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martedì 26 novembre 2019

Breve storia del Cristianesimo, da setta giudaica minore al primato nella Roma imperiale: cattolica, universale e teocratica

Roma, Città del Vaticano, basilica di
San Pietro, centro della cristianità
cattolica, da: https://livesicilia.it/2016
/09/10/lallarme-della-santa-sede-
roma-abbandonata_782261/
Ho voluto segnalare, in questo post, gli eventi che hanno consentito al dipartimento di Roma di una setta secondaria dell'ebraismo chiamata Cristianesimo, di ergersi come depositaria dell'intermediazione con la divinità, gestendo in prima persona poteri politici, amministrativi e giudiziari nei territori che appartennero all'impero romano d'occidente.

Visto che i primi passi della setta giudaico-cristiana si sono svolti in seno a comunità in cui la posizione farisaica era dominante, vorrei chiarire gli aspetti distintivi delle varie correnti di pensiero all'interno dell'ebraismo, correnti che determinarono l'humus culturale durante la predicazione di Yeshuah Ben Yossef (Gesù figlio di Giuseppe), dalla cui vita pubblica è derivata la Chiesa apostolica, mentre nella sua vita privata, secondo i documenti del Priorato di Sion, ha generato con la moglie due stirpi importanti per la storia: una che è sfociata nei Franchi Merovingi e l'altra è stata quella dei "re pescatori" del Graal. 
Stemma dell'Ordine di Nostra
Signora di Sion, poi divenuto
Priorato di Sion, da: http://
www.prieure-de-sion.com/1/
Migdal-Eder nei pressi di Betlemme.
Secondo i documenti del "Priorato di Sion" infatti, Maria Maddalena (Mariamne Migdal-Eder Principessa della Tribù di Beniamino) ha sposato nel 26, a Tabgha in Galilea, in seconde nozze poiché rimasta vedova, Gesù (Yeshuah Ben Yossef), figlio di Yossef (a sua volta figlio di Jacob) e di Myriam Principessa della Tribù di Giuda Bat Héli (figlia di Héli), nato l' 1 MAR a Bethléem e morto nel 33 a Jérusalem. Loro figli sono stati Sarah-Damaris Principessa della Tribù di Giuda Bat Yeshuah, nata nel 27 e Yeshuah-Joseph Yuz Asaf Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, nato nel 33 in Giudea e morto nel 120 a Sringar, in Cachemire.

Preciso che le datazioni degli eventi descritti in seguito, non sono indicate in base al calendario ebraico ma all'era volgare (abbreviata in e.v., corrispondente a d.C.), comprendente prima dell'era volgare (abbreviata in p.e.v., corrispondente ad a.C.), che indica il posizionamento temporale di una data relativamente al calendario gregoriano usato in Occidente. Sono sottintesi come e.v. gli anni 1 e successivi, e indicati con p.e.v. gli anni precedenti.
Johannes Kepler (1610), da
https://commons.wikimedia
.org/wiki/File:Johannes_Ke
pler_1610.jpg#/media/File:
Johannes_Kepler_1610.jpg
La locuzione deriva da Era Vulgaris, usata per la prima volta nel 1615 da Giovanni Keplero, volendo indicare il concetto di "era popolare". Questa terminologia è stata adottata in diverse culture non cristiane, da molti studiosi sia di religioni che di altri settori accademici, per non specificare il riferimento a Cristo, dal momento che la datazione sarebbe scorretta se Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe chiamato il Cristo, fosse nato circa 7 anni prima della data convenzionale dell'anno 1, quindi al tempo di Erode il Grande, come pensano molti storici. Inoltre molte persone non-cristiane desiderano utilizzare termini non-cristiani. Con le datazioni riferite all'era volgare o del popolo infatti, non si fa esplicitamente uso del titolo religioso Cristo, utilizzato nella notazione avanti Cristo e dopo Cristo.

Nel 1010/933 p.e.v. - Sadoc (o Zadok), nipote di Aronne, è il sommo sacerdote al tempo dei re David e di suo figlio Salomone, durante il regno ebraico ancora unificato
Ipotesi di come potrebbe essere
apparso il Tempio di Salomone o
Primo tempio.
Sadoc era un discendente di Aronne poiché suo padre, Elèazar, era un figlio di Aronne. Inizialmente Sadoc esercitava il suo ministero nel santuario di Gabaon, mentre un secondo sommo sacerdote, Abiatar, parimenti discendente di Aronne, seguiva il re David. Alla morte di questi, Sadoc intervenne nella lotta per la successione al trono schierandosi dalla parte di Salomone contro Adonia, sostenuto da Abiatar. La vittoria di Salomone fu anche la vittoria di Sadoc, che rimase unico sommo sacerdote. Sadoc fu considerato il capostipite delle famiglie sacerdotali di Gerusalemme (i sadociti o sadducei) nel periodo posteriore all'esilio (degli Ebrei) a Babilonia, famiglie che appartenevano alla tribù di Levi, la tribù dei sacerdoti.

Cattività israelitiche.
Nel 586 p.e.v. - Gerusalemme è conquistata e distrutta dai babilonesi di Nabucodonosor II che distruggono il Tempio di Salomone (il primo tempio) e che trascinano in schiavitù numerosissimi ebrei. La distruzione del Tempio provocò cambiamenti drammatici nella cultura e religione ebraiche. Durante l'esilio durato 70 anni a Babilonia, l'ebraismo approfondirà l'essenza del proprio fondamento con insegnamenti scritti e orali che conserveranno una supremazia rispetto al periodo post esiliaco. Parallelamente molte genti Gentili, non ebree, si erano insediate in Samaria e Galilea, per cui si può dire che solo in Giudea rimanevano i discendenti dell'ebraismo tradizionale.

Nel 539 p.e.v. - I persiani conquistano Babilonia e nel 537 il loro re, Ciro il Grande, permette agli ebrei di tornare in Giudea, di ricostruire Gerusalemme, le sue fortificazioni e il Tempio (il Secondo Tempio). Non consente tuttavia il ripristino della monarchia giudea, fatto che rende i sacerdoti della Giudea l'autorità dominante. Senza il potere vincolante della monarchia, l'autorità del Tempio nella vita civile fu amplificato. Fu in questo periodo che il partito dei Sadducei emerse come il partito dei sacerdoti e delle élite consociate.

Nel 323 p.e.v. - Con la morte di Alessandro Magno, il potere effettivo passa nelle mani dei suoi generali, i diadochi, che si spartiscono il suo immenso impero suddividendolo in satrapìe.
L'impero di Alessandro Magno diviso fra i suoi generali,
i diadochi, di cui Seleuco ne ottiene la maggior parte.
La Persia è suddivisa tra vari satrapi macedoni, tra i quali emerge presto la figura di Seleuco, satrapo di Babilonia mentre la Giudea è governata dai satrapi egiziano-ellenici Tolomei fino al 198 p.e.v., quando l'Impero Seleucida siriano-ellenico, con Antioco III, ne assume il controllo.

Nel 460 p.e.v. circa - Vedendo dilagare l'anarchia in Giudea, il successore di Serse, Artaserse I di Persia, invia Esdra lo Scriba a ristabilire l'ordine. Esdra, figlio o nipote di Seraiah, era un discendente diretto di Pincas, un figlio di Aronne. Condusse il ritorno del secondo contingente di ebrei dall'esilio babilonese nel 459 p.e.v. e a lui vengono attribuiti i vari Libri di Esdra (ritenuti diversamente canonici o apocrifi dalle religioni bibliche) e i libri delle Cronache della Bibbia. Ciò che si conosce della sua storia è contenuto negli ultimi quattro capitoli del Libro a lui attribuito, e in Neemia 8 e 12,26. Fu considerato come un secondo Mosè, e degno anch’egli di ricevere la Torah. Egli introdusse la scrittura quadrata ebraica per usarla nella redazione della Torah. Il Tempio non fu più l'unica istituzione di vita religiosa ebraica. Nel tempo di Esdra lo Scriba, le case di studio e di culto rimasero importanti istituzioni secondarie della vita ebraica. Fra le pratiche che egli introdusse insieme all'Assemblea dei Sapienti, che dirigeva, vi fu la lettura trisettimanale della Torah: il lunedì, il giovedì, e il sabato pomeriggio. Al di fuori della Giudea, la sinagoga era spesso chiamata casa di preghiera e sebbene la maggior parte degli Ebrei non potessero frequentare regolarmente il servizio del Tempio, si potevano però incontrare nella sinagoga per le preghiere di mattina, pomeriggio e sera. Sebbene i sacerdoti controllassero i rituali del Tempio, i Sapienti, scribi e saggi, successivamente chiamati Rabbini (in ebraico "mio maestro"), dominavano lo studio della Torah. 
Rappresentazione di
un Fariseo.
Questi saggi mantenevano una tradizione orale che credevano si fosse originata sul Monte Sinai insieme alla Torah di Mosè. I Farisei traevano le loro origini da questo nuovo gruppo di autorità. Il termine Fariseo deriva dal latino pharisæus -i attraverso il greco pharisaios, dall'ebraico pārûsh e aramaico parush o parushi, che significa "colui che si è separato o distintosi". La corrente dei farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno dell'ebraismo nel periodo che va dalla fine del II secolo p.e.v. all'anno 70 e.v. ed oltre. Essi, in vari momenti, si identificavano come un partito politico, un movimento sociale ed una scuola di pensiero, a cominciare dal periodo del Secondo Tempio (515 p.e.v.) fino alla rivolta dei Maccabei contro il regno seleucide. I conflitti tra Farisei e Sadducei hanno avuto luogo nel contesto di conflitti sociali e religiosi tra ebrei da lunga data, risalenti alla cattività babilonese e aggravatisi con la conquista romana. Un conflitto era di classe, tra ricchi e poveri, poiché i sadducei includevano principalmente le famiglie sacerdotali e aristocratiche. Un altro conflitto era culturale, tra chi favoriva l'ellenizzazione e coloro che la resistevano. Un terzo era giuridico-religioso, tra chi enfatizzava l'importanza del Secondo Tempio con i suoi riti e servizi cultuali, e coloro che sottolineavano l'importanza di altre Leggi mosaiche. Un quarto punto di conflitto, specificamente religioso, coinvolgeva diverse interpretazioni della Torah e come applicarle alla vita ebraica, con i sadducei che riconoscevano solo la Torah scritta e respingevano le dottrine della Torah orale e della risurrezione dei morti. I Farisei affermavano infatti che le Sacre Scritture non erano complete nei loro termini e senza gli insegnamenti e commenti orali non potevano essere comprese. I saggi del Talmud credevano che la legge orale fosse stata rivelata a Mosè sul Sinai e che fosse stata integrata dai dibattiti tra i saggi Rabbini. Così, si può concepire la "Torah orale" non come un testo fisso, ma come un processo continuo di analisi e discussione in cui Dio è coinvolto attivamente: questo fu il processo continuativo rivelato al Sinai, e partecipando a tale processo i rabbini ed i loro discepoli partecipano attivamente all'atto dinamico della rivelazione divina. Il Talmud, che significa insegnamento, studio, discussione è uno dei testi sacri dell'Ebraismo ed è riconosciuto solo dall'Ebraismo che, assieme ai Midrashim e ad altri testi Rabbinici o mistici noti del Canone ebraico, lo considera come trasmissione e discussione orale della Torah. La Torah orale fu rivelata sul monte Sinai a Mosè e fu trasmessa a voce, di generazione in generazione, fino alla conquista romana. Il Talmud fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, gli Ebrei temettero che le basi religiose di Israele potessero essere disperse e consiste in una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti (Chakhamim) e i maestri (Rabbanim) circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah scritta.

