitiva alla Chiesa. L'itinerario fu quello solito, il Brennero e Verona, confine coi possedimenti di Matilde che iniziavano dalle porte della città. La battaglia si accentrò presso Mantova. Matilde si assicurò la fedeltà degli abitanti esentandoli da alcune tasse come il teloneo ed il ripatico e con la  promessa  di essere integrati nello status di Cittadini Longobardi col diritto di caccia, pesca e taglialegna su entrambe le rive del fiume Tartaro. La città resistette fino al tradimento del giovedì santo, nel quale i cittadini cambiarono fronte in cambio di alcuni ulteriori diritti concessi loro dall'assediante Enrico IV. Matilde si arroccò nel 1.092 sull'appennino reggiano attorno ai suoi castelli più inespugnabili. Sin da Adalberto Atto, il potere dei Canossa si era basato su una rete di castelli, rocche e borghi fortificati situati nella Val d'Enza, che costituivano un complesso sistema poligonale di difesa che aveva sempre resistito ad ogni attacco portato sull'Appennino. Dopo alterne e sanguinose battaglie, il potente esercito imperiale venne preso in una morsa. Nonostante l'esercito imperiale fosse temibilissimo, fu distrutto dalla vassalleria matildica dei piccoli feudatari ed assegnatari dei borghi fortificati, che mantennero intatta la fedeltà ai Canossa anche di fronte all'Impero. La conoscenza perfetta dei luoghi, la velocità delle informazioni e degli spostamenti, la presa delle posizioni strategiche in tutti i luoghi elevati della val d'Enza, avevano avuto la meglio sul potente imperatore. Pare che la stessa contessa avesse partecipato, con un manipolo di guerrieri scelti e fedeli, alla battaglia, galvanizzando gli alleati all'idea di combattere una guerra giusta. L'esercito imperiale fu preso a tenaglia nella vallata, ma la sconfitta totale fu più di una guerra persa: Enrico IV si rese conto dell'impossibilità di penetrare quei luoghi asperrimi, ben diversi dalla Pianura Padana o dalla Sassonia: non si trovava più di fronte ai confini tracciati dai fiumi dell'Europa centrale, ma a scoscesi sentieri, calanchi, luoghi impervi protetti da rocche turrite, da casetorri che svettavano verso il cielo, dalle quali gli abitanti scaricavano dardi di ogni genere su chiunque si avvicinasse: lance, frecce, forse anche olio bollente, giavellotti, massi, picche infocate. Con queste armi chi si trovava più in alto aveva spesso la meglio. Dopo la vittoria di Matilde molte città come Milano, Cremona, Lodi e Piacenza si schierarono con la Contessa canossiana per sottrarsi al controllo imperiale. Nel 1.093 il figlio secondogenito dell'Imperatore, Corrado di Lorena, sostenuto dal papa, da Matilde e da una lega di città lombarde, veniva incoronato Re d'Italia. Matilde liberò e diede rifugio persino alla moglie dell'imperatore, Prassede, figlia del Re di Russia ed ex vedova del Marchese di Brandeburgo, che aveva denunciato al Concilio di Piacenza del 1.095 le inaudite porcherie sessuali che aveva preteso Enrico da lei e per le quali veniva relegata in una specie di prigionia-alcova a Verona. Si accese dunque una lotta all'interno stesso della famiglia imperiale, che indebolì sempre più Enrico IV, finché poi morì, ormai sconfitto, nel 1.106. Alla deposizione e morte di Corrado di Lorena nel 1.101, il figlio terzogenito del defunto imperatore Enrico IV e nuovo imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Enrico Vriprese a sua volta la lotta contro la Chiesa e l'Italia. Stavolta l'atteggiamento della Granduchessa nei confronti della casa imperiale dovette modificarsi e Matilde si conformò ai voleri dell'imperatore. Nel 1.111, sulla via del ritorno in Germania, Enrico V la incontrò al Castello di Bianello, vicino a Reggio Emilia. Matilde gli confermò i feudi da lei messi in dubbio quando era vivo suo padre, chiudendo così una vertenza che era durata oltre vent'anni. Enrico V conferì alla Granduchessa un nuovo titolo. Così il figlio del suo vecchio antagonista creò Matilde "Regina d'Italia" e "Vicaria Papale". Sembra che anche la fondazione della chiesa di S. Salvaro a Legnago (VR) sia dovuta a Matilde. Come donna di governo, Matilde dimostrò una grande sensibilità per i bisogni delle sue genti. Vista la grande povertà delle popolazioni appenniniche, la cui unica risorsa era la legna da ardere, Matilde introdusse, dal vicino oriente, il castagno, l'"albero del pane", dalle cui castagne si ottiene una farina ricca di proteine e che innestato produce i marroni: grossi, gustosi e nutrienti. Fra l'altro, le piante di castagno si piantavano secondo quello che ancora si definisce "l'ordine matildeo", in una serie di cerchi inanellati, che permettevano alle piante di condividere la forza del cerchio. Da lì in poi, castagne, farina di castagne e marroni divennero la risorsa più comune delle popolazioni montane. Matilde morì di gotta nel 1.115. Matilde non aveva lasciato eredi diretti e di conseguenza il suo immenso patrimonio andò disperso. Per quanto riguarda i feudi appartenuti alla contessa, alcuni possedimenti vennero addirittura dimenticati in un vuoto di potere, altri semplicemente incamerati nei possedimenti papali. Dopo la sua morte, attorno a Matilde venne a crearsi un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio facendone una contessa semi-monaca dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell'XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede. Qualcuno sostiene che si sia trattato di un personaggio di forti passioni sia spirituali sia carnali. Ancora oggi nella popolazione di Carpi, si ricorda che Matilde veniva in carrozza per incontrare, intimamente, Pio, il signore di Carpi. Probabilmente Gregorio VII ed il monaco Anselmo, nipote di Anselmo da Baggio e padre spirituale di Matilde, condizionarono diverse sue scelte facendo leva sulla sua fede quasi incondizionata. Si narra che dopo la morte di Anselmo, Matilde, che soffriva di un eczema, per curarsi si coricasse senza vesti sul tavolo dove era stato lavato il monaco defunto. In realtà nel Medioevo il culto delle reliquie (e la certezza riguardante i loro poteri miracolosi) fu molto sentito. Si dice che Matilde conservasse tra le reliquie anche un anello vescovile, che utilizzava per calmare i frequenti attacchi di epilessia.

