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domenica 14 dicembre 2014

Grande Storia dell'Europa - 2° - Dal 1.200 p.e.v. (a.C.) al 90 e.v. (d.C.)

Località di rilievo nelle civiltà dei metalli europee: dopo la civiltà del Rame,
la civiltà del Bronzo dal II millennio, civiltà del Ferro dal XII sec. a.C., i cui
maggiori centri in Europa sono: Halstatt, Huttenberg e Cnosso.
Dal 1.200 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro.

- Il periodo che va dal 1.200 al 1.000 a.C. è abbastanza oscuro, ma ci si sta convincendo che la carestia e le catastrofi naturali del 1.200 p.e.v. siano stati gli eventi scatenanti il riassetto del quadro politico mediterraneo e mediorientale, con conseguenti migrazioni di popoli: da oriente giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che, con lo sviluppo del fenomeno celtico, completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, in cui l'economia era ridotta a pastorizia e agricoltura.

Carta con le antiche Micene,Troia,
 Sparta e l'isola di Chio.
Dal 1.190/1.180 a.C. - Si combatte la guerra di Troia (o Ilio) cantata da Omero nell'Iliade, che durerà nove o dieci anni. La data della fine di questo conflitto è importante poiché è diventata un punto di riferimento per datare gli eventi, come lo fu la data del 776 a.C., anno della prima olimpiade dei Greci.
Carta con l'antica Troade.
Fonti letterarie greche parlano di una distruzione di Troia, ad opera greca, da collocarsi nel XII secolo a.C.. Tucidide parla di Agamennone e della guerra di Troia nel "II libro delle Storie" (par.9), ma la datazione è ricavabile dal passo del libro V della "Guerra del Peloponneso", il cosiddetto "dialogo dei Meli", gli abitanti dell'isola di Milo. Nel dialogo con gli Ateniesi, i Meli sottolineano di essere di tradizione dorica, essendo stati colonizzati dagli Spartani, nel contesto dell'invasione dorica della Grecia, da settecento anni.
Carta con la Grecia antica e i territori
occupati dai Dori, fra cui è
evidenziata l'isola di Milo.
Siccome l'avvenimento è del 416 a.C. e passano ottant'anni tra la fine della guerra di Troia e la colonizzazione dorica (definita il "ritorno degli Eraclidi"), si può calcolare la data della caduta di Troia, il 1.196 a.C. Eratostene di Cirene è autore della datazione che, dal III secolo a.C., riscuote maggiore successo, ma non essendoci giunte opere complete di questo autore, la sua datazione viene riportata da Dionisio di Alicarnasso nelle "Antichità romane", in un passo collegato all'arrivo di Enea in Italia e alla fondazione di Lavinio.
Hippos fenicia, da cui l'errata
traduzione di "cavallo di Troia"
da: http://www.tgcom24.mediaset.it
/cultura/-il-cavallo-di-troia-era-una-
nave-la-rivelazione-di-un-archeologo
-italiano_3104261-201702a.shtml
 
Dionisio riporta la data esatta, in termini antichi, della caduta di Troia, che corrisponderebbe all'11 giugno 1.184 - 1.182 a.C. L'ultima conferma sembra venire dalla "Piccola Cosmologia" di Democrito di Abdera, filosofo del V secolo a.C. e contemporaneo di Erodoto. Egli dice di aver composto quest'opera 730 anni dopo la distruzione di Troia; essendo vissuto intorno al 450 a.C., la data in questione risulta essere il 1.180 a.C..
Genealogia degli dei dell'Olimpo nei poemi omerici.
La mitica città di Troia ricevette il nome dall'altrettanto mitico re "Trōs" (in greco "Têukros"). La città e la guerra portata contro di essa da una coalizione di popoli greci nel XII secolo a.C., sono state immortalate da Omero nell'Iliade. La Troia della saga omerica sarebbe stata fondata da Dardano, figlio di Zeus ed Elettra, il quale, giunto nella Troade, ebbe dal re Teucro in dono il territorio su cui fece innalzare l'acropoli che chiamò Dardania. I suoi successori ottennero che le mura di Troia fossero costruite da Apollo e Poseidone.
Il viaggio di Odisseo (Ulisse) al ritorno dalla guerra
 di Troia a Itaca immortalato nell'Odissea.
Purtroppo Laomedonte non volle pagare la ricompensa pattuita alle divinità. Quindi Poseidone per punizione mandò nella città un mostro marino, che fu poi scacciato da Eracle. Ancora una volta Laomedonte rifiutò di pagare la giusta ricompensa ad Eracle. Quest'ultimo scatenò una guerra contro la città, che venne distrutta, la famiglia reale fu sterminata, tranne l'ultimogenito di Laomedonte, Priamo, che divenne re. Questi sposò prima Arisbe, da cui ebbe un figlio, poi Ecuba, con la quale generò diciannove figli tra maschi e femmine, e Laotoe, che gli dette due maschi; ebbe altri figli dalle varie concubine. Paride, figlio di Priamo e di Ecuba, rapì Elena, sposa di Menelao re di Sparta, provocando una nuova guerra contro Troia, terminata con la conquista e l'incendio della rocca dopo dieci anni di assedio.
Sicilia arcaica con Elimi, Sicani, Siculi.
Dopo la caduta della città i superstiti fuggirono in Italia: parte con Enea, che giunse nel Lazio, (tema trattato nell'Eneide dell'etrusco Virgilio Marone) parte con Antenore, destinato a fondare Padova. Da altre fonti (fra cui Tucidide) pare che un altro gruppo di  Troiani  scampati su navi e alla caccia di Achei, sarebbero approdati nelle coste occidentali della Sicilia e stabilita la loro sede ai confini con i Sicani, sarebbero stati tutti compresi sotto il nome di Elimi, e le loro città sarebbero state chiamate Erice e Segesta.
Il viaggio di Enea da Troia al Lazio immortalato da
Virgilio nell'Eneide.
Inoltre si sarebbero stanziati presso di loro anche un gruppo di greci originari della Focide, reduci anch'essi da Troia. Nell'Odissea, il secondo racconto della saga omerica, si descrive il decennale viaggio di Ulisse, ideatore del cavallo di Troia e re di Itaca, al ritorno del conflitto troiano. Intorno al 1.190-1.180 a.C. quindi, gli Elladi-Micenei si aprirono la strada verso il Mar Nero con una spedizione militare contro la città di Troia, di cui non si è certi ne da che etnie fu abitata, ne che lingua si parlasse. Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare proprio con la guerra di Troia, l'invasione dorica del 1.100 a.C., quasi un secolo circa più tarda, invece, ne sarebbe stato il colpo di grazia.

L'antica Grecia con le invasioni di
 Ioni e Achei dal 2000 a.C. e dei Dori
dal 1200 a.C. I monti: Olimpo,
Parnaso, Elicona, Taigeto.
- Nel XII secolo a.C. due nuove ondate migratorie, una dal nord, i cosiddetti Popoli del Mare e una dai Balcani, i Dori, una
popolazione indoeuropea, pongono fine all'egemonia Elladico-Micenea, causando un periodo di decadenza.

- La scomparsa della civiltà micenea determina ad Atene la nascita di un nuovo ordine sociale di tipo oligarchico e l'avvento nelle magistrature dei rappresentanti delle quattro tribù emergenti in Attica (la regione di Atene) a loro volta suddivise in fratrie (unione di più clan), che divennero un'importante espressione della vita sociale e religiosa ateniese.

- La civiltà Elladica-Micenea, probabilmente già avviata verso il declinio, fu travolta dall'invasione della popolazione dei Dori. La migrazione del nuovo popolo guerriero, i Dori, provvisti di armi e armature in ferro, destabilizzò l'ordine politico e militare Elladico-Miceneo nella penisola greca, che era rimasto nell'Età del Bronzo, o verosimilmente era già avviato verso la decadenza. Le genti doriche, che fecero del loro dio eponimo Doro (il quarto figlio di Elleno), il capostipite degli Elleni, abitavano originariamente la regione danubiana per poi passare nella valle del Vardar.
La Grecia dei primordi, con gli stanziamenti di
Ioni, Eoli e Dori. I Dori del Nord sono distinti
dagli altri Dori. Sono distinti gli Arcadi,
probabilmente discendenti dei Pelasgi.
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Penetrarono in Grecia parte attraverso l'Epiro e l'Illiria e parte attraverso la Macedonia Occidentale e la Tessaglia. Raggiunsero il Peloponneso mescolandosi agli abitanti di Micene e Tirinto e le conquistarono gradualmente. Nella tradizione antica questa migrazione è rappresentata dalla leggenda del ritorno degli Eraclidi, i discendenti dell'eroe semi-dio Heracle, o Eracle, l'Ercole dei Latini, e alcuni studiosi hanno individuato in questo episodio mitologico una prova della cosiddetta "invasione dorica", ultima responsabile della decadenza della civiltà micenea. Gli Eraclidi, nella mitologia greca, sono sia i figli di Eracle, in particolare di Eracle e Deianira, sia i loro discendenti, e vengono definiti Eraclidi anche i 50 figli che Eracle ebbe dalle figlie di Tespio, chiamati poi Tespiadi, mentre soggiornava presso di lui. Secondo la testimonianza di Erodoto e Tucidide i Dori, discendenti di Eracle, si sarebbero spinti nel Peloponneso, in Laconia, dal nome di Lacedemone che vi aveva fondato Sparta, il nome di sua moglie, e nella Messenia. Sotto la spinta dell'invasione dorica, le popolazioni che erano stanziate nell'area Elladica diedero luogo alla  prima  migrazione  colonizzatrice dei greci, soprattutto verso est, sud-est e sud.
L'antica Grecia con l'invasione dei
Dori del 1200 a. C. e i conseguenti
spostamenti a est di Ioni ed Eoli.
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Comunità di Ioni, i fondatori di Atene, migrarono dal continente verso le coste dell'Asia minore, in quella che fu poi chiamata Ionia, dove più tardi diedero vita ad una confederazione religiosa di dodici città, incentrata sul santuario di Poseidone a Panionion, presso Mycale. Comunità di Eoli migrarono verso oriente, stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide, che da loro prese il nome. Secondo la tradizione tale migrazione fu capeggiata da Oreste e sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, che soggiogarono la civiltà micenea ormai decaduta. Con il declino della civiltà Micenea ha inizio un periodo di decadenza, denominato dagli storici con il nome di "Medioevo greco" che durerà tre secoli, a partire dal XII secolo a.C. Il Medioevo ellenico sarà caratterizzato da una commistione dei tratti peculiari della precedente cultura micenea e delle innovazioni doriche, quali l'uso del ferro, l'incinerazione dei morti e la costruzione dei primi templi.

- Atene riesce in qualche modo a sfuggire alle invasioni doriche e durante il cosiddetto medioevo ellenico inizia a svilupparsi.

Il Tempio dorico di Era (o Hera),
detto anche Tempio di Poseidon o
Tempio di Nettuno, eretto a Paestum,
l'antica Poseidonia, intorno alla metà
del V secolo a.C.
Alcune città doriche, Corinto e Megara in particolare, ma anche Sparta e altre, presero parte poi al grande movimento colonizzatore che a partire dall'VIII secolo a.C. si sviluppò in tutto il bacino del Mediterraneo. Colonie doriche furono fondate in Asia Minore, a Cipro, in Africa settentrionale ed in Italia (Magna Grecia). A partire dal XII secolo, l'insieme dei popoli della Grecia continentale, della costa ionica dell'Asia Minore e delle isole acquisisce progressivamente un'unica identità culturale per lingua (anche se i dialetti rimasero i linguaggi locali), religione, costumi, e si ha anche l'unica denominazione di Elleni. Le genti che abitano e hanno abitato la Grecia sono state chiamate, lungo il corso dei secoli, in diversi modi. Essi stessi si definiscono Elleni, dal nome dell'eroe Elleno, ritenuto il capostipite delle popolazioni greche degli Ioni, Eoli, Achei e Dori che, dal II millennio a.C., invasero la Grecia sottomettendo le popolazioni ivi residenti, fra cui i Pelasgi, stanziativisi prima di loro.
Cartina delle regioni, isole, città e dialetti dell'antica Grecia
o Ellade. I dialetti parlati: Nord occidentale, Acheo, Arcado
cipriota, Dorico, Ionico, Eolico, Attico.
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I Macedoni hanno esportato la cultura ellenica, e la parola Hellenes (Έλληνες) è stata conosciuta in tutto il mondo, mentre i Romani hanno utilizzato la parola Greci, per riferirsi a queste genti, poiché i colonizzatori di Cuma in Campania, la più antica colonia greca della penisola italica e della Sicilia, fondata nel 750 a.C. dai Calcidesi e dagli abitanti di Cuma, piccolo centro dell'isola Eubea, si autodefinivano Graikòi, nome distintivo di alcune genti marittime della Beozia e della limitrofa costa dell'Eubea, nome che i Romani erroneamente recepirono come appellativo di tutte le genti elleniche, trasmettendolo fino a noi come Graeci. Le lingue europee, quindi, usano tale appellativo; in Oriente invece si usano nomi derivati da Ioni.
Conseguentemente all'invasione dorica compariranno gradualmente le póleis, le città-Stato. La conformazione del territorio, principalmente montuosa, contribuirà in modo determinante ad ostacolare l'unificazione dei villaggi e a favorire la nascita di piccole città-Stato indipendenti. Le città-Stato passarono inizialmente da regimi monarchici a tirannidi. Ciascuna città aveva divinità protettrici e leggi proprie (ogni città era strenuamente attaccata alle proprie tradizioni: arrivavano al punto da avere ciascuna un proprio calendario). Tuttavia, frequenti erano le anfizionie, alleanze tra città limitrofe, non necessariamente di carattere militare. L'Arcadia, nel Peloponneso, in cui si parlava il dialetto arcado-cipriota, rimase un territorio abitato dai discendenti dei Pelasgi, i primi a stabilirsi in Grecia. Alcuni studiosi Albanesi sostengono che dai Pelasgi sono derivati Tirreni ed Etruschi oltre a Illiri e Albanesi, e che i linguaggi di questi popoli sono quindi affini. Seguono alcuni elementi su cui basano le loro ipotesi. Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”.

Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di
Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu,
le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico,
Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
Intorno al XII secolo a.C., i Tirreni, o Tirseni,
Tyrseni, Raseni, Turuscha, forse uno dei Popoli del Mare o discendenti dei Pelasgi e sicuramente gli antenati degli Etruschi italici, che chiamavano se stessi "Rasenna", giunsero dall'Asia Minore e fondarono una colonia nei territori della mitica Tartesso, nell'attuale Spagna, su un'isola tra la foce del Guadalquivir (l'antico Betis) e l'oceano. Da Tartesso inizia l'invasione dei Tirreni e la sottomissione della zona, gestita fino ad allora da Liguri, Iberici e coloni orientali, ma presumibilmente era Ligure (come indica il toponimo Lago Ligur, il Lagus Ligustinus per i Romani) il substrato predominante nella zonaGli invasori approntarono una fiorente oligarchia commerciale e militare la cui capitale fu Tartesso stessa. Nel regno furono stabiliti due principali centri: presso la foce del Guadalquivir, Tartesso stessa, e l'antica Olba, (nei pressi dell'attuale Huelva, sul fiume Tinto, nel nord ovest del territorio di Tartesso, vicino all'attuale frontiera col Portogallo), che doveva fungere da deposito di Tartesso dei minerali di rame provenienti dalle miniere del Rio Tinto, Aznacòllar e Linares. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Tartesso: l'Economia", clicca QUI, per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci", clicca QUI, per il post "Ercole e altri miti a Tartesso", clicca QUI, per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso", clicca  QUI.

- Gli Umbri furono un popolo giunto dal nord in Italia nel XII secolo a.C., che si sovrappose e si sostituì a quelli presenti (in Umbria la presenza dell'uomo è attestata sin dal primo Paleolitico).
I dialetti Italici parlati
nel centro-sud nel 400 a.C.
Parlavano una lingua indoeuropea del gruppo osco-umbro, l'umbro, scritta con alfabeto proprio di derivazione greco-occidentale, non molto dissimile dagli altri alfabeti italici. Occuparono un'area che in epoca classica si estendeva dall'alta e media valle del Tevere fino al mar Adriatico, comprendendo anche l'odierna Romagna: delimitata dal Tevere ad ovest e dall'Adriatico ad est. Inizialmente gli Umbri avevano occupato anche i territori dell'odierna Toscana e della Valle Padana, solo successivamente conquistati da Etruschi e Galli (questo territorio viene chiamato "Grande Umbria"). L'espansione di Celti ed Etruschi li confinò quindi nella zona ad est del medio corso del Tevere, mentre ad ovest del fiume fioriva la potenza etrusca. Non è noto se gli Umbri indicassero se stessi con un endoetnonimo, né quale forma avesse. Il termine "Umbri" è l'etnonimo con il quale il popolo era indicato dai vicini Latini e dai Greci (greco Ὄμβροι o Ὀμβρικόι). L'ingresso dei popoli osco-umbri in Italia, provenienti dall'Europa centro-orientale dove si cristallizzarono come gruppo linguistico autonomo all'interno della famiglia indoeuropea, è generalmente collocato intorno al XII secolo a.C. L'arrivo degli Osco-umbri in Italia è stato posto da alcuni studiosi in correlazione allo sviluppo della cultura protovillanoviana, cronologicamente compatibile; tale ipotesi è rafforzata dal fatto che gli insediamenti storici degli Umbri, soprattutto nella fase della "Grande Umbria", coincidono sostanzialmente con l'area villanoviana.

Carta con l'ubicazione della cultura proto-celtica di
Canegrate e quella celtica lepontica di Golasecca, nel
nordovest italico. Sono indicate le varie tribù di
Luguri, Celto-Liguri e Celti insediati o che
si insediarono in quei territori.
- Nel XII secolo a.C., nel territorio compreso fra  lo spartiacque alpino a nord, il Po a sud, il Serio ad est e il Sesia ad ovest si sviluppò la cosiddetta Cultura di Golasecca. Tale civiltà prende il nome dalla località di Golasecca (provincia di Varese, sulle rive del fiume Ticino), in cui si svilupparono i primi segni della cultura celtica. Nell'area Golasecchiana, si può presumere che la struttura sociale fosse articolata gerarchicamente e che la popolazione si sia divisa fra i villaggi situati nei pressi delle necropoli ritrovate. Il territorio su cui si estendeva la popolazione golasecchiana era molto ampio, anche se non uniforme, comprendente le pianure tra i fiumi Sesia ed Oglio ed estendendosi a su fino al Po e a nord fino ai contrafforti alpini dei passi che conducono verso le vallate del Rodano e del Reno. Gli insediamenti golasecchiani erano quindi di grande importanza strategica, dato che si trovavano lungo itinerari che collegavano, tramite i valichi del San Bernardino, San Gottardo e Sempione, la penisola  italica e il centro Europa. Era praticata l'agricoltura, la tessitura e l'allevamento che permetteva di produrre carne e formaggio. L’ampia circolazione di manufatti golasecchiani a nord delle Alpi è in stretto rapporto con l’espandersi e l’aumentare del volume dei commerci nell’Etruria Padana, e non solo: dal ritrovamento di vari suppellettili si deduce che i Golasecchiani commerciavano non solo con i Liguri, ma anche con Etruschi, Greci, con i popoli dell'Italia Centro Meridionale ed insulare, fungendo anche da intermediari con i Celti del nord (culture di Hallstatt e di La Tène). La rete di scambi comprendeva la Cornovaglia, la Bretagna e la Galizia, regioni da cui proveniva lo stagno necessario alla produzione del bronzo; dalle regioni baltiche proveniva, invece, l'ambra. Il popolo detto della cultura di Golasecca risalente all’età del ferro era quindi inequivocabilmente di origine celtica, ben antecedente alla storica invasione del IV secolo a.C. Le sue origini risalgono addirittura alla seconda metà del II millennio all’interno della cultura locale dell’età del bronzo, detta di Canegrate; infatti sono molti gli studiosi che vedono un continuo evolutivo tra le facies di Canegrate del XIII secolo a.C. e quelle successive di Golasecca del VII secolo a.C. Un fattore importante da tenere in considerazione è che alcuni reperti risalenti a Canegrate sono diversi da quelli comuni nell’ambito locale, ma ben conosciuti nella regione a sud della Germania dove si sviluppò la cultura dei campi d’urne, unanimemente considerata antenata dei Celti dell’età del ferro. Tali reperti sono manufatti in bronzo ampiamente diffusi e ceramiche a scanalatura, utilizzati nei riti inceneritori, il che fece supporre ad un’espansione delle popolazioni protoceltiche dei campi di urne. Non esistono però prove tali da confermare questa tesi anzi, al contrario l’area mediterranea in questo periodo vive una forte instabilità dovuta a continui spostamenti di popoli e conseguenti guerre, mentre in Europa continentale vi è un periodo di calma il che farebbe pensare che i ritrovamenti della cultura di campi di urne al di qua delle Alpi sia dovuta più ad una moda che ad un’espansione di tale popolo. Diversi studiosi quindi ritengono che si possa parlare anche della cultura di Canegrate come di popolazioni protoceltiche, infatti la fine dell’età del bronzo è stata la base su cui si formarono successivamente le culture dell’età del ferro, per questo motivo la cultura di Canegrate prende il nome di cultura protogolasecchiana. Che la popolazione golasecchiana fosse celtica e conseguentemente quella di Canegrate protoceltica, si evince anche dai ritrovamenti nella necropoli di Ascona e del ripostiglio dei bronzi di Malpensa, reperti che comprendono gambiere in lamina di bronzo decorate a sbalzo, decorazioni a ruote solari associate ad uccelli acquatici stilizzati; reperti trovati non solo in Italia settentrionale ma anche in gran parte dell’Europa, dalla conca carpatica fino ai dintorni di Parigi, il che indica una piena integrazione dell’area golasecchiana con il resto dell’Europa. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti", clicca  QUI. Vedi anche: http://culturaprogress.blogspot.it/2014/12/la-cultura-di-golasecca.html

Carta con gli insediamenti degli Euganei, Carni, Veneti
(Venetici), Reti, Camuni e Celti Leponzi e Cenomani.
Dal 1.150 - Gli Euganei erano un popolo insediatosi originariamente nella regione compresa fra il Mare Adriatico e le Alpi Retiche. Successivamente essi furono scacciati dai popoli Veneti in un territorio compreso tra il fiume Adige ed il Lago di Como, dove prosperava la civiltà Golasecchiana, e lì rimasero fino alla prima età imperiale romana. Catone il Censore, nel libro perduto delle Origines, annoverava tra le maggiori tribù euganee i Triumplini della Val Trompia ed i Camuni della Val Camonica. Si trattava probabilmente di un popolo preindoeuropeo di stirpe affine a quella dei Liguri Ingauni, come testimoniato dall'analogia dei nomi che avevano in comune. Appartengono alla stessa stirpe degli Euganei, secondo Plinio il Vecchio, anche gli Stoni in Trentino. Quando i Veneti raggiunsero il loro territorio fra il XII e l'XI secolo avanti Cristo, provenienti da un'imprecisata regione dell'Europa orientale, in parte spostarono verso Ovest gli Euganei ed in parte li assorbirono fondendosi con loro.

Reitia, divinità dei Veneti
(e dei Reti) dell'Italia
 nord-orientale.
- Il nome "Veneti" ricorre frequentemente nelle fonti classiche. Erodoto ricorda gli Eneti tra le tribù illiriche, probabilmente i nostri Veneti italici; nell'Europa centrale Tacito localizza i Veneti, o Venedi e Venedae, (gli Slavi Venedi-Sclavini) distinguendoli dai Sàrmati; Pomponio Mela cita il lago di Costanza come Venetus lacus; ci sono poi i Venetulani, un popolo laziale scomparso citato da Plinio. Vi sono inoltre i Veneti Celti, della Bretagna francese, battuti poi da Giulio Cesare. La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto da un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare). I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli". Agli antichi Veneti del nord-est italico ci si riferisce talvolta con "Paleoveneti", "Veneti adriatici" o "Venetici" per distinguere il popolo dell'antichità dagli attuali abitanti della regione italiana del Veneto. Nel periodo antico vi erano rapporti culturali fra i nostri Venetici e la Civiltà villanoviana, l'Egeo, l'Oriente e successivamente anche con gli Etruschi. Nelle pianure del Veneto meridionale fra il 1150 e il 900 a. C. sorse il grande centro pre-urbano di Frattesina, crocevia di traffici fra il Baltico, le Alpi Orientali e Cipro, con sistema socio-economico fortemente gerarchizzato; quindi si svilupparono Villamarzana, e poi Montagnana.
Cartina dell'Europa e Mediterraneo nell'XI sec. p.e.v. (a.C.) con alcune delle
culture presenti in quei territori: Culture delle Tombe a fossa,  Cultura
Germanica nord occidentale, Cultura Catalana dei campi d'urne,
 Cultura Villanoviana, Cultura Adriatica, Cultura Laziale, Cultura di Hallstat,
Cultura Atestina o d'Este, Cultura di Golasecca e Cultura Apula.
 Sono indicati i fiumi inerenti a tali civiltà.

Le 12 tribù d'Israele e la migrazione
in Arcadia di quella di Beniamino.
Da "Il Santo Graal" di Baigent,
Leigh e Lincoln. Vedi anche QUI
Dal 1.140 a.C. - Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Tra le genealogie incluse nei Dossiers segreti, c'erano numerose annotazioni. Molte si riferivano specificatamente ad una delle dodici tribù di Israele, la tribù di Beniamino. Uno di questi riferimenti cita con notevole rilievo tre passi biblici: Deuteronomio 33, Giosué 18 e Giudici 20 e 21. 1) Il capitolo 33 del Deuteronomio contiene le benedizioni impartite da Mosé ai patriarchi delle dodici tribù. Per Beniamino, Mosè dice: « II prediletto del Signore abita tranquillo presso di lui; e il Signore lo proteggerà per tutto il giorno, e dimorerà tra le sue spalle » (32:12). 2) La seconda citazione biblica (Giosué 18) dei Dossiers segreti è più chiara. Parla dell'arrivo del popolo di Mosé nella Terra Promessa e dell'assegnazione dei territori a ognuna delle dodici tribù. Secondo tale divisione, il territorio della tribù di Beniamino include quella che divenne poi la città santa di Gerusalemme. In altre parole, Gerusalemme, prima ancora di diventare la capitale di Davide e di Salomone, era stata assegnata alla tribù di Beniamino. Secondo Giosué (18:28), la parte spettante ai Beniaminiti comprendeva « Zelah, Elef, Iebus, cioè Gerusalemme, Gabaa, Kiriat-Iearim; quattordici città e i loro villaggi. Questo fu il possesso dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie ». 3) Il terzo passo biblico citato dai Dossiers, (Giudici 21:1-3. Il Libro dei Giudici è stato probabilmente scritto tra il 1.045 e il 1.000 a.C. e i versi 17-21, che sono un’appendice e che non si collegano ai capitoli precedenti, si riferiscono al tempo in cui “non c’era nessun re in Israele”, databile quindi prima del 1.027 a.C., data di inizio del regno di Saul. n.d.r.) riguarda una successione di eventi piuttosto complessa. Un Levita, mentre attraversa il territorio dei Beniaminiti, viene aggredito, e la sua concubina viene violentata da adoratori di Belial, una variante della Dea Madre dei Sumeri, chiamata Ishtar dai Babilonesi e Astarte dai Fenici. Il Levita convoca i rappresentanti delle dodici tribù e chiede vendetta; e nell'assemblea viene conferito ai Beniaminiti il compito di consegnare i malfattori alla giustizia. Ci si aspetterebbe che i Beniaminiti si affrettassero a obbedire. Ma per una ragione inspiegata, invece, prendono le armi per proteggere i « figli di Belial ». II risultato è una guerra accanita e cruenta fra i Beniaminiti e le altre undici tribù...   ...Di fronte al pericolo d'estinzione che minaccia un'intera tribù, gli anziani si affrettano a trovare una soluzione. A Shiloh, in Betel, tra breve vi sarà una festa; e le donne di Shiloh, i cui uomini erano rimasti neutrali durante la guerra, devono essere considerate prede disponibili. Ai Beniaminiti superstiti viene detto di recarsi a Shiloh e di tendere un'imboscata nelle vigne. Quando le donne della città si raduneranno per danzare, i Beniaminiti dovranno rapirle e prenderle in moglie. Nonostante le devastazioni causate dalla guerra, recuperano in fretta almeno il prestigio, se non la consistenza numerica. Anzi, lo recuperano al punto da dare a Israele il suo primo re, Saul (vissuto nel periodo1047-1007 a.C. e re dal 1.027 a.C., n.d.r.).
Rembrandt: Re Saul e
David che suona l'arpa.
Nonostante la rinascita dei Beniaminiti, i Dossiers fanno capire che la guerra contro i seguaci di Belial segnò una svolta decisiva. Sembrerebbe che in seguito al conflitto molti Beniaminiti andassero in esilio. Nei Dossiers c'è una nota sensazionale, in lettere maiuscole: "UN GIORNO I DISCENDENTI DI BENIAMINO LASCIARONO LA LORO TERRA; CERTI RIMASERO, DUEMILA ANNI PIÙ TARDI GOFFREDO VI [DI BUGLIONE] DIVENNE RE DI GERUSALEMME E FONDÒ L'ORDINE DI SION". Secondo questa storia, molti Beniaminiti andarono in esilio. A quanto pare si trasferirono in Grecia, nel Peloponneso centrale: in Arcadia, dove si sarebbero imparentati con la locale famiglia regnante. Verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero risalito il Danubio e il Reno, imparentandosi per matrimonio con certe tribù teutoniche e generando i Franchi Sicambri: gli antenati dei Merovingi... Vi sono indizi, al di fuori della mitologia, che fanno pensare a una migrazione ebrea in Arcadia. Nei tempi classici, l'Arcadia era dominata dal potente Stato militarista di Sparta. Gli Spartani assimilarono in gran parte la più antica cultura degli Arcadi; anzi il leggendario arcade Liceo può essere identificato con Licurgo, il legislatore spartano. Quando diventavano adulti, gli Spartani, come i Merovingi, attribuivano uno speciale significato magico alle loro chiome, che erano egualmente lunghissime (così come quelle del biblico Sansone e degli altri nazirei, n.d.r.). Secondo un autore, « la lunghezza dei capelli denotava il loro vigore fisico ed era un simbolo sacro ». E c'è di più: i due libri dei Maccabei, nella Bibbia, sottolineano il legame tra gli Spartani e gli Ebrei. Maccabei 2 parla di certi Ebrei che « si erano recati presso Spartani, nella speranza di trovarvi protezione in nome della comunanza di stirpe ». E Maccabei 1 afferma esplicitamente: « Si è trovato in una scrittura, riguardante gli Spartani e i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo »."

Cartina della Fenicia intorno al
1000 a.C. con Biblo, Sidone e Tiro.
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La stele di Nora,
vicino a Cagliari,
con antiche iscrizioni 
in alfabeto fenicio
IX - VIII sec. a.C.
- Nell'XI secolo a.C. i Fenici colonizzano il Mar Mediterraneo, fondando basi  sulle coste mediterranee e della Sardegna. In seguito monopolizzeranno le navigazioni nel Mediterraneo Occidentale, sostituendosi ai proto-Liguri nei commerci atlantici, fino agli anni delle guerre Puniche contro Roma. I Fenici avevano il monopolio della produzione del rosso porpora, un pigmento ottenuto dalla lavorazione di molluschi marini (murex), molto apprezzato e richiesto nei mercati dell'antichità, oltre alla produzione del vetro, con tutti i manufatti connessi ad esso. Ancora oggi i produttori di vetro di Murano, a Venezia, sanno riprodurre quelle piccole sfere forate, usate come perline, che riconoscono come di derivazione fenicia (le chiamano "rosette"), e che hanno ispirato loro le murrine, barre di vetro in le forme e i colori dei mosaici si  mantengono in tutta la lunghezza della barra.
Alfabeto Fenicio arcaico e gli alfabeti
derivati dal Fenicio: Greco orientale e
occidentale: dal Greco occidentale
 deriveranno l'Etrusco e il Latino.
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I Fenici sono stati i primi ad adottare la scrittura con un alfabeto fonetico, anche se senza vocali. Da tale alfabeto deriveranno tutti gli alfabeti europei: Greco, Greco Occidentale da cui deriveranno gli alfabeti Etrusco e Latino, che designerà la grafica della scrittura che usiamo ancora oggi nella maggior parte del mondo.

Dal 1.080 - A seguito degli accordi fra le popolazioni italiche di origine indoeuropea (definiti Aborigeni dagli storici antichi), con gli Umbri in prima fila, e i Pelasgi, dopo le campagne vittoriose contro i Liguri (chiamati Siculi), avvenute orientativamente alla fine dell'età del bronzo, gli Italici avrebbero concesso ai Pelasgi il popolamento dell'Etruria, che era stata dei Liguri, dove si sarebbero insediati e da cui sarebbe scaturita la civiltà Etrusca. Complessivamente, si è attribuita ai Pelasgi una vocazione migratoria e, in particolare, marinara: Eusebio, nel "Chronicon", considerava quella dei Pelasgi una "talassocrazia" che potrebbe essere stata la protagonista dell'avvicendamento al governo della Tartesso iberica, appannaggio dei liguri arcaici, che passerà poi sotto il controllo dei Cartaginesi nell'VIII secolo a.C., e gli riconosceva il dominio del Mar Mediterraneo, in un periodo che sarebbe iniziato novantanove anni dopo la caduta di Troia (quindi intorno al 1080 a.C.) e sarebbe durato altri ottantacinque, quindi fino al 995 a.C. circa (secondo la cronologia di Eratostene di Cirene, tra il 1082 e il 997 a.C.). Non a caso l'alfabeto adottato a Tartesso ha ispirato i 5 alfabeti nord-italici del V secolo, che vennero invece attribuiti a nuove adozioni dell'alfabeto etrusco: se i Pelasgi, considerati "Tirreni", avevano sottomesso Tartesso intorno al 1200 a.C. e da loro erano derivati gli Etruschi italici, il cerchio si chiude. Per il post "Dal linguaggio ligure al celtico nell'Italia settentrionale antica, i 5 alfabeti usati e il runico germanico", clicca QUI.

Carta delle Popolazioni italiche nel 1000 a.C.
Nel 1.050 a.C. - Nella penisola italica, la Civiltà Villanoviana è al culmine. Fra il X e l'VIII secolo a.C., l'età del ferro trova la sua massima espressione nella civiltà Villanoviana (preceduta nel bronzo recente dalla cultura protovillanoviana), che ha preso il nome da Villanova (una frazione di Castenaso, in provincia di Bologna), un insediamento di grande interesse archeologico, dove sono state trovate lance, spade, pettini e gioielli di ogni tipo. Questa è una dimostrazione dei progressi che erano stati fatti nell'estrazione e nella lavorazione dei metalli, di cui era particolarmente ricco il sottosuolo della regione.

- Tra il 1038 a.C. e il 753 a.C. il governo di Atene è affidato a nove arconti, magistrati inizialmente eletti a vita per poi con carica decennale fino al 682 a.C. quando diventerà annuale. I tre arconti più in vista, oltre ai sei tesmoteti, erano: l'arconte eponimo, l'arconte re (capo religioso) e l'arconte polemarco (capo militare); gli altri arconti (i tesmoteti) tramandavano le leggi a voce cercando di conquistare sempre più potere.
Atene, Areopago visto dall'Acropoli.
L'Areopago è una delle colline di Atene situata tra l'agorà e l'acropoli e nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello Stato (governo dei 9 arconti) presiedute dal re. Secondo le leggi arcaiche dell'arcontato, i membri che ne facevano parte erano eletti a vita, senza possibilità di rinnovo del consiglio. La principale funzione di tale assemblea era quella di occuparsi della custodia delle leggi contro ogni violazione e della giurisdizione sui delitti di sangue. Il suo orientamento era del tutto conservatore e la sua composizione, formata da membri provenienti dall'aristocrazia eletti per anzianità o per principi ereditari, accentuava il suo indirizzo moderato e sanciva il suo ruolo decisivo nella custodia delle leggi, della pubblica moralità e dei culti cittadini. Al re rimaneva da svolgere le funzioni religiose e di presiedere all'areopago, perché il comando militare supremo passò in mano ad un arconte, mentre gli incarichi civili e giudiziari furono presieduti dall'arconte affiancato dai tesmoteti.

Area degli insediamenti degli
Sciti dal 1.000 a.C.
Dal 1.000 a.C. - Provenienti dalla Siberia meridionale, nell'area compresa tra il Mar Caspio e i Monti Altai, gli Sciti si insediarono nella vasta area compresa tra il Don e il Danubio nel X secolo a.C.
Area in cui erano stanziate le tribù
germaniche durante il I millennio a.C.
Vinti e assoggettati i Cimmeri, gli Sciti dilagarono, nel corso del VI secolo a.C., verso l'area balcanica e la Pannonia, nel bacino settentrionale del Mar Nero, per poi toccare la Germania orientale e con i Traci l'Italia settentrionale.

- Nei primi secoli del I millennio a C., i Germani si diffusero fino a occupare un'ampia area dell'Europa centro-settentrionale, dalla Scandinavia all'alto corso del Danubio e dal Reno alla Vistola.

- Come si desume dai ritrovamenti archeologici, a partire dal X secolo a.C., fra le genti che formavano quella che noi chiamiamo Cultura di Golasecca, viene a crearsi la necessità di avere una élite guerriera ben equipaggiata, come testimoniato dall’armamentario ritrovato all’interno delle tombe della necropoli di Morta in provincia di Como. Tale necessità è motivata dalla ricchezza che si viene a produrre in queste zone, ricchezza dovuta all’ubicazione geografica che consentì il controllo delle vie commerciali tra il versante nord e sud delle Alpi. Tutto ciò consentì lo sviluppo, in una zona omogenea, di una società diversificata rispetto ai vicini, nonché la nascita di una delle più antiche città europee al di fuori della zona mediterranea. Al periodo di benessere appena descritto segue per tutto il IX sec. e metà del l’VIII sec. un calo, probabilmente dovuto a mutazioni climatiche che portarono un periodo di forte piovosità, come dimostrato dai livelli dei laghi svizzeri sulle cui sponde, da secoli, sorgevano abitazioni abbandonate in seguito all’innalzamento del livello dell’acqua. E’ presumibile che tali innalzamenti dovuti alle copiose precipitazioni abbiano influenzato anche la vita ed i commerci in pianura padana, rendendo difficile l’utilizzo delle vie d’acqua. La situazione migliorò verso la fine dell’ VIII secolo.

La situla Benvenuti della
cultura d'Este, o Atestina.
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La civiltà o cultura Atestina o d'Este è una testimonianza dell'antica popolazione dei Venetici (Veneti) nell'Italia protostorica, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) e derivata dalla precedente e più estesa cultura protovillanoviana.
Alfabeto
Venetico
d'Este.
 Essa prende il suo nome da Este in provincia di Padova, che ne fu il centro principale, ed è detta anche "civiltà delle situle", dal nome degli oggetti tipici della sua produzione, o civiltà paleo-veneta. L'economia era fondata sull'agricoltura, l'allevamento delle pecore, la pesca in acqua dolce. Si praticavano scambi con la regione villanoviana e l'Etruria, la Slovenia, il Tirolo e la regione hallstattiana. La situla Benvenuti è uno dei migliori esempi della produzione di questa cultura, con ornamenti animali (reali o fantastici), vegetali e geometrici, che dimostrano un'influenza orientale. Vi sono raffigurate anche scene con personaggi, dove si scorgono i primi intenti narrativi, con temi tipicamente locali come scene di commercio, di lotta, di vita rurale e di guerra. Le situle sono diffuse su un ampio raggio, forse a opera di artigiani itineranti in contatto con civiltà orientali più progredite, probabilmente tramite la mediazione dell'Etruria o delle colonie adriatiche della Magna Grecia o della penisola balcanica.

- Fin da circa il 1.000 a.C. la regione corrispondente all'attuale Portogallo è abitata dalla popolazione iberica dei Lusitani.

Particolare del sarcofago degli Sposi
opera etrusca del VI sec. a.C.
Nel 950 a.C. - L'Italia era divisa al tempo essenzialmente tra: Liguri (nord-ovest), Celto-Liguri (nord), Veneti (nord-est), Villanoviani e, prima di essi, Proto-villanoviani (centro-nord), la propaggine dei Pelasgi a Spina e Adria con numerose città conquistate ai Liguri verso il centroinsieme agli Umbri, Latini, Sanniti, Campani e Dauni, Iapigi, Messapi, Lucani e Brupi (centro e centro-sud), Siculi, Sicani ed Elimi (Sicilia), Sardi e Corsi (Sardegna e Corsica). Tra essi i Villanoviani erano senza dubbio i popoli più evoluti per quanto riguardava le tecniche agricole e si contendevano con la cultura di Golasecca il primato per quelle legate alla lavorazione dei metalli (bronzo e ferro). La presenza già nel II millennio a.C. di empori fenici e in generale di mercanti micenei e mediorientali, aveva portato a un certo affinamento della sensibilità artistica e delle conoscenze tecniche dei popoli italici e il progresso tecnico e artistico è stato fondamentalmente un fenomeno esogeno o “d'importazione”, contrariamente all'Oriente e alla Grecia, dove ebbero luogo i primi insediamenti urbani e le prime formazioni statali. I popoli stranieri insediati nella penisola italiana furono principalmente i Fenici, i Greci e gli Etruschi, oltre ai Celti che si fusero con la cultura ligure nell'estremo nord, (fra cui la cultura di Golasecca) tutti peraltro provenienti da oriente. I primi due si insediarono principalmente nelle isole e nel sud Italia, dove fondarono sia empori commerciali sia (alle volte) vere e proprie colonie di popolamento, rimanendo tutto sommato ai margini rispetto alle popolazioni autoctone, sulle quali ebbero inizialmente un'influenza abbastanza contenuta.
Cartina dei territori abitati dagli Etruschi
 800 a.C.- 500 a.C. e delle loro espansioni,
nelle colorazioni più tenui, con indicate
le città Etrusche e le popolazioni italiche
 nell'Italia preromana:Liguri, Reti, Veneti,
 Celti, Piceni, Umbri, Sabini, Latini,
 Volsci, Sanniti, Lucani e Sardi.
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Gli Etruschi invece, la cui civiltà inizia a farsi strada a partire dal IX secolo a.C. nelle aree più centrali della penisola italiana (Emilia e Toscana), seppero mescolarsi molto di più con le popolazioni italiche originarie, influenzandole più direttamente e determinandone un notevole progresso sia culturale e tecnico che sociale, stimolando tra l'altro la nascita delle prime città-stato italiche. Si deve inoltre sottolineare come la civiltà etrusca, pur essendo considerata di matrice orientale, fosse anche per altri una civiltà autoctona, e nonostante la sua origine sia stata ritenuta orientale, essa sorse e si sviluppò sul suolo stesso della penisola italica.
Accanto allo sviluppo di civiltà italiche come quella di Golasecca le culture picena, sannitica, apula e sicula, fiorì in Toscana, Emilia, Lazio e Campania, la Civiltà Etrusca. Fra i "Popoli del Mare" annoverati nella "Grande iscrizione di Karnak", che invasero l'Egitto nel 1208 a.C., vi sono i  Tereš o Turša o Twrs (Twrshna, o Tursha), e possono essere identificati con con le genti chiamate dai greci Turs-anòi (in dorico), Tyrs-enòi (in ionico), Tyrrh-enoi (in attico) e dai latini Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Nelle lingue antiche la "c" e la "g" erano dure, come in cane e gallo, per cui Tusci si pronuncia "tuschi" ed Etrusci si pronuncia "etruschi". Gli Etruschi sono stati chiamati con diversi nomi derivanti dalla radice "Turs". I Greci li chiamarono Tyrsenòi, cioè Tirreni, da cui prende appunto il nome il Mar Tirreno. I popoli Italici usarono chiamarli Tursku - Tusci, ma furono i Romani a chiamarli col nome a noi più conosciuto: Etruschi. Le terre abitate da questi popoli furono chiamate Tyrrhenia, Tuscia (che prevalse nei tempi imperiali e a cui si ricollega il nome moderno della Toscana) ed Etruria (largamente usato prima del nome Tuscia). Gli Etruschi stessi  invece usavano chiamarsi Rasenna. Ai nostri giorni non possiamo comunque essere sicuri che gli Etruschi fossero un popolo straniero: i Tirreni (l'appellativo greco per Etruschi) secondo Erodoto (Storie, I, 94, 5 - 7) erano una colonia dei Lidi condotta in Italia nel XII sec. a.C., poco dopo la guerra di Troia, mentre Dionisio o Dionigi d'Alicarnasso, storico e insegnante di retorica, che visse nel periodo augusteo (60 a. C. - 7 d.C.) sosteneva, contrariamente ad Erodoto, che gli Etruschi fossero autoctoni. Recenti studi sul DNA mitocondriale (il mitocondrio è un corpuscolo intracito-plasmatico della cellula che rimane pertanto immutato di generazione in generazione, non entrando nella combinazione del DNA maschile e femminile) gli danno ragione e smentiscono la versione erodotea. Alcuni studiosi sono convinti invece della discendenza dei Tirreni dalla prima popolazione che, venuta da oriente, si era stanziata in Grecia: i Pelasgi. Nel 1885 fu trovata, nell'isola greca di Lemnos, in località Kaminia, la stele di Lemnos, una doppia iscrizione incorporata nella colonna di una chiesa. Tale iscrizione sembra testimoniare una lingua pre-ellenica in tutto simile a quella degli Etruschi. Secondo il massimo storico greco Tucidide, l'isola di Lemnos sarebbe stata abitata da gruppi di Τυρσηνοί ("Tirreni", il nome greco degli Etruschi),  e il ritrovamento ha fornito la prova sicura che in quell'isola del Mare Egeo, ancora nel VI secolo a.C., era parlata una lingua strettamente affine all'etrusco, e per alcuni studiosi questo avvalora l'ipotesi che gli Etruschi (i Tirreni) discendessero dai Pelasgi. Lo storico Eforo di Cuma riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia, in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Troade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni".
Ubicazione dell'isola di Lemnos e luoghi in cui sorgevano
i principali santuari della Grecia antica, con indicata la
divinità specifica che vi si venerava. Clicca
sull'immagine per ingrandirla
L'iscrizione di Lemnos è stata reperita su una pietra tombale sulla quale è scolpito un guerriero, corre intorno alla testa e lungo un lato della figura del guerriero, ed è redatta in un alfabeto greco epicorico del VI secolo a.C. Fra le parole chiaramente leggibili ve ne sono due: aviš e sialchveiš, che vengono giustamente confrontate con le parole etrusche avil "anno" e sealch, il numerale "40". L'iscrizione di Lemno fu pubblicata da E. Nachmanson (Athen. Mitteil. 33 1908, pp. 47. ss.). Tracce degli Etruschi appaiono in alcuni nomi di località dell'Egeo, di Creta e dell'Asia Minore: uno dei molti esempi è Μύρινα (affine al nome gentilizio etrusco Murina di Tarquinia e Chiusi) nome di città a Creta, nella stessa Lemno, in Misia. Alcuni hanno rintracciato affinità non sicure fra nomi etrusco-latini e nomi di persona presenti nelle tavolette in Lineare B di Cnosso: ad es. ki-ke-ro. Questi dati vengono interpretati da alcuni studiosi come indizio dell'origine orientale degli Etruschi; sono considerati un segno di rapporti di fine età del bronzo fra Mediterraneo occidentale e orientale, da altri studiosi, che integrano la testimonianza dell'iscrizione di Lemno con quella dei geroglifici egizi di Medinet Habu, che parlano dei Popoli del Mare, ed elencano fra gli invasori anche i Twrs, nome che è stato confrontato con il greco Turs-anòi (dorico) e Tyrs-enòi (ionico) e Tyrrh-enoi (attico) e con il latino Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Queste scoperte hanno convinto Nermin Vlora Falaski, studioso albanese, sulla derivazione degli Etruschi dai Pelasgi, le prime popolazioni indoeuropeee a raggiungere il Mediterraneo e l'Europa, anche se le iscrizioni in geroglifico del tempio funerario del faraone Ramses III (1193-1155 a.C.) di Medinet Habu, potrebbero contenere un chiaro riferimento, forse l'unico, archeologicamente documentato, dell'esistenza reale del popolo dei Pelasgi. L’iscrizione descrive un attacco effettuato nell’8º anno di regno del faraone (il 1186 a.C.) da un’alleanza di cinque popoli stretta dopo aver distrutto la città di Ugarit (in Siria): tra costoro compaiono i Peleset (i Pelasgi), oltre agli Šekeleš (i Siculi), i Tjeker, gli Wešeš e i Denyen, con al seguito donne, bambini e masserizie. I popoli vengono complessivamente denominati "Popoli del mare, del nord e delle isole". Nermin Vlora Falaski, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico" (scritto anche in lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito proponiamo alcune traduzioni di Falaski tratte da http://www.thelosttruth.altervista.org/SitoItalian/Caso
Pelasgico.html: "Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”). In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali. Su questo sarcofago appare la seguente scritta:
Scritta Etrusca tradotta con la lingua albanese, che testimonia
la derivazione comune delle lingue Etrusca e Illirico-Albanese.
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La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht. Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA), la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi, che furono chiamati anche “Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori, chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio. Di parole con la radice Lir ne troviamo, con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante)...
Cartina dell'espansione degli Etruschi dal 750 a.C.
al 500 a.C. con i nomi delle loro città appartenenti
 alla Lega (dodecapoli) e altri insediamenti.
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L'Etruria era una regione antica dell'Italia centrale che comprendeva i territori attualmente spezzini a sud del fiume Magra, la Toscana, parte dell'Umbria occidentale fino al fiume Tevere e parte del Lazio settentrionale. La civiltà Etrusca fu il frutto dell’innesto di elementi stranieri (attorno ai quali non si hanno notizie certe) sulla preesistente cultura villanoviana, nell’area compresa tra l’Arno e il Tevere. Essenzialmente urbana, si organizzò in città-stato (Volterra, Fiesole, Arezzo, Cortona, Perugia, Chiusi, Todi, Orvieto, Veio, Tarquinia, ecc.) che, a scopi religiosi ed economici, diedero vita a una Lega formata da dodici città (dodecapoli). Ogni città era retta da re (detti lucumoni) e magistrati eletti tra i membri della casta aristocratica. Una fonte storica greca assai autorevole, Strabone, ricorda come gli Etruschi estendessero il loro dominio anche in Campania sino all'Agro Picentino, nel Salernitano, e vi fondassero ben dodici città, replicando il modello della dodecapoli già conosciuto nell'Etruria propriamente detta. Fra tutte (Nola, Nocera, Ercolano, Pompei, Sorrento, Marcina, Velcha, Velsu, Irnthi, Uri, Hyria) Capua avrebbe rivestito un ruolo di particolare rilievo. La nascita di Capua antica (in neoetrusco Capua e forse, in origine, Velthurna) come fondazione etrusca nella seconda metà del IX secolo a.C. trova riscontro proprio nei corredi funerari dalle sue necropoli di orizzonte villanoviano.

Alfabeto fenicio arcaico da cui deriveranno  gli alfabeti greci. Dall'alfabeto
 greco di Calcide portato a Cuma dai coloni greci,  gli Etruschi  trarranno
 i loro alfabeti, e da loro i Latini deriveranno il loro alfabeto.

Particolare della Tomba dei Leopardi
a Tarquinia
Una prima fase espansiva (sec. VIII-VI a.C.) portò gli etruschi a contendere a greci e cartaginesi il controllo delle rotte tirreniche e adriatiche e a estendere il proprio dominio dalla pianura padana alla Campania, fondando centri come Fèlsina (Bologna), Misa (Marzabotto, in provincia di Bologna), Mantova, Piacenza, Pesaro, Rimini, Ravenna, arrivando fino a Roma, che la tradizione vuole governata da re etruschi dal 616 al 509 a.C.
Tomba Etrusca dei Leopardi del 480
a.C. che sorge, insieme ad altre, nei
pressi di Tarquinia. Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
Oltre alle preesistenti popolazioni locali, nell'occupazione della Campania gli Etruschi si affiancavano ai Greci, i quali si erano precedentemente stanziati sull'isola di Ischia e in seguito sulla terraferma a Cuma intorno alla metà dell'VIII secolo a.C.
Tomba dei Tori del 530 a.C., nella
necropoli di Monterozzi, a Tarquinia.
In epoca orientalizzante e arcaica (VII-VI secolo a.C.), proprio allorquando Capua doveva rappresentare la più importante città della dodecapoli etrusca, la sua fioritura toccò una fase apogeica sul piano culturale ed economico, anche grazie ai precoci contatti con il mondo greco, irraggiando la propria influenza anche sui centri vicini.
Gli Etruschi scrivevano con un loro alfabeto, derivato dall'alfabeto greco definito poi "greco occidentale", adottato dagli Eubei di Calcide e introdotto in Italia centrale nell'VIII secolo a.C dai coloni greci di Cuma.
Particolare della Tomba dei Tori:
il toro in alto a sinistra, durante uno
strano rapporto etero-sessuale a tre,
guarda altrove, disinteressato.
Particolare della Tomba dei Tori: il
toro a destra invece, attacca due
praticanti un rapporto omosessuale,
in cui quello dietro è stranamente
voltato indietro e guarda altrove.
Nelle iscrizioni più antiche la scrittura etrusca è bustrofedica, non ha cioè una direzione "fissa" da sinistra a destra o da destra a sinistra, ma procede in un senso fino al margine scrittorio e prosegue poi a ritroso nel senso opposto, secondo un procedimento "a nastro", senza "andate a capo" ma con un andamento che ricorda quello dei solchi tracciati dall'aratro in un campo. L'etimologia della parola "bustofedica" ricorda infatti l'andamento di un bue durante l'aratura, mentre le scritture classiche hanno l'andamento da destra verso sinistra, come nel punico. Poche iscrizioni seguono l'andamento da sinistra a destra, e in tal caso i caratteri etruschi sono riflessi; per separare le parole poi, si scriveva un puntino.
Tarquinia: particolare dell'immagine
che dà il nome alla Tomba della
 Fustigazione, del 490 a.C.
L’autonomia di Roma e quindi la crescita della sua potenza si intrecciarono con la decadenza etrusca, acceleratasi dopo la sconfitta patita a Cuma nel 474 a.C. a opera dei greci di Siracusa. La Campania fu persa di lì a poco per opera dei sanniti e contemporaneamente i Galli dilagarono nella pianura padana. A partire dalla distruzione di Veio (395 a.C.), entro il sec. III a.C. Roma si impossessò di tutta l’Etruria. La scarsità di notizie precise attorno agli etruschi deriva dal fatto che non hanno lasciato una letteratura, ma solo testi brevissimi, perlopiù iscrizioni sepolcrali, e la loro lingua non è stata completamente decifrata.
Particolare della Tomba dei Tori: sfere con croci. Da
http://www2.fci.unibo.it/~baccolin/tombat/tomba-tori.htm:
"Penso, prima di tutto, che i simboli della sfera sormontati
con una croce non siano certamente motivi ornamentali ne
simboli della fertilità ne il cosiddetto segno di Venere, ma
rappresentino il simbolo dell'Omphalos, la pietra Ovale o
quasi sferica con incisa sulla punta , a volte, una croce,
come nel Museo di Marzabotto."
La centralità del culto dei  morti presso gli Etruschi è attestata dalle numerose necropoli e tombe  isolate disseminate in Toscana e nel Lazio; convinti che il defunto conservasse l’individualità congiunta alle proprie spoglie mortali, concepirono il sepolcro come un’abitazione sotterranea, arredata con letti, tavoli, utensili e affrescata da vivaci pitture. La società etrusca era formata da nobili, discendenti dei primi dominatori, e servi, discendenti delle popolazioni preesistenti all'occupazione etrusca. Vi erano schiavi adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi che, per i loro meriti, potevano condurre vita migliore e anche elevarsi socialmente.
Velia Velcha, dalla Tomba
dell'Orco di Tarquinia. 
Da http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Etruschi/velia.html: E' nota in tutto il mondo come la Fanciulla Velca. Il suo squisito ritratto è considerato uno dei capolavori dell’arte antica ed è il frammento più “classico” di tutta la pittura funeraria etrusca. Si chiamava Velia, Velia Spurinna. Era nipote di Velthur il Grande, che aveva comandato due eserciti etruschi all’assedio di Siracusa e di Ravnthu Thefrinai: era sorella di Avle, l’eroe Tarquiniese che affrontò Roma in campo aperto e la vinse. Sposò Arnth Velcha, appartenente ad un’aristocratica famiglia di magistrati di rango così alto che avevano il diritto di essere scortati dai littori con i fasci di verghe e l’ascia bipenne che, prima a Tarquinia e poi a Roma, furono il simbolo del massimo potere. Dei Velcha conosciamo anche l’aspetto perché molti di essi furono dipinti nelle pareti della loro grande Tomba degli Scudi, che prende il nome dalle armi raffigurate in uno dei suoi affreschi. Qui tra gli altri, appaiono anche i genitori di Arnth che, adagiati sul letto conviviale davanti ad una tavola imbandita, si scambiano l’uovo dell’eterna fertilità mentre una giovane ancella muove per loro un ventaglio di foglie e di piume. Arnth e suo fratello Vel, avvolti in caldi mantelli, stanno invece in piedi vicino ad una porta. Velia, sposando, assunse dai Velcha il nome con il quale è nota in tutto il mondo. Eppure portava in sè così impresse la grazia e la dignità degli Spurinna che questi, straziati dalla sua morte forse precoce, la vollero dipinta nella loro Tomba dell’Orco.

Dal IX al VII sec. a.C. si verificarono importanti migrazioni di alcune tribù Slave dalla regione dell'alta Vistola verso l'alto Bug, la Volinia.

Ricostruzione di Septimontium.
Dall'850 a.C. - Da Andrea Carandini in https://www.youtube.com/watch?v=mfxvEHr842Q: "Lo storico antiquario Marco Terenzio Varrone (116 a.C. - 27 a.C.) tramanda la conoscenza di un grande centro protourbano non centralizzato chiamato Septimontium, poco più piccolo di quella che sarebbe stata Roma almeno un secolo prima della sua fondazione. Con i suoi 290 ettari, la prima Roma era più estesa di Veio, la maggiore città etrusca, e proprio gli etruschi furono fra i primi fondatori di città, a cui si rivolse Romolo per conoscere i riti e le liturgie augurali delle fondazioni."

Nell' 813 a.C. - Nella regione africana che oggi chiamiamo Tunisia, i Fenici della città di Tiro fondano Cartagine: "Carthadash" nella loro lingua, che significa "la città nuova".

Cartina di Europa e Mediterraneo nell'VIII sec. a.C. con i territori di alcune
popolazioni: i più antichi, i Liguri, distribuiti sul suolo italico dove avevano
assunto i nomi delle loro divinità (come gli Euganei e i Reti) o dai loro
condottieri (come i Siculi) o derivati dalle città che avevano fondato (come
gli Albensi di Albalonga), che si stavano fondendo con i Celti, fenomeno
che avveniva anche fra Celti ed Iberici (i Celtiberi). I Celti stessi avevano
trovato nella Cultura di Golasecca la prima manifestazione della loro identità
culturale propriamente celtica all'interno dell'humus Celtoligure, identità che
è stata favorita dalla ricchezza prodotta dal controllo dei valichi alpini e
quindi dei commerci che li attraversavano lungo l'asse nord-sud europeo.
Da est, via mare, erano arrivati alle foci del Po i Pelasgi (dove avevano
fondato Spina) che, alleati con gli Umbri, arrivati a loro volta da nord-est,
scacciarono i Liguri dai loro domini a sud del Magra, fino alla Sicilia, 80
anni prima della guerra di Troia, scriveranno gli storici. Da quei Pelasgi
derivarono gli Etruschi mentre l'Etruria era l'insieme dei territori che
avevano preso ai Liguri, nello stesso tempo in cui da nord-est
scendevano nella penisola i Venetici e i Latini.

Cartina del Mediterraneo e sud Europa con le vie commerciali dei Fenici
che con Cartagine conquistarono i mercati oltre le colonne d'Ercole, fino
ad allora appannaggio dei proto-Liguri e di Tartesso. Inoltre i prodotti
commercializzati  nell'antichità dai loro mercanti, le colonizzazioni e le aree
di commercio dei Greci. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Cartina geografica della penisola Italica
  con l'Italia preromana, intorno all' 800 a.C.,
 abitata da Liguri, Reti, Veneti, Celti,
Etruschi, Piceni, Umbri, Sabini, Latini,
  Volsci, Sanniti, Aurunci, Osci, Iapigi,
  Messapi, Bruzi, Siculi, Sardi, Greci
e Cartaginesi, oltre ad altre etnìe.
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Dall' 800 a.C. - Gli Sciti si diffondono in Mesopotamia (dando luogo alla cultura caldea e in seguito a quella assira), Anatolia (in cui erano già presenti Frigi, Lidi e Pontini), Grecia, Italia (dove, dal 900 a.C., erano presenti gli Etruschi e ancora prima i Liguri e gli Italici ) e in generale nell'Europa centrale. Dagli Sciti, gli indoeuropei che sarebbero divenuti i Proto-Celti,  mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli. Gli indoeuropei proto-Celti, chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»).

La Grecia arcaica, nel VII-VI sec.a.C.
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- Le póleis greche si moltiplicarono a partire dall'VIII secolo a.C.
La rapida crescita della popolazione e la scarsità delle risorse spinsero i Greci a esportare questo modello di organizzazione anche nelle colonie, che fondarono un po' in tutto il Mediterraneo. Al centro della pólis, circondata da case e botteghe, si trovava l'agorà, la piazza del mercato e delle pubbliche assemblee; la parte più alta della città costituiva l'acropoli con i templi. La più celebre acropoli della Grecia è quella di Atene, dove sorgevano i templi in onore delle divinità e si celebravano le feste Panatenee, con solenni processioni religiose e manifestazioni sportive. Nelle sculture dell'età arcaica e classica, gli artisti della Grecia antica cercarono di produrre delle opere ideali, in grado di non sfigurare al cospetto delle divinità. Questo risultato fu raggiunto, specialmente nella scultura a tutto tondo, attraverso un lungo e ininterrotto processo di perfezionamento formale. Le prime testimonianze appartengono all'età arcaica (tra il VII e il VI secolo a.C.), in cui i soggetti rappresentati sono giovani nudi o fanciulle vestite, caratterizzati dalla fissità dell'espressione.

Insediamenti Greci nell'VIII sec. a.C.,
con in verde le loro colonie nel Mar
Mediterraneo e nel Mar Nero fondate
dall'VIII al VI sec. a.C. Nel riquadro
la Magna Grecia (Grande Grecia)
italica. Clicca sull'immagine
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- Dall' VIII al VI secolo a.C. i Greci avviano la seconda colonizzazione, sia verso occidente (Sicilia e coste meridionali italiane, la Magna Grecia) che verso oriente (coste settentrionali e meridionali del Mar Nero), motivata oltre che da difficoltà economiche, anche da contrasti sociali. Cuma, in Campania, fu fondata nel 780 - 750 a. C. dai Calcidesi e dagli abitanti di Cuma, piccolo centro dell'isola Eubea, e fu la più antica colonia greca della penisola italica e della Sicilia. Alcune città doriche, Corinto e Megara in particolare, ma anche Sparta ed altre, presero parte al grande movimento colonizzatore che si sviluppò in tutto il bacino del Mediterraneo. Colonie doriche furono fondate in Asia Minore, a Cipro, in Africa settentrionale ed in Italia (Magna Grecia e Sicilia). Fra queste ultime va segnalata Siracusa, fondata da Corinto, che a sua volta poi fondò Ancona (il cui epiteto è appunto "la città dorica") ed Adria. Sparta fondò Taranto nella penisola italica. La stessa Taranto, con Agrigento e Siracusa in Sicilia, furono le più popolose e ricche città greche d'Italia prima della conquista romana. Le città fondate mantenevano con la città-madre soltanto legami culturali e linguistici. Si ha anche l'avvento di due nuove figure politichelegislatori e tiranni.

Cartina dell'antica Grecia nell'VIII sec. a.C., delle sue pòleis (città),
e delle colonie fondate da tali città successivamente. Sono inoltre
raffigurati i territori Fenicio-cartaginesi mediterranei nel VII e
VI sec. a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

- Nell'VIII secolo a.C. alcuni coloni greci che parlavano un dialetto ionico, provenienti dalla Focide, da Eretria e da Teos,  fondano Focea nella Ionia, la parte occidentale dell'attuale Turchia.

Ubicazione dell'antica Teos.
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Passo delle Termopili e a sud
l'antica Focide con le sue
città. Clicca sull'immagine
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Ubicazione dell'antica
 Eretria, nell'isola Eubea.
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Focea (greco antico: Φωκαία, Phōkaia; latino: Phocaea) fu fondata sul sito della odierna città di Foça (o Eskifoça) in Turchia, a circa 60 Km a Nord Ovest di Izmir (Smirne) ed era la città più settentrionale della Ionia.
Focea (Phocaea), Cuma Eolica
(Cyme) e Smirne (Smyrna).
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Sorgeva alla foce del fiume Ermo (oggi Gediz) sulla penisola che separa a nord il Golfo di Cyme (Cyme è l'antica Cuma degli Eoli) e a sud il Golfo di Smirne. Il suo nome proviene dalla parola “foca”, che fu il simbolo della città, o più probabilmente, dalla Focide, regione della Grecia centrale da cui proveniva parte dei coloni. Secondo Pausania, i Focei, sotto la guida ateniese, si stabilirono su un territorio ceduto da Cuma Eolica (Cyme) e furono ammessi nella Lega Ionica dopo aver riconosciuto i re della linea di Codro. A Focea, la presenza di due porti naturali permise lo sviluppo della flotta navale e del commercio marino. Secondo Erodoto, i Focei furono i primi greci ad intraprendere lunghi viaggi marittimi e a scoprire il Mar Adriatico, la Thyrrenia e l'Iberia a bordo di agili penteconteri.
Antica pentecontera greca.
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La pentecontera era una nave a propulsione mista essendo sospinta sia dalla vela che da remi e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave. L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti. In seguito il termine andò a designare un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine (monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori. Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza. L'iniziale destinazione bellica non le impedì tuttavia di essere largamente utilizzata dai Focei della Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali.
Carta della Grecia o Ellade arcaica, VII-VI sec. a.C., con i nomi
 in Latino. In grassetto Focea (Phocaea), l'ormai distrutta
 Micene (Mycenae) e Tirinto (Tirynthius).
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Ci informa infatti Erodoto che, proprio utilizzando pentecontere, anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo nuove rotte commerciali a ovest e si spinsero molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico, presso Tartesso. Giunti a Tartesso, (presso l'attuale Siviglia, in Spagna), strinsero amicizia col re Argantonio (letteralmente: uomo d'argento) che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza e della bellicosità dei Medi, loro vicini, Argantonio inviò loro una grande somma d'argento per costruire le mura difensive della città. I loro viaggi marittimi erano estesi: a sud commerciavano con la colonia greca di Naucrati, in Egitto e a nord aiutarono l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco.
La concezione del mondo dei tempi
omerici: un disco circolare piatto
circondato completamente dalle
acque del fiume Oceano, che rimase
radicata nel mondo antico greco,
anche dopo che molti filosofi e
studiosi avevano accettato la
nozione della sfericità della Terra,
enunciata dai Pitagorici e da altri e
confermata, con prove teoretiche,
da Aristotele. Secondo la vecchia
concezione, subito al di sotto della
superficie si trovava la dimora
dell'Ade, il regno della Morte e
ancora al di sotto il Tartaro, il
regno dell'eterna oscurità.
All'esterno del fiume Oceano
si elevava la volta cristallina
(cioè solida) celeste. Da:
L' importante porto commerciale di Focea fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia, (attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna. Anche i Fenici di Cartagine adottarono le pentecontere. Annone, nell'incipit del suo periplo, ci informa ad esempio che il suo tentativo di periplo dell'Africa, voluto dai cartaginesi a fini coloniali, si svolse con sessanta pentecontere, caricate di viveri e provviste e una folla di donne e uomini. La necessità di utilizzare navi da guerra può essere spiegato con gli attriti che nascevano dai traffici commerciali tra Greci, Fenicio-Cartaginesi ed Etruschi nel Mediterraneo occidentale e nell'Atlantico. In ogni caso spetta alle pentecontere il merito di aver supportato le antiche colonizzazioni greche e fenicie nel mediterraneo. Le pentecontere furono per molti anni la spina dorsale della marina bellica greca. Si resero protagoniste di un importante scontro navale tra i profughi Focei stanziatisi ad Alalia e una coalizione di cartaginesi ed etruschi: fu la battaglia di Alalia ed ebbe come teatro il Mar Tirreno, tra la Corsica e la Sardegna. Lo scontro navale si concluse con la vittoria dei Focei ma si rivelò subito dagli esiti incerti (Erodoto la definisce una vittoria cadmea). Essa segnò di fatto il primo momento di arresto dell'espansione coloniale e mercantile dei Greci di Focea nel mediterraneo occidentale, fino ad allora incontrastata. L'utilizzo promiscuo e le lunghe rotte percorse ci informano che la nave doveva essere dotata di notevoli capacità di carico. In effetti lo stesso Erodoto aggiunge che le pentecontere furono utilizzate per l'evacuazione di Focea, caricandole di tutti gli abitanti e i beni, con l'eccezione delle pitture e delle statue di bronzo. Dopo la battaglia di Alalia, furono protagoniste della successiva peregrinazione dei profughi focei che, stipati sulle venti navi superstiti, andranno a fondare Elea (Velia), in Magna Grecia, nell'attuale Campania.
Carta del mediterraneo nell'VIII sec.
con la Grecia e le sue pòleis (città), le
colonie e città fondate da esse
successivamente. In rosso scuro
i territori Fenicio-cartaginesi.
Sono sottolineate in rosso:
Focea, Lampsaco più a nord,
Amiso sul Mar Nero, Naucrati
in Egitto, Massalia (Marsiglia),
Alalia, Cuma, Elea, Reggio.
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Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci" clicca QUI, per il post "Ercole e altri miti a Tartesso" clicca QUI, per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso" clicca QUI, per il post "Tartesso: l'Economia" clicca QUI, per il post "Sanremo: Favolose Origini e Favolosi Tesori" clicca QUI, e in quest'ultimo si considerano i Focei come i fondatori di Sanremo, l'antica Matuzia. e in questo resoconto si considerano i Focei come i fondatori di Sanremo, l'antica Matuzia.

Carta della Grecia antica con i monti Olimpo e
Parnaso, Tebe e Atene in Attica, Olimpia e
Sparta nel Peloponneso, e Creta a sud.
Nel 776 a.C. - Anno della prima Olimpiade in Grecia:  questa data servirà anche ai Greci come riferimento per datare il tempo. I Giochi panellenici furono un potente elemento coesivo di tutta l'Ellade grazie alla sospensione delle guerre durante i Giochi: giochi olimpici, istmici, pitici, nemei, secondo la città di svolgimento. Gli olimpici (ogni quattro anni, a Olimpia) divennero così importanti da computare il tempo su di essi, per cui la 2° olimpiade corrispondeva al 772 a.C., la 3° al 768 a.C. e così via.

Carta con sottolineate le città
Calcide, Cuma Eolica e Focea.
Dal 775 a.C. - Genti originarie di Calcide, città della greca isola Eubea, (dove si parlava un dialetto ionico n.d.r.), nel 775 a.C. fondarono in Italia una colonia che chiamarono Pithecusa, sull'isola di Ischia. Gli stessi co-fondarono poi, nel 760 a.C., Kyme (Cuma), nome greco che significa "onda", facendo riferimento alla forma della penisola sulla quale è ubicata, nel continente di fronte all'isola di Ischia, insieme a coloni provenienti da Cuma (è dibattuto se si sia trattato di Cuma euboica o di Cuma eolica, ma probabilmente si tratta della prima).
Percorso via mare dall'isola Eubea
all'isola di Ischia.
Secondo la leggenda, i fondatori di Cuma, sotto la guida di Ippocle di Cuma (probabilmente euboica) e Megastene di Calcide, scelsero di approdare in quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o secondo altri da un fragore di cembali. Cuma fu la prima colonia greca fondata sul territorio continentale italico (nella seconda fase di colonizzazione n.d.r.) da genti che si definivano "Graikòi" nel loro dialetto, che era il nome distintivo delle genti marittime della costa dell'isola Eubea e della limitrofa costa della Beozia. Nome che i Romani erroneamente recepirono come appellativo di tutte le genti elleniche, trasmettendolo fino a noi come "Graeci": per questo motivo in Occidente l'Ellade è chiamata Grecia.
Tabella con l'alfabeto fenicio, gli alfabeti greci derivati,
l'alfabeto greco occidentale di Calcide usato dai coloni
di Cuma in Campania, gli alfabeti etruschi e il latino derivati.
I fondatori della nuova colonia trovarono un terreno particolarmente fertile ai margini della pianura campana e pur continuando le loro tradizioni marinare e commerciali, rafforzarono il loro potere politico ed economico proprio sullo sfruttamento della terra ed estesero il loro territorio, nonostante le mire dei popoli confinanti. Cuma fu la colonia che diffuse in Italia la cultura greca, diffondendo l'alfabeto calcidese, che assimilato e fatto proprio dagli Etruschi e dai Latini, divenne l’alfabeto della lingua e della letteratura di Roma e poi di tutta la cultura occidentale. Tante furono le battaglie che i Cumani combatterono per difendere la propria terra dagli attacchi degli Etruschi di Capua, degli Aurunci e dalle popolazioni interne della Campania. Intimamente legato a Cuma è il mito della Sibilla Cumana. Già dal terzo libro dell'Eneide è scritto che Enea, se vorrà finalmente trovare la terra destinata al suo popolo dagli dei, dovrà recarsi ad interrogare l'oracolo di Cuma (Eneide, III, 440-452). Oggi Cuma (Cumae in latino) è un sito archeologico della città metropolitana di Napoli, nel territorio dei comuni di Bacoli e di Pozzuoli, localizzato nell'area vulcanica dei Campi Flegrei e  l'antro della Sibilla costituisce un'attrazione turistica di notevole interesse. Tra il 756 a.C. ed 743 a.C., coloni che provenivano dalla stessa città euboica di Calcide, fondarono le due città di Zancle (Messina) e Rhegion (Reggio), rispettivamente sulla sponda siciliana e quella calabrese dello stretto che separa le due terre.

Mappa del luogo in cui fu edificata
Roma. Sono indicati il Tevere, i
colli, il Foro centrale comune,
dedicato alla vita sociale e, fuori
dall'area urbana, il campo Marzio,
"di Marte", dove si poteva circolare
con le armi, contrariamente
che all'interno dell'urbe.
Dal 753 a.C. -  E' intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo che, nel luogo in cui vi era già un'insediamento protourbano abitato da varie tribù italiche in cui erano preponderanti i Latini e i Sabini (o Sabelli), oltre alla presenza di Etruschi, i primi a fondare città-stato sul suolo italico, venne fondata Roma il cui nome magico segreto è Flora, "che fiorisce".
Carta dell'antica Roma di Romolo.
La cinta muraria esterna fu iniziata
da Tarquinio Prisco e ultimata da
Servio Tullio. Clicca sull'immagine
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Fu proprio dagli Etruschi che furono trasmessi al mitico  Romolo gli insegnamenti dei cerimoniali per la fondazione della città. Caratteristica fondamentale della nuova città fu l'idea di un potere politico condiviso. Romolo co-regna infatti con Tito Tazio, re Sabino e viene inoltre istituito un foro (forum, cioè fuori dai centri abitati) per legiferare in uno spazio comune e viene decretato uno stato di diritto (ius, da iusiurandum, "giuramento") che stabiliva i patti, le relazioni fra le varie istituzioni sociali. Mentre i poteri dispotici orientali sono identificabili da urbanizzazioni in cui solo i templi e il palazzo del re, unico detentore del potere, hanno un rilievo, nell'antica Roma abbiamo le "curie" per le assemblee e una netta ripartizione dei compiti e delle funzioni delle varie componenti del nuovo sistema sociale. Romolo istituisce anche un calendario di 10 mesi, e i nomi da settembre a dicembre che usiamo tuttora derivano da quella ripartizione dell'anno. Il 29-10-2006 Andrea Carandini, un archeologo che ha realizzato numerosi scavi nel centro di Roma, racconta alla cittadinanza gli eventi della fondazione di Roma del 21 aprile del 753 a.C., data più simbolica che vera. File solo audio ma preciso, esauriente, completo e intelligente nell'analisi della nascita di una nuova politica, che contraddistinguerà la cultura di tutto l'Occidente; per ascoltarlo, clicca QUI. Con i suoi 290 ettari, la prima Roma era più estesa di Veio, la maggiore città etrusca, e proprio gli etruschi furono fra i primi fondatori di città, a cui si rivolse Romolo per conoscere i riti e le liturgie augurali delle fondazioni. Alla fondazione della città sono legate le tre imprese di Romolo: 1) la prima impresa di Romolo (insieme a Tito Tazio, che co-regnava come re dei
Le tre aree di Roma interessate
dalle tre imprese di Romolo.
Sabini alleati) fu la benedizione del Palatino del 21 aprile (l'augurium) come cuore dell'abitato, con la cittadella del re. 2) La seconda impresa di Romolo fu l'istituzione del Foro, del Campidoglio e dell'Arce, centro politico-sacrale della città-stato, in territorio neutro, super-partes.
Schema dell'organizzazione sociale nella prima Roma
monarchica. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
3) La terza impresa di Romolo fu l'istituzione di tre ordinamenti correlati fra di loro: l'ordinamento del tempo, il calendario; l'ordinamento nello spazio con il confine, le mura con le porte della città (attorno al pomerium); l'ordinamento fra la gente, la ripartizione della popolazione in trenta assemblee, le curie. La prima organizzazione politica della Roma monarchica è contraddistinta da un monarca elettivo, con pieni poteri, spesso forestiero onde evitare favoritismi di parte, e un corpo civico consultivo, formato dalle 3 tribù delle etnìe (Latini, Sabini ed Etruschi) costituenti la popolazione. Le tribù esprimono a loro volta 10 curie ciascuna (curia da "couviria"), le assemblee di maschi adulti, le quali si manifesteranno nei comizi curiati, la prima assemblea popolare. Il Senato, consiglio degli anziani capofamiglia, sarà il fulcro del corpo civico con compiti di reggenza negli interregno, fra un re e l'altro. Inoltre molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca, sono firmati "Populus Romanus Quirites", intendendo per Populus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites (dal latino "couvirites", in Italiano "assemblee dei maschi adulti") l'insieme del corpo civico.