La menorah scolpita
nell'arco di Tito
a Roma.
In nessun momento storico una delle sette nate dopo la costruzione del Secondo Tempio costituì la maggioranza: la maggior parte degli Ebrei erano non settari. Nonostante ciò, lo storico Flavio Giuseppe (Joseph ben Matthias) indica che i Farisei avevano ricevuto il sostegno e l'accettazione della gente comune, contrariamente ai sadducei, più elitisti e associati alle classi dominanti. In generale, mentre i Sadducei erano monarchici aristocratici, i Farisei erano eclettici, populisti e più democratici.

Nel 167/161 p.e.v. - Rivolta dei Maccabei (o Asmonei) contro l'impero ellenistico dei Seleucidi, condotta da Giuda Maccabeo, conclusasi con la vittoria. Gerusalemme è liberata nel 165 p.e.v. e il Tempio restaurato.

Regni di Israele e di Giuda (Giudea).
Nel 141 p.e.v. - Dopo aver sconfitto le forze seleucide, un'assemblea di sacerdoti e altre cariche pubbliche proclama Simone Maccabeo, figlio di Giuda Maccabeo, sommo sacerdote e capo del popolo, in effetti stabilendo la dinastia degli Asmonei come Casa Reale della Giudea. Nasce così una nuova monarchia nella forma della dinastia sacerdotale, investendo i sacerdoti di autorità sia politica che religiosa. Sebbene gli Asmonei fossero considerati eroi per aver resistito ai Seleucidi, il loro regno mancava della legittimità conferita dalla discendenza della dinastia davidica del Primo Tempio. La dinastia degli Asmonei (forse dall'ebraico ḥašmannīm, oppure dall'eponimo Asmon, il nome del bisnonno di Mattatia, padre dei Maccabei) fu fondata da Simone Maccabeo che segnò l'inizio del regno di Giudea a partire dal 140 p.e.v. e mantenne il potere civile e religioso fino alla conquista romana, dopo la quale, nel 37 p.e.v., fu posto a governo della regione l'idumeo Erode il Grande. Poiché i re dovevano idealmente discendere dalla casa di David, i Maccabei, che erano una famiglia di sacerdoti, non avevano un effettivo diritto al potere regale. Il loro regno venne messo in pericolo dall'opposizione dei Farisei, e il Talmud li ricorda appena. La loro ascesa è descritta nei libri Primo e Secondo libro dei Maccabei della Bibbia. La dinastia Asmonea alla fine si disintegrò a causa della guerra civile tra i figli di Alessandra Salomé: Giovanni Ircano II e Aristobulo II.

Nel II sec. p.e.v. - Da Sadoc deriverà non solo il gruppo politico dei Sadducei ma anche un movimento religioso fondato probabilmente da membri di famiglie sacerdotali, più tardi conosciuto col nome di Esseni

Nel 150 /70 e.v. - Vengono stilati i manoscritti del Mar Morto (o Rotoli del Mar Morto), un insieme di manoscritti rinvenuti nei pressi del Mar Morto. Di essi fanno parte varie raccolte di testi, tra cui i manoscritti di Qumran, che ne costituiscono una delle parti più importanti. I rotoli del Mar Morto sono composti da circa 900 documenti, compresi testi della Bibbia ebraica, scoperti tra il 1947 e il 1956 in undici grotte dentro e intorno al Uadi di Qumran, vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khirbet Qumran, sulla riva nord-occidentale del Mar Morto.
I testi sono di grande significato religioso e storico, in quanto comprendono alcune fra le più antiche copie superstiti note dei libri biblici e dei loro commenti, e conservano la testimonianza della fine del tardo giudaismo del Secondo Tempio. Sono scritti in ebraico, aramaico e greco, perlopiù su pergamena, ma ve ne  sono alcuni scritti su papiro. I manoscritti, datati tra il 150 p.e.v. e il 70 e.v., sono comunemente associati all'antica setta ebraica degli Esseni. I rotoli del Mar Morto sono tradizionalmente divisi in tre gruppi: manoscritti "biblici" (copie di testi dalla Bibbia ebraica), che costituiscono circa il 40% dei rotoli identificati; manoscritti "apocrifi" o "pseudepigrafici" (documenti noti del periodo del Secondo Tempio, come Enoch, Giubilei, Tobia, Siracide, salmi non canonici, ecc. che non sono stati, in ultima analisi, canonizzati nella Bibbia ebraica, ma in qualche caso sono stati accettati dalla versione greca dei Settanta e/o utilizzati dalla tradizione rabbinica), che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati; e il terzo gruppo è quello dei manoscritti "settari" (documenti precedentemente sconosciuti, che descrivono le norme e le credenze di un particolare gruppo o gruppi all'interno della maggioranza ebraica) come la Regola della Comunità, il Rotolo della guerra, commento (in ebraico pesher) ad Abacuc e la Regola della Benedizione, che costituiscono circa il 30% dei rotoli identificati. 

Dal 130 p.e.v. - I Sadducei costituirono un'importante corrente spirituale del tardo giudaismo (fine del periodo del secondo Tempio), e anche una distinta fazione politica verso il 130 p.e.v. sotto la dinastia asmonea. Rappresentata eminentemente dall'aristocrazia delle antiche famiglie, nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo sacerdote, la corrente dei Sadducei, si richiamava, nel proprio nome, all'antico e leggendario Zadok (o anche Sadoq o Zadoq), sommo sacerdote al tempo di Salomone. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano. Dei Sadducei e della loro spiritualità non conosciamo molto, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei romani, fu letteralmente sterminata durante la rivolta giudaica del I secolo d.C. dagli insorti più esagitati e violenti, come narra lo storico Flavio Giuseppe, in quella prima guerra giudaica che, oltre ad essere una lotta di liberazione dalla dominazione straniera, fu anche una vera e propria cruenta e spietata guerra civile. Gli eventuali residui superstiti dei Sadducei o furono assimilati dalla società romano-ellenica nella quale si rifugiarono, oppure si convertirono al cristianesimo. In ogni caso, dopo la catastrofe nazionale giudaica del 70 d.C., culminata nella distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio, l'ebraismo riemerge coagulandosi attorno alla corrente spirituale dei Farisei, avversaria dei Sadducei e di questi ultimi non vi è alcuna traccia. Sui Sadducei cala, quindi, un velo che assomiglia molto ad una sorta di damnatio memoriae: i romani, che si erano appoggiati a loro per governare la Giudea, dovettero constatare il sostanziale fallimento della loro categoria in quanto amministratori e alleati, un po' come gli inglesi, nella prima metà del secolo XX dovettero prendere atto che i marajah, da loro sostenuti, non riuscivano più a controllare l'India; dai farisei, che già ne avevano avversato la dottrina, i Sadducei vennero parimenti ritenuti responsabili della catastrofe che aveva colpito la nazione ed il Tempio. Per i cristiani, infine, i Sadducei rimasero indelebilmente associati alle figure di Caifa ed Anna; il primo fu il sommo sacerdote che fece arrestare e condannare a morte Gesù. In buona sostanza, mancarono ai Sadducei "buoni avvocati" che ne perpetuassero la memoria storica con dovizia di particolari.

Mentre al tempo dei re Saul, Davide e Salomone suo figlio, il re aveva esclusivamente potere politico, in seguito la Giudea è stata governata da re-sacerdoti di provenienza sadducea.
Il popolo, che non voleva essere governato da un re ma dal clero teocratico, fece appello in questo spirito, probabilmente tramite i propri rappresentanti farisei, alle autorità romane: ne seguì quindi una campagna romana di conquista e annessione, guidata da Pompeo Magno, che occupò Gerusalemme nel 63 p.e.v..

Gneo Pompeo Magno
da https://it.wikipedia.
org/wiki/Guerra_pira
tica_di_Pompeo
Nel 63 p.e.v. - Gneo Pompeo Magno assedia Gerusalemme ed entra nel Tempio: la Giudea diventa un regno vassallo di Roma. Secondo Flavio Giuseppe, i Farisei si presentarono davanti a Pompeo per chiedergli di non interferire e di ripristinare l'antico sacerdozio, abolendo completamente la sovranità degli Asmonei (Antichità giudaiche 14:3, § 2). I Farisei ritenevano la dissacrazione del Tempio di Gerusalemme da parte di Gneo Pompeo una punizione divina per il malgoverno sadduceo. Pompeo abolì la monarchia nel 63 p.e.v. e nominò Ircano II sommo sacerdote ed etnarca, titolo inferiore a "re".

Nel 37 p.e.v. - Erode d'Idumea, non Ebreo ma Edomita, figlio di Erode Antipatro, conquista Gerusalemme con l'aiuto di Roma e viene riconosciuto come re dei Giudei fino alla morte (avvenuta nel 4 p.e.v.). Per consolidare il potere, Erode fece uccidere buona parte del Sinedrio (il Consiglio degli ebrei), il cognato Aristobulo, la moglie Mariamne, la suocera Alessandra, i figli Alessandro, Aristobulo e Antipatro. Attorno al 20/19 p.e.v. intraprese il restauro e l'ampliamento del tempio di Gerusalemme. Fece costruire o ricostruire diverse città e fortezze: Samaria, Cesarea Marittima, l'Erodium, Macheronte, Masada, la Fortezza Antonia. Secondo Flavio Giuseppe, l'opposizione sadducea contro Erode lo portò inizialmente a trattare favorevolmente con i Farisei (Antichità giudaiche 14:9, § 4; 15:1, § 1; 10, § 4; 11, §§ 5-6), anche se col tempo, Erode divenne impopolare poiché era percepito come un burattino in mano ai romani e il trattamento della sua famiglia a favore degli ultimi Asmonei erosero definitivamente la sua popolarità. Secondo Flavio Giuseppe, i Farisei infine gli si opposero e quindi caddero vittime, nel 4 p.e.v., della sua sete di sangue (Antichità giudaiche 17:2, § 4; 6, §§ 2-4). La famiglia di Boeto, che Erode aveva designato al sommo sacerdozio, rivitalizzò lo spirito dei Sadducei e da allora i Farisei li ebbero nuovamente come antagonisti (Antichità giudaiche 18:1, § 4). Questo portò anche gravi divergenze teologiche tra Sadducei e Farisei: l'idea che il sacro potesse esistere al di fuori dal tempio - concetto centrale per gli Esseni - era condiviso ed esaltato dai Farisei.