Nel 1.082 - Con la morte di Roberto il Guiscardo, il suo esercito abbandona le posizioni raggiunte per ritornare in Puglia e Venezia, salvando dai Normanni il caposaldo bizantino di Durazzo, riesce ad ottenere dall'imperatore romano d'oriente Alessio I Comneno quanto aveva desiderato: la Crisobolla (o "Bolla Aurea") del maggio 1082, con cui l'Imperatore d'Oriente concede ai mercanti veneziani ampi privilegi ed esenzioni in tutto l'Impero bizantino: questa iniziale concessione venne poi più volte ampliata ed affiancata da altri atti con cui gli imperatori via via premiarono e poi pagarono il sostegno navale dei loro ex-sudditi.

Nel 1.085 - Nella difesa comune contro i Normanni l'imperatore romano d'oriente Alessio I Comneno accorda larghissimi privilegi al commercio veneziano e in cambio, i veneziani salvano dai Normanni il caposaldo bizantino di Durazzo.  

Logo dell'università
di Bologna.
Dal 1.088 - Si  fondano le prime Università: a Bologna nel 1.088, a Parigi nel 1.150, a Salerno nel 1.173. Già a Bologna si era inaugurato lo “Studium”, dove si praticava un insegnamento libero e indipendente dalle scuole ecclesiastiche. Intorno alla fine del secolo XI infatti a Bologna maestri di grammatica, di retorica e di logica iniziano a studiare il diritto e la prima figura di studioso su cui ci sono notizie certe è quella di Irnerius, fondatore di un diritto europeo scritto, sistematico, comprensibile e razionale, sulla base del “Corpus Iuris Civilis “ di Giustiniano (da "Le crociate" di Franco Cardini), la cui notorietà superò presto i confini di Bologna. Considerata la più antica università propriamente detta del mondo occidentale, lo Studium nacque come libera e  laica  organizzazione  fra studenti e docenti. Gli studenti, per compensare i docenti, iniziarono a raccogliere denaro (collectio), che nei primi tempi venne dato come offerta perché la scienza, dono di Dio, non poteva essere venduta, poi a poco a poco la donazione si trasformò in salario vero e proprio. In ogni caso non sempre gli studenti partecipavano alla collectio, e il Comune doveva intervenire per assicurare la continuità degli studi.

L'Impero Romano d'Oriente, detto
bizantino, nel 1095 da: https://upload
.wikimedia.org/wikipedia/commons
/e/e1/Byzantium1095.jpg
Nel 1.091 - Il 29 aprile si combatte la battaglia di Levounion, la prima vittoria decisiva per i Bizantini nella rinascita dell'Impero sotto i Comneni, dove un grande esercito invasore di Peceneghi (un ramo dei turchi Oghuz) è sconfitto pesantemente dalle forze dell'esercito bizantino sotto il comando dell'Imperatore Alessio I Comneno e dai Cumani, alleati dei bizantini.