Carta dell'Italia nell'VIII sec. a.C. con indicate le zone in cui erano
stanziati i Cartaginesi, gli Umbri-Sabelli-Latini, i Greci, gli Etruschi,
la Cultura  di Golasecca. Sono indicati inoltre i centri di Spina, Fèlsina,
(l'attuale Bologna) Ravenna, Chiusi e Tarquinia in territorio Etrusco.
Sono poi indicate Cuma, Taranto, Reggio, Messina e Siracusa.
In Sicilia si sono inseriti i Sicani, iberici scacciati dai Liguri, e i Siculi,
probabilmente d'origine ligure, l'unica popolazione occidentale
 autoctona pre-indoeuropea. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta del Peloponneso con le sue regioni e città.
Sono evidenziate Sparta e la Messenia.
Dal 750 a. C. - Per quanto fin dalla sua fondazione, nel 1.200 a.C., Sparta eccellesse per le proprie produzioni artistiche e, ad esempio, per i propri cori religiosi, probabilmente a causa della migrazione in Arcadia di molti esponenti della tribù di Beniamino (vedi eventi del 1.140 a.C.), nel 750 a.C. aveva rinunciato a produrre arte, poesia, artigianato in bronzo e ceramica, vanto del centro religioso che era stato e decise di occupare la Messenia (di un'estensione di 8.000 Kmq.) assoggettando la sua società e le sue grandi risorse agricole e di ferro; si dovette così concentrare a dominare una popolazione di 250.000 uomini con 10.000 guerrieri. Per organizzarsi a questo scopo, Sparta si era trasformata in una società militarista egualitaria: ogni cittadino-guerriero spartiato aveva la stessa quantità di terre degli altri, non disponeva di denaro e non poteva vestirsi in maniera diversa dalla moltitudine. Gli Spartani, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco.
Prospetto della Costituzione di Sparta.
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Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera.
Opliti Spartiati. Clicca sull'immagine
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I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare.
Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia: rappresentava per i greci antichi un modello di virtù.

- A metà dell'VIII secolo a.C., popolazioni di Germani risultano attestate lungo l'intera fascia litoranea che va dall'Olanda alla foce della Vistola. La pressione verso i territori interni si manifestò nei secoli successivi non come un movimento unitario e unidirezionale ma come un intricato processo di avanzamenti, retrocessioni e infiltrazioni in regioni abitate anche da altri popoli. Reperti archeologici confermano l'esistenza, dal 700 a.C., di popolazioni di cultura germanica detta di "Jastorf", collocata tra la Scandinavia del sud e le coste del Baltico (nello Jutland danese) e lungo il corso del fiume Elba. Da quell'epoca iniziano le prime grandi migrazioni di popolazioni germaniche verso sud e sud-ovest. Secondo Tacito nel suo "De origine et situ Germanorum", il loro progenitore comune era «il Dio nato dalla terra» tramite suo figlio Mannus o anche Manu, da dove nasce l'espressione "umanità". In quei tempi erano tutti amalgamati, quasi un unico popolo, ma si distingueranno in varie tribù, con alcune analogie negli usi e costumi e nelle loro arcaiche istituzioni che saranno anche molto differenziate. Si suddivideranno così in Germani, Danesi, Svedesi, e in seguito ancora in Franchi, Angli (da cui gli inglesi), Sassoni o Britannici. La loro divisione diventerà quasi netta, chi dai IV-III secoli a.C. e chi dopo, fino ai III-IV secoli d.C., quando inizieranno a scendere a sud, prima per fare razzie, poi per stabilirsi in vari territori, Italia compresa.

Ubicazione della Cultura celtica
di Golasecca con le varie genti
Liguri, Celto-Liguri e Celtiche
stanziate in quei territori.
Dal 700 a.C. - Nell'ambito della Cultura Celtica di Golasecca, rispetto ai secoli precedenti la situazione climatica migliorò verso la fine dell’VIII secolo e a testimonianza di ciò vi è la nascita di complessi abitativi e di necropoli lungo le due sponde del Ticino allo sbocco nel lago Maggiore. Si suppone che quelle genti controllassero la zona strategica che va dai passi alpini che conducono all’alta valle del Rodano e a quella del Reno e a sud seguendo le vie fluviali fino al Po. Tra gli scavi effettuati a Golasecca, Castelletto Ticino e Sesto Calende, spiccano due tombe a incinerazione databili VII secolo a.C., la cui ricchezza principesca fuga ogni dubbio sul rango che dovevano detenere i guerrieri all’interno della cultura di Golasecca, infatti al loro interno sono stati ritrovati un carro a due ruote, elmo e gambiere di bronzo, spada di ferro, lunga lancia di ferro con l’asta munita di tallone e situla di bronzo istoriata, servizio da bevande, il cui secchio (il calderone dei Celti) spicca per importanza in quanto è diverso da tutti gli altri, non vi è comunanza con i contemporanei etruschi e italici, con quelli veneti e con lo stile hallstattiano, ovvero significa che tale opera va attribuita ad una produzione autoctona in seguito anche esportata oltralpe.
Bacile in bronzo ritrovato a
Castelletto Ticino.
La principale caratteristica di tale decorazione sta nel fatto che mentre in nelle altre zone italiche iniziano a venir fatte decorazioni in rilievo e mediante tratti continui al fine di dare maggior contorno e realismo all’immagine, tecnica che caratterizzerà l’arte lateniana, a Golasecca si utilizza una tecnica che deriva direttamente dalla fine dell’età del bronzo, ovvero il rappresentare figure volutamente non realiste, mediante una serie di punti sbalzati dal rovescio. La volontà di non rappresentare figure simili alla realtà si evince anche dal fatto che tutte le rappresentazioni figurative sono in stile antropomorfo e questo non per incapacità o mancanza di originalità, ma per una precisa volontà. Un esempio per tutti è il bacile bronzeo ornato con leoni e persone alate ritrovato a Castelletto Ticino.
Stele di Bormio.
Esiste comunque una raffigurazione che consente di identificare l’aspetto dei celti di Golasecca, si tratta di una stele ritrovata a Bormio, (vedi figura "stele di Bormio") in Valtellina, estremamente importante sia perché unico ritrovamento del suo genere, sia per la rappresentazione che fornisce e che si ricollega all'aspetto guerriero golasecchiano, dandoci possibili indizi sul perché sono state ritrovate solo due tombe del livello sopra descritto. In questa raffigurazione spicca un personaggio di faccia, coperto da un grande scudo e con in testa un elmo, che tiene in mano un’insegna militare, tale insegna è parallela ad una lancia che sta dietro un piccolo scudo rotondo e che potrebbe trattarsi di un trofeo. Tale personaggio potrebbe essere sia un capo militare sia il Dio protettore del popolo, messo in una posizione che dà l’impressione di assistere ad una parata militare preceduta da trombettieri. Questa raffigurazione unita ai ritrovamenti nelle due famose tombe, possono significare che in alcuni momenti della loro storia, i Celti di Golasecca hanno avuto la necessità di formare un apparato militare; il carro a due ruote è un segno di questa urgenza, in quanto è databile al VII secolo a.C. mentre nel resto d’Europa si diffuse nel V secolo a.C.. Una cosa è certa, nonostante in Italia la cultura di Golasecca sia ignorata, fu un elemento fondamentale della cultura europea, ne influenzò le mode e lo stile artistico, lungo le vie commerciali che collegavano le due sponde delle Alpi e da lì nel resto d’Europa, le creazioni golasecchiane si sono diffuse un po’ ovunque, Francia, Belgio, Renania e Boemia; soprattutto oggettistica di bronzo prodotta grazie sia alle materie prime che transitavano sul suo territorio, come lo stagno proveniente dalla Boemia e dalla Gran Bretagna, sia dalle materie prime estratte dalle Alpi come il rame. La produzione bronzea era svariata, comprendeva recipienti, pendenti, oggetti ornamentali, porta fortuna e tutto ciò che col bronzo si può fare, oggettistica che si troverà frequentemente nelle tombe dei principi transalpini, insieme al carro a quattro ruote utilizzato per il trasporto del defunto, servizi per bevande con contenitori esageratamente grossi, fino alla capacità di 1100 litri come quello ritrovato a Vix. Per informazioni sull'importanza dei "calderoni" nella cultura e spiritualità celtiche, vedi il post "I Celti: Storia Cultura", cliccando QUI. Un’altro prodotto tipicamente golasecchiano è il Kline, un grosso letto in bronzo su cui veniva deposto il defunto all’interno della tomba, tipo il famoso kline della tomba principesca di Hochdorf a Stoccarda.
La croce celtica con i 4 oggetti
affini alle direzioni cardinali
e gli alberi consacrati alle
direzioni intermedie.
I prodotti in bronzo non sono gli unici reperti che si possono trovare nelle tombe principesche transalpine, infatti parecchie ceramiche riferibili a Golasecca sono state trovate in importanti tombe in area francese, svizzera e tedesca, ad esempio un caratteristico bicchiere decorato con motivi orizzontali rossi e neri. Senza voler attribuire, in mancanza di prove concrete, la paternità della croce celtica a Golasecca, va detto però che una tipica decorazione della ceramica golasecchiana consisteva nel stampigliare una croce inscritta in un cerchio, decorazione che nel VI secolo a.C. valicò le Alpi per diffondersi in Europa, dove i ritrovamenti di questo vasellame vanno dall’est della Francia fino alla valle del Danubio. Non solo l’oggettistica golasecchiana si diffonde in Europa, ma anche le tecniche stilistiche, come nel caso dei vasi stampigliati ritrovati in Armonica (l'attuale Bretagna e Inghilterra meridionale) nel VI secolo, luogo in cui non vi sono i precedenti che al contrario abbondano in nord Italia. Ciò può spiegare come l’oggettistica sia arrivata in quelle zone tramite i movimenti commerciali fatti dai golasecchiani i quali dovevano procurarsi lo stagno proveniente dall’altro lato della Manica, commercio che porterà tre secoli più tardi al ritrovamento di dracme padane in Cornovaglia. (Per le dracme padane vedi il 390 a.C.).
Carta delle prime culture celtiche apparse in Europa:
Golasecca nel XII sec. a.C., Hallstatt dal VII sec. a.C.
e La Tène dalla metà del V sec. a.C.
Che questo tipo di oggetti furono il motivo trainate di questi commerci e delle conseguenti esportazioni stilistiche si evince dal fatto che contemporaneamente alla stampigliatura armoricana, compare in Boemia la ceramica decorata a traslucido, una novità per il posto ma già ben conosciuta e diffusa a Golasecca, e la Boemia è un’altra zona stannifera. La ceramica stampigliata influenzerà nel V secolo a.C. la cultura lateniana, dove tale tecnica verrà adottata diventandone un fattore tipico. Le stesse decorazioni: esse, cerchi, croci e più raramente motivi vegetali e animali, la loro posizione ed i punzoni utilizzate non lasciano dubbio che la matrice originaria era Golasecca. Dal Blog "Sanremo Mediterranea":
per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: dai Primordi ai Megaliti" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti", clicca QUI. Vedi anche: http://culturaprogress.blogspot.it/2014/12/la-cultura-di-golasecca.html

Primi insediamenti europei dei Celti: la
cultura di Golasecca, la cultura
orientale di Hallstatt, a sud del
Danubio e la cultura occidentale
di La Tène, a sud del Reno.
- In Europa centrale, nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia, nell'odierna Austria) dal 700 a.C. fino al 450 a.C., si sviluppò la Cultura Celtica di Hallstatt, resa fiorente dal commercio del sale e dalla produzione e commercializzazione di oggetti in ferro. La Cultura Celtica si basava prevalentemente su tre classi sociali:
Ogham su pietra, da
Carn Enoch, Galles, UK.
- la sacerdotale (druidica), che conservava e tramandava solo oralmente, la memoria collettiva
- l'aristocrazia guerriera dedita alle armi e alla caccia,
- la terza, il popolo, dedito  alla lavorazione dei metalli e all'allevamento di cavalli e suini.
OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni OGHA, simbolo-lettera,
è l'iniziale di un albero-pianta, un uccello e un colore, con
i nomi in gaelico: inoltre qui indichiamo la corrispondenza
con il calendario arboricolo proposto da John King.
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L’incontro dei Celti con i Greci ebbe poi un grande valore culturale, perché diffuse nell’Europa celtica la scrittura alfabetica, anche se i Celti avevano un loro sistema di scrittura, l'ogham, l'alfabeto celtico,  che veniva usato esclusivamente dai druidi e solo nei rituali sacri. Fra i Celti, la conoscenza veniva tramandata nella classe sacerdotale solo oralmente, affinché non si perdesse la memoria, che veniva esercitata nella conoscenza mnemonica delle Triadi Bardiche. Per "Celti: storia e cultura" clicca QUI, per "Croce Celtica" clicca QUI, per "Ogham: la scrittura rituale degli antichi Celti" clicca QUI.

Cartina dell'antica Lidia nel 700 a.C.
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In Europa compaiono le prime monete. Secondo Erodoto, i Lidi furono il primo popolo ad introdurre l'uso di monete d'oro e d'argento e il primo a stabilire negozi per la vendita al minuto in località permanenti. Non è chiaro, tuttavia, se Erodoto volesse significare che i lidi fossero stati i primi a introdurre monete di oro e argento puro o in generale le prime monete in metallo prezioso. Nonostante l'ambiguità, questa asserzione di Erodoto vale come attestazione spesso citata a favore del fatto che i lidi avessero inventato la monetazione, almeno in occidente, anche se le prime monete non erano soltanto d'oro o d'argento, ma costituite da una lega dei due metalli.
Antiche monete della Lidia.
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La datazione di queste prime monete coniate è uno degli argomenti dell'antica numismatica dibattuti più frequentemente, con date che vanno dal 700 a.C. al 550 a.C., ma la considerazione tenuta più comunemente è che esse fossero state coniate all'inizio (o quasi) del regno di re Aliatte (talvolta riferito in modo non corretto come Aliatte II), che governò la Lidia tra il 610 e il 550 a.C.. Il figlio di Aliatte fu Creso, che divenne sinonimo di ricchezza, e la città in cui risiedeva era Sardi, rinomata come bellissima città. Intorno al 550 a.C., all'inizio del suo regno, Creso finanziò la costruzione del tempio di Artemide (l'Artemision) a Efeso, che divenne una delle Sette meraviglie del mondo antico. Creso venne sconfitto in battaglia da Ciro II di Persia nel 546 a.C., per cui il regno lidio perdette la sua autonomia diventando una satrapia persiana, di cui il capoluogo era Sardi.
Scultura che ben rappresenta
lo stato d'animo della schiavitù.
Busto noto come Pseudo Seneca,
 uno dei tanti custoditi nel museo
archeologico di Napoli, parte di
una serie di ritratti immaginari, a
volte identificati con Lucrezio,
raffiguranti il poeta Esìodo.
Fondamentale per la datazione delle prime monete, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso, il tempio fatto costruire da Creso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a.C. Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. La monetazione in elettro, battuta essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio", comprende lo statere (di circa 14,1 grammi, anche se le più grandi di queste monete sono comunemente riferite come 1/3 di statere, trite, del peso di circa 4,7 grammi, e nessuno statere intero di questo tipo sia mai stato trovato ) e alcune sue frazioni, fino a 1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto "quadrato incuso", sull'altro. Le monete della Lidia venivano stampate con una testa di leone decorata con ciò che è probabilmente un raggio di sole, simbolo del re.
Carta con parte dell'antica Ionia
con Sardi, Efeso e l'isola di Chio.
L'assegnazione a zecche specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche di livello piuttosto elevato. L'introduzione del denaro favorì il commercio di schiavi. L'antica Grecia diventò perciò la prima società schiavistica della storia, dove nacque una forma di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie. L'invenzione della schiavitù-merce si deve a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perché i Lacedemoni e i Tessali hanno tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che essi conquistarono, e li chiamarono rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato.

Alfabeto di
Lugano o
Lepontico.
Lepontii erano una delle diverse tribù celtiche indigene delle Alpi, distinta da quei Galli (come i Boi) che invasero la pianura padana in tempi storici. La lingua leponzia (o più recentemente anche lepontico) era la loro lingua, ora estinta, parlata fra il 700 a.C. e il 400 a.C. La lingua è conosciuta solo attraverso alcune iscrizioni che furono redatte nell'alfabeto di Lugano, da alcuni chiamato anche alfabeto Etrusco settentrionale, una delle cinque principali varietà di alfabeto italico settentrionale. Queste iscrizioni furono scoperte nell'area intorno a Lugano, comprendente anche il Lago di Como e il Lago Maggiore. Il raggruppamento di tutte queste iscrizioni in una singola lingua definita "celtica" è discusso: alcune (specialmente le più antiche) vengono considerate scritte in una lingua non-celtica affine al ligure (Whatmough 1933, Pisani 1964). Scritture simili furono usate per il retico, il venetico e le rune germaniche, che probabilmente derivano da una scrittura appartenente al gruppo degli alfabeti nord-italici. Da http://menhir-ticino.webs.com/alfabetoliticolugano.htm.

Stele di Prestino con iscrizione nei caratteri dell'alfabeto di Lugano.
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Alfabeto Etrusco
Settentrionale.
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Il Lepontico apparterrebbe quindi ad uno strato linguistico proto-celtico e pre-gallico, ovvero anteriore all'invasione gallica del 388 a.C. e dalle recenti ricerche individuato come una componente del ligure, che viene così a perdere il carattere sostanzialmente indoeuropeo a lungo attribuitogli: Ligure e Leponzio farebbero parte di un area linguistica caratteristica dell'Italia nord-occidentale da inserire nel più vasto quadro della famiglia delle lingue proto-celtiche. A sostegno di questa ipotesi, la migliore testimonianza ci è data dalla famosa stele di Prestino, sede dell'antica Comum (Como), in cui si legge: “UVAMOKOZIS PLIALE U UVLTIAUIOPOS ARIUONEPOS SITES TETU”. 
Alfabeto tartessico,
dell'antica Tartesso.
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Interpretando queste frasi con la fonetica del linguaggio ligürü = lingua o gergo degli antichi Liguri, (i Liguri si esprimevano in una lingua comune risalente al proto-iberico centrale, e sia la fonetica che la scrittura erano espresse dall'alfabeto di Tartesso, sulla foce del Guadalquivir in Spagna, nei pressi dell'attuale Siviglia) si potrebbe dedurre, capire od interpretare due degli etimologhi come nomi di dei o divinità: UVLTIAUIOPOS e ARIUONEPOS. Si deve pensare che il settentrione italico era abitato da popolazioni di ceppo ligure, come gli Euganei, gli Stoni, i Trumplini e i Camuni, e si ipotizza che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca. L'antico linguaggio dei Liguri, che è stato la matrice di quello dei Baschi, ha forgiato anche il proto-celtico dell'Italia settentrionale, fra cui il lepontico, e in tempi successivi la langue d'oc, il catalano e il provenzale. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico" clicca QUI, per il post "Antichi Liguri: Alleanza e fusione con i Celti" clicca QUI.

Gli Stoni o Stoeni, in letteratura detti anche Stini o Steoni, furono un popolo dell'Italia antica, sottoclasse  degli Euganei (che erano Liguri Ingauni), stanziato nel sud delle Alpi, nell'area geografica della Valle del Chiese, Valli Giudicarie in Trentino e della Val Sabbia e Val Vestino in provincia di Brescia. Il loro villaggio-capitale era Stonos che per alcuni ricercatori, tra questi Federico Odorici e Scipione Maffei, corrisponderebbe all'attuale Vestone, mentre per altri a Storo o a Stenico. Dal nome del popolo degli Stoni deriva lo stesso toponimo di Vestone, ma anche Bostone, monte Stino e Val Vestino.

Carta con gli insediamenti degli Euganei, Carni, Veneti
(Venetici), Reti, Camuni, Leponzi e Cenomani.
I Camuni erano una popolazione che abitava l’attuale Val Camonica, sottomessa dai Romani nel 16 a.C. con la spedizione militare di Publio Silio contro le popolazioni alpine. Il loro nome appare per secondo, subito dopo quello dei Trumplini, tra le "gentes Alpinae devictae" nell’iscrizione del Tropaeum Augusti a La Turbie, presso il principato di Monaco, il cui testo è riportato integralmente da Plinio il Vecchio (Nat. hist., III, 134). I "Camunni" erano considerati, insieme ai "Trumplini" e agli "Stoeni", questi ultimi abitanti delle Giudicarie, “gentes Euganee” da parte di Plinio poiché così era stato riportato da Catone (Nat. hist., III, 133-34), mentre Strabone (IV, 206) li considera di stirpe retica. Dal punto di vista archeologico, la Val Camonica appare durante la seconda età del Ferro (V-I sec. a.C.) al centro di un’area culturale, comprendente anche la Valtellina, la Val Trompia, la Val Sabbia e le Giudicarie, caratterizzata dalla ceramica tipo Breno-Dos dell’Arca, il cui tipo più significativo è una foggia di boccale a base svasata e con parete piatta o rientrante dalla parte dell’ansa, e da iscrizioni su ceramica e pietra in alfabeto di Sondrio, il significato delle quali rimane ancora oggi del tutto oscuro.
Alfabeto
camuno, o
di Sondrio.
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Con l’alfabeto retico di Bolzano, quello di Sondrio o Camuno condivide l’assenza della vocale o, come nell'Etrusco. Pur presentando aspetti comuni o affini, in questo periodo il territorio della cultura tipo Breno-Dos dell’Arca si differenzia in maniera precisa dall’area culturale di Fritzens- Sanzeno, che certamente corrisponde al Paese dei Reti. È probabile quindi che la notizia di Plinio sia quella giusta e che la cultura tipo Breno-Dos dell’Arca debba essere attribuita agli Euganei. Per quanto riguarda la prima età del Ferro, l’estrema lacunosità delle fonti non consente di delineare un quadro culturale preciso. Gli oggetti sporadici, per lo più di bronzo, mostrano affinità con i tipi diffusi nell’ambiente alpino centro-orientale, in particolare nell’area culturale di Luco e Meluno. I riti funerari sono scarsamente conosciuti. I pochi documenti, come la piccola necropoli di Breno del V-IV sec. a.C., alcune tombe di Castione della Presolana e due tombe di Capo di Ponte del I sec. a.C. - I sec. d.C. attestano il rito dell’inumazione. La documentazione più importante per conoscere la civiltà dei Camuni dell’età del Ferro è senza dubbio l’arte rupestre della Val Camonica. Il IV stile copre tutto l’arco cronologico dell’età del Ferro e si può suddividere in cinque fasi: IV-1, caratterizzata da uno stile geometrico-lineare e databile all’VIII sec. a.C.; IV-2 o stile protonaturalistico, databile al VII-VI sec. a.C.; IV-3 o stile naturalistico (V-IV sec. a.C.); IV-4 (IVIII sec. a.C.) e IV-5 o stile decadente, databile al II-I sec. a.C. I principali soggetti raffigurati sono scene di caccia al cervo da parte di cavalieri armati di lancia e con l’ausilio dei cani, scene di duello, scene di parate militari con esibizione delle armi e della virilità e inoltre raggruppamenti di capanne, scene di attività artigianali (fabbro, tessitura), composizioni di armi, motivi simbolici (impronte di piedi, figure di palette, labirinti, la “rosa camuna”), iscrizioni. Dopo la conquista romana, la tribù dei Camuni fu attribuita probabilmente a Brescia. Il capoluogo della valle prese il nome di Civitas Camunnorum, centro che gradualmente assimilò il modello urbano romano, con un’area pubblica destinata ad accogliere terme, teatro e anfiteatro, quest’ultimo scoperto nel 1984-85. Nella vicina Breno, nel corso del 1986, è stato scoperto un santuario dedicato a Minerva, che ha restituito una statua della dea di marmo di Carrara. A seguito della conquista romana i Camuni adottarono gli usi romani anche nel campo dei riti funerari e si diffuse quindi la cremazione. Necropoli a cremazione sono state scoperte a Breno, Cividate Camuno e Borno.

Carta con i territori dei Leponzi, Trumplini, Tridentini, Stoni,
Euganei, Reti, Vindelici, il Norico; le Alpi centrali e orientali
con i territori limitrofi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Reti, antica popolazione stanziata nelle Alpi centro-orientali, erano inseriti nel contesto culturale di Fritzens-Sanzeno, che aveva come epicentro il Trentino e il Tirolo, sviluppandosi fino all'Engadina, nel Canton Grigioni, in Svizzera. Secondo lo storico romano Plinio il vecchio essi erano divisi in vari gruppi, riconducibili però a una unica entità etnico-culturale di origine etrusca; la molteplicità delle comunità pone serie difficoltà agli studiosi nel delineare con precisione l'area da loro occupata. A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 15 e il 16 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia. Dal VI secolo a.C. si segnala anche una significativa influenza etrusca nel nord-Italia, ponendosi di fatto come cultura mediatrice tra le popolazioni mediterranee e quelle transalpine. Il territorio della valle dell'Adige si presentava come la via più breve per giungere oltralpe, attraverso i due passi della Resia e del Brennero. Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; tra i vari gruppi quello dei Celti Cenomani s'inserisce tra il fiume Oglio ed Adige, sostituendo gli etruschi nei traffici con i Reti.
Alfabeti retici di
Magrè e Bolzano.
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Nelle antiche descrizioni i Reti appaiono come un popolo selvaggio portato alla guerra, che non perdeva occasione per effettuare scorrerie ed attacchi verso i fondovalle già romanizzati. D'altro lato essi stessi erano visti come un ostacolo al transito tra i versanti nord e sud delle Alpi, in quanto obbligavano al pagamento di pedaggi e assalivano convogli. Si suppone che queste descrizioni siano state volutamente enfatizzate per giustificare la conquista delle Alpi da parte dei romani. I siti archeologici più importanti sono Sanzeno e Mechel in val di Non, il Doss Castel, il castelliere sul Col de Pigui nei pressi di Mazzin, e Laives: per tali insediamenti è possibile parlare di strutture protourbane. Si definisce Cultura di Fritzens-Sanzeno la cultura materiale retica, che prende il nome da queste due località (l'una nella valle dell'Inn e l'altra in Val di Non), che andò a sovrapporsi alle precedenti Cultura di Luco-Meluno e cultura di Hallstatt. La scrittura retica, la cui comparsa è collocata attorno al 500 a.C., presenta un forte influsso etrusco, se non una vera e propria derivazione. Analizzando numerose iscrizioni rinvenute nel territorio retico, sono state distinte quattro varianti grafiche: gli alfabeti di Lugano, Sondrio-Valcamonica, Bolzano-Sanzeno e Magrè. Nel caso dell'alfabeto di Lugano è stata notata una parentela con il celtico. Per l'alfabeto di Bolzano-Sanzeno e Magré è importante notare, come nell'Etrusco, l'assenza della vocale "o". I Reti, sebbene con modalità diverse e più articolate, condivisero con i Venetici l'adozione dell'alfabeto etrusco. Un'ipotesi è che le lingue dei popoli retici, avessero una base comune non indoeuropea ma, come nel caso dei Leponti, Ligure, sulla quale si è innestato un ceppo di derivazione etrusca.
Statuetta della dea Reitia.
Nel 1960 Osmund Menghin ha avanzato l'ipotesi che i Reti non fossero una popolazione, quanto invece un "gruppo di culto", a cui si associa, per assonanza, il culto della divinità Reitia. A proposito delle divinità dei Reti è immediato il riferimento innanzitutto alla dea Reitia che veniva venerata nel santuario di Baratela a Este, nei pressi di Padova, un centro della cultura venetica. Nato alla fine del VII secolo a.C., sotto l'influsso religioso etrusco, fu frequentato fino al II-III secolo d.C. Si presume che Reitia non fosse il nome proprio della divinità, ma un attributo caratteristico di una dea, che presenta molti tratti in comune con la dea greca Artemide-Diana e che sarebbe concepibile come dea madre della fertilità, della guarigione e dell'al di là. Difficile dire se le figure femminili stilizzate, le cui braccia terminano con una testina di cavallo o di uccello, rappresentino la dea Reitia. Altrettanto problematico è appurare se le popolazioni alpine siano state denominate Reti proprio in base alla loro venerazione per la dea Reitia. In ogni caso nell'età Romana è epigraficamente documentata in Valpolicella la presenza di un sacerdote che presiedeva ai "riti Reitiae" (riti della dea Rezia). A Sesto alcune iscrizioni menzionano la divinità Ierisna, simile ad Era o ad una dea delle stagioni e dei prodotti della terra.

Alfabeto d'Este
o Venetico.
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Cavallo dei Veneti.
- I Veneti antichi, o Venetici,  per scrivere la loro lingua avevano adottato l'alfabeto chiamato d'Este. La civiltà o cultura Atestina o d'Este è una testimonianza dell'antica popolazione dei Venetici (Veneti) nell'Italia protostorica, diffusa nell'attuale territorio del Veneto e sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo (X-IX secolo a.C.) e l'età romana (I secolo a.C.) e derivata dalla precedente e più estesa cultura protovillanoviana. L'economia era fondata sull'agricoltura, l'allevamento delle pecore, la pesca in acqua dolce. Si praticavano scambi con la regione villanoviana e l'Etruria, la Slovenia, il Tirolo e la regione hallstattiana.
Il cavallo, chiamato Ekvo dai Veneti antichi, animale-totem della protostoria dell'Europa, giocò nella loro cultura un ruolo di prim'ordine. Questi animali erano allevati per la loro valenza economica e come simbolo di predominio aristocratico e militare. I cavalli dei Veneti erano noti per la loro abilità nella corsa ed erano spesso riprodotti negli ex voto, nelle aree più sacre. Centinaia di bronzetti a forma di cavallo o di cavaliere su cavallo provengono dai luoghi di culto dei Veneti. Al cavallo erano riservati appositi spazi di sepoltura nelle necropoli, e compare in vari manufatti come immagine simbolica o elemento decorativo.

Pallade Atena, la Dea Vergine,
con lancia e l'"Egida", l'elmo.
Dal 683 a.C. - Inizia in Grecia l'età dei tiranni (700 - 500 a.C. circa). Alcuni tiranni furono buoni governanti, come Periandro a Corinto, Gelone a Siracusa e Policrate a Samo. Fiorisce la cultura grazie all'introduzione della scrittura, e vengono fissati per iscritto i poemi di Omero e di Esiodo. Probabilmente Omero non era un solo poeta, ma un gruppo o una scuola di cantori che conservavano la memoria storica della cultura greca antica. Analizzando la costruzione di Iliade e Odissea, composta molto tempo dopo, ci si rende conto che non possono essere state scritte dalla/e stessa/e persona/e e nella stessa epoca. Nasce la filosofia nella Ionia (Talete, Anassimandro, Anassimene), si affermano poeti lirici (Archiloco, Tirteo, Alceo) e il Santuario di Delfi acquisisce rinomanza universale. Dall' VIII al VI secolo Atene e Sparta si affermano come i centri più importanti, ciascuna riunisce diverse città vicine in lega, Atene con modalità persuasive, Sparta con modalità coercitive. A Sparta vige un regime oligarchico: due re e un consiglio consultivo, la Gherusia, di 28 anziani.
Ad Atene la monarchia è abolita dall'inizio del VII secolo e vi si instaura un regime tirannico che trova riscontro anche in altre città greche, come Corinto. Il governo è affidato a nove arconti con carica annuale, coadiuvati dall'areopago, consiglio di ex arconti. Nella mitologia greca la Dea Atena, figlia di Zeus, era la dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, delle arti e degli aspetti più nobili della guerra. Con Atena è presente un gufo o una civetta, indossa una corazza d'oro ed ha uno scudo rivestito di magica pelle di capra chiamata Egida, (la capra che l'ha allattata). Spesso è accompagnata dalla dea della vittoria: Nike. Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo con appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo.
Carta del Caucaso secondo le
 fonti letterarie greco-romane.
 Le Amazzoni sono state poste
 nella parte più settentrionale
 della Sarmazia asiatica. La carta
 mostra anche l'ubicazione
dell'Albania caucasica, della
 Scizia e della Palude Meote:
 tutti luoghi variamente citati
dagli autori classici come
patria delle Amazzoni.
Non ebbe mai alcun marito od amante, e per questo era conosciuta come Athena Parthenos (La vergine Atena), da cui il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull’acropoli di Atene. Dato il suo ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo greco anche come Athena Polis (Atena della città). Il suo rapporto con Atene era davvero speciale.
Franz von Stuck: "Amazzone ferita"
(1903)
Narra la leggenda che Poseidone propose agli ateniesi l'invincibilità in guerra, in terra e in mare, se gli avessero intitolato la città, e invece Atena, donando l'ulivo, promise la saggezza in cambio di una dedica a lei: gli ateniesi la scelsero. La donna guerriera ed eroica è sempre esistita,  a cominciare dalle Amazzoni (autentiche donne guerriere della Scizia) e dalla loro regina Pentesilea, che sfidò Achille e ne fu sconfitta. Per non essere da meno dei Greci, i Latini cantarono nell’Eneide virgiliana le gesta di Camilla, un’altra eroina che ebbe la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata.

Carta del 100 a.C. con la Scizia
 e Sarmazia oltre alla Partia.
- I Sàrmati (Sarmăti, Sauromăti) furono una popolazione di schiatta iranica affine agli Sciti. Erodoto conosce i Sauromati abitanti la Russia meridionale a oriente del Don. La leggenda greca li considerava nati da Sciti e da Amazzoni, e in tal modo spiegava l'affinità con gli Sciti e le abitudini guerriere delle donne. La tribù più importante e forse più ellenizzata sembra essere stata quella degli Iazamati, già ricordata in Ecateo. Dalla seconda metà del sec. IV a. C. si hanno le prime tracce dei Sàrmati, che diventano però chiare solo nel sec. II a. C.: Polibio testimonia un regno di Sàrmati per il 179 a. C. fra il Don e il Dnepr. Aperti alla cultura e alla religione persiana, si dividevano probabilmente in quattro tribù: IazigiRoxolani (o Rossolani), Aorsi e Alani. Essi in origine abitavano le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale. Nei loro territori d'origine essi si scontrarono con i Battriani, i Parti e i Sogdiani. In diversi periodi e a diverse ondate essi si spinsero verso occidente.

Nel 682 a.C. -  In Grecia, Terpandro inizia l'arte del canto con l'accompagnamento musicale. 
Ad Atene gli incarichi dei 9 arconti, tutti di estrazione nobiliare, diventano annuali. I tre arconti più in vista, oltre ai sei tesmoteti, erano: l'arconte eponimo, l'arconte re (capo religioso) e l'arconte polemarco (capo militare).

Verso la metà del VII secolo a. C. i greci di Cuma fondarono Partenope (Παρθενόπη), sull'isoletta di
Megaride (oggi Castel dell'Ovo) e sul promontorio di Pizzofalcone.

Carta del Mediterraneo nel 650 a.C.
con i nomi latini dei vari territori;
è evidenziato l'Illirycum.
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Nel 650 a.C. - Fra il VII e VI sec. a.C. si forma la struttura politica degli Illiri. Artigiani eccellenti del metallo e guerrieri feroci, gli Illiri hanno basato i loro regni sulla guerra ed hanno combattuto fra di loro per la maggior parte della loro storia. Hanno generato e sviluppato la loro cultura, lingua e caratteristiche antropologiche nella zona occidentale dei Balcani, come menzionano scrittori antichi . Le regioni che gli Illiri hanno abitato includono l'intera penisola balcanica occidentale, il nord ed Europa centrale, il sud fino al golfo di Ambracian (Preveza, Grecia) e l'est intorno al lago Lyhnid (lago Ohrid). Altre tribù di Illiri, inoltre, migrarono e si sono stabilirono in Italia, nell'attuale Puglia; fra di loro vi erano i Messapii e gli Iapigi. Il nome “Illiria„ è menzionato dal quinto secolo a.C. mentre alcuni nomi di tribù risalenti al dodicesimo secolo a.C. sono citate da Omero. La formazione etnica degli Illiri ha luogo entro il quindicesimo secolo a.C., da metà dell'eta del Bronzo, ed avevano ereditato le loro caratteristiche antropologiche e lingua dall'età Neolitica. Dall'età del ferro, gli Illiri erano completamente caratterizzati. Alcuni studiosi Albanesi sostengono che dai Pelasgi sono derivati Tirreni ed Etruschi oltre a Illiri e Albanesi, e che i linguaggi di questi popoli sono quindi affini: Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. I discendenti dei Pelasgi chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro nuova patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio. Parole con la radice Lir, ne troviamo con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante). Il nome Pelasgi si può riferire alla parola Albanese PELLG (mare profondo), come in italiano “pelago”. In generale, le iscrizioni più antiche si presentano formulate da destra a sinistra e continuando talvolta da sinistra a destra, cioè in forma bustrofedica, e spesso senza interruzione tra una parola e l’altra".

- Durante il VII secolo a.C., ad Atene, le liti e le divisioni interne agli arconti spingono l'arconte Dracone ad assumere i pieni poteri, così da poter varare una serie di leggi durissime per garantire l'ordine sociale ad Atene.

Dal 624 a.C. - Ad Atene il termine Aeropago è utilizzato per indicare l'assemblea degli anziani. L'Areopago è una delle colline di Atene situata tra l'agorà e l'acropoli e nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello Stato presiedute dal re (governo dei 9 arconti), mentre intorno al 624 a.C. tale termine venne utilizzato per indicare l'assemblea degli anziani (ex arconti). L'Areopago perse lentamente il controllo della vita pubblica col sorgere delle prime forme di democrazia, che si affermarono subito rispetto alle leggi arcaiche dell'arcontato, i cui membri erano addirittura eletti a vita, senza possibilità di rinnovo del consiglio.

Nel 621 a.C. - Ad Atene il legislatore Dracone pubblica il primo codice che limita il potere giudiziario dei nobili. Nato intorno al 650 a.C., Dracone è noto per aver inserito nel mondo greco il primo codice penale della storia e la durezza e la severità delle sue leggi hanno dato origine ad espressioni in cui il termine draconiano viene utilizzato come aggettivo, come ad esempio leggi draconiane o punizione draconiana. Nel 621 a.C. Dracone emanò una legge sull'omicidio che segnò la nascita del diritto penale. In questa legge si distingueva per la prima volta nel diritto il grado di responsabilità personale: chi aveva commesso l'omicidio involontariamente, si pensi ad esempio al progettista di una casa che poi era crollata uccidendone gli abitanti, era condannato all'esilio. Il tribunale che se ne occupava era formato da cinquantun efeti, magistrati incaricati di giudicare le cause di omicidio scelti tra i membri delle famiglie nobili e aventi almeno cinquant'anni. Chi aveva commesso l'omicidio volontariamente era condannato a morte dall'areopago. Con questo decreto Dracone poneva fine alle sanguinose vendette dei parenti delle vittime, poiché il reato doveva essere riconosciuto da un apposito tribunale. Il legislatore dovette però concedere un'eccezione, che riguardava l'"omicidio giusto". Infatti, in caso di illegittima relazione carnale della moglie, della figlia, della sorella, della madre o della concubina, al cittadino ateniese era consentito ucciderla, se colta in flagranza di reato. Tale principio legale è stato accolto nel diritto di molti Paesi, resistendo pressoché inalterato nei secoli. In Italia, ad esempio, è sopravvissuta una norma fino al 1981 che mitigava la pena in caso di omicidio definito come "delitto d'onore". Il codice di leggi di Dracone è ricordato per la sua particolare severità: la pena di morte era la punizione anche per piccole infrazioni. Ogni debitore, il cui stato sociale fosse inferiore a quello del suo creditore, ne diventava automaticamente schiavo, mentre la punizione era più lieve per chi avesse debiti nei confronti di una persona di classe inferiore. Il codice di Dracone fu sostituito proprio per la sua severità da quello di Solone nella prima parte del VI secolo a.C.. Dracone viene ricordato anche per essere stato il primo a codificare le leggi ateniesi; contrariamente alle credenze popolari non fu invece il creatore di queste leggi. Il suo codice ebbe in parte anche la funzione di uniformare i metri di giudizio e ridurre gli abusi commessi dai giudici. Morì nel 600 a.C. circa in maniera bizzarra: mentre era in visita sull'isola di Egina per essere riverito di fronte a una grande folla nel corso di un evento teatrale, Dracone fu coperto da così tanti cappucci e mantelli preparati in suo onore da esserne soffocato a morte.

Dal 600 a.C. - Nel corso del VI secolo a.C., gli Sciti dilagano verso l'area balcanica e la Pannonia, nel bacino settentrionale del Mar Nero, per poi toccare la Germania orientale e, con i Traci, l'Italia settentrionale.

In rosso gli insediamenti dei Celti Elvezi, Volsci, Insubri e Leponzi dall'età
del bronzo. In verde scuro le espansioni delle tribù dei Britanni, Goideli,
Trinovanti, Senoni, Boi, Celtiberi, Sequani e Celtoliguri nei vasti territori
dei Liguri, nei sec. VI e V a.C. In verde più chiaro le successive
espansioni di Norici, Senoni, Scordisci Traci e Galati.
Le popolazioni Celtiche in Europa si suddividono in varie tribù. 

- In Grecia nasce il pensiero filosofico-scientifico occidentale.
Nelle trattazioni sulla storia del pensiero scientifico degli inizi figura in genere la Scuola di Mileto, detta anche Scuola Ionica, i cui esponenti più importanti, Talete, Anassimandro e Anassimene diressero le loro indagini scientifiche principalmente verso interessi di ordine filosofico ma anche astronomico  e cosmolo­gico (a quell'epoca non esisteva una differenziazione delle discipline scientifiche). L’importanza della Scuola Ionica risiede nel fatto che lo studio si manifestò con una certa connotazione di vera e propria indagine scientifica per la qualità delle domande che gli studiosi si posero. In particolare si domandarono quale fosse il principio unicoarché, (sostanza fon­damentale e causa prima che dava origine a tutta la materia). Ogni componente della Scuola diede una propria definizione di ciò che riteneva essere questo elemento fondamentale.
Talete di Mileto, 626 - 548 a.C.
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Talete di Mileto (ca. 626 - 548 a.C.) è ritenuto il fondatore della Scuola di Mileto. Ciò che si sa della sua vita è po­chissimo e avvolto nella leggenda. Si dice (da Proclo) che abbia viaggiato in Mesopotamia ed Egitto acquisendo numerose conoscenze. Erodoto dice che previde l’eclissi totale di Sole del 585 a.C., ma gli studiosi moderni danno poco credito a questa affermazione, o per lo meno, si tende a pensare che, avuta conoscenza del periodo delle eclissi di 18 anni, oggi detto saros, Talete abbia dato la previsione di una eclisse generica. Diogene Laerzio, scrivendo nel II secolo d.C. dice che Geronimo, discepolo di Aristotele, afferma che Talete calcolò l’altezza di una piramide egizia misurando la lunghezza dell'ombra della piramide, proprio nell’istante in cui l’ombra proiettata da Talete aveva lunghezza eguale alla sua altezza. Anche Plinio fa un’affermazione simile. E’ considerato da Plutarco il primo dei Sette Saggi. In molti libri di testo moderni di geometria, diversi assiomi sono attribuiti a Talete, ma nessuna sua opera ci è pervenuta. Talete pensava che la Terra fosse un disco galleggiante sul fiume Oceano, e che tutta la materia derivasse dall’acqua. Per lui dunque la sostanza fondamentale era l’acqua.  Aristotele riferisce che Talete utilizzò le sue conoscenze per predire una straordinaria raccolta di olive per la stagione futura. Ciò lo indusse ad acquistare tutti i frantoi disponibili e fu così in grado di guada­gnare un grande ammontare di denaro quando effettivamente l’eccezionale raccolto di olive si verificò. Questa storiella, indicativa di una sua attitudine per le cose pratiche, contrasta con un’altra, riferita da Platone. Egli dice che durante una notte scura, Talete, completamente assorto nella contemplazione del cielo stellato, cadde in una buca profonda. Le sue invocazioni di aiuto furono udite da una servetta che si trovava nelle vicinanze, che lo soccorse non senza fargli osservare come poteva pretendere di capire le cose del cielo se non era nemmeno capace di fare attenzione a dove metteva i piedi in terra.

Cartina degli Abruzzi con Capestrano.
- Il Guerriero di Capestrano risale a questo periodo storico.
Nel 1934, in un vigneto di Capestrano, nell'attuale provincia di L'Aquila, negli Abruzzi, viene rinvenuto un antico monumento dell'arte degli antichi Italici.
Il Guerriero di
Capestrano.
Si tratta di un monumento scultoreo, alto 235 cm, destinato ad avere risonanza mondiale, tanto da essere definito il “Guerriero Italico” per  antonomasia. Si ritiene che rappresenti un'antico sovrano italico, dotato di armatura a protezione del cuore, elmo e armi, con le forme adottate ai quei tempi come canoni di rappresentazione condivisi. Non se ne conosce bene la provenienza: probabilmente Sabina. Persino l'epigrafe incisa su un lato, dal basso all'alto, è scritta utilizzando un alfabeto difficile da decifrare, contribuendo così ad incrementare il mistero del “Guerriero di Capestrano”, oggi conservato a Chieti, nel Museo Nazionale Archeologico.

Solone, copia romana,
90 d.C. di un originale
greco del 110 a.C. 
conservata al Museo
Archeologico, Napoli
Nel 594 a.C. - Ad Atene l'arconte (uno dei magistrati supremi) Solone riforma il codice draconiano inviso per l'eccessiva durezza, salvo che in materia di omicidio, con una nuova costituzione democratica, in cui vengono ridotti i poteri dell'areopago, l'assemblea degli anziani (ex arconti). L'Areopago è una delle colline di Atene situata tra l'agorà e l'acropoli e nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello Stato presiedute dal re (il governo dei 9 arconti). La principale funzione dell'assemblea era stata quella di occuparsi della custodia delle leggi contro ogni violazione e della giurisdizione sui delitti di sangue. Il suo orientamento fu del tutto conservatore e la sua composizione, formata da membri provenienti dall'aristocrazia eletti per anzianità o per principi ereditari, accentuava il suo indirizzo moderato e sanciva il suo ruolo decisivo nella custodia delle leggi, della pubblica moralità e dei culti cittadini. Solone cerca di risolvere l'impasse politica derivante dal fatto che l'intera vita pubblica era nelle mani delle contrapposte stirpi aristocratiche le quali, a loro volta, costituivano quattro tribù, Opleti, Argadei, Geleonti ed Egicorei che eleggevano ciascuna cento membri della "Boulé dei Quattrocento". La Bulé era uno degli organi principali della politica ateniese, aveva il compito di organizzare l'Ecclesia (l'assemblea del popolo che votava le leggi scritte dalla Boulé stessa) e di controllare il lavoro dei magistrati (i funzionari investiti delle funzioni di giudice) e dei nove arconti, i magistrati supremi che formavano l'esecutivo dell'Areopago, che un tempo era presieduto dal re. Solone, pertanto, nell'intento di creare forme di mobilità sociale e di offrire i diritti politici a tutti i cittadini, sostituì alle quattro tribù gentilizie quattro nuove tribù in cui distribuì la cittadinanza in base al censo, ricavato dalle rendite dei poderi posseduti: 1) i Pentacosiomedimni, che ogni anno ricavavano più di 500 medimni di grano dai loro campi; 2) i Cavalieri (o Triacosiomedimni), coloro che potevano mantenere un cavallo o ricavavano tra 500 e 300 medimni di grano; 3) gli Zeugiti, coloro che ricavavano tra 300 e 200 medimni di grano e 4) i Teti: la maggioranza, i lavoranti dei campi, coloro che guadagnando meno di 200 medimni di grano non esercitavano alcuna magistratura esecutiva ma potevano partecipare alle assemblee e ai tribunali. Con la suddivisione in quattro classi, all'areopago si affianca la bulé, consiglio di 400 estratti a sorte dalle prime tre classi. Solone, disponendo l'equiparazione tra i medimni (unità di misura per il grano) e i metreti (unità di misura per i liquidi, principalmente olio e vino) avvantaggiò non poco i ceti medi ed i piccoli proprietari, infatti, poiché olio e vino necessitavano di molto meno spazio rispetto alla coltivazione cerealicola, Solone permise anche ai meno abbienti, che possedevano meno terre, di avere uguali diritti di coloro che ne possedevano di più, a condizione che coltivassero il loro piccolo appezzamento con olio e vino in maniera intensiva. Solone riformò inoltre il diritto di cittadinanza sancendo che poteva essere concessa solo nei confronti di chi fosse stato esiliato permanentemente dalla patria o fosse giunto in Atene per esercitare un mestiere.

Nel 580 a.C. - In Italia, l'etrusco Tarquinio Prisco diventa il quinto re di Roma. Una stagione prospera riguardava i principali centri etruschi dell'Etruria e della Campania, che aveva ormai conferito saldezza e continuità ai contatti commerciali con gli interlocutori dell'Egeo, della costa e dell'entroterra dell'Asia minore. L'elemento etrusco, già incorporato nel tessuto sociale di Capua, della quale occupava una zona residenziale perciò detta "vicus Tuscus", improntò politicamente la storia della stessa Roma con la dinastia dei Tarquinii, con l'ultimo dei quali, Tarquinio il Superbo, si concluderà la fase monarchica della città inaugurando quella repubblicana. Al suo predecessore Tarquinio Prisco (616-578 a.C.) si deve, fra l'altro, la costruzione della cinta muraria di Roma (murus lapideus), poi completata sotto Servio Tullio.

Ecumene di Anassimandro, carta
del mondo conosciuto nel 580 a.C.
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- In GreciaAnassimandro disegna la prima carta del mondo conosciuto. Anassimandro (610 - 547 a.C. ca.) è ritenuto il primo discepolo di Talete.
Della sua vita si conosce pochissimo, si dice che abbia capeggiato una spedizione nel Mar Nero per fondare la città di Apollonia. Le notizie che di lui abbiamo ci vengono da Aristotele, Teofrasto e Diogene Laerzio, a loro volta citati da autori posteriori. E’ considerato il primo autore di un’opera a carattere filosofico, dal titolo "Della Natura". Di questo libro solo un frammento ci è pervenuto attraverso una citazione di Simplicio (che a sua volta cita Teofrasto). Si tratta di un brano che ha provocato accese discussioni tra i commentatori. Anassimandro identifica l'ar­ché nell’apeiron, l'”infinito” (più precisamente, nell’ente “privo di limiti”). Naturalmente esiste una grande indeterminatezza su cosa intendesse esattamente Anassimandro con quella definizione. Ma Anassimandro è importante anche per l’astronomia. C’è una sola testimonianza di una osservazione astronomica eseguita da Anassimandro, e riguarda la data in cui avviene il tramonto eliaco mattutino delle Pleiadi. Al contrario, si hanno citazioni di sue osservazioni astronomiche di carattere speculativo. Tra queste, citiamo quella secondo cui i corpi celesti eseguono percorsi circolari, e l’altra, importantissima, secondo cui la Terra galleggia nello spazio senza bisogno di alcun sostegno, affermazione grandemente innovativa (perché fino ad allora il concetto di qualcosa di solido che sostenesse la Terra era saldamente radicata presso tutte le culture) che segna veramente l’inizio dello studio del cosmo su basi scientifiche. Si dice che Anassimandro abbia introdotto in Grecia l’uso dello gnomone (apprendendolo probabilmente dai Babilonesi). Ad Anassimandro si fanno risalire le prime idee sulla convessità della superficie terrestre. Egli pensava che la Terra avesse forma cilindrica, con l’asse orientato nel senso levante-po­nente. Si dice anche che egli abbia eseguito per primo una misurazione dell’obliquità dell’eclittica (affermazione fortemente dubitata oggi). Altra affermazione tradizionale su Anassimandro è quella secondo cui egli abbia disegnato una carta geografica del mondo allora conosciuto, carta che doveva limitarsi a una rappresentazione del Mediterraneo circondato dal fiume Oceano. 

Cartina dell'antica Roma nel
600 a.C. con le mura serviane.
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Nel 578 a.C. - Servio Tullio diventa sesto re di Roma. 
Considerato il secondo fondatore, Servio Tullio fu l'autore della più importante modifica dell'esercito dell'epoca pre-repubblicana, dividendo la popolazione in classi e centurie. Si rese conto, infatti, che per assicurare a Roma una forza militare sufficiente a mantenere le proprie conquiste era necessario un esercito più numeroso di quello che possedeva (un'unica legione di circa 3.000 fanti e 300 cavalieri, detto esercito romuleo). Introdusse quindi il "Census", il censimento della popolazione maschile che si teneva ogni 5 anni. Tale occasione si inaugurava con il "Lustrum" che consisteva in una "Lustrazio": tre animali sacri, prima di essere sacrificati, giravano attorno all'esercito in armi schierato nel Campo Marzio per rendere splendore e sacralità all'evento. Lustro è rimasto nel nostro linguaggio come periodo di 5 anni. In relazione al patrimonio posseduto, ognuno apparteneva ad una classe di centurie, che si differenziavano fra seniores, oltre i 46 anni e juniores fra i 17 e i 45 anni. Lo schieramento corazzato oplitico adottato dalla fanteria, i "pedites", prevedeva dispositivi difensivi come corazze elmi e scudi, oltre alle armi offensive (spade e lance) che potevano permettersi solo le prime classi. Al di sotto di un certo patrimonio non si poteva far parte delle classi delle centurie.
Cartina dell'antico Lazio nel 600 a.C.
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La monetazione a Roma venne introdotta alla fine del IV, inizi del III secolo a.C., per cui i capitali erano misurati in "pecunia" (dalla parola latina per "pecora") non numerata, e cioè metallo pesato. Questo favorì comunque il reclutamento degli strati inferiori della società, fino ad allora esclusi dal servizio militare, segnando così il primo passo verso il riconoscimento politico di quella che solo grazie a questa riforma prenderà a chiamarsi plebe. L'inclusione della plebe nell'esercito portò ovviamente i re etruschi ad un primo contrasto con lo strato superiore della società romana, i patrizi, che vedevano minacciati i propri privilegi. Servio Tullio modificò la tradizionale ripartizione in tribù del popolo romano, che non tenne più conto dell'origine etnica delle genti, ma che considerava come criterio di appartenenza il luogo di residenza. Vennero così create quattro tribù urbane (Suburana, Palatina, Esquilina, Collina); in questo modo, oltre a omogenizzare i cittadini romani, si poteva anche valutare il patrimonio dei singoli cittadini e quindi fissarne il tributo che questi dovevano versare alle casse dello stato, oltre che il censo, che ne determinava la classe militare di appartenenza. Primo fra i Romani, condusse quindi  il primo censimento generale (dividendo i cittadini per patrimonio, dignità, età mestieri e funzioni), contando 80.000-83.000 cittadini romani, insieme a quelli delle campagne circostanti. Il nuovo corpo civico era quindi composto dai Comizi Curiati, le assemblee dei maschi adulti che formavano le nuove tribù territoriali e i  Comizi Centuriati che erano le assemblee degli appartenenti all'esercito in armi, (populus inteso come esercito) e che perciò non si potevano svolgere in città, in cui era proibito portare armi, ma nel Campo Marzio.
Statuetta romana
di Mater Matuta.
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Servio Tullio ampliò il pomerium (confine di Roma) ed aggiunse alla città di Roma i colli Quirinale, Viminale e Esquilino, scavando poi tutto intorno al nuovo tratto di mura un ampio fossato. Fece quindi costruire sull'Aventino, insieme agli alleati latini, il tempio di Diana, che corrisponde alla dea greca Artemide, il cui tempio si trovava ad Efeso, trasferendo da Ariccia il culto latino di Diana Nemorensis. Come per i Greci, per i quali il tempio di Artemide rappresentava una federazione di città, con il tempio di Diana, costruito intorno al 540 a.C., i Romani miravano a porsi come centro politico e religioso delle popolazioni del Lazio e forse anche dell'Etruria meridionale.
E sempre a Servio si ascrive anche la decisione di costruire il Tempio di Mater Matuta ed il Tempio della Dea Fortuna, entrambi al Foro Boario. Roma continuò comunque la sua politica di espansione territoriale, sia a danno dei vicini Sabini, sia delle città etrusche di Veio, Cere e Tarquinia le quali, non accettando la sovranità di Servio Tullio, considerato un usurpatore, non volevano più rispettare gli accordi di tregua stipulati con Tarquinio; dopo alterne vicende i Romani ebbero la meglio su queste città e ingrandirono il loro territorio verso nord. Per i post "Cultura degli antichi Romani" clicca QUI e per i post "Politica nell'antica Roma" clicca QUI.

Piantina dell'antica Mileto,
colonia Ionica in Asia
Minore, che mostra una
 concezione democratica
dell'urbanistica. A parte
l'area centrale, destinata
agli uffici pubblici, le zone
residenziali appaiono
fortemente omogenee,
conformemente all'ideale
di uguaglianza fra cittadini
della città-stato
democratica. Clicca
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Nel 575 a.C. - Secondo il ritrovamento di un'antica iscrizione a Chio, città di un'isola dell'arcipelago delle Sporadi posta a ridosso della costa occidentale dell'Anatolia, viene convocato un consiglio popolare che offre la prima testimonianza di istituzioni democratiche e leggi o decreti del dèmos, il governo dei molti, mentre nelle grandi monarchie prima dei Greci non c'erano uomini liberi, nel senso in cui l'Occidente è giunto ad interpretare questo concetto. D'altra parte, secondo le informazioni in nostro possesso, Chio fu la prima città in cui si acquistavano e vendevano schiavi. Nelle città greche nelle quali la libertà individuale raggiungeva le sue più alte espressioni (e in particolare Atene), fioriva  il  commercio di schiavi come beni mobili; i Greci scoprirono contemporaneamente l'idea della libertà individuale e della struttura istituzionale al cui interno poteva essere realizzata, e l'idea di far mercato della schiavitù, in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie. L'antica Grecia fu perciò la prima società schiavistica della storia. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola di Chio, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perché i Lacedemoni e i Tessali avevano tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che avevano conquistato e li avevano chiamati rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato. Per quanto riguarda la monetazione nel mondo greco, il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. In Occidente il primo utilizzo di monete, in una lega di oro e d'argento chiamata "elettro" o "oro bianco" avviene in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia.

Moneta di Focea in elettro di 1/6 di
statere raffigurante la foca marina,
simbolo di Focea, con sotto la lettera
Φ, iniziale di Focea e coniata nel
600-550 a.C.; conservata al British
Museum di Londra. Clicca
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- Nella seconda metà del VI secolo a.C. Focea perse l'indipendenza assieme alle altre città della Ionia. Prima passò a Creso, re di Lidia, e subito dopo, con la sconfitta di Creso nel 546 a.C., a Ciro il Grande, re di Persia. I Focei si rifugiarono a Chio con l'intenzione di acquistare e stabilirsi sulle isole Enusse, ma, respinta l'offerta, si diressero verso le loro colonie nel Mediterraneo occidentale, e molte furono quelle che fondarono. Focea, importante porto commerciale, nel Mediterraneo occidentale fondò: Massalia, (l'attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna. Ci informa infatti Erodoto che, utilizzando pentecontere anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, e, aprendo nuove rotte commerciali a ovest, si erano spinti molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico, presso Tartesso.
Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di
Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu,
le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico,
 Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos 
Giunti a Tartesso, in (Spagna), i Focei avevano stretto amicizia col re Argantonio (che significa "uomo d'argento") che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza dei Medi, Argantonio aveva assegnato loro una grande somma d'argento per costruire mura difensive nella loro città.

I Medi furono un antico popolo iranico che occupò gran parte dell'odierno Iran centrale e occidentale, a sud del Mar Caspio. Nel VI secolo a.C. fondarono un impero che si estendeva dall'attuale Azerbaigian all'Asia Centrale e che fu rivale dei regni di Lidia e Babilonia. Secondo le Storie di Erodoto i Medi furono anticamente chiamati "Ariani" da tutti i popoli, ma quando Medea, la Colchide, venne da Atene, cambiarono il loro nome in suo onore. I Medi vengono menzionati per la prima volta in un'iscrizione assira che risalirebbe all'835 a.C. insieme ai Persiani, ma è grazie all'archeologia che possiamo collocare il loro arrivo nell'altopiano iranico alla metà del II millennio a.C. A quel tempo essi formavano un raggruppamento di tribù seminomadi, ma di notevole forza militare, i cui re dimoravano dentro fortezze (siti di Godin Tepe, Nush-i Jân).
Carta dell'impero dei Medi, della Lidia, dell'impero Caldeo e
dell'Egitto nel 612 a.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ciassare organizzò un potente esercito, sottomise i Persiani e confederò le popolazioni iraniche per muovere guerra agli Assiri. L'alleanza con i Babilonesi consentì ai Medi, dopo la distruzione di Ninive (612 a.C.), di estendersi in Armenia e in Cappadocia fino alla Lidia, con la quale fu stabilito, dopo un conflitto e con la mediazione dei Babilonesi, un confine lungo il fiume Halys. L'impero dei Medidurato poco più di cinquanta anni, non ebbe caratteristiche culturali originali, ma imitò gli Elamiti, Urartu, la civiltà del Luristan e ovviamente le civiltà mesopotamiche.
La sua forza risiedeva nell'esercito, che fu organizzato secondo criteri innovativi, cioè con la creazione di reparti di unità specializzate (arcieri, lancieri, cavalleria) manovrate secondo criteri tattici: l'epoca del combattimento eroico, individuale, signorile con i carri fu definitivamente superato in quest'area. Lo stesso sovrano doveva il suo potere al sostegno del ceto militare e all'ascendente che aveva sulle truppe, anche se formalmente esso era basato su principi religiosi.

Pisistrato, da: http://ww
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Dal 561 a.C. - Pisistrato (560 - 527 a.C.) del demo di Filaide, imparentato con Solone da parte di madre, è tiranno di Atene dal 561/560 al 556/555 e dal 546 (o 544) al 528/527 a.C.. In veste di polemarco, il giovane Pisistrato acquistò fama vincendo i megaresi contro i quali Atene era in guerra, sottraendogli così definitivamente l'isola di Salamina e il porto saronico di Nisea. Questi successi militari gli valsero un prestigio e un credito tali da renderlo un attore di primo piano della politica dell'epoca. Inizialmente, ottenne anche il sostegno del popolo, che poi, però, si trasformò in timore. Atene all'epoca era travagliata da una convulsa lotta politica, con partiti e fazioni capeggiate dalle famiglie aristocratiche. La polis era allora divisa tra la fazione legata alla zona costiera (i cosiddetti paralii, dal greco paralia, costa), capeggiati dall'alcmeonide Megacle, e la fazione legata all'entroterra (i cosiddetti pediaci, dal greco pedion, pianura), capeggiati da Licurgo di Atene. Pisistrato, forte dei crediti guadagnati, inutilmente ostacolato da Solone, si inserì efficacemente nella lotta politica mettendosi a capo della popolazione della zona montuosa (i cosiddetti diacrii, dal greco ákra, montagna). Per ottenere l'appoggio popolare, Pisistrato ricorse a uno stratagemma: si procurò delle ferite per mostrarle in pubblico quale prova di un'aggressione subita da parte dei propri rivali. Il popolo decretò per lui l'istituzione di una guardia del corpo di 300 mercenari con la quale Pisistrato occupò l'Acropoli, senza resistenza da parte degli opliti, nel 561/560 a.C., ottenendo il potere assoluto. La presa del potere provocò una compattazione del fronte dell'opposizione: un'alleanza tra Licurgo e Megacle sortì l'effetto di costringerlo all'esilio. Pisistrato, in seguito, si alleò con Megacle e, approfittando del clima propizio, riuscì a ritornare ad Atene, facendosi precedere da una nuova simulazione: fece vestire una fanciulla di altissima statura (del demo di Peania o, secondo altri, una donna della Tracia di nome Fia) con gli abiti tradizionali della dea Atena per sfilare in processione per la città su un carro, a diffondere la voce che la dea stessa consigliava agli Ateniesi di richiamarlo in città. Con questo spregiudicato accordo con Megacle, Pisistrato scacciò Licurgo e, dopo aver sposato la figlia di Megacle, fu da questi appoggiato quale tiranno di Atene. Pisistrato aveva già una prole legittima dal primo matrimonio (oltre che una illegittima da una concubina Argiva) e non sembrava volerne dalla nuova moglie perché, stando a Erodoto, non voleva figli dalla stirpe sacrilega degli Alcmeonidi. Quando Megacle si spazientì delle sue inadempienze coniugali, che vanificavano i suoi disegni, ruppe l'alleanza e lo scacciò da Atene (556 a.C.). In questo frangente, entrambi gli attori politici avrebbero mostrato quindi di avere in mente un progetto politico di consolidamento del potere (o di ottenimento, nel caso di Megacle) da perseguire per via dinastica. Nuovamente esiliato, il tiranno strinse amicizia con molti potentati greci e nel 545 a.C. sbarcò a Maratona (regione a lui fedele) con un esercito fornito da Eretria, Tebe e Nasso con altri mercenari che pagava con l'argento delle sue miniere in Tracia. Con un forte esercito sconfisse gli opliti ateniesi nei pressi del tempio di Atena Pallenide: con questo atto di forza riprese il potere sulla città. Sotto il suo ultimo periodo di tirannide iniziò la prima coniazione di monete ad Atene, che erano in argento. A lui sono attribuite diverse riforme e miglioramenti: incentivò infatti la piccola proprietà terriera a discapito dei latifondi, incrementò il commercio, favorendo così la crescita della classe mercantile, e favorì i ceti meno abbienti con l'esecuzione di un vasto piano di opere pubbliche, come la costruzione del tempio di Atena nell'acropoli. Inoltre, il suo governo segnò una tappa notevole nella storia edilizia della città e nello sviluppo dell'arte greca. Infatti è da ricordare la trascrizione su papiro dell'Iliade e dell'Odissea, per cui probabilmente è grazie al tiranno ateniese che i due poemi sono giunti fino a noi. Inoltre vennero istituite nuove feste religiose: le Dionisie, in onore del dio Dioniso, e le Panatenee.

Carta del mediterraneo nell'VIII sec.
con la Grecia e le sue pòleis (città), le
colonie e città fondate da esse
successivamente. In rosso scuro
i territori Fenicio-cartaginesi.
Sono sottolineate in rosso:
Focea, Lampsaco più a nord,
Amiso sul Mar Nero, Naucrati
in Egitto, Massalia (Marsiglia),
Alalia, Cuma, Elea, Reggio.
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- I  viaggi marittimi dei focei erano estesi: a sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in Egitto e a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco. (Vedi cartina qui sotto). A proposito della fondazione di Massalia, si narra che Focei  (per visualizzare il post del Manoscritto Anonimo del 1700, in cui si parla dei Focei nell'area di Sanremo e in Liguria, clicca QUI) e Samioti aprirono relazioni commerciali con gli abitanti delle coste dell'Iberia orientale e della Gallia meridionale, che erano quasi tutti Iberi e Liguri. Nella particolareggiata leggenda di Massalia (Marsiglia), si racconta  come i primi coloni Focei, Simos e Protis, provenienti da Efeso, incontrando il sovrano ligure Nannu, sarebbero stati invitati, in una lingua incomprensibile, a partecipare ad un banchetto al quale, a loro insaputa, la figlia di Nannu, Gyptis, avrebbe scelto il suo sposo tra gli astanti. Gyptis espresse la sua preferenza per il foceo Protis, generando la comunione tra i popoli. La terra su cui avrebbero edificato la loro città, infatti, sarebbe stata proprio Massalia. Questo episodio ci fa intendere che Massalia non può essere considerata una colonia esclusivamente greca, ma più probabilmente il luogo di un'intesa greco-ligure come accesso al Mediterraneo dei commerci continentali europei e viceversa (sale, metalli, ambra, vino, manufatti ecc.).
Figura maschile di
Ligure, fine del VI
sec.a.C., con
copricapo a forma
di testa di cigno.
Parigi, Museo
del Louvre
Da quando i Focei si stabilirono ad Alalia, in Corsica, per cinque anni costruirono templi e saccheggiarono i paesi circostanti, fino a quando Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.).
Carta dell'antico mar Tirreno
con la zona della battaglia
di Alalia del 535 a.C.
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Le flotte etrusca e cartaginese furono sconfitte nella prima battaglia navale di cui abbiamo notizia nella storia del Mediterraneo, anticipando di 60 anni le guerre Persiane. I Focei vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Rhegion (l'attuale Reggio Calabria) e da lì risalire la costa per fondare Elea. Tra i fondatori della colonia figurava anche il filosofo Senofane di Colofone. Elea vedrà poi la fioritura della scuola filosofica Eleatica, con Parmenide e Zenone.

Dal 550 a.C. - Intorno al 550 a.C. popolazioni di
Germani raggiunsero l'area del Reno, imponendosi sulle preesistenti popolazioni Celtiche e in parte mescolandosi a esse (è considerato misto il popolo di confine dei Belgi). Dal V al I secolo a.C., i Germani premettero costantemente verso sud, venendo a contatto (e spesso in conflitto) con i Celti e, in seguito, con i Romani. Lo spostamento verso sud fu probabilmente influenzato da un peggioramento delle condizioni climatiche in Scandinavia tra il 600 a.C. e il 300 a.C. circa. Il clima mite e secco della Scandinavia meridionale (una temperatura di due-tre gradi più elevata di quella attuale) peggiorò considerevolmente, il che non solo modificò drammaticamente la vegetazione, ma spinse le popolazioni a cambiare modi di vivere e ad abbandonare gli insediamenti. Intorno a tale periodo questa cultura scoprì come estrarre il "ferro di palude" (limonite) dal minerale nelle paludi di torba. Il possesso della tecnologia adatta ad ottenere minerale di ferro dalle fonti locali può aver favorito l'espansione in nuovi territori. Nell'area di contatto con i Celti, lungo il Reno, i due popoli entrarono in conflitto. Sebbene portatori di una civiltà più articolata, i Galli subirono l'insediamento di avamposti germanici nel loro territorio, che diedero origine a processi di sovrapposizione tra i due popoli: insediamenti appartenenti all'uno o all'altro ceppo si alternavano e penetravano, anche profondamente, nelle rispettive aree d'origine. Sul lungo periodo, a uscire vincitori dal confronto furono i Germani, che qualche secolo più tardi sarebbero dilagati a occidente del Reno. Identico processo si sarebbe verificato, a sud, lungo l'altro argine naturale alla loro espansione, il Danubio.

Senofane di Colofone.
Dal 540 a.C. - Fiorisce il pensiero di Senofane di Colofone (565 - 470 a.C.).  Le poche notizie sulla sua vita sono fornite da Diogene Laerzio: "Senofane di Colofone, figlio di Dexio o di Ortomeno... lasciata la patria, dimorò a Zancle (l’odierna Messina) di Sicilia e poi prese parte alla colonia diretta a Elea e qui insegnò; abitò anche a Catania. Secondo alcuni non fu discepolo di nessuno, secondo altri, dell’ateniese Betone o di Archelao. Sozione dice che fu contemporaneo di Anassimandro. Scrisse versi epici, elegie e giambi, censurando quanto sia Omero che Esiodo avevano detto sugli dei. Cantava egli stesso le sue composizioni. Si dice che abbia polemizzato contro Talete, Pitagora ed Epimenide. Visse fino a tardissima età... cantò anche "La fondazione di Colofone" e "La deduzione di colonia a Elea" in duemila versi. Fiorì nella 60ª olimpiade (540 - 537). Demetrio Falereo in "Sulla vecchiaia" e lo stoico Panezio in "Sulla tranquillità dell’animo" dicono che abbia sepolto i figli con le sue mani, come Anassagora. Pare che sia stato comprato e poi riscattato dai pitagorici Parmenisco e Orestade...". Diceva Senofane: "Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dei tutto quello che per gli uomini è oggetto di vergogna e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi...i mortali credono che gli dei siano nati e che abbiano abito, linguaggio e aspetto come loro...gli Etiopi credono che (gli dei) siano camusi e neri, i Traci, che abbiano occhi azzurri e capelli rossi ...ma se buoi, cavalli e leoni avessero le mani e sapessero disegnare...i cavalli disegnerebbero gli dei simili a cavalli e i buoi gli dei simili a buoi ...". In realtà, "uno, dio, tra gli dei e tra gli uomini il più grande, non simile agli uomini né per aspetto né per intelligenza...tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero sente...senza fatica tutto scuote con la forza del pensiero...sempre nell’identico luogo permane senza muoversi, né gli si addice recarsi qui o là.". Da tutto questo si ricava la concezione di un dio-universo e nient’altro si può dire della sua concezione della divinità e dell’essere, diversamente da tarde interpretazioni che vogliono fare di Senofane un precursore della scuola eleatica e il maestro di Parmenide. Egli è legato alla scuola ionica di Mileto, quella di Talete, Anassimandro e Anassimene, a cui egli aggiunge uno spirito, che si potrebbe definire laico, di critica alle concezioni religiose correnti. Non a caso sostiene che "il certo, nessuno lo ha mai colto né ci sarà nessuno che possa coglierlo, sia per quanto riguarda gli dei che per ogni cosa. Infatti, se pure ci si trovasse a dire qualcosa di vero, non lo si saprebbe per esperienza diretta; noi possiamo avere solo opinioni", aggiungendo che "non è che da principio gli dei abbiano rivelato tutto ai mortali, ma col tempo, cercando, gli uomini trovano il meglio". In queste ultime affermazioni si rileva uno spirito di concretezza razionalistica sui limiti della conoscenza umana ma anche la consapevolezza che non da interventi soprannaturali l’uomo può acquisire conoscenza o costruire la propria cultura. Oltre a schierarsi contro i valori propri del mito e della epopea omerica, affermò contrariamente ai valori in voga tra i contemporanei, la netta superiorità dei valori spirituali quali la virtù, l'intelligenza e la sapienza, sui valori puramente vitali, come la forza e il vigore fisico degli atleti. Da quelli la città ha ordinamenti migliori e felicità maggiore che non da questi."Perché vale di più la nostra saggezza che non la forza fisica degli uomini e dei cavalli[...] Difatti, che ci sia tra il popolo un abile pugilatore o un valente nel pentatlo o nella lotta [...], non per questo ne è avvantaggiato il buon ordine della città.

Pitagora.
Nel 530 a.C. - Pitagora inizia il suo insegnamento. Pitagora, secondo alcuni, verso i vent'anni di età ebbe dei contatti con Talete ed Anassimandro. La sua nascita viene collocata a Samo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. E’ considerato il primo matematico puro della storia. A differenza di altri matematici greci, dei quali sono noti sia i titoli delle opere che i contenuti, di Pitagora non ci è giunto alcuna opera scritta (e nemmeno eventuali titoli). Sembra addirittura che tutto il suo insegnamento abbia avuto un carattere completamente orale. La Scuola Pitagorica, comunità scientifico-religiosa che egli guidò, mantenne uno standard di segretezza elevato, tale da far considerare i suoi membri come componenti di una vera e propria setta, con connotazioni talmente elitarie da suscitare persecuzioni. Nella sua scuola si riscontra un evidente influsso di credenze e filosofie orientali. Oltre che di matematica, egli si occupò intensamente di magia, di astrologia-astronomia, di filosofia, di musica, di riti occulti e pare anche di medicina, tutte cose che danno credito all'affermazione di suoi viaggi in Oriente. Aristotele scrive: “... I Pitagorici ... pensavano che tutte le cose sono numeri ... e che l’universo è un regolo e un numero...”. Questo fascino per i numeri da parte di Pitagora si ritiene dovuto alle sue osservazioni su certi aspetti che legavano matematicamusica e astronomia. Egli aveva notato che le corde vibranti producevano tonalità armoniche se esisteva una certa legge tra lunghezza delle corde e nu­mero delle vibrazioni. In effetti le scoperte dei pitagorici sulla teoria musicale costituirono un notevole contributo allo sviluppo della teoria della musica. Il legame di queste osservazioni con l'astronomia era dato dal fatto che i pitagorici avevano sviluppato una teoria delle sfere armoniche, per la quale i pianeti emettevano dei suoni dipendenti dalla velocità con cui ruotavano intorno alla Terra. Naturalmente oggi il nome di Pitagora è ordinariamente associato al teorema che porta il suo nome e del quale non si dispone di notizie che lo rendano a lui sicuramente attribuibile. Molti scrittori moderni attribuiscono a lui (o per lo meno alla sua Scuola), la scoperta di altre importanti nozioni matematiche. Tra queste, notevole, è quella dei numeri irrazionali e si ritiene che questa scoperta sia dovuta non a lui ma a qualche suo discepolo, perché si tratta di una scoperta che contrastava con la vi­sione di Pitagora secondo cui “tutte le cose sono numero” (è noto che per “numero” i pitagorici intendevano il rapporto tra due interi, e quindi non potevano concepire che potesse esistere qualcosa che si sottraesse a que­sta regola). Si usa dire che i pitagorici si “imbatterono” nei numeri irrazionali ma rifiutarono di accettarli. Una leggenda dice che trovandosi alcuni pitagorici in viaggio su una nave, uno di loro, Ippaso da Metaponto, dimostrò ai compagni che, quale conseguenza del teorema scoperto, si aveva che il rapporto tra la diagonale di un quadrato e uno dei lati conduceva a un valore (radice quadrata di 2, un numero irrazionale) che non rientrava nella loro concezione di numero (cioè intero, senza virgola). La leggenda dice i pitagorici furono talmente sconvolti da questa affermazione da scaraventare in mare il malcapitato collega. I Pitagorici, come già i Babilonesi, ritenevano che alcuni numeri fossero sacri. Il più perfetto era il 10. Anche altri numeri possedevano un loro magico significato. Ad esempio, l'1 era considerato il numero della ragione ed il “generatore di tutti i numeri”. Il 2 era il numero “femminile” per eccellenza. Il 3, all’opposto, era il numero “maschile”. Il 4 il “portatore di giustizia”. Il 5 era il numero dello “sposalizio”, perché formato dalla unione del 2 con il 3. In astronomia è attribuita a Pitagora l’affermazione secondo cui la Terra ha forma sferica, e che anche l’orbita della Luna era inclinata rispetto all’equatore celeste. Nel 460 a.C. si ebbe un violento episodio di persecuzione contro i Pitagorici a Crotone. Molti loro luoghi di riunione vennero assaltati e dati alle fiamme. Si cita in particolare la “casa di Milo”, a Crotone, dove una cinquantina di Pitagorici furono assassinati. I sopravvissuti trovarono rifugio a Tebe e in altre città.