Galilea, Samaria e Giudea
nel 4 p.e.v. con Erode
il Grande di Idumea
come re.
Nel 7 p.e.v. - In Giudea, a Betlemme, secondo il vangelo di Matteo, nacque Gesù, da una famiglia benestante. Nel vangelo di Luca invece, è scritto che i suoi genitori risiedevano in Galilea, a Nazareth; costretti ad intraprendere un viaggio per farsi censire (censimento che non è menzionato negli archivi storici), dovettero affrontare il parto a Betlemme, in un ricovero di fortuna, da cui nascerà la tradizione della "mangiatoia". In ogni caso Gesù fu comunque definito "il galileo" e infatti visse fino all'età adulta in Galilea. Probabilmente, per i errate traduzioni dell'aggettivo "nazareno", che poteva riferisi agli appartenenti ai "Nazirei", come Sansone, Gesù non risiedeva a Nazareth, che non sappiamo neppure se all'epoca esistesse già. La Giudea, su cui regnava Erode il Grande, comprendeva anche la Galilea. Così come era stato per l'Idumea, anche la Galilea era stata convertita forzatamente all'ebraismo, ma con scarsi risultati. "...quando il triunviro romano Pompeo, nel 63 p.e.v. riordinò la zona con criteri non confessionali, lasciò al sommo sacerdote Ircano II solo i territori occupati da gente che vedeva il suo punto di riferimento etnico-religioso nella città di Gerusalemme e nel culto del suo tempio. Stando così le cose, è difficile sottoscrivere l'opinione di qualche studioso che ritiene la Galilea, al tempo di Gesù, «una regione di stampo giudaico»" (Teissen - A. Meri, o.c. 213). Abbiamo frequenti accenni, nel vangelo di Giovanni all'antagonismo, o meglio al disprezzo, da parte dei giudei nei confronti dei galilei, per quanto era evidente la differenza fra i due gruppi ebraici: «Forse che il Cristo viene dalla Galilea?» Gv 7, 41. E a Nicodemo, che pone obiezione a che venga condannato Gesù «Prima che lo si ascolti, in modo che si sappia cosa fa», rispondono sdegnati: «Sei anche tu della Galilea? Studia a fondo e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea!» (Gv 7,41-49). I dati rabbinici assai posteriori a quest'epoca, a proposito della Galilea e dei suoi abitanti non mancano mai di segnalare differenze di costumi, di cultura, perfino di pronunzia, nei confronti dei giudei autentici e si divertivano perfino ad ironizzare sul linguaggio provinciale dei galilei. In qualche caso il confronto stabilito dai signori della Legge andava anche a scapito della loro gente, come in quello riguardante la continenza prematrimoniale che, a sentir loro, in Giudea non funzionava bene, al contrario di quello che accadeva in Galilea e forse lo ammettevano proprio per evidenziare una maggiore sensibilità morale presente in quella zona tanto svalutata. Nel Talmud, R. Johanan ben Zakkai maledice la Galilea in questi termini: «Galilea, Galilea, tu odi la Torah!», il che equivale a tacciarla di un'empietà imperdonabile.". Quando si definisce Gesù come ebreo della Galilea, si dovrebbe convenire che, probabilmente, per lui fu molto faticoso farsi accettare come ebreo ortodosso e ancor più come "rabbi", maestro, dai Giudei, proprio in quanto Galileo. Il Vangelo di Matteo, non a caso, inizia con la geneologia di Gesù, la cui madre è della tribù di Giuda, discendente di Davide, della legittima casa reale d'Israele. I quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) rappresentano le uniche fonti testuali antiche accettate che descrivano dettagliatamente la vita di Gesù, soprattutto gli ultimi anni, caratterizzati dal ministero pubblico. La nascita del moderno metodo storico-critico ha portato a esaminare criticamente i racconti evangelici, cercando di distinguerne il nucleo storico dagli aspetti leggendari e mitici. Alcuni approfondimenti, in particolare relativamente a nascita, infanzia e giovinezza di Gesù, sono presenti anche nei vangeli apocrifi. Questi particolari tuttavia non sono riconosciuti dagli studiosi come storicamente fondati, sebbene abbiano influenzato più o meno ampiamente la tradizione artistica e devozionale cristiana. La narrazione della vita e dell'insegnamento di Gesù procede nei quattro vangeli prevalentemente in modo parallelo, soprattutto tra i primi tre (Matteo, Marco, Luca), detti per questo "sinottici". Un certo episodio è narrato da più vangeli, solitamente con alcune variazioni, ma sono presenti anche lacune o racconti propri di un singolo evangelista. In Giovanni mancano numerosi racconti presenti nei sinottici, mentre sono presenti svariate aggiunte proprie.

Immagine del Mandylion,
quella che è considerata
la prima icona, con il
volto di Gesù, da http://
www.internetica.it/
Maestro.htm
Dal 30 e.v. - Scisma all'interno dell'Ebraismo durante l'era del Secondo Tempio. Una setta di Ebrei ellenizzati fonda il Cristianesimo. Per  "Ellenizzazione" si intende il processo di trasformazione culturale mediante il quale alcune componenti proprie dei popoli venuti a contatto con la civiltà greca si combinarono in varie forme e gradi con quelle tipicamente elleniche. Questo fenomeno, dovuto all'espansione della civiltà greca ad opera di Alessandro Magno, che portò questa cultura nei territori conquistati, portò ad un graduale processo di assimilazione culturale per cui le popolazioni non greche adottarono peculiari caratteristiche elleniche, come la lingua, i costumi, le credenze religiose e la filosofia. Durante l'età ellenistica (dal 323 a.C., anno della morte di Alessandro Magno, fino alla morte di Cleopatra d'Egitto, l'ultima sovrana ellenistica, con la conquista romana del regno tolemaico d'Egitto nella battaglia di Azio del 31 p.e.v.), che politicamente portò l'oriente nell'orbita occidentale romana, il processo interessò anche i Siri, gli Ebrei, gli Egizi, i Galati, i Persiani e gli Armeni.
Il Secondo Tempio rimaneva comunque il centro della vita rituale ebraica. Secondo la Torah, gli ebrei erano tenuti a recarsi a Gerusalemme e offrire sacrifici al Tempio tre volte l'anno: a Pesach (Pasqua), Shavuot (la Festa delle Settimane) e Sukkot (la Festa dei Tabernacoli). Sia i Farisei che i Sadducei, erano politicamente quiescenti e studiavano, insegnavano e servivano a modo loro, secondo le proprie tradizioni.
Lo storico ebreo
Joseph Ben Mattias,
romanizzatosi in
Giuseppe Flavio.
Le testimonianze più note sui Farisei sono costituite dal Nuovo Testamento e dalle opere dello storico Flavio Giuseppe (il cui nome ebraico era Joseph ben Matthias, 37 - ca. 100 e.v.), egli stesso dichiaratosi Fariseo. Giuseppe stimava la popolazione totale dei Farisei prima della distruzione del Secondo tempio a circa 6.000 persone e affermava inoltre che i Farisei ricevessero il supporto del popolino, contrariamente alla più elitistica corrente dei Sadducei: « Per questi (insegnamenti) hanno un reale ed estremamente autorevole influsso presso il popolo; e tutte le preghiere e i sacri riti del culto divino sono eseguiti conforme alle loro disposizioni. La pratica dei loro altissimi ideali sia nel modo di vivere sia nei ragionamenti, è l'eminente tributo che gli abitanti delle città pagano all'eccellenza dei Farisei. » (Antichità giudaiche, 18:15).