L'impero selgiuchide nel 1092, da
https://it.wikipedia.org/wiki/
Selgiuchidi#/media/File:Seljuk
_Empire_locator_map.svg
Nel 1.092 - Nell'impero selgiuchide viene trucidato, da un aderente della Setta degli Assassini, il vizir di Malik Shah, Nizam al-Mulk. Dopo la morte di Malik Shah, si apre nell'impero dei selgiuchidi (che erano turchi Oghuz) un'aspra lotta di successione tra i suoi figli destinata a durare un decennio. Nel 1095 poi, muore anche Tutush, sultano di Damasco, il cui regno sarà spartito tra i figli Duqaq, signore di Damasco, e Riḍwān, signore di Aleppo, che però faticavano a mantenere il controllo sui signori locali, mentre i Fatimidi riprendevano l'offensiva in Palestina, Tripoli si rendeva indipendente e l'atabeg di Mosul minacciava la stessa Aleppo. I resti del breve sultanato di Siria vennero travolti in pochi anni dalle nuove dinastie emergenti degli Artuqidi e dei Buridi, in parte vassalle dei Selgiuchidi di Persia, in parte degli Abbasidi di Baghdad che, col declinare della potenza turca, cercavano di sottrarsi alla tutela dei Grandi Selgiuchidi. Altra minaccia alla stabilità dell'impero era rappresentata poi dalla setta degli Ismailiti Nizariti, che, dopo essere stati al centro di numerose campagne militari di repressione durante il regno di Malik Shah, avviarono, sotto la guida di Ḥasan-i Ṣabbāḥ una campagna di esecuzioni terroristiche, mirate a colpire capi politici e militari selgiuchidi che essi ferocemente avversavano, anche perché sunniti. Ciò servì a renderli famosi come la Setta degli Assassini. Una delle prime vittime della setta era stato proprio il vizir di Malik Shah, Nizam al-Mulk, trucidato nel 1092.

Calligrafia sciita che simboleggia
Ali come Tigre di Dio.
- I Nizariti sono la principale setta degli ismailiti, una corrente dell'islam sciita, seguaci dell'Aga Khan, conosciuti in passato anche come Setta degli Assassini oppure semplicemente Assassini, particolarmente attivi tra l''XI e il XIV secolo in Vicino Oriente come seguaci di Hasan. L'apice della loro attività si ebbe in Persia e in Siria a partire dall'XI secolo, in seguito ad un'importante scissione della corrente ismailita e proseguita in modo più organizzato qualche decennio più tardi nel 1094 grazie a Ḥasan-i Ṣabbāḥ, detto "il Vecchio della Montagna" (o anche "Veglio della Montagna", in realtà "capo della Montagna", dalla confusione del significato dell'arabo shaykh, che vuol dire sia "vecchio" sia "capo"), la cui roccaforte fu Alamūt, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio. Alla fine del Medioevo questa setta scomparve. Aga Khan è il titolo ereditario dell'Imam dei Nizariti, in precedenza chiamati anche "Setta degli Assassini", o più semplicemente "Assassini"

Nel 1.093 - Normanni in Galles. I Normanni, sotto Robert Fitzhamon, signore di Gloucester, occuparono il Glamorgan (ca 1.093). Nel 1.167, Dermot, re del Leinster, cacciato dall'isola, fu rimesso sul trono dai Normanni del Galles comandati da Riccardo di Clare, conte di Pembroke.

- Nel 1.093 Alfonso VI concede la contea del Portogallo a Enrico di Borgogna, promesso sposo di Teresa, figlia naturale di Alfonso VI.