In rosso, l'ubicazione dell'isola
di Lemnos,  in Grecia.
- In questo periodo viene scolpita da stele a Lemnos, con scritta etrusco-arcaica, che secondo alcuni è pelasgico. Alcuni studiosi hanno attribuito ai Pelasgi caratteristiche culturali e linguistiche non-indoeuropee, e la scritta pelasgica meglio conservata proviene dalla stele di Lemnos, ed è affine all'etrusco. Partendo dal nome di una tribù, sia gli storici classici che gli attuali archeologi hanno preso l'abitudine di chiamare Pelasgi tutti gli abitanti delle terre intorno al Mar Egeo ed i loro discendenti prima dell'arrivo delle ondate di invasori che parlavano greco durante il II millennio a.C.
Stele di Lemnos, VI sec.a.C.
La raffigurazione di guerriero con iscrizioni sulla Stele di Lemnos è databile agli ultimi decenni del VI secolo a.C., e le scritte utilizzano una versione dell'alfabeto greco occidentale simile a quello delle iscrizioni etrusche.  La lingua, secondo le più recenti teorie, è etrusco arcaico con alcuni adattamenti locali. Non è però ancora chiaro se il rinvenimento nell’isola di Lemnos significa che ci sia stata una fase linguistica comune dell’area mediterranea (di cui Etruria e Lemnos sarebbero due testimonianze con la conseguente origine degli Etruschi dall’Asia Minore) o se nell’isola abbia vissuto un gruppo di Etruschi che l’hanno colonizzata. E questi ultimi potrebbero essere quei pirati del mare Tirreno che lo scrittore greco Tucidide ricorda essere stati presenti a Lemnos prima della sua conquista da parte di Atene. Nella stele è rappresentata la testa di un guerriero e riporta delle scritte, con incisioni piuttosto approssimative, che ne descrivono la vita e la probabile provenienza.
Iscrizioni lato A: holaies naphos siasi // marasm av śialchveis avis eviśtho seronaith sivai // aker tavarsio vanalaśial seronai morinail. Traduzione del lato A: “Di Colaie nipote legittimo // e magistrato eponimo, di 60 anni, nel distretto di Efestia visse // Aker Tavarsie (figlio) della Vanalasi nel territorio di Myrina.
Iscrizioni lato B: holaiesi fokasiale seronaith evistho toverona [ ] rom haralio sivai eptesio arai tis foke sivai avis sialchis maras avis aomai. Traduzione del lato B: “Sotto Colaie il Focese nel territorio di Efestia ambasciatore [..] visse, a sette anni giunse da Focea, visse anni 60, fu magistrato eponimo”.

Nel 527 a.C. - Ad Atene Pisistrato muore trasmettendo il potere al figlio Ippia accompagnato dal fratello Ipparco. Mentre Pisistrato aveva accentuato i caratteri democratici dell'ordinamento ateniese, anche se , in chiave populistica, i suoi figli Ippia e Ipparco si riveleranno più dispotici del padre.
Si inaugura così una dinastia tirannica che avrebbe segnato una nuova fase politica con il ruolo di incubatrice per i fermenti che portarono poi alla svolta democratica.

Carta con evidenziate Capua,
Cuma e Napoli.
Dal 525 a.C. - Le colonie greche e la dodecapoli etrusca in Campania (Nola, Nocera, Ercolano, Pompei, Sorrento, Marcina, Velcha, Velsu, Irnthi, Uri, Hyria e Capua) convivevano commerciando da tempo, ma già nel 525 - 524 a. C. si era giunti ad uno scontro terrestre tra la greca Cuma e l'etrusca Capua, in quella che divenne nota come prima battaglia di Cuma. L'esercito etrusco con gli alleati Umbri, Dauni e Messapi forte di 500.000 uomini (esagerazione degli storici, in questo caso di Dionigi di Alicarnasso) fu gravemente sconfitto dalla falange e dalla cavalleria greche. I rapporti divennero ancora più conflittuali in seguito, quando il commercio via terra tra l’Etruria e la Campania attraverso il Lazio fu interrotto dai Latini, dopo la caduta della monarchia della dinastia etrusca a Roma; per questo motivo la via marittima diventava sempre più strategica per gli Etruschi, che vedevano proprio nella greca Cuma, con il suo porto ben organizzato, una seria minaccia per la loro navigazione.

Il logo della Repubblica di Roma:
Senatus PopolusQue Romanus.
Nel 509 a.C. - A Roma viene cacciato l'Etrusco Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, e viene proclamata la Repubblica, che adotta come epigrafe S.P.Q.R., Senatus PopolusQue Romanus, Senato e Popolo Romano. I Romani adottano un proprio alfabeto, il Latino, derivato dall'alfabeto Greco occidentale. La struttura economica di Roma è basata prevalentemente sulla pastorizia (il termine stesso per il denaro, "pecunia", deriva da "pecora") e sull'agricoltura, tanto che l'esercito è formato esclusivamente da proprietari terrieri, ritenuti gli unici ad avere la motivazione per gestire la politica difensiva e/o espansionistica con le armi, i quali sono arruolati con una di leva obbligatoria: ogni membro dell'esercito deve inoltre provvedere a proprie spese al proprio equipaggiamento, generalmente composto da spada e lancia per i "pedites", i fanti, fra cui i più benestanti potranno permettersi anche le protezioni di scudo e armatura. La formazione di combattimento per quest'ultimi è la falange. I più ricchi sono gli "equites", i cavalieri, che possono mantenersi il cavallo, e dispongono di protezioni oltre alle armi offensive (elmi e corazze). Era consuetudine poi, assegnare appezzamenti dei territori conquistati ai militari congedati, nella misura proporzionale al loro grado.
Lucio Giunio Bruto.
Narra la leggenda che una violenza perpetrata a Lucrezia da parte di un figlio di Tarquinio il superbo, fu l'ultimo misfatto dei Tarquini, che determinò una sollevazione generale contro la monarchia. Il padre di Lucrezia, il marito Collatino ed il suo grande amico Lucio Giunio Bruto decisero di vendicarla, provocando e guidando una sommossa popolare che cacciò via i Tarquini da Roma e li costrinse a rifugiarsi in Etruria. Nacque così la res publica romana, i cui primi due consoli furono proprio Lucio Tarquinio Collatino Lucio Giunio Bruto artefici della sollevazione contro quello che poi divenne l'ultimo re di Roma. Roma nel periodo repubblicano (510 a.C. - 30 a.C.) diede vita ad una democrazia equilibrata. I cittadini ebbero la possibilità di esprimere la propria volontà mediante il voto sia per eleggere i propri governanti (potere esecutivo) sia per approvare le leggi dello Stato (potere legislativo), sia per giudicare dei reati (potere giudiziario). Esistevano tre differenti metodi elettorali: i comitia curiata tenevano conto della famiglia, i comitia tributa della residenza, i comitia centuriata del reddito e dell'età. Il Senato era costituito da coloro che avevano ricoperto cariche pubbliche e quindi era eletto indirettamente dal popolo quando eleggeva i governanti. I tribuni della plebe erano a protezione di tutti i cittadini a qualunque classe appartenessero, ed avevano il compito fondamentale di proteggere dagli abusi e dai soprusi delle autorità. Le cariche erano a tempo (in genere un anno, solo i senatori erano a vita) e ripartite tra più persone (2 consoli, 2 censori, 10 tribuni, 6 pretori, 8 questori, ecc.), in modo da evitare la concentrazione del potere.
Consoli della Repubblica di
Roma.
Non esistevano blocchi per l'accesso alle cariche. Anche homines novi potevano raggiungere i più alti gradi dell'amministrazione pubblica. Un sottile gioco di equilibrio impediva ad ogni autorità di agire indiscriminatamente. I censori potevano espellere i senatori anche se erano a vita, i tribuni potevano bloccare gli atti delle autorità, i senatori potevano preparare le leggi, ma non potevano approvarle, le assemblee popolari potevano approvare o respingere le leggi, ma non potevano proporle, ecc. Ogni magistrato poteva essere chiamato a rispondere in giudizio del proprio operato al termine della carica. Attraverso secoli di riforme Roma era riuscita a realizzare una repubblica veramente res publica, "cosa di tutti". Il cittadino romano era orgoglioso di essere civis romanus. Il cittadino romano era impegnato per molta parte del suo tempo nella attività politica. Circa la metà dei giorni dell'anno erano qualificati dal calendario romano come dies comitiales, giorni nei quali era possibile tenere comitia, ossia assemblee pubbliche. Il cittadino partecipava alle assemblee per: 1) eleggere direttamente i responsabili della pubblica amministrazione: dai presidenti del consiglio (almeno 2), ai ministri, ai prefetti, ai questori, ai giudici, ai procuratori, ecc., 2) approvare le leggi 3) giudicare alcuni casi di rilevante importanza. Potevano partecipare alle assemblee i cittadini maschi maggiorenni (di età superiore a 16 anni). Erano esclusi gli stranieri, anche se residenti, gli schiavi, le donne. Esistevano tre assemblee: 1) i comitia curiata, dove i cittadini partecipavano divisi in 30 curie, raggruppamenti di diverse gentes, a loro volta raggruppamenti di famiglie; 2) i comitia tributa, dove i cittadini partecipavano divisi in 35 tribù, raggruppamenti su base territoriale; 3) i comitia centuriata, dove i cittadini partecipavano divisi in 193 centuriae, raggruppamenti sulla base del censo e dell'età. All'interno dei raggruppamenti, una sorta di circoscrizioni elettorali, vigeva il principio una testa un voto. I raggruppamenti non erano omogenei numericamente. Ad esempio metà delle centuriae era di giovani (dai 17 ai 46 anni) e metà di anziani (superiori ai 46 anni). In tal modo si teneva conto della maggiore esperienza degli anziani. I risultati delle votazioni erano a maggioranza su base circoscrizionale (una circoscrizione un voto). Venne assicurata la segretezza del voto per evitare brogli elettorali. Il Senato fu costituito per gran parte del periodo repubblicano da 300 membri a vita. I senatori erano ex amministratori pubblici che venivano inseriti di diritto nelle liste senatoriali. Ma poiché gli amministratori erano eletti dal popolo, non poteva entrare in senato se non chi era stato eletto dal popolo. Il Senato non poteva legiferare, ma solo preparare le leggi che poi i comitia avrebbero approvato o respinto. Il popolo poteva anche approvare delle leggi nei comitia tributa senza l'intervento del Senato. Nella Roma repubblicana esisteva sostanzialmente una forma di democrazia diretta, senza l'intermediazione dei politici di professione tipica delle odierne democrazie.

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Nel 508/7 a.C. - Ad Atene Clistene avvia una rivoluzione democratica. Clistene (Atene, 565 a.C. - Atene, 492 a.C.) ha portato avanti l'opera di Solone e sarà, insieme a questi, uno dei padri della democrazia ateniese. Clistene era figlio di Megacle, l'alleato di Pisistrato (della famiglia degli Alcmeonidi) e di Agariste, figlia del tiranno Clistene di Sicione, ricoprì il titolo di arconte nel 525-524 a.C. e in seguito fu esiliato per ordine del tiranno Ippia, figlio di Pisistrato. Nel 510 a.C., Clistene, insieme ad Isagora, esponente della frangia più conservatrice dell'aristocrazia ateniese, fu responsabile dell'abbattimento della tirannide di Ippia. Non dopo molto tempo, nacquero dei contrasti tra Clistene ed Isagora e quest'ultimo, volendo sbarazzarsi dell'avversario, dietro il pretesto della maledizione degli Alcmeonidi (derivante dall'aver commesso sacrilegio al tempo del fallito colpo di Stato di Cilone), richiese ed ottenne l'aiuto spartano, per cui Clistene fu nuovamente costretto all'esilio. Il potere di Isagora tuttavia, non durò a lungo, difatti il tentativo di sciogliere la Boulé fallì sia per l'opposizione dei suoi stessi membri sia perché il popolo, non desiderando il ritorno ad un regime oligarchico, costrinse Isagora ed i suoi sostenitori a rinchiudersi nell'Acropoli e poi a lasciare Atene e successivamente richiamò Clistene. Una volta assunto saldamente il potere, Clistene in un primo momento si limitò a ripristinare integralmente la costituzione di Solone, poi però, ottenendo il supporto popolare necessario, attuò diverse riforme al fine di consolidare le ancor traballanti istituzioni ateniesi. In primo luogo, conscio che la rivalità tra le quattro tribù, basate sul censo familiare, era stata una delle cause maggiori del fallimento della costituzione di Solone e della instaurazione della tirannide, Clistene le abolì per sostituirle con dieci tribù, ognuna delle quali, a sua volta, era costituita da diversi demi, che a loro volta si suddividevano in gruppi di tre, comprendendo sia una regione costiera, sia una pianeggiante sia una collinare. Inoltre, per aumentare il senso di coesione territoriale e scardinare quello familiare, Clistene abolì i patronimici e li sostituì con il nome del demo di residenza o nascita. Il demo (in greco antico dêmos) era una suddivisione del territorio dell'Attica, la regione della città di Atene, entrata in vigore sotto l'acme ("apice, il punto più alto" in lingua greca) di Clistene. Dopo aver attuato la riforma delle tribù, Clistene sostituì il consiglio dei 400 di Solone con la Boulé, un consiglio di 500 membri, 50 per tribù, scelti non mediante elezione bensì per sorteggio in modo da garantire la massima partecipazione possibile e inoltre sancì che ogni membro del consiglio, all'assunzione della carica dovesse giurare "di consigliare, nell'osservanza delle leggi, ciò che è meglio per il popolo". La Bulé era uno degli organi principali della politica ateniese e aveva il compito di organizzare l'Ecclesia (l'assemblea del popolo che votava le leggi scritte dalla Boulé stessa) e di controllare il lavoro dei magistrati (i funzionari investiti delle funzioni di giudice) e dei nove arconti, i magistrati supremi. Sulla stessa base, riformò il sistema giudiziario, istituendo un sistema di giurie, composte da 201 fino a 5001 giurati, sorteggiati da un campione posto da ogni singola tribù e dispose che l'iniziativa legislativa spettasse alla Boulé e che poi l'assemblea di tutti i cittadini aventi diritto di voto si dovesse convocare quaranta volte l'anno per discutere, approvare, emendare o respingere le proposte della Boulé. Infine, Clistene, onde prevenire per sempre il fenomeno della tirannide, introdusse l'ostracismo (usato per la prima volta nel 487 a.C.) mediante il quale un voto qualificato di almeno 6.001 cittadini avrebbe potuto esiliare per dieci anni un cittadino che fosse ritenuto una minaccia per la democrazia (senza che però le sue proprietà fossero confiscate). Tale sistema, tuttavia, ben presto generò abusi, visto che ogni uomo politico poteva essere soggetto a tale misura, dal momento che non era necessario provare l'effettiva e concreta pericolosità per la democrazia del soggetto che avrebbe dovuto subire l'esilio. Clistene, infine, definì tali riforme isonomia, termine traducibile come "uguaglianza di fronte alla legge". Quanto a Clistene, alcuni storici riportano che fu il primo a subire l'ostracismo. Clistene fu lo zio di Agariste, moglie dell'ammiraglio Santippo e madre di Pericle. Non è nota la data della sua morte.

Dal 504 a.C. - La pacifica convivenza in Campania  degli Etruschi di Capua con i Greci di Cuma si era interrotta nel 525 - 524 a.C. nella prima battaglia di Cuma. Nel 505 - 504 a.C. i Latini si allearono con i Greci di Cuma e sconfissero gli Etruschi nella battaglia di Ariccia, anche se proprio a Cuma trovò rifugio l'etrusco Tarquinio il Superbo, cacciati da Roma.

I linguaggi nell'Italia del 500 a.C.:
Leponzio, Gallico, Retico, Venetico,
Ligure, Etrusco, Nord-Piceno,
Umbro, Sud-Piceno, Falisco,
Sabino, Latino, Osco, Messpico,
MagnoGreco, Elimo, Sicano,
Siculo (dal Ligure) e Sardo.
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Nel 503 a.C. Menenio Agrippa convince i plebei a tornare in città. Vissuto tra il VI e il V sec., Menenio Agrippa fu console romano; vinse i Sabini nel 494 a.C. Una tradizione dai contorni leggendari narra che, durante la ribellione del popolo contro i soprusi dei patrizi, Agrippa venne mandato sull’Aventino per convincere i plebei a tornare in città. Egli narrò loro un apologo sulla necessità che le membra (la plebe), cooperassero con lo stomaco (i patrizi), per evitare di arrecare danno a tutto il corpo: “Una volta, disse, le braccia, le gambe, la bocca e i denti decisero di non lavorare più per lo stomaco, che si nutriva e restava in ozio godendo il frutto delle loro fatiche. Lo stomaco, privo di alimenti, soffriva, ma contemporaneamente soffrivano anche tutte le altre membra mentre tutto l’organismo deperiva. Allora le membra compresero che anche lo stomaco lavorava, anzi era proprio lui a dare loro forza e vita restituendo, in forma di sangue, quel cibo che esse gli avevano procurato con fatica. Così nello Stato: i patrizi sono come lo stomaco, i plebei le membra. La rovina di una classe è la rovina di tutto lo Stato”. I plebei si lasciarono persuadere a ritornare in città, ma ottennero decisive leggi a loro favorevoli; tra cui quella di eleggere i loro rappresentanti detti “tribuni della plebe” per la difesa dei loro diritti.

Cartina della locazione di Capua,
da cui il territorio "Campania",
città etrusca del IX sec. a.C., detta
 più bella e ricca di Roma dagli
stessi romani. Indicate Cuma e le
altre città greche edificate
successivamente, le strade romane
realizzate nel III sec. a.C. In verde
 la valle del Sangro con Pompei.
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Va precisato che in quest'epoca storica, mentre il versante tirrenico è ricco, sia culturalmente, materialmente, sia di città, fra cui primeggiano Capua Roma, il versante appenninico e adriatico della penisola italica, intesa al sud dei fiumi Magra e Rubicone, è abitato da popolazioni che praticano la pastorizia. Queste popolazioni si definiscono "Safinim", e si sono distinte fra Sabelli, Sabini, Sanniti, e una moltitudine di nomi, ma sono popolazioni dello stesso ceppo, e perlopiù parlano dialetti in osco. La transumanza delle greggi, che praticano annualmente, impedisce loro un quotidiano urbano, per cui non edificano città, ma accentramenti a tema nelle campagne: i luoghi dei templi e dei teatri in cui agivano le istituzioni: quello del mercato, il foro della politica, quello dei tribunali e delle pubbliche assemblee.
Foro rurale ad Altilia, presso
l'antica Sepino, in Molise.
La lana, che vendono alle genti della Campania e del Lazio, insieme ai prodotti caseari, favorirà in quelle regioni una prospera attività manufatturiera di produzione di tessuti di lana nelle "folloniche", officine artigianali ricavate dalle abitazioni che possano attingere acqua, e tali produzioni saranno oggetto di consumo nazionale ed estero. Dopo la romanizzazione dell'area, saranno i Romani a costruire micro città, con mura, porte e fori lasticati.

Nel 500 a.C. - Si ha la massima espansione del commercio Fenicio.

Cartina della massima espansione del commercio fenicio nel  Mediterraneo
(500 a.C.) con le maggiori città mediterranee, le aree commerciali dei Fenici,
l'antica Grecia con le sue maggiori città. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta geografica tratta dalla rivista "Ecco i Fenici", supplemento a
"La Stampa" n.48 del 3 marzo 1988, p.64.  Sono evidenziate le principali vie
del commercio nell'antichità storica aventi come protagonisti i mercanti e gli
esploratori fenici quando avevano ormai conquistato Tartesso e i mercati
oltre le colonne d'Ercole, appannaggio dei proto-Liguri.
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- Dal V° secolo a.C. Tartesso, citata più volte nelle scritture ebraiche ('Tarshish', conosciuta anche come 'Tarsis' o 'Tarsisch') , non esisterà più: non ci è noto il motivo, se naturale o per assoggettamento da parte dei Cartaginesi. Nella Bibbia Tartesso è citata in ventuno paragrafi, undici volte nei libri dei Profeti e sei volte in altri libri. Sembra quindi che la parola Tartesso sia di origine semitica, e potrebbe significare "fine della terra". E' singolare il continuo rimando biblico alle cosiddette "navi di Tarsis", in cui si portavano enormi tesori e che riuscivano a fare viaggi lunghi e difficili. Ezechiele 27, 12 dice: "Tarschisch commerciava con te (Tiro), a causa della moltitudine di mercanzie di cui disponeva: argento, ferro, stagno e piombo." Tartesso, indicata come Tarsis (o Tarshish, o Tarsish) nei testi biblici:
- "I re di Tarsis e delle isole deve offrire i loro doni ..." - Bibbia, Libro Secondo dei Salmi, 72,10.
- "Tutti i calici di re Salomone erano d'oro (...) Non c'era argento, nessun caso ha fatto nulla di tutto questo nei giorni di Salomone, quando il re aveva in mare le navi di Tarsis con Hiram e ogni tre anni venivano le navi di Tarsis portando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni." E segue: "Hiram, re di Tiro (969-936 a.C.) di potenza fenicia, successore di Sidone. Questo re aveva stabilito accordi con il re Davide, durante la costruzione del Palazzo Reale e il Tempio di Gerusalemme, e poi con Salomone." - Bibbia, I Re, 10, 21-22.
- "Perché gli dèi delle nazioni sono vane: un albero del bosco, il lavoro delle mani del maestro con l'ascia lo interruppe con argento e oro impreziosisce, provenienti da Tarsis laminato argento, oro di Ofir e maestro lavorazione mani orafo, di blu e porpora e di scarlatto è il suo vestito, tutti sono il lavoro degli artigiani. Con il martello e chiodi che tengono in modo che non si muova. Sono come spaventapasseri nei campi, che non parlano. Bisogna portarli, perché non possono camminare. Non abbiate paura di loro, perché non fanno nulla di buono o cattivo." - Bibbia, in Geremia, (nato nel 645 a.C.) 10, 3.
Nave da guerra assira di produzione fenicia, VII secolo a.C.,
da Ninive, Palazzo Sud-Ovest, stanza VII, pannello 11
(Londra, British Museum), da: https://it.wikipedia.org/
- "(Descrizione di Tiro e di ricchezza). Tarsis commerciava con te in abbondanza tutti i tipi di prodotti: argento, ferro, stagno e piombo per la vostra merce (...) Le navi di Tarsis erano le tue carovane che portano merci. Così si diventa ricchi e ricchi nel cuore dei mari." - Bibbia, Ezechiele, (inizio sec. VI a.C.) 27, 12.
- "Giona si levò per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore, scese a Giaffa, dove trovò una nave che doveva andare a Tarsis. Ha pagato il prezzo della corsa e scese in essa per andare con loro in Tarsis dal Signore." - Bibbia, Giona, (IV sec. a.C.) 1, 3.
Dal Blog "Sanremo Mediterranea":
Per il post "Tartesso: l'Economia", clicca QUI
Per il post "Tartesso: prima i Liguri, poi Fenici e Greci", clicca QUI
Per il post "Ercole e altri miti a Tartesso", clicca QUI
Per il post "Il Lago Ligure nella mitica Tartesso", clicca QUI

Carta geografica del sud dell'Iberia (Spagna) nella fine del  I° secolo a.C.:
risulta che all'epoca romana (regno di Augusto) di Tartesso già non c'è
più traccia, ma il golfo che attualmente prende il nome dalla città di Cadiz
(Cadice, antica Gadira o Gades) si chiamava allora Tartessius Sinus
(golfo di Tartesso).

Carta delle popolazioni Celtiche in Europa.
Verso il 500 a.C. i Galli Cenomani, insediati stabilmente nell'attuale bassa Lombardia orientale e nel basso Veneto occidentale, ossia nel territorio compreso tra il fiume Adige e l'Adda, risalirono alla conquista delle valli alpine combattendo contro le popolazioni indigene. A loro si opposero fieramente gli Stoni. Ne deve essere seguita una convivenza inizialmente difficile, che portò lentamente a una popolazione abbastanza omogenea, tanto che i Romani li identificano con l’unica denominazione di Reti.

- Dal V al I secolo a.C., i Germani premettero costantemente verso sud, venendo a contatto (e spesso in conflitto) con i Celti e, in seguito, con i Romani. Lo spostamento verso sud fu probabilmente influenzato da un peggioramento delle condizioni climatiche in Scandinavia tra il 600 a.C. e il 300 a.C. circa. Il clima mite e secco della Scandinavia meridionale (una temperatura di due-tre gradi più elevata di quella attuale) peggiorò considerevolmente, il che non solo modificò drammaticamente la vegetazione, ma spinse le popolazioni a cambiare modi di vivere e ad abbandonare gli insediamenti. Intorno a tale periodo questa cultura scoprì come estrarre il "ferro di palude" (limonite) dal minerale nelle paludi di torba. Il possesso della tecnologia adatta ad ottenere minerale di ferro dalle fonti locali può aver favorito l'espansione in nuovi territori. Nell'area di contatto con i Celti, lungo il Reno, i due popoli entrarono in conflitto. Sebbene portatori di una civiltà più articolata, i Galli subirono l'insediamento di avamposti germanici nel loro territorio, che diedero origine a processi di sovrapposizione tra i due popoli: insediamenti appartenenti all'uno o all'altro ceppo si alternavano e penetravano, anche profondamente, nelle rispettive aree d'origine. Sul lungo periodo, a uscire vincitori dal confronto furono i Germani, che qualche secolo più tardi sarebbero dilagati a occidente del Reno. Identico processo si sarebbe verificato, a sud, lungo l'altro argine naturale alla loro espansione, il Danubio. Dal Blog "Sanremo Mediterranea": Per il post "Dal Ligure al Celtico, dagli antichi alfabeti dell'Italia Settentrionale al Runico", clicca QUI

- Nel V secolo a.C. i Veneti vennero a contatto, ad occidente con i Galli: ad ovest si stanziarono i Galli Cenomani (con cui si sarebbero alleati, insieme ai Romani), a sud i Boi (con cui invece furono sovente in guerra) e a nord-est i Carni. A ad est e a sud-est rimasero prevalentemente in contatto con le popolazioni illiriche. Anche all'interno del Veneto vi fu qualche stanziamento di Galli, anche se in minima entità, probabilmente non sempre di tipo pacifico.
Carta della Venetia, X Regio della Roma Imperiale.
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L'influsso culturale celtico diventò comunque via via importante, e la cultura veneta lentamente mutò e si adeguò ai tempi; sempre importante si mantenne il rapporto con le popolazioni balcaniche di oltre Adriatico come quelle illiriche, con cui i Veneti venivano facilmente confusi dagli storici greci e che furono considerati parenti stretti dei Veneti fino al primo Novecento. Successivamente divenne decisivo il contatto con la civiltà romana, anche per i reiterati rapporti di alleanza che legarono i Veneti ai Romani e per la tradizionale ipotesi di parentela tra Veneti e Latini. La cultura veneta venne assimilata in quella romana già in età tardo repubblicana, anche se alcune specificità venete rimasero, presumibilmente, nelle zone marginali anche in tarda età imperiale.
Cavallo degli antichi Veneti o Venetici.
Il cavallo, chiamato Ekvo dai Veneti antichi, animale-totem della protostoria dell'Europa, giocò nella loro cultura un ruolo di prim'ordine. Questi animali erano allevati per la loro valenza economica e come simbolo di predominio aristocratico e militare. I cavalli dei Veneti erano noti per la loro abilità nella corsa ed erano spesso riprodotti negli ex voto, nelle aree più sacre. Centinaia di bronzetti a forma di cavallo o di cavaliere su cavallo provengono dai luoghi di culto dei Veneti. Al cavallo erano riservati appositi spazi di sepoltura nelle necropoli. Il cavallo compare in vari manufatti come immagine simbolica o elemento decorativo

- In Grecia, le due città greche più importanti, Atene e Sparta, erano divise quasi su tutto: avevano diversi interessi, diversi rapporti fra le classi, diversa concezione della vita e della cultura. E anche, naturalmente, una diversa concezione della guerra.
Opliti Spartiati - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Per quanto fin dalla sua fondazione, nel 1.200 a.C., Sparta eccellesse per le proprie produzioni artistiche e, ad esempio, per i propri cori religiosi, probabilmente a causa della migrazione in Arcadia di molti esponenti della tribù di Beniamino (vedi eventi del 1.140 a.C.), nel 750 a.C. aveva rinunciato a produrre arte, poesia, artigianato in bronzo e ceramica, vanto del centro religioso che era stato e decise di occupare la Messenia (di un'estensione di 8.000 Kmq.) assoggettando la sua società e le sue grandi risorse agricole e di ferro; si dovette così concentrare a dominare una popolazione di 250.000 uomini con 10.000 guerrieri. Per organizzarsi a questo scopo, Sparta si era trasformata in una società militarista egualitaria: ogni cittadino-guerriero spartiato aveva la stessa quantità di terre degli altri, non disponeva di denaro e non poteva vestirsi in maniera diversa dalla moltitudine. Gli Spartani, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che essi trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco.
Costituzione di Sparta - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera. I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare. Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia, e rappresentava un modello di virtù.
Le armi di un oplita del 500
a.C.: elmo, corazza, lancia,
di cui si vede solo la punta,
spada. Clicca sull'immagine
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Diversa era la situazione ad Atene all'inizio del secolo. Lì  non si passava la vita sotto le armi, anzi, non c'era nessuno che facesse il soldato per professione: i cittadini venivano chiamati di volta in volta alle armi, in caso di necessità, sotto il comando di capi militari (gli strateghi) che venivano eletti di anno in anno. Nonostante che, dopo la riforma di Clistene, le cariche pubbliche venissero sorteggiate fra tutti gli aventi diritto, a quella di stratega veniva attribuita una componente di competenza tecnica, per cui era riservata, per comune consenso, alle persone riconosciute più esperte. Una cosa però accomunava le tecniche di guerra di Ateniesi e Spartani (e in realtà di quasi tutti i Greci) al momento dell'invasione persiana: per gli uni come per gli altri, il nerbo dei rispettivi eserciti era costituito dalla fanteria oplitica.
Costituzione di Atene. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Gli opliti (da Yoplon, lo scudo tondo del diametro di un metro, in legno ricurvo corazzato in bronzo od ottone) erano cittadini liberi, appartenenti per lo meno al ceto medio, i quali potevano permettersi di equipaggiarsi con la pesante armatura di bronzo adottata dalle armate greche fin dalla fine dell'VIII secolo a.C. L'equipaggiamento difensivo (chiamato panoplia) era composto da una corazza, sagomata in modo da avere la forma di un torso maschile, a protezione del busto; da un elmo, sempre di bronzo, che riparava anche il naso e le guance; da protezioni metalliche per la parte inferiore delle gambe; infine dal grande scudo argivo (Yoplon), da cui derivava appunto il termine 'oplita'. Le armi offensive erano una lancia e una spada di ferro. La fanteria oplitica combatteva in formazione serrata e pertanto si muoveva con lentezza, ma con efficacia, ed era in grado di resistere anche a una carica di cavalleria. L'armatura di bronzo bastava spesso a proteggere i soldati dalle frecce scagliate da lontano, o anche da una lancia scagliata senza sufficiente forza e precisione. Per sconfiggere gli opliti, dunque, era necessario affrontarli a distanza ravvicinata.
Modalità dell'ostracismo, praticato ad Atene.
L'introduzione di questo modo di combattere soppiantò i combattimenti individuali sui carri trainati da cavalli e i duelli tra aristocratici raccontati da Omero nelle gesta degli eroi Micenei. Poiché per costruire una falange occorreva un gran numero di uomini e grazie al fatto che l'oplita non aveva bisogno del cavallo, che doveva essere spesato dal cavaliere, quindi un'aristocratico, artigiani e mercanti entrarono a far parte dell'esercito ottenendo il diritto di cittadinanza: questo permise che il potere militare finisse nelle mani dei comuni cittadini. Pertanto l'introduzione della guerra oplitica fu uno dei fattori che contribuì a minare il primato dell'aristocrazia, che perse il predominio sulla forza militare. Alla lunga la nuova tecnica di combattimento finì con il creare tensioni anche all'interno della disciplinatissima società spartana. Comunque ad Atene e in molte altre città il potere politico era passato nelle mani dell'assemblea dei cittadini.
La falange greca, formazione serrata con cui
combattevano gli Opliti dell'antica Grecia.
Questa situazione creò ulteriori tensioni fra Sparta e Atene: entrambe, infatti, costituivano un modello per le opposizioni interne, rispettivamente appoggiate dall'esterno dall'una e dall'altra città. Fu su questo sistema politico fragile e attraversato da laceranti contrasti che si abbattè, nel 490 a.C., la temibile macchina da guerra dell'esercito persiano. Dario inviò in Grecia una potente flotta e un corpo di spedizione forte di ventimila uomini, del quale facevano parte molte truppe non iraniche (questo contingente era in effetti poca cosa per l'esercito del Gran Re, ma era pur sempre più del doppio dell'esercito ateniese). 

Ecateo di Mileto, (Mileto, 550 - 476 a.C.) è stato un geografo e storico greco antico. Visse attorno al 500 a.C. e fu tra i primi autori di scritti di storia e geografia in prosa del mondo greco. I logografi erano uomini che viaggiavano molto e descrivevano i paesi che visitavano nei loro vari aspetti: cultura, storia, geografia del luogo in cui vivevano, tradizioni, usi, costumi, religione. Grazie ai suoi numerosi viaggi lungo l'ecumene, la terra abitata conosciuta allora e formata dall'impero persiano, dalla Grecia, dall'Egitto, dal bacino del Mediterraneo, egli disegnò una carta geografica che perfezionava quella di Anassimandro e fu autore di una Periégesis, forse conosciuta da Erodoto. Essa rappresenta la fase intermedia tra poesia epica e storiografia. Figlio di Egesandro, aristocratico, si vantava, secondo quanto racconta Erodoto (Storie, II, 143), di avere avuto, nella propria genealogia, un dio per antenato della sedicesima generazione: i sacerdoti egiziani del dio Amon gli mostrarono nel tempio ben 345 statue di sacerdoti della stessa stirpe e il più antico di essi era ancora un uomo. Il senso dell'episodio sembra essere che egli cominciasse a considerare razionalmente i miti e a basarsi sui fatti per valutare le tradizioni. Sempre Erodoto (Storie, V, 36) racconta che al tempo della rivolta delle città ioniche contro i persiani (500 - 494 a.C.) Ecateo consigliò di costruire una flotta utilizzando il tesoro del tempio dei Branchidi per poter combattere con successo e fu poi tra gli ambasciatori che trattarono la pace col satrapo Artaferne; anche questo episodio mostrerebbe la sua spregiudicatezza e la sua noncuranza per ciò che allora era considerato sacro e inviolabile. Le Genealogie (Geneelogiai) sono una sua opera in 4 libri di natura storica, con un'esposizione di avvenimenti mitici ordinati cronologicamente per generazioni, in cui una generazione corrisponde a circa quarant'anni. Probabilmente Ecateo considerava il periodo dai deucalionidi, da Prometeo a Eracle. Restano una trentina di frammenti dai quali non si può ricavare carattere e distribuzione della materia trattata anche se sono considerate un tentativo di razionalizzare gli elementi mitici della storia primitiva della Grecia. Nel II libro erano narrati alcuni miti di Eracle e nel IV delle leggende milesie, del popolo degl'Itali e dei Morgeti. Restano frammenti anche del Giro della Terra (Periegesis), opera di natura geografica, pubblicata alla fine del VI secolo, in due libri riguardanti l'Europa e l'Asia, una descrizione di luoghi visitati, con indicazione delle distanze e osservazioni etnografiche: secondo Erodoto, disegnò una carta geografica che rappresentava la Terra come un disco rotondo circondato dall'Oceano, concezione del resto a lui anteriore.
Ecumene di Ecateo di Mileto.
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Esordisce nelle Genealogie con la perifrasi "os emoi dokei", "io scrivo cose che credo vere; invece molti racconti greci sono ridicoli". Questa fu una delle prime individualizzazioni dell'autore nella storia della letteratura, mentre in precedenza (basti pensare ai poemi omerici) lo scrittore non compare nell'opera, anzi essa è raccontata dalla musa per mezzo del poeta, non è frutto della fantasia o dell'abilità del poeta stesso. Considerando leggende molte tradizioni della sua terra, cerca di comprendere i miti, razionalizzandoli: così, per esempio, spiega la leggenda di Eracle che, nel capo Tenaro, scende nell'Ade per portare il cane infernale Cerbero a Euristeo, verificando che in quel luogo non c'è nessuna strada sotterranea e nessun ingresso all'Ade; dunque, secondo lui, Eracle ha semplicemente catturato in quel luogo un comune serpente chiamato, per la sua velenosità, cane dell'Ade. In questo modo il mito viene adattato ai tempi ma mantenuto, perché Ecateo non interpreta e mantiene reali Eracle e l'Ade, che sono i fondamenti della leggenda. È il limite di ogni razionalizzazione: in realtà le mitologie vanno spiegate storicizzandole, cioè comprendendo come e perché siano sorte, altrimenti vengono soltanto modificate, creandone altre, come infatti la storia insegna. Ma Ecateo non poteva “storicizzare”, proprio a causa dell'inesistenza, ai suoi tempi, di una storiografia e perciò di una metodologia storiografica e tuttavia, per il suo sforzo di mettere in discussione le narrazioni del passato, per la ricerca della verosimiglianza dei fatti e il rifiuto dell'autorità, merita il nome di padre della storiografia greca.

Dal 499 a.C. - Iniziano gli eventi che porteranno in Grecia le Guerre Persiane: Creso, re di Lidia, che aveva sottomesso le città greche della costa ionica nel 546 a.C. è rovesciato da Ciro il Grande, re di Persia, che si annette anche le città greche dell'Asia Minore.
Bronzetto raffigurante
un Guerriero Greco.

- Nello stesso anno si verifica la prima ribellione delle città greche contro il potere persiano, fomentata dalla città ionica di Mileto, a cui Atene si allea e gli fornisce navi. I Greci milesi incendiano Sardi, vicino capoluogo della Satrapia  Persiana: nell'incendio viene distrutto il tempio di Cibele. Anche Focea aderisce alla rivolta ionica contro Dario I di Persia e Dionisio di Focea comanda la flotta ionica nella battaglia di Lade (494 a.C.), in cui i Focesi poterono schierare solo tre navi su un totale di 350. I persiani vinsero la battaglia e poco dopo schiacciarono la rivolta. A Dario viene riferito che è stata Atene a fornire aiuto alle pòleis Greche ribelli.

Nel 494 a.C. - Il re di Persia Dario saccheggia Mileto e ristabilisce il controllo sulla Ionia, ma chiede ad un servitore di ricordargli, ogni giorno prima dei pasti, della pericolosità degli Ateniesi.

Nel 491 a.C. - A capo di una grande flotta, Dario si dirige su Atene, ma la flotta è distrutta da una tempesta.

Cartina geografica politica con i nomi delle regioni e province dell'antica
Grecia durante le Guerre Persiane con le spedizioni persiane di
Dati - Ertafeme e Serse, i percorsi e le battaglie (490- 480 a.C.)
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Nel 490 a.C. - Dati, generale del re persiano Dario, intraprende la seconda spedizione (prima guerra persiana) verso Atene. Sapendo che l'armata persiana si dirige su Atene, gli ateniesi chiedono aiuto a Sparta, che detiene la supremazia militare ellenica; Sparta risponde che sono in atto celebrazioni religiose e che al momento non manderanno aiuti. La grande armata persiana è sconfitta a terra dagli Ateniesi guidati da Milziade, che adotta un'astuta strategia di battaglia, a Maratona. Milziade non sa se la flotta Persiana ha raggiunto Atene, e invia un messaggiero, il più veloce e resistente che ha, Filippide, ad avvertire i concittadini della vittoria. Dopo i 42 chilometri di corsa, Filippide riuscirà solo a pronunciare "Nike", "vittoria" e morirà d'infarto. Da questo episodio nasce la maratona sportiva.

Dal 487 a.C. - Ad Atene si assiste al declino del potere dell'Areopago, grazie alla rivoluzione democratica già avviata nel 508/7 a.C. da Clistene, la cui costituzione aveva assegnato il potere a una Bulé composta da cinquecento membri, sorteggiati da una lista di candidati precedentemente eletti dalle tribù ateniesi.

Nel 481 a.C. - Il re persiano Serse I, figlio di Dario, attraversa l'Ellesponto (antico nome dello stretto dei Dardanelli) con un'armata composta da più di 200.000 uomini e fiancheggiata da centinaia di navi (seconda guerra persiana). Capendo che tutta la Grecia è a rischio, si costituisce una lega panellenica, a cui Sparta concederà Leònida, uno dei suoi due re e 300 opliti, il meglio della guardia reale.
Carta con le Termopili e altre battaglie
con i percorsi dei persiani.
Dopo aver sopraffatto al costo di numerosi reparti del suo esercito, compresi gl'immortali, la guardia del grande re persiano, i trecento spartiati del re Leònida e il migliaio di alleati Greci rimasti, al passo delle Termopili, l'armata persiana raggiunge Atene, che è stata abbandonata, la saccheggia e la incendia, templi compresi, vendicandosi finalmente di quello che i greci di Mileto fecero a Sardi. Ma all'isola di Salamina la flotta greca, comandata da Temistocle sconfigge la più imponente flotta persiana. Serse I fugge e i resti delle truppe e della flotta saranno poi vinti dall'alleanza Greca. Dopo la sconfitta di Serse I nel 480 a.C. nella Seconda guerra persiana, Atene accrebbe la propria potenza. Focea entrò nella Lega di Delo emanata dagli ateniesi, pagando ad Atene un tributo di due talenti.

Nel 479 a.C. - Le residue forze di terra persiane sono annientate a Platea.
Atene si erge così come la città-stato più influente di tutta l'Ellade, sotto la guida politica di Aristide e impone uno stato di sudditanza alle altre città.

Carta geografica ottenuta dal Periplo di Scilace, parte tratta da:
http://www.webalice.it/franco.zavatti/www/frau/scilace1-19-108-112.png.
- Scilàce di Cariànda fu un antico navigatore, geografo e cartografo greco che visse tra il VI e il V secolo a.C. I cartaginesi gli commissionarono alcune esplorazioni, chiedendogliene il resoconto. Il Periplo di Scilace è quindi una descrizione scritta delle coste del Mediterraneo e del Mar Nero, redatta tra il VI e il V secolo a.C. Fra le tante osservazioni, riporta la presenza dei Liguri, mescolati agli Iberi, tra i Pirenei e il fiume Rodano e dei "Liguri veri e propri" sulle coste tra il Rodano e il fiume Arno.  

- In Italia, nella Magna Grecia viene fondata un'altra scuola filosofica, la scuola Eleatica, che prese il suo nome da Elea, fondata dai Focei, Velia per i Romani, oggi nel comune di Ascea (Salerno), sulle coste del Cilento, patria dei suoi più importanti esponenti: Parmenide e Zenone. La sua fondazione è spesso attribuita al più anziano Senofane di Colofone ma, sebbene nella sua dottrina ci siano molti elementi che faranno parte integrante della speculazione della Scuola eleatica, è probabilmente più corretto guardare a Parmenide come suo fondatore. Il pensiero di Senofane era legato alla scuola ionica di Mileto, quella di Talete, Anassimandro e Anassimene. Parmenide di Elea visse all'incirca dal 515 al 460 (secondo altre testimonianze nacque invece intorno al 540 a.C.), e il suo spirito di libero pensiero si sviluppò in senso ontologico.
Parmenide di Elea.
Egli dice che l'uomo durante la vita si trova sostanzialmente di fronte due vie:
1) l'alétheia (letteralmente = non velata), il sentiero della Verità, basato sulla ragione, che ci porta a conoscere l'essere vero; 2) la doxa, basata sui sensi, ci fa conoscere l'essere apparente. La sua filosofia si sintetizza in una frase: "L'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere". Significa che l'essere esiste, il non essere non esiste e non può essere pensato né espresso. L'essere sembra avere delle connotazioni divine perché è: 1) ingenerato e imperituro perché se nascesse o morisse implicherebbe in qualche modo il non essere (in quanto nascendo verrebbe dal nulla e morendo tornerebbe al nulla); 2) eterno; 3) immutabile e immobile perché se si trasformasse o si muovesse diventerebbe qualcosa che prima non era (non essere); 4) unico e omogeneo; 5) finito (nell'antichità il finito è sinonimo di perfezione). Parmenide però poi aggiunse un' altra via: la doxa plausibile, che esclude il non essere facendo leva sul dualismo luce-notte. Questa via dice che gli opposti (luce-notte, maschio-femmina...) sono entrambi essere ma senza entrambi ci sarebbe il nulla. Escludendo il non essere la terza via esclude anche la morte infatti anche il cadavere non è tale perché percepisce silenzio, freddo... In seguito, o perché le sue speculazioni risultavano offensive per i contemporanei cittadini di Elea, o a causa della mancanza di una salda guida, la scuola degenerò concentrandosi su temi eristici e retorici, mentre i migliori frutti di questa corrente furono assorbiti dalla metafisica platonica. Dibattuto è il tema dell'influenza del pensiero di Parmenide su quello di Eraclito o viceversa. Secondo Diogene Laerzio fu il primo ad affermare che la Terra è sferica e occupa il centro dell'universo. Parmenide di Elea distinse due livelli di conoscenza: secondo verità e secondo opinione. Per lui il Sole e la via lattea erano esalazioni di fuoco. Anche la Luna era esalazione di fuoco, ed era illuminata dal Sole. La tradizione lo considera anche il primo ad aver riconosciuto che Espero e Lucifero erano lo stesso astro, il pianeta Venere. Senofane di Colofone fu il primo a muovere all'attacco della mitologia della Grecia arcaica, nella metà del VI secolo a.C., scagliandosi contro l'intero sistema antropomorfico sancito dai poemi di Omero ed Esiodo. Gli eleatici ricercavano un essere unico, eterno, immutabile di fronte al quale il nostro mondo è solo apparenza, e Senofane diceva che gli dei non sono antropomorfi, cioè non hanno caratteristiche e sembianze umane, ma secondo lui esisteva una sola divinità che si identifica con l'universo, un dio-tutto, eterno.

Filosofo greco da alcuni
identificato come Eraclito.
Roma, musei capitolini.
- Eraclito di Efeso (Efeso 535 a.C. - Efeso, 475 a.C.) è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori pensatori presocratici. Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare e della frammentarietà nella quale ci è giunta la sua opera. Eraclito aveva comunque fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio Aristotele, che si suppone ne abbia letto integralmente l'opera, lo definisce «l'oscuro»; persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell'«oscuro», sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo. Eraclito influenzò in vario modo i pensatori successivi: da Platone allo stoicismo, la cui fisica ripropone in gran parte la teoria eraclitea del logos. Della vita di Eraclito si hanno pochissime notizie, così come della sua opera filosofica sono sopravvissuti soltanto pochi frammenti. Il nome "Eraclito" (Herákleitos) ha lo stesso significato di quello di Eracle, cioè "gloria di Era". Nacque in una famiglia aristocratica; il padre, dal nome incerto era un discendente di Androclo, il fondatore di Efeso, e possedeva mezzo stadio di terra e una coppia di buoi.

Zenone di Elea.
Zenone di Elea (in greco: Ζήνων, Zenon; 489 a.C. - 431 a.C.) è stato un filosofo greco antico presocratico della Magna Grecia e un membro della Scuola eleatica fondata da Parmenide. Aristotele lo definisce inventore della dialettica. È conosciuto soprattutto per i suoi paradossi, che Bertrand Russell definì come «smisuratamente sottili e profondi». Vi sono poche notizie certe sulla vita di Zenone. Anche se composta quasi un secolo dopo la morte di Zenone, la principale fonte di informazioni biografiche sul filosofo è il dialogo “Parmenide” di Platone. Nel dialogo, Platone descrive una visita di Zenone e Parmenide ad Atene, nel periodo in cui Parmenide ha "circa 65 anni", Zenone "quasi 40" e Socrate è "un uomo molto giovane". Grazie a queste indicazioni, attribuendo a Socrate un'età di 20 anni e assumendo come data di nascita di quest'ultimo il 469 a.C., è possibile stimare la nascita di Zenone nel 490 a.C. Di Zenone Platone ci dice che era "alto e di bell'aspetto" e che "venne identificato in gioventù come l'amante di Parmenide". Altri dettagli, forse meno affidabili, sono contenuti nelle “Vite dei filosofi” di Diogene Laerzio, dove si riporta che Zenone era figlio di Teleutagora, ma figlio adottivo di Parmenide, e che inoltre era "abile a sostenere entrambi i lati di ogni discorso" e che venne arrestato e forse ucciso dal tiranno di Elea. Secondo Plutarco, Zenone tentò di uccidere il tiranno Demilo e, avendo fallito, per non rivelare l'identità dei suoi complici, "con i suoi stessi denti si strappò la lingua e la sputò in faccia al tiranno". Ciò che si è conservato delle concezioni di Zenone è stato tramandato da Platone nel Parmenide e da Aristotele, che nel suo scritto Fisica[8] ne analizza il pensiero, definendo l'eleate "scopritore della dialettica". Diogene Laerzio, nel suo Vite dei filosofi[9], racconta della valenza politica di Zenone, il quale avrebbe ordito una congiura contro il tiranno della sua città natale (tale Nearco, o Diomedonte). Zenone è conosciuto soprattutto per i suoi paradossi formulati in relazione alla tesi della impossibilità del moto. Oggi sono conosciuti con il nome di paradossi di Zenone. Tre di essi, in particolare, sono noti come "paradosso dello stadio", "paradosso di Achille e la tartaruga", "paradosso della freccia". In tutti il fine è quello di dimostrare che accettare la presenza del movimento nella realtà implica contraddizioni logiche ed è meglio quindi, da un punto di vista puramente razionale, rifiutare l'esperienza sensibile ed affermare che la realtà è immobile. Questi paradossi implicano anche il concetto di infinita divisibilità dello spazio ed è questa la ragione per cui hanno ricevuto una notevole attenzione da parte dei matematici. Infatti il filosofo sosteneva che per raggiungere un punto preciso, bisogna prima raggiungerne il punto medio. Per giungere ad esso si deve arrivare a sua volta al suo punto medio, e ancora al punto medio del punto medio ecc, fino a che non ci si ritrova nello stesso identico punto in cui siamo al momento della partenza, e quindi il movimento non esiste, ma è soltanto un concetto che noi percepiamo. A mettere in discussione le affermazioni di Zenone interviene Aristotele, dicendo che Zenone si sbagliava, poiché il movimento è un insieme di punti distinti soltanto in "potenza", e non in "atto". In atto il tempo e lo spazio sono un tutt'uno, di punti non distinti tra loro. Sulle orme di Parmenide, Zenone tenta di affermare - attraverso la dialettica e la logica - le teorie di immutabilità dell'Essere, riducendo all'assurdo il suo contrario. Le tesi confutate da Zenone appartengono ai pitagorici, convinti della molteplicità dell'Essere in quanto numero, e ad Anassagora e Leucippo, suoi contemporanei, il primo esponente della teoria dei semi (spermata in greco) chiamati da Aristotele "omeomerie" e il secondo dell'atomismo. Zenone fu discepolo prediletto di Parmenide

Un'antica trireme greca ricostruita. Navi lunghe e strette,
  veloci e molto manovrabili, il loro impiego fu decisivo nella
 battaglia di Salamina. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 478 a.C. - Viene creata in Grecia la Lega Delio-Attica che vanta vittorie contro Cartagine  e gli Etruschi. La qualità speculativa della ragione e la nuova consapevolezza di libertà individuale (ottenuta parallelamente alla creazione di un mercato di schiavi), ha elaborato nuove forme di governo del potere nella res-pubblica: la Democrazia. Il potere è condiviso dalle varie parti della società degli uomini liberi, con e senza possedimenti fondiari, la terra: unici esclusi sono gli schiavi, ritenuti più merci che persone. Il culmine dello splendore politico e culturale di Atene è raggiunto con Pericle. Accentuato il carattere democratico con leggi che consentivano ai cittadini delle classi meno abbienti di accedere a cariche pubbliche. Favorito il sorgere di regimi democratici anche in altre città.
Atene, Eretteo - Loggia delle cariatidi.
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Durante l'Età di Pericle si ha la costruzione del Partenone, dell'Eretteo, dei Propilei e di altri edifici pubblici. La letteratura si esprime con le tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide le commedie di Aristofane, la filosofia splende con Socrate e Platone. Con il governo di Pericle, l'artefice della democrazia ateniese, e sotto la supervisione dello scultore Fidia, la rocca di Atene si trasformò in un frenetico cantiere dove affluivano gli ingegni e gli artisti migliori del tempo. Si costruirono il Partenone, tempio così chiamato da Athena Parthénos, la dea protettrice della città; i Propilei, cioè l'ingresso monumentale all'area sacra; il Tempio di Atena Nike, di piccole dimensioni ma di squisita eleganza; l'Eretteo, un tempio costituito da diversi ambienti tra cui la celebre Loggia delle Cariatidi, dove le colonne sono sostituite da eleganti figure femminili.

Pericle.
- Pericle, in greco Περικλῆς, Periklēs, "circondato dalla gloria" (nato a Cholargos nel 495 a.C. circa, morto ad Atene nel 429 a.C.), è stato un politico, oratore e stratega ateniese durante il periodo d'oro della città, tra le Guerre Persiane e la Guerra del Peloponneso. Discendeva, da parte di madre, dalla potente e storicamente influente famiglia degli Alcmeonidi. Pericle ebbe una così profonda influenza sulla società ateniese che Tucidide, uno storico contemporaneo a lui, lo acclamò "Primo cittadino di  Atene". Durante i primi due anni delle Guerre del Peloponneso, Pericle fece della Lega Delio-Attica (una alleanza fra Atene e altre città, con Delo, isola sacra poiché ritenuta il luogo di nascita di Apollo, come riferimento per l'alleanza), un impero comandato da Atene. Promosse le arti e la letteratura; questa fu la principale ragione per la quale Atene detiene la reputazione di centro culturale dell'Antica Grecia. Cominciò un progetto ambizioso che portò alla costruzione di molte opere sull'Acropoli (incluso il Partenone, il "tempio della vergine", dedicato ad Atena con un imponente statua d'oro e avorio, alta venticinque metri, costruita da Fidia). Sotto il governo di Pericle, Atene raggiunse il massimo sviluppo democratico, con l'istituzione dell'assemblea cittadina come capo della Lega Delio-Attica. Per avere informazioni sulla vita di Pericle, visualizza il post "Paolo Rossi: Pericle e la Democrazia" cliccando QUI. Ecco il suo Discorso agli Ateniesi riportato da Tucidide in "La guerra del Peloponneso" II, 37-41: "Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto, e di ciò che è buonsenso. Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versatilità, la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!"

Anassagora.
- Anassagora di Clazomene visse all'incirca dal 500 al 430 a.C. E' probabile che abbia trascorso la sua giovinezza nella natia Ionia (Clazomene era una città nelle vicinanze di Smirne). Le fonti più importanti su Anassagora sono Aristotele, Platone, Teofrasto, Aetius, Plutarco, Ippolito. Si dice che, di famiglia facoltosa, abbia trascurato le ricchezze per dedicarsi allo studio. Si dice anche che sia stato lui il primo filosofo ad introdurre in Atene la filosofia (fino ad allora confinata alla Ionia) quando, poco più che ventenne, vi si trasferì. E' largamente accettato che ad Atene egli divenne amico di Pericle, più giovane di lui di cinque anni. Ma, come è noto, l'amicizia con Pericle gli costò cara: i nemici politici di Pericle per colpirlo si rifecero su Anassagora facendolo imprigionare e costringendolo all'esilio. Sembra addirittura che il provvidenziale intervento di Pericle abbia salvato Anassagora da sanzioni più gravi. Le accuse ad Anassagora consistevano, come è noto, nell'aver egli affermato che il Sole non era altro che "una pietra infuocata" (evidentemente, nell'Atene del 450 a.C. l'attitudine mentale tradizionale era ancora fortemente legata a valori sacrali e lo svilirli a una interpretazione naturalistica non poteva ancora essere accettato). Comunque, Anassagora si rifugiò a Lampsaco (sulla costa orientale dell'Ellesponto), dove si dice abbia fondato una Scuola filosofica. Nella dottrina filosofica di Anassagora si aveva una accentuazione del nous inteso come "mente", oppure "ragione", cioè disanima dei fenomeni secondo principi di razionalità. Secondo Aetius (che cita Teofrasto), Anassagora sosteneva che la Luna brilla di luce non propria ma riflessa dal Sole, così come la pensava Parmenide. Ippolito e altri ci informano delle corrette interpretazioni date da Anassagora, per primo, delle modalità del compiersi delle eclissi di Sole e di Luna. Sulle modalità di svolgimento delle eclissi di Luna, comunque, Anassagora introduce una credenza erronea, ammettendo la possibilità che ad oscurare la Luna siano anche altri corpi interposti. C'è un notevole grado di incertezza su quanto fossero estese le sue cognizioni matematiche. Vitruvio ci dà una intrigante informazione su Anassagora. Ci dice che, mentre si trovava in prigione, scrisse un trattato nel quale si davano istruzioni su come dipingere gli scenari per le commedie che venivano rappresentate ad Atene: come dovevano essere dipinti i pezzi che dovevano apparire sullo sfondo, e come quelli che dovevano apparire in primo piano. Si potrebbe arguire da ciò che Anassagora produsse una specie di trattato sulla prospettiva ma manca completamente qualunque altra notizia che confermi queste affermazioni di Vitruvio. E' noto anche la battuta con la quale si dice abbia risposto a che gli chiedeva quale riteneva fosse lo scopo della sua vita: "Investigare il Sole, la Luna e le stelle".

Empedocle.
- Empedocle di Agrigento visse all'incirca dal 480 al 420 a.C. Aristotele dice che morì ad Atene all'età di 60 anni, mentre secondo un'altra tradizione sarebbe precipitato nel cratere dell'Etna. Delle due opere certamente attribuitegli ci restano ampi frammenti: 100 versi del poema "Purificazioni" e 400 versi di "Sulla natura". Ispirandosi al pensiero di Eraclito, di Pitagora e di Parmenide, formulò la dottrina dei quattro elementi, da lui detti in realtà radici, più tardi riconosciuti come i quattro elementi naturali (aria, fuoco, terra e acqua). Accettò l'idea di Parmenide secondo cui la Luna rifletteva la luce solare e dette una spiegazione corretta del meccanismo delle eclissi solari. Aristotele sosteneva che Anassagora era prima di Empedocle per età ma dopo di lui per opere. Teofrasto sostiene che Aristotele riteneva Anassagora inferiore ad Empedocle nel pensiero. Aristotele riporta anche che Empedocle ebbe l'intuizione fisica importantissima secondo cui la velocità della luce era finita, per cui impiegava un certo tempo a percorrere una distanza.

Nel 474 a.C. - La flotta riunita delle città-stato costiere dell'Etruria meridionale, Cere e
Questo elmo appartenne a un
guerriero etrusco e fu preso a
simbolo della vittoria dei
siracusani contro la flotta
etrusca a Cuma nel 474 a.C.
Fu ritrovato durante gli scavi
di Olimpia, dove era stato
probabilmente offerto dallo
stesso Ierone, tiranno di
Siracusa, che si fregiava della
decisiva vittoria che aveva
segnato il definitivo declino
della potenza marittima degli
Etruschi nel mare Tirreno.
Londra, British Museum.
Tarquinia, naviga verso sud-est lungo la costa laziale con l'obiettivo di attaccare e conquistare la colonia greca di Cuma. Dopo la prima battaglia di Cuma del 525 a.C., i rapporti fra Etruschi e Greci erano diventati ancora più conflittuali dopo la battaglia di Aricia del 505 - 504 a.C., quando la sconfitta degli Etruschi da parte di un'alleanza Greco-Latina aveva determinato la fine del commercio via terra tra l’Etruria e la Campania attraverso il Lazio, interrotto inizialmente dai Latini dopo la caduta della monarchia e della dinastia etrusca a Roma. Per questo motivo la via marittima diventava sempre più strategica per gli Etruschi che vedevano proprio nella città di Cuma, con il suo porto ben organizzato, una seria minaccia per la loro navigazione. L’attacco etrusco alla città greca prevedeva un assalto combinato da terra e dal mare. Ma i Cumani vennero a conoscenza in anticipo della strategia etrusca e chiesero aiuto a Ierone I (o Gerone), tiranno di Siracusa, che non esitò a inviare in soccorso la sua intera flotta. Proprio quando gli Etruschi stavano iniziando l’operazione di accerchiamento da terra e dal mare spuntò, inattesa, la flotta da guerra di Siracusa, composta da moderne triere, che gettò nello scompiglio le navi etrusche che furono costrette a invertire la rotta e a dirigersi contro il nemico. Lo scontro probabilmente avvenne in mare aperto presso il vicino capo Miseno dove, ai piedi della scogliera alta 160 metri a picco sul mare, si accese una sanguinosa battaglia con un corpo a corpo tra navi che penalizzava fortemente i legni etruschi, più agili ma meno potenti e veloci delle triere greche. I Siracusani affondarono e catturarono numerose navi, costringendo alla fuga le poche superstiti. L’esercito di terra, intimorito e scoraggiato, tolse l’assedio a Cuma e tornò in patria. Ierone lasciò un presidio sull'isola di Pitecusa (Ischia). Con la seconda battaglia di Cuma e la disfatta degli Etruschi, fu ristabilito il controllo greco della costa. Verso il 470, sempre ad opera dei Cumani, fu fondata, ad oriente del primitivo insediamento di Partenope, la "città nuova", Neapolis, che vide un rapido sviluppo favorito dal declino del potere siracusano e da uno stretto legame con Atene. Partenope assumerà nel tempo il nome di Palaepolis, "città vecchia". Nel 421 a. C. le popolazioni italiche dell'entroterra conquisteranno sia Capua che Cuma, lasciando invece indenne Neapolis, che comunque risentirà fortemente della loro influenza.

Nel 462/461 a.C. - Ad Atene, Efialte e Pericle limitano definitivamente i poteri dell'Areopago, che passa a occuparsi solamente dei reati relativi al sacrilegio e all'omicidio volontario. L'organismo riacquistò importanza col declino della democrazia e il sorgere della civiltà ellenistica.

Carta geografica degli insediamenti europei dei Celti dopo
Golasecca: Hallstatt, La Tène, e successive espansioni.
Dal 450 a.C. - Si sviluppa in Europa centro-occidentale la cultura celtica di La Tène, preceduta dalla cultura di Hallstatt.
Cartina dell'Europa intorno
al 500 a.C.: le città e le vie
dell'Ambra, in nero e rosso, i siti
di rinvenimento di Ambra in rosso.
Clicca l'immagine per ingrandirla.
OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni 
OGHA, simbolo-lettera, è l'iniziale
di un'albero-pianta, con i nomi
 in gaelico: inoltre qui indichiamo la
corrispondenza con il calendario
 arboricolo proposto da Robert
Graves. Clicca l'immagine 
per ingrandirla.
La fine della cultura di Hallstatt, dovuta probabilmente a conflitti interni, con nuovi ceti che aspirano al potere e soppiantano la vecchia aristocrazia hallstattiana, segna l'inizio della  cultura di La Tène (450 - 50 a.C.), sviluppatasi sul lago di Neuchatel (nell'attuale Svizzera occidentale) e caratterizzata, oltre che da una spettacolare attività artigianale e artistica, soprattutto dalla nascita di una forte rete di commercio di massa (armi e accessori in ferro, suppellettili in oro, argento e ambra) e dalla conseguente nascita di una protoborghesia. Dalla zona tra  basso Rodano e alto Danubio, a  partire già dal 700 circa a.C., principalmente per ragioni demografiche di sovrappopolamento, l'espansione di questi Celti interessò le isole britanniche (già raggiunte da una prima ondata precedente) e la penisola iberica (i Celtiberi) e, successivamente, l'Italia settentrionale e i territori dei Balcani, in cui vennero a contatto con l'impero di Alessandro Magno e svolsero attività di mercenari, mentre una parte ritornò verso l'Asia Minore (i Galati).

- Dal 443 a.C. e fino al 350 d.C. nell'antica Roma è istituita la magistratura del Censore. L'esercito dell'antica Roma era composto da proprietari di beni, che avessero interessi materiali nell'autonomia dello Stato: terreni coltivati o/e capi di bestiame. Il loro "censo", la quantità dei beni posseduti, ne determinava il ruolo all'interno dell'esercito stesso, per cui era necessario tenere aggiornati i registri dei "censimenti" per stabilire una sincronizzazione fra la composizione dell'esercito e il censo dei cittadini che ne facevano parte. Inoltre con la nota censoria si punivano infrazioni nell'ambito della disciplina militare, gli abusi dei magistrati nei loro ruoli, gli eccessi nel lusso, ecc. La nota censoria causava una riprovazione morale che comportava ignominia.

L'Ecumene di Erodoto di Alicarnasso
che svolse la sua attività intorno
agli anni 440 - 425 a.C. I viaggi
che portò a termine gli consentirono
di allargare enormemente le
conoscenze geografiche dei suoi
contemporanei. Da https://digi
Dal 440 a.C. - Nell'ecumene di Erodoto di Alicarnasso, redatto tra il 440 - 425 a.C., troviamo i Liguri dalla foce dello Jùcar, in Iberia, fino alla pianura padana.


Democrito
- In quegli anni, in Grecia, visse Democrito. La vita di Democrito di Abdera è collocabile tra gli anni 470 e 400 a.C. Discepolo di Leucippo, è considerato il più autorevole rappresentante della scuola atomistica. Ricollegandosi alla ricerca dell'arché, vide il principio originario del mondo in particelle di materia più o meno piccole, non ulteriormente divisibili: gli atomi. Secondo Democrito, tutto ciò che esiste nel mondo è prodotto dalle varie combinazioni degli atomi. Essi sono le uniche realtà durevoli e l'esistenza del vuoto è condizione indispensabile al loro movimento. Democrito è anche considerato il primo pensatore ad aver introdotto il concetto di infinità del cosmo. Le idee filosofiche di Democrito (e Leucippo) furono riprese e sviluppate da Epicuro. L'atomismo conobbe poi una certa popolarità tra la fine del secolo XVI e la fine del XVII (anche se non contribuì direttamente alla nascita dell'atomismo moderno). Le migliori fonti su Democrito sono Epicuro, che fu uno strenuo sostenitore dell'atomismo e Aristotele, che lo osteggiò altrettanto strenuamente. Si sa che Democrito fu istruito da precettori Caldei che gli insegnarono, tra l'altro, l'astronomia. Si dice anche che abbia completato la sua istruzione recandosi in Egitto e in Persia. A Democrito si attribuiscono molte opere, andate tutte perdute. Tra esse una "Grande cosmologia" e una "Piccola cosmologia". Diogene Laerzio da una lista delle opere scritte da Democrito, tra esse cita "Sui numeri", "Sulla geometria", "Sulle tangenti", "Sulle mappe", "Sugli irrazionali". Concepì la Via Lattea come una banda di luce costituita di stelle molto piccole e fittamente raggruppate. Elaborò anche un calendario astronomico che presenta un grande interesse perché vi sono descritti eventi astronomico-astrologici collegati a fenomenologie terrestri, oppure viene data una corretta interpretazione nell'associare l'inondazione del Nilo alla stagione delle piogge che si manifestano a monte. E' stato recentemente accertato che Archimede afferma nel "Metodo" che Democrito affermò  importanti teoremi su figure geometriche solide con un anticipo di circa cinquant'anni su Eudosso. Ecco infine un esempio di speculazione geometrica di Democrito che ci viene da Plutarco: "Se un cono venisse tagliato con un piano parallelo alla base, cosa dovremmo pensare confrontando la grandezza delle due superfici circolari? Se pensiamo che sono disuguali dovremmo anche ammettere che la superficie del cono abbia delle indentature. Se pensiamo che sono uguali dovremmo anche ammettere che il cono gode delle proprietà di un cilindro".

Rappresentazione
di Filosofo greco.
Gli anni dal 470 al 400 a.C. furono quelli tra i quali si estese la vita di Metone di Atene e quelli dal 460 al 390 a.C. quelli della vita del suo discepolo e collaboratore Eutemone. Questi due astronomi vengono spesso citati assieme. Due sono i contributi fondamentali che vengono loro attribuiti e che li fanno considerare tra gli iniziatori dell'astronomia scientifica greca: l'osservazione del solstizio estivo del 432 a.C. e l'introduzione del ciclo lunisolare di 19 anni. Il primo contributo fa parte del primo tentativo (di cui si abbia notizia) di stabilire la durata dell'anno conteggiando il numero di giorni che intercorrevano tra solstizi ed equinozi. Tolomeo dice nell'Almagesto che il solstizio estivo osservato fu durante l'arcontato di Apseudes, il mattino del 21esimo giorno del mese egizio di Phamenoth (27 giugno del 432 a.C.). Questa osservazione è molto importante perché venne usata da generazioni di astronomi successive. Per quanto riguarda la durata delle stagioni, ci si rifà ad un papiro del II secolo d.C. che viene denominato Ars Eudoxii, considerato una specie di brogliaccio di esercitazioni sull'opera di Eudosso e che attribuisce ai due la misura della durata delle stagioni in giorni, a cominciare dall'estate, con i valori 90, 90, 92 e 93. La maggior parte dei commentatori tende a prestare poca fede sui dati di questo papiro posteriore a Metone di più di 600 anni. Si tende a ritenere che la prima effettiva misura di durata delle stagioni sia quella eseguita da Callippo un secolo dopo Metone. L'indagine astronomica sulla durata dell'anno e delle singole stagioni doveva comunque già essere stata affrontata ai tempi di Metone ed Eutemone, perchè misurando le durate delle stagioni si poteva verificare l'assioma della uniformità del moto solare. A questo proposito va ricordato che nell'astronomia greca si ebbe fin dagli inizi, il sospetto latente, che perdurò fino ai tempi di Ipparco, circa una durata variabile dell'anno tropico. Diodoro Siculo dice che il ciclo lunisolare di 19 anni venne introdotto da Metone pure nel 432. Abbiamo visto che era stato introdotto (ed adottato) in Babilonia una cinquantina di anni prima. Non si è in grado di stabilire se Metone lo apprese dai Babilonesi o se fu il frutto di suoi studi. L'eguaglianza tra il numero di giorni di 235 mesi lunari e il numero di giorni di 19 anni non deve essere stata di molto difficile determinazione, per cui ad essa potrebbe essere pervenuto Metone indipendentemente. Le città greche non lo adottarono con uniformità. Si limitarono a tenerne conto per tenere sotto controllo le intercalazioni dei mesi. Ma inizialmente la scoperta di questo ciclo fu molto celebrata ad Atene. Si dice che il numero che ogni anno aveva nel ciclo venisse esposto nel Partenone su un'iscrizione d'oro, dando con ciò origine alla denominazione di numero d'oro. Ancora oggi del ciclo di Metone viene tenuto conto dalla Chiesa nel calcolo della data della Pasqua, in funzione di alcune costanti, tra le quali anche il numero d’oro. Per una convenzione stabilita da Dionigi il Piccolo, l’anno 1 a.C. corrisponde all’anno 1 del ciclo di Metone. Dionigi, monaco di origine orientale vissuto a Roma a cavallo tra il V e il VI secolo della nostra era, è ricordato, tra l’altro, per aver riformato il sistema di datazione a partire dalla nascita di Gesù Cristo, data che venne da lui fissata al 25 dicembre dell’anno 758 dalla fondazione di Roma, introducendo con ciò un errore di calcolo di circa 5 anni. Il numero d’oro di un anno qualunque (che è il numero d’ordine dell’anno all’interno del ciclo) è dato dal resto della divisione di (anno + 1) per 19. Per esempio, per l’anno 2000 abbiamo: (2000 + 1) / 19 = 105 con resto 6: siamo cioè nel 105º ciclo di Metone, e il numero d’oro per l’anno 2000 è il 6.

Ricostruzione di come si doveva presentare il Partenone di
Atena, in stile Ionico, progettato da Fidia, nell'antica Atene.
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- Per i Greci il tempio doveva esprimere un'idea di bellezza e armonia tra le parti, per questo alla sua costruzione partecipavano i più abili architetti del tempo. Presso il cantiere, le maestranze prima sbozzavano i blocchi facendo assumere loro la forma desiderata, poi servendosi di funi e carrucole, li collocavano nel punto stabilito dall'architetto. L'esterno del tempio veniva successivamente decorato da rilievi e da sculture, a volte dipinte con colori vivaci; i rilievi ornavano sia il frontone sia il fregio. Il tempio più ammirato dell'acropoli di Atene fu sicuramente il Partenone. Ciò che rendeva questo edificio il caposaldo dell'arte greca era soprattutto la ricchezza delle sue decorazioni, superiori a qualsiasi edificio mai costruito. L'artista chiamato a dirigere questo immenso cantiere fu lo scultore Fidia, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Il tempio rappresentava per i Greci la costruzione più perfetta e armoniosa.
Ordine Dorico. Clicca
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Per raggiungere questa perfezione gli architetti si servivano di regole geometriche e matematiche con cui legare ogni dettaglio dell'edificio.
Questi diversi modi di concepire la costruzione di un tempio sono stati chiamati «ordini». Gli ordini utilizzati dai Greci sono tre:

- Dorico (dal nome del popolo dei Dori)
Si caratterizza per l'essenzialità e la solennità delle sue forme. La colonna dorica non ha una base, poggia direttamente sullo stilòbate (il pavimento del tempio), si restringe verso l'alto ed è solcata da scanalature tagliate a spigolo vivo. Il capitello ha una forma semplice che serve a sostenere i blocchi di pietra rettangolare che formano l'architrave. La decorazione del fregio è costituita da lastre scolpite dette mètope alternate da pannelli solcate da tre scanalature detti triglìfi.

Ordine Ionico. Clicca
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- Ionico (dal nome del popolo degli Ioni)
Si caratterizza per una maggiore eleganza e leggerezza rispetto a quello dorico. La colonna non poggia direttamente sullo stilòbate, ma ha una propria base (o plinto) costituita da rientranze e sporgenze. Le scalanature sono più numerose e meno profonde. Il capitello è decorato da òvoli (così chiamati per la forma che ricorda delle mezze uova) e da due eleganti volute che si piegano lateralmente.

Ordine Corinzio. Clicca
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- Corinzio (dal nome della città di Corinto)
L'ordine corinzio fu impiegato soprattutto per l'interno dei templi. Il fusto della colonna corinzia (simile a quella ionica) è sollevato da una pedana di marmo posta sotto la base. Il capitello è la parte che caratterizza maggiormente l'ordine corinzio; le sue forme ricordano un cesto di vimini da cui fuoriescono delle foglie stilizzate di acànto.

"Hermes con Dioniso" di Prassitele:
Nella cultura greca l'eroe era
rappresentato nudo.
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- Nelle sculture dell'età arcaica e classica, gli artisti della Grecia antica cercarono di produrre delle opere ideali, in grado di non sfigurare al cospetto delle divinità. Questo risultato fu raggiunto, specialmente nella scultura a tutto tondo, attraverso un lungo e ininterrotto processo di perfezionamento formale. Le prime testimonianze appartengono all'età arcaica, tra il VII e il VI secolo a.C.: si tratta di giovani nudi o di fanciulle vestite caratterizzati dalla fissità dell'espressione. Durante l'età classica (V-IV secolo a.C.), uno studio più attento del movimento e dell'anatomia umana permise agli scultori di raggiungere traguardi di sorprendente bellezza e armonia. I Greci idealizzavano la bellezza fisica, a cui doveva sempre rispondere la bellezza interiore: l'una doveva essere lo specchio dell'altra. Le opere di Policleto, di Mirone e di Prassitele testimoniano lo straordinario livello raggiunto nella ricerca delle proporzioni. Bisogna tuttavia ricordare che nessuna di queste statue è da intendersi come il ritratto di persone realmente esistite: sono piuttosto la rappresentazione delle qualità fisiche e morali del genere umano e, proprio perché distaccate dalla realtà terrena, si collocano in una sfera di ideale perfezione.

Tegola di Capua, museo di
Berlino.
Nel 438 Capua, che esisteva già da secoli, subì nel corso del V secolo a.C. circa, una profonda ristrutturazione che le diede un nuovo assetto urbano sotto l'impulso della presenza dominante etrusca. La Tegola di Capua, di questo periodo, merita una trattazione a parte. In questa lastra di terracotta trovata a S. Maria Capua Vetere e conservata al Museo di Berlino, vi è inciso il testo più lungo in lingua etrusca dopo quello della Mummia di Zagabria. Suddiviso in dieci sezioni da una linea orizzontale, risulta costituito da 62 righe, alcune in parte perdute, e da circa 390 parole, non tutte conservate per intero. La scrittura è quella in uso in Campania intorno alla metà del V secolo a.C., si tratta di un "calendario rituale" dove vengono prescritte cerimonie da compiere in certe date e in certi luoghi a favore di alcune divinità. Le popolazioni di lingua osca delle zone interne della Campania, spinte dalle prospettive economiche positive offerte dalla città, vi trovano posto come manodopera servile, in un primo tempo sottoposta all’elemento etrusco dominante, che nel 438 a.C. concesse loro il diritto di cittadinanza (a quest'anno Diodoro Siculo fa risalire la costituzione del popolo dei Campani). Con il declino etrusco, le tribù osche raggiunsero una posizione di predominio, prendendo Capua nel 425-423 a.C. e successivamente Nola e la colonia greca di Posidonia. Capua si pose così in quest'epoca a capo di una lega campana.