Nel 6 e.v. - Sotto Ottaviano Augusto imperatore, da regno vassallo di Roma, la Giudea diventa Provincia romana, unendo insieme Giudea, Samaria e Idumea. In questo periodo gravi divergenze teologiche emersero tra Sadducei e Farisei: l'idea che il sacro potesse esistere al di fuori del Tempio - concetto centrale per gli Esseni - era condiviso ed esaltato dai Farisei. Lo storico ebreo-romanizzato Flavio Giuseppe elenca in una descrizione le "quattro scuole di pensiero", o "quattro sette," in cui si dividevano gli Ebrei nel I secolo:
- i Farisei, che credevano che la persona avesse il libero arbitrio, ma che Dio avesse anche prescienza del destino umano e, fra tante altre questioni, si distinguevano dai Sadducei anche in quanto credevano nella risurrezione dei morti. I farisei si attribuivano autorità mosaica nelle loro interpretazioni delle Legge ebraiche (Halakhah). Nella sua Lettera ai Filippesi, Paolo di Tarso asserisce che dei cambiamenti si erano verificati nelle sette liturgiche della diaspora, identificandosi tuttavia ancora come "giudeo" o "ebreo", « circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge » (Filippesi 3:5), ed esistono inoltre numerosi riferimenti nel Nuovo Testamento a Paolo di Tarso come Fariseo prima della sua conversione al cristianesimo. La relazione tra primo cristianesimo ed i farisei non è stata sempre ostile: per esempio Gamaliele viene spesso citato quale leader farisaico favorevole ai cristiani. Gli autori dei Vangeli presentano Gesù come duro contestatore di alcuni Farisei e altri appaiono coinvolti in conflitti con Giovanni Battista e con Gesù, nonché con Nicodemo il Fariseo (Giovanni 3:1) che, insieme a Giuseppe d'Arimatea, aiutò a deporre il corpo di Gesù nella tomba (19,39-42) a grande rischio personale. Gamaliele, il rinomato rabbino e difensore degli apostoli, era anch'egli un fariseo e, secondo alcune tradizioni cristiane, si convertì segretamente al cristianesimo. 
Immagine di Fariseo proposta nel
Nuovo Testamento.
Il Nuovo Testamento, particolarmente i Vangeli sinottici, presenta la dirigenza dei farisei come ossessionata da regole artificiali (in particolare in materia di purezza), mentre Gesù è più interessato all'amore di Dio; i farisei disprezzano i peccatori mentre Gesù li cerca. Il Vangelo di Giovanni, che è l'unico vangelo in cui è menzionato Nicodemo, in particolare ritrae la setta come divisa e disposta a discutere. A causa delle frequenti rappresentazioni nel Nuovo Testamento dei farisei come attaccati alle regole e boriosi, la parola "fariseo" (e suoi derivati) è entrata in uso quasi comune a descrivere una persona ipocrita e arrogante, che pone la lettera della legge prima dello spirito;
- gli Esseni ritenevano che tutta l'esistenza della persona fosse predestinata. Erano generalmente apolitici e potrebbero essere emersi come una setta di sacerdoti dissidenti che avevano rifiutato, come illegittimi, i sommi sacerdoti nominati sia dai Seleucidi che dagli Asmonei. Da Sadoc erano derivati non solo il gruppo politico dei sadducei ma anche un movimento religioso fondato probabilmente da membri di famiglie sacerdotali, più tardi conosciuto col nome di esseni. Il concetto centrale, per gli esseni, era l'idea che il sacro potesse esistere al di fuori del tempio e conducevano quindi una vita appartata e solitaria. Si erano organizzati, fuori dal contesto sociale, in comunità isolate di tipo monastico e cenobitico (una forma comunitaria di monachesimo praticata in monasteri, i cenobi, sotto la guida di un'autorità spirituale che faceva osservare una disciplina fissata da una serie di regole). Protetti da Erode il Grande, al tempo di Gesù erano oltre 4.000 e vivevano dispersi in tutto il paese, circa 150 erano quelli residenti a Qumran. Questo sito andò incontro a una fine violenta nel 68 e.v. a opera dei romani a causa del loro coinvolgimento nelle sommosse negli anni della prima rivolta giudaica, che si concluse con la distruzione di Gerusalemme. Prima della loro fine però, riuscirono a nascondere la loro biblioteca nelle grotte vicine. Alcuni scampati, sembra, si unirono agli zeloti di Masada e ne condivisero la sorte. Lo proverebbe il ritrovamento, durante gli scavi del 1963 a Masada, di un frammento di pergamena dei "Canti della santificazione del sabato", noto dai ritrovamenti della grotta 4 di Qumran. Tra i reperti di Qumran si ritrovano tracce che collegano la comunità essena ai rivoltosi zeloti, come ad esempio il "Rotolo della guerra". «... Sono divisi (gli esseni) fin dall'antichità e non seguono le pratiche nella stessa maniera, essendo ripartiti in quattro categorie. Alcuni spingono le regole fino all'estremo: si rifiutano di prendere in mano una moneta (non ebraica) asserendo che non è lecito portare, guardare e fabbricare alcuna effigie; nessuno di costoro osa perciò entrare in una città per tema di attraversare una porta sormontata da statue, essendo sacrilego passare sotto le statue. Altri udendo qualcuno discorrere di Dio e delle sue leggi, si accertano se è incirconciso, attendono che sia solo e poi lo minacciano di morte se non si lascia circoncidere; qualora non acconsenta essi non lo risparmiano, lo assassinano: è appunto da questo che hanno preso il nome di zeloti, e da altri quello di sicari. Altri ancora si rifiutano di dare il nome di padrone a qualsiasi persona, eccetto che a Dio solo, anche se fossero minacciati di maltrattamenti e di morte.» (Ippolito Romano, Refutatio IX, 26). L'associazione tra gli zeloti e gli esseni è evidente in particolare negli scritti di Giuseppe Flavio, dai quali derivano in gran parte le notizie disponibili oggi di quei tempi. Nell’opera di Giuseppe Flavio redatta da Benedictus Niese, sette volumi in tedesco, monumentali e ineguagliabili, sono leggibili a chiare lettere gli argomenti in base ai quali la nozione di popolo eletto appare messa in crisi e criticata per il suo tendere a comporre una casta chiusa e genealogicamente determinata, dal movimento di riforma esseno, che vede il popolo eletto come l'insieme dei giusti che osservano le leggi eterne della "Torah": ed è qui che trovano il punto di unione l'Antico ed il Nuovo Testamento e il Corano. Il padre della Chiesa, Epifanio, (che scrisse intorno al IV secolo e.v.) sembra fare una distinzione tra due gruppi principali all'interno degli esseni: "Coloro che vennero prima di lui (Elxai, un profeta esseno), gli Ossaeni e i Nazareni." (Panarion 1:19). Epifanio descrive ogni gruppo nel modo seguente:
- Esseni "Nazareni": "I Nazareni erano Ebrei per provenienza, originariamente da Gileaditis, dove i primi seguaci di Yeshua (Gesù) fuggirono dopo il martirio di Giacomo (un fratello di Gesù), Bashaniti e Transgiordani. ...Essi riconoscevano Mosè e credevano che avesse ricevuto delle leggi, ma non la nostra legge ma altre. E così, essi erano Ebrei che rispettavano tutte le osservanze ebraiche, ma non offrivano sacrifici e non mangiavano carne. Essi consideravano un sacrilegio mangiare carne o fare sacrifici con essa. Affermavano che i nostri Libri sono delle falsità, e che nessuno dei costumi che essi affermano sono stati istituiti dai padri. Questa era la differenza tra i Nazareni e gli altri..." (Panarion 1:18)
- Esseni "Ossaeani": "Dopo la setta dei Nazareni viene un'altra setta legata strettamente a essi, chiamata Ossaeani. Costoro sono Giudei come i primi... originari della Nabataea, Ituraea, Moabitis e Arielis, le terre oltre il bacino che le Sacre Scritture chiamavano Mare di Sale... Sebbene siano diverse dalle altre sei sette essa si è separata da loro solo perché proibiscono l'uso dei libri di Mosè come fanno i Nazareni." (Panarion 1:19). Flavio Giuseppe aggiunge: "Oltre a essi, esiste un'altra frangia di Esseni che concordano per leggi e costumi ma differiscono nella visione del matrimonio." (Guerra Giudaica 2.160). Infine gli esseni scomparvero, forse perché i loro insegnamenti divergevano notevolmente dalle problematiche di quei tempi o forse furono dispersi dai romani.
Un esperto moderno ritiene che i Rotoli del Mar Morto « offrono altri motivi per credere che molti episodi [del Nuovo Testamento] siano semplicemente proiezioni, nella storia di Gesù, dei fatti che ci si attendeva dal Messia » (Allegro, Dead Sea Scrolls, p. 175). Gli Esseni si identificavano facilmente per le vesti bianche che, nonostante quanto mostrano la pittura e il cinema, a quel tempo in Terrasanta erano meno comuni di quanto in genere si creda;
- i Sadducei credevano che la persona avesse un completo libero arbitrio ed erano i principali antagonisti dei Farisei. Rappresentavano l'autorità dei privilegi sacerdotali e delle prerogative stabilite sin dai tempi di Salomone, quando Sadoc o Zadok, loro avo, officiava come Sommo Sacerdote. I sacerdoti appartenevano alla tribù di Levi ed avevano in Aronne, fratello del costruttore del popolo ebraico, Mosè, il loro archetipo. I Sadducei non credevano alla resurrezione dei morti, ossia alla perpetuazione dell'individuo dopo la morte, in corpo e spirito e sembra che respingessero anche l'esistenza di un'anima immortale. Tuttavia è lecito dubitare che avessero, al riguardo, una posizione di netta preclusione, sia perché ciò non si concilierebbe con il contenuto della stessa Legge scritta, sia perché l'evidenza archeologica delle modalità di sepoltura seguite dai sadducei attesta, in ogni caso, una fede nell'esistenza di un mondo ultraterreno del quale il defunto, alla morte, entra a far parte. Pare che non accettassero nemmeno la dottrina degli angeli. Il calendario liturgico dei Sadducei differiva leggermente da quello adoperato dai farisei, la qual cosa spiega le lievi divergenze temporali relative ai racconti della Passione tra i Vangeli sinottici e quello di San Giovanni. Il rifiuto della tradizione orale fu, probabilmente, il fattore che consentì ai Sadducei di aprirsi alla cultura dell'ellenismo, pur conservando la fede nel giudaismo, facendone un'élite intellettuale ed imprenditoriale capace di esercitare notevole influenza persino nell'ambito della politica imperiale romana. La loro permeabilità agli influssi stranieri, connessa alla capacità di mantenere intatta la propria identità, è tipica dei ceti aristocratici di ogni tempo ed ogni nazione e l'opposizione ai sadducei da parte dei Farisei riecheggia motivi di orgoglio nazionale e di rivalsa anti-aristocratica che troviamo, nella Storia, replicati numerose volte in diversi contesti. I sadducei sono scomparsi dalla scena storica nel I secolo dell' e.v.;
- la "quarta filosofia" di Giuda il Galileo o di Gamla, associata ai gruppi rivoluzionari antiromani come i Sicarii e gli Zeloti. Gli Zeloti (in ebraico: Ḳannaim) erano partigiani accaniti dell'indipendenza politica del regno ebraico, nonché difensori dell'ortodossia e dell'integralismo ebraici. Spesso venivano chiamati anche Sicarii, dal momento che andavano in giro con i pugnali (sicæ) nascosti sotto la cappa e che venivano utilizzati dagli Zeloti per ferire o persino uccidere chiunque fosse colto a compiere sacrilegi, atti offensivi o anche omissioni nei confronti della fede giudaica. Considerati dai Romani alla stregua di terroristi e criminali comuni, si ribellavano con le armi alla presenza romana in Palestina. Fondati da Giuda il Galileo, ebbero stretti rapporti con la comunità Essena di Qumran di cui furono il braccio armato. Svolsero un ruolo importante nella grande rivolta del 66-70 e la maggior parte di essi perì durante la presa di Gerusalemme da parte di Tito Flavio Vespasiano nel 70. Tra i reperti di Qumran si ritrovano le testimonianze che collegano gli Esseni ai rivoltosi Zeloti, come ad esempio il rotolo della guerra (vedi sopra). Fonti sull'origine del movimento zelota sono le testimonianze convergenti di Giuseppe Flavio e dell'evangelista Luca: « In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassini in pieno giorno nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondevano sotto le vesti dei piccoli pugnali e con questo colpivano i loro avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e recitavano così bene da essere creduti e quindi non riconoscibili » (Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II - 12). La testimonianza dello storico ebreo sulla dottrina degli zeloti è interessante: « Giuda il Galileo introdusse una quarta setta i cui membri sono in tutto d'accordo con i Farisei, eccetto un invincibile amore per la libertà che fa loro accettare solo Dio come signore e padrone. Essi disprezzano i diversi tipi di morte e i supplizi dei loro parenti e non chiamano nessun uomo signore. » (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII, 23).

C'erano poi tante altre sette minori, come i Cristiani in Giudea e i Terapeuti presso il lago Mareotide, nelle vicinanze di Alessandria d'Egitto, ma centrale era l'insieme del popolo ebraico. Il termine "popolo" usato da Flavio Giuseppe indica chiaramente che la maggioranza degli ebrei erano "semplicemente popolo ebraico", separandoli e rendendoli indipendenti dai principali gruppi liturgici (da lui descritti nel Libro XVIII). Il Nuovo Testamento inoltre fa spesso riferimento alla gente comune, al popolo, indicando che l'identità ebraica era indipendente e più forte di questi gruppi.

Le cause delle tre rivolte giudaiche (o guerre giudaico-romane) che seguirono alla presa del potere da parte di Roma, vanno ricercate nell'epoca precedente alla dominazione romana, dove vennero sviluppate le teorie apocalittiche e premessianiche che trovarono ampio spazio nella letteratura di quei tempi, in special modo nel Libro di Daniele, idee che successivamente, in epoca romana, avrebbero permesso l'identificazione dell'Impero Romano come quarto impero premessianico, che avrebbe preceduto la comparsa del Messìa, il quale avrebbe guidato la guerra finale fra il bene e il male. In quegli anni era diventata spasmodica l'attesa di un nuovo Messia (Christos in greco col significato di unto, consacrato) e si stava verificando una grande diffusione del messianismo o messianesimo, una visione del mondo incentrata sull'attesa di un Messia. In senso più lato, il messianismo denota un'attesa di rinnovamento e trasformazione radicale della società da parte di un popolo. I termini che indicavano i combattenti messianisti (chrestianoi in greco) sono:
- in ebraico: Qanana (Cananei) e Bariona,
- in greco: Zelotes e Lestes,
- in latino: Sicarii, Latrones e Galilaei (Sicari, Ladroni e Galilei).
Giotto: "L'arresto di Gesù" con il
bacio di Giuda e Pietro che taglia
un orecchio a Malco, il servo
del sommo sacerdote. Padova,
Cappella degli Scrovegni.
Si presenta, a questo punto, piuttosto articolata la questione circa il coinvolgimento di alcuni apostoli di Gesù negli Zeloti o Sicarii:
- Giuda detto Iscariota, nel caso fosse vera l'equivalenza tra Iscariota e Sicario,
- Simone detto Pietro nel caso fosse correttamente attributo il soprannome di Bariona,
- Simone il Cananeo chiamato sempre Simone lo Zelota nel Vangelo di Luca, per distinguerlo da Simone Pietro, universalmente riconosciuto come zelota da ambienti ecclesiastici e accademici
Un passo del vangelo di Luca nel quale Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni chiedono a Gesù il permesso di incendiare un villaggio di samaritani dal quale il Cristo e i suoi seguaci erano stati respinti, lascia intendere che quella fosse quella la norma di comportamento, atteggiamento che si discosta dalla visione odierna di Cristo e dei suoi Apostoli.
Negli Atti degli Apostoli, il fariseo Gamaliele, accomuna la situazione degli apostoli appena arrestati alla storia di due capi zeloti, Giuda il Galileo e Teuda: Atti 5,33-39.
Secondo gli studi di Eisemann sembrerebbe, ma non è certo, che l'elemento zelota nell'originale gruppo di apostoli sia stato mascherato e sovrascritto per dar modo alla Chiesa cristiana di Paolo di Tarso di assimilarsi all'elemento romano e di far proseliti tra i gentili.