Nel 1.095 - Al concilio di Clermont, papa Urbano II indice la Crociata per liberare la Terrasanta dagli infedeli. Non si deve pensare a una pianificazione a tavolino della "crociata" (nome che compare peraltro solo dal XIII secolo), poiché sembra che il movimento sia nato quasi per caso, con effetti che nessuno poteva all'epoca calcolare. In accordo col concetto assai discusso di "guerra santa" (bellum iustum), nel Cristianesimo le spedizioni che erano ritenute giuste lo erano in quanto "di difesa" e rappresentavano un'originale fusione tra guerra e pellegrinaggio (i crociati avevano infatti ricevuto dal Papa gli stessi privilegi spirituali dei pellegrini). La disciplina che più da vicino fece da modello alla "crociata" fu quella stabilita da papa Alessandro II per la spedizione in Aragona contro i Mori del 1.063, nell'ambito dei conflitti definiti come la Reconquista. In quell'occasione il pontefice aveva concesso ai cristiani di portare in battaglia il vessillo di San Pietro, una bandiera con valenze di benedizione sacrale e di investitura giuridica feudale da parte del Papato. Con la vittoria e le retoriche cronache dell'epoca, arricchite di miracoli e di gesta epiche che volevano contrapporre "Vizio" e "Virtù", si iniziò a concepire la guerra agli "infedeli" come spiritualmente meritoria. Intanto la zona di Gerusalemme era finita col diventare oggetto della lotta fra Bizantini, Arabi e Turchi selgiuchidi. Sotto la sovranità araba non si erano verificati incidenti di sorta fra musulmani e cristiani (nasrānī in arabo), con l'eccezione costituita dalla politica persecutoria adottata dal sovrano fatimide d'Egitto al-Hakim, all'inizio del XI secolo, sebbene in tutto il mondo islamico i cristiani rimanessero nella condizione di "sudditi protetti" e assoggettati ad alcune discriminazioni. Nell'impero bizantino la città di Antiochia era caduta nel 1.085 grazie al vittorioso assedio dei turchi selgiuchidi. La componente selgiuchide che si sarebbe autodefinita "di Rūm", cioè "romea", "dell'area bizantina", era arrivata a insediarsi a Nicea, attuale Iznik, e parti non esigue dell'Asia minore erano state da loro assoggettate. Di fronte a questo crescente pericolo proveniente da Oriente, l'Impero bizantino fu indotto a rivolgersi, per cercare aiuto, all'Occidente latino. L'imperatore bizantino Alessio I Comneno chiese aiuto al conte di Fiandra tramite una lettera. Questa circostanza tornò a favore di Papa Urbano II, il quale, secondo il cronista Bernoldo di Costanza, avrebbe fatto riferimento all'aiuto da portare ai Cristiani d'Oriente nel concilio di Piacenza, precedente l'accorato appello finale di Clermont. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in un Grande Scisma. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1.095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini armati nei luoghi santi della Cristianità. Nel progetto di Papa Urbano II, aiutando Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli. Il tentativo fallì sin dall'inizio. Innanzitutto, la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei poveri, poi seguirono spedizioni (come la Crociata dei Tedeschi) che commisero numerosi eccidi di israeliti, gli unici che potevano prestare denaro al costo di tassi d'interesse, cosa preclusa ai cristiani dalla loro religione. Si disse che si era cercato di convertire a forza gli ebrei al Cristianesimo, anche se è probabile che si intendesse in tal modo evitare la restituzioni di debiti contratti in precedenza. Nell'episodio della Prima Crociata noto come "Crociata dei Nobili o dei Baroni" (anche se nessun Barone vi partecipò), i territori in medio oriente che furono conquistati dai cristiani divennero stati "latini", governati dai cattolici.

Nel 1.095, nell'ambito della Prima Crociata si verifica quindi l'episodio della Crociata dei Poveri. È probabile che papa Urbano pensasse solo a una spedizione attuata dai signori feudali dell'Europa meridionale e continentale ma l'entusiasmo suscitato nell'opinione pubblica fu tale che a muoversi per prime furono proprio le componenti di pauperes (poveri), raccoltesi in modo spontaneo e informale intorno ad alcuni predicatori (come Pietro l'Eremita) e ad alcuni cavalieri (come Gualtieri Senza Averi). Essi vedevano nella spedizione un ritorno alla Casa del Padre, alla Gerusalemme celeste. 80.000 poveri pellegrini guidati da Pietro l'Eremita, armati sommariamente e privi di disciplina militare, partirono tumultuosamente verso l'Oriente macchiandosi lungo la strada di delitti comuni e di stragi dirette, soprattutto contro le comunità ebraiche insediate lungo il Reno e il Danubio. Il 21 ottobre 1096, stanchi di attendere la crociata dei nobili o baroni, i seguaci di Pietro si diressero di nuovo alla volta di Nicea, ma vennero sterminati non appena usciti dal campo di Civitot. Gualtieri-Senza-Averi, il conte di Hugues di Tubingue e Gautiero di Teck persero la vita in questo scontro. Su 25.000 uomini, solo 3.000 riuscirono a riguadagnare Costantinopoli. Si amalgamarono a quel punto con le forze condotte dai baroni, dando vita ai terribili Tafur. Con il termine Tafur, ai tempi della Prima Crociata, Turchi e Crociati indicarono bande di straccioni, probabilmente superstiti della crociata dei poveri riorganizzatisi in gruppi armati, temuti da nemici e amici per la loro ferocia e barbarie.