Gorgia, un sofista dei sofisti.
- La Sofistica è una corrente filosofica sviluppatasi in Grecia, e ad Atene in particolare, a partire dalla seconda metà del V secolo a.C., la quale, in polemica con la filosofia della scuola eleatica e avvalendosi del metodo dialettico di Zenone di Elea, pone al centro della sua riflessione l'uomo e le problematiche relative alla morale e alla vita sociale e politica. Non si trattò di una vera e propria scuola né di un movimento omogeneo, ma fu estremamente variegata al suo interno: i suoi esponenti (detti appunto sofisti), seppur accomunati dalla professione di «maestro di virtù», si interessarono di vari ambiti del sapere, giungendo ognuno a conclusioni differenti e a volte tra loro contrastanti. Tra questi emerse, distaccandosene, la figura di Socrate. Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός (sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si chiamarono «sofisti» quegli intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso: quest'ultimo fatto, che alla mentalità del tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente. Nell'antichità, il termine era spesso posto in antitesi con la parola «filosofia», intesa come ricerca del sapere, che presuppone socraticamente il fatto di non possedere alcun sapere. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti, interessati al successo e ai soldi, più che alla verità. Il termine mantiene anche nel linguaggio corrente un carattere negativo: con «sofismi» si intendono discorsi ingannevoli basati sulla semplice forza retorica delle argomentazioni. Solo a partire dal XIX secolo la Sofistica è stata rivalutata, e oggi è riconosciuta come un momento fondamentale della filosofia antica. I sofisti erano maestri di virtù che si facevano pagare per i propri insegnamenti, e per questo motivo essi furono aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Socrate, Platone e Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura»; ironicamente però furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di cultura (paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma come metodo di formazione di un individuo nell'ambito di un popolo o di un contesto sociale. Essi riscossero successo soprattutto presso i ceti altolocati. Lo sviluppo della Sofistica ad Atene è legato a un insieme di fattori culturali, economici e politico-sociali. Con la sconfitta dei Persiani a Salamina nel 480 a.C. le poleis greche affermarono la propria autonomia, e la loro potenza si ampliò progressivamente nel corso dei successivi cinquant’anni di pace (la cosiddetta Pentecontaetia). In particolare, a primeggiare su tutte furono le città rivali di Sparta e Atene: la prima espanse la propria influenza su quasi tutto il Peloponneso attraverso un’ampia rete di alleanze, mentre Atene, membro di primo piano della Lega delio-attica, con l’avvento di Pericle finì con l’assumerne il comando. Con il potere politico ed economico crebbe però anche l’ostilità tra le due città, e il desiderio di supremazia sull’intera Grecia portò al disastro della Guerra del Peloponneso (430-404 a.C.).  Pericleleader carismatico della fazione democratica, governò Atene per circa un trentennio, dal 461 al 429 a.C., portando la città al suo massimo splendore. Egli fece trasferire il tesoro della Lega delio-attica da Delfi ad Atene, e trasformò il volto della città con un imponente piano di riforma architettonica (simbolo del potere dell’epoca sono gli edifici dell’Acropoli: il Partenone, l’Eretteo, i Propilei); inoltre, si intensificarono i rapporti con le altre città, attraverso alleanze e scambi commerciali. Fu proprio questo nuovo clima di pace a favorire l’affermarsi della Sofistica, poiché permise ai sofisti, «maestri di virtù» itineranti, di spostarsi di città in città, seguendo le rotte commerciali. Visitando luoghi con tradizioni e ordinamenti politici differenti, talvolta varcando addirittura i confini dell’Ellade, essi iniziarono ad interrogarsi sul valore intrinseco delle leggi e della morale, giungendo ad un sostanziale relativismo etico che riconosceva il valore delle norme morali solo in relazione alle usanze della città in cui ci si trova ad operare: la stessa areté (virtù) da loro insegnata si riduceva all’insieme delle norme e delle convenzioni riconosciute valide dai cittadini, alle quali il retore si deve adeguare per avere successo e buona fama. L’età di Pericle fu dunque al tempo stesso l’età dello splendore e della crisi della polis, poiché coincise con la crisi dei valori tradizionali, di cui i sofisti furono protagonisti; come scrive Mario Untersteiner, la Sofistica è «l’espressione naturale di una coscienza nuova pronta ad avvertire quanto contraddittoria, e perciò tragica, sia la realtà». Il primo interesse dei sofisti è la rottura con la tradizione giuridica, sociale, culturale, religiosa, fatta di regole basate sulla forza dell'autorità e del mito (e per questo motivo sono talvolta guardati come "precursori dell'Illuminismo"), a cui veniva contrapposta una morale flessibile, basata sulla retorica. D’altra parte, la stessa retorica che essi insegnavano aveva un’enorme importanza per la vita civile nel regime democratico dell’epoca, il quale riconosceva a tutti i cittadini l’uguaglianza giuridica (isonomia) e la libertà di parola durante l’assemblea pubblica (parresia). La figura del sofista, come persona che si guadagna da vivere vendendo il proprio sapere, si pone come precursore dell'educatore e dell'insegnante professionista. Argomento centrale del loro insegnamento è la retorica: mediante il potere persuasivo della parola essi insegnavano la morale, le leggi, le costituzioni politiche; il loro intento era di educare i giovani a diventare cittadini attivi, cioè avvocati o militanti politici e, per essere tali, oltre ad una buona preparazione, bisognava anche essere convincenti e saper padroneggiare le tecniche retoriche. I sofisti, a differenza dei filosofi greci precedenti, non si interessano alla cosmologia e alla ricerca dell'arché originario, ma si concentrano sulla vita umana, diventando così i primi filosofi morali. Vengono distinte varie generazioni di sofisti: i Sofisti della prima generazione come Protagora, Gorgia, Prodico e Ippia; i Sofisti della seconda generazione, solitamente allievi dei primi, a loro volta distinguibili in Sofisti politici come Antifonte, Crizia, Trasimaco, Licofrone, Callicle, Alcidamante, Polo, l'Anonimo di Giamblico; Sofisti della physis, che si interessano del rapporto natura-uomo, spesso conducendo studi naturalistici come Antifonte, (Ippia); Eristi, che portano all'esasperazione il metodo dialettico come Eutidemo e Dionisodoro, Eubulide di Mileto; Altri come Seniade di Corinto, l'anonimo autore dei “Dissoi logoi”. Va ricordato che la Sofistica non fu una scuola filosofica, bensì un movimento caratterizzato da un ampio e variegato dibattito interno. Capisaldi dell'insegnamento sofistico sono: 1) l'insegnabilità della virtù. Essendo i sofisti "maestri di virtù", il loro insegnamento si basava sulle strategie per conseguirla, con fini eminentemente utilitaristici; non essendo infatti possibile conoscere il Bene in sé, l'educazione era volta a diffondere i valori più convenienti alla vita civile dell'individuo. Per questo motivo, essi si rivolsero non solo agli aristocratici, ma anche ai ceti emergenti che aspiravano al successo. 2) La retorica: i sofisti non furono degli scienziati, poiché non limitavano il campo del loro sapere ad una disciplina specifica; piuttosto, per loro era importante il metodo di comunicazione, e per apprenderlo erano previsti due momenti, la dialettica e l'eristica: la prima consiste nell'arte di saper argomentare, la seconda nel saper vincere in una discussione. Il loro insegnamento abbracciava molte tematiche, e oltre alla morale si occuparono di problemi di diritto, ponendo la questione dell'esistenza o meno del diritto naturale (physis) e del suo rapporto col diritto positivo (nomos). Per quanto riguarda le leggi e le norme i sofisti, spostandosi di città in città, si accorsero che ogni cultura ha diverse regole e leggi. Ciò fece sorgere in loro domande quali: Ci sono regole uguali per tutti? In genere i sofisti propendono per il no, cioè per il relativismo etico. Vi è una cultura superiore alle altre? Porre la domanda già equivale ad una critica delle tradizioni e ad una propensione per il relativismo culturale. Dopo il successo del V secolo a.C., nel secolo successivo la Sofistica vide un progressivo ridimensionamento della propria importanza, soprattutto a causa delle già menzionate critiche rivolte ai sofisti dai filosofi Platone e Aristotele, e dalle loro scuole. Tuttavia, a partire dall'inizio del II secolo d.C. (quindi a distanza di circa 400 anni) si assiste, in piena età imperiale, ad una rinascita della Sofistica, grazie a un movimento filosofico-letterario definito da Filostrato Seconda sofistica (detta anche Nuova sofistica o Neosofistica, per differenziarla da quella antica). Diversamente dalla Sofistica del V secolo, però, la Seconda sofistica abbandona i temi di interesse filosofico ed etico (come la divinità, la virtù e via dicendo), per occuparsi esclusivamente di oratoria e retorica. La Nuova sofistica si presenta così subito come un movimento di impronta essenzialmente letteraria, orientato allo studio e all'esercizio dell'oratoria e ben distante dall'impegno politico e culturale dei sofisti dell'età di Pericle. I nuovi sofisti mirano all'affermazione personale e al successo pubblico, cercando (eccetto che in rari casi) di ingraziarsi la simpatia e i favori dei potenti; la loro produzione letteraria, improntata alla ricercatezza stilistica secondo lo stile del cosiddetto asianesimo, spazia attraverso vari generi: dialoghi, trattati, opere satiriche, novelle, fino a ben più leggere opere di intrattenimento, brani in cui veniva ostentata la propria bravura retorica.

Cartina geografica politica con i nomi delle regioni e province dell'antica
Grecia durante la Guerra del Peloponneso, con le battaglie fra Atene e
Sparta (431- 404 a.C.).  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dal 431 a.C. - Inizia in Grecia la Guerra del Peloponneso: la causa fu l'insofferenza delle città greche nel subire il predominio di Atene, abbinata all'accresciuta competitività di Sparta.
- Nel 431 a.C. Corcira (Corfù) chiede aiuto a Sparta per liberarsi del legame con Corinto, alleata di Atene.
- Il conflitto si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambiziose come Alcibiade). Ad Atene fu imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni.
- Nel 403 a.C. Trasibulo scacciò gli Spartani e restituì ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.

L'Athena Parthenos
di Fidia che porta
sulla mano una
"Nike", la Vittoria
alata.
Nel 430 a.C. -  In Grecia Fidia progetta e scolpisce l'Athena Parthenos, in avorio e oro, che sarà collocata al centro del Partenone di Atene.

Nel 429 a.C. -  Morte di Pericle, infetto da peste. La strategia di Pericle contro Sparta, consisteva nell'abbandonare le campagne, distruggere i raccolti esterni alla città, e raccogliere tutti i cittadini all'interno delle mura di Atene... ma  con il sovrappopolamento della città, si scatenò la peste.

Mater Matuta rinvenuta
 a Capua.
Nel 423 a.C. - Presa di Capua da parte delle popolazioni di lingua e cultura osco-sannitica, come ricorda anche lo storico Tito Livio, che segnò il definitivo tramonto dell'egemonia etrusca in Campania. Alla fase sannitica si lega la florida fioritura di due santuari extraurbani assai celebri in antico, quello di Diana Tifatina, alle pendici del Monte Tifata e quello, ancora senza nome, rinvenuto nel cosiddetto Fondo Patturelli, la cui documentazione più celebre è rappresentata da una cospicua messe di opere scultoree e fittili, fra le quali devono essere ricordate le "Madri capuane".
Carta della Campania "felix" e del
Sannio. Clicca per ingrandire.

A lungo in conflitto con i rivali Etruschi, appena cinquanta anni dopo la vittoriosa battaglia navale, nel 421 a.C., Cuma cadrà anch'essa sotto il controllo dei Sanniti.

Nel 412 a.C. - Durante la Guerra del Peloponneso, Focea si ribella con le altre città della Ionia, ma re Dario II, alleato di Sparta, la riconquista.

Dal 408 a.C. - Ad Atene si incontrano Socrate e Platone. Socrate (in lingua greca Σωκράτης, Sōkrátēs), nato ad Atene nel 470 o 469 a.C. e morto ad Atene nel 399 a.C., è stato un filosofo ateniese, uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos (= "confutazione") applicandolo prevalentemente all'esame in comune (exetazein) di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell'etica o filosofia morale e della filosofia in generale. Per le vicende della sua vita e della sua filosofia che lo condussero al processo e alla condanna a morte è stato considerato il primo martire occidentale della libertà di pensiero. Il periodo storico in cui visse Socrate è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C. e il 404 a.C.
Socrate.
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La prima data, quella della sua nascita, segna la definitiva vittoria dei Greci sui Persiani (battaglia dell'Eurimedonte). La seconda si riferisce a quando all'età dell'oro di Pericle seguirà, dopo il 404 con la vittoria spartana, l'avvento del governo dei Trenta Tiranni. La vita di Socrate si svolge dunque nel periodo della maggiore potenza ateniese ma anche del suo declino. Il padre di Socrate, Sofronisco, fu uno scultore e trasmise il mestiere al figlio: opera di Socrate sarebbero state le Cariti, vestite, sull'Acropoli di Atene. Sua madre, Fenarete, fu una levatrice. Interessante sottolineare il significato dei nomi dei genitori: "Fenarete" significa "colei che fa risplendere la virtù" mentre "Sofronisco" significa "colui che riconosce la saggezza". Significati non senza importanza nella biografia di Socrate. Probabilmente Socrate era di famiglia benestante e di origini aristocratiche: nei dialoghi platonici non risulta che egli esercitasse un qualsiasi lavoro e del resto sappiamo che egli combatté come oplita nella battaglia di Potidea, e in quelle di Delio e di Anfipoli. È riportato nel dialogo "Simposio di Platone" che Socrate fu decorato per il suo coraggio. In un caso, si racconta, rimase al fianco di Alcibiade ferito, salvandogli probabilmente la vita. Durante queste campagne di guerra dimostrò di essere straordinariamente resistente, marciando in inverno senza scarpe né mantello. Socrate è descritto da Platone come un uomo avanti negli anni e piuttosto brutto, e aggiunge anche che ricordava il contenuto delle teche apribili installate di solito ai quadrivi, che custodivano all'interno la statuetta di un satiro. Questo pare quindi fosse l'aspetto di Socrate, fisicamente simile a un satiro, e tuttavia sorprendentemente buono nell'animo, per chi si soffermava a discutere con lui. Diogene Laerzio riferisce che, secondo alcuni antichi, Socrate avrebbe collaborato con Euripide alla composizione delle tragedie, ispirando in esse temi profondi di riflessione. Socrate fu sposato con Santippe, che gli diede tre figli (ma, secondo Aristotele e Plutarco, due di questi li avrebbe avuti da una concubina di nome Mirto). Santippe ebbe fama di donna insopportabile e bisbetica. Socrate stesso attestò che avendo imparato a vivere con lei era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano, esattamente come un domatore che avesse imparato a domare cavalli selvaggi, si sarebbe trovato a suo agio con tutti gli altri. Egli d'altra parte era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche al punto da trascurare ogni altro aspetto pratico della vita, tra cui anche l'affetto della moglie, finendo per condurre un'esistenza quasi vagabonda. Socrate viene anche rappresentato come un assiduo partecipante a simposi, intento a bere e a discutere. Fu un bevitore leggendario, soprattutto per la capacità di tollerare bene l'alcool al punto che quando il resto della compagnia era ormai completamente ubriaca egli era l'unico a sembrare sobrio. «...dall'antichità ci è pervenuto un quadro della figura di Socrate così complesso e così carico di allusioni che ogni epoca della storia umana vi ha trovato qualche cosa che le apparteneva. Già i primi scrittori cristiani videro in Socrate uno dei massimi esponenti di quella tradizione filosofica pagana che, pur ignorando il messaggio evangelico, più si era avvicinata ad alcune verità del Cristianesimo. L'Umanesimo e il Rinascimento videro in Socrate uno dei modelli più alti di quella umanità ideale che era stata riscoperta nel mondo antico. Erasmo da Rotterdam, profondo conoscitore dei testi platonici era solito dire: «Santo Socrate, prega per noi» (Sancte Socrates, ora pro nobis).» tratto da E. Rodocanachi, La Réforme in Italie, I, Paris 1920 pagg.34,35. Socrate non ha lasciato nulla di scritto. Nel "Fedro", Platone giustifica questa scelta facendogli dire quanto segue: "L'alfabeto ingenera oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente. Nè tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza, perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di moltissime cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti." ( Fedro, 275 a-b). Socrate, con la sua complessa ironia, potè apparire ai suoi concittadini come un sofista ben più insidioso di quelli che insegnavano retorica a pagamento, anche perché fra le persone che l'avevano frequentato, forse suoi allievi, c'erano stati l'ambiguo Alcibiade e Crizia, dei Trenta Tiranni. Per questo fu  accusato di empietà, fu riconosciuto colpevole e fu condannato all'esilio o, in alternativa, alla morte. I dialoghi socratici di Platone non furono una sua invenzione personale, anche se hanno un preciso senso filosofico. Il rifiuto socratico di scrivere produsse una marea di sokratikoi logoi o discorsi socratici (di Eschine di Sfetto, Antistene, Aristippo, Brisone, Cebete, Critone, Euclide di Megara, Fedone), che non ci sono pervenuti. Per conoscere di un uomo che non ha voluto scrivere neppure una riga, dovremo leggere di lui come lo interpreta Platone, nell'"Apologia", nel "Protagora" e nel "Gorgia".
Carta della guerra del Peloponneso (431- 404 a.C.) con gli alleati di Sparta
e Atene, le maggiori battaglie, le spedizioni, fra cui la spedizione ateniese
a Siracusa.  Clicca sull'immagine per ingrandirla

Dal 404 a.C. Egemonia di Sparta in Grecia. La guerra del Peloponneso si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambigue e ambiziose come Alcibiade). A seguito della disastrosa spedizione ateniese, voluta da Alcibiade, contro Siracusa, alleata di Sparta, Atene perde l'autodeterminazione. Sparta le impone il regime oligarchico dei trenta tiranni, con a capo Krizia e Alcibiade, ex allievi di Socrate; motivo che scatenerà malumori nei confronti di Socrate stesso che verrà poi processato ed ostracizzato. Si evidenzia comunque la vocazione marinara navale di Atene, che le aveva consentito la costruzione di un'impero intorno al mar Egeo, e la supremazia terrestre di Sparta.

Nel 403 a.C. - Trasibulo scaccia gli Spartani e restituisce ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.

Dal 400 a.C. - I Vandali (Wandili), una popolazione germanica, dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia (tra il bacino dell'Oder e della Vistola) intorno al 400 a.C., sotto la pressione di altre tribù germaniche si spostarono più a sud, dove combatterono e sottomisero la popolazione celtica dei Boi circa nel 170.

Carta degli insediamenti degli Slavi orientali.
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In Europa nordorientale, nel bacino superiore e centrale del Dnepr, sono stanziati gli Slavi orientali (distinti dagli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini), che conosceranno tardi la differenziazione di ceti e classi. Fino al I sec. d.C. tra loro si conserverà un sistema comunitario non molto diverso da quello di mille anni prima e solo nel I-II secolo si formeranno le grandi famiglie patriarcali, proprietarie di tutti gli strumenti produttivi e in grado di avvalersi del servizio di forze schiavili. Si sa poco degli Slavi occidentali, i Venedi-Sclavini dell'Europa centrale nel I millennio a.C. perché, essendoci stati pochi scambi commerciali tra loro e i greci, le fonti greche (Erodoto 484 a.C. - 425 a.C.) diedero solo notizie approssimative, e comunque le prime forme di differenziazione di ceto appaiono verso il IV sec. a.C., quando i contatti coi Celti (provenienti dalla Boemia meridionale), i Traci, gli Sciti e i Germani si fecero più intensi e il baratto comincerà ad essere sostituiti coi rapporti mercantili-monetari. Le tribù proto-slave della Vistola dovettero sostenere scontri armati per tutta la seconda metà del I millennio a.C. sia contro gli Sciti che contro i Sàrmati. Dopo Erodoto altri due storici ci hanno fornito ulteriori notizie su queste popolazioni: Tacito (55-117) e Plinio il Vecchio (23-79). Per loro, curiosamente, tutto quanto non era "germanico" veniva definito o "scito" o "sarmato". Anche il geografo Tolomeo (100 - ca. 175) si attiene a tale classificazione, all'interno della quale, al massimo, potevano usarsi termini come "Venedi" o "Sclavini", donde il nome di "Slavi", che non a caso voleva dire "schiavi". 
Carta degli insediamenti degli Slavi occidentali,
i Venedi-Sclavini.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
In particolare i Venedi-Sclavini erano quelle tribù slave occidentali residenti nella pianura compresa tra i fiumi Oder e Vistola, a ovest del corso superiore del Dnestr. Non sappiamo con precisione i confini territoriali delle tribù proto-slave di allora. Quel che è certo è che le principali lingue slave: russo, polacco, l'estinto polabico, ceco, slovacco, bulgaro, serbocroato, sloveno ecc. provengono tutte dall'antico slavo, che già nella prima metà del I millennio a.C. era lingua comune tra queste popolazioni. La differenziazione linguistica vera e propria è avvenuta soltanto verso la prima metà del I millennio d.C., che significativamente coincide col periodo delle consolidate stratificazioni sociali tra gli slavi dell'Europa centro-occidentale. Che l'aristocrazia tribale dei Venedi fosse molto ricca è documentato dal corredo funerario (cfr il sepolcreto di Vymysl nella Posnania). I Venedi commerciavano con la Gallia, la Pannonia, le province romane occidentali e alcuni centri del mar Nero.

- Ci sono alcune teorie riguardo all’origine del nome Venedi Veneti. Innanzitutto colpisce l’assonanza di questo nome con le popolazioni dei Veneti (o Venetici) dell’Italia nord-orientale e definite da alcuni storici antichi d'origine Illiro-balcaniche, quelle genti però sono precedenti all’apparizione degli Slavi Venedi (o Vendi) e quindi non dovrebbero avere alcuna relazione con questi ultimi. Quando una grande confederazione di popoli non germanici si stanziò nelle zone della Polonia e della Germania del nord fino ai Carpazi e alle Alpi, i vicini Germani affibbiarono loro l’appellativo Wenden (da wende = punto di svolta?) in quanto non-germanici, e si riferivano originariamente alla popolazione illirica e ai Veneti balcanico-italici, e con lo stesso nome indicarono poi gli Slavi, che ne avevano preso il posto. Sarà lo storico dei Goti, Jordane, che fisserà tale appellativo e lascerà che si diffonda da allora in poi. La frequenza di questo etnonimo in diverse aree europee non va però spiegata con ipotetici legami storici e linguistici tra i diversi popoli che ne hanno fatto uso, quanto piuttosto con un'uguale derivazione, più volte ripetuta in modo indipendente, dalla medesima radice indoeuropea “wen” (amare).
Carta dei territori gallici dei
Veneti Armoricani
I Veneti (wenetoi) sarebbero pertanto gli "amati", o forse gli "amabili", gli "amichevoli". Dalla stessa radice deriva il nome Venere, dea dell'amore. Non è chiaro comunque come mai nel nostro Veneto, già nel I secolo d.C., Plinio nomini la città di Tergeste (oggi Trieste) con una denominazione slava “moderna”, (lo slavo T’rghešte significa infatti Mercato). Nella famosa Tavola Peutingeriana del XIII sec. d.C. copiata da antichi documenti (fra cui sicuramente anche la Geografia di Claudio Tolomeo) appaiono ancora questi Venedi e il Periplus Marciani (più o meno della stessa epoca) li trova ormai localizzati sulle rive meridionali del Baltico dove il mare stesso è chiamato Golfo Venedico mentre i Carpazi sono denominati addirittura Monti Venedici! Questi dati però sono già molto posteriori. Tutto quanto sopra detto già ci avverte che gli Slavi della Mitteleuropa non si davano un etnonimo proprio, ma tante e diverse denominazioni e che Venedi/Veneti si riferisce propriamente ad una confederazione di tribù, più che ad una sola grande nazione (le tribù occidentali, n.d.r.).
I dialetti Italici del centro-sud nel 400 a.C.
Una fonte primaria sugli Slavi, sebbene non sempre affidabile con sicurezza, è il goto Jordanes che scrisse "De origine actibusque Getarum" ossia "Origine e Imprese dei Goti" nel VI sec. d.C. Benché anch’egli si basasse su documenti anteriori, è questo autore a fornirci molto materiale “accettabile” sugli Slavi. Ad esempio, vi si parla del famoso idromele, il liquore alcolico fatto dalla fermentazione del miele (chiamato medos o miod), bevuto in un famoso banchetto funebre per la morte di Attila. Addirittura la stessa veglia è detta con parola slava "strava"! Altri Veneti sono i Celti che si erano stanziati in Armorica, stanziati nell'attuale Bretagna. La popolazione celtica dei Veneti abitava la zona del Morbihan, in Armorica, l'attuale Bretagna (all'epoca parte della Gallia). La loro città più famosa, probabilmente la loro capitale, era Darioritum (oggi nota come Vannes), menzionata nella Geografia di Tolomeo.

Dal 399 a.C. - Si prepara l'egemonia tebana in Grecia quando Argo, Corinto e Tebe si uniscono ad Atene per farla finita con Sparta.

Busto di Brenno.
Nel 390 a.C. I Galli (esattamente i Celti Senoni) di Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia) giungono fino a Roma, la vincono e la saccheggiano.
Carta geografica delle Popolazioni
stanziate nel nord e centro Italia
 nel IV sec. a.C., fra cui  Celtoliguri
 e Celti. Clicca per ingrandire.
Per impedire che gli invasori incendiassero la città, i romani furono costretti all'umiliante riscatto di mille libbre d'oro, e celebre è rimasto l'episodio in cui, durante la pesatura dell'oro, i Romani si lamentarono dell'inesattezza della quantità conteggiata dai Galli. Brenno aggiunse la propria spada al contrappeso della bilancia esclamando "Guai ai vinti!". Un esercito di soccorso guidato dal dittatore Camillo riuscì poi a liberare la città. Questa vicenda scosse molto la Repubblica di Roma, che riorganizzò il proprio assetto militare per non dovere mai più rischiare l'indipendenza. I Celti italici avevano mantenuto relazioni con quelli d’Oltralpe e l'invasione del IV sec. fu preparata ed eseguita con la loro collaborazione. I motivi che spinsero i Celti ad occupare l’Italia sono oscuri: forse furono attratti dalla fertilità e dal clima mite del Meridione, o più probabilmente, furono costretti a spostarsi a causa della pressione demografica unita alla scarsità di terre coltivabili e ad altri problemi di carattere politico e sociale.
Dracma Padana. Le dracme d'argento padane furono coniate
dai Celti Cenomani della pianura padana, e il loro prototipo
fu la moneta di Marsiglia (l'antica Massalia fondata dai greci
di Focea) che i Cenomani ottennero forse come compenso
per servizi come mercenari. La cosiddetta "dracma pesante"
di Marsiglia, in argento (peso medio 3,74 grammi), recava al
diritto la testa di Artemide, protettrice della loro città, e al
rovescio un leone che avanza ruggendo, così come, nello
stesso periodo nella città greca di Elea/Velia, in Magna Grecia
(a sud di Poseidonia/Paestum), fondata anch'essa dai Focei.
Questa dracma, invece, emessa nel 390-386 a.C., ha nel retro
 la rappresentazione di un gambero di fiume. 
Verso l’inizio del IV secolo a.C. i Celti  o Galli, secondo la definizione latina, si stanziarono in Lombardia (Insubri e Cenomani) fino ai confini con il Veneto, in Emilia (Anari e Boi), in Romagna (Lingoni) e nelle Marche (Senoni), regioni praticamente sottratte agli Etruschi e agli Umbri. Ciò che risulta interessante sottolineare, è la collaborazione che si creò tra i primi coloni Celti e le successive ondate migratorie, che si susseguirono fino a tutto il IV secolo. La comunanza di usi, costumi, lingua e culti religiosi, non fece altro che cementare accordi ed unioni fra le diverse nazioni celtiche che si mischiarono con le antiche popolazioni Liguri e fronteggiarono unite prima gli Etruschi poi gli Umbri, i Veneti ed infine la potenza espansionistica di Roma. Le popolazioni celtiche riuscirono quindi, per due secoli a radicarsi sul territorio dell'intera penisola italica, vivendo a contatto con le genti autoctone, integrandosi con successo e lasciando tracce indelebili che sono tutt'oggi riscontrabili nella cultura e negli usi di tutta la pianura Padana ed in alcuni paesi del centro e nel sud.
Il fiume Montone.
Stando a Polibio, storico greco in Italia, attorno al 400 a.C., un gruppo di Senoni attraversò le Alpi e, scacciati gli Umbri, si stanziò sulla costa orientale dell'Italia, fra i territori orientali della Romagna e la costa anconetana delle Marche, in quello che venne denominato in età augustea "Ager Gallicus", a est del fiume Montone, mentre a ovest del fiume Montone iniziava il territorio dei Galli Boi, che avevano occupato anche l'antica Bologna etrusca: Fèlsina. Tale posizione, strategica per i contatti con le vie marittime e la valle del Tevere, fu il punto di partenza per le loro successive incursioni nell'Italia meridionale e centrale.
Musi di cinghiali inferociti 
  
costituivano la campana
delle "carnix", temutissime
trombe da guerra celtiche.
Lì fondarono Sena Gallica (Senigallia), che divenne la loro capitale. Nel 391 a.C. invasero l'Etruria e assediarono Chiusi. Gli abitanti di questa città chiesero aiuto a Roma che intervenne, ma fu sconfitta nella battaglia del fiume Allia il 18 luglio del 390 a.C. (dalla cronologia di Varrone) o nel 387 secondo Polibio. La stessa Roma fu poi presa e saccheggiata dai Senoni, guidati da Brenno nel 390-386 a. C., evento traumatico per i Romani e fu  probabilmente per questo che  il fiero popolo romano volle giustificare quella sconfitta con la ferocia degli aggressori. Oggi, invece, si tende a considerare l’invasione celtica non come quella di un’orda selvaggia, ma piuttosto di una vasta comunità costretta a lasciare il proprio territorio d’origine per problemi di sopravvivenza. E’ possibile che l'espansione sia poi proseguita verso sud-est senza ulteriori grossi traumi.
Popolazioni del Nord e Centro Italia del IV sec. a.C., nella
tonalità più scura le popolazioni di Celti e Celtoliguri.
E' indicata l'incursione dei Senoni a Roma nel 390 a.C.
Per oltre 100 anni tra questi due popoli si verificarono molti scontri, finché, nell'ambito della terza guerra sannitica e a seguito della battaglia del Sentino (del 295 a.C.) i Galli Senoni furono debellati dai consoli Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano e quindi sottomessi nel 283 a.C. dal console Publio Cornelio Dolabella. L'occupazione romana dell'ager Gallicus non avvenne prima del 272 a.C., anno in cui Roma portò a termine la guerra con Taranto e a Sena Gallica fu insediata una colonia romana. La presenza dei Galli Senoni è testimoniata nell'ager Gallicus anche dopo la sottomissione ai romani; sono attestate fasi di convivenza fra i Romani insediati nelle città di fondovalle di Suasa, Ostra antica, etc. e i Senoni appostati nei loro villaggi sulle alture, come ad esempio il sito archeologico di Montefortino di Arcevia. Probabilmente la popolazione e la cultura gallica furono gradualmente assorbite da quelle romane. Come spesso avveniva dopo una conquista, a cambiare non era la popolazione intera ma solamente il ceto dirigente che imponeva la propria cultura e gradualmente assimilava alla "romanità" i popoli sottomessi in battaglia; prova di ciò è la presenza tuttora fortissima della cosiddetta "cadenza celtica" nei dialetti della provincia di Pesaro e Urbino. Col tempo, al Senato Romano appartennero Celti provenienti dall'ager Gallicus a dimostrazione della rappresentanza di tutte le tribù del territorio di Roma, cosa di cui i romani andavano fieri, e molti guerrieri Celti si misero al servizio di chi offriva loro denaro. Ancora al tempo di Gaio Giulio Cesare un gruppo di Galli Senoni viveva nel territorio oggi occupato dai distretti di Seine-et-Marne, Loiret e Yonne. Dal 53 al 51 a.C. furono in guerra contro Cesare, dopodiché furono inclusi nella Gallia Lugdunensis, o Celtica. (Lugdunum deriva da "accampamento di Lugh”, divinità solare celtica, è il toponimo di molte città odierne. La zona in cui ora sorge Lion, ma lo stesso toponimo è in London, da Lughdunum, Lugos, Lugo di Romagna etc..)

Nel 387 a.C. - Con la pace di Antalgida (un generale spartano), Sparta si accorda con la Persia,  cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le sue città, che rimangono indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.

Ad Atene Platone fonda l'Accademia.
Platone.
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Platone nacque ad Atene da famiglia aristocratica intorno al 427 a.C, e vi morì intorno al 347. Secondo Aristotele, ebbe tra i suoi maestri Cratilo, seguace di Eraclito. Da adolescente cominciò a frequentare Socrate, e ripudiò la sua precedente vocazione poetica, dando alle fiamme i suoi versi. Secondo quello che egli stesso dice nella Lettera VII (che è di fondamentale importanza per la sua biografia e per l'interpretazione della sua stessa personalità), avrebbe voluto dedicarsi alla vita politica. Partecipò alle guerre peloponnesiache (Atene contro Sparta) dal 409 al 404. Ritor­nato ad Atene, subì una grave delusione a causa delle degenerazioni della vita politica ateniese e, soprattutto, per la condanna a morte che venne inflitta al suo amico Socrate nel 399 a.C. «Io vidi, egli dice, che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per divina sorte, diventati veramente filosofi». La morte di Socrate lo dissuase dal fare politica in patria, ma non per questo rinunciò a perseguire l'ideale di un reggimento filosofico della città.  Negli anni seguenti, si recò a Megara presso Euclide, poi in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo intorno a questi viaggi, dei quali egli non parla. Parla invece del viaggio che fece nell'Italia meridionale, a Taranto, dove venne a contatto con la comunità pitagorica di Archita, e a Siracusa dove strinse amicizia con Dione, parente e consigliere del tiranno Dionisio il Vecchio. Entrato in conflitto con Dionisio, fu venduto come schiavo sul mercato di Egina. Riscattato da Anniceride di Cirene, ritornò ad Atene, dove fondò nel 387 l'Accademia. La scuola di Platone, che si chiamò così perché fiorita nel ginnasio fondato da Accademo, fu organizzata sul modello delle comunità pitagoriche come un'associazione religiosa, un tìaso. Attraverso l’insegnamento della scienza e della filosofia, egli sperava di svolgere opera di educazione sulle giovani generazioni per prepararle alla gestione della cosa pubblica con uno standard ben diverso da quello che lo aveva così tanto disgustato. L’Accademia platonica prosperò ad Atene fino all’anno 527 d.C., quando venne chiusa per ordine dell’imperatore Giustiniano, perché non poteva più essere tollerata quale istituzione pagana. Alla morte di Dionisio, Platone fu richiamato a Siracusa da Dione alla corte del nuovo tiranno Dionisio il Giovane, per guidarlo nella riforma dello Stato in conformità con il suo ideale politico. Ma l'urto fra Dionisio e Dione, che fu esiliato, rese sterile ogni tentativo di Platone. Alcuni anni dopo, Dionisio stesso lo chiamò insistentemente alla sua corte e Platone vi si recò nel 361, spinto anche dal desiderio di aiutare Dione, che era rimasto in esilio. Ma nessun accordo fu raggiunto e Platone, dopo essere stato trattenuto per un certo tempo, quasi come prigioniero, grazie all'intervento di Archita, lasciò Siracusa e ritornò ad Atene. Qui egli trascorse il resto della sua vita, dedito solo all'insegnamento. Morì a 81 anni, nel 347. Il corpus delle opere di Platone è composto dall'Apologia di Socrate, da 34 dialoghi e da 13 lettere, complessivamente 36 titoli ordinati in 9 tetralogie dal grammatico Trasillo (I sec. d. C.). Venendo ora, in breve, all'insegnamento di Platone, ci limitiamo soltanto ad accennare, per sommi capi, all’influenza che esso ebbe sulla matematica e l’astronomia (ricordiamo che a quel tempo l’astronomia era un ramo della matematica). Platone aveva il convincimento secondo cui la matematica costituiva la scienza che esercitava i più benefici influssi nell’educazione di un giovane. Sulla porta dell’Accademia aveva fatto porre la scritta : "Chi non è edotto in geometria non entri qui". Egli concentrò la sua attenzione sul concetto di prova e raccomandava di dare accurate definizioni per quanto riguardava sia le ipotesi che le tesi dei teoremi da dimostrare. Tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che i più importanti lavori matematici del IV secolo a.C. furono eseguiti da amici o allievi di Platone. Per quanto riguarda le sue concezioni astronomiche, queste comprendevano anzitutto la nozione di sfere cristalline, quindi solide, che trasportavano nei loro movimenti attorno alla Terra, naturalmente immobile al centro del cosmo, in successione la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultimo la sfera delle stelle fisse. Riteneva che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici della circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e della loro uniformità. Come si vede, quindi, le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei Pitagorici. Dove Platone proponeva innovazioni rispetto a Pitagora era nell’esortare gli astronomi a escogitare rigorosi metodi matematici che avrebbero permesso di spiegare le irregolarità (stazionamenti, moti retrogradi e apparenti variazioni di velocità) che venivano riscontrate nei moti planetari, salvando i fenomeni, cioè preservando i due assiomi pitagorici di cui sopra. Di questa esortazione è testimone lo storico Eudemo, secondo cui Platone propose agli astronomi " ... di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti ...". 

Le sfere di Eudosso.
- Eudosso di Cnido (410 - 350 a.C. circa) frequentò con molta probabilità sia Platone che Aristotele. Le notizie che possediamo su di lui ci vengono da Simplicio, oltre che da Aristotele. Quest’ultimo, di un paio di generazioni più giovane, molto probabilmente ebbe scambi culturali con Eudosso. Simplicio parla di Eudosso nel suo commentario "De coelo" su Aristotele. Si riferisce inoltre a un libro di Sosigene, un filosofo peripatetico del II secolo d.C., che a sua volta aveva commentato Eudosso attraverso una Storia dell’astronomia scritta da Eudemo, contemporaneo di Aristotele. I due grandi interessi di Eudosso furono la matematica e l’astronomia. Abbiamo notizia di due opere di Eudosso di argomento astronomico (entrambe perdute): I fenomeni, una descrizione sistematica della sfera celeste e delle costellazioni (a quest’opera si ispirò Arato di Soli per scrivere un poema in versi, dello stesso titolo e argomento). L’altra opera, anch’essa perduta, fu Delle velocità. In essa era descritta una pietra miliare nella storia dell’astronomia, il cosiddetto sistema delle sfere omocentriche, cioè il primo approccio su basi scientifiche a una strutturazione geometrica del cosmo nel suo complesso. Della sua vita si sa che fu a Taranto dove studiò matematica sotto la guida di Archita. Si sa di un suo soggiorno in Egitto dove compì studi di astronomia. Al suo ritorno in Grecia si stabilì a Cizico dove fondò una scuola che si dice aver goduto di una certa fama. Dopo un soggiorno ad Atene, in cui venne con tutta probabilità in contatto con Platone, si stabilì definitivamente nel suo luogo natale, Cnido dove svolse attività astronomica e di insegnamento presso un suo osservatorio. Eudosso diede un importante contributo alla matematica con la teoria delle grandezze incommensurabili (una definizione negli Elementi di Euclide , fu da Archimede attribuita ad Eudosso, e il famoso matematico Dedekind affermò che trasse ispirazione da Eudosso per la sua teoria delle sezioni nel campo dei numeri razionali ). Un altro importante contributo alla matematica fu il suo metodo di esaustione, un metodo di calcolo con il quale venivano risolti certi specifici problemi (ad esempio, il calcolo dell’area di un cerchio per confronto con aree successive di poligoni inscritti, aventi numero sempre maggiore di lati).

Bronzetto di guerriero
Ligure in assalto
con copricapo a
forma di testa di cigno
del VI-V secolo a.C.
Parigi, Bibliotheque
Nazionale.
- Nel IV e III secolo a. C. i Liguri erano ancora prevalenti in tutta la Gallia meridionale e nel XIV e XIII una frazione di quel popolo era già stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma. Lagneau, autore di una memoria speciale sui Liguri, propende a trovarne non solo nell'interno della Gallia sulla Loira o Ligeris,  da cui crede abbiano derivato il nome, ma su tutta la costa, da Bayonne al mare del Nord, e perfino nelle isole Sorlinghe, e non mancano certamente nella Gallia antica nomi di luoghi analoghi ad altri della Liguria e della Spagna. Vi sono poi analogie innegabili in alcune caratteristiche fisiche e morali dei Siluri di Tacito, dei Gallesi e Gaeli di Scozia e d'Irlanda, dei Loegrini e dei Basso-Bretoni nell'antica Armorica, con la descrizione degli antichi Liguri. Gli antichi accennano all'origine iberica dei Siluri ed alla possibile estensione delle genti iberiche fino alla Bretagna, il che troverebbe qualche argomento generico in appoggio nella somiglianza dei caratteri esteriori fisici di qualche frazione della popolazione di alcune regioni di quei paesi. Alcuni archeologi e storici come Mullenhof, Camilo Jullian e D'Arbois designano curioso come nelle aree occupate dai predecessori Liguri e poi occupate dai Celti, come Britannia, Gallia e Spagna, i tratti celtici si siano dimostrati più persistenti.

Nel 382 a.C. - Sparta impone a Tebe un governo oligarchico.

Nel 371 a.C. - Poiché Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico, i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttra. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe. 

Nel 370 a.C. Agesilao, re spartano, prima della battaglia degli alleati greci contro i tebani, ascolta le lamentele degli alleati per l'esiguo numero di spartani nelle file alleate. Fa alzare artigiani e addetti ai servizi, e dimostra che il nerbo delle forze militari, sono spartane. Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, il re tebano Epaminonda è colpito a morte e prima di morire, consiglia ai suoi la pace. Fu così la fine dell'egemonia tebana.

Carta dell'antica Grecia del 371-362 a.C.
con le dinamiche che portarono alla
fine dell'egemonia di Sparta.
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Nel 367 a.C. - La Pace di Antalcida (un generale spartano), ristabilisce il controllo persiano sulle poleis greche ioniche. 

Le Leggi Licinie Sestie (latino Leges Liciniae Sextiae) sono le leggi proposte dai tribuni Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano nella Roma repubblicana del 367 a.C. È il più importante e cruciale sviluppo della costituzione romana: al vertice dello Stato ci sono due consoli, reintegrati completamente dopo l'abolizione dei tribuni militum consulari potestateuno dei quali avrebbe dovuto essere plebeo (de consule plebeio). In realtà, dai dati in nostro possesso sembra piuttosto che la legge consentisse che uno dei due consoli fosse plebeo, ma non escludesse la possibilità che entrambi i magistrati fossero patrizi. Viene riservata ai patrizi la carica di pretore (latino: praetor) che amministra la giustizia («qui ius in urbe diceret»). Viene istituita l'edilità curule. A seguito di gravi tumulti  verificatisi tra patrizi e plebei furono emanate tali leggi che rappresentano il culmine di un lungo processo storico, definito rivoluzione della plebe. Si ebbero tre rogazioni di queste leggi:
Consoli Romani.
De aere alieno: che le usure pagate si computassero a diminuzione del capitale e che i debitori potessero soddisfare i loro creditori in tre rate annue uguali;
De modo agrorum: che fosse vietato di possedere più di 500 iugeri di ager publicus e di far pascolare sui terreni pubblici più di 100 capi di bestiame grosso e 500 di minuto, e che ci si dovesse servire di una certa aliquota di lavoro libero;
De consule plebeio: sicuramente la più importante, ha consentito la possibilità ai plebei di accedere al consolato. In seguito, poi, ad una insurrezione, nel 342 a.C. i plebei ottennero che uno dei due seggi del consolato, magistratura sino ad allora tipicamente patrizia, fosse riservato alla classe plebea. Al fine di compensare la perdita subita, ai patrizi fu riservata la magistratura del praetor minor con funzioni essenzialmente giurisprudenziali; si stabilì, altresì l’ammissione dei patrizi alla carica plebea degli aediles.
I Gracchi, tribuni della Plebe.
Parte degli studiosi ritiene che le leges Liciniae Sextiae nascondano in realtà un vero e proprio accordo politico fra patrizi e plebei. Alla data di emanazione di dette leggi si riconduce convenzionalmente la fine del periodo arcaico della storia di Roma. Le leggi, scritte dopo la conquista da parte romana della città di Veio, sancirono che i territori di tale città venissero distribuiti tra la popolazione bisognosa, formando 4 nuove tribù. La legge stabiliva inoltre la quantità massima di terreno che un privato poteva occupare: 500 iugeri (circa 125 ettari). Pochi anni prima Brenno ed i suoi galli avevano distrutto la città di Roma e molti plebei si erano indebitati per ricostruire le proprie case. Si evince dalle leggi delle dodici tavole che il creditore poteva rendere schiavo il debitore ed anche ucciderlo, dunque molti plebei rischiavano di divenir schiavi. La legge prevedeva dunque che la cifra prestata fosse restituita in tre anni. Per i post "Cultura degli antichi Romani" clicca QUI e per i post "Politica nell'antica Roma" clicca QUI.

Nel 362 a.C. - In Grecia, termina l'egemonia di Sparta. 

Dal 359 a.C. - In Grecia inizia l'egemonia Macedone. Filippo II di Macedonia, salito al trono nel 359 a.C. nel giro di vent'anni pose fine all'indipendenza della Grecia. Nel 338 a.C. con la vittoria di Cheronea assume il controllo delle città greche, nel 336 a.C. venne assassinato. Filippo aveva mutato le tecniche di combattimento adottate fino a quel tempo. “Quest'individuo non solo non è un Greco, né è imparentato con i Greci, ma non è nemmeno un barbaro di una nazione degna di questo nome; no, egli è una pestilenza che viene dalla Macedonia, una regione dove non si può nemmeno comprare uno schiavo che valga qualcosa”: sono parole sprezzanti e volontariamente offensive della Prima Filippica di Demostene, l'ultimo grande oratore di Atene, e non è troppo difficile vedere attraverso il disprezzo che sembrano esprimere per il re macedone Filippo II la preoccupazione che vasti settori della classe dirigente ateniese nutrivano per l'ascesa tenace e apparentemente inarrestabile del nuovo protagonista della politica greca.
La Macedonia di Filippo II, con
gli stati alleati e assoggettati e
le battaglie. Clicca sull'immagine
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Una delle ragioni della potenza di Filippo II era la riorganizzazione cui aveva sottoposto il proprio esercito, in particolare per quanto riguarda la fanteria, che da allora in poi si schierò secondo lo schema della cosiddetta "falange macedone": i fanti, infatti, vennero muniti di una lancia grande e pesante, la sarissa, lunga cinque metri e mezzo, che andava brandita con entrambe le mani (mentre il braccio sinistro portava un piccolo scudo). Le prime cinque file puntavano le lance in avanti, mentre a partire dalla sesta fila ogni soldato appoggiava la sua lancia sulla spalla di quello che lo precedeva: questa disposizione dava alla falange, dal punto di vista del nemico, l'aspetto di un micidiale porcospino, irto di punte, di cui era difficile fermare l'avanzata, soprattutto se lo scontro avveniva su un terreno pianeggiante.
Moneta d'argento con l'effige di
Filippo II il Macedone. La scoperta
di miniere di minerali di metalli
preziosi, oro e argento nel Pangeo,
permise il riarmo macedone. Clicca
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Il principale limite dello schieramento a falange, infatti, stava nel fatto che esso era poco manovrabile, soprattutto su un terreno accidentato. La prima abilità dei condottieri macedoni, dall'adozione della falange in poi, consistette nell'imporre battaglia su un terreno adatto al modo di combattere del proprio esercito.
La falange "pesante" Macedone
Per limitare le conseguenze della scarsa mobilità della falange Filippo introdusse anche un altro corpo scelto, che prendeva posizione sul fianco della falange schierata: gli ipaspisti (i portatori di scudo), armati con lo scudo argivo e la tradizionale lancia corta degli opliti greci. 

Nel 343 a.C. - Inizia la prima guerra Sannitica. Le Guerre sannitiche sono una serie di tre conflitti combattuti dalla giovane Repubblica romana contro la popolazione italica dei Sanniti e numerosi loro alleati tra la metà del IV e l'inizio del III secolo a.C. Le guerre, terminate tutte con la vittoria dei Romani (tranne la prima fase della seconda guerra), scaturirono dalla politica espansionistica dei due popoli che a quell'epoca si equivalevano militarmente e combattevano per conquistare l'egemonia nell'Italia centrale e meridionale oltre che per la conquista del porto magnogreco di Napoli. All'epoca dei fatti i Romani dominavano già su Lazio, Campania settentrionale, sulla città etrusca di Veio ed avevano stretto alleanze con diverse altre città e popolazioni minori. I Sanniti dal canto loro erano padroni di quasi tutto il resto della Campania e del Molise, e cercavano di espandersi ulteriormente lungo la costa a discapito delle colonie della Magna Grecia e verso la Lucania nell'entroterra. Nel 354 a.C. Romani e Sanniti, venuti in contatto per la prima volta, avevano comunque preferito un patto di non belligeranza, così da potersi espandere tranquillamente in altre direzioni, ma il confronto era solo rimandato. La grande importanza che i Romani e i loro storiografi sempre diedero a questa lotta per la supremazia nell'Italia meridionale è sottolineata dal gran numero di episodi leggendari o colorati dalla storiografia, come la subjugatio delle Forche Caudine, la Devotio del Console Decio Mure nella terza guerra, e forse di suo padre nella prima, la Legio Linteata.
Guerrieri Sanniti da una tomba di
Nola del IV sec. a.C.
Prima guerra sannitica (343-341 a.C.): il casus belli che fece scoppiare la prima guerra tra Sanniti e Romani, fu offerto dalla città di Capua che, posta sotto l'attacco dei Sanniti, chiese l'aiuto di Roma. Il primo anno della campagna militare fu affidata ai due consoli in carica, Marco Valerio Corvo, inviato in Campania, ed Aulo Cornelio Cosso Arvina, inviato nel Sannio. Mentre Marco Valerio riuscì ad ottenere due chiare, seppur sofferte, vittorie, nella battaglia del Monte Gauro, primo scontro in campo aperto tra i due popoli, e nella battaglia di Suessula, Aulo Cornelio riuscì ad uscire da una difficile situazione militare, e a vincere il successivo scontro in campo aperto, grazie al pronto intervento del tribuno militare Publio Decio Mure. L'anno successivo, il console Gaio Marcio Rutilo inviato a prendere il comando delle truppe acquartierate vicino Capua a sua difesa, si trovò nella necessità di affrontare comportamenti sediziosi dei soldati, che progettavano di prendere con la forza Capua, per impadronirsi delle sue ricchezze. Durante quell'anno non ci furono scontri coi Sanniti, e la prima guerra sannitica, si concluse l'anno successivo, nel 341 a.C., quando il console Lucio Emilio Mamercino Privernate, a cui era stata affidata la campagna contro i Sanniti, ne devastò le campagne, finché gli ambasciatori Sanniti, inviati a Roma, non ottennero la pace.

Nel 338 a.C. - Roma concede la civitas sine suffragio, ovvero la cittadinanza senza l'esercizio del diritto di voto, a Capua. Poco più di vent'anni dopo inizierà la costruzione della via Appia, che stabilisce un saldo collegamento viario tra il centro campano e l'Urbe. Sul finire del III secolo a.C. il diritto alla cittadinanza fu tuttavia revocato in seguito alla sconfitta di Annibale nel corso delle guerre puniche, il territorio confiscato divenendo ager publicus, e la città sottoposta all'autorità di un prefetto. Contemporanea romanizzazione dell’area dei Campi Flegrei. L’area dei Campi Flegrei fu la prima ad entrare nell’orbita romana;
Cartina delle città dei Campi
Flegrei da Cuma a Napoli nel
338 a.C.  Clicca sull'immagine
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- nel 338 a.C. Cuma si schierò al fianco di Roma e ottenne la civitas sine suffragio,
- nel 318 a.C. venne istituita la praefectura Capuam Cumas.
Cuma, in virtù di questa alleanza mantenne una sua indipendenza e nei secoli IV e III a.C. definì architettonicamente lo spazio pubblico con la realizzazione del foro, una piazza di 50×120 m. fiancheggiata sui lati lunghi da portici a due piani con fregio d’armi (risalenti alla fine del II sec.), dietro si aprivano delle tabernae. Al centro del lato occidentale del foro rimangono i resti del colossale tempio di Giove di tipo italico, su alto podio con una cella a tre navate e un pronao profondo. Sul fondo della cella è visibile un basamento su cui dovevano essere alloggiate le statue della triade capitolina, quando il tempio fu trasformato in Capitolium nel I sec. a.C.. La realtà economica di questo periodo, nella penisola italica, vede una fiorente ricchezza. 

Nel 335 a.C. - Nel Liceo di Atene, Aristotele fonda la Scuola del Peripato.
Aristotele.
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Aristotele nacque a Stagira (l'attuale Stavro) nel 384 o 383 a.C. da Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta II, ed entrò nella scuola di Platone, l'Accademia, a diciassette anni. Vi rimase sino al 348/47, cioè per 20 anni. La sua formazione spirituale si compì dunque interamente sotto l'influenza dell'insegnamento e della personalità di Platone.
Schema della visione della Fisica
di Aristotele.
Alla sua morte Aristotele lasciò l'Accademia e si recò ad Asso, dove con altri due scolari di Platone, Erasto e Corisco, che già si trovavano là sotto la protezione del tiranno di Atarneo, Ermia, ricostituì una piccola comunità platonica, in cui probabilmente tenne per la prima volta un insegnamento autonomo. Lì Aristotele sposò Pizia, sorella (o nipote) di Ermia e dopo la morte di questi, nel 345/44, si trasferì a Mitilene.
Alessandro Magno
Istanbul, Museo
 Archeologico.
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Nel 343/42 fu chiamato da Filippo re di Macedonia a Pella come precettore del figlio Alessandro, decisione forse determinata dall'amicizia di Aristotele con Ermia, alleato di Filippo e dai precedenti rapporti di suo padre con la corte macedone. Aristotele poté così formare lo spirito del grande conquistatore, al quale comunicò la sua convinzione della superiorità della cultura greca e della sua capacità di dominare il mondo, se si fosse congiunta con una forte unità politica. Quando nel 340 a.C. Alessandro diviene reggente del regno di Macedonia, cominciando anche ad avvicinarsi alla cultura orientale, il suo maestro Aristotele, che era intanto rimasto vedovo e conviveva con la giovane Erpillide da cui ebbe il figlio Nicomaco, intorno al 335 a.C. si trasferisce ad Atene, dove in un pubblico ginnasio, detto Liceo perché sacro ad Apollo Licio, fonda una sua famosissima e celebrata scuola, chiamata Peripato, "passeggiata", dall'uso istituito dallo stagirita Aristotele di insegnare passeggiando nel giardino che la circonda. Probabilmente non è Aristotele ad acquistare la scuola; egli l'affitta perché per la città di Atene egli era uno straniero e non aveva diritto di proprietà. La scuola viene inoltre finanziata dallo stesso Alessandro. Aristotele promuove attività di ricerca nella città di Atene soprattutto per quanto riguarda materie scientifiche quali zoologia, botanica, astronomia. Aristotele vi teneva corsi regolari e vi tenevano corsi anche gli scolari più anziani, Teofrasto ed Eudemo. Nel 323 la morte di Alessandro provocò ad Atene l'insurrezione del partito antimacedone che mise Aristotele sotto accusa per empietà. Egli fuggì allora a Calcide nell'Eubea, patria di sua madre. Nel 322/21 una malattia di stomaco pose fine ai suoi giorni. Il corpus delle opere aristoteliche ha avuto un destino singolare: le opere esoteriche o acroamatiche, composte per la scuola, furono messe in salvo e nascoste dal suo erede Neleo nella Troade.
Cartina geografica dell'impero di Alessandro Magno, il macedone
con i paesi suoi alleati, il percorso delle conquiste e i luoghi delle
maggiori battaglie.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ritrovate nel I sec. a. C. e riportate ad Atene, furono trasferite a Roma da Silla; qui l'erudito Andronico di Rodi le sistemò nell'ordine che è invalso fino ad oggi. Le opere essoteriche, invece, destinate alla pubblicazione, sono andate perdute e ci sono note solo attraverso testimonianze e citazioni di altri autori. Il campo dello scibile da lui affrontato lo rende un vero caposaldo nella storia della scienza. Nella Fisica, aveva elaborato alcune teorie secondo cui vi sono 4 elementi fondamentali, e tutti i corpi subiscono l'attrazione dell'elemento a cui sono più affini, per cui le materia tende a cadere in basso poiché nel suo schema è all'altezza dell'orizzonte, l'acqua tende ad andare in profondità perché nello schema è l'elemento più basso, per il motivo opposto la fiamma va vero l'alto ecc. Quando, in epoca successiva, le opere di Aristotele vennero trascritte per essere tramandate, vennero catalogate secondo gli argomenti trattati: e fu così che nacque la "metafisica", "oltre la fisica", e cioè gli argomenti che non potevano ritenersi attinenti ne alla fisica ne ad altre discipline classificabili.

Alessandro Magno in una
copia da Lisippo del I sec.
conservata a Copenaghen.
Dal 334 a.C. - Inizio delle conquiste di Alessandro Magno, figlio di Filippo II di Macedonia. Alessandro (356 - 323 a.C.) dal 334 al 323 a.C. estese le sue conquiste fino ai confini dell'India. Alessandro non aveva un fisico particolarmente avvenente, bensì era tozzo e di corporatura robusta; aveva gli occhi di colore l'uno diverso dall'altro (uno blu, l'altro marrone o nero), mentre la sua voce era aspra; portava sempre il collo leggermente inclinato verso sinistra e soffriva probabilmente di alcune malformazioni congenite, che forse hanno contribuito alla sua morte. Aveva i capelli rossicci ed aspri.
Cartina geografica dell'Egitto
e delle sue materie prime
 nel 300 a.C., nel suo
periodo ellenistico.
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È dovuta a lui l'usanza di radersi il volto: pare che avesse infatti pochissima barba, che all'epoca connotava inequivocabilmente l'uomo di potere (contrapposto a donne e giovani che ne erano privi) e per non sfigurare in mezzo ai suoi dignitari li indusse a radersi. Per effetto della circolazione delle idee dovuta all'Ellenismo la moda si diffuse poi in tutto il Mediterraneo e quindi a Roma. Fra gli scultori del tempo, Lisippo ritraeva molto fedelmente il condottiero e venne nominato scultore di corte. Alessandro si erse a campione dell'ellenismo contro quelli che venivano considerati barbari dai Greci. Nonostante ciò, come richiesto dalla mentalità orientale sull'origine divina dei monarchi, elevò la sua figura reale fino a farsi proclamare figlio di Dio nel santuario di Ammone in Egitto, malgrado la disapprovazione dei suoi soldati. Ciò cozzava violentemente con il pensiero da uomini liberi dei greci, e fu la causa dell'assassinio di Clito, che pur avendo salvato Alessandro in battaglia, fu da lui stesso ucciso. A Samarcanda nel 328 a.C., Alessandro, durante una serata di festeggiamento con i suoi generali e ufficiali, accolse alcuni uomini giunti dalla costa, venuti ad offrire della frutta al loro signore. Il re incaricò Clito il Nero di portarli dinnanzi al suo cospetto e per incontrarli dovette sospendere un sacrificio in atto, cosa mai vista dagli indovini. In seguito, durante il banchetto si ascoltarono i versi di un poeta di corte, un certo Pranico, che schernì i generali macedoni. Clito, in stato di ebbrezza, si offese più degli altri, ricordando al re di avergli salvato la vita tempo addietro (nella battaglia del Granico). Seguirono parole dure da entrambe le parti; il generale criticava aspramente la politica di integrazione fra Macedoni e Persiani perseguita da Alessandro e lo definì non all'altezza di suo padre Filippo, il vero Macedone...
Lisippo: Alessandro Magno.
Louvre di Parigi.
Ma seguiamo l'episodio riportato da Plutarco: “Clito si recò dal re che lo aspettava a pranzo [...]. Durante il banchetto, fra l’abbondante scorrere del vino, un certo Pranico (o Pierione, come dicono alcuni) recitò dei versi che aveva scritto per svergognare e ridicolizzare i generali che poco prima erano stati battuti dai barbari. I più anziani si risentirono e insultarono sia il poeta che il musico, mentre Alessandro e i suoi fedelissimi ascoltavano divertiti, invitando i due a proseguire. A questo punto Clito, che oltre ad essere ubriaco era anche irascibile e orgoglioso per natura, s’infuriò, dicendo che non era bello sbeffeggiare di fronte ai barbari nemici dei soldati macedoni, i quali, anche se in quel caso non avevano avuto fortuna, erano molto migliori di chi li derideva. Al che Alessandro: «Tu parli per te stesso, scambiando per sfortuna la viltà!». Allora Clito, balzando in piedi: «La mia viltà ti ha salvato la vita, illustre figlio degli dei, quando voltavi le spalle alla spada di Spitridate! Ed è grazie al sangue dei Macedoni e alle loro ferite che sei andato tanto in alto da ritenerti figlio di Ammone e rinnegare tuo padre Filippo!». Irritato da queste parole, Alessandro esclamò: «O testa matta, attento che tu non abbia a soffrire per questo tuo continuo sparlare di me, mettendomi contro i Macedoni!». «Già soffriamo abbastanza!», ribatté Clito. «Sono queste le ricompense per le nostre fatiche? Beati quelli che sono morti prima di vedere i Macedoni battuti dalle fruste dei Medi e costretti a supplicare i Persiani per poter avvicinare il loro re!». A queste parole ardimentose e schiette, quelli che stavano con Alessandro insorsero contro Clito coprendolo di insulti. [...] Intanto gli amici erano riusciti a stento a portar via dalla sala Clito, che continuava a protestare, e che a un certo momento rientrò da un’altra parte, recitando, con sfrontata impudenza, tre versi dell’Andromaca di Euripide [laddove Peleo esclama]: Ohimé, che brutta usanza c’è nell’Ellade! [In guerra son gli eserciti che vincono ma il vanto solo i capi se lo pigliano!]. A questo punto Alessandro tolse di mano a una delle guardie un giavellotto e mentre Clito, scostata la tenda che copriva l’entrata, gli andava incontro con un gesto di sfida, lo trapassò da parte a parte e quello, gemendo e gridando per il dolore, piombò a terra e morì. Istantaneamente Alessandro si calmò e rientrato in sé, visto che gli amici erano ammutoliti, si avvicinò al cadavere ed estratta fulmineamente la lancia rivolse la punta contro di sé in direzione del collo, ma prontamente le guardie del corpo gli afferrarono le mani trascinandolo a forza nella sua stanza.” (Plutarco, Vite parallele. Alessandro e Cesare). Alessandro morì a 33 anni a Babilonia, di una malattia misteriosa

Nel 332 a.C. - Tra Roma e i Senoni della Gallia Cisalpina fu stipulato un trattato di pace che, a quanto sembra, garantirà un interludio di pace durato circa trent'anni.  

Nel 326 a.C. - Seconda guerra sannitica (326-304 a.C.). Casus belli della seconda guerra sannitica fu una serie di reciproci atti ostili. Cominciarono i Romani fondando nel 328 a.C. una colonia a Fregellae presso l'odierna Ceprano, sulla riva orientale del fiume Liri, cioè in un territorio che i Sanniti consideravano propria esclusiva sfera di influenza. In più i Sanniti vedevano con preoccupazione l'avanzata dei romani in Campania, così quando Roma dichiarò guerra alla città greca di Palepolis, i Sanniti inviarono 4.000 soldati a difesa della città. I Romani, dal canto loro, accusarono i Sanniti di aver spinto alla ribellione le città di Formia e Fondi.
Carta con i territori teatro della
seconda guerra sannitica.
Nel 326 a.C., mentre a Lucio Cornelio Lentulo venivano affidati i poteri proconsolari per proseguire le operazioni militari nel Sannio, Roma inviava i feziali a dichiarare guerra ai Sanniti e ottennero poi, senza averlo sollecitato, l'appoggio di Lucani ed Apuli, con i quali furono stipulati tratti di alleanza. Lo scontro con i Sanniti iniziò favorevolmente per i romani che, tra il 326 a.C. e il 322 a.C. occuparono Allife, Callife e Rufrio, Palopolis, anche grazie all'attività destabilizzante dei Tarantini, che si adoperarono affinché defezionassero in favore di Roma. Furono poi Cutina e Cingilia ad essere espugnate dai romani, che riportarono anche una serie di vittorie in campo aperto, tra le quali quella nei pressi di Imbrinium. Però nel 321 a.C. l'esercito romano, condotto dai consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino, subì l'umiliante sconfitta alle Forche Caudine (dal latino Furculae Caudinae). Nonostante i due consoli sconfitti avessero accettato le condizioni di resa, i romani continuarono la guerra contro i Sanniti, facendo ricadere la responsabilità della resa unicamente sui due comandanti. Dopo lo scontro a Caudia, la guerra si allargò nelle regioni vicine al Sannio, così nel 320 a.C., lo scontro arrivò in Apulia, davanti Lucera, dove i romani, dopo aver sconfitto i Sanniti in uno scontro in campo aperto, conquistarono la città. Nel 319 a.C. i romani ripresero il controllo su Satrico e sconfissero i Ferentani, e l'anno successivo conquistarono Canusio e Teano in Apulia, nel 317 a.C. Nerulo in Lucania e nel 315 a.C. Saticola. Sempre quell'anno i due eserciti si scontrarono nella durissima battaglia di Lautulae. Nel 314 a.C., con l'aiuto di traditori, i romani presero Sora, Ausona, Minturno, Vescia e con le armi Luceria, che si era unita ai Sanniti. La guerra sembrava volgere a favore dei romani, anche perché nel 313 a.C. questi presero ai Sanniti la città di Nola, e due anni dopo, 311 a.C., sconfissero i Sanniti davanti la città di Cluvie. Quando nel 310 a.C. ripresero le ostilità tra romani ed etruschi, i Sanniti ripresero l'iniziativa con più vigore, sconfiggendo l'esercito romano in una battaglia campale, nella quale rimase ferito lo stesso console Gaio Marcio Rutilo Censorino. Per questo motivo, a Roma fu eletto dittatore Lucio Papirio Cursore, che ottenne una chiara vittoria contro i Sanniti nei pressi di Longula, mentre anche sul fronte etrusco i romani ottenevano una serie di successi, consolidando il fronte settentrionale, con la resa degli Etruschi nel 309 a.C. Nel 308 a.C. Quinto Fabio Massimo Rulliano, vincitore degli Etruschi, sconfisse ancora i Sanniti, cui si erano alleati i Marsi e i Peligni. Infine nel 305 a.C. i romani conseguirono la decisiva vittoria nella battaglia di Boviano a seguito della quale, nel 304 a.C., le tribù del Sannio, chiesero la pace a Roma, ponendo fine alla Seconda guerra sannita.

La divisione in nuove satrapìe dell'impero di Alessandro Magno,
di cui la più estesa fu dei Seleucidi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 323 a.C. - Muore Alessandro il Grande.
Il suo impero viene spartito fra i suoi generali, i diadochi, che diventano così sàtrapi.

Dal 312 a.C. - Roma inizia la costruzione delle strade e degli acquedotti: la prima strada è la Via Appia. La costruzione delle strade inizialmente era stata dettata dalla necessità di spostare rapidamente le truppe in qualsiasi regione conquistata, ed infatti le prime strade furono costruite proprio dai legionari. Anche se in principio avevano una funzione militare permisero un notevolissimo sviluppo al commercio dell'Urbe favorendo lo spostamento di merci e mercanti, oltre che della gente comune e dei messaggeri. In poco tempo le prime vie Consolari come: l'Appia, l'Aemilia, la Salaria, la Postumia ed altre, vennero prolungate, fino a formare un complesso sistema che permetteva di raggiungere qualsiasi punto dell'Impero in poco tempo; si calcola che furono costruite più di 29 strade che percorrevano oltre 120.000 Km (due volte il giro della Terra!). Le strade romane avevano il compito fondamentale di mettere in comunicazione Roma con il resto dello Stato nel modo più rapido effettuabile. Per questo venivano tracciate il più rettilinee possibile per evitare allungamenti, anche a costo di lasciare isolati i centri più piccoli, i quali venivano comunque collegati con vie secondarie. La necessità di superare ostacoli naturali come specchi d'acqua o colline per dare continuità al tracciato venne compiuta  con la costruzioni di mirabili ponti, viadotti e gallerie in parte tuttora praticabili. Ricordiamo tra tutti il ponte più lungo dell'antichità costruito sul Danubio per volere di Traiano con una lunghezza di oltre 2,5 km! Questi sono solo alcuni dei segni più imponenti che questa civiltà ci ha lasciato, e che tra l'altro furono per secoli studiati per la loro perfezione: il Medioevo incapace di imitare le strade e i ponti romani li chiamò per questo "sentieri dei giganti" o "strade del diavolo".
La Via Sacra Romana.
La parola miglio deriva dall'espressione latina milia passuum, "migliaia di passi" (singolare: mille passus "mille passi"), che nell'Antica Roma denotava l'unità pari a mille passi (1 passo = 1,48 metri). Occorre ricordare che per gli antichi romani il passus era inteso come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino, quindi il doppio rispetto all'accezione moderna. Ad ogni miglio, veniva posto ai bordi della strada una pietra cilindrica alta anche 3 o più metri, sulla quale erano incise le miglia percorse dalla città precedente, e quelli alla prossima, oltre che alla distanza da Roma; erano inoltre incisi il nomi di coloro che la fecero costruire. Al centro dell'Urbe, vicino al Foro, l'Imperatore Ottaviano Augusto fece collocare accanto ai Rostri il Miliarium Aureus ossia una pietra miliare dorata con le distanze di tutte le principali città dell'Impero; inoltre non lontano c'era anche una grande mappa bronzea dell'Impero detta Forma Imperii, accanto a quella di Roma detta Forma Urbi. La velocità di percorrenza giornaliera media delle strade era di  30 Km orari in carro, 7-8 Km/h a piedi, ed 80 Km giornalieri al massimo per i messaggeri imperiali del cursus publicus ossia i corrieri a staffetta per i funzionari di Governo. Le principali strade in Italia furono:
Le Vie e strade Romane in Italia.
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I. Via Appia: fu costruita nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio; essendo la più antica delle vie Consolari è chiamata regina viarum, cioè la regina delle strade. Inizialmente fu tracciata fino a Capua, grande centro della Campania, ma fu poi prolungata fino a Beneventum, Venosa, Tarantum e Brundisium ove c'era un importantissimo porto. Nel II secolo d.C. l'Imperatore Marco Ulpio Traiano crea una un percorso alternativo tra Benevento e Brindisi passando attraverso gli Appennini, dando origine alla Via Appia Traiana, la quale permetteva di risparmiare oltre un giorno di marcia. Questa opera è ricordata sopratutto per il fatto che durante i lavori di costruzione, per riuscire a oltrepassare uno scaglione di roccia molto alto, i Romani lo fecero letteralmente tagliare! Tutt'ora è possibile vedere ciò che ne resta.
II. Via Aemilia: altro non era che il proseguimento della via Flaminia verso Nord-Ovest. Essa congiungeva Ariminum con Placentia, toccando Caesena, Forum Livi, Bononia, Mutina, Regium Lepidum e Parma.
III. Via Capua-Rhegium: si staccava dalla via Appia a Capua , proseguiva fino a Rhegium, passando per Consentia e Vibo Valentia.
IV. Via Aurelia: strada costiera che andava a Nord: collegava l'Urbe con Vada Sabatia (Vado Ligure), attraverso Pisae, Luna e Genua. Venne poi edificata la Via Julia Augusta che proseguiva per le Gallie attraversando il sito dei Balzi Rossi, nei pressi dell'attuale confine sulla costa ligure fra Italia e Francia.
V. Via Domitiana: si separava dalla Via Appia a Sinuessa (Mondragone) e giungeva fino a  Neapolis.
VI. Via Popilia-Annia: altro proseguimento della via Flaminia, verso Nord-Est: partiva da Ariminum passando per Rabenna, Atria (Adria), Patavium (Padova), Altinum, Aquileia, Tergeste (Trieste).
VII. Via Latina: collegava l'Urbe direttamente con Capua spercorrendo passando per Anagnia, Frusino, Casinum.
VIII. Via Flaminia: univa Roma con Ariminium (Rimini), toccando Fanum Fortunae (Fano) e Pisuarum.
IX. Via Salaria: prende il nome dalla materia prima (il sale) che per secoli fu trasportata lungo il suo tracciato. Essa partiva da Roma e giungeva fino Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli), passando per  Reate e Asculum.
X. Via Postumia: passando per la Pianura Padana univa  Genua con Aquileia, attraversando Cremona, Verona, Vicetia.
XI. Via Valeria: collegava l'Urbe Ostia Aterni (Pescara), passando per Tibur (Tivoli) e Teate Marrucinorum (Chieti).
XII. Via Cassia: congiungeva l'Urbe al Nord Italia, passando attraverso Arretium, Florentia, Pistoia, Luca.
XIII. Via Clodia: collegava  Roma a Saturnia.
Gli strati in cui era costruita
la strada romana. Clicca
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Nonostante le strade fossero ben lastricate, con i carri non era possibile andare troppo veloci, anche perché spesso per tirarli servivano dei buoi e si preferivano i viaggi per mare, che si rivelavano più rapidi anche se più pericolosi a causa delle frequenti tempeste. Le strade in epoca imperiale vennero sviluppate soprattutto per garantire un efficiente servizio postale e un rapido spostamento di messaggeri. Per facilitare ciò a intervalli regolari sorgevano stazioni per il cambio dei cavalli (mutationes) e locande per le soste notturne (mansiones), che erano attive per tutti anche per i Cittadini i quali all'interno trovavano dipinte sulle pareti delle vere e proprie guide stradali, chiamate "intineraria picta", con segnalati i punti di sosta tra un itinerario e l'altro, le città, le distanze e tutte le strade importanti. Di queste mappe non sono rimaste tracce, tuttavia esiste una copia di epoca medioevale di eccezionale importanza, chiamata Tabula Peutingeriana, che ci dà un'idea di come fossero strutturate, e quali nozioni geografiche avevano i Romani. Questa mappa lunga sei metri e alta trenta centimetri rappresenta tutto il mondo conosciuto allora dai Romani dalle colonne d'Ercole fino all'estremo Oriente.
Particolare con Roma della Tabula Peutingeriana.
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E' da notare, che nelle mappe antiche l'Oriente è posto verso l'alto, infatti nella foto della Tabula Peutingeriana qui a lato (cliccare sopra per ingrandire) il tratto di terra orizzontale è l'Italia, e in alto c'è il Mare Adriatico, sotto il Mare Tirreno, si notano inoltre Roma seduta sul trono, e Ostia sotto. Secondo il Diritto romano, il transito sulle strade dell'Impero era libero, ma la manutenzione del manto stradale spettava agli abitanti della Provincia  attraversata dalla strada, tuttavia con la riforma del governo iniziata dall'Imperatore Ottaviano Augusto la gestione fu affidata al Curator Viarum il quale dava l'ordine, o la concessione per la ristrutturazione o la costruzione della strada. Facendo una piccola osservazione si può ben notare come tutte le autostrade attuali in Europa seguano il percorso delle strade romane, conservando talvolta addirittura il nome!
Le vie e strade costruite nell'Impero Romano.
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L'attuale termine strada deriva da viae strata  cioè via lastricata. Ogni strada romana, aveva una struttura ben precisa e si sviluppava in modo più o meno rettilineo. Originariamente le dimensioni delle strade erano sancite dalle XII Tavole: per esempio la larghezza media andava dai 4 ai 6 metri, potevano avere due marciapiedi (margines) laterali di 2/3 metri di larghezza circa o anche più. Avevano uno spessore che andava dai 90 ai 120 cm, ed erano formate da una massicciata di tre strati di pietre sempre più piccole, legate con malta (ciò per permettere una maggior resistenza e durata nel tempo), e dal piano stradale lastricato, costituito da uno strato di blocchi di pietra spianati e accostati. La costruzione iniziava con il scavare un "letto" tra due solchi, i quali ne delimitavano la larghezza, nel quale sarebbero stati posati i vari strati di pietre. Lo strato più basso, era composto da pietre molto grandi come sassi ed era detto statumen, il secondo chiamato rudus era formato da ciottoli di medie dimensioni, il terzo da ghiaia mista ad argilla detto nucleus, ed il quarto era il vero e proprio manto stradale chiamato pavimentum: esso era composto da lastre grosse e piatte adagiate in orizzontale, ma con una forma lievemente convessa per facilitare lo scolo delle acque piovane, verso le canalette di scolo, sempre presenti nelle vie cittadine. Se nelle strade dell'Impero regnava l'ordine quasi assoluto, non si poteva dire lo stesso dell'Urbe, dove al contrario le strade erano tutt'altro che ordinate e rettilinee. Questo è facilmente spiegabile dal fatto che Roma è nata e si è estesa senza dei piani urbanistici; questi infatti verranno ideati appena alla fine della Repubblica per opera di Giulio Cesare,  Ottaviano Augusto ed altri Imperatori. Quindi fatta eccezione per alcune vie principali, che sono rettilinee poiché penetrazioni urbane delle vie Consolari, molte altre strade sono strette e intricate e alcune addirittura senza marciapiedi. Tuttavia bisogna dire che i marciapiedi a Roma non erano necessari visto che per un decreto di Giulio Cesare, i carri (fatte alcune eccezioni) non potevano transitare in città di giorno ma solo la sera e la notte. L'Urbe era inoltre una città caotica e rumorosa sopratutto nelle zone centrali, dove c'erano i  mercati, i Fori e gli edifici pubblici più importanti.
Ponte-acquedotto sul fiume Gard
nell'attuale Francia, che riforniva
 la città di Nemasus l'odierna Nimes.
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Tra le opere più grandi e vistose lasciateci dai Romani, sicuramente ricordiamo gli imponenti acquedotti. Gli acquedotti vengono ideati a Roma nel IV sec. a.C. perché ormai la fornitura idrica dell'Urbe, che fino ad allora si affidava al Tevere o ai pozzi, non era più sufficiente. Roma si stava trasformando nella più grande metropoli di tutta l'Antichità e non solo, quindi si decise di costruire un' acquedotto che collegasse una sorgente e portasse l'acqua fresca in città, il primo fu l'Aqua Appia costruito nel 312 a.C. per volere dell'omonimo Console Appio Claudio, lo stesso che diede il nome alla celeberrima via. Con il passare degli anni ne vennero costruiti altri di maggior portata. In totale c'erano ventiquattro acquedotti, che trasportavano ogni giorno nell'Urbe oltre 1 milione di metri cubi d'acqua percorrendo in totale oltre 400 Km di condutture. Se oggi possediamo molte informazioni sugli acquedotti e l'edilizia idraulica lo dobbiamo all'opera del Curator Aquarum Sesto Giulio Frontino, contemporaneo dell'Imperatore Nerva, il quale scrisse un libro, il De aqueductu Urbis Romae (letteralmente Sugli acquedotti della Città di Roma),  nel quale spiega i metodi di costruzione, i materiali edili, ma anche nomi e percorsi delle condutture idriche, l'ubicazione delle sorgenti e molto altro. Dalla prosa ricca di tecnicismi di Frontino traspare la consapevolezza e l'orgoglio che porta lo scrittore, cives romanus, a compiacersi della mole degli acquedotti, sostenuti per chilometri da imponenti arcate, e a sorridere, con un certo disprezzo, delle piramidi egiziane ed ai templi greci, opere famose ma inutili. Dietro la costruzione di un acquedotto stanno tutta una serie di problematiche, che gli ingegneri Romani hanno saputo perfettamente risolvere. Per esempio la forza motrice dell'acqua. L'acqua non si sposta da sola! E' necessario un "motore", e i Romani ne trovarono uno veramente "autonomo" cioè la forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato sufficiente dare una certa pendenza all'acquedotto e mantenerla per tutto il tragitto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il resto, così capirono che un'inclinazione del 25%, in media un metro di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l'acqua senza problemi fino alla città. Era inoltre necessario saper scegliere la sorgente giusta, in modo da fare defluire una giusta quantità d'acqua tutto l'anno senza periodi di secca o di piena.
Sezione di acquedotto
Romano soprelevato.
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Una volta scelta la sorgente adeguata, si stabiliva il percorso che l'aqueductus avrebbe compiuto per arrivare in città, per fare ciò si tracciava un profilo della geografia del terreno segnando coline e avvallamenti, pianure e corsi d'acqua. Per questo lavoro i tecnici adoperavano uno strumento di legno simile all'attuale livella, ma di dimensioni assai più grandi: il coròbate. Questo poteva dirsi in esatta posizione orizzontale quando i fili a piombo attaccati al suo ripiano di legno pendevano parallelamente alle gambe e quando l'acqua che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava. guardando attraverso il coròbate i tipografi potevano tracciare un'immaginaria linea orizzontale che seguiva tutto il percorso dell'acquedotto e segnare su questa linea, a intervalli di 10 metri, le distanze verticali tra essa e il terreno. Unendo tutti i segni presi con una linea si otteneva il vero profilo del terreno e gli ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo, se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri. A questo punto si procedeva alla sua edificazione. Spesso per la necessità di mantenere una pendenza costante le condotte facevano percorsi molto lunghi con molte curve, e non andavano mai in linea retta, in tal modo l'acqua defluiva senza problemi fino alla "foce artificiale", che quasi sempre era costituita da una grossa cisterna. Il percorso dell'acquedotto era per la maggior parte interrato o talvolta scavato sotto colline e montagne; in questo caso la condotta era formata solo da una struttura di laterizio parallelepipeidale impermeabilizzata e areata con dei pozzetti posti ogni 20-30 metri, usati anche per la manutenzione periodica. Solo talvolta la conduttura doveva superare fiumi o pianure  ed era quindi necessario costruire una struttura di sostegno (aquae pensiles). Uno degli esempi più famosi è il ponte-acquedotto sul fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus l'odierna Nimes. La realizzazione iniziava con l'edificazione delle fondamenta dei pilastri: se passavano sulla terra si scavava una buca profonda vari metri e si costruiva una solida base a tronco di piramide con grossi blocchi di pietra. Se invece si trattava di un fiume era necessario preparare un recinto di legno impermeabilizzato con la pece tutto intorno all'area della costruzione di ogni singolo pilastro: in tal modo si poteva asportare prima l'acqua, poi la fanghiglia e la ghiaia per poter edificare una solida base di grossi blocchi di pietra. Fatto ciò iniziava la costruzione dei piloni veri e propri. Questi potevano essere sia di pietra che di laterizio, e venivano sovrapposti tra loro alternati e uniti con malta. Solo a questo punto si univano i pilastri con gli archi i quali si costruivano utilizzando delle strutture di sostegno di legno dette centine che permettevano la collocazione dei conci fino alla chiusura della "chiave di volta". Costruita la prima arcata si procedeva all'edificazione delle altre arcate che poggiavano sempre sugli stessi pilastri, all'ultimo piano sorgeva in laterizio la vera e propria condotta dell'acquedotto. Una città come Roma con il suo milione e mezzo di abitanti doveva essere ben rifornita di acqua, anche perché questa non serviva solo direttamente ai suoi Cittadini ma anche ai complessi termali, i quali sembra consumassero molta acqua. Roma si avvaleva di undici acquedotti costruiti in varie epoche a partire dal II sec. a.C., che rimasero sempre tutti in funzione e che, nel complesso, portavano nell'Urbe oltre un milione di metri cubi di acqua al giorno, ed erano: I. Aqua Appia - Fu il primo acquedotto di Roma, edificato nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio, lo stesso che fece costruire la Via Appia. Le sorgenti sono situate sulla via Collatina ed è lungo ben 16 Km, anche se il suo percorso è quasi del tutto sotterraneo, e giungeva fino al foro boario. II. Aqua Ania o Anio Vetus - Lungo oltre 63 km, prende il suo nome dalla valle dell'Aniene presso Tivoli, le sue acque giungevano fino alle Terme di Diocleziano, mentre una ramificazione secondaria giungeva erogava l'acqua necessaria alle terme di Caracalla. III. Acqua Marcia - Il nome deriva dal Pretore M. R. Marcius, e fu edificato nel 114 a.C. La sorgente era situata presso Marano Equo. IV. Acqua Tepula - Costruito nel 126 a.C. prendeva le acque dalla Valle Preziosa scorrendo esclusivamente in condotte sotterranee. Il suo nome deriva dl fatto che la temperatura dell'acqua rimaneva sempre sui 18 gradi circa. V. Acqua Iiulia - Edificato nel 33 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, convogliava le acque dalle sorgenti nelle vicinanze di Grottaferrata. VI. Acqua Vergine - Fu costruito sempre da Agrippa verso il 19 a.C. convogliando le acque ubicate presso la tenuta della Rustica. E' tuttora perfettamente funzionate. Alcune derivazioni dall'acquedotto giungevano presso il Campidoglio e Trastevere.
VII. Aqua Augusta - Costruito per volere dell'Imperatore Augusto nel 2 d.C., serviva a portare l'acqua a Trastevere ove si tenevano le naumachie (o battaglie navali) in un lago artificiale. VIII. Aqua Claudia - Iniziato dall'Imperatore Claudio nel 38 d.C. ma terminato da Caligola è uno dei più imponenti. Le sue sorgenti erano ubicate presso la Valle dell'Aniene, e portava le sue acque fino a Porta Maggiore ove una diramazione giungeva presso il Palazzo e riforniva l' area circostante al Colle Palatino. IX. Aqua Ania Nova o Anio Novus - Costruito per volere di Caligola ma terminato dall'Imperatore Claudio nel 52 d.C. circa prendeva l'acqua dal Fiume Aniene, con la sua lunghezza di oltre 84 Km è l'aquedotto più grande del mondo. X. Aqua Traiana - Voluto dall'Imperatore Traiano nel 109 d.C. circa convogliava le acque del lago Sabatino nella zona di Trastevere. XI. Aqua S. Severa - Fu edificato dall'Imperatore Settimio Severo nel 226 d.C.. I Romani inventano tra le altre cose la calcee una variante di essa detta idrica poiché resisteva all'acqua ed era utilizzata nelle cisterne o negli acquedotti appunto per impermeabilizzare, è tuttora utilizzata. Con questa invenzione rivoluzionarono le tecniche costruttive utilizzate fino a quel momento, che prevedevano l'utilizzo di blocchi di pietra sovrapposti a incastro, per utilizzare invece mattoni di terracotta e calce,a cui era mischiata la pozzolana, una calce lavica di origine vulcanica che conferiva estrema durezza e resistenza al calcestruzzo così ottenuto e con la tecnica degli archi con poco materiale potevano sostenere grandi pesi e giungere a grandi altezze. In quei tempi le case di Roma avevano diversi piani, generalmente così non era per le altre città. 