Il termine "chiesa" deriva dal latino ecclesĭa, a sua volta dal greco classico ekklēsía. In greco, per ecclesia si intendeva un'assemblea politica, militare o civile. A monte sta il verbo ekkaléo, che significa "io chiamo", "mando a chiamare", "faccio appello a". L'espressione è ripresa nelle parti più recenti della Septuaginta (la versione in greco della Bibbia) come omologo dei termini ebraici qāhāl e ‛ēdāh, con il senso di "adunanza" del popolo ebraico, adunanza religiosa e politica allo stesso tempo. È dunque nella Septuaginta che il termine ekklēsía inizia ad assumere in greco un significato specificamente "cultuale e giuridico". Gli scrittori del Nuovo Testamento hanno ricavato questo termine dalla Septuaginta.
Dall'etimologia deriva la regola di ortografia per cui "chiesa" (con lettera iniziale minuscola) si usa per indicare un edificio di culto mentre "Chiesa" (con lettera iniziale maiuscola), intesa partendo dalla storia della parola Ecclesia per fermarsi su quello di Ecumene, si usa per indicare la comunità.

L'apostolo Barnaba è stato il primo a fondare una Chiesa cristiana fuori da Gerusalemme, a Cipro. Nato con il nome di Giuseppe, era giudeo di famiglia levitica emigrata a Cipro. Per questa sua discendenza levitica era probabile la sua frequente presenza in Gerusalemme. Secondo gli Atti degli Apostoli, non molto dopo l'episodio della Pentecoste, vendette tutti i suoi averi e consegnò il ricavato alla Chiesa cristiana appena nata; dopo il battesimo fu rinominato Barnaba, che significa "figlio della consolazione" o "figlio dell'esortazione". Fu lui, divenuto un membro autorevole della prima comunità cristiana, a farsi garante di Saulo di Tarso, ex-persecutore dei cristiani recentemente convertitosi a Damasco, che verrà chiamato Paolo. Quando ad Antiochia iniziò la conversione dei primi cristiani non ebrei, Barnaba vi fu inviato insieme a Paolo per il loro primo viaggio missionario (46-48 d.C.).

Dal 44 - Dopo il 44, secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vi furono altre cause di scontento nella popolazione: il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e la crescente avversione dei Giudei all'aristocrazia, sia laica che sacerdotale, sempre più corrotte, avrebbero accresciuto la certezza di essere nel periodo di tribolazione premessianica, come preannunciato nel Libro di Daniele, in special modo, con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaci.

Barnaba, da http://www.
podlasie24.pl/wiadomosci
/z-kraju/swiety-barnaba-
apostol-6e35.html
Nel 46 - Secondo la tradizione avviene la fondazione della Chiesa di Cipro ad opera di Barnaba, originario proprio di Cipro. A Cipro ha quindi sede la più antica comunità cristiana dopo quella di Gerusalemme. Nell'anno 46, Barnaba insieme a Paolo erano partiti da Antiochia ed essendo Barnaba cristiano già da tempo, mentre Paolo si era convertito da poco, era a capo della missione. I due fecero tappa nell'isola come meta iniziale, poi Barnaba guidò Paolo dal porto di Salamina fino a giungere a Pafo, a circa 150 km di distanza. Qui, nella capitale dell'isola che apparteneva all'Impero romano, predicarono nelle sinagoghe. A Pafo sorgeva uno dei santuari ellenici più importanti del mondo, il tempio dedicato ad Afrodite, che secondo la mitologia greca era nata proprio sull'isola. Qui Paolo effettuò la sua prima conversione, parlando con un proconsole romano, Sergio Paolo. Visto il successo tra i Gentili (non ebrei), partirono per evangelizzare altri popoli, accompagnati da Giovanni Marco, futuro Marco evangelista e parente di Barnaba. A Perge, in Panfilia, Marco lasciò i suoi compagni per motivi non conosciuti e tale gesto dispiacque a Paolo che successivamente non lo volle più tra i suoi compagni di missione. Dopo un viaggio pieno di problemi e maltrattamenti ma con notevole successo missionario, viaggio che interessò Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, tornarono ad Antiochia di Siria.

Nel 49 - Paolo e Barnaba si ritrovano insieme intorno al 49 a Gerusalemme, per la disputa sulla circoncisione o meno dei pagani convertiti. Il "concilio degli apostoli" diede loro ragione sulla non necessità dell'osservanza della legge mosaica per i neo-convertiti. A questo punto i due apostoli si separarono: Barnaba volle portare con sé Marco, in un nuovo viaggio di evangelizzazione, che Paolo - memore della precedente separazione - non gradiva. 

Nel 50 - Primo concilio dei cristiani a Gerusalemme. Il cristianesimo delle origini si presenta con il duplice aspetto di Giudeo-cristianesimo ed etno-cristianesimo (o cristianesimo dei gentili, i non ebrei), come si desume dai racconti degli Atti di Luca e da alcune lettere di Paolo (come la Lettera ai Galati e le lettere ai Corinzi). 
Paolo e Pietro, in realtà
antagonisti nel primo
Concilio di Gerusalemme.
Tuttavia mostra che le due anime convivono senza alcuna scissione e di avere raggiunta una formula di concordia con il Primo Concilio di Gerusalemme (Atti 15). I cristiani assunsero dal giudaismo le sue sacre scritture tradotte in greco ellenistico e lette non nella maniera degli ebrei (anche a causa della prevalente origine greco-romana della maggioranza dei primi adepti), le dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un messia o cristo (unto, consacrato), le forme del culto (incluso il sacerdozio), i concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere modellato secondo il modello celeste, l'uso dei salmi nelle preghiere comuni. Forse il cristianesimo inteso come religione distinta da quella ebraica lo possiamo individuare a partire dalla seconda metà del II secolo, dove i cristiani, che credono negli insegnamenti di Gesù, sono quasi soltanto i non ebrei.
Nel concilio di Gerusalemme del 50, fra la Chiesa di Gerusalemme e Paolo di Tarso si giunse all'accordo ufficiale sulla ripartizione delle missioni:
- i gerosolimitani (i seguaci di Giacomo il Minore, definito dalle scritture "fratello del Signore") e Pietro per i giudeo-cristiani circoncisi e
- Paolo per i gentili (non ebrei) provenienti dal paganesimo.
Il Concilio viene presieduto da Giacomo il Minore e da Pietro, quest'ultimo solo dopo un'accesa disputa tra le diverse fazioni:
- una che avrebbe voluto imporre la legge mosaica ai pagani convertiti e
- l'altra che considerava questa proposta iniqua e richiamò così tutto il collegio a rispettare la volontà di Dio, chiaramente manifestatasi in occasione della sua visita a Cornelio, dove lo Spirito Santo era disceso anche sui pagani non facendo «alcuna distinzione di persone».
Dopo Pietro intervennero Paolo e Barnaba, i più attivi evangelizzatori dei gentili. Infine prese la parola anche Giacomo il Minore, capo della chiesa di Gerusalemme (probabilmente, in un primo tempo, il leader di quanti volevano imporre la legge mosaica, come traspare anche nella lettera di S. Paolo ai Galati) che, richiamandosi a Pietro, aggiunse la proposta di una soluzione di compromesso che prevedeva la prescrizione ai pagani convertiti di pochi divieti tra cui l'astensione dal nutrirsi di cibi immondi e dalla fornicazione.
Gli Atti degli Apostoli e la Lettera ai Galati presentano, da due punti di vista diversi, il primo problema dottrinale del cristianesimo nascente, che in sintesi può essere così espresso:
- il cristianesimo è solo una filiazione, un ramo del giudaismo? Oppure è qualcosa di diverso, di discontinuo con la tradizione giudaica? (e dunque è qualcosa di nuovo);
- di conseguenza, il cristianesimo è riservato a chi è divenuto un proselita del giudaismo? Oppure è possibile essere seguaci di Cristo senza osservare i rituali e le tradizioni della fede giudaica? Cioè per essere cristiani bisogna prima essere ebrei, oppure possono diventare cristiani anche i non ebrei?
È evidente che dalla risposta ai quesiti dipende l'universalità del messaggio di Cristo. E ancora:
- se un cristiano doveva essere circonciso, allora il sacrificio di Cristo perdeva di valore e la redenzione veniva drasticamente ridotta di significato e subordinata all'osservanza della Legge. Non si trattava più di Grazia ma del risultato delle opere legalistiche dell'uomo. Non si trattava del mettere in atto l'etica cristiana, ma del concetto che portava a ritenere opere meritorie quelle che attenevano ai rituali ed ai cerimoniali dell'ebraismo.
Quando Pietro ritornò da Ioppe a Gerusalemme, venne contestato dai Cristiani “circoncisi” (Atti 11:1-3) per il fatto di essere entrato in casa di pagani incirconcisi, e questo dimostra il persistere della diffidenza nei confronti degli esterni al mondo giudaico; pur tuttavia questi si rallegrarono quando egli spiegò loro che quelli avevano ricevuto la stessa Grazia e la stessa benedizione.
Paolo di Tarso riferisce (Lettera ai Galati, 2) di un episodio avvenuto ad Antiochia nel corso di una visita di Pietro che, mentre prima manifestava comunione con i credenti gentili, appena arrivarono da Gerusalemme quelli provenienti da Giacomo, si intimorì e se ne stette in disparte provocando infine la dura reazione di Paolo. Nello stesso capitolo Paolo definisce Pietro apostolo dei circoncisi e se stesso quello degli incirconcisi, intendendo con ciò una vocazione più etnica che religiosa. Questo «scontro» tra Pietro e Paolo manifesta una dialettica interna alla Chiesa nascente, che andava necessariamente chiarita.
Il concilio di Gerusalemme evidenzia chiaramente che tutta la problematica non nasceva da posizioni preconcette degli apostoli (che pur c'erano), ma era frutto del massiccio ingresso di farisei convertiti nella comunità paleocristiana di Gerusalemme (Atti 15:5).
Lo svolgimento del dibattito, pur nella sintetica relazione lucana, (Luca evangelista, Antiochia di Siria, 10 circa - Tebe?, 93 circa, venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che ne ammettono il culto, è autore del Vangelo secondo Luca e degli Atti degli Apostoli, il terzo ed il quinto libro del Nuovo Testamento) evidenzia tutto questo e dimostra inoltre come la comunità di Gerusalemme avesse una conduzione collegiale. E Pietro, pur sempre pronto a parlare per primo, non fosse comunque colui che tirava le somme o le conclusioni, cosa che invece faceva Giacomo. La formula di concordia del concilio di Gerusalemme di Atti 15 dimostra, comunque, che il problema venne superato solo in parte, perché di fatto una divisione rimase e ne troviamo traccia nella maggior parte delle Lettere di San Paolo, nelle quali risalta la sua continua lotta contro le problematiche create nelle Chiese dai cristiani ebrei che volevano salvaguardare la legge ebraica. 

Agli inizi dell'era cristiana, a Roma si assistette alla conversione al giudaismo di parecchi romani, soprattutto donne, poiché la pratica della circoncisione, simbolo del patto fra la divinità ed il popolo ebraico, scoraggiava le adesioni maschili. 

Nel 53 - Negli Atti degli Apostoli è scritto che Paolo partì per l'Asia con Sila mentre Barnaba e Marco andarono a Cipro, tra il 50 e il 53. Negli Atti non si menziona più Barnaba, che da qui inizierà il suo viaggio in Italia. Secondo quanto attestano alcuni cataloghi bizantini sui discepoli del Signore (VII-VIII sec.), Barnaba si recò prima a Roma, insieme a Pietro, poi si spostò velocemente verso il nord d'Italia, per fondare la Chiesa in Milano. Una leggenda devozionale milanese lo vede arrivare a Milano il 13 marzo del 53: al suo passaggio la neve intorno a lui sarebbe scomparsa e sarebbero sbocciati i primi fiori. Nei pressi di Sant'Eustorgio convertì e battezzò e Milano diventò diocesi: il vescovo fu Anatalone, suo compagno di viaggio. Secondo la leggenda Barnaba continuò a viaggiare e predicare fino a Salamina, dove fu lapidato da alcuni giudei nell'anno 61; sembra che al momento del martirio avesse in mano una copia del Vangelo di Matteo.