Nel 1.096 - Nell'ambito della Prima Crociata avviene l'episodio della Crociata dei Tedeschi. Seguendo l'appello pontificio alla crociata, alcuni signori tedeschi, primi fra tutti un certo Volkmar con circa 10 mila seguaci e un discepolo di Pietro l'Eremita di nome Gottschalk (con più di 10 mila uomini), partirono verso le aree balcaniche per seguire lo stesso itinerario terrestre prescelto da Pietro e da Gualtiero prima di loro, mentre il conte Emicho von Leiningen (noto per aver espresso una certa predisposizione agli atti di violento brigantaggio) raccoglieva in Renania adesioni per il medesimo fine. Malgrado gli ordini dell'imperatore germanico Enrico IV vietassero di operare alcuna azione ostile nei confronti delle comunità ebraiche (considerate però infedeli alla pari dei musulmani), l'esercito di Emicho si abbandonò a un vero e proprio pogrom (sterminio di ebrei), forse per evitare di restituire gli interessi concordati per alcuni prestiti da lui sollecitati e ottenuti dalle comunità israelitiche. In quel periodo era assolutamente vietato ai cristiani richiedere interessi per prestiti di denaro (anche se la norma conosceva un alto numero di eccezioni, come mostrato anche in età carolingia da Erchemperto) e anche il minimo tasso preteso era considerato usura, in grado (teoricamente) di comportare automaticamente la scomunica a carico del prestatore e l'interdizione per la città che si fosse dedicata al cosiddetto "commercio del denaro": pertanto gli ebrei erano gli unici ufficialmente autorizzati a "prestare denaro ad usura", tra l'altro una delle poche attività, assieme alle professioni cosiddette "liberali" concesse loro dall'autorità cristiana. Tra il 20 e il 25 maggio a Worms il massacro della locale comunità israelitica fu portato a compimento. Altrettanto avvenne poco dopo a Magonza, dove circa un migliaio di ebrei furono trucidati. Meno drammatica fu invece l'aggressione a Colonia in quanto gli ebrei, allertati dalle notizie ricevute, avevano provveduto a nascondersi. Una coda persecutoria si registrò peraltro a Treviri, Metz, Neuss, Wevelinghofen, Eller e Xanten. Volkmar cercò di emulare Emicho a Praga, ma in Ungheria egli si trovò a subire la durissima reazione di re Colomanno d'Ungheria, che affrontò, distrusse e disperse le forze tedesche che avevano osato percorrere in armi il suo territorio e tentato di colpire i "suoi" ebrei. Gottschalk intanto si era spostato a Ratisbona per effettuarvi la sua personale strage di "infedeli" e, dopo aver cercato di resistere all'ordine regio di disarmo dei suoi uomini, assistette impotente al massacro che ne seguì. Emicho intanto, di fronte al rifiuto del permesso di transito decretato per le sue truppe da Re Colomanno (Koloman), impegnò con le truppe del sovrano ungherese un duro combattimento ma dovette anch'egli subire una dura sconfitta.

Carta delle crociate dall'XI al XIV sec.
- Sempre nel 1.096 prende avvio l'episodio della prima crociata chiamato Crociata dei Nobili o dei Baroni. All'inizio della crociata dei nobili, Goffredo di Buglione e suo fratello Baldovino, che diventerà poi re di Gerusalemme, erano figure secondarieRaimondo IV di Tolosa,  Boemondo di Taranto e Tancredi d'Altavilla determinavano il corso degli eventi. Raimondo IV di Saint-Gilles (e di Tolosa) aveva 55 anni e possedeva una dozzina di contee; può darsi che avesse già partecipato alla Reconquista spagnola. Già prima del Concilio di Clermont, il papa vide probabilmente in lui il più indicato capo militare della crociata, anche se non procedette mai alla designazione di un comandante laico, limitandosi a quella di una guida spirituale, nella persona del suo Legato Pontificio, Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy. All'impresa aderirono alcuni nomi famosi dell'aristocrazia feudale europea, e anche molti Comuni italiani e Repubbliche Marinare parteciparono con proprie truppe alla Crociata, a seguito del quale impegno inserirono la croce nel proprio stemma. Comunque con la crociata detta "dei nobili", i territori occupati dai musulmani che si era promesso di restituire all'imperatore Romano d'Oriente Alessio I Comneno non vennero mai restituiti.



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