Patrizio Torlonia, identificato
invece come Marco Porcio
Catone (234-149 a.C.), il
più famoso dei censori.
- A Roma, con la censura di Appio Claudio Cieco (lo stesso che da console sovrintende la costruzione della via Appia e di cui ne controlla la qualità sfiorandola col piede per sentirne le asperità, essendo cieco) del 312 a.C., si riforma il sistema della computazione della qualità del "censo" dei cittadini, in cui si considera anche il capitale mobile. Questa riforma sarà fondamentale per l'apertura dei Comizi centuriati alle nuove classi sociali in ascesa, che fondavano la propria ricchezza sul commercio e sull'artigianato piuttosto che sull'agricoltura o l'allevamento.

- Fino all'avvento del cristianesimo, la mentalità dei Romani antichi era piuttosto pragmatica e libera da eventuali condizionamenti filosofico-religiosi. La locuzione latina Faber est suae quisque fortunae, tradotta letteralmente, significa "Ciascuno è artefice della propria sorte". L'espressione è caratteristica della teoria dell'homo faber, secondo cui l'unico artefice del proprio destino è l'uomo stesso; viene talvolta vista come un iniziale contrapporsi dell'uomo romano all'idea del fato (dominante nel mondo classico), per essere responsabile protagonista delle sue azioni o nella lotta contro il bisogno e la miseria. Questa teoria verrà in seguito sviluppata soprattutto durante l'Umanesimo e il Rinascimento, specialmente alla luce della riconsiderazione del rapporto tra virtù e fortuna intesa come destino dell'uomo in genere. Se, infatti, nel Medioevo l'uomo è considerato succube del destino, nell'Umanesimo e nel Rinascimento esso è visto come intelligente, astuto ed energico, e perciò capace di utilizzare al meglio ciò che la natura gli offre ed essere dunque artefice del proprio destino. Forte sostenitore di questa visione dell'uomo è stato il filosofo Giordano Bruno.

Epicuro.
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Nel 306 a.C. - Nel Liceo di Atene, Epicuro fonda la sua scuola filosofica, il Giardino. Si vide sorgere in Atene, oltre all'Accademia e al Liceo, un'altra scuola filosofica, il Giardino, fondata da Epicuro. Epicuro (in greco Epìkouros) (Samo, 341 a.C. - Atene, 271 a.C.) è stato discepolo di Nausifane e fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica e romana, l'epicureismo, che si diffuse dal IV secolo a.C. fino al II secolo d.C., quando, avversato dai Padri della Chiesa, subì un rapido declino, per essere poi rivalutato secoli dopo dall'Umanesimo del Rinascimento e dall'Illuminismo. Nato sull'isola di Samo, figlio di un maestro di scuola e di una maga, fu chiamato Epicuro (che significa "soccorritore") in onore di Apollo (questo era uno degli epiteti del dio). Frequentò la scuola di Pamfilo seguace del pensiero platonico, e successivamente quella del democriteo Nausifane a Teo, località sulle coste dell'Asia Minore. All'età di 32 anni fondò la sua scuola prima a Mitilene e a Lampsaco ed infine ad Atene nel 306. La scuola era dotata di un giardino dove i discepoli, tra i quali anche donne, come la famosa etera Leonzia e persino schiavi, seguivano le lezioni del maestro. Sebbene fosse assertore della non partecipazione alla vita sociale e politica sostenne il governo macedone. La filosofia della scuola del "giardino" era in polemica con le dottrine socratiche e platoniche, con l'aristotelismo ma anche con le scuole minori come i cinici, i megarici, i cirenaici e con lo stoicismo, l'altra grande scuola ellenistica, che stava iniziando a diffondersi proprio in quel periodo. Epicuro morì ad Atene di calcoli renali, all'età di 70 anni circa. Per Epicuro la filosofia ha in primo luogo una funzione terapeutica : "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana", egli diceva . Una delle metafore da lui preferite per indicare l'obiettivo della vita filosofica é la quiete del mare dopo la tempesta, ma questa situazione di quiete é minacciata e impedita dalle credenze infondate che sovente si generano in noi e procurano ansie e timori: l' uomo che vive con animo sereno é paragonato a coloro che, al sicuro sulla terraferma, osservano distaccati il mare in tempesta, l'altrui pericolo. La filosofia deve dunque liberarci da queste credenze e condurci in un porto sicuro senza turbamenti. Di Epicuro ci restano tre epistole dottrinali complete riportate da Diogene Laerzio, due raccolte di aforismi, e alcuni frammenti. “Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.” scriveva in una lettera. Epicuro riprende nella fisica la teoria atomistica di Democrito e Leucippo. Quest'ultimo, secondo le affermazioni di Epicuro riportate da Diogene Laerzio, non sarebbe mai esistito, ma viene clamorosamente smentito dai suoi stessi allievi in ambito campano. Nei Papiri Ercolanensi infatti (Vol. Herc. coll. alt. VIII 58-62 fr. 1), si parla di Leucippo e gli si attribuisce la Grande cosmologia negandola a Democrito, che se ne sarebbe presa arbitrariamente la paternità. La novità introdotta da Epicuro rispetto a Leucippo sta però nel fatto che egli non considera più la forma degli atomi ma il loro peso. Questi atomi, infiniti di numero, eternamente si muovono in un vuoto a sua volta infinito. Epicuro inoltre introduce nella sua teoria il fenomeno della deviazione (parenklisis, declinazione, inclinazione) casuale che interviene nella caduta in verticale (Lettera ad Erodoto, 43) degli atomi determinandone così collisioni in base alle quali gli atomi si aggregano originando i corpi estesi. Mentre Democrito vedeva il moto degli atomi come vorticoso, per Epicuro esso si verifica per il peso degli atomi verticalmente, una sorta di pioggia di atomi sulla quale può intervenire una deviazione che interrompe il fenomeno naturale che si stava formando dando luogo ad un altro diverso effetto. Nella causalità meccanica e deterministica della natura Epicuro salva così l'elemento della casualità nella formazione degli eventi naturali. Nell'etica Epicuro riprende concettualmente l'edonismo dei Cirenaici, ma mentre per questi il piacere è dinamico (ricerca del piacere) per Epicuro è statico (eliminazione del dolore), assicurando così la salute dell'anima. Un'anima che: "è una sostanza corporea composta di sottili particelle" cioè di atomi molto mobili. Grazie a questa concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni. Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi: gli dei non vogliono il male ma non possono evitarlo (gli dei risulterebbero buoni ma impotenti, non è possibile); gli dei possono evitare il male ma non vogliono (gli dei risulterebbero cattivi, non è possibile); gli dei non possono e non vogliono evitare il male (gli dei sarebbero cattivi e impotenti, non è possibile); gli dei possono e vogliono, ma poiché il male esiste allora gli dei esistono ma non si interessano dell'uomo. Questa è la conclusione che Epicuro considera vera: gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si chiudono nella loro perfezione. Tali considerazioni di tipo fisico, cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità come coincidente con l'assenza di paure e timori che condizionano l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali e naturali (necessari e non necessari). È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dèi si disinteressino dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena. Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta. Propone quindi un "quadrifarmaco", capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali: la paura degli dei e della vita dopo la morte (gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi); la paura della morte (quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più); la mancanza del piacere (che è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare); il dolore fisico (se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo, se è acuto passa presto, se è acutissimo conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità). I mali dell'anima sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza. Il pensiero scientifico di Epicuro presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno. Dice Epicuro nella Lettera a Pitocle: "non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l'esperienza sensibile richiede": la base della scienza sperimentale. 

Da https://www.slideshare.net
/luigiarmetta/let-ellenistica
Dal 301 a.C. - Inizia l'Età ellenistica, periodo che va dalla morte di Alessandro Magno fino alla riduzione della Grecia a provincia romana, nel 146 a.C. in cui trionfano la cultura e la civiltà greche. Si hanno tre grandi dinastie fondate dai generali (sàtrapi) di Alessandro: i Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Siria e Mesopotamia, gli Antigonidi in Macedonia. Le aristocrazie urbane euro-mediterranee utilizzano il greco come lingua. Si fondano nuove città come Pergamo in Asia Minore, Alessandria in Egitto, Antiochia in Siria. Si sviluppa una grande fioritura culturale con scienziati come Euclide, Archimede, Apollonio di Perga, Aristarco di Samo, Eratostene, Ipparco, Erone di Alessandria, oltre a filosofi come Epicuro e Zenonenonché poeti come Callimaco, Apollonio Rodio e  Teocrito.

Zenone di Cizio.
Nel 300 a.C. - Ad Atene, Zenone di Cizio (335 - 263 a.C.) fonda la sua Scuola Stoica. Quella dello stoicismo è una corrente filosofica  spirituale con un forte orientamento etico. Lo stoicismo prende il nome dalla Stoà Pecile o Portico dipinto, originariamente «Portico di Peisianatte», eretto nella prima metà del V secolo a.C. nell'agorà di Atene, dove Zenone di Cizio era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli. Lo stoicismo propone un percorso individuale da cui scaturisce la capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha impresso. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini e l'aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata. La fase originaria di tale scuola di pensiero è detta Stoicismo antico. Lo stoicismo fu abbracciato da numerosi filosofi e uomini di stato, sia greci che romani, fondendosi presso quest'ultimi con le tradizionali virtù romane di dignità e portamento. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana la resero una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio, autore dei Colloqui con se stesso) che da schiavi (come il liberto Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo. Infine, abbiamo il cosiddetto Stoicismo nuovo o romano, che abbandona la tendenza eclettica cercando di tornare alle origini. Sviluppo cronologico delle varie fasi dello stoicismo con i relativi personaggi più rappresentativi: Antico (III a.C.-II a.C.) con Zenone di Cizio, Cleante, Crisippo; Medio (II secolo-I a.C.) con Panezio, Posidonio, Cicerone (parzialmente); Nuovo o Romano (I d.C.-III d.C.) con Seneca, Epitteto, Marco Aurelio. Gli stoici dividevano la filosofia in tre discipline: la logica, che si occupa del procedimento del conoscere; la fisica, che si occupa dell'oggetto del conoscere; l'etica, che si occupa della condotta conforme alla natura razionale dell'oggetto. Essi portavano un esempio: la logica è il recinto che delimita il terreno, la fisica l'albero e l'etica è il frutto.

- Nello stesso 300 a.C. la scuola matematica di Alessandria d'Egitto, che ha in Euclide il suo massimo esponente, studia la leva, il sifone, la vite e la carrucola. Euclide visse all'incirca dal 325 al 265 in Alessandria. Il suo capolavoro sono i tredici libri degli Elementi, il culmine della geometria classica, una delle opere più studiate della storia del pensiero. Ne sono state stampate più di 1000 edizioni. La quasi totalità della geometria che ancora oggi viene appresa nelle scuole superiori di tutto il mondo è di origine euclidea.
Negli Elementi la geometria della sfera è poco trattata. L'opera propriamente astronomica lasciataci da Euclide ha per titolo Fenomeni. In essa, tramite diciotto teoremi, sono trattati gli aspetti fondamentali dell'astronomia.

Nel 298 a.C. - Terza guerra sannitica (298-290 a.C.). Nel 298 a.C. i Lucani, il cui territorio era fatto oggetto di saccheggi da parte dei Sanniti, inviarono ambasciatori a Roma, per chiederne la protezione. Roma accettò l'alleanza con i Lucani, e dichiarò guerra ai Sanniti. Il console Gneo (pronuncia Ghneo) Fulvio Massimo Centumalo cui era toccata la campagna contro i Sanniti, guidò i romani alla presa di Boviano e di Aufidena. Tornato a Roma, Gneo ottenne il trionfo. Nel 297 a.C., al comando dei consoli Quinto Fabio Massimo Rulliano e Publio Decio Mure, gli eserciti romani sconfissero un esercito di Apuli vicino a Maleventum, impedendo che questi si potessero unire agli alleati Sanniti, e uno Sannita nei pressi di Tifernum. L'anno seguente, il 296 a.C.,le operazioni si spostarono in Etruria, dove i Sanniti si erano recati per ottenere l'alleanza degli Etruschi; ma i romani sconfissero l'esercito Etrusco-Sannita. Nel 295 a.C. i Romani dovettero fronteggiare una coalizione nemica composta da 4 popoli: Sanniti, Etruschi, Galli ed Umbri, nella Battaglia di Sentino. Seppure nello scontro fu ucciso il console plebeo Publio Decio Mure, alla fine le schiere romane riportarono una completa vittoria. Sempre quell'anno Lucio Volumnio Flamma Violente, con poteri proconsolari, sconfisse i Sanniti nei pressi di Triferno, e successivamente, raggiunto dalle forze guidate dal proconsole Appio Claudio, sconfisse le forze sannite, fuggite dalla battaglia di Sentino, nei pressi di Caiazia. Nel 294 a.C., mentre l'esercito romano otteneva importanti vittorie sugli Etruschi, costringendoli a chiedere la pace, fu combattuta una sanguinosa ed incerta battaglia davanti alla città di Luceria, durata due giorni, alla fine dei quali i romani risultarono vincitori, ma la battaglia decisiva fu combattuta nel 293, quando i romani sconfissero i Sanniti nella battaglia di Aquilonia. Da Aquilonia, dove aveva combattuto la Legio Linteata, alcuni Sanniti superstiti si rifugiarono a Bovianum da dove riorganizzatisi condussero una resistenza disperata che durò fino al 290, con l'ultima, durissima campagna condotta dai consoli Manio Curio Dentato e Publio Cornelio Rufino. Con la vittoria sui Sanniti, i Romani conquistarono una posizione egemonica in tutto il centro sud, imponevano alle altre, ancora forti popolazioni italiche, le loro decisioni in politica estera, le riducevano a fornire contingenti di truppe e a finanziare campagne militari; Roma conquistava il potere che l'avrebbe condotta a scontrarsi nel giro di un secolo prima con Pirro e poi con Cartagine. Nell'ambito della terza guerra sannitica, i Galli Senoni dell'Italia settentrionale si allearono con gli Umbri, gli Etruschi e i Sanniti contro Roma. La coalizione, inizialmente vincitrice (con la presa di Arezzo), venne in seguito sconfitta dai Romani nella battaglia di Sentino. E ciò permise a Roma l'istituzione dell'Ager Gallicus e la fondazione della sua colonia a Sena Gallica, che ancora conserva, nel moderno toponimo di Senigallia, la duplice memoria dell'etnonimo e dell'origine di quel popolo celtico. Nel 283 a.C. si concludeva questa fase del conflitto celto-romano, dove Roma riusciva a occupare tutti i territori a sud degli Appennini, battendo ancora i Senoni nella battaglia del lago Vadimone, combattuta contro una coalizione celto-etrusca.

Aristarco di Samo in un
dipinto del 1646.
Nel 280 a.C. - Aristarco di Samo (310 - 230 a.C. circa) elabora l'ipotesi di un sistema solare eliocentrico. Aristarco di Samo, isola greca dell'Egeo orientale, ubicata tra l'isola di Chio e le isole del Dodecaneso, è stato l'astronomo e fisico noto soprattutto per avere per primo introdotto una teoria astronomica nella quale il Sole e le stelle fisse sono immobili mentre la Terra ruota attorno al Sole, percorrendo una circonferenza. Della sua opera "Delle dimensioni e distanze di Sole e Luna" ci rimangono solo pochi frammenti ma sappiamo che Aristarco concordava con Eraclide Pontico nell'attribuire alla terra anche un moto di rotazione diurna attorno ad un asse inclinato rispetto al piano dell'orbita intorno al Sole, ipotesi che giustificava l'alternarsi delle stagioni. La migliore testimonianza dell’attribuzione ad Aristarco dell'ipotesi eliocentrica ci viene dall'"Arenario" di Archimede, dove narra che Aristarco riteneva che la Terra si muovesse intorno al Sole in un cerchio. L'obiezione che gli mossero i suoi contemporanei fu per quale motivo le stelle fisse non modificassero la propria posizione reciproca nel corso dell'anno, come avrebbero dovuto fare se la Terra fosse stata in movimento. Archimede riporta che Aristarco superò l'obiezione ipotizzando che la distanza tra la Terra e le stelle fisse fosse infinitamente maggiore del raggio dell'orbita annuale terrestre, così come in effetti è. Secondo Vitruvio, Aristarco ha inventato un tipo di orologio solare, la scafa. La teoria eliocentrica era stata rifiutata con forza un secolo prima da Platone e dal suo allievo Aristotele e fu respinta quattro secoli dopo Aristarco anche da Claudio Tolomeo, le cui concezioni dominarono incontrastate la tarda antichità e il medioevo. Plutarco scrisse che il filosofo stoico Cleante di Asso si auspicasse che Aristarco fosse condannato per empietà. Si suppone invece che la teoria di Aristarco fosse stata accettata nei primi secoli successivi alla sua esistenza, dato che Plinio il Vecchio e Seneca si riferiscono al moto retrogrado dei pianeti come a un fenomeno ottico e non reale, concezione più in linea con l'eliocentrismo che con il geocentrismo.

Carta geografica della Gallia Cisalpina.
Popolazioni Liguri, Etrusche, Celtoliguri
(Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-Nord
italico attorno al 300 a.C.
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Nel 272 a.C. - Roma completa la conquista dell'Italia centrale e meridionale, lasciando il nord a Liguri, Celti e Veneti: la Gallia Cisalpina. I Romani fissano i confini settentrionali nei fiumi Magra e Rubicone, dopo anni di guerre contro Volsci, Equi, Sanniti ecc. Va detto che non è una conquista da esercito invasore, la politica romana del periodo repubblicano è stata quella dell'integrazione.
Cartina della penisola italica nel 272
a.C. con l'estensione dei territori della
Repubblica di Roma in rosso, e il limite
settentrionale fissato dai fiumi Magra
e Rubicone. In blu sono segnalati i
territori controllati da Cartagine.
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Le colonie degli italici e dei greci italioti (i Socii, "alleati") avevano dei patti con Roma: in cambio dell'autonomia locale, fornivano contingenti militari a Roma. Si verificava così che nelle legioni romane, gli ausiliari (perlopiù italici, poiché gli alleati greci fornivano navi e marinai) erano in maggior numero che i  romani. Inoltre la frequentazione delle legioni imponeva la conoscenza del latino, anche scritto (alcuni ordini erano trasmessi per iscritto). Addirittura negli accampamenti fortificati delle legioni, il console, che era il comandante supremo, era vicino agli alloggi degli alleati, e quindi protetto dalle eventuali trame o tradimenti che i romani avrebbero potuto intentare. Nei territori di confine i romani fondavano colonie che presidiavano il territorio, conferendo agli abitanti la cittadinanza romana. Le colonie latine formate da cittadini romani invece, perdevano la cittadinanza romana, per assumere lo status di alleati.

Cartina della prima e seconda guerra punica con eventi,
percorsi di Annibale e di Scipione nella seconda guerra
punica e le battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 264 a.C. - Inizia la prima guerra punica fra Roma e Cartagine: si concluderà con la vittoria di Roma nel 241 a.C. e con il suo controllo sulla Sicilia. Il destino dei Galli cisalpini si decise allorquando questi ultimi legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263.

Sàrmati, che come gli Sciti facevano parte della famiglia linguistica iranica (indoeuropea), di  cultura e religione persiana, dai loro territori d'origine (le steppe lungo il Volga, le regioni pedemontane degli Urali meridionali e la steppa del Kazakistan occidentale), a causa di continui scontri con i Battriani, Parti e Sogdiani, in diversi periodi e a diverse ondate, si erano spinti verso occidente. Si suddividevano in quattro ceppi. I Roxolani, che si insediarono nei territori occupati dagli Sciti a nord e a nord ovest del Mar Nero tra il III secolo a.C. e il II d.C., stabilendo con loro un rapporto di alleanza fino a quando li assoggettarono. Gli Iazigi, che si insediarono nei territori a ovest dei Daci, a sud dei Germani e sia a est che a nord del Danubio tra il III secolo a.C. e il II d.C.. Gli Aorsi, che probabilmente si stanziarono nei pressi del Bosforo a sud-est degli Alani e gli Alani, che si insediarono ad est del Mar Nero, a nord del Caucaso, descritti dai Romani come allevatori di cavalli, la popolazione sarmatica di più lunga durata. Gli Alani rimasti si stabilirono sul Caucaso occidentale e attualmente sono noti come Osseti.

Nel 249 a.C. - I Celti Boi chiamarono in soccorso i Galli transalpini, innescando una nuova crisi che si concluderà nel 225 a.C., l'anno in cui si registra l'ultima invasione gallica dell'Italia. Quell'anno, infatti, cinquantamila fanti e venticinquemila cavalieri Celti varcarono le Alpi in aiuto dei Galli cisalpini (si trattava di una coalizione di Celti Insubri, Boi e Gesati), e se prima riuscirono a battere i Romani presso Fiesole, vennero poi sconfitti e massacrati dalle armate romane nella battaglia di Talamone (a nord di Orbetello), spianando così a Roma la strada per la conquista della pianura padana.

Eratostene di Cirene.
Nel 240 a.C. Eratostene, che nacque a Cirene, la Bengasi dell’odierna Libia, nel 276 e visse fino al 194 a.C., dopo essere stato tutore del figlio del re d’Egitto, venne nominato a dirigere la Biblioteca di Alessandria, che veniva chiamata Mouseion, essendo appunto il tempio delle muse. I commentatori moderni hanno espresso il loro stupore per il fatto che il suo ingegno sembra non aver goduto presso i suoi contemporanei la fama che oggi invece gli viene riconosciuta (uno dei suoi soprannomi era Beta, e un altro sembra sia stato Pentathlos, con riferimento a quegli atleti che si distinguono in diverse specialità, senza primeggiare in una in particolare). 

Carta geografica del III sec. a.C. con le
diversificazioni, in Europa e Anatolia,
delle genti Celtiche e la loro fusione
con genti già stanziate in quei territori:
Celtiberi, CeltoLiguri o CeltoLigi.
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Dal 225 a.C. - Con gli scontri di Talamone (225 a.C.) e di Clastidium (Casteggio, 222 a.C.) il sogno della grande Gallia Cisalpina unita nel dominio celtico, terminò definitivamente. A Talamone, una coalizione di Celti  Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana. Per la prima volta l'esercito romano poteva spingersi oltre il Po, dilagando in Gallia Transpadana: la battaglia di Clastidio (l'odierna Casteggio), nel 222 a.C., valse a Roma la presa della capitale insubre di Mediolanum (Milano). Per consolidare il proprio dominio Roma creò le colonie di Placentia, nel territorio dei Boi, e Cremona in quello degli Insubri. Il destino dei Galli cisalpini si era deciso allorquando legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263, contribuendo in modo determinante all'impresa di Annibale iniziata nel 221 con la campagna di Spagna e culminata nel 218 con la battaglia di Canne.
Carta geografica con l'incursione a Telamon (Talamone) da
parte delle popolazioni Celte e Celto-liguri degli Insubri,
Gesati, Boi e Taurini che furono sconfitti nel 225 a.C. dai
Romani.  Clicca l'immagine per ingrandirla.
Già dal 243 i Celti della Pianura Padana avevano cercato, forse per una sorte di premonizione, l'appoggio dei fratelli d'oltralpe nel tentativo di opporsi in modo solidale alla minaccia espansionistica romana. Le soliti liti e faide interne impedirono che l'alleanza si realizzasse. Con gli scontri di Talamone ( 225 a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.), il sogno della grande Gallia Cisalpina unita, terminò definitivamente. A Talamone, una coalizione di Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana. Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale. Finiva così un'epoca che aveva visto fronteggiarsi fieramente in Italia, per duecento anni, Celti e Romani. Piegati i Celti del nord, della Gallia Cisalpina, i romani si dedicarono alla disfatta ed all'annientamento di quella che era considerata la più potente fra le nazioni celtiche stanziate al disotto del fiume Po, i Boi. Prima di allora tutta la Valle e pianura Padana, erano chiamate di stessi romani "Gallia Cisalpina", sotto le Alpi, il resto del territorio era "Italia". 

Nel 220 a.C. - Archimede scopre le leggi di galleggiamento dei corpi immersi nell'acqua.
Archimede.
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Archimede, nato a Siracusa intorno al 290 a.C. e morto nella stessa città in seguito al saccheggio della stessa nel 212 a.C. da parte dell’esercito romano, fu probabilmente il primo ingegnere della storia, l'arguto matematico che determinò come calcolare il volume della sfera e fu autore anche di un’opera astronomica, oggi perduta, sulla costruzione della sfera, nella quale erano dati i principi per la costruzione delle sfere armillari che venivano utilizzate sia come strumenti didattici per l’insegnamento dell’astronomia, che come veri e propri strumenti per osservazioni astronomiche (misurazione di coordinate stellari, notoriamente le longitudini e le latitudini). Sappiamo ciò da Cicerone, che nel secolo I a.C. scrisse di due "sfere", costruite da Archimede, che erano state portate a Roma dal console Marcello come parte del bottino in seguito alla conquista della città di Siracusa, nel 212 a.C. Cicerone dice che una delle sfere era solida e portava dipinte le stelle. Essa venne posta nel tempio della Virtù. Tali sfere solide erano sicuramente precedenti il tempo di Archimede di alcuni secoli. Cicerone dice (non si sa su quali basi) che alcune erano state costruite da Talete ed Eudosso. La seconda sfera se la tenne Marcello, quale bottino personale. Si trattava di una struttura molto più complessa, un modello meccanico di planetario che mostrava i moti di Sole, Luna, pianeti, così come venivano visti dalla Terra. Cicerone scrive che Archimede doveva essere uomo di grande ingegno per aver prodotto un'opera simile e altri scrittori classici confermano questa testimonianza.

Apollonio di Perga.
- In quei tempi visse anche Apollonio di Perga, dal 262 al 190 a.C. circa. Era noto nell’antichità come “il grande geometra”. Ebbe una grande influenza sullo sviluppo della matematica, specialmente per la sua opera più famosa, "Le coniche", in cui introdusse termini matematici quali ellisse, parabola, iperbole, che continuano ad essere usati. Degli otto libri di cui era costituita l’opera, i primi quattro dell’edizione greca sono giunti fino a noi (naturalmente attraverso copie), mentre di una traduzione araba ci sono pervenuti i primi sette. Si ritiene generalmente che la maggior parte delle nozioni contenute nei primi quattro libri fosse nota ad alcuni predecessori di Apollonio, tra cui Euclide. I contributi originali di Apollonio si hanno nei rimanenti libri. Pappo dà alcune indicazioni sui contenuti di altre sei opere di Apollonio, sempre di argomenti matematici e geometrici. Ma ad Apollonio è attribuito il merito di avere fatto conseguire notevoli progressi all’astronomia matematica. Tolomeo dice nell’Almagesto che Apollonio introdusse le costruzioni geometriche degli epicicli e degli eccentri per spiegare le anomalie dei moti planetari. Secondo la terminologia introdotta dai matematici greci, si usavano le parole anomalia o anche inegualità per indicare qualunque irregolarità nei moti dei corpi celesti, rispetto al consacrato moto angolare uniforme e circolare. La scoperta dell’anomalia solare risale talmente indietro nel tempo che è impossibile datare la sua scoperta. E‘ difficile pensare che uomini della levatura di Talete o di Anassimandro non abbiano meditato su di essa. Quanto ai Pitagorici, non ci sarebbe da meravigliarsi se, inorriditi, l’abbiano semplicemente rimossa. 

Cartina della seconda guerra punica
 con itinerari e date di Annibale e
Asdrubale e le principali battaglie.
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Nel 218 a.C. Seconda guerra punica fra Roma e Cartagine, con l'invasione dell'Italia da parte di Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, che era stato il comandante supremo dell'esercito cartaginese.
Annibale, della famiglia Barca (Barca in cartaginese significava "folgore"), che valicò con esercito ed elefanti le Alpi occidentali per cogliere Roma alle spalle. Probabilmente gli elefanti morirono quasi tutti nell'attraversamento delle Alpi e Annibale, disponendo di pochi uomini rispetto ai romani e alleati, contava probabilmente sulla sollevazione di numerosi alleati di Roma contro Roma stessa, infatti i Celti si allearono a lui, e così fece Capua, che fu poi punita con la distruzione. Invece, anche popolazioni da poco romanizzate, che potessero covare rancori, come i Sanniti, tennero fede all'alleanza: l'integrazione aveva dati quindi ai romani buoni frutti, e probabilmente vantaggi agli alleati.
Annibale Barca
(Barca in  cartaginese
significava  Folgore)
Antica bireme Romana con rostro.
Il conflitto si concluderà dopo molti anni con la vittoria di Scipione a Zama, nel 201 a.C. Si dirà poi che Annibale ha vinto tutte le battaglie ma ha perso la guerra. Annibale Barca (Cartagine, 247 a.C. - Libyssa, 183 a.C.) condottiero e politico cartaginese, marciando dalla Spagna, attraverso i Pirenei, la Provenza e le Alpi, scese in Italia, dove sconfisse le legioni romane in quattro battaglie principali: battaglia del Ticino (218 a.C.), battaglia della Trebbia (218 a.C.), battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.) e battaglia di Canne (216 a.C.), oltre ad altri scontri minori.
Cartina della prima e seconda guerra punica con gli itinerari di Annibale,
 Asdrubale e Magone, Gneo e Publio Scipione e le principali battaglie,
anche in Spagna. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dopo la battaglia di Canne i Romani rifiutarono lo scontro diretto e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. La Seconda guerra punica terminò con l'attacco romano a Cartagine, che costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 204 a.C. dove fu definitivamente sconfitto nella Battaglia di Zama, nel 202 a.C.. Dopo la fine della guerra, Annibale guidò Cartagine per parecchi anni cercando di ripararne le devastazioni, fino a quando i Romani non lo forzarono all'esilio nel 195 a.C. Annibale si rifugiò quindi dal re seleucide Antioco III in Siria dove continuò a propugnare guerre contro Roma. Nel 189 a.C. Antioco III fu sconfitto dai Romani e Annibale dovette ricominciare la fuga, questa volta presso il re Prusia I in Bitinia. Quando i Romani chiesero a Prusia la sua consegna, Annibale preferì suicidarsi; era il 182 a.C. Annibale è considerato uno dei più grandi generali della storia. Polibio, suo contemporaneo, lo paragonava a Publio Cornelio Scipione Africano; altri lo hanno accostato ad Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone.

- I Celti dell'Italia settentrionale si erano nuovamente contrapposti a Roma in seguito alla discesa di Annibale. Come alleati del condottiero cartaginese furono fondamentali per le sue vittorie al Trasimeno (217 a.C.) e a Canne (216 a.C.). I Boi riuscirono, inoltre, a battere i Romani nell'agguato della Selva Litana. Dopo la sconfitta di Annibale a Zama (202 a.C.), vennero definitivamente sottomessi da Roma, quando risultarono vittoriosi nella battaglia di Cremona, nel 200 a.C., e in quella di Mutina (Modena), nel 194 a.C.

Cartina con in verde i territori della Repubblica di Roma
nel 201 a.C. e in rosa quelli conquistati dal 201 al 146 a.C.
Nel 206 a.C. Roma conquista l'Hispania (Spagna centrale e Portogallo). Espulsi i Cartaginesi dalla Spagna nel corso della seconda guerra punica, Roma vi fonda la nuova provincia e inizia una lenta occupazione della penisola che si prolunga per buona parte del II secolo a.C., fra rivolte e azioni di conquista che comportano i frequenti invii di eserciti, guidati da consoli. Nei primi decenni dell'occupazione infatti, i romani si trovarono di fronte alla guerriglia scatenata dal capo lusitano Viriato, che culminerà con la presa della città celtibera di Numanzia (nel 133 a.C.).

Nel 201 a.C. - Con la vittoria di Scipione, detto poi l'Africano, a Zama, termina con la vittoria di Roma la seconda Guerra Punica.

Nel 200 a.C. - Dalla Siria giunge nel mondo romano la tecnica della soffiatura del vetro.

- A Pergamo, nella penisola anatolica, l'attuale Turchia, inizia la fabbricazione della pergamena. 

- In quei tempi i Venedi-Sclavini (popolazione di Slavi) commerciano con la Gallia, la Pannonia, le province romane occidentali e alcuni centri del mar Nero. Che l'aristocrazia tribale dei Venedi-Sclavini fosse molto ricca, è documentato dal corredo funerario (vedi il sepolcreto di Vymysl nella Posnania).

- All'indomani della vittoria nella seconda guerra punica, Roma procedette alla definitiva sottomissione della pianura padana, che aprì un territorio vasto e fertile agli emigranti originari dell'Italia centrale e meridionale. Pochi decenni dopo, lo storico greco Polibio poteva già personalmente testimoniare la rarefazione dei Celti in pianura padana, espulsi dalla regione o confinati in alcune limitate aree subalpine. L'avanzata romana continuò anche nella parte nord-orientale con la fondazione della colonia di Aquileia nel 181 a.C., come ci raccontano gli autori antichi, nel territorio degli antichi Carni.

Nel 189 a.C. - Il console Mario Emilio Lepido fa costruire l’antica Via Emilia, che unisce la colonia di Placentia (Piacenza) ad Ariminum (Rimini), e darà il nome alla regione.
Marco Emilio Lepido
il nonno, dal
museo di Luni.

- Marco Emilio Lepido (il nonno) console nel 187 a.C. e morto nel 152 a.C., esponente dei Lepidi, un ramo della gens Aemilia, è stato edile nel 193 a.C. insieme a Lucio Emilio Paolo, promuovendo la costruzione del nuovo porto fluviale a sud del colle Aventino. Questa nuova costruzione, chiamata Emporium, prevedeva una banchina di circa 500 m e un grosso edificio di 50 vani, i Navalia. Lo spazio retrostante i Navalia era occupato da diversi horrea, magazzini per lo stoccaggio delle merci, di cui i più noti sono gli horrea Galbana. Marco Emilio Lepido fu eletto console romano nel 187 e nel 175 a.C. e ricoprì le cariche di pontefice massimo e di censore nel 179 a.C.. Riportò la vittoria sui Liguri durante il suo consolato: in tale occasione fece voto di erigere un tempio a Giunone e durante la censura dedicò (il 23 dicembre) il tempio di Giunone Regina al Campo Marzio. Dedicò il tempio D dell'area sacra di Largo di Torre Argentina ai Lari Permarini durante la propria censura. È noto per aver dato il nome alla via Emilia, fatta da lui costruire per collegare Piacenza con Rimini, che ha dato nome all'Emilia stessa e pare che sia stato un fondatore di Luni, in Lunigiana. La città di Reggio Emilia si chiamava in età romana Regium Lepidi in suo onore.)

La via Emilia sulla Tabula
Peutingeriana.
- L'Italia Settentrionale era conosciuta dai Romani durante l'epoca repubblicana come Gallia Cisalpina. La Gallia Cisalpina comprendeva la Pianura Padana, di gran lunga la più grande pianura fertile della penisola italica e perciò il più ampio territorio coltivabile d'Italia. Conquistando quest'area i Romani avrebbero avuto l'opportunità di accrescere enormemente la propria popolazione e le proprie risorse economiche. I Romani sottomisero i Galli della Pianura Padana attraverso una serie di campagne militari alla fine del III secolo a.C. La costruzione di una via militare che collegasse Roma a Fano e Rimini per consentire all'esercito il rapido accesso alla futura regio VIII Aemilia, fu completata già nel 220 a.C. (via Flaminia) mentre la via Emilia sarebbe stata costruita solo nel secolo seguente: l'espansione romana fu infatti ritardata di circa venti anni a causa della seconda guerra punica. Con l'invasione dell'Italia da parte dei cartaginesi guidati da Annibale (218-203 a.C.) Roma perse il controllo della Pianura Padana.
Rimini, Ponte di Tiberio del I sec.
Da: http://www.iluoghidelsilenzio
.it/ponte-di-tiberio-rimini-rn/
Molte tribù di recente sottomissione (come i Boi e gli Insubri) si ribellarono e si unirono alle forze di Annibale nella speranza di riottenere la propria indipendenza. Solo nel 189 a.C. l'ultima resistenza dei Galli fu vinta con la conquista di Bononia, l'odierna Bologna e nello stesso anno Roma avviò la costruzione della strategica via Emilia. L'arteria venne completata nel 187 a.C.. Inoltre, in quel periodo la colonia di Placentia era circondata da stanziamenti di Galli Boi che, nonostante la sconfitta, non avevano voluto firmare la pace con Roma e il pericolo di rivolte era quindi reale. La strada militare rettilinea fu dunque portata fino a Placentia per consentire il rapido spostamento dell'esercito nel caso di eventuali rivolte boiche. Il punto di inizio della via Emilia coincideva dunque con quello finale della via Flaminia, strada consolare che partiva da Roma e terminava a Rimini, dove intersecava la via Popilia (a Rimini la via Emilia attraversava il fiume Marecchia grazie al ponte di Tiberio). 
Rimini, arco di Augusto del I sec.,
punto di partenza della via Emilia
da: https://it.wikipedia.org/wiki/File:
Arco_d%27Augusto_-_Rimini.jpg
 
Inoltre, a Piacenza la via Emilia si intersecava con la via Postumia, che collegava i porti di Genova ed Aquileia, lo scalo romano più importante dell'alto Adriatico. Le maggiori città attraversate, di fondazione romana o rifondate dai Romani, dopo Rimini, sono: Acervolanum (Santarcangelo di Romagna), Sabinianum (Savignano sul Rubicone), dove era presente il ponte romano sul Rubicone), Cesena (Caesena), Forlimpopoli (Forum Popilii), Forlì (Forum Livii), Faenza (Faventia), Imola (Forum Cornelii), Castrum Castel San Pietro Terme),Claterna[1], Savenae (San Lazzaro di Savena), Bologna (Bononia, dove intersecava la via Flaminia militare), Unciola (Anzola dell'Emilia), Ad Medias (Crespellano), Forum Gallorum (Castelfranco Emilia), Modena (Mutina), Herberia (Rubiera), Reggio nell'Emilia (Regium Lepidi), Taneto (Tannetum), Parma (Parma), dove era presente il ponte di Teodorico, Fidenza (Fidentia), dove era presente il ponte romano di Fidenza, Senum (Alseno), Florentia (Fiorenzuola d'Arda), Pons Nure (Pontenure) e Piacenza (Placentia).
Savignano sul Rubicone, ponte
consolare romano sul Rubicone
da: https://www.sworld.co.uk/01/354/
place/il-ponte-consolare
-romano-sul-rubicone
Col nome di via Emilia si indica ancora oggi l'arteria fondamentale della regione Emilia-Romagna, cioè l'attuale SS 9, il cui tracciato ha costituito un riferimento anche per le successive infrastrutture viarie: quasi parallele sono state infatti costruite le ferrovie Milano-Bologna e Bologna-Ancona nonché l'Autostrada del Sole e l'Autostrada Adriatica. A Forlì, durante i lavori per la realizzazione della circonvallazione e a Reggio nell'Emilia, durante degli scavi, sono stati rinvenuti resti dell'antica via romana.

Carta di Macedonia, Grecia e Ionia nel
II secolo a.C. con i vari regni e regioni
coinvolti nelle guerre dell'Egeo.
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Nel 168 a.C. - Con la vittoria di Paolo Emilio a Pidna, Roma conquista la Macedonia.  Dopo la morte di Alessandro, nelle vicende politiche greche non si hanno altro che guerre tra città. Durante la sua ascesa, la Roma repubblicana dovette impegnarsi in ben tre guerre contro la Macedonia. L'esercito macedone, sotto la guida del re Perseo, subì la sconfitta definitiva nella battaglia di Pidna per opera del console Lucio Emilio Paolo nel 168 a.C., e nel 146 a.C. la Macedonia divenne povincia romana. Nello stesso anno, con la distruzione di Corinto, anche la Grecia venne inclusa nella provincia di Macedonia. Malgrado un regime particolarmente liberale accordato alla Grecia, molte città greche sostennero Mitridate VI, re del Ponto, nella sua campagna contro Roma, ma il generale romano Lucio Cornelio Silla costrinse Mitridate a fuggire e domò severamente la rivolta greca. L'imperatore Augusto fece della Grecia provincia senatoria, dandole il nome di Acaia. L'imperatore Adriano intraprese una imponente attività edilizia di ricostrzione di Atene e di altre città greche. Dall'anno 212, l'imperatore Caracalla concesse a tutti gli abitanti dell'Ellade, come a tutti gli altri provinciali, la cittadinanza romana. I Romani hanno dominato gli Illirici dal 168 a.c. fino alla caduta dell'impero. Sotto i romani, le arti e la cultura fiorirono, particolarmente a Apolonia, la cui scuola filosofica si sviluppò notevolmnte. Qui studiarono, tra altri, il grande oratore romano Cicerone. La lingua e la cultura latine hanno influenzato fortemente gli Illiri, e comunque quelli che vivevano nelle terre albanesi di oggi riuscirono a conservare la loro lingua ed abitudini, anche se presero in prestito molte parole latine, che fanno parte oggi del lessico albanese.

Nel 149 a.C. - Inizia la terza guerra punica che si concluderà tre anni dopo con la vittoria di Roma e la distruzione di Cartagine.

Nel 146 a.C. - I Romani conquistano e saccheggiano Corinto, e la Grecia diventa provincia di Roma. 
Carta delle isole Cicladi con
Delos, considerata sacra
poiché si credeva che vi
fosse nato il dio Apollo.
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Con la conquista romana della Grecia, si afferma un fiorente mercato di schiavi a Delo (Delos in greco), già sede della lega delio-attica capeggiata da Atene, stipulata nel 478 a.C, poiché Roma la elegge porto franco, esente da tasse, a discapito di Rodi, che lo era stata prima, ex alleata punita da Roma per non averla sostenuta nel conflitto contro la Macedonia. Questo mercato è di rilievo mediterraneo, tanto che mediamente si vendono 10.000 schiavi al giorno, ottenuti perlopiù con incursioni piratesche. Gli italici e i romani hanno una posizione preponderante fra gli acquirenti di schiavi, e procurano così la manodopera per la coltivazione nei terreni in Italia. Avviene così che mentre in Italia gli italici, alleati di Roma, non hanno i diritti della cittadinanza romana ma i doveri dei "soci", con  fornitura di contingenti militari a Roma senza godere dei proventi delle conquiste. All'estero sono considerati romani: vestono la toga, parlano latino, e anche questo favorisce quell'"autoromanizzazione" che, svilita dalla mancata concessione della cittadinanza romana, sfocerà nelle Guerre Sociali.

Finisce così l'Età ellenistica, periodo che va dalla morte di Alessandro Magno fino alla riduzione della  Grecia a provincia romana, nel 146 a.C.

Nel 140 a.C. - Il greco Ipparco determina con una certa precisione la distanza fra Terra e Sole.
Ipparco di Nicea.
Ad Ipparco ci si riferisce generalmente con l’appellativo di Nicea, perché si ritiene che abbia avuto i natali in quella località della odierna Turchia, prossima al Mar di Marmara, nella regione allora chiamata Bitinia, intorno al 190 a.C. La solidità della fama di cui godette nell’antichità è testimoniata da monete coniate sotto i regni di diversi imperatori romani. Queste monete portano sul diritto l’immagine di imperatori romani, quali Alessandro Severo (222 - 235 d.C.) e sul rovescio quella di un uomo che regge un globo e la scritta “Ipparco di Nicea”. Anche della sua vita si hanno pochissime notizie. Sembrano sicure quelle riferentesi a sue osservazioni astronomiche eseguite in Bitinia, nell’isola di Rodi e ad Alessandria. Soltanto una delle sue opere ci è giunta: il Commentario su Arato ed Eudosso, che non è certamente tra le sue più importanti.

- E' in questi anni che in Grecia si costruisce il "meccanismo di Antikythera".
Grecia e isole greche con
l'ubicazione di Antikythera.
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Antikythera è il nome di una piccola isola greca del Mar Ionio. Antikythera, Ante Kythera, l’isola di fronte a Kythera, oggi conta soltanto 44 abitanti su una superficie di 20 km2. Ben pochi conoscerebbero il suo nome se non fosse collegato al luogo in cui, cent’anni fa, venne ritrovato il più antico calcolatore della storia dell’uomo. Furono alcuni pescatori di spugne a ritrovare il relitto di un antico veliero che trasportava un carico di oggetti preziosi, statue, vasi di pregevole fattura e monete d’argento. 
La Macchina di Antikythera.
Accurate analisi del reperto ne fecero risalire, con certezza, la costruzione al 150-100 a. C. Sotto le incrostazioni vennero scoperti complicati ingranaggi e grazie a diversi frammenti dell’oggetto fu possibile tentarne una ricostruzione. Era costituito da una trentina di ruote dentate in bronzo e riportava in superficie circa 2.000 caratteri, con le indicazioni relative al funzionamento del meccanismo. Oggi è conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene. 
Modello del meccanismo
di Antikythera.
Alla fine del 2008 è arrivata la notizia della ricostruzione completa dell’antico apparecchio, curata da Michael Wright, un ingegnere del Museo delle Scienze di Londra. Di fronte ci sono due quadranti sovrapposti che riportano lo zodiaco e i giorni dell’anno. Punte di metallo indicano la posizione del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Il quadrante superiore, spiega Wright, rappresenta il ciclo Metonico, cioè il ciclo dei 19 anni. In questo modo è possibile mantenere un calendario sincronizzato sia al corso del sole, sia a quello della luna. Il quadrante inferiore è stato diviso invece in 223 parti con riferimento al cosiddetto ciclo di Saros, usato per prevedere le eclissi. La Macchina di Antikythera conferma l’alto livello tecnologico raggiunto dalla Grecia nel secondo secolo a. C.

- Nelle province romana d'Hiberia, la guerriglia scatenata dal capo lusitano Viriato culmina con la presa della città celtibera di Numanzia nel 133 a.C.. Solo al termine di tali eventi bellici (a cavallo fra la fine del II e i primi anni del I secolo a.C.), che successivamente si salderanno con le guerre civili della tarda età repubblicana, combattute in parte in Iberia, il potere romano sulle due province (Lusitania e Tarraconiensis)  poté considerarsi pienamente consolidato, anche se si estenderà a tutta la penisola solo dopo l'assoggettamento dei Cantabri in età augustea.
Le province iberiche romane con
indicati gli anni delle conquiste da:
L'occupazione romana culmina con la creazione delle province hispaniche. Il nome Hispania o Ispania deriva dal termine di probabile origine punica (cartaginese) che significa terra di conigli. Appare in letteratura e in storiografia fin dalla tarda età repubblicana: anche Tito Livio utilizza i termini di Hispania e di Hispani (o Hispanici) per designare il territorio iberico e i popoli che lo abitavano.

Nel 134 a.C. - Il romano Gaio Mario si distingue per le notevoli attitudini militari dimostrate in occasione dell'assedio di Numanzia, in Spagna, tanto da farsi notare da Publio Cornelio Scipione Emiliano (in seguito soprannominato Emiliano o Africano Minore). Non è dato sapere con certezza se venne in Spagna al seguito dell'esercito di Scipione oppure se si trovasse già in precedenza a servire nel contingente che, con scarso successo, da tempo cingeva d'assedio Numanzia. Sta di fatto che Mario parve fin dall'inizio molto interessato a far carriera politica in Roma stessa. Infatti si candidò per la carica di tribuno militare di una delle 4 prime legioni (in tutto i tribuni elettivi erano 24, mentre tutti gli altri venivano nominati dai magistrati preposti agli arruolamenti). Lo storico Sallustio ci informa che il suo nome era del tutto sconosciuto agli elettori, ma che alla fine i rappresentanti delle tribù lo elessero per merito del suo eccellente stato di servizio e su raccomandazione di Scipione Emiliano. Successivamente si ha notizia di una sua candidatura alla carica di questore ad Arpino. È probabile che egli utilizzasse le posizioni di comando ad Arpino per raccogliere dietro di sé un consistente numero di clienti su cui fare affidamento per le successive mosse che aveva in animo di compiere. Tuttavia sono solo congetture in quanto nulla si conosce della sua attività come questore.

Il Regno di Pergamo nel 133 a.C.
Nel 133 a.C. - Roma riceve in eredità da Attalo, il Regno di Pergamo, in Asia Minore.

La provincia romana narbonense, da
cui nascerà il nome Provenza. 
Nel 121 a.C. - La Gallia Narbonense diventa provincia romana col nome originario di Gallia Transalpina (ossia "Gallia al di là delle Alpi", nota anche come Gallia ulterior e Gallia comata, in contrapposizione alla Gallia Cisalpina ossia "Gallia al di qua delle Alpi", nota anche come Gallia citerior e Gallia togata). Dopo la fondazione della città di Narbo Martius, o Narbona, (l'attuale Narbona), nel 118 a.C., la provincia fu rinominata Gallia Narbonensis, o Gallia bracata, con la nuova colonia costiera come capitale. La nuova provincia romana corrispondeva all'incirca alle due odierne regioni amministrative francesi di Linguadoca-Rossiglione e Provenza-Alpi-Costa Azzurra, situate nella Francia meridionale. Precedentemente conosciuta come Gallia Transalpina (o Gallia meridionale), in epoca romana era chiamata anche Provincia Nostra o semplicemente Provincia. L'eco di questo termine ancora permane nel nome dell'attuale regione francese (Provence o Provenza). Con la riforma dioclezianea, la Gallia narbonese perse la sua parte più settentrionale, che assunse il nome di Gallia Viennensis. Poco dopo la provincia venne ulteriormente divisa, in "Narbonensis prima" (ad occidente del Rodano), e "Narbonensis secunda" (a oriente del Rodano). Insieme all'Aquitania prima, all'Aquitania secunda, alla Novempopulana (da Novempopuli, il resto del sud-ovest della Gallia) e alle Alpi Marittime andò a formare la Diocesi denominata "Septem Provinciae", da cui derivò il termine postumo di "Settimania".

Nel 120 a.C. - Gaio Mario è eletto tribuno della plebe per il 119 a.C. A quanto sembra si era già candidato alla carica nel 121 a.C., ma senza successo. Un ruolo determinante ebbe, nell'occasione, il sostegno della potente famiglia dei Cecilii Metelli, verso i quali probabilmente aveva un rapporto di clientela. Durante il suo tribunato Mario perseguì una linea vicina alla fazione dei popolari, facendo in modo che venisse approvata, fra l'altro, una legge che limitava l'influenza delle persone di censo elevato nelle elezioni. Negli anni intorno al 130 a.C. si era introdotto il metodo del ballottaggio scritto nelle elezioni per le nomine dei magistrati, per l'approvazione delle leggi e per l'emanazione delle sentenze legali, in sostituzione del metodo tradizionale di votazione orale. Poiché i nobiles cercavano sistematicamente di influenzare l'esito dei ballottaggi con la minaccia di controlli ed ispezioni, Mario fece approvare un'apposita legge per far costruire uno stretto corridoio da cui i votanti dovevano passare per depositare il proprio voto nell'urna al riparo dagli sguardi indiscreti degli astanti. In conseguenza di ciò Mario si alienò la potente famiglia dei Metelli, che da quel momento in poi diventarono suoi fieri oppositori. Successivamente Mario si candidò per la carica di edile plebeo, ma senza successo.

Nel 116 a.C. - Gaio Mario riesce, di stretta misura, a farsi eleggere pretore per l'anno successivo (a quanto pare si classificò solo al sesto posto su sei), ed è immediatamente accusato di brogli elettorali (il termine latino è ambitus.) Riuscito a malapena a farsi assolvere da questa accusa, esercitò la carica senza che si verificassero avvenimenti degni di particolare menzione. Terminato il mandato ricevette il governatorato della Spagna ulteriore, dove fu necessario intraprendere alcune campagne militari contro le popolazioni celtiberiche mai del tutto sottomesse. Il governatorato e le guerre gli fruttarono ingenti ricchezze personali, come sempre accadeva ai comandanti romani. Le vittorie ottenute gli permisero, tornato a Roma, di richiedere ed ottenere il trionfo.

- Le grandi migrazioni delle popolazioni germaniche dalla Scandinavia verso sud e sud-ovest erano composte da tre stirpi principali, a loro volta composte da varie tribù:
1) gli Ingevoni (che daranno vita al gruppo friso-sassone) e gli Istevoni (che daranno vita al gruppo franco), che provenivano dall'Oceanus Germanicus, nome che i Romani antichi assegnavano al Mare del Nord;
2) un altro ceppo proveniva dal Suevicum, il Mar Baltico;
3) la terza stirpe proveniva dal Cimbrico (lo Jutland danese) e, come gli Erminoni, si stanziarono sull'Elba, al centro del territorio della Germania odierna, fino al Danubio, spatiacque di queste tribù. I popoli germanici erano chiamati dai Romani "Germani" poiché una delle prime tribù che conobbero e sconfissero si chiamava Jerman e proveniva anch'essa dallo Jutland, scesa verso il Danubio superiore, ai confini dell'Impero romano, assieme a Suebi, Marcomanni, Cimbri, Ambroni e Teutoni.

Dal 113 a.C. - I Celti Ambrones con i Cimbri e Teutoni, tentano l'invasione della penisola italica. La tribù degli Ambroni (o Ambrones) apparve brevemente nelle fonti romane realtive al II secolo a.C. La loro posizione all'inizio della loro breve storia fu la costa dell'Europa settentrionale, a nord del Rhinemouth, nelle Isole Frisone. La regione è oggi occupata dai resti dello Zuider Zee e dello Jutland, che essi condivisero con i propri vicini: Cimbri e Teutoni. Non si è sicuri sulla loro provenienza. I Teutoni erano probabilmente Germani, ma esiste qualche prova che dimostrerebbe che Ambroni e Cimbri avevano radici miste. In seguito, durante il breve e sanguinario attraversamento dell'Europa, i Cimbri vennero guidati da Boiorix, un nome celtico che significa "Re dei Boi". Il prefisso Amb è usuale in molti nomi tribali celtici (per "Ambra: Pietra di Energia Solare" clicca QUI ). Gli Ambroni seguirono i costumi celtici urlando il nome della propria tribù durante le entrate in battaglia. I romani li consideravano Germani, non Celti, e si allearono con i Celti combattendo contro di loro. Queste circostanze suggeriscono la presenza di un'etnia mista, probabilmente in origine celtica ma assimilata dai Germani. Non solo provenivano da una regione settentrionale recentemente germanizzata, ma in questo periodo le tribù germaniche vennero pesantemente influenzate dalla cultura celtica. I tre vicini iniziarono entrarono nella storia romana sotto forma di alleanza determinata ad emigrare nelle terre meridionali. Forse gli Ambroni vennero guidati dalle recenti alluvioni dello Zuider Zee, non ancora inondato. In tutto si parla di circa 300.000 uomini, dei quali 30.000 erano Ambroni. La migrazione si trasformò ben presto in razzie. Mentre puntavano verso la Boemia, vennero bloccati dai Boi, che in quel periodo abitavano le terre che ancora oggi portano il loro nome. 
Carta geografica dell'invasione di
Cimbri, Teutoni e Ambroni, con le
relative battaglie, nel II sec. a.C.
Il punto di divisione rappresenta la base stabilita in Gallia. I Cimbri proseguirono verso Vercellae, mentre Teutoni ed Ambroni finirono a Sextiae . Girando attorno ai Boi, i tre alleati entrarono in Serbia ed in Bosnia oltrepassando il Sava e la Morava, ma ben presto lasciarono questo terreno montuoso per i verdi pascoli della Gallia, seguendo un tragitto che passava a nord delle Alpi e dei pericolosi Romani. I Romani tentarono di mettersi sulla loro strada subendo pesanti perdite, a causa della rivalità tra i consoli al comando; un esercito venne sconfitto sotto Gneo Papirio Carbone (da Perseus, Carbo No. 4) nel 113 a.C. a Noreia in Stiria (Aostria), un altro guidato da Marco Giunio Silano Torquato (Marcus Junius Silanus Torquatus) (da Perseus, Silanus, Junius No.17) in Gallia nel 109 a.C., un terzo guidato da Gaio Cassio Longino nel 107 a.C., ed il quarto da Quinto Servilio Cepione e Gneo Mallio Massimo nel 105 a.C. (Battaglia di Arausio). I tre alleati tennero una base in Gallia dividendosi poi in due fronti. Gli Ambroni ed i Teutoni transitarono in Liguria (est di Marsiglia), mentre i Cimbri entrarono in Italia passando più a nord. A questo punto i Romani decisero di nominare di nuovo console Gaio Mario, illegalmente, visto che aveva già ricoperto il ruolo diverse volte, mentre la legge prescriveva la carica per un solo anno e non consecutivamente. 
Carta delle Popolazioni Celtoliguri
(Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-
Nord italico intorno al 300 a.C.
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Mario marciò in Liguria stabilendo un campo sul percorso del nemico.
I Teutoni assaltarono il campo venendo respinti. Decisero di proseguire aggirando il campo. Mario li seguì accampandosi vicino a quella che sarebbe passata alla storia col nome di battaglia di Aquae Sextiae, ai piedi delle Alpi (l'attuale Aix en Provence). L'anno era il 102 a.C. La battaglia iniziò come incontro casuale, ma i Romani la trasformarono in schiacciante vittoria. Quando gli Ambroni attaccarono i Romani questi stavano attingendo l'acqua da un vicino fiume. I Liguri erano alleati dei Romani, e accorsero per aiutarli ricacciando gli Ambroni dietro al fiume. I Romani compattarono i ranghi rigettando gli Ambroni che tentavano di nuovo di oltrepassare il fiume. Gli Ambroni persero buona parte delle loro forze.
Calderone celtico in argento dell'inizio
 del I sec. a.C. ritrovato a Gandestrup,
 in Danimarca.
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Due giorni dopo Mario respinse un attacco al campo e strinse le forze nemiche tra il proprio esercito ed un'imboscata di 3.000 uomini alle spalle. Mario fece 100.000 prigionieri, praticamente annientando gli Ambroni. Il campo presente in Gallia sopravvisse alla disfatta. Fondendosi con i Celti locali, diedero vita ad una nuova tribù, gli Aduatuci. Fu la fine degli Ambroni. Questa storia si può trovare nell'opera Vite Parallele di Plutarco, per la precisione nella vita di Gaio Mario scritta nell'80. Plutarco, nella vita di Mario (10, 5-6), scrive che gli Ambroni cominciarono a gridare "Ambrones!" all'inizio della battaglia; i Liguri, che fiancheggiavano i Romani, sentendo l'urlo e riconoscendo il nome che anch'essi usavano per i loro discendenti, risposero con lo stesso grido "Ambrones!". Quindi Plutarco riferisce che i Liguri davano a se stessi il nome  di Ambrones, lo stesso di una delle tribù celtiche alleate con Cimbri e Teutoni. Per "Celti: Storia e Cultura" clicca QUI.

Nel 110 a.C. - La carriera di Gaio Mario non sembrava destinata a grandi successi fino al 110 a.C.. In quell'anno gli fu proposto un matrimonio con una giovane esponente dell'aristocrazia, Giulia Maggiore, sorella del senatore Gaio Giulio Cesare il vecchio e futura zia di Giulio Cesare. Mario accettò, divorziando dalla sua prima moglie Grania di Pozzuoli. La gens Iulia era una famiglia patrizia di antichissime origini (faceva risalire la propria discendenza a Iulo, figlio di Enea, e a Venere, dea della bellezza), ma nonostante ciò, i suoi appartenenti avevano, per ragioni finanziarie, notevoli difficoltà a ricoprire cariche più elevate di quella di pretore (solamente una volta, nel 157 a.C. un Giulio Cesare era stato console). Il matrimonio permise alla famiglia patrizia di rimettere in sesto le proprie finanze e diede a Mario la legittimità per candidarsi al consolato. Il figlio che ne nacque, Gaio Mario il Giovane, vide la luce nel 109 (o 108) a.C., quindi il matrimonio probabilmente fu contratto nel 110 a.C. La famiglia di Mario era per tradizione cliente dei Metelli, e Cecilio Metello aveva appoggiato la campagna elettorale di Mario per il tribunato. Sebbene i rapporti con i Metelli si fossero in seguito deteriorati, la rottura non dovette essere definitiva, tanto è vero che Q. Cecilio Metello, console nel 109 a.C., prese con sé Mario come suo legato nella campagna militare contro Giugurta. I legati erano originariamente semplici rappresentanti del Senato, ma, gradualmente, era invalso l'uso di adibirli a compiti di comando alle dipendenze dei comandanti generali. Quindi, molto probabilmente, Metello ottenne che il Senato nominasse Mario legato, in modo che potesse servire alle sue dipendenze nella spedizione che si accingeva a compiere in Numidia. Nel lungo e dettagliato racconto che Sallustio ci fa di questa campagna militare, non si fa menzione di altri legati, e ciò lascia pensare che Mario fosse quello di rango più elevato, nonché braccio destro dello stesso Metello. Questo rapporto conveniva ad entrambi, in quanto, mentre Metello si avvantaggiava dell'esperienza militare di Mario, questi rafforzava le sue possibilità di aspirare in seguito al consolato. Va osservato che, se la gravità della rottura con Metello del 119 a.C., alla luce di quanto avvenne in seguito, fu probabilmente riferita in modo esagerato, quella che si determinò riguardo alla condotta della guerra in Numidia fu invece molto più seria e foriera di conseguenze.

Nel 108 a.C. - Gaio Mario si convinse che i tempi erano maturi per candidarsi alla carica di console. A quanto pare chiese a Metello il permesso di recarsi a Roma per portare a termine il proprio proposito, ma Metello gli raccomandò di astenersi, e probabilmente gli consigliò di aspettare il tempo necessario per potersi candidare insieme al figlio ventenne dello stesso Metello, cosa che avrebbe rimandato tutto di almeno venti anni. Mario fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco, ma nel frattempo, durante tutta l'estate del 107, fece in modo di guadagnarsi il favore della truppa, allentando notevolmente la rigida disciplina militare, e di accattivarsi anche i commercianti italici del posto, ansiosi di intraprendere i propri lucrosi traffici, assicurando a tutti che, se avesse avuto mano libera, avrebbe potuto, in pochi giorni e con la metà delle forze a disposizione di Metello, concludere vittoriosamente la campagna con la cattura di Giugurta. Entrambi questi influenti gruppi si affrettarono a inviare a Roma messaggi in appoggio di Mario, con cui si suggeriva di affidargli il comando, e si criticava Metello per il modo lento e inconcludente con cui stava conducendo la campagna militare. In effetti la strategia di Metello prevedeva una lenta, metodica e capillare sottomissione di tutto il territorio. Alla fine Metello dovette cedere, rendendosi conto, a ragione, che non gli conveniva mettersi contro un subordinato tanto influente e vendicativo. In queste circostanze è facile immaginare il modo trionfale con cui Mario, alla fine del 108, fu eletto console per l'anno successivo. La sua campagna elettorale fece leva sull'accusa, rivolta a Metello, di scarsa risolutezza nel condurre la guerra contro Giugurta. Viste le ripetute sconfitte militari subite negli anni fra il 113 e il 109, nonché le accuse di spudorata corruzione rivolte a molti esponenti dell'oligarchia dominante, è facile comprendere come l'onesto uomo fattosi da sé, e affermatosi percorrendo faticosamente tutti i gradini della carriera, fu eletto a furor di popolo, essendo visto come l'unica alternativa ad una nobiltà divenuta corrotta e incapace. Tuttavia il Senato aveva ancora un asso nella manica. Infatti la lex Sempronia stabiliva che il Senato aveva facoltà di decidere ogni anno quali province dovessero essere affidate ai consoli per l'anno successivo. Alla fine dell'anno, e appena prima delle elezioni, il Senato decise di sospendere le operazioni contro Giugurta e di prorogare a Metello il comando in Numidia. Mario non si perse d'animo e si servì di un espediente già sperimentato nell'anno 131 a.C. In quell'anno si era stati infatti in disaccordo su chi avrebbe dovuto comandare la guerra contro Aristonico in Asia, e un tribuno aveva fatto approvare una legge che autorizzava un'apposita elezione per decidere a chi affidare il comando (e per la verità c'era stato un'ulteriore precedente in occasione della seconda guerra punica). Mario fece approvare una legge simile anche in quell'anno (il 108 a.C.), risultando eletto a grande maggioranza. Metello ne fu profondamente offeso, tanto che, al suo ritorno, non volle nemmeno incontrarsi con Mario, dovendosi accontentare del trionfo e del titolo di Numidico che gli vennero generosamente concessi. Mario riformò l'esercito dell'epoca allargando il reclutamento a tutti i cittadini romani: aveva un estremo bisogno di raccogliere truppe fresche e, a questo scopo, introdusse una profonda riforma del sistema di reclutamento, foriera di conseguenze di un'importanza di cui lui stesso, al momento, probabilmente non comprese la portata. Tutte le riforme agrarie attuate dai Gracchi si basavano sul tradizionale principio secondo cui erano esclusi dal servizio di leva i cittadini il cui reddito era inferiore a quello stabilito per la quinta classe di censo. I Gracchi, con le loro riforme, avevano cercato di favorire i piccoli proprietari terrieri, che da sempre avevano costituito il nerbo degli eserciti romani, in modo da fare aumentare il numero di quelli che avevano i requisiti per essere arruolati. Nonostante i loro sforzi, tuttavia, la riforma agraria non risolse la crisi del sistema di arruolamento, che aveva avuto lontana origine dalle sanguinose guerre puniche del secolo precedente. Si cercò quindi di trovare una soluzione semplicemente abbassando la soglia minima di reddito per appartenere alla quinta classe da 11.000 a 3.000 sesterzi, ma nemmeno questo fu sufficiente, tanto che già nel 109 a.C. i consoli erano stati costretti a derogare dalle restrizioni sugli arruolamenti imposte dalle leggi graccane.

Nel 107 a.C. - Gaio Mario ruppe ogni indugio e decise di arruolare senza alcuna restrizione riguardo al censo e alle proprietà fondiarie del potenziale soldato. D'ora in avanti le legioni di Roma saranno composte prevalentemente da cittadini poveri, il cui futuro, al termine del servizio, dipendeva unicamente dai successi conseguiti dal proprio comandante, che era solito loro assegnare parte delle terre frutto delle vittorie riportate. Di conseguenza i soldati avevano il massimo interesse ad appoggiare il proprio comandante, anche quando si scontrava con i voleri del Senato, composto dai rappresentanti dell'oligarchia dominante, ed anche quando andava contro il pubblico interesse, che, a quell'epoca, veniva di fatto impersonato dal Senato stesso. Va notato che Mario, persona fondamentalmente corretta e fedele alle tradizioni, non si avvalse mai di questa potenziale enorme fonte di potere, ma passeranno meno di vent'anni che il suo ex questore Silla, lo farà per imporsi contro il Senato e contro lo stesso Mario. Ben presto Mario si rese conto che concludere la guerra non era così facile come egli stesso si era in precedenza vantato di poter fare. Dopo essere sbarcato in Africa verso la fine del 107 a.C. costrinse Giugurta a ritirarsi in direzione Sud-Ovest verso la Mauritania. Nello stesso 107suo questore era stato nominato Lucio Cornelio Silla, rampollo di una nobile famiglia patrizia caduta economicamente in disgrazia. A quanto pare Mario non fu contento di avere alle proprie dipendenze un simile giovane dissoluto ma, inaspettatamente, Silla dimostrò sul campo di possedere grandi qualità di comandante militare. Nel 105 a.C. Bocco, re di Mauritania e suocero di Giugurta, nonché suo riluttante alleato, si trovò di fronte l'esercito romano in avanzata. I romani gli fecero sapere di essere disponibili ad una pace separata e Bocco invitò Silla nella sua capitale per condurvi le trattative. Anche in questa circostanza Silla si dimostrò particolarmente abile e coraggioso; in effetti, Bocco rimase a lungo dubbioso se consegnare Silla a Giugurta oppure, come poi avvenne, Giugurta a Silla. Alla fine, Bocco fu convinto a tradire Giugurta, che fu subito consegnato nelle mani dello stesso Silla. La guerra era così conclusa. Poiché Mario era il comandante dotato di imperium e Silla militava alle sue dirette dipendenze, l'onore della cattura di Giugurta spettava interamente a Mario, ma era chiaro che gran parte del merito andava riconosciuto personalmente a Silla, tanto che gli fu consegnato un anello con un sigillo commemorativo dell'evento. Al momento la cosa non fece particolarmente scalpore, ma in seguito Silla si vanterà di essere stato il vero artefice della conclusione vittoriosa della guerra. Mario, intanto, si guadagnava fama di eroe del momento. Il suo valore stava per essere messo alla prova da un'altra grave emergenza che incombeva su Roma e sull'Italia. L'arrivo in Gallia del popolo dei Cimbri e la vittoria da loro conseguita su Marco Giunio Silano, il cui esercito fu totalmente annientato, aveva provocato un inizio di ribellione da parte delle tribù celtiche che erano state di recente assoggettate dai romani nella parte meridionale del paese. Nel 107 a.C. il console Lucio Cassio Longino venne completamente sconfitto da una tribù locale, e l'ufficiale di grado più elevato fra quelli sopravvissuti (Gaio Popilio Lenate), figlio del console dell'anno 132, riuscì a mettere in salvo quanto restava delle forze romane solo dopo aver ceduto metà degli equipaggiamenti ed aver subito l'umiliazione di far marciare il proprio esercito sotto il giogo, in mezzo allo scherno dei vincitori.

Nel 106 a.C. - Un altro console, Quinto Servilio Cepione, marciò contro le tribù stanziate nella zona di Tolosa, che si erano ribellate a Roma, e si impossessò di un'enorme somma di denaro custodita nei santuari dei templi (il cosiddetto Oro di Tolosa o Aurum Tolosanum). La maggior parte di questo tesoro sparì misteriosamente durante il trasporto verso Massilia (l'odierna Marsiglia) e, molto probabilmente, fu lo stesso Cepione che ordinò il finto furto per impossessarsi dell'oro. Cepione fu confermato nel comando anche per l'anno successivo, mentre uno dei nuovi consoli, Gneo Mallio Massimo, si unì a lui nelle operazioni in Gallia meridionale.

Nel 105 a.C. - Al pari di Gaio Mario, anche Mallio era un uomo nuovo, e la collaborazione fra lui e Cepione si dimostrò subito impossibile. I Cimbri e i Teutoni erano entrambi composti da tribù di ceppo germanico che, nel corso delle proprie migrazioni, erano apparse sul corso del fiume Rodano proprio mentre l'esercito di Mallio si trovava nella stessa zona. Cepione, che era accampato sulla riva opposta del fiume, si rifiutò in un primo momento di venire in soccorso del collega minacciato, decidendosi ad attraversare il fiume solo dopo che il Senato gli aveva ordinato di cooperare con Mallio. Tuttavia egli si rifiutò di unire le forze dei due eserciti, e si mantenne a debita distanza dal collega. I Germani approfittarono della situazione e, dopo aver sbaragliato Cepione, distrussero anche l'esercito di Mallio il 6 ottobre del 105 a.C. presso la città di Arausio. I Romani dovettero combattere con il fiume alle spalle che impediva loro la ritirata e, stando alle cronache, furono uccisi 80.000 soldati e 40.000 ausiliari. Le perdite subite nel decennio precedente erano state molto gravi, ma questa sconfitta, provocata soprattutto dall'arroganza della nobiltà che si rifiutava di collaborare con i più capaci capi militari non nobili, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non soltanto le perdite umane erano state enormi, ma l'Italia stessa era ormai esposta all'invasione delle orde barbariche. Il malcontento del popolo contro l'oligarchia aveva raggiunto ormai l'esasperazione. Nell'autunno del 105, mentre si trovava ancora in Africa, Mario fu rieletto console. L'elezione in absentia era una cosa abbastanza rara, e inoltre una legge successiva all'anno 152 a.C. imponeva un intervallo di almeno 10 anni fra due consolati successivi, mentre una del 135 a.C. sembra che proibisse addirittura che questa carica potesse essere rivestita per due volte dalla stessa persona. La grave minaccia incombente dal nord fece tuttavia passare sopra ad ogni legge e consuetudine, e Mario, ritenuto il più abile comandante disponibile, fu rieletto console per ben 5 volte consecutive (dal 104 al 100 a.C.), cosa mai avvenuta in precedenza.

Nel 104 a.C. - Al suo ritorno a Roma, il 1º febbraio 104 a.C., Gaio Mario vi celebrò il trionfo su Giugurta, che fu prima portato come un trofeo in processione, e infine giustiziato in carcere. Nel frattempo i Cimbri si erano diretti verso la Spagna, mentre i Teutoni vagavano senza una meta precisa nella Gallia settentrionale, lasciando a Mario il tempo di approntare il proprio esercito, curandone in modo molto attento l'addestramento e la disciplina. Uno dei suoi legati era ancora Lucio Cornelio Silla, e questo dimostra che in quel momento i rapporti fra i due non si erano ancora deteriorati. Sebbene avesse potuto continuare a comandare l'esercito in qualità di proconsole, Mario preferì farsi rieleggere console fino all'anno 100 a.C., in quanto questa posizione lo metteva al riparo da eventuali attacchi di altri consoli in carica. L'influenza di Mario divenne in quel periodo talmente grande che era addirittura in grado di influenzare la scelta dei consoli che in ogni anno dovevano essere eletti insieme a lui, e pare che egli facesse in modo che venissero scelti quelli che riteneva più malleabili.