Nel 58 - Il cristianesimo compare nell'Illirico. Paolo di Tarso è segnalato predicare in Dyrrachium, odierna Durrës, in Albania centrale. Una diocesi è fondata nel 58 d.C. Le diocesi successive sono state fondate inoltre a Apolonia, Buthrotum (oggi Butrint, nella punta del sud dell'Albania) e a Scodra (oggi Shkodër).

Nel 63 - A Roma, con Nerone imperatore (54-68) avvengono le prime persecuzioni contro i cristiani. Nell’Apocalisse di S. Giovanni (paragrafo 13, verso 18) si legge: «Chi ha intendimento conti il numero della bestia, poiché è numero d’uomo: e il suo numero è 666». La bestia sarebbe Satana, o l’Anticristo. Poiché in ebraico le cifre si indicano con le lettere, i primi cristiani credettero di vedere in quel numero una combinazione delle lettere-cifre che formavano il nome di “Nerone Cesare”, l’imperatore che diede inizio alla loro persecuzione. Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteva impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, anche l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato. Nei tribunali le immagini dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nel 730, l'imperatore romano orientale Leone III Isaurico scatenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia, che provocherà la distruzione delle immagini sacre.
La comunità cristiana era ordinata, coesa, con propri vescovi e con liturgie comunitarie, ma il rapporto con il divino non era mediato da altri che se stessi. I primi cristiani erano spinti a ricercare un rapporto individuale con una divinità individualizzata a sua volta. Il carattere di divinità per gruppi o popolazioni, comunemente usato nell'antichità (Atena per la città di Atene, Venere per la corporazione dei mercanti Italici del Sannio, ecc.) lascia il posto alla ricerca individuale di una divinità che salvi l'individuo nell'aldilà. E' una tensione molto forte, che troviamo anche nel Mitraismo, che ha somiglianze con il cristianesimo, e nell'adorazione del "Sol Invictus" apollineo, la cui festività era il 25 dicembre.
Gesù Sol Invictus.

E' di questi tempi la raffigurazione di "Gesù Sol Invictus" che vede un giovane Gesù, raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare con 4 cavalli (Helios), oppure l'Iside che allatta Horus identica a quella che poi verrà chiamata Nostra Signora Madre di Gesù. Sono tempi che vengono avvertiti come gli ultimi prima di un evento che sovvertirà il mondo. In questo contesto il martirio è considerato il metodo più sicuro per salvare la propria anima nell'aldilà. Ma questa presa di coscienza individuale, di una divinità che si è incarnata e che con un martirio individuale permette la salvezza a tutti gli individui, non deve far pensare che non fosse presente un senso di società cristiana.

Nel primo periodo della cristianità, a giudicare dallo studio delle catacombe, il simbolo della croce, graffiato nel tufo o tracciato con il colore, si trova abbastanza di rado e gli storici ritengono che la croce fu rappresentata solo quando questo strumento di tortura non venne più utilizzato a tal fine. Esso è certamente meno frequente degli altri simboli della Cristianità come il pesce, i pani o l'ancora. Più diffuso si ritiene esser stato l'uso della "crux dissimulata", ottenuta ad esempio, interponendo la lettera "tau" maiuscola (T) al centro del nome del defunto. Erano piuttosto diffusi i cristogrammi, combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi. I principali cristogrammi sono:
- il Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei giudei.
Il Chi Rho o Chrismon.
- il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon) è un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti.
Cristogramma per Ichthys.
- ΙΧΘΥΣ o ICHTHYS (che letteralmente significa “pesce” in greco) è un acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. Le lettere sono normalmente accompagnate o addirittura sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce.
- ICXC è un acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ - si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata che ricorda la lettera latina C).
- il trigramma di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù. È formato da tre lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ) . Ne esiste anche la variante IHC, sorta per la somiglianza fra la lettera latina “C” e la diffusa forma lunata della lettera greca sigma.

Roma, arco di Tito, rappresentazione
del tesoro del secondo tempio
trafugato dai romani.
Nel 70 - Si arriva alla presa di Gerusalemme da parte dei romani, comandati da Tito. Dopo le varie rivolte in Giudea, dove il potere di Roma era stato richiesto dai giudei stessi per sedare dissidi interni, Tito distrugge il secondo Tempio di Gerusalemme portandone il tesoro, detto "di Salomone", a Roma, ed è importante comprendere la responsabilità degli Zeloti riguardo alla fine dell'esistenza dell'entità politica giudaica.

Masada.
Nel 73 - L'assedio di Masada è stato l'episodio che ha concluso la prima guerra giudaica, nel 73. Masada (o Massada, o Metzadain ebraico) era un'antica fortezza, situata su una rocca a 400 m di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sud-orientale, a circa 100 km a sud-est di Gerusalemme. Nel 66, Masada era stata conquistata da un migliaio di Sicarii che vi si insediarono con donne e bambini; quattro anni dopo (nel 70), una volta caduta Gerusalemme, vi trovarono rifugio gli ultimi strenui ribelli Zeloti non ancora disposti a darsi per vinti. Al governo della Giudea, successe Lucio Flavio Silva, poiché Sesto Lucilio Basso morì improvvisamente nel 72. Il nuovo governatore, avendo osservato che tutto il paese era stato sottomesso tranne l'unica fortezza di Masada, ancora in mano ai ribelli, radunò la sua armata dalla regione circostante e marciò su di essa. Masada era stata occupata dai Sicarii, che avevano eletto quale loro leader un certo Eleazar ben Yair, un uomo potente, discendente da quel Giuda che aveva persuaso molti Giudei a sottrarsi al censimento fatto nel 6-7 e.v. da Publio Sulpicio Quirinio in Giudea.

Alcuni biblisti credono che quei passi del Nuovo Testamento che appaiono più ostili ai farisei, siano stati scritti dopo la distruzione del Tempio di Erode nel 70 e.v.. Solo il cristianesimo e il farisaismo sopravvissero alla distruzione del Tempio e i due rivaleggiarono per un breve periodo di tempo, fino a quando i farisei emersero come la forma dominante dell'ebraismo. Quando i Cristiani videro che molti Ebrei non si convertivano, cercarono nuovi convertiti tra i pagani o gentili, non circoncisi. I Cristiani dovevano spiegare perché i convertiti dovessero ascoltare loro piuttosto che gli ebrei non messianici in merito alla Bibbia ebraica, e si dovevano inoltre dissociare dagli ebrei ribelli, che tanto spesso respingevano l'autorità romana e l'autorità in generale, venendo così percepiti come se avessero presentato una storia di Gesù più in sintonia coi romani che con gli ebrei.