Nel 103 a.C. - I Germani indugiavano ancora nelle proprie scorribande in Spagna ed in Gallia e questo fatto, insieme alla morte del console collega Lucio Aurelio Oreste, consentì a Gaio Mario, che stava già marciando verso nord, di rientrare a Roma per venirvi confermato console per l'anno 102, insieme ad un nuovo collega, Quinto Lutazio Càtulo.

Nel 102 a.C. i Cimbri dalla Spagna tornarono in Gallia, e, insieme ai Teutoni, decisero di invadere l'Italia. Questi ultimi avrebbero dovuto puntare a Sud dirigendosi verso le coste del Mediterraneo, mentre i Cimbri dovevano penetrare nell'Italia settentrionale da Nord-Est attraversando il passo del Brennero (”per alpes Rhaeticas”). Infine i Tigurini, la tribù celtica loro alleata che aveva sconfitto Longino nel 107 pensavano di attraversare le Alpi provenendo da Nord-Ovest. La decisione di dividere in questo modo le loro forze si sarebbe dimostrata fatale, poiché diede ai Romani, avvantaggiati anche dalle linee di approvvigionamento molto più corte, la possibilità di affrontare separatamente i vari contingenti, concentrando le proprie forze laddove era di volta in volta necessario. Nel frattempo Mario aveva organizzato nel migliore dei modi la propria armata. I soldati erano stati sottoposti ad un addestramento che mai in precedenza si era visto, ed erano abituati a sopportare senza lamentarsi le fatiche delle lunghe marce di avvicinamento, dell'allestimento degli accampamenti e delle macchine da guerra, tanto da meritarsi il soprannome di muli di Mario. Dapprima decise di affrontare i Teutoni, che si trovavano in quel momento nella provincia della Gallia Narbonense e si stavano dirigendo verso le Alpi. In un primo momento rifiutò lo scontro, preferendo arretrare fino ad Aquae Sextiae (l'attuale Aix en Provence), un insediamento fondato da Gaio Sestio Calvo, console nel 109 a.C., in modo da sbarrare loro il cammino. Alcuni contingenti di Ambroni, avanguardia dell'esercito dei Germani, si lanciarono avventatamente all'attacco delle posizioni romane, senza aspettare l'arrivo di rinforzi, e 30.000 di essi rimasero uccisi. Mario schierò poi un contingente di 30.000 uomini per tendere un'imboscata al grosso dell'esercito dei Germani, che presi alle spalle e attaccati frontalmente, furono completamente sterminati e persero 100.000 uomini, e quasi altrettanti ne furono catturati. Il collega di Mario Quinto Lutazio Càtulo, console nel 102, non ebbe altrettanta fortuna, non riuscendo a impedire che i Cimbri forzassero il passo del Brennero e avanzassero nell'Italia settentrionale verso il finire del 102 a.C. Mario apprese la notizia mentre si trovava a Roma, dove fu rieletto console per l'anno 101 a.C. Il senato gli accordò il trionfo ma lui rifiutò perché ne voleva fare partecipe anche l'esercito, quindi lo posticipò ad una vittoria contro i Cimbri. Immediatamente si mise in marcia per ricongiungersi con Catulo, il cui comando fu prorogato anche per il 101.

Nel 101 a.C. - Nell'estate di quell'anno, a Vercelli, nella Gallia cisalpina, in una località allora chiamata Campi Raudii, ebbe luogo lo scontro decisivo fra Romani e Cimbri. Ancora una volta la ferrea disciplina dei Romani ebbe la meglio sull'impeto dei barbari, e almeno 65.000 di loro (o forse 100.000) perirono, mentre tutti i sopravvissuti furono ridotti in schiavitù. I Tigurini, a questo punto, rinunciarono al loro proposito di penetrare in Italia da Nord-Ovest e rientrarono nelle proprie sedi. Catulo e Mario, come consoli in carica, celebrarono insieme uno splendido trionfo, ma, nell'opinione popolare, tutto il merito venne attribuito a Mario. In seguito Catulo si trovò in contrasto con Mario, divenendone uno dei più acerrimi rivali.

- Gaio Giulio Cesare nasce il 13 luglio del 101 o il 12 luglio del 100 a.C. nella Suburra, un quartiere di Roma, da un'antica e nota famiglia patrizia, la gens Iulia, che, secondo il mito, annoverava tra gli antenati anche il primo e grande re romano Romolo, e discendeva da Iulo (o Ascanio), figlio del principe troiano Enea, figlio a sua volta della dea Venere. Il ramo della gens Iulia che portava il cognomen "Caesar" discendeva, secondo il racconto di Plinio il Vecchio, da un uomo venuto alla luce in seguito a un taglio cesareo . La Storia Augusta suggerisce invece tre possibili spiegazioni sull'origine del nome: «Le congetture cui ha dato luogo il nome di Cesare, l'unico di cui il principe del quale racconto la vita si sia mai fregiato, mi sembrano degne di essere riferite. Secondo l'opinione dei più dotti e informati, la parola deriva dal fatto che il primo dei Cesari fu chiamato così per aver ucciso in combattimento un elefante, animale chiamato kaesa dai Mauri.
Denarius del 49/48 a.C. con nome
e simbolo di Giulio Cesare, da:
https://it.wikipedia.org/wiki/Gaio
_Giulio_Cesare#/media/File
:CaesarElephant.jpg
Altra opinione è che il termine derivi dal fatto che, per darlo a luce, fu necessario sottoporre la madre, che era morta prima di partorire, a un'operazione di parto cesareo (dal verbo latino caedo-ĕre, 'tagliare').
Si crede inoltre che la parola possa derivare dal fatto che il primo dei Cesari nacque con i capelli lunghi o dal fatto che aveva degli occhi celesti incredibilmente vispi (dal latino oculis caesiis). Bisogna comunque considerare felice la circostanza, quale che fu, che diede origine a un nome tanto famoso, che durerà in eterno.» (Elio Sparziano, Historia Augusta, II,3). Visto il denarius che Giulio Cesare farà coniare nel 49/48 a.C. con il suo simbolo, un elefante che calpesta un serpente, è probabile che la prima ipotesi sia quella esatta.

Posidonio di Rodi.
Nel 100 a.C.Posidonio di Rodi (135 - 50 a.C. circa) viene nominato capo della scuola filosofica Stoica di Rodi. Posidonio fu un grande filosofo, rappresentante della Scuola Stoica. Talvolta viene denominato Posidonio di Apamea, dal nome della località della Siria in cui nacque. All'inizio della sua attività di studio, compì numerosi viaggi nel Mediterraneo, dedicandosi a studi di astronomia, geografia e geologia. Ricoprì incarichi pubblici, uno dei quali lo portò come ambasciatore di Rodi a Roma, dove ebbe modo di intrattenersi, fra gli altri, con Cicerone, che era stato suo allievo a Rodi. Tra le altre personalità romane che gli accordarono la loro ammirazione e l'amicizia ricordiamo il generale Caio Mario, che fu console sette volte, e Pompeo il Grande, triunviro con Cesare e Crasso.
Nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto. Si conoscono frammenti delle sue opere solo attraverso citazioni di contemporanei o di successori. Cicerone dà notizia di una “sfera” costruita da Posidonio che doveva essere del tipo delle due costruite un secolo prima da Archimede. E’ probabile che queste sfere avessero una funzione unicamente didattica.
Cleomede dedica una uona parte del suo libro per descrivere il calcolo che Posidonio fece della circonferenza terrestre. Basandosi sul fatto che la stella Canopo si rendeva appena visibile a Rodi, alla culminazione meridiana, mentre ad Alessandria raggiungeva un’altezza meridiana di 1/48 di circonferenza (7º 30'). Stimando in 5000 stadi la distanza tra Rodi ed Alessandria, Posidonio concluse che la circonferenza terrestre doveva essere di 48 x 5000 = 240.000 stadi. Pur ammettendo che questo risultato sia abbastanza accurato, vale la pena osservare che era affetto da almeno tre errori. Anzitutto le due località erano piuttosto scostate in longitudine. Poi l'altezza effettiva di Canopo era di 5º 15' e infine la distanza effettiva tra Rodi ed Alessandria era minore. Posidonio eseguì anche misure e calcoli su distanze e dimensioni di Luna e Sole, ottenendo invero risultati piuttosto imprecisi. Scrisse anche di meteorologia e storia.

- Come ricompensa per avere sventato il pericolo dell'invasione barbarica, Gaio Mario venne rieletto console anche per l'anno 100 a.C. Gli avvenimenti di quell'anno, tuttavia, non gli furono propizi.
Nel corso di questo anno il tribuno della plebe Lucio Appuleio Saturnino richiese con forza che si varassero riforme simili a quelle per cui si erano in passato battuti i Gracchi. Propose quindi una legge per l'assegnazione di terre ai veterani della guerra appena conclusasi e per la distribuzione da parte dello stato di grano a prezzo inferiore a quello di mercato. Il senato si oppose a queste misure, provocando così lo scoppio di violente proteste, che presto sfociarono in una vera e propria rivolta popolare, e a Mario, come console in carica, fu chiesto di reprimerla. Sebbene egli fosse vicino al partito popolare, il supremo interesse della repubblica e l'alta magistratura da lui rivestita gli imposero di assolvere, sebbene riluttante, a questo compito. Dopodiché lasciò ogni carica pubblica e partì per un viaggio in Oriente. Durante gli anni di assenza di Mario da Roma, e subito dopo il suo ritorno, Roma conobbe alcuni anni di relativa tranquillità.

Nel 95 a.C. - Nella Repubblica di Roma viene approvata una legge che decreta l'espulsione da Roma di chi non avesse la cittadinanza romana, che perlopiù erano coloro che provenivano da altre città italiche.

Nel 91 a.C. - Marco Livio Druso è eletto tribuno e propone una grande distribuzione di terre appartenenti allo Stato, l'allargamento del Senato e la concessione della cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi di tutte le città italiche. Il successivo assassinio di Druso provoca l'immediata insurrezione delle città-Stato italiche contro Roma e la Guerra sociale degli anni 91/88 a.C. in cui Gaio Mario sarà chiamato ad assumere, insieme a Lucio Cornelio Sillail comando degli eserciti per sedare la pericolosa rivolta.

A sinistra testa laureata, personificazione dell'Italia
con legenda latina ITALIA, in alfabeto latino.
Si tratta della prima documentazione epigrafica del
nome Italia. A destra, giovane inginocchiato a uno
stendardo, tiene un maiale al quale otto soldati
(4 per lato) puntano le loro spade; "P" in esergo.
- Nelle Guerre Sociali fra Roma e i popoli Italici. Appare conclamato per la prima volta il nome Italia. Già i Greci chiamavano la penisola "Italia", che nel loro linguaggio significava "curva convessa", dalla linea della costa per chi arrivava per mare da est; durante le guerre sociali gli italici, alleati in una Lega, fondarono due nuove città di cui una, considerata la capitale della Lega stessa, prese il nome di Italia, Vitelia in osco. Al tempo dei Gracchi a Roma si avanzarono proposte d'estensione dei diritti di cittadinanza anche ad altri popoli italici fino ad allora federati, ma senza successo. La situazione si avviava al punto di rottura quando, nel 95 a.C., Lucio Licinio Crasso e Quinto Muzio Scevola proposero una legge che istituiva un tribunale giudicante a chi si fosse abusivamente inserito tra i cives romani (Lex Licinia Mucia). Legge, questa, che accrebbe il malcontento dei ceti elevati italici, che miravano alla partecipazione diretta alla gestione politica. Marco Livio Druso, si schierò per la causa italica avanzando proposte di legge a favore dell'estensione della cittadinanza, ma la proposta non piacque né ai senatori né ai cavalieri. Il più accanito rivale di Druso fu il console Lucio Marcio Filippo, che dichiarò illegale la procedura seguita per le leggi di Druso, cosicché queste non vennero nemmeno votate. Nel novembre del 91 a.C. seguaci estremisti di Marcio Filippo mandarono un sicario ad assassinare Druso. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra sociale.
A sinistra, testa laureata dell'Italia con legenda osca
retrograda UILETIV (Víteliú, l'Italia),"A" in esergo
A destra, un soldato elmato stante, di fronte che
tiene una lancia puntata in terra con il piede destro
su uno stendardo e alla sua sinistra, un toro a terra.  
Dopo l'uccisione di Livio Druso gli italici - esclusi gli Etruschi e gli Umbri - si ribellarono a Roma, capeggiati dal sannita Papio Mutilo. La rivolta scoppiò ad Ascoli, nel Piceno, dove un pretore e tutti i Romani residenti in città furono massacrati. Si organizzarono in una libera Lega con un proprio esercito, e stabilirono, dapprima a Corfinium (oggi Corfinio) poi ad Isernia la loro capitale, dove crearono la sede del senato comune e mutarono il loro nome da Lega Sociale a Lega Italica. Coniarono persino una propria moneta che recava la scritta Italia, nella quale era raffigurato un toro che abbatteva la lupa romana. Benché Gaio Mario e Gneo Pompeo Strabone riportassero alcune vittorie sui ribelli, nel 90 a.C. il console Lucio Giulio Cesare decise di promulgare la Lex Iulia, con la quale si concedeva la cittadinanza agli italici che non si erano ribellati e a quelli che avrebbero deposto le armi. Seguì nel 89 a.C. la Lex Plautia Papiria che concedeva il diritto di cittadinanza romana a tutti gli italici a sud del Po.
Bronzetto raffigurante
un Guerriero Sannita.
Il risultato fu di dividere i rivoltosi: gran parte deposero le armi, mentre altri continuarono a resistere. Roma spese ancora due anni per sconfiggere le città in armi grazie all'intervento di Silla e di Strabone. Tuttavia, lo scopo che gli Italici si erano proposti era stato raggiunto: essi potevano divenire a pieno titolo cittadini romani. Con la concessione della cittadinanza, l'Italia peninsulare divenne ager romanus. Il territorio venne riorganizzato col sistema dei municipia e nelle comunità italiche venne avviato un grande processo di urbanizzazione che si sviluppò lungo tutto il I secolo a.C., poiché l'esercizio dei diritti civici richiedeva specifiche strutture urbane (foro, tempio alla triade capitolina, luogo di riunione per il senato locale). Tuttavia la cittadinanza romana e il diritto a votare erano limitate, come sempre nel mondo antico, dall'obbligo della presenza fisica nel giorno di voto. E per la gente di città lontane, in particolare per le classi meno abbienti, non era certo facile recarsi a Roma per votare nelle assemblee popolari. Così talvolta i candidati pagavano parte delle spese del viaggio per permettere ai loro sostenitori di partecipare al voto. Di fatto, comunque, a beneficiare della cittadinanza furono soprattutto le "borghesie" italiche, che conquistarono anche la possibilità di accedere alle magistrature.

- L'onomastica romana è lo studio dei nomi propri di persona, delle loro origini e dei processi di denominazione nella Roma antica. L'onomastica latina prevedeva che i nomi maschili tipici contenessero tre nomi propri (tria nomina) che erano indicati come praenomen (il nome proprio come intendiamo oggi), nomen (equivalente al nostro cognome che individuava la gens, ovvero era il cosiddetto "gentilizio") e cognomen (che indicava la famiglia in senso nucleare, all'interno della gens). Talvolta si aggiungeva un "secondo cognomen", chiamato agnomen. Un uomo che veniva adottato, mostrava nel nome anche quello di adozione (come nel caso dell'imperatore Augusto). Per i nomi femminili, c'erano poche differenze.
Stele di due fratelli della gens
Cornelia. Le prime due righe
significano: C=Gaius, un prenomen;
CORNELIUS= il nomen o gentilizio
(la gens); C=Gaius, altro prenomen;
 F=filius, filiazione o patronimico;
 VOT=Voturia, la tribù;
CALVOS= il cognomen.
Il sistema dei tria nomina era il modo tradizionale latino, dall'epoca tardo repubblicana, di nominare una persona, anche se nella Roma arcaica vi era un sistema uninominale (es. Romolo, Numitore ed altri) ed il sistema binomio entrò in uso dopo l'inclusione dei Sabini (il sistema nominale costituito da praenomen e nomen era tipico dei Sabini). Molto del sistema dei tria nomina è dunque dovuto all'influenza che tale popolo esercitò su Roma, dopo la leggendaria coreggenza di Romolo e Tito Tazio. Sono relativamente pochi i praenomina usati nella Roma repubblicana e nella Roma imperiale, generalmente legati alla tradizione. Solo alcuni di questi, come "Marco", "Tiberio", "Lucio" (anche con la versione femminile "Lucia") sono ancora in uso. Ultimamente riscoperto anche "Gaia", femminile di "Gaio" o "Caio", che in realtà è la versione non corretta di "Gaio". La corruzione di Gaio in Caio deriva dalla tradizione latina che abbreviava con C. il praenomen Gaius (Gaio) e con Cn. il praenomen Gnaeus (Gneo). Tali tradizionali abbreviazioni derivano a loro volta dal fatto che gli Etruschi, che esercitarono una forte influenza sulla prima fase storica di Roma, non distinguevano fra la "G" e la "C". Emerge dallo studio delle iscrizioni lapidarie che nei tempi più antichi si usava la versione al femminile anche dei praenomina e che i nomi delle donne presumibilmente consistevano in un praenomen ed un nomen seguito da un patronimico. In periodo storico della Repubblica le donne non ebbero più praenomen. In effetti, sull'esistenza del praenomen femminile le opinioni sono discordi. Taluni ritengono che non sia mai esistito. Altri pensano, invece, che non potesse essere pronunciato per ragioni di pudicitia. Secondo i sostenitori di quest'ipotesi, infatti, i Romani avrebbero ereditato dai Sabini una credenza che considera il prenome una parte della persona; dunque, pronunciare il praenomen di una donna sarebbe stato un atto di intimità assolutamente inaccettabile. Al di là delle diatribe tra gli studiosi, resta il fatto che nominare una donna era considerato atto socialmente irrispettoso. Se era necessaria una ulteriore precisazione, il nome gentilizio era seguito dal genitivo del nome del padre o, dopo il matrimonio, del marito.
Tabella con la pronuncia del latino
classico e come invece la insegnano
a scuola. Clicca per ingrandire.
Infatti Cicerone indica una donna come Annia P. Anni senatoris filia (Annia figlia del senatore P. Annius). Dalla tarda Repubblica, le donne adottarono anche la forma femminile del cognomen del padre (per es. Caecilia Metella Crassi, figlia di Q. Caecilius Metellus e moglie di P. Licinius Crassus). Questo cognomen femminilizzato assunse spesso la forma diminutiva (per es. la moglie di Augustus, Livia Drusilla, era figlia di M. Livius Drusus). La pronuncia del latino classico era diversa da quella che impariamo a scuola. Il prenomen Gnaeus si pronunciava con la G dura di "gamba" seguito dalla n, e non come pronunciamo gnomo; ae e oe si pronunciavano divise, per cui si pronunciava "G-n-a-e-us". La C e la G erano sempre pronunciate dure come in "cane" e "gatto" e mai dolci come in "ciliegia", per cui Caesar si pronunciava "Ka-esar". Inoltre la V era la u maiuscola e si pronunciava sempre "U", per cui Valerius si pronunciava "Ualerius".

Il generale e più volte
console Gaio Mario.
Nell' 89 a.C. - Dopo le Guerre Sociali con gli italici, che ha rischiato di perdere, Roma concede la cittadinanza romana alle popolazioni italiche mentre Gaio Mario, contrariamente alle prescrizioni della legge, riceve il mandato di Console per l'ennesima volta. Gaio Mario (in latino: Gaius Marius, nelle epigrafi: C·MARIVS·C·F·C·N; Cereatae, Arpinium, 157 a.C. - Roma, 13 gennaio 86 a.C.) è stato un militare e politico romano, per sette volte console della Repubblica romana. La carriera di Gaio Mario è particolarmente emblematica della situazione nella tarda repubblica, in quanto si sviluppa attraverso fatti e circostanze che, in seguito, porteranno alla caduta della Repubblica romana. Mario nacque come homo novus, cioè proveniente da una famiglia della provincia italiana che non faceva parte della nobiltà romana, cosa che appare anche dal fatto che non ha tre nomi, ma seppe distinguersi e giungere alla ribalta della vita pubblica di Roma per merito della propria competenza militare. L'oligarchia dominante fu costretta, suo malgrado, a cooptarlo nel proprio sistema di potere. A causa del verificarsi di una situazione di grande pericolo per la minaccia di invasioni su larga scala, gli si dovette concedere un potere militare senza precedenti nella storia di Roma, e questo a scapito del rispetto delle leggi e delle tradizioni vigenti, che dovettero essere adattate alla nuova situazione di emergenza. Alla fine fu varata una profonda riforma della leva militare, che in passato raccoglieva solamente proprietari terrieri, e che da allora fu aperta anche a cittadini provenienti dalle classi dei nullatenenti. Nel lungo termine questa riforma ebbe l'effetto di cambiare in modo radicale e irreversibile la natura dei rapporti fra l'esercito e lo Stato. Nonostante abbia avuto successi straordinari nell'ambito militarenon riuscì a prevalere come uomo politico. Gaio Mario nacque nel 157 a.C. ad Arpino nel Lazio meridionale, precisamente nella frazione che ancora oggi porta il suo nome: Casamari (oggi nel Comune di Veroli). La città era stata conquistata dai Romani alla fine del IV secolo a.C., ed aveva ricevuto la cittadinanza romana senza diritto di voto (civitas sine suffragio). Soltanto nel 188 a.C. le vennero concessi i pieni diritti civili. Plutarco riferisce che il padre era un manovale, ma la notizia non è confermata da altre fonti, e tutto lascia pensare che sia falsa. Infatti i Marii avevano relazioni con ambienti della nobiltà romana, partecipavano da protagonisti alla vita politica della piccola cittadina e appartenevano all'ordine equestre. Le difficoltà che incontrò agli esordi della sua carriera a Roma dimostrano semmai quanto fosse arduo per un homo novus affermarsi nella società romana del tempo.

Nonostante le origini aristocratiche, la famiglia di Giulio Cesare non era ricca per gli standard della nobiltà romana, né particolarmente influente. Ciò rappresentò inizialmente un grande ostacolo alla sua carriera politica e militare, e Cesare dovette contrarre ingenti debiti per ottenere le sue prime cariche politiche. Inoltre, negli anni della giovinezza dello stesso Cesare, lo zio Gaio Mario si era attirato le antipatie della nobilitas repubblicana (anche se successivamente Cesare riuscì a riabilitarne il nome) e questo metteva anche lo stesso Cesare in cattiva luce agli occhi degli optimates. Il padre, suo omonimo, era stato pretore nel 92 a.C. e aveva probabilmente un fratello, Sesto Giulio Cesare, che era stato console nel 91 a.C. e una sorella, Giulia, che aveva sposato Gaio Mario intorno al 110 a.C.. Sua madre era Aurelia Cotta, proveniente da una famiglia che aveva dato a Roma numerosi consoli. Il futuro dittatore ebbe due sorelle, entrambe di nome Giulia: Giulia maggiore, probabilmente madre di due dei nipoti di Cesare, Lucio Pinario e Quinto Pedio, menzionati insieme a Ottaviano nel suo testamento, e Giulia minore, sposata con Marco Azio Balbo, madre di Azia minore e di Azia maggiore, a sua volta madre di Ottaviano. Nell’antica Roma il nome individuale di una donna doveva rimanere segreto, infatti mentre gli uomini avevano il loro nome, poi il nome della gens ed infine i cognomen, le donne son indicate sempre con il nome della gens cui appartengono - cosa che spesso induce errori nelle trattazioni storiche - e vengono distinte con maior o minor in base all’anzianità o con un numero ordinale, secunda, tertia, ecc. ecc.. La famiglia viveva in una modesta casa della popolare e malfamata Suburra, dove il giovane Giulio Cesare fu educato da Marco Antonio Gnifone, un illustre grammatico nativo della Gallia. Cesare trascorse il suo periodo di formazione in un'epoca tormentata da gravi disordini. Mitridate VI, re del Ponto, minacciava le province orientali; contemporaneamente era in corso in Italia la Guerra sociale e la città di Roma era divisa in due fazioni contrapposte: gli optimates, favorevoli al potere aristocratico e i populares o democratici, che sostenevano la possibilità di rivolgersi direttamente all'elettorato. Pur se di nobili origini, fin dall'inizio della sua carriera Cesare si schierò dalla parte dei populares, scelta sicuramente condizionata dalle convinzioni dello zio Gaio Mario, capo dei populares e rivale di Lucio Cornelio Silla, sostenuto da aristocrazia e Senato.

- Finite le guerre sociali in Italia si apre un nuovo fronte in Asia, dove Mitridate, re del Ponto, nel tentativo di allargare verso occidente i confini del suo regno, invade la Grecia, ormai provincia romana.
Posto di fronte alla scelta se affidare il comando dell'inevitabile guerra contro Mitridate a Silla o Mario, il Senato, in un primo momento, sceglie Silla. In seguito, tuttavia, quando il tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo, appoggiato da Mario cercò di far passare una legge per distribuire gli alleati italici nelle tribù cittadine, in modo da influenzare con il loro voto i comizi, ne nacque uno scontro nel quale il figlio del console Quinto Pompeo Rufo trovò la morte. Silla, per sfuggire alla confusione, si rifugiò nella casa dello stesso Mario. Intanto la legge venne approvata e le tribù che adesso contenevano anche i nuovi cittadini fecero passare una legge secondo la quale veniva affidata a Mario la guerra contro Mitridate. Intanto Silla raggiunse l'esercito a Nola e Mario fece mandare due tribuni per portare l'esercito a Roma, ma l'esercito uccise i tribuni e Silla fece marciare l'esercito su Roma. Mario, all'arrivo di Silla, abbandonò precipitosamente Roma, rifugiandosi in esilio. Gneo Ottavio e Lucio Cornelio Cinna furono eletti consoli nell'87 a.C., mentre Silla, nominato proconsole, si mise in marcia verso oriente con l'esercito.

Carta dei luoghi delle battaglie nella Guerra Civile di Roma,
dall'88 all'82 a.C. - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nell' 88 a.C. - Inizia la Guerra Civile Romana, che nell' 82 a.C. vedrà il conflitto tra la fazione degli ottimati, guidata da Silla, e quella dei populares, o mariani perché seguaci del sette volte console Gaio Mario morto nell'86 a.C., guidata dai consoli Gaio Mario il Giovane e Gneo Papirio Carbone. Quando nell'88 a.C. Mario fu dichiarato nemico pubblico da Silla e costretto a fuggire da Roma, si rifugiò tra le paludi di Minturnae. I magistrati locali decretarono la sua morte per mano di uno schiavo cimbro il quale, tuttavia, mosso a compassione o intimorito non diede corso alla esecuzione. Il busto bronzeo di Gaio Mario si trova collocato attualmente nel Municipio di Minturno. Plutarco, in “Marium”, scrisse che i Minturnesi, mossi a compassione, lo aiutarono a imbarcarsi sulla nave di Beleo, diretta verso l'Africa. Mentre Silla conduceva la sua campagna militare in Grecia, a Roma il confronto fra la fazione conservatrice di Ottavio, rimasto fedele a Silla, e quella popolare e radicale di Cinna fedele a Mario si inasprì sfociando in aperto scontro. A questo punto, nel tentativo di avere la meglio su Ottavio, Mario, insieme al figlio, rientrò dall'Africa con un esercito ivi raccolto e unì le proprie forze a quelle di Cinna, che aveva radunato truppe filomariane ancora impegnate in Campania contro gli ultimi socii ribelli. Gli eserciti alleati entrarono in Roma, di modo che Cinna fu eletto console per la seconda volta e Mario per la settima. Seguì una feroce repressione contro gli esponenti del partito conservatore: Silla fu proscritto, le sue case distrutte e i suoi beni confiscati. L'armata di Silla, dopo aver concluso vittoriosamente la campagna nel Ponto, rientrò in Italia sbarcando a Brindisi nell'83 a.C., e sconfisse il figlio di Mario, Gaio Mario il Giovane, che morì in combattimento a Preneste, a circa 50 chilometri da Roma. Gaio Giulio Cesare, nipote della moglie di Mario, sposò una delle figlie di Cinna. Dopo il ritorno di Silla a Roma si instaurò un regime di restaurazione che perpetrò le più feroci repressioni, tanto che Giulio Cesare fu costretto a fuggire in Cilicia, dove rimase fino alla morte di Silla, nel 78 a.C..

- Ormai da diverso tempo la repubblica romana era percorsa da un conflitto politico tra due fazioni, quella dei populares, guidata dall'uomo nuovo Gaio Mario (almeno fino alla sua morte avvenuta nell'86 a.C.), e quella degli ottimati, guidata dal nobile Lucio Cornelio Silla, che si combattevano, con alterne fortune, per il predominio politico sull'Urbe.

- Nell' 88/87 a.C. la lotta per il potere presto si era spostata dal piano politico a quello militare, così avvenne che, grazie all'appoggio delle legioni a lui fedeli, Silla scacciò i mariani dall'Urbe ed ottenne il comando per la guerra a Mitridate, e fu sempre grazie alla forza delle armi che, con Silla impegnato in Asia Minore, i populares e Gaio Mario poterono rientrare in città e controllarla, almeno fino al ritorno di Silla.

Nell' 86 a.C. - Mentre Silla combatteva in Grecia, ottenendo numerosi ed importanti successi, prima ad Atene nel marzo di quest'anno, poi al Pireo, a Cheronea, dove secondo Tito Livio caddero ben 100.000 armati del regno del Ponto, ed infine ad Orcomeno, a Roma Silla era dichiarato nemico pubblico da Gaio Mario e Lucio Cornelio Cinna. Le sue abitazioni cittadine e di campagna furono distrutte ed i suoi amici messi a morte. Contemporaneamente il Senato deliberava di inviare in Grecia il nuovo console, Lucio Valerio Flacco, collega di Lucio Cornelio Cinna, con due legioni per succedere nel comando a Silla. Nello stesso anno, nel primo mese del suo settimo mandato da Consoleall'età di 71 anni Gaio Mario muore. Cinna fu in seguito rieletto console per altre due volte, per poi morire, vittima di un ammutinamento, mentre si dirigeva con l'esercito verso la Grecia.

- Mentre in quell'anno muore Gaio Mario, l'anno seguente (l'85 a.C.), quando Cesare aveva solo quindici anni, muore suo padre Gaio Giulio Cesare il Vecchio. L'anno dopo (l'84 a.C.) Cesare ripudia la sua promessa sposa Cossuzia per sposare Cornelia minore, figlia di Lucio Cornelio Cinna, alleato di Gaio Mario nella guerra civile. Nell’antica Roma il nome individuale di una donna doveva rimanere segreto, infatti mentre gli uomini avevano il loro nome, poi il nome della gens ed infine i cognomen, le donne son indicate sempre con il nome della gens cui appartengono - cosa che spesso induce errori nelle trattazioni storiche - e vengono distinte con maior o minor in base all’anzianità o con un numero ordinale, secunda, tertia, ecc. ecc. Il nuovo legame con una famiglia notoriamente schierata con i popolari, oltre alla parentela con Mario, causano problemi non indifferenti al giovane Cesare negli anni della dittatura di Silla. Questi cercò di ostacolarne in tutti i modi le ambizioni, bloccando la sua nomina a Flamen Dialis, il sacerdote preposto al culto di Giove Capitolino, l'unico tra i sacerdoti che potesse presenziare nel Senato con il diritto alla sedia curule e alla toga pretesta. 

- Nell' 85 a.C. - Silla, conclusa prima del tempo quella che sarebbe stata ricordata come la prima guerra mitridatica con il Trattato di Dardano nell'85 a.C., decise allora di tornare in Italia per contrastare le manovre del partito avverso, che lo aveva addirittura dichiarato nemico della patria. I più attivi nel campo dei populares erano i consoli Lucio Cornelio Cinna e Gneo Papirio Carbone, consoli per l'85 a.C. e l'84 a.C., che a cavallo tra i due consolati tentarono di organizzare ad Ancona un esercito per contrastare quello di Silla, una volta che fosse terminata la campagna in Asia. L'impresa non ebbe seguito perché nell'84 a.C. l'esercito, forse perché scontento delle dure condizioni di vita imposte dai due consoli, si ribellò ed uccise Cinna, mentre Carbone fuggiva. Molti per sottrarsi alla tirannide dei due consoli avevano abbandonato Roma, e si erano rifugiati nell'accampamento di Silla, come in un porto di salvezza. Così in breve tempo venne a crearsi, attorno allo stesso, una parvenza di Senato. Anche la moglie, Cecilia Metella Dalmatica, riuscì a stento a fuggire con i figli e raggiunse il marito in Grecia, portando la notizia che i suoi oppositori avevano bruciato la casa in città e le ville in campagna, pregandolo quindi di far ritorno in Italia in aiuto dei suoi sostenitori.

Nell' 84 a.C. - Conclusa la pace a Dardano in Asia con Mitridate VI, ed obbligato quest'ultimo a ritirarsi dalle province romane asiatiche, Silla trascorse i successivi due anni in Grecia per riorganizzare le forze, prima di rientrare in Italia. Egli, infatti, una volta conclusa la pace, salpò da Efeso nel corso dell'inverno dell'85-84 a.C. e si trasferì al Pireo e poi ad Atene dove fu iniziato ai misteri. Verso la fine dell'anno attraversò la Tessaglia e la Macedonia e fece i preparativi per il suo rientro in Italia da Durazzo, con una flotta di 1.200 navi.

Nell' 83 a.C. - Per quest'anno furono eletti consoli Lucio Cornelio Scipione Asiatico e Gaio Norbano che, mentre Silla sbarcava a Brindisi dove si acquartierava con i suoi veterani e riprendeva i contatti con gli esponenti della propria fazione, tentavano di organizzare un esercito per contrastare la marcia di Silla verso Roma. Silla era infatti sbarcato a Taranto con 30.000 armati in quella primavera, e secondo Plutarco, vi erano ad attenderlo 15 generali nemici e 450 coorte. E mentre si preparava a marciare contro Roma al comando delle sue legioni, ricevette rinforzi dal giovane Gneo Pompeo, che si unì al futuro dittatore con un buon numero di soldati a lui fedeli, provenienti per lo più dalla regione del Piceno, e da Quinto Cecilio Metello Pio, campione degli ottimati durante i 4 anni di consolato di Cinna. I due consoli in carica nell'83 decisero di contrastare il passo di Silla in Campania; Scipione organizzò il suo campo nei pressi di Teano, mentre Norbano fece campo nei dintorni di Capua. Silla attaccò per primo l'esercito sotto il comando di Norbano che, perso lo scontro ed oltre 7.000 uomini, si rifugiò all'interno delle mura di Capua. A quel puntò Silla marciò verso Teano offrendo a Scipione una tregua, prontamente accettata dal Console, che in questo modo pensava di guadagnar tempo per coordinarsi con il collega e con Sertorio. Ma quando Scipione pensò di poter rompere la tregua con Silla il suo esercito, che aveva fraternizzarono con l'esercito di Silla, gli si rivoltò contro passando al campo avverso senza colpo ferire. Scipione, fatto liberare da Silla, andò in esilio a Marsiglia, dove morì. L'83 a.C. terminò con gli uomini di Silla acquartierati in Campania e i populares a Roma che tentavano di organizzarsi per contrastare il passo al nemico.

Nell' 82 a.C. - Sono eletti consoli Gneo Papirio Carbone e il ventiduenne Gaio Mario il Giovane, figlio di Gaio Mario, a cui fu affidata la difesa della città; quasi immediatamente inviarono Sertorio, forse l'unico esponente tra i populares con l'adeguata esperienza militare necessaria per contrastare Silla, nella Spagna Citeriore. I primi scontri, entrambi favorevoli agli ottimati, si ebbero nelle marche presso il fiume Esino, dove le truppe di Pompeo e di Metello ebbero la meglio su quelle condotte da Carbone, e nella pianura di Sacriporto, antistante Preneste, dove le truppe di Silla ebbero la meglio su quelle guidate da Mario il Giovane. I due comandanti mariani, invece di riunire le proprie forze, decisero di resistere alla fazione avversa ognuno dei due trovando rifugio in una diversa città; Gaio Mario il Giovane a Preneste nel Lazio, e Carbone a Chiusi in Etruria. Anche questa volta Silla si trovò nella condizione di poter attaccare separatamente i due nemici. Silla lasciò il proprio luogotenente Ofella a sostenere l'assedio di Preneste e, dopo aver normalizzato la situazione nella capitale, si diresse a nord per dar battaglia a Carbone. La battaglia sotto le mura di Chiusi fu particolarmente cruenta, e si risolse con un sostanziale nulla di fatto. Per contro Pompeo frustò il tentativo di Carbone di inviare rinforzi al collega Mario rinchiuso a Preneste, intercettando e sconfiggendo i rinforzi che Carbone gli aveva mandato nei pressi di Spoleto. In questo frangente, un esercito di 7.000 lucani e sanniti stava risalendo verso il nord, guidati da P. Telesino, M. Lamponio e Gutta, per portare soccorso a Mario. Silla, per impedire questa manovra, abbandonò l'assedio di Chiusi dirigendosi immediatamente verso sud con i propri uomini e sbarrare così il passo a questo nuovo esercito. Carbone ne approfittò per uscire da Chiusi e si diresse verso Faenza, per portare battaglia a Metello che reputava il più debole nel campo avverso; l'esito non fu quello sperato e Carbone subì una cocente sconfitta che gli costò anche la perdita di Chiusi, lasciata sguarnita e alla mercé di Pompeo. Lo scontro decisivo tra gli eserciti delle due fazioni, la battaglia di Porta Collina, si svolse il 1° novembre dell' 82 a.C., sotto le mura di Roma, dove l'esercito guidato lucano-sannita aveva puntato, modificando l'intenzione iniziale di portare soccorso a Preneste, non appena avuta notizia della manovra di Silla, che di fatto aveva lasciato sguarnita Roma. Silla riuscì ad arrivare in tempo sul luogo della battaglia, solo per lo straordinario sforzo delle sue poche truppe lasciate a difesa di Roma, che resistettero tutto il giorno fino all'arrivo del proprio comandante. Anche dopo l'arrivo dei rinforzi l'esito della battaglia rimase a lungo in bilico, risolvendosi alla fine a favore del campo degli ottimati. Persa la battaglia di Porta Collina, che segnò la definitiva sconfitta dei mariani, Preneste si arrese a Silla e Mario il Giovane, frustrato nel suo tentativo di fuggire attraverso dei sotterranei, preferì uccidersi piuttosto che cadere nelle mani del nemico.
Il generale e dittatore
Lucio Cornelio Silla.
Carbone invece prima riparò in Africa poi sull'isola di Pantelleria, dove fu catturato da Pompeo Magno che lo trasse in catene nella prigione di Marsala, dove quello stesso anno fu giustiziato. Sconfitti i nemici mariani, Silla iniziò le proscrizioni di tutti gli avversari politici; assunse il titolo di dittatore a vita, e cercò con una serie di riforme di ristabilire il regime oligarchico. Una vittima delle sue proscrizioni con una morte particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano che, racconta suo cognato Catilina, fosse stato torturato e smembrato in un modo che evoca il sacrificio umano. Silla, entrando in Roma con le legioni in armi, segna un precedente che porterà alla fine della Repubblica.

- Per quanto poi emanerà una legge che proibisca tale gesto, dopo un quarantennio sarà il "populares" Gaio Giulio Cesare a stroncare definitivamente la repubblica degli "ottimati" varcando il Rubicone, confine del territorio sotto il diretto dominio di Roma, con le legioni in armi. Gaio Giulio Cesare infatti, era nipote di Giulia Maggiore, sorella del senatore Gaio Giulio Cesare il vecchio e moglie di Gaio Mario, e aveva sposato inoltre Cornelia, una delle figlie del console Lucio Cornelio Cinna, campione dei populares. Dopo il ritorno di Silla a Roma, in cui instaurò un regime di restaurazione e perpetrò feroci repressioni, Giulio Cesare era stato  costretto a fuggire in Cilicia, dove era rimasto fino alla morte di Silla, nel 78 a.C.. Per "Partiti ed elezioni nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Le leggi Licinie Sestie dell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Le leggi delle XII tavole dell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Conflitto degli Ordini e Secessione della Plebe nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "Elezioni, elettori ed eletti nell'antica Repubblica di Roma" clicca QUI, per "L'ordinamento politico-sociale dell'antica Roma monarchica" clicca QUI.

- Nell' 82 a.C. la Gallia Cisalpina, l'attuale Italia settentrionale, è dichiarata provincia romana.

- Per Giulio Cesare la situazione a Roma si aggrava quando il dittatore campione degli ottimati Publio Cornelio Silla, avuta la meglio su Mitridate VI, nell'82 a.C. rientra in Italia, sconfigge i seguaci del campione dei populares Mario nella battaglia di Porta Collina e si autoproclama dittatore perpetuo al fine di riformare le leggi e restaurare i privilegi degli ottimati nel funzionamento della repubblica, cominciando ad eliminare i suoi avversari politici. Ordina a Cesare di divorziare da Cornelia poiché non è patrizia, ma Cesare rifiuta. Silla medita allora di farlo uccidere, ma deve poi desistere dopo i numerosi appelli rivoltigli dalle Vestali e da Gaio Aurelio Cotta. In quell'occasione esclama: «Abbiatela pure vinta, e tenetevelo pure! Un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli Ottimati, che pure tutti insieme abbiamo difeso. In Cesare ci sono, infatti, molti Gaio Mario!» (Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 1) Giulio Cesare, temendo comunque per la sua vita, lascia Roma, prima ritirandosi in Sabina (dove è costretto a cambiare domicilio ogni giorno) e poi, raggiunta la giusta età, partendo per il servizio militare in Asia, come legato del pretore Marco Minucio Termo che gli ordina di recarsi presso la corte di Nicomede IV, sovrano del piccolo stato della Bitinia. Di questa missione si parlò a lungo a Roma, ove si diffuse la voce che Cesare avesse avuto una relazione amorosa con il sovrano, come testimoniano i canti intonati dai legionari dello stesso Cesare oltre trentacinque anni dopo (Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 1). In ogni modo, come legato di Minucio durante l'assedio di Mitilene, Cesare partecipa per la prima volta a uno scontro armato, distinguendosi per il suo coraggio, tanto che gli è conferita la corona civica, che veniva concessa a chi, in combattimento, avesse salvato la vita a un cittadino e in seguito alle riforme promulgate da Silla, a chi fosse stata conferita una corona militare sarebbe stato garantito l'accesso al Senato. Rientrato a Roma Minucio, Cesare rimase in Cilicia, partecipando come patrizio romano a diverse operazioni militari che si svolsero in quella zona, come l'azione contro i pirati (che proprio in Cilicia avevano il loro punto di forza) sotto il comando di Servilio Isaurico. In quanto di famiglia patrizia, lì fu associato con alcuni incarichi a vari comandanti romani.

- Quando Silla impone la dittatura a RomaMarco Emilio Lepido (padre) inizialmente concorre dalla sua parte, tanto che Silla lo nomina governatore in Sicilia, dove Lepido si prodigherà nell'espletare il suo dovere di “ottimate” abusando poi della sua posizione nel regime sillano: verrà accusato di impieghi illeciti di beni mobili e nella sua veste di pretore, di interessi nel campo degli avversari popolari. Marco Emilio Lepido (padre), console e politico romano, ha svolto il suo operato durante la decade del 70 a.C., quando le disposizioni di Silla vennero smantellate e una nuova generazione di insigni personaggi politici, tra i quali Cicerone, Pompeo, Crasso e Giulio Cesare, iniziarono a dominare Roma. Attraverso la sua attività politica, Lepido, riabilitò la gloria perduta della sua famiglia di origini principesche. Era figlio di Quinto e nipote di Marco, console nel 187. Sposò Apuleia, figlia del tribuno della plebe Saturnino, dalla quale ebbe tre figli. Due di essi si prodigarono per portare avanti la stirpe familiare, invece, il terzo figlio, di nome Scipione, partecipò agli intrighi politici del consolato del 78 a.C. che terminò nel 77 a.C.. Nonostante la sua provenienza, si era inserito nel partito dei popolari, motivo per cui Silla non lo ritenne un sostenitore fidato. Inoltre, era solito cambiare spesso le sue posizioni politiche in base alla convenienza: sostenne infatti il popolare Mario negli anni della sua ascesa politica e in concomitanza sposò la figlia di Saturnino (tribuno della plebe negli anni 103 e 100 a.C.) per poi appoggiare l'ottimato Silla nell' 82 a.C., quando prese il potere come dittatore.

Nell' 80 a.C. - Dopo essere stato eletto console per la seconda volta nell' 80 a.C., nella sua veste di dittatore a vita, Silla abdica dal suo ruolo di dittatore ristabilendo così il normale governo consolare. Cresceva intanto l'insofferenza verso gli eccessi compiuti dai suoi uomini. Un suo liberto fu denunciato in un processo e sconfitto grazie alle arringhe del giovane Cicerone.

Nel 79 a.C. - Silla, sorprendendo tutti, decide di abbandonare la politica per rifugiarsi nella propria villa di campagna, con l'intento di accingersi a scrivere le proprie memorie e riflessioni. Quando si ritira a vita privata, pare che, attraversando la folla sbigottita, uno dei passanti si mette ad ingiuriarlo. Silla si limita a rispondergli beffardo: "Avresti avuto lo stesso coraggio a dirmi queste cose quando ero al potere?". Personaggio dall'indole spietata e ironica allo stesso tempo, Publio Cornelio Silla confidò, di se stesso, ad uno dei suoi amici: «Imbecille! Dopo questo gesto, non ci sarà più alcun dittatore al mondo disposto ad abbandonare il potere». Si narra che fosse circondato da una variopinta corte di attori, ballerini e prostitute, fra cui un certo Metrobio, famoso attore conosciuto in gioventù. Infatti Plutarco lo rappresenta come il vizio e nelle "Vite parallele" che gli dei per punizione lo fecero ammalare di lebbra. Nel suo ultimo appassionato discorso indirizzato al Senato, Silla dichiara che costui era stato suo amante per tutta la vita, lasciando così l'assemblea scandalizzata e sgomenta. In compagnia di questa allegra brigata, Lucius Cornelius Sulla Felix, in latino, rimane con loro fino all'ultimo respiro, esalato nel 78 a.C., probabilmente per cancro. Com'era allora d'uso presso i potenti di Roma, lui stesso dettò l'epitaffio che aveva voluto s'incidesse sul suo monumento funebre: «Nessun amico mi ha reso servigio, nessun nemico mi ha recato offesa, che io non abbia ripagati in pieno».

- Il lasso di tempo che va dal 79 al 77 a.C. è stato un triennio ricco di contese e lotte intestine, tra le preesistenti classi al potere e le nuove forze emergenti, in un clima di cambiamento delle condizioni in cui viveva lo stato, così come delle strutture della società repubblicana, che si avviava ad una fase di immane decadenza. Lepido, incurante delle proposte avanzate dagli aristocratici, continuerà la sua politica demagogica, adoperandosi alla demolizione di tutti i provvedimenti presi da Silla, quali: la restituzione dei poteri ai tribuni della plebe; la restituzione ai proscritti dei loro beni; la restituzione della cittadinanza per coloro che ne erano stati privati. Al ceto dirigente, che usciva lentamente e a fatica dall'egemonia sillana, premeva mantenere accentrato nelle sue mani, il potere di cui aveva goduto in quegli anni; mentre, il proposito di Lepido, restava quello di rimettere in campo le forze emergenti, così da apportare un radicale cambiamento nei rapporti di potere vigenti. I suoi avversari, di conseguenza, avendo intenti differenti, gli remavano conto.

Nel 78 a.C. - Il primo gennaio, Marco Emilio Lepido (padre) diventa console insieme al suo avversario Quinto Lutazio Catulo e già in quella occasione entrano in conflitto sulle decisioni da prendere in merito alle festività dell'anno e alla nomina del praefectus urbis. In seguito all'abdicazione di Silla, Lepido stesso vuole diventare dittatore e per perseguire quell'intento dichiara inutile la carica tribunizia, intenzione confermata dalla sua proposta populista di Lex Aemilia frumentaria del 78-77 a.C., secondo la quale mensilmente ogni popolano avrebbe avuto il diritto di ricevere cinque modì di grano (35 kg.). (Da https://www.voxzerocinquantuno.it/il-pane-nellantica-roma-approvvigionamento-e-distribuzione-tra-previdenza-sociale-ed-evergetismo-di-giacomo-bianco/: Il pane
rappresentava la base della dieta romana. Si calcola che il fabbisogno complessivo di grano della città, che tra la fine della repubblica e l'inizio del principato contava un milione di abitanti, fosse di 250 mila tonnellate all’anno, stimato dal consumo mensile pro capite che si aggirava intorno ai 3 modi, circa 21 kg.). Le frumentationes, precedentemente abrogate da Silla, per non concorrere all'inurbamento, erano riproposte da Lepido in quanto, distribuendo grano gratuitamente al ceto plebeo, si ergeva a campione delle richieste che erano state avanzate dai tribuni della plebe con Silla dittatore e da Silla stesso rifiutate. La proposta di legge si concluse con un nulla di fatto, a causa degli avvenimenti che seguirono. Gli ottimati erano preoccupati, in quanto avevano compreso che il console patteggiava con la parte popolare e questo non era un bene per la loro fazione.

- Solo dopo aver avuto la notizia della morte di Silla del 78 a.C., Giulio Cesare rientra a Roma. Il suo ritorno coincide con il tentativo di ribellione anti-sillana capeggiato da Marco Emilio Lepido (padre) e bloccato da Gneo Pompeo Magno. Cesare, non fidandosi delle capacità di Lepido, che pure lo aveva contattato, non partecipò alla ribellione e cominciò invece a dedicarsi alla carriera forense come pubblico accusatore. In questa fase, benché ancora giovanissimo, dimostra già una grandissima intelligenza politica, evitando di rimanere implicato in un'insurrezione male organizzata e destinata a naufragare nell'insuccesso. Cesare infatti, che non si era apertamente schierato contro la politica sillana, evitò di partecipare all'insurrezione di Lepido ma decise di sostenere l'accusa di concussione contro Gneo Cornelio Dolabella, per atti durante il suo mandato di governatore in Macedonia e quella di estorsione contro Gaio Antonio Ibrida, entrambi membri influenti del partito degli ottimati. In entrambi i casi, anche se l'accusa fu pronunciata con perizia, perse le cause. Dolabella, che probabilmente si era macchiato anche di vari crimini durante le proscrizioni sillane, fu assolto dall'accusa di concussione grazie all'abilità oratoria dei suoi avvocati Lucio Aurelio Cotta e Quinto Ortensio Ortalo, nonostante in quel processo, così come in quello ad Antonio Ibrida, Cesare pronunciasse discorsi particolarmente efficaci, tanto da costringere lo stesso Ibrida, per ottenere l'assoluzione, ad appellarsi ai tribuni della plebe, sostenendo che non gli erano garantite delle eque condizioni processualistiche. Cesare, che ben sapeva fin dall'inizio come le sue azioni legali non avessero alcuna possibilità di riuscita, attraverso l'esordio nel mondo forense si accreditò come importante rappresentante della fazione dei populares, anche se l'esito negativo dei processi lo convinse a lasciare Roma una seconda volta per evitare le vendette della nobilitas sillana.

Nel 77 a.C. - Durante il viaggio che l'avrebbe condotto nella provincia Narbonese, dove doveva svolgere il proconsolato del 77 a.C., Marco Emilio Lepido (padre) si ferma in Etruria, dove le confische sillane erano state più pesanti e i contadini locali erano infuriati, poiché le loro terre erano state assegnate ai veterani di Silla. Qui le idee del console sovversivo, generano una rivolta, nei pressi di Fiesole, dove erano stanziati i veterani di Silla. Marco Emilio Lepido, alleatosi con Marco Perperna Ventone, diventa capo dei ribelli e presenta un ultimatum al Senato che prevede i quattro seguenti punti: cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpinarestituzione dell'autorità ai tribuni della pleberiabilitazione dei proscritti marianisua rielezione al consolato. Il Senato rifiuta la proposta e utilizza contro di lui il Senatus consultum ultimum (cioè "Ultima decisione del Senato"), o anche Senatus consultum de re publica defendenda (cioè "Decisione del Senato per la difesa della Repubblica"), un decreto senatorio (un Senatus consultum) emesso come extrema ratio in caso di emergenza, tipico dell'ultima fase della Repubblica di Roma con cui la fazione aristocratica degli ottimati, aveva di fatto emendato la costituzione romana, introducendovi una clausola di stato di emergenzavideant consules ne quid res publica detrimenti capiat», «provvedano i consoli affinché lo stato non soffra alcun danno») con la quale il senato conferiva ai consoli pieni poteri, esautorando quindi i tribuni della plebe. Il primo ricorso a questa misura eccezionale si ebbe nel 121 a. C., durante il moto del tribuno Gaio Gracco.
Il senato affida inoltre all'interré (l'interrex era una istituzione del diritto romano, nata in età regia ed evolutasi in quella repubblicana, per la quale quando veniva a mancare il potere supremo dello Stato romano, questo veniva esercitato da un interrex per un periodo limitato di tempo) Appio Claudio, al proconsole Quinto Lutazio Catulo e a Gneo Pompeo Magno, l'incarico di reprimere l'insurrezione, mentre Lepido marcia verso Roma. Sconfitto sotto le mura di Roma dal console Quinto Lutazio Catulo, Marco Emilio Lepido (padre) cerca di ripiegare sulla costa etrusca, dove venne battuto a Cosa da Gneo Pompeo che in precedenza aveva assediato e costretto alla resa a Modena il suo luogotenente Marco Giunio Bruto, il padre del futuro cesaricida. Sarà quindi costretto a fuggire in Sardegna, dove morirà l'anno dopo, nel 76 a.C..

Gaio Giulio Cesare, I sec.
museo archeologico di Napoli.
Nel 74 a.C. - Giulio Cesare decide di recarsi a Rodi, vera e propria meta di pellegrinaggio per i giovani romani delle classi più alte, desiderosi di apprendere la cultura e la filosofia greca. Durante il viaggio però, è rapito dai pirati, che lo portano sull'isola di Farmacussa, una delle Sporadi meridionali a sud di Mileto. Quando questi gli chiesero di pagare venti talenti, Cesare rispose che ne avrebbe consegnati cinquanta e mandò i suoi compagni a Mileto perché ottenessero la somma di denaro con cui pagare il riscatto, mentre lui sarebbe rimasto a Farmacussa con due schiavi e il medico personale. Durante la permanenza sull'isola, che si protrasse per trentotto giorni, Cesare compose numerose poesie e le sottopose poi al giudizio dei suoi carcerieri; più in generale, mantenne un comportamento piuttosto particolare con i pirati, trattandoli sempre come se fosse lui ad avere in mano le loro vite e promettendo più volte che una volta tornato libero li avrebbe fatti uccidere tutti. Quando i suoi compagni ritornarono, portando con sé il denaro che le città avevano offerto loro per pagare il riscatto, Cesare si rifugiò nella provincia d'Asia, governata dal propretore Marco Iunco. Giunto a Mileto, Cesare armò delle navi e tornò in tutta fretta a Farmacussa, dove catturò senza difficoltà i pirati; poi si recò con i prigionieri al seguito in Bitinia, dove Iunco stava sovrintendendo all'attuazione delle volontà espresse da Nicomede IV nel suo testamento. Qui chiese al propretore di provvedere alla punizione dei pirati, ma questi si rifiutò, tentando invece di impadronirsi del denaro sottratto ai pirati stessi e decise poi di rivendere i prigionieri. Cesare allora, prima che Iunco potesse mettere in atto i suoi progetti, si rimise in mare lasciando la Bitinia e procedette egli stesso all'esecuzione dei prigionieri: li fece crocifiggere dopo averli strangolati, in modo da evitare loro una lunga e atroce agonia. In questo modo, secondo le fonti filocesariane, egli non fece altro che adempiere ciò che aveva promesso ai pirati durante la prigionia e poté anzi restituire i soldi che i suoi compagni avevano dovuto richiedere per il riscatto.

Anfiteatro di Capua.
Nel 73 a.C. - Dall'anfiteatro di Capua, di cui ancora è possibile ammirare l'imponente struttura, prese avvio la rivolta di Spartaco, poi annegata nel sangue. L'importanza notevole e la fama di Capua sopravviveranno tuttavia agli esiti infausti di queste vicende storiche, tanto che lo storico Livio in epoca imperiale ebbe a definirla la più grande e opulenta città dell'Italia antica e ancora nel I secolo a.C. Cicerone non esitò a definirla altera Roma, proprio per sottolineare come la magnificenza della città fosse paragonabile a quella dell'Urbe laziale.

Carta della Gallia con le popolazioni che la abitavano
nel I sec. a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 72 a.C. Tribù suebiche comandate da Ariovisto entrano in Gallia, passando il medio Reno, chiamate in soccorso dai celti Sequani. I Suebi stavano poi per conquistare la Gallia intera, quando nel 58 a.C. intervenne Cesare, che ricacciò Ariovisto e i suoi oltre il Reno, passò due volte il fiume (55 e 53), e ne fece la linea di confine fra l'impero e i Germani, che furono da allora in relazione con i Romani. La Svevia (in latino Suēbĭa, in tedesco Schwaben o Schwabenland) è una regione storica e linguistica della Germania e i Suebi, poi chiamati Svevi, furono una popolazione germanica che oltre duemila anni fa si era originata in un'area vicina al Mar Baltico, che era conosciuto dai Romani come Suebicum mare. In parte a causa della sua scarsa conoscenza con i diversi popoli germanici che interagirono con Roma, lo storico Tacito si è riferito a tutti i Germani dell'Elba con il nome di Herminones o Suebi, probabilmente semplificando notevolmente una realtà fatta di tribù non sempre strettamente affini.

- Nello stesso anno (72 a.C.) Gaio Giulio Cesare torna a Roma dove è eletto tribuno militare per l'anno seguente, risultando addirittura il primo degli eletti. Si impegna quindi nelle battaglie politiche sostenute dai populares, ovvero l'approvazione della Lex Plotia (che avrebbe permesso il rientro in patria di coloro che erano stati esiliati dopo aver partecipato all'insurrezione di Lepido) e il ripristino dei poteri dei tribuni della plebe, il cui diritto di veto era stato notevolmente ridimensionato da Silla, che aveva voluto evitare colpi di mano da parte dei populares. Il ripristino della tribunicia potestas fu però ottenuto soltanto nel 70 a.C., l'anno del consolato di Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso. Entrambi avevano acquisito un grande prestigio portando a termine rispettivamente la guerra contro Quinto Sertorio in Spagna, e quella contro gli schiavi guidati da Spartaco. Crasso in particolare era in stretti rapporti con Cesare (lo aiutò infatti più volte finanziandone le campagne elettorali) poiché, per quanto incredibilmente ricco grazie alle proscrizioni sillane, gli serviva l'appoggio, durante la sua campagna elettorale del carisma di Cesare, nascente leader popolare.

Nel 69 a.C. - Giulio Cesare è eletto questore per il 69 a.C.. I questori erano magistrati minori dello Stato, la cui carica (quaestura) costituiva il primo grado del cursus honorum e richiedeva come età minima 30 anni (28 per i patrizi). All'inizio possedevano giurisdizione criminale (quaestores parricidii), in seguito competenze amministrative, supervisionando e gestendo il tesoro e le finanze. Dopo il consolato di Pompeo e Crasso, il clima politico romano si stava avviando al cambiamento, grazie al quasi totale smantellamento della costituzione sillana che i due consoli avevano operato. Nel 69 a.C. Cesare pronunciò dai Rostri del Foro, secondo l'antico costume, gli elogi funebri per la zia Giulia, vedova di Gaio Mario, e per la moglie Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Cinna. Nel farlo, mostrò per la prima volta in pubblico dal periodo sillano le immagini di Gaio Mario e del figlio Gaio Mario il giovane e il popolo le accolse plaudente. Nell'elogio per Giulia, Cesare esaltava la discendenza della zia per parte di madre da Anco Marzio, evidenziando come negli esponenti della gens Iulia scorresse ora anche il sangue regale accanto a quello divino. «Da parte di madre mia zia Giulia discende dai re; da parte di padre si ricollega con gli dei immortali. Infatti i Marzii Re, alla cui famiglia apparteneva sua madre, discendono da Anco Marzio, ma i Giuli discendono da Venere, e la mia famiglia è un ramo di quella gente. Confluiscono, quindi, nella nostra stirpe, il carattere sacro dei re, che hanno il potere supremo tra gli uomini, e la santità degli dei, da cui gli stessi re dipendono.» (Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 6, traduzione di Felice Dessì). L'elogio di Cornelia parve invece piuttosto insolito, perché non era uso pronunciare discorsi in memoria di donne morte giovani, ma fu fortemente apprezzato dal popolo in quanto celebrava una figura femminile ben lontana da quella della classica matrona romana. Sempre nel corso del 69 a.C., Cesare si recò nella Spagna Ulteriore, governata dal propretore Antistio Vetere. Lì si dedicò a un'intensa attività giudiziaria e grazie al suo grande impegno poté anche accattivarsi le simpatie della popolazione, che liberò dai pesi fiscali che Metello aveva imposto.

Nel 68 a.C. - Dopo la morte della moglie Cornelia , Cesare sposa Pompea, nipote di Silla (era figlia di Quinto Pompeo Rufo e di Cornelia, una delle figlie di Silla).

Nel 63 a.C. - Giulio Cesare è eletto pontefice massimo, dopo la morte di Quinto Cecilio Metello Pio, che era stato nominato da Silla. Cesare, per quanto scettico, si era battuto perché il pontificato tornasse a essere, dopo la riforma sillana, una carica elettiva e comprendeva perfettamente quale aspetto avrebbe avuto la sua figura se insignita della carica di tutore del diritto e del culto romano. A sfidarlo c'erano però rappresentanti della fazione degli optimates molto più anziani e già da tempo giunti al culmine del cursus honorum, quali Quinto Lutazio Catulo e Publio Servilio Vatia Isaurico. Cesare allora, aiutato anche da Marco Licinio Crasso, si procurò grandi somme di denaro che usò per corrompere l'elettorato e fu dunque costretto a pagare un prezzo altissimo per la sua elezione: il giorno del voto, uscendo di casa, promise infatti alla madre che ella lo avrebbe rivisto pontefice oppure esule. La nettissima vittoria di Cesare gettò nel panico gli optimates, mentre costituì per il neoeletto pontefice una nuova acquisizione di prestigio, in grado di assicurargli la nomina a pretore per l'anno seguente. Nel frattempo, per evidenziare l'importanza della sua carica, lasciò la casa natale nella Suburra per trasferirsi sulla via Sacra, cominciando ad attuare una politica volta ad accattivarsi anche le simpatie di Pompeo Magno.

- Nello stesso 63 a.C. irrompe sulla scena politica Lucio Sergio Catilina. Nobile decaduto, tentò più volte di impadronirsi del potere, organizzando una prima congiura nel 66 o nel 65 a.C., a cui Cesare aveva preso probabilmente parte. La congiura, che avrebbe portato all'elezione di Crasso come dittatore e dello stesso Cesare come suo magister equitum, fallì per l'improvviso abbandono del progetto da parte di Crasso o forse perché Cesare si rifiutò di dare il segnale convenuto che avrebbe dovuto dare inizio al programmato assalto al senato. Quando nel 63 la seconda congiura di Catilina è scoperta da Marco Tullio Cicerone (pur non avendo prove certe) , Lucio Vezio, amico di Catilina, fa i nomi di alcuni congiurati, includendo tra essi anche Cesare. Questi sarà scagionato dalle accuse grazie al tempestivo intervento di Cicerone, ma resta assai probabile che avesse partecipato, almeno inizialmente, anche a questa seconda congiura. Ad avvalorare l'ipotesi è il discorso che lo stesso Cesare pronunciò in senato in difesa dei congiurati Lentulo e Cetego: dopo la sua fuga, Catilina aveva lasciato a loro le redini della congiura, ma i due erano stati scoperti grazie a un abile piano congegnato da Cicerone, principale accusatore di Catilina e responsabile del fallimento della congiura. Discutendo sulla pena cui condannare Lentulo e Cetego, molti senatori avevano proposto la condanna a morte; Cesare, invitando tutti a non prendere decisioni avventate e dettate dalla paura, propose invece di confinare i congiurati e di confiscare loro i beni. Il discorso di Cesare, che aveva convinto molti senatori, fu però seguito da un altro, molto acceso, pronunciato da Marco Porcio Catone Uticense, che riuscì a reindirizzare il senato verso la condanna a morte dei congiurati. Lentulo e Cetego furono quindi condannati a morte senza che gli fosse concessa la provocatio ad populum. Il discorso di Cesare, grazie al quale egli si presentò come un uomo saggio e poco vendicativo, fu molto gradito al popolo, che sperava nei benefici che Catilina gli avrebbe concesso; è però probabile che con le sue parole il futuro dittatore tentasse anche di salvare dalla morte degli amici e compagni politici con i quali aveva indubbiamente collaborato.

- Nel 63 a.C. nasce a Roma Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (Roma, 23 settembre 63 a.C. - Nola, 19 agosto 14), figlio di Gaio Ottavio, uomo d'affari che aveva ottenuto, primo della gens Octavia (ricca famiglia di Velitrae-Velletri), cariche pubbliche e un posto in Senato (era quindi un homo novus). La madre, Azia maggiore, proveniva invece da una famiglia da parecchie generazioni di rango senatorio e dagli illustri natali: era infatti imparentata sia con Cesare sia con Gneo Pompeo Magno. Azia era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Nacque a Roma nove giorni prima delle Calende di ottobre prima dell'alba, in quella parte del Palatino denominata ad Capita Bubula («teste di bue»), dove dopo la sua morte venne costruito un santuario a lui dedicato. In seguito si trasferì, sempre sul Palatino, in una casa ugualmente modesta di non grande ampiezza e priva di lusso, visto che le colonne dei suoi portici piuttosto basse, erano di pietra del monte Albano, mentre nelle stanze non c'era né marmo, né mosaici. Dormì nella stessa camera per più di quarant'anni, anche d'inverno, sebbene considerasse poco adatto alla sua salute il clima invernale di Roma. Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio, cui fu aggiunto Turino quando era fanciullo (Gaius Octavius Thurinus), soprannome in ricordo di suo padre Ottavio, vittorioso contro gli schiavi fuggitivi (i resti delle bande di Spartaco e di Catilina) nella regione di Thurii, città panellenica fondata nel 444 a.C. accanto alle rovine dell'antica Sibari i cui resti si trovano nei pressi di Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza.
“...Per dimostrare che veramente fu soprannominato Turino potrebbe bastarmi segnalare la scoperta che ho fatto di un'antica statuetta di bronzo, che lo rappresenta ancora fanciullo, sulla quale è inciso in lettere di ferro, quasi cancellate dal tempo, questo soprannome: ho fatto dono della statuetta all'imperatore che la conserva nella sua camera da letto e la onora tra gli dei Lari. Ma anche M. Antonio, nelle sue lettere, lo chiama spesso, con disprezzo. «Turino» e Ottavio si limita a rispondergli di meravigliarsi che gli si getti in faccia come un insulto il suo primo appellativo. Più tardi egli prese il nome di Gaio Cesare e quindi il soprannome di Augusto: il primo in virtù del testamento del suo prozio, il secondo su mozione di Munazio Planco. Alcuni volevano addirittura, come se fosse anche lui fondatore della città, che lo si chiamasse Romolo, ma alla fine prevalse il soprannome di Augusto, sia per la sua novità, sia per la sua grandiosità. Il termine, derivato tanto da «auctus» quanto da «avium gestus» o «gustus» si applica ugualmente ai luoghi santificati dalla tradizione religiosa nei quali si faceva una qualsiasi consacrazione, dopo aver preso gli auspici, come dicono anche i versi di Ennio: «Dopo che l'illustre Roma fu fondata sotto augusti auspici.»” (Svetonio: Vita dei Cesari, Libro II, Augusto, 7)

Nel 62 a.C. Publio Clodio Pulcro, amante di Pompea, moglie di Cesare, si introduce in casa di Cesare, dove la stessa Pompea stava preparando le celebrazioni per la festa di Bona Dea (nella prima settimana di dicembre), antica divinità laziale con gli attributi della Grande Madre, il cui nome non poteva essere pronunciato. Scoperto mentre era travestito da ancella, Clodio venne processato per lo scandalo e Cesare ripudiò Pompea, pur rifiutando di testimoniare contro Clodio al processo. Publio Clodio Pulcro (Roma, 93 o 92 a.C. - Bovillae, 18 gennaio 52 a.C.) è stato un esponente dell'importante gens aristocratica dei Claudii, che vantava fra i propri antenati personaggi illustri come Appio Claudio Cieco. Si avvicinò, fin da giovane, alla politica della fazione dei populares, e si rese in più casi colpevole di atti di sovversione e corruzione. In occasione della congiura di Catilina, nel 63 a.C., collaborò con il console Marco Tullio Cicerone, che tuttavia testimoniò contro di lui nel 61 a.C., durante il processo per lo scandalo della Bona Dea, processo nel quale fu tuttavia assolto perché i giurati che avrebbero dovuto emettere la decisione furono corrotti dal ricco e potente Crasso. Deciso a perpetrare la propria vendetta, Clodio fu adottato da una famiglia plebea e così, effettuata la transitio ad plebem, poté essere eletto tribuno della plebe per il 58 a.C.. Fu dunque promotore di un'attività legislativa particolarmente intensa, propose e fece approvare una serie di plebisciti che contribuirono nel complesso a indebolire il senato a favore delle assemblee popolari, e determinò, tra l'altro, l'esilio di Marco Tullio Cicerone nel 58 a.C., dovuto all'emanazione della legge retroattiva che puniva coloro che non avevano concesso ai condannati a morte la provocatio ad populum prima di essere giustiziati.

- Plutarco in Vite Parallele, precisa di non voler essere uno storico ma un biografo e che non cerca di stilare un elenco di episodi a cui un personaggio storico ha partecipato ma è interessato invece a svelare comportamenti che rivelino la forma mentis del soggetto stesso. Su Cesare scrive: “Egli prima di tutto elargì senza risparmio denaro e beneficenza. Così dava a vedere di non voler ottenere dalle spedizioni di guerra ricchezze che servissero al suo lusso e al suo benessere personale, ma metteva da parte e conservava per premiare chiunque compisse un atto di valore: la sua parte di ricchezza consisteva in ciò che dava ai suoi soldati meritevoli. In secondo luogo si sottopose di sua volontà ad ogni loro rischio e non si sottrasse a nessuna delle loro fatiche. Che amasse il pericolo non stupiva i suoi uomini perché sapevano quanto era ambizioso; ma la sua resistenza ai disagi superiore alla forza apparente del suo corpo li meravigliava. Cesare era di costituzione fisica asciutta di carnagione bianca e delicata; subiva frequenti mal di testa e andava soggetto ad attacchi di epilessia: la prima manifestazione l’ebbe, sembra, a Cordova. Eppure non sfruttò la sua debolezza come un pretesto per essere trattato con riguardo; al contrario fece del servizio militare una cura della propria debolezza. Compiendo lunghe marce consumando pasti frugali dormendo costantemente a cielo aperto, sottoponendosi ad ogni genere di disagi, combattè i suoi malanni e serbò il suo corpo ben difeso dai loro assalti. Si coricava la maggior parte delle notti su qualche veicolo e nella lettiga, sfruttando il riposo per fare qualcosa. Durante il giorno si faceva portare in visita alle guarnigioni, alle città, agli accampamenti ed aveva seduto al fianco uno schiavo che era abituato a scrivere sotto dettatura anche in viaggio, e dietro, in piedi, un soldato con la spada sguainata.” (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 32)
E ancora: “Si alleò con Crasso, il più ricco dei Romani: Cesare, che aveva ottenuto la provincia di Spagna, non poteva partire prima di aver saldato i suoi debiti, mentre Crasso aveva bisogno dell’energia e della passione di Cesare per la sua lotta contro Pompeo. Crasso accettò di pagare i creditori più pressanti e inflessibili e diede garanzie per 830 talenti e così Cesare poté partire per la provincia. Nell’attraversare le Alpi, passando per un villaggio barbaro molto povero, di fronte agli amici che scherzando gli dicevano: “Anche qui ci sono ambizioni per arrivare al potere e contese per ottenere il promo posto e invidie dei potenti tra loro?”, Cesare, parlando sul serio, disse loro: “Vorrei essere il primo tra costoro piuttosto che il secondo a Roma”. Un’altra volta, in Spagna, leggendo un libro sulle imprese di Alessandro, pianse e agli amici diceva: “Non vi pare che valga la pena di addolorarsi se Alessandro alla mia età già regnava su tante persone, mentre io non ho ancora fatto nulla di notevole?”. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 11, 1-6). Riconciliò Pompeo con Crasso, che avevano il massimo potere, e da nemici li fece diventare amici e convogliò su di sé la potenza di ambedue. Non fu la discordia di Cesare e Pompeo che diede origine alle guerre civili, ma piuttosto la loro concordia, giacché si coalizzarono dapprima per distruggere l’aristocrazia e poi, allo stesso modo, litigarono tra di loro. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 13, 3-5)

Nel 61 a.C. - Gaio Giulio Cesare è eletto pretore, magistrato romano dotato di imperium e iurisdictio. L'attività del Praetor si concretizzava nella concessione dell'actio, cioè lo strumento con cui si permetteva ad un cittadino romano che chiedeva tutela, nel caso in cui non ci fosse una lex che prevedesse la tutela, di agire in giudizio, e portare quindi la situazione dinanzi al magistrato. Scriveva Svetonio: “Sempre come questore gli fu assegnata la Spagna Ulteriore; qui, con delega del pretore, percorse i luoghi di riunione per amministrare la giustizia, finché giunse a Cadice dove, vista la statua di Alessandro Magno presso il tempio di Ercole, si mise a piangere, quasi vergognandosi della sua inettitudine. Pensava infatti di non aver fatto nulla di memorabile all'età in cui Alessandro aveva già sottomesso il mondo intero. Allora chiese subito un incarico a Roma per cogliere al più presto l'occasione di compiere grandi imprese. Nello stesso tempo, turbato da un sogno della notte precedente (aveva sognato infatti di violentare sua madre) fu incitato a nutrire le più grandi speranze dagli stessi indovini che gli vaticinarono il dominio del mondo quando gli spiegarono che la madre, che aveva visto giacere sotto di lui, altro non era che la terra stessa, considerata appunto madre di tutti.”(Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 7) Cesare fu quindi governatore della provincia della Spagna ulteriore, dove condusse operazioni contro i Lusitani; acclamato imperator, gli fu tributato il trionfo una volta tornato a Roma. Cesare fu tuttavia costretto a rinunciarvi, in quanto per celebrare il trionfo avrebbe dovuto mantenere le sue vesti di militare e restare fuori dalla città di Roma: il propretore chiese dunque al senato il permesso di candidarsi al consolato in absentia, attraverso i suoi legati, ma Catone l'Uticense fece in modo che la richiesta fosse respinta. Cesare, posto di fronte a una scelta particolarmente importante per la sua carriera futura, preferì dunque salire il gradino successivo del cursus honorum e candidatosi nel 60 a.C. fu eletto console per l'anno 59 a.C..

Marco Licinio Crasso
da: https://it.wikipedia
.org/wiki/Gaio_Giulio_
Cesare#/media/File:
Crassus_Kopen
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Nel 60 a.C. - Primo triumvirato, accordo mantenuto segreto per un po' di tempo come parte del progetto politico dei Triumviri per la spartizione del potere fra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno con Marco Licinio Crasso, quest'ultimi colleghi consoli nel 70 a.C., quando avevano emanato una legge per il completo ripristino dei poteri dei tribuni della plebe (Lucio Cornelio Silla aveva di fatto tolto tutti i poteri ai tribuni della plebe ad eccezione dello ius auxiliandi, il diritto di aiutare un plebeo in caso di persecuzioni da parte di un magistrato patrizio) ma che fino a quel momento avevano avuto una notevole antipatia reciproca, giacché ognuno riteneva che l'altro avesse superato i propri limiti per aumentare la sua reputazione a spese del collega. Il primo triumvirato segna l'inizio dell'ascesa politica di Gaio Giulio Cesare.

Nel 1553 a Roma, nel vicolo dei Leutari,
presso il Palazzo della Cancelleria, è
stata rinvenuta casualmente, sotto le
fondamenta di due modeste case, la
grande statua di Gneo Pompeo Magno,
la stessa scultura che si trovava nella
curia di Pompeo e ai piedi della quale
Cesare cadde ucciso dai congiurati.
Svetonio racconta che Augusto fece
spostare la statua fuori della curia per
farla collocare di fronte alla propria
basilica. Secondo alcuni esperti la
zona corrisponde al ritrovamento.
Nel 59 a.C. - Nell'anno del suo consolato, Cesare porta al servizio dell'alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio e si adopera per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri. Nonostante la forte opposizione del collega Marco Calpurnio Bibulo, che tentò in ogni modo di ostacolare le sue iniziative, Cesare ottenne comunque la ridistribuzione degli appezzamenti di ager publicus per i veterani di Pompeo, ma anche per alcuni dei cittadini meno abbienti. Bibulo, una volta accortosi del fallimento della sua sterile politica volta esclusivamente alla conservazione dei privilegi da parte della nobilitas senatoriale, si ritirò dalla vita politica: in questo modo pensava di frenare l'attività del collega, che invece poté attuare in tutta tranquillità il suo rivoluzionario programma. Cesare infatti programmò la fondazione di nuove colonie in Italia e per tutelare i provinciali riformò le leggi sui reati di concussione (lex Iulia de repetundis), facendo approvare allo stesso tempo delle leggi che favorissero l'ordo equestris: con la lex de publicanis egli ridusse di un terzo la somma di denaro che i cavalieri dovevano pagare allo stato, favorendo così le loro attività. Fece infine promulgare una legge che imponeva al senato di stilare le relazioni di ogni seduta (gli acta senatus). In questo modo Cesare si assicurava l'appoggio di tutta la popolazione romana, ponendo le basi per il suo futuro successo.
Durante il consolato, grazie all'appoggio dei triumviri, Cesare ottenne con la Lex Vatinia del 1º marzo il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico per cinque anni, con un esercito composto da tre legioni (VII, VIII e IX). Poco dopo una deliberazione del senato gli affidò anche la vicina provincia della Narbonense, il cui proconsole era morto all'improvviso, e la X legione. Il senato sperava con le sue mosse di allontanare il più possibile Cesare da Roma, proprio mentre egli stava acquisendo una sempre maggiore popolarità. Quando lo stesso Cesare promise di fronte al senato di compiere grandi azioni e riportare splendidi trionfi in Gallia, uno dei suoi detrattori, per insultarlo, urlò che ciò non sarebbe stato facile per una donna, alludendo ai costumi sessuali dell'avversario; il proconsole designato rispose allora ridendo che l'essere donna non aveva impedito a Semiramide di regnare sulla Siria e alle Amazzoni di dominare l'Asia. Cesare seppe comprendere le potenzialità che l'incarico affidatogli presentava: in Gallia egli avrebbe potuto conquistare immensi bottini di guerra (con i quali saldare i debiti contratti nelle campagne elettorali), e avrebbe acquisito il prestigio necessario per attuare la sua riforma della res publica.

Nel 59 a.C., a circa a quattro anni Ottaviano perde il padre.

Cartina dei domini di Roma prima della conquista della
Gallia, nel 58 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 58 a.C. - Gaio Giulio Cesare inizia la conquista della Gallia. Il praenomen "Gaio" è forma corretta rispetto al pur comune "Caio". La forma "Caio", infatti, si è diffusa a seguito di un'errata interpretazione dell'abbreviazione epigrafica "C." (cfr., tra gli altri, Conte, Pianezzola, Ranucci, "Dizionario della lingua latina", sub voce Gaius: «il fraintendimento dell'abbr., in cui la G si scriveva, per conservazione di grafia arcaica, C., ha generato la forma "Caio").
Gaio Giulio Cesare,
da: https://it.wiki
pedia.org/wiki/Gaio_
Giulio_Cesare#/me
dia/File:Gaius_Iulius
_Caesar_(Vatican_
Museum).jpg
Gaio Giulio Cesare, (Roma 100 - 44 a.C.), figlio del senatore Gaio Giulio Cesare il vecchio, è stato generale, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano, considerato uno dei personaggi più importanti e influenti della storia, una delle figure più leggendarie e controverse del mondo antico, che gettò le basi del futuro sistema imperiale romano dopo il tracollo della repubblica di Roma provocato dallo scontro fra populares ed optimates. Nato da famiglia nobile, appartenente alla gens Julia, suo zio acquisito fu Gaio Mario, esponente  dei populares, che aveva sposato Giulia Maggiore, la sorella del padre e la cui influenza fu determinante per il futuro politico di Cesare. Quando il rivale di Mario, Silla, esponente del partito degli optimates, dopo aver vinto la guerra civile fu nominato dittatore nell'82 a.C., ordinò a Cesare di ripudiare la moglie Cornelia, figlia di Cinna (console campione dei populares e seguace di Mario, perciò nella lista dei proscritti fatta stilare da Silla), Cesare si rifiutò di farlo, per cui, messo al bando, dovette allontanarsi da Roma. Vi rientrò solo nel 78 a.C., dopo la morte di Silla, e in seguito si recò a Rodi, dove intraprese, secondo le usanze del tempo, studi di retorica.

In rosso, gli stanziamenti delle prime
tribù dei Germani, poi le espansioni
dal 50 a.C. al 300 d.C..
- I territori delle future province di Germania inferiore Germania superiore entreranno nella sfera d'influenza romana con la conquista della Gallia da parte di Gaio Giulio Cesare.

- Prima di lasciare Roma per le Gallie, nel marzo del 58 a.C., Cesare incarica il suo alleato politico Publio Clodio Pulcro (amante della moglie Pompea che aveva ripudiato), tribuno della plebe, di fare in modo che Cicerone fosse costretto a lasciare Roma. Clodio fece allora approvare una legge con valore retroattivo che puniva tutti coloro che avevano condannato a morte dei cittadini romani senza concedere loro la provocatio ad populum: Cicerone fu quindi condannato per il suo comportamento in occasione della congiura di Catilina, venne esiliato, e dovette lasciare Roma e la vita politica. In questo modo Cesare cercava di assicurarsi che, in sua assenza, il senato non prendesse decisioni che compromettessero la realizzazione dei suoi piani. Allo stesso scopo, Cesare si liberò anche di un altro esponente dell'aristocrazia senatoria, Marco Porcio Catone, che venne allontanato da Roma inviandolo propretore a Cipro. Per evitare inoltre di divenire oggetto delle accuse legali dei suoi avversari, si appellò alla lex Memmia, secondo la quale nessun uomo che si trovava fuori dall'Italia a servizio della res publica poteva subire un processo giuridico. Infine, affidò la gestione dei suoi affari a Lucio Cornelio Balbo, un eques di origine spagnola; per evitare che i messaggi che gli spediva cadessero nelle mani dei suoi nemici Cesare adoperò un codice cifrato, che prese il nome di cifrario di Cesare. Mentre si trovava ancora a Roma, Cesare venne a sapere che gli Elvezi, stanziati tra il lago di Costanza, il Rodano, il Giura, il Reno e le Alpi retiche, si accingevano ad attraversare il territorio della Gallia Narbonense. C'era dunque il pericolo che essi, al loro passaggio sul territorio romano, compissero razzie e incitassero alla rivolta il popolo che ivi risiedeva, gli Allobrogi; i territori che si sarebbero svuotati, potevano poi divenire meta delle migrazioni di altri popoli germanici, che si sarebbero trovati a vivere al confine con lo stato romano, dando origine a un pericolo da non sottovalutare. Il 28 marzo Cesare, avuta notizia che gli Elvezi, bruciate le loro città, erano giunti sulle rive del Rodano, fu costretto a precipitarsi in Gallia, dove giunse il 2 aprile, dopo pochissimi giorni di viaggio. Disponendo solo della decima legione, insufficiente a contrastare un popolo di 368 000 individui (tra cui si contavano 92 000 uomini in armi), fece distruggere il ponte sul Rodano per impedire che gli Elvezi lo attraversassero, e cominciò a reclutare in tutta la provincia forze ausiliarie, disponendo, inoltre, la creazione di due nuove legioni nella Gallia Cisalpina e ordinando a quelle stanziate ad Aquileia di raggiungerlo al più presto. Gli Elvezi inviarono a Cesare dei messaggeri che chiesero l'autorizzazione ad attraversare pacificamente la Gallia Narbonense; Cesare, però, temendo che una volta in territorio romano quelli si abbandonassero a razzie, gliela rifiutò, dopo aver fatto fortificare la riva del Rodano. Gli Elvezi, allora, decisero di attraversare il territorio dei Sequani; Cesare tuttavia, non si disinteressò della questione e, adducendo tra i vari pretesti le devastazioni compiute dagli Elvezi stessi ai danni degli Edui, alleati dei Romani, si decise ad affrontarli, e li sconfisse irreparabilmente a Bibracte. Una volta sconfitti, agli Elvezi fu dato ordine di tornare nel loro territorio d'origine, in modo da evitare che questo venisse occupato da popoli germanici proveniente dalle zone del Reno e del Danubio. I Galli chiesero allora a Cesare la possibilità di riunirsi in un'assemblea generale per fronteggiare il problema dell'invasione dei Germani guidati da Ariovisto. Questi aveva già invaso la Gallia in precedenza ma, pur avendo ottenuto la vittoria, era stato convinto dal Senato a rientrare entro i propri confini, ottenendo il titolo di rex atque amicus populi Romani. Quando i Galli, al termine dell'assemblea, chiesero a Cesare di aiutarli a ricacciare l'invasore oltre il Reno, lo stesso Cesare propose ad Ariovisto di stipulare un accordo. Il re germano rifiutò, e Cesare decise di affrontarlo. Le legioni, però, intimorite dalla fama di imbattibilità che i Germani avevano guadagnato, sembravano sul punto di rifiutare il combattimento e ammutinarsi; Cesare, allora, disse che avrebbe sfidato Ariovisto portando con sé solo la fedelissima decima legione, e le altre, per dimostrare il loro valore, accettarono allora di seguirlo. Il generale romano avanzò verso Ariovisto, che aveva attraversato il Reno e l'Ill e, dopo un ultimo fallimentare negoziato, si decise a dare battaglia, presso l'odierna Mulhouse, ai piedi dei Vosgi. I Germani furono duramente sconfitti e massacrati dalla cavalleria romana mentre tentavano di salvarsi attraversando il fiume. Con la vittoria su Ariovisto, Cesare, fermate le invasioni germaniche e posto il Reno come confine tra la Gallia e la Germania stessa, salvò le popolazioni galliche dal pericolo dell'invasione, stabilendo così una propria egemonia sul territorio.

Nel 57 a.C. - Dopo aver svernato nella Gallia Cisalpina, avvalendosi dell'aiuto degli alleati Edui e delle due nuove legioni che aveva fatto arruolare, Cesare decise di portare la guerra nel nord della Gallia. Qui i Belgi erano da tempo pronti all'attacco, consci del fatto che se Cesare si fosse completamente impossessato della Gallia avrebbero perso la loro autonomia. Il generale, radunate le forze, marciò allora verso il nord, dove i Belgi si erano radunati in un unico esercito di oltre 300.000 uomini. Raggiuntili, diede battaglia e li sconfisse una prima volta vicino a Bibrax presso il fiume Axona, provocando loro molte perdite. Cesare avanzò ancora, quando altri Belgi, in massima parte Nervi, decisero di unirsi nuovamente per combattere l'esercito romano. Essi attaccarono di sorpresa l'esercito romano, ma Cesare seppure con grandi difficoltà riuscì a respingerli e a contrattaccare, capovolgendo le sorti della battaglia: ottenne infatti la vittoria, riuscendo a uccidere moltissimi nemici. Portate a termine altre brevi operazioni, Cesare poté dirsi padrone dell'intera Gallia Belgica e all'arrivo dell'inverno tornò nuovamente nella Gallia Cisalpina.

Nel 56 a.C. - A insorgere a Giulio Cesare furono i popoli della costa atlantica, dopo che Cesare stesso aveva mandato il giovane Publio Licinio Crasso a esplorare le coste della Britannia, lasciando così intuire il suo progetto di espansione verso nord-ovest. Per contrastare gli insorti, Cesare fece allestire una flotta di navi da guerra sulla Loira e dopo aver inviato i propri uomini nei punti nevralgici della Gallia per evitare ulteriori ribellioni si diresse verso la Bretagna, per combattere i Veneti. Dopo aver espugnato alcune città nemiche, egli decise di attendere la flotta appena costruita, che giunse al comando di Decimo Giunio Bruto Albino. Con essa poté facilmente avere la meglio sui Veneti presso Quiberon e, dopo averli sconfitti, li fece uccidere o ridurre in schiavitù, per punire la condotta incresciosa che avevano tenuto nei riguardi degli ambasciatori romani.
Carta con i Veneti in Armorica.
La popolazione celtica dei Veneti abitava la zona del Morbihan, in Armorica, nell'attuale Bretagna (in quella che divenne Gallia Lugdunensis). La loro città più famosa (probabilmente la loro capitale) era Darioritum (oggi nota come Vannes), menzionata nella Geografia di Tolomeo. « I Veneti sono il popolo che, lungo tutta la costa marittima, gode di maggior prestigio in assoluto, sia perché possiedono molte navi, con le quali, di solito, fanno rotta verso la Britannia, sia in quanto nella scienza e pratica della navigazione superano tutti gli altri, sia ancora perché, in quel mare molto tempestoso e aperto, pochi sono i porti della costa e tutti sottoposti al loro controllo, per cui quasi tutti i naviganti abituali di quelle acque versano loro tributi.. » (Giulio Cesare: de bello Gallico, III, 8)
Le Gallie nel 58 a.C., solo Cisalpina
e Narbonensis erano Romane.
I Veneti furono una grande ed influente potenza marittima e commerciale. Avevano una forte organizzazione ed erano probabilmente dotati di un Senato. Avevano un'importante flotta per commerciare con le Isole britanniche e l'Italia, da cui diffusero l'olio e il vino; vendevano inoltre  prodotti salati e salumeria che erano ben conosciuti ed apprezzati a Roma, nonché stagno, piombo e rame provenienti dalla grande isola britannica. Più a sud dell'Armorica c'erano i Namneti, stanziati nella foce della Loira e che diedero il loro nome alla città di Nantes. I Namneti erano chiamati Sanniti da Strabone e da Tolomeo, ma furono semplicemente una tribù dei Veneti, come si evince da ciò che scrisse Giulio Cesare nel "De bello Gallico", II, c-8. « I Pictoni erano ostili ai Veneti come si può dedurre dalla loro alleanza con il proconsole Giulio Cesare nella sua prima campagna e dalle navi costruite o fornite ai Romani da parte loro, dei Santoni e da altri popoli gallici per facilitare la rovina del Veneti. » (Cesare, de bello Gallico, VIII e III, 11). Nel 56 a.C. le navi di Cesare, fornite dagli altri popoli gallici, distrussero la flotta veneta nella battaglia del Morbihan. Il parlamento fu passato per le armi e le donne ed i bambini venduti come schiavi.

Divisione della Repubblica di Roma
nel primo Triumvirato.
- Nel 56 a.C. i tre triumviri si incontrano a Lucca, dove Cesare ebbe, in qualità di proconsole, il governo della Gallia cisalpina e di quella transalpina, oltre all'Illirico ed al comando di quattro legioni, per cinque anni; Pompeo e Crasso ebbero un secondo consolato nel 55 a.C. E una volta divenuti consoli, Crasso ricevette la provincia di Siria e la direzione della campagna contro i Parti, mentre Pompeo l'Africa, le due Spagne (Ulterior e Citerior) e quattro legioni, due delle quali cedette a Cesare per la guerra gallica. Ecco come descrive Plutarco l'accordo tra i tre a Lucca: «[Cesare] stipulò un accordo con Crasso e Pompeo sulle seguenti basi: essi si sarebbero candidati al consolato, Cesare li avrebbe appoggiati mandando a votare un gran numero di soldati. Una volta eletti, i due si sarebbero fatti attribuire province ed eserciti ed avrebbero ottenuto per Cesare la conferma di quelle province che già governava (Gallia cisalpina, Narbonense e Illirico) per altri cinque anni.» (Plutarco, Pompeo, 51.)

Carta della Gallia Belgica con
le popolazioni che la abitavano.
Nel 55 a.C. - I popoli germanici degli Usipeti e dei Tencteri, che assieme costituivano una massa di 430 000 uomini, si spinsero fino al Reno e occuparono le terre dei Menapi. Cesare, allertato dalla possibilità di un'avanzata germanica in Gallia, si affrettò a raggiungere la Belgica, e impose loro di tornare oltre il Reno. Quando questi si ribellarono agli accordi, Cesare ne fece imprigionare a tradimento gli ambasciatori e ne assaltò a sorpresa gli accampamenti, uccidendo quasi 200 000 tra uomini, donne e bambini. L'azione, particolarmente cruenta, suscitò la sdegnata reazione di Catone, che propose al senato di consegnare Cesare ai Galli, in quanto colpevole di aver violato i diritti degli ambasciatori. Il senato, invece, proclamò una lunghissima supplicatio di ringraziamento di ben quindici giorni. Per scoraggiare altri eventuali tentativi di invasione, Cesare decide quindi di passare per la prima volta il Reno con un ponte di legno, nei pressi dell'attuale città di Colonia, penetrando prima nel paese alleato degli Ubi, e poi volgendo le sue armate (composte da 8 legioni) verso nord, dove per 18 giorni mise a ferro e fuoco i territori delle vicine popolazioni germaniche dei Sigambri (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, IV, 16, 2; 18, 2; 19, 4 e Cassio Dione, Storia romana, XXXIX, 48). Questo popolo, dunque, abitava sulla riva destra del Reno, di fronte al popolo degli Eburoni, nella regione dei fiumi Sieg e Wupper, a nord degli Ubi (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, IV, 16). Alcune fonti storiche citano i Sigambri (dal latino: Sigambri o Sicambri o Sugambri), un'antica popolazione germanica stanziati lungo la riva destra del medio corso del fiume Reno,(Strabone, Geografia VII , 2.4) tra il fiume Lippe e il Sieg, a partire dalla metà del I secolo a.C.. Confinavano con i Marsi a est, la Gallia dei Celti a ovest, gli Usipeti a nord e i Tencteri a sud. Fredegario, uno storico franco del VII sec., narra nella sua Cronaca che i Franchi Sicambri venivano dai tempi remoti degli antichi Patriarchi ebrei alla sua epoca, citando numerose fonti d'informazione e di rimando, fra cui gli scritti di San Girolamo, l'arcivescovo Isidoro di Siviglia ed il vescovo Gregorio di Tours, anch'egli autore di una Storia dei Franchi. Per raggiungere tale precisione, Fredegario, che godeva di molta considerazione alla corte borgognona, approfittò della sua possibilità di accedere a svariati archivi ecclesiastici ed annali statali. Egli, dunque, racconta come i Franchi Sicambri, da cui prese nome la Francia, erano stati a loro volta chiamati così per via del loro capo Francio o Francione, morto nel II secolo a.C.. La tribù, che era passata nella Scozia, affondava le sue radici nell'antica città di Troia. Tracce di questa discendenza si potrebbero trovare in alcuni nomi come quello della città di Troyes e, perfino di Parigi che porterebbe il nome del principe Paride, figlio del re Priamo di Troia. Quella dei Merovingi, quindi, sarebbe stata una dinastia discendente in linea maschile dai "Re pescatori" che corrispondevano anche ad una linea di successione femminile sicambrica. I Sicambri, prendevano il loro nome da Cambra, una regina tribale vissuta intorno al 380 a.C., originaria della Scozia ed erano chiamati anche i "nuovi parenti". La città di Cambrai, potrebbe avere ereditato il nome dalla regina Cambra.
Britannia nel I sec.a.C.
Scudo Celtico in bronzo
del I sec. a.C. ritrovato nel
Tamigi a Battersea, in
Inghilterra. Clicca
sull'immagine
 per ingrandirla.
Nell'estate del 55 a.C., Cesare decise di invadere la ricca e misteriosa Britannia. Dopo alcune operazioni preventive, salpò con ottanta navi e due legioni per sbarcare nei pressi di Dover, poco lontano da dove lo attendeva l'esercito nemico. Dopo un duro combattimento, i Britanni furono sconfitti e decisero di sottomettersi a Cesare, ma tornarono quasi subito alla ribellione, non appena appresero che parte della flotta romana era stata danneggiata dalle tempeste, che impedivano l'arrivo di rinforzi. Attaccati di nuovo i Romani, i Britanni risultarono, però, nuovamente sconfitti, e furono costretti a chiedere la pace e a consegnare numerosi ostaggi. Cesare tornò allora in Gallia, dove dislocò le legioni negli accampamenti invernali; intanto, però, molti dei Britanni si rifiutarono di inviare gli ostaggi promessi, e Cesare cominciò a programmare una nuova campagna.

- Nel 55 a.C., all'età di sedici anni, Ottaviano indossa la toga virile e ottiene alcune ricompense militari in Africa, in occasione del trionfo del prozio Gaio Giulio Cesare, senza nemmeno aver partecipato alla guerra per la giovane età.

Nel 54 a.C. - Dopo essersi assicurato la fedeltà della Gallia, Giulio Cesare salpa nuovamente verso la Britannia con ottocento navi e cinque legioni. Sbarca senza incontrare nessuna resistenza, ma, non appena si accampa, viene attaccato dai Britanni guidati da Cassivellauno. Cesare decide allora di portare la guerra nelle terre dello stesso Cassivellauno, oltre il Tamigi e attacca fulmineamente i nemici: dopo aver riportato delle facili vittorie, molte tribù gli si sottomisero e Cassivellauno, sconfitto, fu costretto ad avviare le trattative di pace, che stabilirono come avrebbe offerto ogni anno un tributo e degli ostaggi a Roma. Cesare si ritirò allora dalla Britannia stabilendo numerosi rapporti di clientela che posero la base per la conquista dell'isola nel 43 d.C.. Il proconsole dislocò le sue legioni negli hiberna (antico nome latino attribuito dai Romani all'Irlanda. Il nome Hibernia viene da fonti geografiche greche), quando già in più zone della Gallia si respirava aria di rivolta. Infatti il capo degli Eburoni Ambiorige, in particolare, decise di prendere d'assedio un accampamento e, convinti con l'inganno i soldati a uscire allo scoperto, li aggredì, massacrando quindici coorti. Spinto dal successo, attaccò un altro accampamento, retto da Quinto Cicerone; questi si comportò in modo prudente, e attese l'arrivo di Cesare, che mise in fuga l'esercito nemico di 60 000 uomini. Contemporaneamente, anche il luogotenente di Cesare, Tito Labieno, fu attaccato dai Treviri, guidati da Induziomaro ma, sebbene in svantaggio numerico, li sconfisse, uccidendo anche lo stesso capo Induziomaro.

Nel 53 a.C. - All'inizio dell'anno Cesare porta il numero delle sue legioni a dieci, arruolandone una ex novo e ricevendone un'altra da Pompeo. Fermata una rivolta nella Belgica, marciò contro Treviri, Menapi ed Eburoni, affidando parte delle truppe al luogotenente Tito Labieno. Lo stesso Cesare sottopose a crudeli razzie le terre dei Menapi, che furono costretti a sottometterglisi, mentre Labieno, mediante vari stratagemmi, poté avere facilmente la meglio sui Treviri e sugli Eburoni. Lo stesso Cesare racconta che il suo legato, Quinto Tullio Cicerone, a capo di 7 coorti legionarie della legio XIV, viene sconfitto presso Atuatuca da 2.000 guerrieri Sigambri. Cesare, venuto a conoscenza dell'accaduto, raggiunse il Reno, lo passò per la seconda volta, costruendovi un nuovo ponte e messo piede sul territorio germanico, qui lasciò 12 coorti di fanteria legionaria a guardia della riva destra del grande fiume, per ricordare ai Germani delle precedenti devastazioni e dissuaderli dal compiere nuove scorrerie nelle Gallie (Gaio Giulio Cesare, De bello Gallico, VI 35, 5 e Cassio Dione, Storia romana XL, 32). Decise così di tornare indietro lasciando in piedi il ponte (a eccezione della parte terminale) come monito della potenza romana e condusse l'intero esercito contro gli Eburoni e il loro capo Ambiorige; i popoli limitrofi, impauriti dall'entità delle forze dei Romani, accettarono di sottomettersi a Cesare e Ambiorige si ritrovò così isolato. Molti Galli anzi, si unirono ai Romani e cominciarono a combattere gli Eburoni e questi, non senza reagire, furono gradualmente sconfitti e massacrati, così che alla fine dell'estate Cesare poté ritenere vendicate le sue quindici coortiUltimo atto della guerra di Gallia fu la rivolta guidata dal capo degli Arverni Vercingetorige, attorno al quale si strinsero tutti i popoli celti, inclusi gli "storici" alleati dei Romani, gli Edui. La rivolta ebbe inizio dalle azioni dei Carnuti, ma ben presto a prenderne il comando fu Vercingetorige che, eletto re degli Arverni, si guadagnò l'alleanza di tutti i popoli limitrofi.

- Dopo la morte di Crasso avvenuta in quell'anno a Carre, in Siria, mentre combatteva i Parti, Cesare si scontra con Gneo Pompeo e la fazione degli optimates per il controllo dello stato.

Nel 52 a.C. - Cesare, allertato, si affretta a tornare in Gallia, lasciando la Pianura Padana (Gallia Cisalpina) dove si trovava a svernare. Vercingetorige decise di marciargli contro ma il proconsole cinse d'assedio la città di Avarico e riuscì ad espugnarla dopo quasi un mese con l'ausilio di imponenti opere di ingegneria militare, mentre il re degli Arverni, benché potesse contare su di un esercito ben più numeroso di quello di Cesare, si sottrasse allo scontro e assistette impotente al massacro di tutta la popolazione della città (oltre 40 000 persone), mentre riuscì ad ottenere l'appoggio di altre popolazioni galliche. Affidato ai luogotenenti l'incarico di occuparsi del resto della Gallia, Cesare puntò su Gergovia, capitale degli Arverni, dove Vercingetorige si era asserragliato. Sconfitto, anche se di misura, in uno scontro, Cesare fu costretto a togliere l'assedio, preoccupato dalle voci che gli annunciavano una defezione degli Edui, suoi storici alleati. Intanto Vercingetorige, che si vide confermare il comando della guerra dall'assemblea pangallica, evitò nuovamente una vera battaglia in campo aperto, e decise di rinchiudersi nella città di Alesia.
Monumento a Vercingetorige, da:
https://www.iltermopolio.com/
archeo-e-arte/la-battaglia-di-alesia
Cesare lo raggiunse e fece costruire una doppia linea di fortificazione che si estendeva per oltre 17 chilometri: egli, infatti, si aspettava l'arrivo di un esercito di rinforzo, e temeva che i suoi 50 000 legionari potessero rimanere schiacciati tra le forze nemiche. Difatti, dopo oltre un mese, a sostegno dei 60 000 assediati giunsero altri 240 000 armati, che attaccarono le dieci legioni di Cesare: egli, guidando l'esercito in prima persona assieme a Labieno, ottenne una decisiva vittoria e costrinse Vercingetorige a consegnarsi. Finiva così la ribellione gallica, e Roma poteva dirsi ormai padrona di una nuova immensa estensione territoriale. Tra il 51 e il 50 a.C., Cesare non ebbe infatti che da sedare alcune rivolte locali, e poté riconciliarsi con le tribù che aveva combattuto.

Le Gallie dopo la conquista di Gaio
Giulio Cesare.
- Il senato, intimorito dai successi di Cesare, aveva dunque deciso di favorire Pompeo, campione degli optimates, nominandolo consul sine collega nel 52 a.C., perché frenasse le ambizioni del suo vecchio alleato. Anche negli anni seguenti il senato farà in modo che i consoli eletti siano sempre appartenenti alla factio degli optimates e che osteggiassero dunque le mosse del proconsole populares di Gallia. Gaio Giulio Cesare, di contro, aveva in mente di ottenere il consolato per il 49 a.C. in modo da poter tornare a Roma senza divenire oggetto di eventuali procedure penali e, una volta rientrato nell'Urbe, impadronirsi del potere. Terminato il tribunato di Publio Clodio Pulcro, l'aristocrazia senatoria si adoperò per cancellarne gran parte delle realizzazioni, mentre attorno a Clodio si radunavano gruppi di sostenitori, reclutati tra la plebe urbana, che diedero origine a numerosi disordini, contribuendo a creare nell'Urbe un diffuso clima di tensione e violenza. Clodio, che era divenuto punto di riferimento del popolo romano, fu prima edile, e si candidò poi alla pretura per il 52 a.C., deciso ad attuare un programma rivoluzionario. Pochi giorni prima dei comizi elettorali, tuttavia, Clodio perse la vita in uno scontro tra i propri uomini e i seguaci di Tito Annio Milone, candidato al consolato per il medesimo anno e suo nemico politico. La sua figura, tra le più importanti nello scenario della crisi della repubblica romana, fu a lungo considerata come simbolo di corruzione e violenza, come appare in numerose opere di Cicerone. È stato tuttavia rivalutato dalla storiografia recente, che ha veduto in lui ora un agente dei triumviri, ora un uomo dalle geniali intuizioni politiche.
Marco Emilio Lerpido (figlio) il
triumviro, da: https://comunitaoli
vettiroma.files.wordpress.com
/2015/11/lepido.jpg
Subito dopo la morte di Publio Clodio Pulcro, Marco Emilio Lepido (figlio) è nominato interrex dal Senato (l'interrex, pl. interreges, era un magistrato nominato dal Senato romano esclusivamente per convocare i comitia centuriata, le assemblee popolari della Res Publica Romana deputate ad eleggere i nuovi consoli o i nuovi tribuni consolari, quando i loro predecessori non avevano potuto provvedere) perché convochi i comitia centuriata che eleggano i nuovi consoli. Marco Emilio Lepido (figlio), Roma, 90 a.C. circa - San Felice Circeo, 13 a.C., era figlio dell'omonimo Marco Emilio Lepido e fratello del console Lucio Emilio Paolo ed è stato un politico romano, membro del secondo triumvirato assieme a Ottaviano e Marco Antonio, oltre a pontefice massimo. Roma però si trovava in uno stato di anarchia e Lepido rifiutò la convocazione dei comizi per l'elezione dei consoli; per tale motivo la sua casa venne assediata dai partigiani di Clodio e lui a stento riuscì a salvarsi. Successivamente compì un rapido cursus honorum che lo vide pretore nel 49 a.C., governatore della Spagna Citeriore nel 48-47 a.C. e console nel 46 a.C. grazie all'appoggio di Gaio Giulio Cesare. Negli anni 46-44 a.C. la collaborazione con Cesare divenne ancora più stretta con la nomina di Lepido a magister equitum, seconda carica dello Stato in quegli anni. Alla morte di Cesare nel 44 a.C. Lepido era a Roma con una legione, fatto che lo poneva in una situazione di netto vantaggio potendo minacciare vendetta nei confronti dei cesaricidi. Appoggiò e sostenne Marco Antonio che gli conferì la più alta carica religiosa lasciata vacante dall'assassinio di Cesare, quella di pontifex maximus. Con l'arrivo a Roma dell'erede di Cesare, Ottaviano, Lepido seguì le sorti di Marco Antonio presentandosi come garante fra i due contendenti alla successione del defunto dittatore e, nell'accordo stretto a Bologna e passato alla storia come Secondo triumvirato, assunse il governo prima della parte occidentale dei territori soggetti a Roma e successivamente dell'Africa settentrionale. Fu console per la seconda volta nel 42 a.C. Nel 40 a.C., con la pace di Brindisi, ottenne le province africane dalla divisione della repubblica con gli altri triumviri. Durante la battaglia di Filippi rimase a guardia di Roma. A seguito dell'aiuto fornito a Sesto Pompeo durante la guerra condotta contro quest'ultimo da Ottaviano, dopo la sua sconfitta (36 a.C.) fu esautorato dalla vita politica e costretto a un volontario esilio al Circeo, mantenendo tuttavia la carica di pontefice massimo fino alla morte, avvenuta nel 13 a.C.. Sposato con Giunia, sorella del cesaricida Marco Giunio Bruto, ebbe da lei due figli maschi: Marco e Quinto.

Nel 51 a.C. - A dodici anni circa, Ottaviano pronuncia l'orazione funebre (laudatio funebris) per sua nonna Giulia (sorella di Giulio Cesare). Svetonio racconta di un episodio avvenuto in questo periodo secondo il quale, Cicerone, mentre accompagnava Gaio Giulio Cesare in Campidoglio, raccontò agli amici di aver fatto un sogno la notte precedente. Nel sogno aveva visto un fanciullo dai nobili lineamenti, che scendeva dal cielo appeso a una catena d'oro e si fermava davanti alle porte del Campidoglio, dove Giove gli consegnava una frusta. Quando Cicerone vide Ottaviano, che il prozio Cesare aveva fatto venire a un sacrificio, disse che era proprio lui il ragazzo apparsogli in sogno.

Domini di Roma dopo la conquista
della Gallia, nel 50 a.C..
Nel 50 a.C. - Gaio Giulio Cesare dichiara la Gallia, ormai totalmente in suo possesso, provincia romana, per cui per il 49 a.C. le sue legioni avrebbero potuto finalmente tornare in Italia. Cesare chiede al senato la possibilità di candidarsi al consolato in absentia, ma se la vede negare, come era già successo nel 61 a.C.. Comprende quindi le intenzioni del senato e "neutralizza" il console pompeiano Lucio Emilio Paolo facendo avanzare dai suoi tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) una proposta che prevedeva che sia lui quanto Pompeo avrebbero sciolto le loro legioni entro la fine dell'anno. Invece il senato ingiunse ad entrambi i generali di inviare una legione a testa per la progettata spedizione contro i Parti ed elesse consoli per il 49 a.C. Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, feroci avversari di Cesare. Giulio Cesare fu dunque costretto a lasciare andare una delle sue legioni, che si radunò con quella offerta da Pompeo nel sud dell'Italia e ordinò ad Antonio e Curione di avanzare una nuova proposta in senato, chiedendo di poter restare proconsole delle Gallie conservando solo due legioni e candidandosi in absentia al consolato. Sebbene Cicerone fosse favorevole alla ricerca di un compromesso, il senato, spinto da Catone, rifiutò la proposta di Cesare, ordinando anzi che sciogliesse le sue legioni entro la fine del 50 a.C. e tornasse a Roma da privato cittadino, per evitare di divenire hostis publicus (nemico pubblico).

- Nel 50 a.C. i Romani perfezionano i mulini ad acqua e le tecniche degli acquedotti.

Via dei Fori Imperiali di Roma:
statua di Gaio Giulio Cesare.
Nel 49 a.C. - Cesare ordina ai tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) di osteggiare, tramite il diritto di veto, il senato, ma questi, al principio del 49 a.C., sono costretti a fuggire da Roma. Cesare allora decide di varcare con le sue legioni il confine politico della penisola italiana, il fiume Rubicone. Il 9 gennaio ordina a cinque coorti di marciare fino alla riva del fiume e il giorno successivo lo attraversa, pronunciando la storica frase "alea iacta est" (il dado è tratto o si getti il dado), scatenando la guerra civile. Il senato, di contro, si stringe attorno a Gneo Pompeo Magno e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane care agli optimates, decide di dichiarare guerra a Cesare. Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale.

- Scriveva Plutarco: “La morte di Crasso spinse Cesare a chiudere la partita con Pompeo; nella pratica delle guerre galliche aveva allenato l’esercito e accresciuto la sua fama: il malgoverno in Roma e la nomina di Pompeo a console unico accelerarono itempi. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 28, 1-8)
Ribellandosi agli ordini del senato, Cesare fece occupare Rimini, grande città della Gallia, affidando l’esercito ad Ortensio. Successivamente, egli scese verso Rimini e giunto al Rubicone, il fiume che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e il resto dell’Italia, si fermò e in silenzio e a lungo tra sé e sé meditò il pro e il contro. Alla fine, con impulso, dopo aver detto “si getti il dado” si accinse ad attraversare il fiume e prima di giorno si buttò su Rimini e la conquistò. Dicono che la notte precedente il passaggio del Rubicone egli fece un sogno mostruoso: gli parve di congiungersi con sua madre. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 32, 3-8)

- Con quest'atto Cesare dichiarava ufficialmente guerra al senato e alla res publica, divenendo nemico dello stato romano. Si diresse verso sud spostandosi lungo la costa adriatica, nella speranza di poter raggiungere Pompeo prima che lasciasse l'Italia, per tentare di riconciliarsi con lui; Pompeo, al contrario, allarmato anche dalla caduta di numerose città, tra cui Corfinio, che si erano opposte a Cesare, si rifugiò in Puglia, con l'obbiettivo di raggiungere assieme alla sua flotta la penisola balcanica. L'inseguimento da parte dello stesso Cesare fu inutile, in quanto Pompeo riuscì a scappare assieme ai consoli in carica e a gran parte dei senatori a lui fedeli, e a mettersi in salvo a Durazzo. Cesare allora, rientrato il 1º aprile a Roma dopo anni di assenza, si impossessò delle ricchezze contenute nell'erario e, a una sola settimana dal ritorno, decise di marciare contro la Spagna (che gli accordi di Lucca avevano assegnato a Pompeo). Giunto in Provenza, lasciò tre legioni al comando di Decimo Bruto e Gaio Trebonio con l'incarico di assediare Marsiglia, che cadde in mano ai cesariani solo dopo mesi di assedio. Lui invece proseguì verso la penisola iberica, dove combatté contro i tre legati di Pompeo che amministravano la regione e dopo qualche mese di scontri riuscì ad avere la meglio e poté tornare in Italia.

- Gaio Giulio Cesare è stato dittatore (dictator) della Repubblica di Roma alla fine del 49 a.C., nel 47 a.C., nel 46 a.C. con carica decennale e dal 44 a.C. come dittatore perpetuo e per questo ritenuto da Svetonio il primo dei dodici Cesari, in seguito sinonimo di imperatore romano. Il dittatore non aveva alcun collega e non veniva eletto dalle assemblee popolari, come tutti gli altri magistrati, ma veniva dictus, cioè nominato, da uno dei consoli, di concerto con l'altro console e con il senato, seguendo un rituale che prevedeva la nomina di notte, in silenzio, rivolto verso oriente e in territorio romano. Cicerone e Varrone ricollegano l'etimologia del termine a questa particolare procedura di nomina. È probabile che il dittatore fosse l'antico comandante della fanteria, il magister populi, e questo spiegherebbe l'antico divieto, per lui, di montare a cavallo mentre nominava come proprio subalterno il magister equitum (il comandante della cavalleria). Alla dittatura si faceva ricorso solamente in casi straordinari (quali particolari pericoli da nemici esterni, rivolte o un impedimento grave ad operare del console che lo nominava), e il dittatore durava in carica fino a quando non avesse svolto i compiti per i quali era stato nominato e comunque non più di sei mesi; inoltre il dittatore usciva dalla propria carica una volta scaduto l'anno di carica del console che lo aveva nominato. Il dittatore era dotato di summum imperium, e cumulava in sé il potere dei due consoli; per questa ragione era accompagnato da ventiquattro littori. Inoltre non era soggetto al limite della provocatio ad populum (un istituto del diritto pubblico romano, introdotto dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C. rogata dal console Publio Valerio Publicola che prevedeva la possibilità di commutare la pena capitale di un condannato a morte in altra pena se così stabilito da un giudizio popolare) e per questo i suoi littori giravano anche all'interno del pomerium (il confine sacro e inviolabile della città di Roma) con le scuri inserite nei fasci, mentre era proibito a chiunque portare armi. Tutti gli altri magistrati erano a lui subordinati. Con l'assunzione della dittatura a vita diede inizio a un processo di radicale riforma della società e del governo, riorganizzando e centralizzando la burocrazia repubblicana.

Nel 48 a.C. - Ottenuta l'elezione al consolato per il 48 a.C., Cesare decise di attaccare Pompeo nella penisola balcanica, salpando da Brindisi nel gennaio del 48 a.C. assieme al suo luogotenente Marco Antonio. Il primo scontro con i pompeiani si ebbe a Durazzo, dove Cesare subì una pericolosa sconfitta di cui Pompeo non seppe approfittare. Si arrivò allo scontro in campo aperto, però, solo il 9 agosto, presso Farsalo: qui le forze di Pompeo, ben più numerose, furono sconfitte e i pompeiani furono costretti a consegnarsi a Cesare, sperando nella sua clemenza, o a fuggire. Scriveva Plutarco: “(A Farsalo) i cavalieri di Pompeo si muovevano con impeto per accerchiare l’ala destra dei Cesariani; ma prima che si lanciassero all’assalto, ecco che corrono fuori le coorti di Cesare, non servendosi però, come erano solite, dei giavellotti da lanciare da lontano, né cercando di colpire da vicino la coscia o il polpaccio dei nemici, ma mirando agli occhi e cercando di colpire il volto, per ordine di Cesare che riteneva che uomini senza tanta esperienza di guerra o di ferite, giovani, fieri della loro bellezza e giovinezza, avrebbero avuto paura soprattutto di questi colpi (…) atterriti dalla prospettiva di uno sfregio permanente. Accadde proprio così: (…) si voltavano e si coprivano la testa per proteggere il volto; alla fine in gran confusione si volsero in fuga producendo vergognosamente una rovina generale. (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 45, 1-6)
Pompeo cercò rifugio in Egitto, presso il faraone Tolomeo XIII, suo vassallo, ma il 28 settembre, per ordine dello stesso faraone, fu ucciso. Cesare, che si era lanciato all'inseguimento del rivale, se ne vide presentare pochi giorni dopo la testa imbalsamata.
Cleopatra, museo Altes
di Berlino, da: https://i
t.wikipedia.org/wiki/Gaio_
Giulio_Cesare#/media/F
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Museum-Berlin1.jpg
In Egitto era in corso una contesa dinastica tra lo stesso Tolomeo XIII e la sorella Cleopatra VII. Cesare, nell'intento di punire il faraone per l'uccisione di Pompeo, decise di riconoscere come sovrana del paese Cleopatra, con la quale intrattenne una relazione amorosa e generò un figlio, Tolomeo XV, meglio noto ad Alessandria come Kaisariòn, diminutivo di Kaisar, Cesare. La scelta di Cesare non fu ben accolta dalla popolazione di Alessandria d'Egitto, che lo costrinse a rinchiudersi con Cleopatra nel palazzo reale; qui il generale romano, disponendo di pochissimi soldati, fu costretto a costruire opere di fortificazione, e a rimanere bloccato nel palazzo fino all'arrivo dei rinforzi. Tentò più volte di rompere l'assedio usando le poche navi che aveva a disposizione, ma fu sempre respinto e durante uno di questi combattimenti, addirittura, saltato giù dalla sua nave distrutta, fu costretto a mettersi in salvo a nuoto, tenendo un braccio, in cui reggeva i suoi Commentari, fuori dall'acqua. Per evitare che Achilla (generale alessandrino) si potesse impossessare delle poche navi rimaste le fece incendiare, nell'incendio venne probabilmente danneggiata la famosa biblioteca di Alessandria, che conteneva testi unici e di inestimabile valore. Dopo mesi di assedio, Cesare fu liberato e poté riprendere attivamente la guerra contro i pompeiani, che si erano ormai riorganizzati: il re del Ponto Farnace II, a suo tempo alleato di Pompeo, aveva attaccato i possedimenti romani, mentre molti esponenti della nobilitas senatoriale si erano rifugiati, sotto il comando di Marco Porcio Catone Minore l'Uticense (Utica è un'antica città costiera oggi situata a 8 km dalla costa della attuale Tunisia, a pochi chilometri a Nord di Cartagine e a 27 km a Nord di Tunisi fondata nel 1101 a.C.. Secondo Plinio il Vecchio "Utica" in Fenicio significa vecchia città, in contrasto con la successiva colonia "Cartagine", che significa nuova città), in Africa.

Nel 47 a.C. - Gaio Giulio Cesare annuncia la rapida vittoria riportata il 2 agosto contro l'esercito di Farnace II a Zela, nel Ponto, con tre parole: Veni, vidi, vici (lett. venni, vidi, vinsi). «Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell'annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: "Veni, vidi, vici".» (Plutarco, Vite Parallele: Alessandro e Cesare, BUR. Milano, 2004. Trad.: D. Magnino)

Nel 46 a.C. - Cesare parte dunque per l'Africa, dove gli altri optimates si erano riorganizzati sotto il comando di Catone l'Uticense e li sconfigge a Tapso. I superstiti trovarono rifugio in Spagna. Non contento di aver stupito il Senato, per sottolineare la vittoria davanti all'intero popolo romano, nel trionfo Pontico, il terzo dei cinque che celebrò, «...tra le barelle del corteo fece portare avanti un'iscrizione di tre parole, "Veni, vidi, vici" che evidenziava non le azioni di guerra, come negli altri casi, ma la caratteristica della rapida conclusione.» (Svetonio, Vite dei Cesari, I, 37, Newton, Roma, trad.: F. Casorati)

Statua di Giulio Cesare,
che ricostruì il foro
romano nel 46 a.C., da:
- Nello stesso 46 a.C., nell'ambito di riforme riguardanti vari settori della Repubblica (politico, edile, urbanistico, militare ecc...) Gaio Giulio Cesare promulga, nella sua qualità di pontefice massimo il calendario giuliano (da cui prende il nome), un calendario solare, cioè basato sul ciclo delle stagioni, elaborato dall'astronomo egizio Sosigene di Alessandria, che sarà da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi domini. Naturalmente il conto degli anni partiva dal supposto anno della fondazione di Roma, che per noi è il 753 p.e.v. (a.C.). Successivamente il suo uso si estese a tutti i Paesi d'Europa e d'America, man mano che venivano cristianizzati o conquistati dagli europei. Rispetto all'anno astronomico, ha accumulato un piccolo ritardo ogni anno fino ad arrivare a circa 10 giorni nel XVI secolo. Per questo nel 1582 è stato sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII; diverse nazioni tuttavia hanno continuato a utilizzare il calendario giuliano ben oltre tale data, adeguandosi poi in tempi diversi tra il XVIII e il XX secolo. Alcune Chiese appartenenti alla Chiesa ortodossa tuttora usano il calendario giuliano come proprio calendario liturgico: da ciò deriva il diverso computo della Pasqua cattolica e ortodossa. Il calendario giuliano è anche alla base del calendario berbero, tradizionale del Nordafrica.

Nel 45 a.C. - I superstiti optimates-pompeiani che trovarono rifugio in Spagna, sono raggiunti da Cesare che li sconfigge, questa volta definitivamente, a Munda, diventando capo indiscusso di Roma. Giulio Cesare è considerato, tanto dagli autori moderni quanto dai suoi contemporanei, il più grande genio militare della storia romana. Egli seppe stabilire con i suoi soldati un rapporto tale di stima e devozione appassionata, da poter mantenere la disciplina evitando sempre il ricorso alla violenza contro i suoi stessi uomini. Nel corso della campagna di Gallia, Cesare non vietò mai ai suoi soldati di far bottino, ma il legionario doveva aver sempre ben chiaro l'obiettivo finale, e le sue azioni non dovevano in nessun modo condizionare i piani operativi della campagna del suo comandante. Conscio della situazione disagiata dei soldati, che venivano di solito ricompensati al congedo con una concessione di ager publicus ma che fino a quel momento erano costretti a vivere con poco, di sua iniziativa, tra il 51 e il 50 a.C. decise di raddoppiarne la paga, che passò da 5 a 10 assi al giorno (pari a 225 denarii annui). La riforma fu così ben accolta che la paga del legionario rimase invariata fino a quando l'imperatore Domiziano (81-96) prese nuovi provvedimenti. Egli fu, inoltre, il primo a comprendere che una dislocazione di parte delle forze militari repubblicane (legioni e truppe ausiliarie) doveva costituire la base per un nuovo sistema strategico di difesa globale lungo tutti i confini, e in particolare in quelle aree "a rischio". Durante la campagna di Gallia, infatti, negli inverni posizionava le sue legioni in aree strategiche, in modo che la situazione rimanesse tranquilla nei momenti in cui non ci fosse la possibilità di intervenire prontamente in caso di necessità. Creò un cursus honorum per il centurionato, che si basava sui meriti del singolo individuo, tanto che a seguito di gesti particolari di eroismo, alcuni soldati potevano essere promossi ai primi ordines, dove al vertice si trovava il primus pilus o primipilare di legione. Inoltre, poteva anche avvenire che un primus pilus venisse promosso a tribunus militum. Si andava indebolendo, pertanto, la discriminazione tra ufficiali e sottufficiali, e si rafforzava lo spirito di gruppo e la professionalità delle unità. Egli, contrariamente a quanto avevano fatto molti dei suoi predecessori, che fornivano alle truppe donativi occasionali, reputò fosse necessario dare continuità al servizio che i soldati prestavano, e istituì il diritto a un premio per il congedo: era da tempo in uso la consuetudine di donare appezzamenti di terreno ai veterani, ma si trattava di qualcosa che, almeno fino ad allora, era sempre avvenuto a discrezione dei generali e del senato.

Marco Antonio da: https
://it.wikipedia.org/wiki/Gaio_
Giulio_Cesare#/media/
File:M_Antonius.jpg
- La definitiva sconfitta della fazione pompeiana procurò a Cesare le antipatie di buona parte dei sostenitori della Repubblica, che temevano l'instaurazione di un regime a carattere monarchico, che sarebbe risultato inviso a tutti i Romani. Notevoli malcontenti, tuttavia, si generarono anche all'interno dello stesso partito cesariano: alcuni dei più fidati collaboratori di Cesare, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, erano stati esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le azioni belliche e covavano un certo risentimento nei confronti del loro stesso leader, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti.

- Scriveva Plutarco: «Ritenendo che la monarchia fosse un sollievo ai mali delle guerre civili, i Romani elessero Cesare dittatore a vita; ciò equivaleva, per comune consenso, ad una tirannide.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 57, 1)
«Dopo che ebbe posto termine alle guerre civili, si mostrò irreprensibile e i fatti dimostrano che i Romani giustamente hanno eretto il tempio della Clemenza in rendimento di grazie per la sua mitezza. Infatti lasciò liberi molti di quelli che avevano combattuto contro di lui. (…) E non tollerò che restassero abbattute le statue di Pompeo, ma le fece raddrizzare e perciò anche Cicerone disse che, erigendo le statue di Pompeo, Cesare aveva consolidato le proprie.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 57, 4-6)
«Per quanto gli amici lo invitassero a cingersi di una guardia del corpo, non volle, affermando che è meglio morire una volta sola che aspettare sempre di morire.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 57, 7) «Ma l’odio più vibrante e che l’avrebbe portato a morte glielo produsse l’aspirazione al regno, che fu per il popolo la causa prima per odiarlo.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 60, 1)
Andrea Camassei: Festa dei Lupercalia
(1635) Museo del Prado, Madrid, da:
 «[MarcoAntonio (durante la festa dei Lupercali) porse a Cesare un diadema intrecciato con una corona d’alloro. Si levò un applauso, non scrosciante, ma sommesso, come se fosse preparato. Cesare respinse la corona e tutto il popolo applaudì; quando di nuovo Antonio offerse al corona, pochi applaudirono e di nuovo applaudirono tutti quando Cesare la rifiutò. La prova ebbe questo risultato e Cesare, levatosi, ordinò di portare la corona sul Campidoglio. Poi si videro le sue statue adorne di diademi regali e due tribuni della plebe, Flavio e Marullo, vennero a toglierli: ricercarono poi coloro che per primi avevano salutato Cesare come re e li condussero in carcere.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 61, 5-8).
«Quando era già in corso la congiura, alcuni denunciarono Bruto a Cesare, ma egli non prestò fede. (…) Ma coloro che aspiravano al rivolgimento di regime e guardavano a lui (= Bruto) solo o a lui per primo (…) di notte riempivano di scritte la sua tribuna e il seggio sul quale da pretore amministrava la giustizia; la maggior parte di queste scritte diceva: “Tu dormi, o Bruto”; “Non sei Bruto”.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 62, 6-7)

- Nel 45 a.C., Gaio Giulio Cesare è padrone di Roma, ed è eletto dittatore a vita.

Aureo di Augusto del 17/16 a.C. con
il Capricorno, da https://it.
wikipedia.org/wiki/Augusto#/
media/File:Impero,_augusto,_
aureo_(colonia_patricia),
_17-16_ac._06.JPG
Nel 45 a.C., quando Cesare, il prozio, parte per la Spagna per combattere contro i figli di Pompeo, il diciottenne Ottaviano lo segue, sebbene ancora convalescente da una grave malattia. Raggiunge Cesare con una scorta ridotta, dopo aver percorso strade infestate da nemici e dopo un naufragio. Si fa subito apprezzare dal prozio per il coraggio che dimostra. Dopo aver portato a termine anche la guerra in Spagna, Cesare, che progettava una campagna militare prima contro i Daci e poi contro i Parti, lo invia ad Apollonia (sulla riva destra del fiume Voiussa, nell'attuale Albania), dove potrà dedicarsi allo studio della retorica. Svetonio racconta che durante il soggiorno ad Apollonia, Ottaviano era salito insieme al fedele amico, Marco Vipsanio Agrippa, all'osservatorio dell'astrologo Teogene. Fu Agrippa a consultarlo per primo, ricevendo splendide previsioni sulla sua vita futura, quasi incredibili. Ottaviano, temendo di essere considerato di origini oscure, preferì inizialmente non fornire i dati relativi alla propria nascita, ma dopo numerose preghiere, vi acconsentì. Teogene allora si alzò dal suo seggio e lo adorò. Per questo motivo Ottaviano ebbe così tanta fiducia nel suo destino che fece coniare una moneta d'argento con il segno del Capricorno, segno sotto il quale era stato concepito (momento preferibile alla data di nascita per stilare un oroscopo), anche se il suo Sole di nascita era nella Bilancia. Ad Apollonia gli giungerà la notizia dell'omicidio di Cesare.

Il "denario" fatto coniare da Giulio
Cesare nel 44 a.C. In un lato c'è
il suo volto e nell'altro Venere che
sulla mano destra porta una Nike
(la Vittoria).
Nel 44 a.C. - L'operato di Gaio Giulio Cesare provoca la reazione dei conservatori optimates, finché un gruppo di senatori, capeggiati da Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e Decimo Bruto, cospira contro di lui uccidendolo, alle Idi di marzo del 44 a.C. (il 15 marzo 44) nel Senato di Roma, davanti alla statua di Gneo Pompeo Magno, con decine di pugnalate.

- Cesare stava preparando una grande campagna militare contro i Parti con l'intenzione di ristabilire l'egemonia romana in Asia, compromessa dal disastro subito da Crasso nel 53 a.C.. A Roma venne messo in giro ad arte un oracolo secondo il quale il regno dei Parti avrebbe potuto essere sconfitto solo da un re, andando ad aumentare le voci e i sospetti di aspirazioni monarchiche di Cesare, leitmotiv degli ottimati nei suoi confronti. Fu allora ordita una congiura guidata da Marco Giunio Bruto, Cassio Longino e Decimo Bruto che programmò l'attentato per il 15 marzo, in occasione di una seduta plenaria del Senato e il piano si svolse con successo. Cesare, colpito da ventitré coltellate, cadde a terra morto. Secondo Plutarco e Appiano, egli tentò di difendersi finché non vide anche Bruto snudare il pugnale, prima di colpirlo all'inguine. A quel punto si tirò la toga sul capo e si abbandonò alla violenza dei colpi. Sia Svetonio che Dione Cassio riferiscono che, secondo alcuni, le sue ultime parole, rivolte a Bruto, furono "Anche tu, figlio?". 

Marco Giunio Bruto da:
https://it.wikipedia.org/
wiki/Marco_Giunio
_Bruto
- Marco Giunio Bruto (Roma, 85 a.C. o 79-78 a.C. - Filippi, 42 a.C.), ufficialmente noto dopo l'adozione come Quinto Servilio Cepione Bruto è stata una delle figure preminenti della congiura delle Idi di Marzo assieme a Gaio Cassio Longino e a Decimo Bruto. Marco Giunio Bruto era figlio di Servilia, figlia di Quinto Servilio Cepione e nipote di Marco Livio Druso e di Marco Giunio Bruto, tribuno della plebe dell'83 a.C., popularis e seguace del partito mariano, che nel 77 a.C. aveva partecipato alla sollevazione democratica dell'ex console Marco Emilio Lepido contro il Senato oligarchico, che era stata sanguinosamente repressa da Quinto Lutazio Catulo e da Gneo Pompeo Magno. Quest'ultimo assediò a Modena Marco Bruto, lo costrinse alla resa e subito dopo lo fece sommariamente uccidere. Sua madre Servilia era una donna molto affascinante e politicamente potente, la cui relazione con Gaio Giulio Cesare, nota a tutti, fu per quest'ultimo la più importante fra le sue molte relazioni sentimentali, e poiché essa era molto antica, a dire di Plutarco, Cesare aveva qualche motivo di credere che Bruto fosse suo figlio. Grande peso sulla formazione del giovane Bruto ebbe suo zio Marco Porcio Catone, fratello uterino di sua madre Servilia, avversario politico di Cesare e personalità di spicco degli ottimati, noto per i suoi costumi morigerati e irreprensibili e per l'attaccamento ai valori tradizionali. Di lui infatti Bruto volle farsi "imitatore". Tra gli antenati del giovane poi, tanto da parte di madre quanto da parte di padre, figuravano due illustri e mitici tirannicidi, Lucio Giunio Brutofondatore della repubblica, e Servilio Ahala. Gaio Servilio Ahala fu un eroe leggendario di Roma antica che secondo la tradizione avrebbe salvato Roma da Spurio Melio nel 439 a.C., uccidendolo con un pugnale celato sotto l'ascella. Tuttavia, questo era probabilmente un mito inventato per spiegare il cognomen "Ahala"/"Axilla", (ascella) della Gens Servilia e che è probabilmente di origine Etrusca.

- Quando Cesare, vincitore della guerra civile, tornò a Roma e divenne dictator, Decimo Bruto si era unito alla cospirazione contro Cesare, convinto da Marco Giunio Bruto, senza che Cesare lo sospettasse minimamente, tanto che Decimo Bruto fu da lui menzionato nel suo testamento. Nel 44 a.C. fu nominato pretore peregrino da Cesare, per essere destinato ad essere governatore romano della Gallia Cisalpina nell'anno successivo e designato dal dittatore stesso al consolato del 42 a.C. al cui posto si insediò poi il triumviro Marco Emilio Lepido. Alle Idi di marzo, quando Cesare sembrava deciso di non recarsi al Senato su pressione della moglie Calpurnia, che aveva avuto cattivi presagi, fu Decimo Bruto a convincere il dittatore ad andare in Senato, allontanando le preoccupazioni della moglie. Quando Cesare arrivò nell'aula del Senato, fu attaccato e assassinato dai cospiratori. Secondo Nicolaus di Damasco, Decimo Bruto fu il terzo a colpire Cesare, pugnalandolo di lato.

- Gaio Cassio Longino (Roma, 87/86 a.C. - Filippi, 3 ottobre 42 a.C.) è stato tra i promotori della congiura che causò l'uccisione di Gaio Giulio Cesare nel 44 a.C.. Cassio apparteneva alla gens Cassia, una famiglia patrizia riuscita ad accedere al consolato agli inizi del II secolo a.C. Nel sesto decennio a.C. Cassio, dopo il matrimonio con Tertulla, figlia di Servilia, sembrò avvicinarsi al partito degli Optimates guidato da Catone Uticense. Prese parte alla guerra contro i Parti, al fianco di Marco Licinio Crasso, salvandosi dal disastro di Carre del 53 a.C., e riuscendo a respingere una loro successiva invasione che si era spinta fin sotto le mura di Antiochia. Nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., si schierò, invece che dalla parte di Pompeo Magno come la maggior parte degli Ottimati, da quella di Cesare. Nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise di allontanarsi dai popolari per essere uno degli organizzatori del complotto che portò Cesare alla morte.

- Nonostante il successo dell'assassinio, che aveva spinto Marco Antonio, console e braccio destro di Cesare, a scappare e aveva gettato nella confusione il partito cesariano dei popolari, i cesaricidi persero ore preziose nel tentativo di accattivarsi il sostegno dei cittadini con discorsi sulla libertà, mentre i senatori, terrorizzati dalla vista dell'uccisione di Cesare, erano scappati seminando il panico in città. Il corpo di Cesare, abbandonato nella Curia, veniva infine portato via da alcuni suoi schiavi. Abbattuto Cesare, i cesaricidi non si erano preoccupati di eliminare anche i suoi principali collaboratori, Marco Emilio Lepido (che nel 49 a.C. aveva fatto nominare Cesare dittatore, nel 46 a.C. era stato console e nel 44 a.C. era magister equitum ed era già destinato a divenire governatore della Gallia Norbonese e della Spagna Citeriore) e il collega di consolato di Cesare per il 44 a.C., Marco Antonio, uno dei suoi più fidati luogotenenti. Dopo il primo sbandamento, questi ultimi cominciarono a riorganizzarsi, mentre i cesaricidi dimostrarono la totale mancanza di un programma che andasse al di là dell'assassinio di Cesare e di una generica proclamazione di aver restaurato la libertà repubblicana da lui minacciata. I congiurati trovarono a Roma un'accoglienza così fredda che preferirono ritirarsi sul Campidoglio per decidere il da farsi. Vista l'inazione dei congiurati, il partito cesariano si riorganizzò velocemente sotto la leadership di Marco Antonio, la cui vita, durante l'attentato, era stata risparmiata per decisione dello stesso Marco Giunio Bruto. In quanto console e più alta carica dello Stato, Antonio si ritrovò così a capo del governo e i congiurati, campioni della legalità e rispettosi delle istituzioni tradizionali, finirono per rimettersi alla sua autorità. Due giorni dopo Antonio, in qualità di console, convocò una riunione del Senato nel corso della quale si avviò una politica di compromesso che assicurò la pace alla città: ai congiurati - assenti - si decise, su proposta di Cicerone, di concedere l'amnistia per l'assassinio di Cesare, mentre gli atti del dittatore venivano ratificati, conservando di fatto immutata la situazione e le cariche distribuite da Cesare. Limitati sempre più nel loro potere d'azione, i congiurati - in seguito al parere decisivo di Bruto - cedettero inoltre alla proposta di Antonio di tributare pubblici e solenni funerali per Cesare. Così, il 20 marzo, il cadavere del dittatore, molto amato dal popolo, e martoriato dalle coltellate fu esposto alla vista dei cittadini. Fu data inoltre lettura del suo testamento, dove alcuni fra i congiurati erano nominati come eredi secondi o possibili tutori del figlio adottivo Ottavio, mentre al popolo lasciava, per pubblico uso, i giardini vicino al Tevere e 300 sesterzi a testa. Infine Antonio, pronunciando il suo elogio funebre, scosse vivamente l'emotività della folla e mostrando la toga insanguinata e trafitta dalle pugnalate, il dolore e l'indignazione del popolo si trasformarono rapidamente in rabbia. Ne seguì una violenta sommossa popolare durante la quale il corpo di Cesare fu cremato in un colossale rogo allestito in modo improvvisato sul luogo stesso e con il tributo di onori divini al defunto, mentre i cesaricidi erano costretti a rifugiarsi in tutta fretta nelle proprie case, assaltate poco dopo dalla folla. Appena ebbe termine il rito funebre, la plebe si diresse, con le torce, verso la casa di Bruto e di Cassio; respinta a fatica si imbatté in Elvio Cinna e scambiandolo, per un equivoco di nome, con Cornelio, quello che il giorno prima aveva pronunciato una violenta requisitoria contro Cesare, lo uccise e la sua testa, conficcata su una lancia, fu portata in giro.

- La morte di Cesare apriva una fase di grave instabilità interna alla res publica romana. Le ragioni per cui fu ordita la congiura contro Cesare sono da ricercare:
- nei poteri quasi monarchici che questi aveva accumulato dopo la vittoria su Pompeo, tali da scatenare una atavica avversione contro ogni forma di potere di tipo personale e assoluto, in nome delle tradizioni e delle libertà repubblicane da una parte,
- nel revanscismo da parte degli optimates che avevano perso i loro privilegi e parte del loro potere con le riforme cesariane, visto che Gneo Pompeo Magno, il campione del Senato, appannaggio degli optimates stessi, era stato sconfitto da Gaio Giulio Cesare.
In ogni caso, l'azione dei congiurati assassini di Cesare, definiti dagli storici cesaricidi, mancava di un disegno politico preciso e coerente. Infatti il 15 marzo del 44 a.C., i senatori che si consideravano custodi e difensori della tradizione e dell'ordinamento repubblicani, che assassinarono il dittatore a vita Gaio Giulio Cesare, erano convinti che il loro gesto avrebbe avuto il sostegno del popolo. Le loro previsioni si rivelarono però sbagliate e allora, rifugiatisi in Campidoglio, i cesaricidi decisero di attendere là l'evolversi degli eventi, lasciando in questo modo l'iniziativa agli stretti collaboratori del defunto dittatore: Marco Antonio e Marco Emilio Lepido. Dopo lo sgomento iniziale seguito all'uccisione di Cesare, Marco Antonio prese in mano la situazione e si fece consegnare da Calpurnia, vedova del dittatore, le carte politiche e il denaro liquido di quest'ultimo. Intanto Lepido, nuovo proconsole della Gallia Narbonense e della Spagna Citeriore, lasciava ad Antonio il potere di occuparsi da solo della situazione: mentre in un primo momento aveva fatto entrare a Roma alcuni soldati della legione accampata alle porte della città con l'intento di attaccare il Campidoglio, alla fine decideva di partire per le sue province. Antonio trovava anche un'intesa con il suo vecchio nemico, Publio Cornelio Dolabella, che insieme a lui era stato designato console da Cesare. A questo punto, per guadagnare tempo, con un abile mossa Antonio permise che il senato concedesse l'amnistia ai congiurati e cercò il dialogo proprio con la massima assemblea romana. In cambio, il Senato votò la concessione dei funerali di stato per Cesare. Durante le celebrazioni accadde però che la vista del corpo del dittatore e del sangue sulla sua toga, la lettura del suo testamento generoso verso i romani e il discorso ad effetto di Antonio, accendessero d'ira l'animo del popolo contro gli assassini. Fino all'aprile del 44, Antonio mantenne comunque un atteggiamento conciliante: lasciò che i cesaricidi assumessero quelle cariche a cui Cesare li aveva designati (Ventidio Basso) prima che questi lo uccidessero (del buon governo di Bruto fu particolarmente soddisfatto anche Cesare, che nel 44 lo nominò praefectus urbi, terza carica dello stato repubblicano, preferendolo sfacciatamente a suo cognato Cassio nonostante fosse superiore a Bruto per età ed esperienza militare nel 44 Cesare gli offrì il consolato.), allontanò i veterani del defunto dittatore da Roma e propose l'abolizione della dittatura. Per sé chiese e ottenne la provincia di Macedonia (e le legioni che Cesare aveva ammassato là per la spedizione contro i parti) e per Dolabella quella di Siria. Per adesso Roma si era salvata dal caos, anche se la situazione tra Antonio e il senato era sempre più tesa.

- Per la loro sicurezza, Marco Antonio esortò Bruto e Cassio a lasciare la città ed essi, essendosi ritrovati isolati, privi del sostegno sia della plebe urbana, sia di un senato filo-cesariano, sia dei soldati e dei veterani, ad aprile lasciarono l'Urbe. Assecondando poi le richieste di Antonio, i due congiurati, per preservare la pace, sciolsero le bande di partigiani repubblicani che si erano riunite intorno a loro, mentre invece Antonio, per parte sua, di lì a poco, fece ritorno a Roma dalla Campania con una nutrita scorta di veterani. Nel frattempo, gli altri congiurati Decimo Bruto e Gaio Trebonio partirono in quegli stessi mesi per le provincie assegnate loro da Cesare, la Gallia Cisalpina e l'Asia. Gaio Trebonio, convinto repubblicano che si era in passato opposto alla politica popolare del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro per poi passare alla fazione cesariana, era stato messo da parte, dopo aver avuto un importante ruolo nell'assedio di Marsiglia, per aver fallito nel tentativo di sconfiggere Gneo Pompeo il Giovane in Betica prima dell'arrivo di Cesare. Incoraggiato probabilmente dal "sistema di potere che Cesare tentava di costruire fuoriuscendo con molte incertezze e soluzioni dalla vecchia legalità repubblicana", Trebonio aveva aderito, nell'estate del 45 a.C., mentre Cesare era ancora impegnato a completare il processo di pacificazione della Spagna, ad un progetto di congiura che mirava ad eliminare Cesare, probabilmente nato all'interno dello stesso ambiente cesariano e dunque non direttamente riconducibile alla congiura che sarebbe stata portata a compimento alle Idi di marzo del 44 a.C..

- La scena politica romana è presto dominata da Marco Antonio, che aveva facilmente marginalizzato i cesaricidi. In realtà l'abile generale di Cesare, che ne aveva seguito le sorti nei suoi vari conflitti e che nel 44 ricopriva insieme a lui la carica consolare, voleva appropriarsi dell'eredità politica di Cesare e ripercorrerne le orme.

- Tornando da Apollonia, dove aveva avuto la notizia dell'omicidio del prozio, verso Roma, Ottaviano sbarca a Brindisi, dove riceve il benvenuto dalle legioni di Cesare, lì acquartierate in attesa della spedizione che voleva Cesare in Oriente, contro i Parti, e si impossessa dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizza a questo punto per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania. «Ritenendo che la cosa più importante fosse quella di vendicare la morte di suo zio e di difendere ciò che aveva fatto, appena tornò da Apollonia, decise di essere estremamente duro con Bruto e Cassio, i quali non se lo aspettavano, e quando questi capirono di essere in pericolo, fuggirono; [allora Ottaviano] li perseguì con un'azione legale atta a farli condannare per omicidio.» (Svetonio, Augustus, 10)

- Il 21 maggio del 44 a.C., Ottaviano fa il suo ingresso a Roma mentre il 1º giugno Marco Antonio faceva approvare una legge che sottraesse a Decimo Bruto il governo della Gallia, conferito ora allo stesso Antonio. Il 5 giugno poi, nel tentativo di allontanare Bruto e Cassio con un incarico onorifico, veniva loro offerto il compito di acquistare grano dalla Sicilia e dall'Asia. La proposta suscitò l'ira furiosa di Cassio, mentre Bruto, indeciso sul da farsi, continuò ad attendere una qualche svolta favorevole, un accordo con Antonio e di conoscere l'andamento dei giochi Apollinari a Roma, indetti a suo nome in qualità di pretore. L'incrinatura nei rapporti con Antonio arrivò infine ai primi di agosto e i due pretori, Bruto e Cassio, lanciando minacce al console Antonio, si risolsero infine a partire per le province che erano state intanto assegnate loro, Creta e Cirenaica, innocue e prive di eserciti. Cicerone, invece, fece ritorno a Roma e, dopo una latitanza di circa sei mesi, si fece rivedere in Senato dove, il 2 settembre, diede inizio alla sua battaglia contro Antonio, attraverso una serie di discorsi, le Filippiche, nel corso delle quali portò avanti un'opera di idealizzazione dell'attentato contro Cesare e sostenne politicamente l'operato di Bruto e Cassio in Oriente e di Decimo Bruto in Gallia, e inoltre del giovane Ottaviano, che, mostrando a Cicerone la sua devozione per lui e per la patria, ne otteneva il sostegno. Ottaviano inoltre, poiché i magistrati incaricati non osavano celebrare i Ludi per la vittoria del prozio Cesare, si occupò personalmente di organizzarli (dal 5 al 19 settembre del 44 a.C.). In seguito, per riuscire a portare a termine altri suoi progetti, sebbene fosse patrizio ma non ancora senatore, si presentò come candidato per sostituire un tribuno della plebe, che era appena deceduto. La sua candidatura incontrò l'opposizione del console Marco Antonio, sul cui appoggio il giovane Ottaviano contava. Questa prima incomprensione con Antonio lo indusse a passare dalla parte degli ottimati, nemici storici dei populares cesariani.

- Quando nel mese di ottobre, l'appoggio del Senato a Ottaviano si fece più pressante, con Cicerone che tuonava con le sue Filippiche contro Antonio, questi decise di riprendere il controllo della situazione richiamando in Italia le legioni stanziate in Macedonia. Di fronte a quella minaccia, Ottaviano in novembre richiamò allora i veterani di Cesare a lui fedeli, ottenendo ben presto anche la diserzione di due delle legioni macedoni di Antonio, la IV e la Martia, appena sbarcate. Poi, fallito, per l'opposizione del Senato (Cicerone infatti era certo della fedeltà del giovane Ottaviano alla Res publica), il tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus per aver reclutato un esercito senza averne l'autorità (in realtà sarà Antonio a essere indicato come nemico dello Stato avendo preso d'assedio illegalmente Decimo Bruto, un legittimo propretore), il console Marco Antonio decise allora di accelerare i tempi dell'occupazione della Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l'anno successivo. Ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Bruto alla cessione della Cisalpina, Antonio, grazie al consenso del Senato, poté marciare su Modena, dove strinse d'assedio Bruto mentre Ottaviano, su consiglio di alcuni ottimati, provò ad assoldare alcuni sicari perché uccidessero Antonio ma, scoperto il suo tentativo, credendosi a sua volta in pericolo, arruolò una buona parte dei veterani di Cesare, facendo loro grandi elargizioni per ottenerne il loro aiuto.

Statua di Augusto di
Prima Porta, Musei
Vaticani, da: http://
- Inizia così, alla fine del 44 a.C., la guerra civile romana, nell'ultimo complesso e confuso periodo storico della Repubblica romana, guerra civile iniziata nel 44 a.C. con l'assassinio di Cesare e terminata nel 30 a.C. con la battaglia di Azio.
In occasione della morte di Cesare, Ottaviano aveva saputo di essere stato adottato per testamento dal prozio come figlio ed erede e, secondo la consuetudine, assunse il nomen gentilizio (Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, omettendo però di aggiungere come tradizione un secondo cognome derivato della gens di provenienza aggettivata in -anus, divenendo così Gaio Giulio Cesare (Gaius Iulius Caesar). Il nome Ottaviano venne generalmente diffuso dalla propaganda degli avversari politici, ma non risulta nei documenti ufficiali. Si narra che poco prima di venire assassinato, Cesare lo avesse nominato magister equitum in seconda, accanto a Marco Emilio Lepido, in vista della grande spedizione d'Oriente che stava preparando contro i Parti. Ottaviano, pur restando indeciso se chiamare in aiuto le legioni orientali per combattere i Parti o lasciar perdere, preferì tornare a Roma a reclamare i suoi diritti di figlio adottivo e di erede di Cesare. Ancora Svetonio racconta di un episodio curioso: «Tornando da Apollonia a Roma, dopo la morte di Cesare, nel cielo limpido e puro apparve all'improvviso un cerchio, simile all'arcobaleno, che circondò il sole, mentre la tomba di Giulia, figlia di Cesare, fu colpita più volte da un fulmine. [...] Tutti l'interpretarono come un presagio di grandezza e prosperità.» (Svetonio, Augustus, 95.) «...Ritornò però a Roma e rivendicò la sua eredità, nonostante le esitazioni di sua madre e l'energica opposizione del patrigno Marcio Filippo, ex console. Da quel tempo, procuratosi un esercito, governò lo Stato prima con Marco Antonio e Marco Lepido, poi, per circa 12 anni, con il solo Antonio (dal 42 al 30 a.C.) e infine, per 44 anni, da solo (dal 30 a.C. al 14 d.C.).» (Svetonio: Vita dei Cesari, Libro II, Augusto, 8).

Nel 43 a.C. - Il 1º gennaio, giorno dell'insediamento dei nuovi consoli Pansa e Irzio, il Senato decreta l'abrogazione della legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e ordina a questi di cessare immediatamente gli attacchi a Decimo Bruto. Ottenutone un netto rifiuto, i consoli sono incaricati di marciare contro Antonio assieme a Ottaviano, a cui venne conferito eccezionalmente l'imperium di pretore per legalizzare la condizione del suo esercito privato. Il 14 aprile e il 21 aprile Antonio viene sconfitto nella battaglia di Forum Gallorum e nella battaglia di Modena, nelle quali però rimangono premeditatamente uccisi i due consoli Irzio e Pansa, per cui Ottaviano, che aveva preso parte personalmente ai combattimenti del 21 aprile all'interno del campo di Antonio, alla fine rimane l'unico comandante delle legioni repubblicane. «Durante il primo scontro, se dobbiamo credere a quanto scrive Antonio, Ottaviano si diede alla fuga e ricomparve due giorni dopo, senza il suo mantello di comandante ed il cavallo; ma nella seconda sappiamo che fece il suo dovere non solo come generale, ma anche come soldato: vedendo, nel mezzo della battaglia, che l'aquilifer della sua legione era ormai ferito gravemente, prese con sé l'aquila sulle spalle e la tenne con sé per il tempo necessario.» (Svetonio, Augustus, 10). Svetonio aggiunge che corse voce allora che fosse stato Ottaviano a far uccidere Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, poiché, una volta messo in fuga Antonio e tolti di mezzo entrambi i consoli, potesse rimanere unico padrone degli eserciti vincitori. Tanto è vero che da Cicerone apprendiamo che, al termine della battaglia di Forum Gallorum, Pansa si ritirò al campo ferito, ma ancora in vita e la sua morte sembrò talmente sospetta che Glicone, il suo medico, fu messo in prigione con l'accusa di aver lavato la ferita con il veleno. Aquilio Nigro sostenne infine che nella confusione della battaglia l'altro console, Irzio, fu ucciso dallo stesso Ottaviano, che quando venne a sapere che Antonio, dopo la sconfitta, era stato accolto da Marco Emilio Lepido e che anche altri comandanti, insieme ai loro eserciti, si stavano avvicinando al partito dei populares, a lui avverso, abbandonò la causa degli ottimati. La tesi del complotto di Ottaviano sembra essere sostenuta anche da Tacito, che scrive: «...tolti di mezzo Irzio e Pansa (furono uccisi dai nemici? Oppure a Pansa sparsero del veleno sulla ferita e Irzio venne ucciso dai suoi soldati e per macchinazione dello stesso Augusto?), si era impadronito delle loro truppe; che aveva estorto il consolato a un senato riluttante e rivolto le armi, avute per combattere Antonio, contro lo stato...» (Tacito, Annales, I, 10). Tornato a Roma con l'esercito, infatti, malgrado la giovane età (aveva soli vent'anni), Ottaviano si fece eleggere console suffectus assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la lex Pedia contro i cesaricidi. In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto che, in fuga, venne infine ucciso nella Gallia Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio. Svetonio racconta che: «[Ottaviano] A vent'anni prese il consolato, facendo avanzare minacciosamente le sue legioni verso Roma (urbem) e inviando quei [soldati] che chiedessero per lui a nome dell'esercito; quando il Senato sembrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l'impugnatura del suo gladio, non esitò a dire nella Curia: "Se non lo farete [console] voi, questa [spada] lo farà".» (Svetonio, Augustus, 26). Poi, dopo aver fatto riconoscere la sua adozione (avvenuta nel 45) e mutato il nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano, decise di riappacificarsi con Lepido e Antonio ricomponendo i dissidi interni alla fazione cesariana, dalla sua nuova posizione di forza, come capo dello Stato romano. Ottaviano prese quindi contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro a tre con Antonio nei pressi di Bononia. Da quel colloquio privato nacque un accordo a tre, tra lui, Antonio e Lepido della durata di cinque anni. Si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre di quello stesso anno con la Lex Titia, in cui veniva creata la speciale magistratura dei Triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero "triumviri per la costituzione dello stato con potere consolare". «Per dieci anni fece parte del triumvirato, creato per dare un nuovo ordine alla Repubblica: come suo membro cercò inizialmente di impedire che si iniziassero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. [...] lui solo si batté in modo ostinato affinché non venisse risparmiato nessuno, arrivando a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che era stato, inoltre, collega di suo padre come edile. [...] più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che sembra avesse nascosto il suo padrone, quando era proscritto.» (Svetonio, Augustus, 27).