Nel I/II sec. - Vengono stilati i codici di Nag Hammâdi, un insieme di testi gnostici cristiani e pagani, rinvenuti nei pressi di Nag Hammâdi (in Egitto), nel dicembre 1945. Si tratta di 13 papiri che furono ritrovati in una giara di terracotta da un abitante del villaggio di al-Qasr, presso un monastero cenobita pacomiano nell'isola di Nag Hammâdi, detta anche isola elefantina. I cenobiti (dal latino cenòbium, a sua volta dal greco koivòs "comune" e bios "vita") sono monaci cristiani le cui prime comunità risalgono al IV secolo. La zona del ritrovamento dei codici di Nag Hammâdi è situata accanto alla parete rocciosa di Jabal-al Tarif, circa 450 km a sud del Cairo, in Egitto. I papiri rimasero nascosti per lungo tempo dopo il ritrovamento e in seguito ad una complessa vicenda, dopo essere stati dispersi, furono recuperati e messi a disposizione degli studiosi. I testi contenuti nei codici sono, per la maggior parte, scritti gnostici, ma includono anche tre opere appartenenti al Corpus Hermeticum ed una parziale traduzione della Repubblica di Platone. Si ipotizza che tali codici appartenessero alla biblioteca di un monastero della zona, e che i monaci li abbiano nascosti per salvarli dalla distruzione quando si cominciò a considerare lo gnosticismo come eresia. I testi sono scritti in egiziano copto, benché la maggior parte di essi (o forse tutti) siano stati tradotti dal greco. L'opera più importante presente in essi è il Vangelo di Tommaso, l'unico testo completo noto dell'opera. Grazie a questa scoperta gli studiosi riscontrarono la presenza di frammenti di questo testo nei manoscritti di Ossirinco, scoperti nel 1898, e ne ritrovarono tracce nelle citazioni presenti negli scritti dei Padri della Chiesa. La datazione dei manoscritti risale al III e IV secolo, mentre per i testi greci originali, benché ancora controversa, è generalmente accettata una datazione del I e II secolo. Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis cioè "conoscenza". Sebbene parrebbe collocarsi principalmente in un contesto cristiano, in passato alcuni studiosi ritennero che lo gnosticismo precedesse il cristianesimo e inclusero credenze religiose pre-cristiane e pratiche spirituali comuni alle origini del cristianesimo, al neoplatonismo, al giudaismo del Secondo Tempio, alle religioni misteriche e allo zoroastrismo (specialmente per ciò che riguarda lo zervanismo). La discussione sullo gnosticismo è cambiata radicalmente con la scoperta dei Codici di Nag Hammadi, i quali condussero gli studiosi ad una revisione delle precedenti ipotesi. Le origini dello gnosticismo risalgono all'epoca precristiana, mentre in passato lo gnosticismo veniva considerato soprattutto come una delle eresie del cristianesimo. Pare che le prime tracce di sistemi gnostici possano essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto Congresso degli Orientalisti (a Berlino nel 1882) Kessler fece notare il collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione originale di Babilonia, ma la religione sincretistica che si sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, cristianesimo dei primi secoli) ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Quando Ciro il Grande entrò a Babilonia nel 539 p.e.v. (a.C.), s'incontrarono due grandi scuole di pensiero e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea da cui deriva il mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il sistema planetario avesse un'influenza totale sugli affari di questo mondo si sviluppò proprio tra i caldei. La grandezza dei Sette (la Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro Hebdomad, simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità, ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui quasi irresistibile forza contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoade, doveva combattere contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad. Questa ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso cominciò ad essere concepita come una lotta contro poteri avversi e divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni, gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto. Considerando le forti, ben organizzate ed estremamente colte colonie ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva proprio dalle speranze messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone). Una definizione piuttosto parziale del movimento, basata sull'etimologia della parola, può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il cristianesimo tradizionale (così come definito dai concili ecumenici) sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per grazia di Dio principalmente mediante la fede, per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici dunque erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano. Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità e la confusione dei sistemi gnostici permettono difficilmente di formularne un'altra. Lo gnosticismo descrive un insieme di antiche religioni il cui principio base era l'insegnamento attraverso il quale si può fuggire dal mondo materiale, creato dal Demiurgo, per abbracciare il mondo spirituale. Gli ideali gnostici furono influenzati da molte delle antiche religioni che predicavano tale gnosi (variamente interpretata come conoscenza, illuminazione, salvezza, emancipazione o unicità con Dio), che, a seconda del culto in questione, poteva essere raggiunta praticando la filantropia, tale da raggiungere la povertà personale, l'astinenza sessuale (per quanto possibile per gli ascoltatori, completamente per iniziati) e una diligente ricerca della saggezza aiutando gli altri. Nello gnosticismo il mondo del Demiurgo è rappresentato dal mondo inferiore, che è associato con la materia, la carne, il tempo e più particolarmente con un mondo imperfetto, effimero. Il mondo di Dio è rappresentato dal mondo superiore ed è associato all'anima e alla perfezione. Il mondo di Dio è eterno e non rientra nei limiti della fisica. È impalpabile, e il tempo non esiste. Per arrivare a Dio, lo gnostico deve raggiungere la conoscenza, che mescola filosofia, metafisica, curiosità, cultura, saperi e i segreti della storia e dell'universo. In generale gli gnostici tendevano ad identificare il Dio dell'Antico Testamento con la potenza inferiore del malvagio Demiurgo, creatore di tutto il mondo materiale, mentre il Dio del Nuovo Testamento con l'Eone perfetto ed eterno, il generatore degli eoni Cristo e Sophia, incarnati sulla Terra rispettivamente come Gesù e Maria Maddalena. Dalla concezione docetista insita in gran parte delle religioni gnostiche, deriverebbe poi il rifiuto della resurrezione del corpo di Gesù, poiché dopo la sua morte, egli sarebbe tornato sulla Terra solo nella sua forma divina, liberato dal corpo materiale. Inoltre, nel periodo tra la Resurrezione e l'Ascensione, periodo considerato dagli gnostici ben più esteso dei canonici quaranta giorni, avrebbe impartito solo a pochi dei suoi discepoli una sorta di insegnamento segreto (di tale insegnamento tratta l'apocrifo Pistis Sophia). Tale insegnamento, parallelamente alla dottrina della Chiesa, fondata sulla predicazione pubblica del Cristo, venne tramandato per via occulta a beneficio di pochi eletti, escludendo, così, la gerarchia della Chiesa. Inoltre, aspetto fondamentale, la salvezza doveva giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio dei testi canonici. Tutte queste convinzioni contrastavano fortemente con l'ortodossia del cattolicesimo che andava formandosi in quei primi secoli. La visione gnostica della creazione teorizzava che da Dio Primo Eone fossero state generate più coppie di eoni composte sempre da un eone maschile e uno femminile. Dio e gli eoni nel loro complesso formavano il Pleroma. Gli eoni, in molti sistemi gnostici, rappresentano le varie emanazioni del Dio primo, noto anche come l'Uno, la Monade, Aion Teleos (l'Eone Perfetto), Bythos (greco per Profondità), Proarkhe (greco per Prima dell'Inizio), Arkhe (greco per Inizio). Questo primo essere è anch'esso un eone e contiene in sé un altro essere noto come Ennoia (greco per Pensiero), o Charis (greco per Grazia), o Sige (greco per Silenzio). L'essere perfetto, in seguito, concepisce il secondo ed il terzo eone: il maschio Caen (greco per Potere) e la femmina Akhana (Verità, Amore). Quando un eone chiamato Sophia emanò senza il suo eone partner, il risultato fu il Demiurgo, o mezzo-creatore (nei testi gnostici a volte chiamato Yalda Baoth, Hysteraa, Saklas (= il folle) o Rex Mundi per i Catari), una creatura che non sarebbe mai dovuta esistere e che creò il mondo materiale. Questa creatura non apparteneva al pleroma, e l'Uno emanò due eoni, Cristo e Sophia, ovvero lo Spirito Santo, per salvare l'umanità dal Demiurgo. Cristo prese poi la forma della creatura umana Gesù in modo da poter insegnare all'umanità la via per raggiungere la gnosi: il ritorno al pleroma. Anche il Vangelo di Giuda, recentemente scoperto, tradotto e poi acquistato dalla National Geographic Society menziona gli eoni e parla degli insegnamenti di Gesù al loro riguardo. In un passo di tale Vangelo, Gesù deride i discepoli che pregano l'entità che loro credono essere il vero Dio, ma che è in realtà il malvagio Demiurgo. Gli gnostici ofiti, o naaseni, veneravano il serpente, perché, come narrato nella Genesi (3,1), era stato mandato da Sophia (o era lei stessa nelle sue sembianze) per indurre gli uomini a nutrirsi del frutto della conoscenza, al fine di infondere in loro la gnosis di cui avevano bisogno per svegliarsi dagli inganni del malvagio Demiurgo ed evolversi a Dio. Secondo gli Ofiti, il Padre di Tutti, o Primo Uomo, emanò il Figlio (il Pensiero), o Secondo Uomo. Poi comparve l'Agape (Spirito Santo), o Prima Donna. Questa terna generò Cristo (presso alcune culture identificate nell'Adam Kadmon) e sua sorella Sophia (la Saggezza). Anche Sophia ebbe dei figli, uno dei quali, il Demiurgo Ialdabaoth, si ribellò all'autorità e creò il mondo materiale e l'uomo. Costui, identificato col dio veterotestamentario, rinchiuse i primi uomini, Adamo ed Eva nell'Eden, in maniera da essere venerato da loro. Però Sophia mandò il serpente a spingerli a mangiare il frutto proibito e così risvegliare la loro conoscenza, i cui livelli erano superiori a quelli di Ialdabaoth. Infatti, Sophia aveva instillato negli uomini, all'insaputa del loro creatore, una scintilla divina che, per le manovre del Demiurgo, restava sopita. Gesù, a volte identificato col serpente, quindi discese dal cielo per accendere questa scintilla e liberare gli uomini dalla tirannia di Ialdabaoth. Per questo motivo gli ofiti veneravano il serpente e tutti i personaggi del Vecchio Testamento che si erano in qualche modo opposti a Yahweh, cioè il Demiurgo. Agostino d'Ippona riferiva che allevavano serpenti in carne ed ossa e li addestravano a sfiorare il loro pane che poi, santificato in questo modo, usavano come eucarestia. Le loro opere principali, conosciute, erano la Predica dei Naasseni e il Diagramma degli ofiti. Quest'ultimo, composto prima del 150, descriveva la cosmogonia ofita. Nonostante sia andato perduto, però, è stato descritto minuziosamente sia dal filosofo pagano Celso che dall'eresiologo Origene Adamantio. Ogni setta predicava una propria variante del credo gnostico e quindi praticava un proprio culto. Alcune sette respingevano completamente i sacramenti, mentre altre accettavano quali strumenti di conoscenza solo il battesimo e l'Eucaristia, affiancandoli ad altri riti, per mezzo di inni e formule magiche, o pratiche, come l'astinenza sessuale o la povertà, che dovevano propiziare l'ascesa al regno spirituale del principio divino imprigionato nel corpo materiale. Da un punto di vista etico, lo gnosticismo oscillava fra il rigore ed il lassismo: se, infatti, la valutazione negativa della materia e del corpo spingeva alcuni gruppi ad astenersi anche dal matrimonio e dalla procreazione, fino ad arrivare all'ascetismo più rigoroso (Saturnino, encratiti), la convinzione che l'anima fosse assolutamente estranea al mondo materiale portava altre correnti a giudicare in termini relativistici ogni atto connesso con il corpo (Basilide, Carpocrate, barbelognostici, fibioniti, cainiti). Il Vangelo di Maria o Vangelo di Maria Maddalena è un vangelo gnostico, scritto in lingua copta verso la metà del II secolo a partire da un proto-testo greco. Esalta il ruolo della discepola Maria Maddalena. Perduto e noto solo attraverso citazioni patristiche, in epoca moderna ne sono stati ritrovati frammenti in greco e copto non contenenti il testo nella sua integrità. Il Vangelo di Maria, al pari di molti altri vangeli gnostici, è andato perduto con l'estinguersi dello Gnosticismo. Per secoli ne rimasero disponibili solo brevi citazioni indirette ad opera di alcuni Padri della Chiesa. Il testo si conserva attraverso tre testimoni: il papiro Rylands 463, un frammento in greco datato III secolo, pubblicato nel 1938; il papiro Oxyrhynchus 3525, un frammento in greco datato III secolo, pubblicato nel 1983; il papiro Berolinensis 8502, conservato dal 1896 presso il dipartimento di egittologia di Berlino. Fu acquistato al Cairo da Carl Reinhardt e sembra probabile la sua provenienza da Achmin, in Egitto. Tuttavia a causa di complesse vicende il manoscritto fu pubblicato soltanto nel 1955. Il papiro è datato al V secolo. Contiene anche altri testi apocrifi, come l'Apocrifo di Giovanni. Nessuno dei tre testimoni riporta il testo integrale; il Berolinensis, più recente, è più ampio degli altri due frammenti greci. Il personaggio cui il titolo si riferisce - Vangelo di Maria - è Maria Maddalena, cui il testo attribuisce molto rilievo, al punto da lasciare intendere che Gesù l'anteponesse ai suoi stessi apostoli. Il frammento si compone di due parti: nella prima Gesù risorto risponde alle domande degli apostoli e affida loro la missione della predicazione del Vangelo, mentre la seconda si apre con l'intervento di Pietro affinché Maria Maddalena riveli le parole dette a lei da Gesù. Successivamente al racconto di Maria, Andrea e Pietro manifestano la loro incredulità riguardo al fatto che il Salvatore possa aver rivelato ad una donna ciò che non aveva rivelato ai suoi discepoli. Infine Levi, biasimando i due discepoli, li esorta a seguire gli insegnamenti che il Cristo ha loro impartito. Nel testo frammentato, i discepoli fanno domande al Signore risorto e ricevono risposta. «Ma essi rimasero tristi e piangevano forte. Dissero: "Come possiamo andare dai gentili e predicare loro il vangelo del regno del figlio dell'uomo? Là non è mai stato dispensato, dobbiamo dispensarlo (proprio) noi?» «E Maria Maddalena: "Non piangete, fratelli, non siate malinconici, e neppure indecisi. La sua grazia sarà con voi tutti e vi proteggerà. Lodiamo piuttosto la sua grandezza, avendoci egli preparati e mandati agli uomini.» Allora racconta - alla richiesta di Pietro - di aver avuto una visione del Salvatore nella quale si descrive il viaggio dell'anima attraverso i cieli durante il quale apprende come fuggire alle potenze malvagie[1], e riporta il suo discorso con lui, che mostra influenze gnostiche. La sua visione non fu creduta: «Ma Andrea replicò e disse ai fratelli: "Che cosa pensate di quanto lei ha detto? Io, almeno, non credo che il Salvatore abbia detto questo. Queste dottrine, infatti, sono sicuramente delle opinioni diverse.» «Riguardo a queste stesse cose, anche Pietro replicò interrogandoli a proposito del Salvatore: "Ha forse egli parlato in segreto a una donna prima che a noi e non invece apertamente? Ci dobbiamo ricredere tutti e ascoltare lei? Forse egli l'ha anteposta a noi?» Karen King ha osservato che «Il confronto di Maria con Pietro, uno scenario trovato anche nel Vangelo apocrifo di Tommaso, Pistis Sophia, e nel Vangelo apocrifo degli Egiziani, riflette alcune delle tensioni nella Cristianità del II secolo. Pietro e Andrea rappresentano posizioni ortodosse che negano la validità della rivelazione esoterica e rigettano l'autorità delle donne a insegnare». Una traduzione commentata del Vangelo di Maria Myriam di Magdala, basata sul papiro di Berlino, è stata realizzata da Jean-Yves Leloup, teologo e scrittore francese, e pubblicata in Italia da Servitium (2007 e 2011). Una delle conclusioni che si ricavano da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine "gnostico", è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto. Esiste anche una setta di gnostici che, isolandosi geograficamente, è giunta fino a noi in forma molto pura: i mandei dell'Iraq meridionale, i cui caratteri gnostici sono molto evidenti. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero. Ad esempio, Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.