Aureo romano ritraente l'effigi di Marco
Antonio (sinistra) e Ottaviano (destra)
emesso nel 41 a.C. per celebrare il
secondo triumvirato. Si noti l'iscrizione
'III VIR R P C' (Triumviri Rei Publicae
Constituendae Consulari Potestate) su
entrambi i lati. Da: https://it.wiki
- L'incontro fra i tre maggiori eredi di Cesare fu organizzato da Lepido su un'isoletta del fiume Reno, presso l'allora colonia romana di Bononia, l'odierna Bologna. Il patto, valido per un quinquennio, fu legalizzato ed ebbe validità istituzionale con la Lex Titia del 27 novembre 43 a.C. Ufficialmente i membri furono conosciuti come Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate (Triumviri per la Costituzione della Repubblica con Potere Consolare, abbreviato come "III VIR RPC"). Svetonio racconta di un episodio curioso accaduto in questa circostanza: «Quando nei pressi di Bologna si riunirono le truppe dei triumviri, un'aquila, posàtasi sulla sua tenda [di Ottaviano], sopraffece e gettò a terra due corvi che la attaccavano da una parte e dall'altra: tutto l'esercito intese che un giorno o l'altro ci sarebbe stata tra i colleghi quella discordia che poi effettivamente ci fu, e ne presagì l'esito.» (Svetonio, Augustus, 96.)
L'accordo fu lo sviluppo naturale a cui portava la situazione creatasi dopo la morte di Cesare. Antonio e Ottaviano erano i principali eredi politici del dittatore ucciso l'anno prima; essi si ritrovarono nella comune opposizione agli ottimati - intenzionati ad abolire le riforme cesariane - e nella volontà di dare la caccia ai cesaricidi (i quali, intanto, con Bruto e Cassio, stavano organizzando imponenti forze in Oriente). Intanto Sesto Pompeo, figlio dell'avversario di Cesare, con le forze pompeiane superstiti e una potente flotta, teneva sotto controllo Sicilia, Sardegna e Corsica, e la usava per razziare le coste dell'Italia meridionale seminando il terrore. L'accordo era necessario soprattutto per Ottaviano, il quale voleva evitare di trovarsi fra due fuochi, da una parte Antonio con 17 legioni (comprese quelle dategli da Lepido, suo partigiano) e dall'altra le già ricordate forze dei cesaricidi in Oriente. Dall'incontro uscì una spartizione delle provincie, inizialmente a lui sfavorevole: ad Antonio sarebbe spettato il proconsolato nella Gallia Cisalpina e Comata, a Lepido la Gallia Narbonense e le Spagne, ad Ottaviano l'Africa, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, territori minacciati dai pompeiani. Per reperire i fondi necessari per la campagna in Oriente e per vendicare la morte di Cesare, i tre redassero le "liste di proscrizione" degli avversari da eliminare ed incamerarne così i beni. A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario. Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero assassinati e 2000 cavalieri ne seguirono la sorte. Tra questi fu anche Cicerone, al quale Antonio non aveva perdonato le orazioni contro di lui, raccolte nelle Filippiche. Ottaviano, pur essendo stato protetto e incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita. Altra barbarie decisa dai triumviri fu l'uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi le portava: 25.000 denari agli uomini liberi, 10.000 agli schiavi con l'aggiunta della manomissione (libertà) e della cittadinanza. I tre triumviri quindi, strinsero l'accordo per convenienza personale. Marco Antonio era desideroso di raccogliere e proseguire l'opera già cominciata da Cesare: riforma in senso monarchico dello stato ed espansione a Oriente dell'impero. Dopo aver dato pubblica lettura del testamento del dittatore, seppe usare per i suoi fini le ire popolari contro i cesaricidi, diventando così leader indiscusso del partito cesariano. Il suo consolato del 44 fu caratterizzato da politiche demagogiche e da una legislazione confusa. Percepì ben presto il pericolo rappresentato dal giovane Ottaviano, sia in quanto erede universale di Cesare, sia perché era ben visto dagli ottimati. Costretto, dopo la sconfitta subita a Modena, a condividere con il futuro rivale la scena politica, scatenò sanguinose rappresaglie contro i propri nemici politici. Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, fu astuto e abile allo stesso tempo nello sfruttare la confusione creatasi dalle lotte fra i diversi partiti. Nonostante la “pericolosa parentela”, fu visto inizialmente come paladino degli ottimati, da contrapporre ad Antonio. Non a caso, in occasione della battaglia di Modena, accompagnò come propraetor i consoli Irzio e Pansa con milizie a lui fedeli. Ben presto, però, fece pentire l'aristocrazia della scelta fatta, mostrando di voler vendicare il padre adottivo e di raccoglierne l'eredità politica. Seppe raggiungere subito in maniera spregiudicata la massima magistratura della Res publica con un vero e proprio colpo di Stato e, come vedremo, una volta entrato in contrasto con Antonio, si presentò come campione del mos maiorum tanto caro all'aristocrazia senatoria e della conservazione e tutela dei valori della repubblica e delle sue istituzioni. Non fu solo bravo nel sapersi muovere nell'agone politico, ma si circondò di valenti uomini, come quel Marco Vipsanio Agrippa abile generale che gli regalò i suoi successi militari più importanti. Marco Emilio Lepido, sostenitore di Cesare e poi di Antonio subito dopo le idi di marzo, fu invece presto un comprimario, una spalla degli altri due colleghi e in molti casi poco affidabile. Di fronte al crescere della personalità e dell'importanza degli altri triumviri, egli fu sempre più relegato ai margini della scena politica.

Nel 42 a.C. - Appena due anni dopo il suo assassinio, il Senato deifica ufficialmente Gaio Giulio Cesare, elevandolo a divinità. L'eredità riformatrice e storica di Cesare è quindi raccolta da Ottaviano Augusto, suo pronipote e figlio adottivo. Gaio Giulio Cesare ha avuto un ruolo fondamentale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale. Probabilmente il continuo scontro fra le due anime della Repubblica, i pochi optimates aristocratici e i tanti populares che volevano partecipare alla vita pubblica, non garantiva una continuità del potere per la vastità dell'impero romano nascente, continuità che invece si perpetrò nel principato.

Grecia, ubicazione di Filippi,
da: https://it.wikipedia.org
/wiki/Battaglia_di_Filippi#
/media/File:Philippi_
location.jpg
- Nell'ottobre del 42 a.C., nei pressi di Filippi, cittadina della provincia di Macedonia, posta lungo la Via Egnatia, alle pendici del monte Pangeo, si combattè la battaglia che oppose le forze cesariane del secondo triumvirato, composto da Marco Antonio, Cesare Ottaviano e Marco Emilio Lepido, alle forze degli ottimati repubblicani di Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, i due principali cospiratori ed assassini di Gaio Giulio Cesare. Due furono le fasi dello scontro, combattute rispettivamente il 3 e il 23 ottobre. Nella prima battaglia Bruto ottenne un brillante successo irrompendo dentro gli accampamenti di Ottaviano, ma contemporaneamente Antonio ebbe la meglio contro Cassio che, sconvolto dalla sconfitta e non informato del successo di Bruto, si suicidò. Nella seconda battaglia, combattuta con estremo accanimento dalle legioni veterane delle due parti, Marco Antonio diresse con grande energia le sue forze che finirono per sbaragliare completamente l'esercito di Bruto che a sua volta preferì suicidarsi. La guerra fu vinta dalle legioni cesariane dei triumviri soprattutto per merito di Marco Antonio mentre Ottaviano, in precarie condizioni di salute e privo di grandi doti di condottiero, ebbe un ruolo minore. Lepido invece era rimasto in Occidente per occuparsi della situazione in Italia. Plutarco scrive che Antonio coprì il corpo di Bruto con un mantello purpureo in segno di rispetto. Erano, infatti, stati amici e Bruto aveva aderito alla congiura per uccidere Cesare soltanto a patto che Antonio fosse lasciato in vita. Molti altri optimates persero la vita nella battaglia: fra i più grandi spiccano il figlio dell'oratore Quinto Ortensio Ortalo e il figlio di Marco Porcio Catone Uticense. Alcuni nobili trattarono dopo la sconfitta con i vincitori, ma nessuno volle farlo col giovane Ottaviano. I sopravvissuti dell'esercito di Bruto e Cassio furono inglobati in quello dei triumviri. Antonio rimase presso Filippi con alcuni soldati che vi fondarono poi una colonia; Ottaviano tornò a Roma col compito di trovare terre per i veterani. Alcuni terreni nel cremonese e nel mantovano (territori accusati di aver favorito Bruto e Cassio) furono espropriati e consegnati ai veterani di guerra al posto di denaro, per una grave crisi economica, come ricompensa dei servigi resi allo stato. Uno di questi terreni apparteneva alla famiglia di Virgilio, che cercherà in tutti i modi di riprendersi la proprietà. Dopo Filippi, che fu la vittoria definitiva sui cesaricidi, Marco Emilio Lepido ottenne solo l'Africa. Chiamato a sostenere Ottaviano contro Sesto Pompeo in Sicilia (nel 36 a.C.), fu un alleato poco fedele e giunse alla fine col parteggiare per il figlio di Pompeo Magno. Abbandonato dai soldati, dovette arrendersi e chiedere perdono a Ottaviano (ormai padrone dell'Occidente). Per punizione fu costretto a rinunciare alle otto legioni giunte in Sicilia al seguito di Sesto Pompeo che aveva preso al comando, le magistrature affidategli (mantenendo solo quella di pontifex maximus, titolo puramente onorifico) e a ritirarsi a vita privata al Circeo fino alla morte (ca. 12 a.C.).

Nel 41 a.C. - Nascono i primi contrasti nel secondo triumvirato: Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio, nel 41 a.C. si ribella a Ottaviano poiché pretendeva che anche ai veterani del fratello fossero distribuite terre in Italia (e non solo ai 170.000 veterani di Ottaviano), ma fu sconfitto a Perugia nel 40 a.C.. Svetonio racconta che durante l'assedio di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio non molto distante dalle mura cittadine, Ottaviano per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano compiuto una sortita dalla città. Non si può provare che Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello ma, dopo la sconfitta di quest'ultimo, tanto Antonio come Ottaviano decisero di non dare troppo peso all'accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato e perfino inviato in Spagna come governatore). Contemporaneamente a questi fatti, il legato di Antonio in Gallia, un certo Quinto Fufio Caleno, morì e le sue legioni passarono dalla parte di Ottaviano, che poté appropriarsi di nuove province del rivale. Svetonio aggiunge: «Dopo l'occupazione di Perugia, [Ottaviano] prese provvedimenti contro un gran numero di prigionieri e a chi chiedeva la grazia e di essere perdonato, rispose: «Si deve morire.» Altri dicono che, tra quelli che si erano arresi, ne scelse trecento tra i due ordini [senatorio e equestre] e li mandò a morte per le idi di marzo, di fronte ad un altare posto in onore del divo Giulio. Altri ancora raccontano che Ottaviano prese le armi in accordo con Antonio, per smascherare gli avversari che si nascondevano, [...] Dopo averli sconfitti, confiscò i loro beni per poter mantenere le promesse di donativa fatte ai veterani.» (Svetonio, Augustus, 15). Ottaviano a questo punto sposa Scribonia, parente di Sesto Pompeo: da questa donna ebbe la sua unica figlia, Giulia. In realtà però, né l'intesa né il matrimonio durarono a lungo.

Nel 40 a.C. - Nell'estate, Ottaviano e Antonio vengono ad aperte ostilità: Antonio cerca di sbarcare a Brindisi con l'aiuto di Sesto Pompeo, ma la città gli chiude le porte. I soldati di ambedue le fazioni si rifiutarono di combattere e i triumviri, pertanto, mettono da parte le discordie. Con il trattato di Brindisi (nel settembre del 40 a.C.) si viene a una nuova divisione delle province: ad Antonio resta l'Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia e l'Acaia e a Ottaviano l'Occidente, compreso l'Illirico. A Lepido, ormai fuori dai giochi di potere, l'Africa e la Numidia e a Sesto Pompeo è confermata la Sicilia, tanto per metterlo a tacere, affinché non arrechi problemi in Occidente. Il patto è sancito con il matrimonio tra Antonio, la cui moglie Fulva era morta da poco, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore. Dopo la pace di Brindisi, Ottaviano rompe inoltre l'alleanza con Sesto Pompeo, ripudia Scribonia, e sposa Livia Drusilla, madre di Tiberio e in attesa di un secondo figlio.

Nel 39 a.C. - A Miseno (frazione del comune di Bacoli, nella città metropolitana di Napoli), Ottaviano attribuisce a Sesto Pompeo le province di Sardegna e Corsica, fondando dunque la città di Turris Libisonis, porto granario di Roma e promettendogli l'Acaia, ottenendo in cambio la ripresa dei rifornimenti a Roma (Pompeo con la sua flotta bloccava le navi provenienti dal Mediterraneo). Sesto Pompeo però, stava diventando un alleato scomodo e Ottaviano decise di disfarsene di lì a poco. Si arrivò così ad una prima serie di scontri non particolarmente felici per Ottaviano: la flotta preparata per invadere la Sicilia fu infatti distrutta sia da Sesto sia da un violento fortunale.

Nel 38 a.C. - Ottaviano si incontra a Brundisium con Antonio e Lepido per rinnovare il patto di alleanza per altri cinque anni.

Nel 36 a.C. - Grazie all'amico e generale Marco Vipsanio Agrippa, Ottaviano riesce a porre fine alla guerra con Sesto Pompeo, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da Antonio. Sesto Pompeo è sconfitto definitivamente presso Nauloco. La battaglia navale di Nauloco fu combattuta il 3 settembre del 36 a.C. tra la flotta di Sesto Pompeo, figlio di Gneo Pompeo Magno, e quella di Marco Vipsanio Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, nei pressi di Nauloco in Sicilia. La disfatta di Sesto segnò la definitiva sconfitta dei partito pompeiano e la fine della sua opposizione al Secondo triumvirato. Sesto Pompeo si era rifugiato in Spagna con quanto restava delle armate del partito repubblicano dopo l'assassinio di Cesare. Il Senato, che l'aveva perdonato, gli aveva affidato il comando della flotta al tempo della guerra di Modena. Con questa forza navale, Sesto aveva occupato la Sicilia (nel 42 a.C.), raccogliendo intorno a sé tutti i nemici dei triumviri e aveva dato vita a un vero e proprio blocco navale contro Roma, che si era quindi trovata senza adeguati rifornimenti granari (nel 39 a.C.). Dopo un momentaneo compromesso (che però nessuno rispettò fino in fondo) tra le due parti, si riaccesero le ostilità e nel 38 a.C. Ottaviano fu battuto in mare da Sesto, riportando gravi perdite umane. Allora Ottaviano aveva richiamato dalla Gallia il suo legato, Marco Vipsanio Agrippa e aveva chiesto aiuto ad Antonio, che gli aveva concesso 120 navi in cambio di 20.000 soldati italici. Le due flotte si incontrarono tra il promontorio di Milazzo e la città di Nauloco presso la quale era ancorata l'armata di Pompeo. Entrambe le flotte erano composte da 300 navi, tutte dotate di artiglieria ma Agrippa comandava le unità più pesanti armate con l'arpagone, una versione più recente del corvo. Svetonio racconta: «[Ottaviano] al momento di combattere, fu preso da un colpo di sonno così profondo che i suoi amici faticarono molto per svegliarlo, affinché desse il segnale d'attacco. Per questo motivo Antonio, lo credo io [Svetonio], aveva tutte le sue buone ragioni per rimproverarlo, sostenendo che egli non avesse avuto neppure il coraggio di osservare una flotta schierata a battaglia, al contrario di essere rimasto sdraiato sul dorso con gli occhi rivolti al cielo, terrorizzato, rimanendo in quella posizione, senza presentarsi ai soldati, fino a quando Agrippa non mise in fuga la flotta nemica. [...] Dopo aver fatto passare in Sicilia un'armata, tornò in Italia a prendere le restanti truppe, ma fu assalito all'improvviso da Democaro e Apollofane, luogotenenti di Pompeo; fu un miracolo se riuscì a salvarsi, fuggendo su una sola imbarcazione. Un'altra volta, quando si trovava a piedi nei pressi di Locri, in direzione di Reggio, vide da lontano le navi di Pompeo lungo la costa. Convinto che fossero le sue, si diresse in spiaggia e per poco non venne fatto prigioniero. E proprio in questa circostanza, mentre fuggiva per sentieri impraticabili in compagnia di Paolo Emilio, uno schiavo di quest'ultimo, poiché lo odiava in quanto in passato [Ottaviano] aveva proscritto il padre del suo padrone, provando a vendicarsi, tentò di ucciderlo.» (Svetonio, Augustus, 16). Fuggito in Oriente, Sesto Pompeo fu catturato e giustiziato da un ufficiale di Antonio (nel 35 a.C.). Dopo la vittoria su Sesto Pompeo, Ottaviano dovette far fronte alle rivendicazioni di Lepido, il quale riteneva che la Sicilia dovesse toccare a lui, come stabilito dagli accordi dei triumviri e quindi, rompendo il patto di alleanza con Ottaviano, mosse per impossessarsene con venti legioni ma fu sconfitto rapidamente, visto che i suoi soldati lo abbandonarono e passarono dalla parte di Ottaviano. Lepido fu infine confinato al Circeo, pur conservando la carica pubblica di pontifex maximus. Il Monte Circeo (o promontorio del Circeo) è un piccolo promontorio che si erge sul Mar Tirreno, insieme al promontorio di Gaeta, come estrema propaggine meridionale della provincia di Latina, e che insieme a Capo Miseno, all'Isola d'Ischia e all'arcipelago ponziano racchiude le acque e segna il confine del golfo di Gaeta. Con la vittoria su Sesto Pompeo e la definitiva sconfitta di Marco Emilio Lepido, Ottaviano è il padrone indiscusso della parte occidentale dei domini romani.

Dal 35 a.C. - Campagne militari vittoriose di Ottaviano nell'Illirico. Quando Cesare fu ucciso, i Dalmati tornarono a ribellarsi, pensando che il potere romano risiedesse nel dittatore appena morto, e si erano opposti al pagamento del tributo al governatore dell'Illyricum, Publio Vatinio. In seguito tutte le risorse militari romane erano state impiegate nella guerra civile seguita al cesaricidio, ma ora per Ottaviano era necessario assicurarsi il controllo della strada che collegava l'Italia settentrionale (la Gallia cisalpina) con il medio/basso Danubio, fino alla frontiera orientale. Questa via passava da importanti (e futuri) centri amministrativi/militari romani e se si voleva rendere sicura l'intera area a sud del Danubio, l'emergente Impero doveva mettere in atto un vasto piano strategico che contemplasse la conquista dell'intero Illirico, ben più determinante, ad esempio, della Germania Magna.

Nel 34 a.C. - Dopo aver conquistato l'Armenia con l'aiuto dell'esercito di Cleopatra, regina d'Egitto e sua amante, Marco Antonio celebra il trionfo nella capitale egiziana, Alessandria.
In quella occasione Marco Antonio nomina Cleopatra e il figlio Cesarione (il cui padre era Giulio Cesare) reggenti di Cipro e divide la parte orientale dei domini di Roma, che gli era stata affidata con gli accordi del secondo triumvirato, fra i tre figli avuti da Cleopatra, con quella che è nota come la «donazione di Alessandria».

Nel 33 a.C. - Dopo l'eliminazione graduale di tutti i contendenti al potere su Roma nell'arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimane nelle sole mani di Ottaviano in Occidente e Antonio in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l'altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (del 35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell'Armenia. Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non viene rinnovato (durò infatti 10 anni) e Antonio ripudierà Ottavia minore, (nel 32 a.C.) sorella di Ottaviano.

Nel 32 a.C. - Il conflitto fra Ottaviano e Antonio era ora inevitabile, mancava solo il casus belli, che Ottaviano trovò Scriveva Svetonio: «La sua alleanza [di Ottaviano] con Antonio era sempre stata dubbia e poco stabile, mentre le loro continue riconciliazioni altro non erano che momentanei accomodamenti; alla fine si giunse alla rottura definitiva e per meglio dimostrare che Antonio non era più degno di essere un cittadino romano, aprì il suo testamento, da Antonio lasciato a Roma, e lo lesse davanti all'assemblea, dove designava come suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra.» (Svetonio, Augustus, 17). Ancora Svetonio aggiunge che Antonio aveva scritto ad Augusto in modo confidenziale, quando non era ancora scoppiata la guerra civile tra loro: «Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò [la nostra storia d'amore]? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?» (Svetonio, Augustus, 69.). Poiché il Senato non aveva visto di buon occhio il trionfo celebrato ad Alessandria e tantomeno la spartizione ai figli di terre che appartenevano a Roma e non ad Antonio, Ottaviano decise di forzare la mano ai senatori e, dopo aver corrotto alcuni funzionari, si impossessò del testamento del rivale e lo lesse pubblicamente all'assemblea senatoria: Antonio lasciava i territori orientali di Roma a Cleopatra VII d'Egitto e ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare. Si scatenò la prevista reazione, per cui si dichiara Antonio nemico pubblico mentre Ottaviano gli manda i suoi parenti e i suoi amici, tra cui i consoli Gaio Sosio e Domizio Enobarbo. Poi il Senato di Roma dichiara guerra a Cleopatra, ultima regina tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C..

Mappa della battaglia di Azio, da:
https://it.wikipedia.org/wiki/
Augusto#/media/File:Battle
_of_Actium-it.svg
Nel 31 a.C. - Marco Antonio e Cleopatra sono sconfitti nella battaglia navale di Azio, il 2 settembre del 31 a.C. e si suicideranno entrambi l'anno successivo, in Egitto. La battaglia navale fu vinta dalla flotta di Ottaviano, guidata con abilità da Marco Vipsanio Agrippa, già decisivo contro Sesto Pompeo, soprattutto per la scarsa decisione di Marco Antonio che si fece convincere da Cleopatra a rinunciare al combattimento, mentre l'esito era ancora incerto, e a fuggire con il tesoro dell'esercito verso l'Egitto con una parte delle navi, mentre il resto della flotta antoniana rientrava in porto dopo aver subito alcune perdite.

- Dopo la vittoria di Azio, Ottaviano non solo ordina di uccidere il figlio di Cleopatra, Cesarione (in greco ellenistico Cesariòn, piccolo Cesare) la cui paternità veniva attribuita dalla regina a Gaio Giulio Cesare, ma decide di annettere l'Egitto a Roma, compiendo l'unificazione dell'intero bacino del Mediterraneo sotto Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia imperiale, governata da un proprio rappresentante, il prefetto d'Egitto. L'imperium di Ottaviano su questa provincia venne probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C., due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale. Svetonio racconta che quando Ottaviano si trovava ancora ad Alessandria d'Egitto: «[...] si fece mostrare il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, prelevato dalla sua tomba: gli rese omaggio mettendogli sul capo una corona d'oro intrecciata con fiori. E quando gli chiesero se voleva visitare anche la tomba di Tolomeo, rispose che voleva vedere un re, non dei morti.» (Svetonio, Augustus, 18). Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di governo provinciale riservata all'Egitto ebbe origine dal tentativo di compensare gli Egiziani della perdita del loro monarca-dio (il faraone), con la nuova figura del Princeps; in realtà, la scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal prefetto della città tardo-repubblicana), il cosiddetto praefectus Alexandreae et Aegypti, titolo ufficiale attribuito al neo-governatore che aveva soppresso la Bulè di Alessandria, era stata dettata dal contesto in cui era avvenuta la conquista del paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-occidente o pro-oriente, l'importanza del grano egiziano per l'annona di Roma e, non da ultimo, il tesoro tolemaico. L'aver, infatti, potuto mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì a Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie, sparse in tutto il mondo romano. Svetonio aggiunge che Ottaviano: «[...] per meglio ricordare la vittoria di Azio, fondò nelle vicinanze la città di Nicopoli, dove vennero istituiti dei giochi quinquennali; fece ingrandire l'antico tempio di Apollo e consacrò a Nettuno e a Marte dove aveva posto gli accampamenti, adornandoli con le spoglie navali.» (Svetonio, Augustus, 18).

Aureo coniato il 27 a.C. durante il
consolidamento del potere di
 Ottaviano da: https://it.wiki
pedia.org/wiki/Augusto#/media
/File:Augusto,_aureo,_27_
ac.-14_dc_ca._02.JPG
- Ottaviano era divenuto, di fatto, il padrone assoluto dello Stato romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e Ottaviano stesso non era ancora stato investito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata: nelle Res Gestae riconosce di aver governato in questi anni in virtù del "potitus rerum omnium per consensum universorum" ("consenso generale"), avendo per questo motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas (certamente un fatto extra-costituzionale). Il senato gli conferì progressivamente onori e privilegi, ma il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell'imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del senato, controllandone la politica grazie al diritto di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a vita dictator). La carica di dittatore gli fu infatti offerta, ma egli prudentemente la rifiutò: «Il popolo con grande insistenza offrì ad Augusto la dittatura, ma lo stesso, dopo essersi inginocchiato, fece cadere la toga dalle spalle e, a petto nudo, supplicò che non gli fosse imposta.» (Svetonio, Augustus, 52). Ottaviano, ora Augusto, considerava il titolo di dominus («signore») come un grave insulto e sempre lo respinse con vergogna. Svetonio racconta che un giorno, durante una rappresentazione teatrale alla quale assisteva, un mimo esclamò: O dominum aequum et bonum! («O signore giusto e buono!»). Tutti gli spettatori approvarono esultanti, quasi che l'espressione fosse rivolta ad Augusto, ma egli, non solo pose fine a queste adulazioni con un gesto e lo sguardo, il giorno seguente, emise anche un severo proclama che ne vietasse ulteriori piaggerie. Egli, infine, non permise che lo chiamassero dominus né i figli o i nipoti, che fosse per gioco o in tono serio. Ancora Svetonio racconta che Ottaviano: «Due volte pensò di restaurare la Repubblica: la prima volta subito dopo aver sconfitto Antonio, memore che quest'ultimo gli aveva ripetuto spesso che era lui il solo ostacolo al ritorno [della Repubblica]; [la seconda volta] di nuovo nella stanchezza di una malattia persistente. In quella circostanza convocò a casa sua magistrati e senatori dando loro un resoconto dell'Impero. Ma pensando che, come privato cittadino, non avrebbe potuto vivere senza pericolo e temendo di lasciare la Res publica in mano all'arbitrio di molti, continuò a mantenere [il potere]. Non sappiamo quale sia stata la cosa migliore da fare.» (Svetonio, Augustus, 28).

Roma - Resti dei Fori Imperiali.
Nel 29 a.C. - Rimasto in Egitto per tutto l’inverno del 30 e la primavera del 29 prima dell'era Volgare (a.C.), risolto l’assetto politico in Oriente, Ottaviano fa ritorno a Roma e il 13, 14 e 15 agosto di quell'anno celebra tre magnifici trionfi delle vittorie riportate in Dalmazia, ad Azio ed in Egitto. Attuò donativi ai veterani ed ai poveri adoperando i tesori di Cleopatra. Quindi, alla fine dei tre giorni di feste, consacrò il tempio dedicato a Cesare. Come aveva già fatto Pompeo Magno, anche Augusto, in quell'occasione, aveva fatto coincidere il suo triplice trionfo con le feste celebrate a Roma in onore di Eracle, il 12 agosto in onore di Heracles Invictus ed il giorno successivo in onore di Heracles Victor, l'Eracle vincitore.

- Virgilio Marone inizia la stesura dell'"Eneide", che assegnerà antenati divini a Romolo e ad alcune "gens" Romane (Venere per la gens Julia, a cui apparteneva Giulio Cesare). Caio Giulio Cesare, che nacque il 13 luglio del 101 o il 12 luglio del 100 a.C. nella Suburra, un quartiere di Roma, dall'antica e nota famiglia patrizia della gens Iulia, annoverava tra gli antenati anche il primo e grande re romano, Romolo, che discendeva da Iulo (o Ascanio), figlio del principe troiano Enea, secondo il mito figlio a sua volta della dea Venere.

Roma antica con i nomi dei 7 colli
fino alle mura serviane del VI sec. a.C.,
l'espansione della Roma Repubblicana
e Imperiale fino alle mura aureliane del
III sec. d.C.
Nel 27 a.C. - Il 16 gennaio, Ottaviano, che da qui in avanti sarà chiamato Augusto, restituisce    formalmente nelle mani del senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la guerra contro Marco Antonio e riceve: il titolo di console da rinnovare annualmente; una potestas con maggiore auctoritas rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli), poiché aveva diritto di veto in tutto l'Impero, a sua volta non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro magistrato; l'imperium proconsolare decennale, rinnovatogli poi nel 19 a.C., sulle cosiddette province "imperiali" (compreso il controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo dell'esercito; il titolo di Augusto (su proposta di Lucio Munazio Planco), cioè "degno di venerazione e di onore", che sancisce la sua posizione sacra che si fondava sul consensus universorum di Senato e popolo romano; l'utilizzo del titolo di Princeps ("primo cittadino"); il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero. Questi poteri decretarono come le province fossero divise in senatorie, rette da magistrati eletti dal senato, e imperiali, rette da magistrati sottoposti al diretto controllo di Augusto; faceva eccezione l'Egitto, retto da un prefetto di rango equestre, munito di un imperium delegato da Augusto ad similitudinem proconsulis. L'imperium gli consentiva di assumere direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province "non pacatae" e di avere così costantemente a disposizione una forza militare a garanzia del suo potere, nel nesso inscindibile tra esercito e proprio comandante che era stato creato dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia più di un secolo. L'imperium gli garantiva, inoltre, la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo. Sotto il controllo del senato restarono le truppe di stanza nelle province senatoriali, le quali erano rette da un proconsole o propretore. Il senato stesso avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatus consultum limitando o revocando i poteri conferiti.

Il Pantheon visto dall'alto.
- Nello stesso anno inizia la costruzione del Pantheon, il tempio dedicato al culto di tutti gli dei (dal greco Pan= tutti e Theon=divinità) che sorge in piazza della rotonda, vicino a piazza Minerva. Concepito come Augusteum, ossia come luogo sacro dedicato al divinizzato imperatore Augusto, poi come Tempio di tutte le divinità protettrici della sua stirpe, fu fatto costruire dal genero dello stesso Augusto, il console Agrippa, nel 27 a.C.. Danneggiato nell’incendio di Roma dell’80 d.C., fu restaurato da Domiziano ed è giunto a noi quasi integro nella ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C. Quasi tutto quello che vi si può ammirare risale all'epoca romana. La cupola, tuttora la più grande mai realizzata in muratura, è costruita in un conglomerato particolarmente leggero formato da malta e da scaglie di travertino, sostituite man mano che si sale, da lapilli (pozzolana vulcanica) e pietra pomice. Alta 43,4 metri, dalla cupola la luce filtra attraverso l’oculus, l’apertura circolare con un diametro di 9 metri sulla sua sommità, illuminando l’intero edificio. In caso di pioggia, l’acqua che cade all'interno sparisce nei 22 fori quasi invisibili del pavimento, anche se nell'antichità probabilmente la pioggia veniva deviata dalle forti correnti ascensionali prodotte dalle torce accese all'interno. La massiccia porta di bronzo risale all'età romana, così come l'esterno, iscrizione compresa, del 27 a.C.. Il porticato all'interno è decorato da pregiati marmi policromi e presenta nella facciata 16 colonne monolitiche, alte ben 14 metri, di granito grigio e rosa dotate di capitelli corinzi in marmo e coronato da un frontone con timpano, originariamente decorato da un fregio di bronzo.
Il Pantheon all'interno.
Di bronzo era coperto anche il soffitto del porticato, ma tale rivestimento fu rimosso nel 1625 per volontà di Urbano VIII Barberini quindi utilizzato dal Bernini per realizzare il Baldacchino in San Pietro. L'interno presenta una pianta circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni e l'unica apertura è l'oculus al suo centro, che crea un effetto luminoso che esalta la grandiosità e l'armonia del monumento. Nel 609 il tempio fu donato dall'imperatore Foca a papa Bonifacio IV e fu trasformato in chiesa, dedicata a Santa Maria dei Martiri, cosa che favorì la sua ottima conservazione fino ai giorni nostri. Dopo il 1870, demoliti i due campaniletti laterali, le cosiddette “orecchie d’asino”, fatti realizzare da Urbano VIII al Bernini, il Pantheon venne trasformato nel sacrario dei re d’Italia, e accolse le spoglie di Vittorio Emanuele II, Umberto I e Margherita di Savoia, le cui tombe si affiancarono a quelle di Baldassarre Peruzzi e di Taddeo Zuccari. Inoltre vi è il sepolcro di Raffaello Sanzio, ad ornamento del quale si trova la famosa Madonna del Sasso realizzata da Lorenzetto nel 1520, commissionatagli dallo stesso Raffaello. Nelle cappelle dell'interno si trovano distribuite numerose opere d'arte.

Nel 23 a.C. - Anno con cui generalmente si intende l'inizio del principato di Augusto, in cui gli si conferisce la tribunicia potestas a vita (mentre secondo alcuni gli era già stata attribuita nel 28 a.C.), che diventa la vera base costituzionale del potere imperiale: comporta infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e tutto questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale. Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. Nello stesso anno l'imperium di cui già godeva divenne imperium proconsolare maius et infinitum, in modo da comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello Stato romano dipendevano ora da lui. Finisce così la Repubblica di Roma, dove il potere era condiviso fra:
tribuni della plebe e comizi curiati che eleggevano i consoli, per il popolo e il senato che decideva ogni altra cosa, a cui però i tribuni della plebe potevano opporre un veto, per gli ottimati (gli aristocratici). Ora tutto il potere era nelle mani di chi disponeva dell'autorità della forza militare. L'ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps (primo fra pari), permise di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia, ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, il ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall'imperatore per controllare l'attività degli organi repubblicani e per il governo delle province imperiali. Augusto, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare all'Italia e alle Province il sospirato benessere dopo oltre un decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle magistrature repubblicane, ne creò di nuove (come la figura del curator o quella del praefectus Urbis), ripristinò la carica magistratuale del censore, aumentò il numero dei pretori e promosse leggi che frenavano il diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità, emanando la lex Iulia de Maritandis Ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge). L'Alpe Summa, detta anche Turbia (la Turbie in francese), che sorge nell'odierno principato di Monaco, è un luogo che oltre all'intenso fascino paesaggistico, è contraddistinto da evidenti forze geomagnetiche, percepite da sempre e descritte anche nel racconto delle 12 fatiche di Ercole, quando il semidio ritorna dall'Hiberia con le mandrie di Gerione. Questo territorio d’eccezione dal punto di vista esoterico, fu eletto a sito della celebrazione di Augusto come imperatore di Roma, evocando ulteriormente la memoria di Heracle, oltre ai trionfi celebrati  il 12 agosto, giornata consacrata ad Heracles Invictus ed il giorno successivo, consacrato a Heracles Victor.
Il termine imperator è un titolo originariamente denso di significati religiosi e successivamente è stato conferito ai condottieri vittoriosi, poiché contiene in sé il riferimento all'imperium, un primato nell'ambito religioso, civile e militare. Il significato del termine imperatore, che deriva dal latino imperator, ha un'origine chiara: indica colui che vive un rapporto favorevole con gli dèi. Già in epoca regale la felicitas imperatoria indicava quel re che poteva vantare un tale rapporto favorevole (pius) con gli dèi. Questa relazione unica veniva stabilita il giorno dell'inauguratio, ovvero il giorno in cui gli àuguri verificavano tale condizione del re. Con Ottaviano, che creò la struttura ideologica del principato, a tale termine venne aggiunto anche quello di Augustus ovvero detentore dell'augus (lojas in indo-iranico), detentore cioè di quella forza che unica consente di adempiere alle funzioni sacrali rispetto agli dèi e quindi di rafforzare la stessa Roma. L'imperator, nella cultura profondamente religiosa quale fu quella romana, è ricco di felix, ovvero è possessore legittimo degli auspici e quindi votato alla vittoria purché sia  sempre  pius  cioè  collegato  correttamente con il mondo sacro degli dèi. Sempre con Ottaviano ha ingresso nella Religione romana la figura dell'imperatore. Esso diviene il "re divino", monarca universale per volere degli dèi, ricevendo, inoltre, il doppio titolo di sacer e sanctus. Le qualifiche religiose della figura imperiale ricalcano i modelli ellenistici a cui si aggiungono le peculiarità della religiosità romana, per le quali ad un beneficio ricevuto dal dio deve corrispondere sempre un atto di culto. L'imperatore è quindi sacro e per le sue virtù e per la sua condotta di vita è anche santo. Ma i due termini, sacer e sanctus, finiscono per sovrapporsi, così Gallieno e Alessandro Severo vengono indicati come sanctissimi, mentre Domiziano, Adriano e Antonino Pio vengono invece appellati come sacratissimi. L'Imperatore, nella sua qualità di Pontifex Maximus esercitava il supremo ruolo di sorvegliaza e governo sul culto religioso, presiedendo il collegio dei pontefici e gli altri collegi sacerdotali, nominando le Vestali, i Flamini ed il Rex sacrorum, regolando il calendario con la scelta dei giorni fasti e nefasti ed avendo il completo controllo sul rispetto del diritto romano, della cui interpretazione era custode. In tal senso poteva anche controllare la redazione degli annales pontificum, cioè delle cronache pubbliche, e della tabula dealbata, riportante la lista dei magistrati in carica. L'Imperatore stesso era oggetto di un culto imperiale, nel quale il genio del Principe diveniva oggetto di pratiche religiose, spesso affiancandosi nei templi ad altre forme divinizzate del potere imperiale dello Stato, come la dea Roma. Il culto del genius principis, sebbene spesso percepito nelle classi elevate come una forzatura della religione tradizionale, consentiva di rivolgere al sovrano cerimonie pubbliche di valenza religiosa senza per questo infrangere i principi che vietavano il culto di persone viventi. A questo si aggiungeva la possibilità di rivolgere poi un vero e proprio culto alla persona dell'Imperatore dopo la sua morte una volta che questi fosse pubblicamente divinizzato dal Senato con il riconoscimento della sua condizione di divus. Il complesso di tali pratiche durò sino all'anno 375, quando l'imperatore Graziano declinò l'onore del pontificato massimo perché incompatibile con la nuova religione cristiana, anche se Costantino I non rinunciò mai a tale potere. Tuttavia anche nel nuovo ambito cristiano l'Imperatore continuò a rivestire un ruolo preminente come vicario di Cristo  e  rappresentazione terrena dell'ordine celeste. Questo valse soprattutto per gli imperatori romani d'Oriente, che potevano, in qualità di vicari (rappresentanti) della divinità, manovrare patriarchi, papi e vescovi oltre ad emettere editti a carattere religioso e convocare concili. Ottaviano stesso inaugura l'epopea della Pax Romana, che vede l'impero come area di civiltà che si esprime nel diritto e al cui interno non vi sono conflitti, e ricorderà che si era ritrovato una Roma costruita di mattoni e la lascierà edificata di marmi.

Nel 17 a.C. - Con l'avvento del principato di Augusto inizia un lungo periodo di pace interna. Restavano da pacificare la Spagna e alcune zone della Gallia e l'imperatore portò a termine il compito con decisione, guidando alcune campagne personalmente e affidandone altre ad Agrippa. Da quel momento gli eserciti furono impegnati solo nell'allargare i confini dell'Impero. Per decreto del senato, nel 17 a.C. si celebra l'inizio di una nuova epoca, un nuovo saeculum di pace e si riprese la tradizione dei ludi saeculares, che durante la repubblica si erano tenuti ogni cent'anni. «...ripristinò alcune antiche tradizioni religiose che erano cadute in disuso, come l'augurio della Salute, la dignità del flamine diale, la cerimonia dei Lupercalia, i Ludi Saeculares e quelli Compitali. Vietò ai giovani imberbi di correre ai Lupercali e sia ai ragazzi, sia alle ragazze di partecipare alle rappresentazioni notturne dei Ludi Saeculares, senza essere accompagnati da un adulto della famiglia. Stabilì che i Lari Compitali fossero adornati di fiori due volte all'anno, in primavera ed estate.» (Svetonio, Augustus, 31).

Dal 16 a.C. - Roma tenta l'occupazione della Germania Magna. La tribù dei Sigambri, sotto il comando di un certo Melo (il cui fratello si chiamava Betorige, scritto da Strabone in Geografia, VII Germania, 1.4), insieme alle tribù alleate dei germani Usipeti e Tencteri, dopo aver battuto un esercito romano nelle loro terre ed averne catturato un certo numero di armati, impalano ben 20 centurioni (un terzo del numero complessivo di centurioni presenti in una legione), come se fosse "un giuramento o una speranza di vittoria" (Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC libri duo, 30, 23-25; Cassio Dione, Storia romana LIV, 20). Poco dopo invaderanno la vicina Gallia, saccheggiandone i territori e provocando il pronto intervento della cavalleria romana, mandata in soccorso alle guarnigioni del limes renano. L'esito però fu disastroso per i Romani, poiché, non solo la cavalleria fu sorpresa e distrutta in un agguato, ma cosa ben più grave, l'esercito accorrente del governatore della provincia, un certo Marco Lollio, fu battuto, mentre una delle sue legioni, la V Alaudae, perdeva l'Aquila, con grande disonore per le armate romane (Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo, 97; Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 23; Tacito, Annales, I, 10). Augusto stesso, in seguito a questi eventi, decise di partire per il fronte germanico, fermandosi in Gallia per due interi anni, per rendersi conto sul da farsi. È proprio nel corso di questi anni che Augusto programma per gli anni a venire l'occupazione della Germania Magna, portando così i confini imperiali (il limes) dal fiume Reno all'Elba.

L'Impero Romano da Ottaviano
Augusto, in arancione-ocra,
fino alla sua massima estensione
nel 117 d.C.
Nel 15 a.C. - Augusto sottomette i territori di Reti e Vindelici.

Nel 13 a.C. - Augusto invia in Gallia  uno dei suoi due figli adottivi, il generale Druso maggiore. Nel 13 a.C., dopo la morte di Marco Emilio Lepido (figlio), Augusto ne assume il titolo di Pontefice massimo  divenendo così anche il capo religioso di Roma. «[divenuto pontefice massimo] radunò tutte le profezie greche e latine che [...] erano tramandate tra il popolo, circa duemila, e le fece bruciare. Conservò solo i libri sibillini e, dopo un'attenta selezione, li pose in due armadi dorati ai piedi della statua di Apollo Palatino.» (Svetonio, Augustus, 31). «Ebbe il massimo rispetto per i culti stranieri, ma solo per quelli che erano stati consacrati dal tempo, tutti gli altri li disprezzò.
Ottaviano Augusto nell' Ara Pacis.
Così, ricevuta l'iniziazione ad Atene, quando in seguito a Roma, davanti al suo tribunale si trattò di una questione relativa al privilegio dei sacerdoti della Cerere Ateniese e si cominciò a svelare alcuni segreti, egli congedò il consiglio dei giudici e tutti gli assistenti e da solo seguì il dibattito. Al contrario, quando visitò l'Egitto si guardò bene dal fare la minima deviazione per andare a vedere il bue Api, e lodò vivamente suo nipote Gaio perché, attraversando la Giudea non era andato ad offrire sacrifici a Gerusalemme.» (Svetonio, Augusto, 93)

Nel 12/11 a.C. - Il generale Druso avanza in territorio germano, battendo i Sigambri e molte delle popolazioni germaniche loro alleate come: Usipeti e Tencteri. È proprio ad una di queste campagne che fanno cenno Floro e Cassio Dione Cocceiano, ricordando un episodio di questa guerra, quando  CherusciSuebi e Sigambri, dopo aver accerchiato Druso nelle fitte foreste della Germania (di ritorno dalla campagna dell'11 a.C.), ormai sicuri del successo, pensavano già a come spartirsi il bottino. La battaglia però volse, alla fine, a favore dei Romani che fecero dei barbari, dei loro cavalli ed armenti, bottino da vendere al mercato degli schiavi (Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC libri duo, 30, 23-25; Cassio Dione, Storia romana LIV, 33). A partire dalle campagne di Druso, la popolazione dei Sigambri cominciò a fornire truppe ausiliarie all'interno dell'esercito romano

Nel 9 a.C. - Per celebrare il nuovo saeculum di pace decretato dal senato nel 17 a.C., è costruito nel Campo Marzio un grande altare alla Pace di Augusto, l'Ara Pacis Augustae. Intanto le tribù germaniche migravano facilmente, si scomponevano e ricomponevano assumendo nomi nuovi, o scomparivano in lotte fra loro. I Suebi, potente confederazione di tribù, cominciarono all'inizio del I secolo a lasciare le loro sedi a oriente dell'Elba, ove rimase la tribù sueba dei Semnoni, e occuparono la regione fra l'Elba, il Meno e la Selva Ercinia. I Marcomanni (uomini della marca) erano Suebi che, valicato il Meno, avevano preso possesso del paese fra il Reno e il Danubio superiore, sgombrato dagli Elvezi, che divenne così una marca di confine sueba. Fra il 9 a.C. e il 2 a.C. essi, guidati dal re Maroboduo, passarono nella Boemia, sgombrata dai Galli Boi, e vi fondarono un potente regno, che, dopo aver dominato su molte delle circostanti tribù germaniche, si sfasciò presto in seguito alle lotte coi Cherusci.

Nell' 8 a.C. - Si emana la Lex Iulia maiestatis, con cui per la prima volta viene punita l'offesa alla "maestà" dell'imperatore, in seguito foriera di conseguenze negative per tutto il periodo successivo, soprattutto per i futuri cristiani. Nell' 8 a.C., una volta occupati tutti i territori delle popolazioni germaniche compresi tra i fiumi Reno e Weser, i Sigambri si dimostrarono i più restii a sottomettersi al giogo romano, anche dopo essere stati battuti pesantemente nel corso delle campagne di Tiberio dell'8-7 a.C. insieme ai vicini Suebi, oltre ad essere stati deportati, in parte, in Gallia (Svetonio, Vite dei CesariAugusto, 21, Tacito, Annales XII, 39, R.Syme, L'aristocrazia Augustea, trad.it., Milano 1993, p.477). Per questi motivi Augusto, una volta ricevutane una loro ambasceria (da parte del loro re Melo), decise con l'inganno di mandare tutti i loro membri in esilio in alcune città della Gallia (nell'8 a.C.). I Sigambri, però, mal sopportando questa situazione di prigionia, si diedero la morte volontariamente, covando un profondo sentimento di rancore verso i Romani.

Immagine del Mandylion,
considerata la prima icona
di Gesù, da http://www
.internetica.it/Maestro.htm
Nel 7 a.C. - Presumibile anno di nascita di colui che i cristiani chiamano  Gesù Cristo, il cui nome ebraico dovrebbe essere stato Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe. Per il post "Gesù Cristo nel suo contesto storico" clicca QUI.

Nel 2 a.C. - Inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto, in cui è conferito ad Augusto il titolo onorifico di "Padre della patria". «Molti abusi, particolarmente deprecabili e pericolosi per l'ordine pubblico, sussistevano ancora, o perché divenuti abitudine in seguito ai disordini delle guerre civili, o perché si erano introdotti durante la pace. Così un gran numero di briganti si mostrava in pubblico con un pugnale alla cintura, con il pretesto di difendersi; nella campagna si sequestravano i viaggiatori e si tenevano prigionieri, senza fare distinzione fra liberi e schiavi, nelle celle dei proprietari; si formavano, sotto il titolo di nuovi collegi, moltissime associazioni pronte a compiere insieme ogni sorta di azione criminosa. Augusto represse il brigantaggio collocando posti di guardia nei luoghi opportuni, fece ispezionare tutte le celle e disciolse tutte le associazioni, ad eccezione di quelle legittime e antiche. Fece bruciare le liste dei vecchi debitori dell'erario, fonte principale delle accuse calunniose; in Roma aggiudicò ai proprietari del momento i terreni che, con un diritto discutibile, lo Stato riteneva suoi; soppresse i nomi di coloro che erano perennemente tenuti nella condizione di accusati e dei quali nessuno si lamentava se non i loro nemici con un certo qual sadismo; pose inoltre questa condizione, che se qualcuno avesse voluto nuovamente perseguitare uno di costoro, andasse incontro al rischio di subire la stessa pena. Per fare in modo che nessun delitto restasse impunito e che nessun affare venisse archiviato a furia di ritardi, accordò agli atti forensi più di trenta giorni, che erano consacrati ai giochi onorari. Alle tre decurie di giudici ne aggiunse una quarta, di censo inferiore, chiamata «dei ducenari», con il compito di giudicare intorno a somme inferiori. Mise a ruolo i giudici a trent'anni, vale a dire cinque anni prima del solito. Ma poiché la maggior parte dei cittadini cercava di sottrarsi alle funzioni giudiziarie, concesse che ciascuna decuria, a turno, facesse vacanza per un anno e permise che, contrariamente all'usanza, si interrompessero i lavori in novembre e in dicembre.» (Svetonio, Augusto, 32). Considerando importante conservare la purezza della razza romana, evitando potesse mescolarsi con sangue straniero e servile, Augusto fu molto restio nel concedere la cittadinanza romana, ponendo anche precise regole riguardo all'affrancamento. E così degli schiavi, una volta tenuti lontani dalla libertà parziale o totale, stabilì il loro numero, la condizione e la divisione in differenti categorie, in modo da stabilire chi potesse essere affrancato.
Denario di Augusto imperatore, da:
https://upload.wikimedia.org/wik
ipedia/commons/c/cc/Augustus
-Denar.JPG
Riorganizzò e ripulì l'ordine senatorio di quegli elementi giudicati deformi et incondita turba. Ne ridusse poi il numero alla cifra di un tempo, pari a 600, e gli restituì la sua antica dignità attraverso due selezioni: la prima era generata dai senatori stessi, in quanto ognuno sceglieva un collega; la seconda era operata dallo stesso princeps e dal fedele Marco Vipsanio Agrippa. Elevò poi il censo senatoriale, portandolo da ottocentomila a un milione e duecentomila sesterzi e diede la differenza ai senatori che non ne avevano abbastanza.  Augusto fece di Roma una monumentale città di marmo e istituì: due curatores aedium sacrarum et operum locorumque publicorum per preservare i templi e gli edifici pubblici; aumentò l'approvvigionamento idrico con la costruzione di due nuovi acquedotti e creando un corpo di tre curatores aquarum per l'approvvigionamento idrico; la divise in regiones per meglio amministrarla oltre a istituire cinque curatores riparum et alvei Tiberis, per proteggere Roma da eventuali inondazioni; curò personalmente gli approvvigionamenti di cibo necessari alla popolazione della capitale, con la creazione del praefectus annonae e di due praefecti frumenti dandi (di rango senatorio) per somministrare i sussidi. Incrementò, infine, il livello di sicurezza cittadina ponendo a salvaguardia dell'Urbe tre nuove prefetture: la praefectura vigilum per far fronte agli incendi di Roma; la praefectura Urbi al fine di mantenere l'ordine pubblico; la Guardia pretoriana, quale guardia personale del princeps.

Nel 4/5 d.C. Tiberio, figlio adottivo dell'imperatore Augusto, completa la  conquista  della  parte  settentrionale della Germania e doma gli ultimi focolai di una rivolta dei Cherusci. I territori compresi tra i fiumi Reno ed Elba apparivano ai Romani come una vera e propria provincia, dopo una conquista durata quasi un ventennio.

Le 11 regioni italiche istituite
dall'imperatore Augusto.
Nel 6 d.C. - Nell'ambito di una riorganizzazione amministrativa dell'Impero Romano, Ottaviano Augusto unifica i territori della penisola italica, assorbendo la Provincia della Gallia Cisalpina, sotto l'amministrazione diretta di Roma, e li suddivide in 11 Regio (Regioni).

Nel 9 - Si combatte la battaglia della Foresta di Teutoburgoclades Variana (la disfatta di Varo) per gli storici romani, tra l'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, ufficiale delle truppe ausiliarie di Varo, ma segretamente anche capo dei Cherusci.
Ubicazione della foresta di
Teutoburgo, da: https://upload.
wikimedia.org/wikipedia/comm
ons/b/b3/Germania_7-9_Varo.jpg
La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese, nella Bassa Sassonia, e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai Romani: tre intere legioni (composte di 5/6.000 armati ciascuna), la XVII, la XVIII e la XIX, furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria (di circa 600 uomini ciascuna) e 3 ali di cavalleria ausiliaria (di circa 500 armati l'una). Per riscattare l'onore dell'esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni.

Nel 14 - A proposito della morte di Augusto: «L'ultimo giorno della sua vita, informandosi a più riprese se il suo stato provocava già animazione nella città, chiese uno specchio, si fece accomodare i capelli, rassodare le gote cascanti e, chiamati i suoi amici, domandò se sembrava loro che avesse ben recitato fino in fondo la farsa della vita, poi aggiunse anche la conclusione tradizionale: «Se il divertimento vi è piaciuto, offritegli il vostro applauso e tutti insieme manifestate la vostra gioia.» Poi li congedò tutti quanti e mentre interrogava alcune persone venute da Roma sulla malattia della figlia di Druso, improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendo: «Livia, fin che vivi ricordati della nostra unione. Addio!» Ebbe così una morte dolce, come aveva sempre desiderato. Infatti, quasi sempre quando gli si annunciava che la tale persona era morta rapidamente e senza soffrire, chiedeva agli dei per sé e per i suoi una simile «eutanasia» ( questo è il termine di cui era solito servirsi ). Prima di rendere l'anima mostrò soltanto un segno di delirio mentale, quando colto da un improvviso sudore, si lamentò di essere trascinato da quaranta giovani. Ma fu piuttosto un presagio che un effetto di delirio, perché proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono sulla piazza pubblica.» (Svetonio, Augusto, 99). Tiberio succederà ad Ottaviano Augusto alla guida dell'impero Romano.

Nel 26 - Cornelio Tacito scrive dei Sigambri a proposito della guerra contro i Traci del 26, condotta da un certo Gaio Poppeo Sabino (console del 9). Sembra che in quella circostanza una loro coorte ausiliaria prese parte alla guerra dell'area balcanica (Tacito, Annales IV, 47), dopodicché i Sigambri non sono più menzionati. Ciò potrebbe significare che si fusero nella federazione di genti germaniche dei Franchi, costituitasi a ridosso del limes della Germania inferiore al principio del III secolo d.C.. A partire dalle campagne di Druso, (Nerone Claudio Druso, 39 - 9 a.C., conosciuto come Druso maggiore, militare e politico romano appartenente alla dinastia giulio-claudia in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla) la popolazione dei Sigambri aveva cominciato a fornire truppe ausiliarie all'interno dell'esercito romano. Sono citate le seguenti unità: I Claudia Sugambrorum tironum veterana, che fu prima in Mesia sotto Vespasiano (nel 77), poi in Mesia inferiore sotto Domiziano (nel 91), Nerva (nel 96-98) ed ancora sotto Antonino Pio nel 139 e nel 145. La troviamo in Siria nel 157; della II e III Sugambrorum se ne ipotizza l'esistenza in base alla presenza della IV; la IV Sugambrorum si trovava in Mauretania Caesariensis sotto Traiano nel 108. Il termine Sigambro rimase per indicare un guerriero valoroso. Secondo la tradizione il vescovo Remigio di Reims, nel battezzare Clodoveo I usò la seguente formula: "Fiero Sigambro, brucia ciò che hai adorato e adora ciò che hai bruciato!". Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "I Franchi Sicambri erano gli antenati dei  Merovingi che discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino"

Nel 33 - A Gerusalemme viene crocifisso Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe.

Nel 35 - In un’antica cronaca, attribuita a Flavio Lucio Destro, senatore romano e prefetto del pretorio dell’Impero Romano d’Occidente, morto nella prima metà del V secolo, troviamo una notizia importante: “Gli ebrei di Gerusalemme, scagliatisi con violenza contro i beati Lazzaro, Maddalena, Marta, Marcella, Massimo, il nobile Giuseppe d’Arimatea e numerosi altri, li caricano su di una nave senza remi, né vele, né timone e li mandano in esilio. Ed essi guidati, attraverso il mare da una forza divina, raggiungono incolumi il porto di Marsiglia”. Anche il vescovo Equilino racconta lo stesso episodio che ancora oggi è molto noto nella Provenza in Francia.
Giotto - Barca con i santi che
giunge in Francia.
La tradizione medioevale sintetizzata nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine o Varazze, che fu arcivescovo di Genova (dove Legenda è un latinismo che sta per Testo che deve essere letto nel giorno della ricorrenza festiva), vuole che Pietro abbia affidato la Maddalena a Massimino, uno dei 72 discepoli di cui ci parla il vangelo di Luca. Massimino, la Maddalena, suo fratello Lazzaro, sua sorella Marta, la serva di Marta Martilla e Cedonio, cieco dalla nascita guarito dal Signore, catturati dagli infedeli sarebbero stati abbandonati su di una nave per farli morire, ma miracolosamente la nave sarebbe giunta a Marsiglia, in Francia. Nel 1.601, il cardinale Cesare Baronio, eminente bibliotecario del Vaticano, nei suoi "Annales Ecclesiasticae" afferma che Giuseppe di Arimatea si recò per la prima volta a Marsiglia nel 35 e di lì fu poi mandato a predicare in Inghilterra.

Gesù e Maria
Maddalena da:
http://www.prieure-de-
sion.com/1/sang_real
_1014525.html
- In un libro del 1977, "Jesus died in Kashmir: Jesus, Moses and the ten lost tribes of Israel", Andreas Faber-Kaiser esaminò la leggenda secondo cui Gesù incontrò una donna del Kashmir, la sposò ed ebbe da lei diversi figli. L'autore intervistò anche il fu Basharat Saleem il quale dichiarava di essere un discendente kashmiro di Gesù. In effetti, fra i documenti in possesso del Priorato di Sion prima degli incendi della II guerra mondiale, risultava che un figlio di Gesù e Maria Maddalena, Yeshuah-Joseph Yuz Asaf, Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, era nato nel 33 in Giudea e morto nel 120 in Srinagar, Cachemire, da: http://www.prieure-de-sion.com/1/genealogia
_di_gesu_e_di_maria_1089786.html. Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln svilupparono e resero popolare l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena affluì nella dinastia Merovingia nel loro controverso saggio del 1982 "Il santo Graal". Nel suo libro del 1992 "Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls: Unlocking the Secrets of His Life Story", anche Barbara Thiering sviluppò l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena, basando le sue conclusioni storiche sull'applicazione della cosiddetta tecnica Pescher al Nuovo Testamento. Nel suo libro del 1993 "The Woman with the Alabaster Jar: Mary Magdalen and the Holy Grail", Margaret Starbird sviluppò l'ipotesi che Santa Sara fosse la figlia di Gesù e Maria Maddalena e che questa fosse la fonte della leggenda associata con il culto a Saintes-Maries-de-la-Mer dove, secondo una tradizione riportata dalla Legenda Aurea, Maria Maddalena sarebbe sbarcata dopo avere lasciato la Palestina. Ella dichiarò anche che il nome "Sara" significa "Principessa" in ebraico, rendendola così la figlia dimenticata del "sang réal", il sangue reale del Re dei Giudei. Nel suo libro del 1996 "Bloodline of the Holy Grail: The Hidden Lineage of Jesus Revealed", Laurence Gardner presentò gli alberi genealogici di Gesù e Maria Maddalena come gli antenati di tutte le famiglie reali europee dell'Era volgare. Da http://www.angolohermes.com/Approfondimenti/Graal/Arimatea.html: L'analisi delle testimonianze porta Gardner a delineare la tesi che Gesù e Maria Maddalena ebbero tre figli: una primogenita femmina, che chiamarono Tamar, e due maschi: Joshua, ossia Gesù, detto "il Giusto" (chiamato Gais nei romanzi del Graal), il maggiore, e Josephes, il minore. Dopo la Crocifissione, la Maddalena e Giuseppe d'Arimatea lasciarono la Palestina e si imbarcarono diretti in Francia, dove l'apostolo Filippo era stato mandato ad annunciare la parola di Dio. Fu così che mentre Maria Maddalena rimase in Francia con Tamar e Josephes, Giuseppe portò con sé il piccolo Gesù Giusto in Britannia, e quindi le leggende su Gesù adolescente che giunge in Inghilterra al seguito di Giuseppe di Arimatea hanno un plausibile fondamento. Vedi anche "Il Sangraal o sangue reale, Maria Maddalena moglie di Gesù e loro figlia, Sara la Nera" cliccando QUI

Campagne romane
in Britannia.
Nel 43 - Romani invadono l'isola Britannica. La conquista romana della Britannia iniziò sistematicamente dal 43 d.C.,  per volere dell'imperatore Claudio. Tuttavia, l'attività militare romana era iniziata nelle isole britanniche già nel secolo precedente, quando nel 55 e nel 54 a.C. l'esercito di Gaio Giulio Cesare mosse dalla Gallia, dov'era impegnato nella sottomissione di queste regioni, alla volta della Britannia. Di fatto, queste operazioni militari non portarono a nessuna conquista territoriale, creando però una serie di clientele che avrebbe portato la regione, specie il sud dell'isola, nella sfera d'influenza economica e culturale di Roma. Da qui scaturirono quei rapporti commerciali e diplomatici che apriranno la strada alla conquista romana della Britannia. Il grosso delle truppe romane sarebbe salpato da Boulogne e sbarcato a Rutupiae (sulla costa orientale del Kent). Secondo Svetonio il resto delle truppe, sotto la guida dell'imperatore Claudio, salparono da Boulogne. La resistenza britannica fu guidata da Togodumno e Carataco, figli del re catuvellauno Cunobelino. Un consistente esercito britannico diede battaglia alle legioni romane vicino a Rochester, sul fiume Medway. La battaglia infuriò per due giorni e visto il ruolo decisivo da lui svolto, Osidio Geta fu insignito degli ornamenta triumphalia. I Britanni furono incalzati oltre il Tamigi dai Romani che inflissero loro gravi perdite. Togodumno morì poco dopo. In breve, i Romani dilagarono e conquistarono il sud-est dell'isola, ponendo la capitale a Camulodunum. Claudio tornò a Roma per celebrare la vittoria ed ottenere il titolo di Britannicus. Carataco scappò a ovest per continuare da lì la resistenza. Vespasiano marciò ad ovest, sottomettendo le tribù almeno fino all'Exeter, probabilmente raggiungendo Bodmin. Svetonio racconta infatti che Vespasiano sottomise l'isola di Wight (Vette) e penetrò fino ai confini del Somerset, in Inghilterra: «[...] [Vespasiano] venne trenta volte a battaglia con il nemico. Agli ordini prima di Aulo Plauzio e poi dello stesso Claudio, costrinse alla resa due fortissime tribù e più di venti oppida, conquistando l'isola di Vette, vicina alla costa della Britannia.» (Svetonio, Vita di Vespasiano 4).
Le popolazioni Germaniche nel 50,
con Claudio imperatore.
Nel I secolo gran parte del territorio boemo è teatro delle invasioni barbariche da parte di tribù di germani (probabilmente Suebi e nello specifico le tribù dei Marcomanni) che ne conquistano la parte occidentale e di Slavi. Alcuni storici di epoca romana fanno un chiaro riferimento a questa regione riferendosi ad essa con il nome di Boiohaemum (ovvero la terra dei Boi). Ciò induce le popolazioni dei celti, i Galli Boi, a spostarsi per la maggior parte verso ovest, nei territori della moderna Svizzera e nel sud-est della Gallia, mentre alcuni si spingono a sud fino a conquistare Bononia, l'antica Félsina etrusca (Bologna).

Pietro e Paolo.
Nel 50 - Primo concilio dei Cristiani a Gerusalemme. Il cristianesimo delle origini si presenta con il duplice aspetto di Giudeo-cristianesimo ed Etno-cristianesimo (o Cristianesimo dei Gentili, non Ebrei), come si desume dai racconti degli Atti di Luca e da alcune lettere di Paolo (come la Lettera ai Galati e le lettere ai Corinzi). Tuttavia mostra che le due anime convivono senza alcuna scissione e di avere raggiunta una formula di concordia con il Primo Concilio di Gerusalemme (Atti 15). I cristiani assunsero dal Giudaismo le sue Sacre scritture tradotte in greco ellenistico e lette non nella maniera degli ebrei (anche a causa della prevalente origine greco-romana della maggioranza dei primi adepti), dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un messia o cristo, le forme del culto (incluso il sacerdozio), i concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere modellato secondo il modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni. Forse il Cristianesimo inteso come religione distinta da quella ebraica lo possiamo individuare a partire dalla seconda metà del II secolo, dove i cristiani, che credono negli insegnamenti di Gesù, sono quasi soltanto i non ebrei. Nel concilio di Gerusalemme, fra la Chiesa di Gerusalemme e Paolo di Tarso si giunse all'accordo ufficiale sulla ripartizione delle missioni: i gerosolimitani (i seguaci di Giacomo il Minore "fratello del Signore") e Pietro per i giudeo-cristiani circoncisi e Paolo per i gentili (non ebrei) provenienti dal paganesimo. Il Concilio viene presieduto da Giacomo il Minore e da Pietro, quest'ultimo dopo un'accesa disputa tra le diverse fazioni, una che avrebbe voluto imporre la legge mosaica ai pagani convertiti e l'altra che considerava questa proposta iniqua e richiamò così tutto il collegio a rispettare la volontà di Dio, chiaramente manifestatasi in occasione della sua visita a Cornelio, dove lo Spirito Santo era disceso anche sui pagani non facendo «alcuna distinzione di persone». Dopo Pietro intervennero Paolo e Barnaba, i più attivi evangelizzatori dei Gentili (i non circoncisi). Infine prese la parola anche Giacomo il Minore, capo della Chiesa di Gerusalemme (probabilmente, in un primo tempo, il leader di quanti volevano imporre la legge mosaica, come traspare anche nella lettera di S. Paolo ai Galati) che, richiamandosi a Pietro, aggiunse la proposta di una soluzione di compromesso che prevedeva la prescrizione ai pagani convertiti di pochi divieti tra cui l'astensione dal nutrirsi di cibi immondi e dalla fornicazione. Gli Atti degli Apostoli e la Lettera ai Galati presentano, da due punti di vista diversi, il primo problema dottrinale del cristianesimo nascente. Quando Pietro ritornò da Ioppe a Gerusalemme, venne contestato dai Cristiani “circoncisi” (Atti 11:1-3) per il fatto di essere entrato in casa di pagani incirconcisi, e questo dimostra il persistere della diffidenza nei confronti degli esterni al mondo giudaico; pur tuttavia questi si rallegrarono quando egli spiegò loro che quelli avevano ricevuto la stessa Grazia e la stessa benedizione. Paolo di Tarso riferisce (Lettera ai Galati, 2) di un episodio avvenuto ad Antiochia nel corso di una visita di Pietro che, mentre prima manifestava comunione con i credenti gentili, appena arrivarono da Gerusalemme quelli provenienti da Giacomo, si intimorì e se ne stette in disparte provocando infine la dura reazione di Paolo. Nello stesso capitolo Paolo definisce Pietro apostolo dei circoncisi e se stesso quello degli incirconcisi, intendendo con ciò una vocazione più etnica che religiosa. Questo «scontro» tra Pietro e Paolo manifesta una dialettica interna alla Chiesa nascente, che andava necessariamente chiarita. Il concilio di Gerusalemme evidenzia chiaramente che tutta la problematica non nasceva da posizioni preconcette degli apostoli (che pur c'erano), ma era frutto del massiccio ingresso di Farisei convertiti nella comunità paleocristiana di Gerusalemme (Atti 15:5). La formula di concordia del concilio di Gerusalemme di Atti 15 dimostra, comunque, che il problema venne superato solo in parte, perché di fatto una divisione rimase e ne troviamo traccia nella maggior parte delle Lettere di San Paolo, nelle quali risalta la sua continua lotta contro le problematiche create nelle Chiese dai Cristiani Ebrei che volevano salvaguardare la Legge ebraica. Agli inizi dell'era cristiana, a Roma si assistette alla conversione al giudaismo di parecchi romani, soprattutto donne, poiché la pratica della circoncisione scoraggiava le adesioni maschili. Successivamente, la Chiesa post apostolica lentamente si organizzò attorno ai cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

Nel 58 - Il cristianesimo compare nell'Illirico. San Paolo è segnalato predicare in Dyrrachium, odierna Durrës, in Albania centrale. Una diocesi fu fondata nel 58 d.C. Le diocesi successive sono state fondate inoltre a Apolonia, Buthrotum (oggi Butrint, nella punta del sud dell'Albania) e a Scodra (oggi Shkodër). 

Nel 63 - Roma, prime persecuzioni contro i cristiani. I primi cristiani erano spinti a ricercare un rapporto individuale con una divinità individualizzata a sua volta. Il carattere di divinità per gruppi o popolazioni, comunemente usato nell'antichità (Atena per Atene, Venere per la corporazione dei mercanti Italici del Sannio, ecc.) lascia il posto alla ricerca individuale di una divinità che salvi l'individuo nell'aldilà. E' una tensione molto forte, che troviamo anche nel Mitraismo, che ha somiglianze con il cristianesimo, e nell'adorazione del "Sol Invictus", la cui festività era il 25 dicembre. E' di questi tempi la raffigurazione di "Gesù Sol Invictus" che vede un giovane Gesù, raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare con 4 cavalli (Helios), oppure l'Iside che allatta Horus identica a quella che poi verrà chiamata Nostra Signora Madre di Gesù. Sono tempi che vengono avvertiti come gli ultimi prima di un evento che sovvertirà il mondo. In questo contesto il martirio è considerato il metodo più sicuro per salvare la propria anima nell'aldilà. Ma questa presa di coscienza individuale, di una divinità che si è incarnata e che con un martirio individuale permette la salvezza a tutti gli individui, non deve far pensare che non fosse presente un senso di società cristiana.
Il limes nel sud-est nell'80, in rosa gli
stanziamenti delle legioni romane. Il
nome Palestina apparirà nel 136 con
Adriano imperatore, dopo la terza
guerra giudaica.
La comunità cristiana era ordinata, coesa, con propri vescovi e con liturgie comunitarie, ma il rapporto con il divino non era mediato da altri che se stessi. Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteva impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, così l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato. Nei tribunali le immagini dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nel 730, Leone III Isaurico scatenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia, che provocherà la distruzione delle immagini sacre.

Giuseppe d'Arimatea.
- Considerando le antiche cronache e incrociando le varie testimonianze, il 63 è il probabile anno in cui Giuseppe d'Arimatea e Yeshuah-Joseph Yuz Asaf, Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, (da http://www.prieure-de-sion.com/1/genealogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html) figlio di Gesù e Maria Maddalena, sbarcano in Britannia. Gildas III (516-570), cronista delle origini, affermava nel suo "De Excidio Britanniae" che i primi precetti della cristianità vennero portati in Gran Bretagna durante gli ultimi giorni dell'imperatore Tiberio Cesare. Tiberio morì nell'anno 37 e questa data è compatibile con quanto affermò, nel 1601, il cardinale Cesare Baronio, eminente bibliotecario del Vaticano, che nei suoi "Annales Ecclesiasticae" affermò che Giuseppe di Arimatea si recò per la prima volta a Marsiglia nel 35 e di lì fu poi mandato a predicare in Inghilterra.

Arco di Tito, trafugamento di
Menorah e tesoro di Gerusalemme.
Nel 70 - Dopo varie rivolte in Giudea, dove il potere di Roma era stato richiesto dai giudei stessi per sedare dissidi interni, Tito distrugge il secondo Tempio di Gerusalemme portandone il tesoro, detto "di Salomone", a Roma. Inizia la diaspora del popolo Ebraico. Per le guerre giudaiche, vedi il post "Cronologia degli Ebrei: Sadducei, Farisei, Esseni, Zeloti e Sicarii, Gnostici e Cristiani"  QUI.

Carta del limes germanico-dacico
dell'Impero Romano nell' 80.
 In rosa gli stanziamenti delle legioni.
Dall' 83 - Iniziano le Campagne germaniche dell'imperatore Domiziano, consistenti in azioni di guerra, condotte negli anni 83 - 84/85 circa, contro le popolazioni germaniche di Catti, Mattiaci, Vangioni, Triboci e Nemeti. L'occupazione successiva dei territori compresi tra i fiumi Reno e Danubio, diede inizio alla costruzione del sistema difensivo del limes germanico-retico, terminata solo durante il principato di Antonino Pio. Per questi successi l'imperatore Domiziano si meritò il titolo di Germanicus alla fine dell'83. L'impero dei Flavi era cominciato quasi un quindicennio prima con Vespasiano. A questi era succeduto il figlio maggiore Tito, morto prematuramente nell'81, e poi il fratello minore, Domiziano.
Carta del limes (confine) germanico
-retico nel 90, sotto Domiziano.
Con la fine dell'82 Domiziano, dopo l'ennesimo attacco da parte della popolazione germanica dei Catti, che poco tempo prima avevano invaso i territori della Gallia, decise che era giunto il momento di occupare l'area germanica denominata Agri decumates, racchiusa tra i due principali fiumi che costituivano il limes settentrionale dell'impero romano: Danubio e Reno. La campagna prese le mosse dal quartier generale di Mogontiacum dove era concentrato il grosso dell'esercito. L'obiettivo principale era la vicina tribù dei Catti a nord dei monti del Taunus. 
Carta del limes dell'Impero Romano
a nord-ovest nell' 80. In rosa gli
stanziamenti delle legioni.
I Catti furono battuti ripetutamente come ci racconta Frontino: «L'imperatore Cesare Augusto Germanico, quando i Catti scappando ripetutamente nelle foreste si sottraevano allo scontro tra cavallerie, ordinò ai suoi cavalieri, che una volta raggiunti i loro carriaggi, smontassero e combattessero a piedi. Con questo accorgimento ottenne che nessuna difficoltà di terreno compromettesse la sua vittoria. » (Frontino, Stratagemata, II, 3, 23.). Le armate romane poterono così penetrare ed occupare il territorio germanico per circa 75 chilometri a nord est di Mogontiacum (limitibus per centum viginti milia passuum actis), includendo ora il popolo alleato dei Mattiaci. Domiziano al termine delle operazioni militari (giugno/agosto dell'83), ricevette il titolo vittorioso di Germanicus e la sua quarta acclamazione ad Imperator. I due anni successivi furono dedicati alla costruzione di tutta una serie di fortini e strade militari nel Wetterau e Taunus, cominciando a creare il primo tratto fortificato del limes germanico-retico e congiungendo il fiume Lahn al fiume Meno.
Carta del limes dell'Impero Romano
nell'ovest del Mediterraneo nell' 80.
In rosa gli stanziamenti delle legioni.
Sappiamo che attorno all'88, il re dei Cherusci, Chariomero, venne cacciato dal suo regno dai Catti, poiché si era dimostrato amico ed alleato dei Romani. Nel corso della rivolta dell'allora governatore della Germania superiore, Lucio Antonio Saturnino, i Catti ne approfittarono per attaccare il tratto di limes appena costituito, ma furono ancora una volta battuti e respinti. L'occupazione degli Agri Decumates, iniziata per la verità dal padre di Domiziano, Vespasiano (con le campagne del legato della Germania Superiore, Gneo Pinario Cornelio Clemente nel 73/74 per le quali ottenne gli ornamenta triumphalia) permise la creazione di una prima linea di fortificazioni artificiali nel Taunus-Wetterau, a cui se ne sarebbero aggiunte altre fino ad Antonino Pio, per un totale di 550 km. Traiano continuò la penetrazione romana nell'area sia come governatore della Germania superiore (attorno agli anni 92-96), sia come imperatore (tra il 98 ed il 100) con l'avanzamento oltre il fiume Reno verso est, fino al cosiddetto limes di Odenwald, tratto di frontiera che collegava il fiume Meno presso Wörth, con il medio Neckar a Bad Wimpfen. Il successore Adriano, contribuì all'avanzamento lungo il cosiddetto limes dell'Alb (nei pressi di Stoccarda).
Carta del limes dell'Impero Romano
nell'est del Mediterraneo nell' 80.
In rosa gli stanziamenti delle legioni.
Gli Agri Decumates o Decumates Agri furono una regione della provincia romana della Germania superior, comprendente l'area della Foresta Nera tra il fiume Meno, le sorgenti del Danubio e il corso del Reno superiore fra il lago di Costanza e la sua confluenza col Meno, e corrispondente all'odierna Germania sud-occidentale (Wurttemberg, Baden e Hohenzollern). A sud-est i Decumates confinavano con la Rezia, provincia importante dal punto di vista militare. L'unica testimonianza antica del nome Agri Decumates proviene dal "De origine et situ Germanorum" di Tacito. Il significato della parola "decumates" è andato perduto ed è oggetto di contesa. Secondo lo storico britannico Michael Grant si riferiva probabilmente all'antico termine celtico indicante la suddivisione politica dell'area in "dieci cantoni". Secondo Tacito la regione era originariamente abitata dalla tribù celtica degli Elvezi ma ben presto, probabilmente sotto Ariovisto, vi si stabilirono i germanici Suebi (o Svevi), prima di emigrare, attorno al 9 a.C., nella moderna Boemia.
Legenda dei numeri delle
legioni e i siti di stanziamento.
L'area venne colonizzata sotto la dinastia flavia (69-96); la costruzione durante questo periodo di una rete di strade facilitò la comunicazione tra le legioni e migliorò la protezione contro le tribù di invasori. Lungo il percorso passante per Rheinbrohl - Arnsburg - Inheiden - Schierenhof - Gunzenhausen - Pförring furono costruite delle fortificazioni di frontiera (limes). I più importanti insediamenti romani erano Sumelocenna, Civitas Aurelia Aquensis, Lopodunum e Arae Flaviae, le odierne Rottenburg am Neckar, Baden-Baden, Ladenburg e Rottweil.

Carta delle migrazioni del III
secolo con indicati gli Agri
Decumates, Germania superiore
e Germania inferiore.
Dall' 85 - La Germania superiore (Germania superior) fu organizzata in provincia imperiale romana tra l'85 ed il 90 d.C., comprendendo vasti territori che erano appartenuti in precedenza alla Gallia Lugdunensis. Nella provincia venne incluso anche il territorio occupato dagli Elvezi e quella regione di confine racchiusa tra l'alto corso del Reno e l'alto corso del Danubio, ovvero la regione degli Agri Decumates.
- La Germania inferiore (Germania inferior) era il nome della provincia romana situata sulla riva occidentale del fiume Reno, in corrispondenza degli attuali Paesi Bassi e Germania occidentale. La Germania inferiore fu organizzata, da distretto militare qual era dopo la clades Variana del 9, in provincia imperiale romana tra l'85 ed il 90, comprendendo vasti territori che erano appartenuti in precedenza alla Gallia Belgica.

Claudio Tolomeo
Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. La vita di Claudio Tolomeo si svolse indicativamente fra gli anni 90 e 170 della nostra era. Solo alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse di stirpe egizia. Altri, prendendo spunto dal nome Claudio, eminentemente romano, hanno suggerito che egli fosse di discendenza latina, pur essendo assorbito nell'ambiente ellenistico. In genere è ritenuto di discendenza greca. Circa la località di nascita, si concorda sull’Egitto. Uno dei pochi elementi certi su di lui è che la sua attività scientifica si svolse ad Alessandria  d'Egitto. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima dell’anno 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate dalla sua attività scientifica, al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Probabilmente Tolomeo aveva a cuore l'ansia che aveva assillato Platone, preoccupato di non potere spiegare, col suo modello cosmologico, gli stazionamenti, i moti retrogradi e le apparenti variazioni di velocità visibili nei moti planetari, dovute alle orbite ellittiche dei pianeti e al fatto che al centro del sistema c'è il Sole e non la Terra. L'incongruenza fra la linearità e la perfezione del sistema cosmologico platoniano e l'evidenza delle osservazioni dei moti planetari fu tenuta nascosta alla massa e rivelata solo agli addetti, agli iniziati, che Platone esortava a scoprire le leggi della meccanica celeste che avrebbero potuto salvare la "perfezione" della sua spiegazione del cosmo. Tolomeo riuscì così ad elaborare alcune ipotesi astro-matematiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni, e le pubblicò nell'Almagesto. Come è noto, il titolo originalmente dato da Tolomeo all’opera fu "Sintassi matematica". I primi commentatori greci modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica". Quando ne vennero in possesso, gli Arabi apparentemente tradussero soltanto le prime parole del titolo, per cui esso divenne per loro "al-majisti", e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. L’opera rimase il fondamentale canone astronomico adottato in tutto il mondo fino al 1600. 



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