Il Cristianesimo, avviatosi come setta giudaica, sviluppa propri testi e ideologie e soprattutto non impone la Legge Ebraica (come l'obbligo della circoncisione, segno tangibile del patto con Dio), allontanandosi progressivamente dal Giudaismo per diventare poi una religione distinta nella seconda metà del II secolo e.v.. Dopo la prima guerra giudaico-romana, i rivoluzionari come gli zeloti erano stati schiacciati dai romani e avevano poca credibilità (gli ultimi zeloti morirono a Masada nel 73). Allo stesso modo, i sadducei, i cui insegnamenti erano stati così strettamente connessi al Tempio, scomparvero con la distruzione del Secondo Tempio del 70. Anche gli esseni scomparvero, forse perché i loro insegnamenti divergevano notevolmente dalle problematiche di quei tempi o forse perché erano stati dispersi dai Romani a Qumran. Di tutte le principali sette del Secondo Tempio solo i farisei rimasero, presentando insegnamenti diretti a tutti gli ebrei, che potevano sostituirli al culto nel Tempio, insegnamenti che si estesero anche oltre le pratiche rituali.

Arianesimo è il nome con cui è conosciuta la dottrina cristologica elaborata dal presbitero, monaco e teologo cristiano Ario (256-336), che sosteneva come la natura divina del Figlio fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo (l'agente in Terra) di Dio non era esistito e che fosse stato creato soltanto in seguito. Ario fu, all'epoca in cui prendeva forma definitiva la dottrina della Trinità, il massimo rappresentante di una delle interpretazioni di maggior seguito della relazione tra le persone della Trinità, in particolar modo di quella tra il Padre e il Figlio. Non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre (subordinazionismo), negandone la consustanzialità che sarà poi formulata nel concilio di Nicea (nel 325) nel credo niceno-costantinopolitano. Alla base della sua tesi, permeata della cultura neoplatonica tanto in voga nell'ambiente ellenistico egiziano, vi era la convinzione che Dio, principio unico, indivisibile, eterno e quindi ingenerato, non potesse condividere con altri la propria ousìa, cioè la propria essenza divina. Di conseguenza il Figlio, in quanto “generato” e non eterno, non può partecipare della sua sostanza (negazione della consustanzialità), e quindi non può essere considerato Dio allo stesso modo del Padre (il quale è ingenerato, cioè aghènnetos archè), ma può al massimo esserne una creatura: certamente una creatura superiore, divina, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito. Padre e Figlio non possono dunque essere identici e il Cristo può essere detto "Figlio di Dio" soltanto in considerazione della sua natura creata e non di quella increata, posta allo stesso livello di quella del Padre. Così facendo, Ario non negava di per sé la Trinità, ma la considerava costituita da tre diverse persone (treis hypostaseis) caratterizzate da nature diverse.

Giulio Romano della scuola di
Raffaello: "In hoc signo vinces",
musei vaticani.
Nel 313 - In febbraio, l'imperatore romano d'oriente Licinio si reca a Mediolanum, per incontrare Costantino, divenuto l'unico imperatore della parte occidentale, dopo aver sconfitto Massenzio: i due stringono un'alleanza, rafforzata dal matrimonio di Licinio con la sorella di Costantino, Flavia Giulia Costanza (da cui ebbe nel 315 il figlio Valerio Liciniano Licinio), e promulgano insieme l'Editto di Milano, che garantisce ampia libertà di culto alle diverse religioni dell'Impero. L'Editto viene difatti a rappresentare nella Chiesa un confine epocale tra l'era della semplicità e della spiritualità evangelica del periodo delle catacombe e quella della graduale acquisizione, almeno da parte della sua gerarchia, di interessi terreni, materiali e politici, a scapito della funzione spirituale. Costantino è Imperatore e Pontifex Maximus (titolo a cui non rinunciò mai e di cui in seguito si approprieranno i Papi). Lo Stato pone termine alle persecuzioni ma nello stesso tempo tenta di controllare (e spesso vi riesce) la gerarchia sia della Chiesa che delle religioni pagane. Dal 313 il vescovo di Alessandria usa per sé stesso il termine "Papa". Tale titolo, che i vescovi di Roma cominceranno ad usare intorno al 400, sarà per lungo tempo adottato da diversi vescovi e anche da semplici presbiteri. Dopo l'editto di Milano del 313 la diffusione del simbolo della croce si espande ed assume l'aspetto della "crux commissa" (T), o della "croce latina" (†) detta anche "crux immissa", o della croce greca a bracci uguali (+). L'alleanza tra Licinio e Costantino escludeva chiaramente il terzo imperatore, Massimino Daia, che si fece proclamare unico imperatore dalle truppe e mosse dalla Siria verso occidente con un esercito di 70.000 armati, conquistando Bisanzio dopo soli 11 giorni: Licinio lo affrontò e lo sconfisse nella battaglia di Tzirallum il 30 aprile di quell'anno. Massimino Daia, dopo aver provocato una nuova rivolta contro Licinio presso Tarso, qui morì, prevenendo la propria rovina. Restavano ora solo due augusti: Costantino per l'Occidente e Licinio per l'Oriente. Divenuto unico signore della parte orientale dell'impero, Licinio si rese colpevole della purga che colpì le famiglie dei tetrarchi: per suo ordine vennero uccisi Candidiano, figlio di Galerio, Severiano, figlio di Flavio Severo e il figlio e la figlia di Massimino, di otto e sette anni. Dichiaratosi cristiano per mossa politica sin dal periodo della sua rivalità con Massimino Daia, cominciò progressivamente ad inimicarsi i seguaci di quella religione, adottando politiche insensatamente ostili a questi, ritenendo, probabilmente non in maniera del tutto infondata, che costoro appoggiassero il suo rivale Costantino. Avviò pertanto una serie di attività persecutorie nei confronti dei cristiani, che lo abbandonarono nella fase decisiva del suo conflitto con Costantino.

Costantino I il Grande,
musei capitolini de Roma.
Nel 325 - Con la definitiva sconfitta di Licinio, Costantino è imperatore dell'Impero Romano di nuovo unificato. A questo punto, Costantino indice il Concilio di Nicea, dove il cristianesimo adotterà come propria, la tradizione della "Torah" ebraica, conosciuta nella "Bibbia" col nome greco di "Pentateuco", Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio e alcuni Vangeli come liturgia. Il passaggio interessante è che si stabilisce quali sono i "Libri ispirati da Dio". In questo concilio fu fissata la data della Pasqua e furono stabilite regole che definivano l'autorità dei vescovi e spianavano quindi la strada a una concentrazione del potere nelle mani degli ecclesiastici. I vescovi, capi delle comunità cristiane, non pagano tasse all'impero pur incassando le decime, il 10% dei redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti, le assemblee cittadine). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di esercitare il magistero di giudici nei processi di diritto ordinario. Il vescovo di Roma si insediò nel palazzo del Laterano. Dal 384 il vescovo di Roma, che aveva assunto il titolo di «papa», come il patriarca di Alessandria, rivendicherà il primato del suo patriarcato che era stato dell'apostolo Pietro, il primo vescovo di Roma, sancito da Gesù in Matteo 16:18. Nel Concilio di Nicea prende forma e posizione la nuova Chiesa, che non è più il nome della comunità cristiana, ma un  vertice che da una parte gestisce potere psicologico, politico, economico e giudiziario e dall'altra si pone come tramite tra il fedele e la divinità, coronando così gli sforzi di Paolo di Tarso, che aveva minacciato perfino l'apostolo Pietro ad adeguarsi ad una strategia di controllo sulla comunità dei cristiani. L'ebreo Saul di Tarso (S. Paolo), diventerà così, insieme a Pietro, chiamato Simone dei Vangeli, fondante per la Chiesa Cristiana "Cattolica", e cioè "Universale". Il Concilio di Nicea dovrà inoltre costringere i vari rivoli del cristianesimo al controllo del clero, marchiando come eresie l'Arianesimo di Ario, il Manicheismo di Mani, lo Gnosticismo,  il Nestorianesimo del "monofisismo" e tutte le forme di cristianesimo non conformi alla dottrina ufficiale. A Costantino stava a cuore l'unità nell'impero e non la fede religiosa. Come Dio, Gesù poteva venire opportunamente associato al Sole Invitto, come profeta mortale, sarebbe stato più difficile dargli una collocazione. Insomma, l'ortodossia cristiana si prestava a una fusione politicamente auspicabile con la religione ufficiale di Stato e per questo Costantino le diede il suo appoggio. Fu così che, un anno dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca e la distruzione di tutte le opere che contestavano i dettami cristiani emersi nel concilio: le opere degli autori pagani che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani « eretici ». Il capolavoro di Costantino I il Grande, poi fatto Santo, era dunque compiuto:  l'Imperatore Romano aveva fondato una Chiesa Romana, in cui si sarebbero trasferiti i poteri Romani. Le dottrine cristologiche (dottrine riguardanti la natura di Gesù Cristo, la sua divinità, i suoi rapporti con la tradizione giudaica e con il monoteismo precristiano) dei primi secoli vennero vagliate nel concilio e alcune vennero giudicate eterodosse (non ortodosse) e considerate eresie dalle altre Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Le discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico. Nel Concilio di Nicea I (del 325) si affermava la consustanzialità, cioè la stessa natura, del Padre e del Figlio, come si recita nella preghiera "Credo", chiamato appunto niceno e  quelle che sostenevano dottrine diverse sarebbero divenute "chiese scismatiche". Seguono alcune linee di pensiero avversate dal Concilio di Nicea e considerate eretiche, non ortodosse:
- Il Nestorianesimo, oggetto di vari scismi, di cui si discuterà a lungo. Nestorio, patriarca di Costantinopoli, enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio". Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. 
- L'Arianesimo, il movimento teologico più rilevante del IV secolo. Secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. 
- Il Donatismo prende il nome da Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano ed avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla dignità di chi li amministra. 
- Lo Gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale del movimento basata sull'etimologia della parola può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il giudaismo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza attraverso l'osservanza delle 613 mitzvòt e il cristianesimo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per Grazia mediante la Fede (Efesini 2,8), per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità.
- Il Manicheismo è la religione fondata in Persia da Mani (215-277), predicatore e teologo nato nel regno dei Parti e vissuto nell'Impero sasanide, nel tentativo di fondare una religione universale che fondesse caratteristiche dello Zoroastrismo con il Cristianesimo (probabilmente con influenze di seguaci di Marcione e Bardesane) e del Buddismo che egli aveva conosciuto durante un viaggio in India. Il Manicheismo è una religione radicalmente dualista: due princìpi, la Luce e le Tenebre, coevi, indipendenti e contrapposti che influiscono in ogni aspetto dell'esistenza e della condotta umana. 
- Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
La Chiesa marcionita era probabilmente ben organizzata con un clero ("i perfetti") accuratamente preparati e che conducevano una vita contemporaneamente attiva e duramente ascetica, tanto che sopravvisse per secoli e probabilmente continuò in vari movimenti tardi, come Bogomili e Catari (vedi Manichei medievali).

Patriarcati delle Chiese cristiane. 
Col Concilio di Nicea del 325 voluto dall'imperatore Costantino, in cui fece valere le proprie posizioni in qualità di Pontefice Massimo, la nuova Chiesa post-apostolica si organizza, all'interno dell'impero romano, attorno ai cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, mentre esterne all'impero erano la Chiesa Armena o Gregoriana, la più antica (del I secolo) insieme alla Chiesa di Cipro del 46, retta da un patriarca detto cathòlicos, con sede a Echmiadzin e la Chiesa Assira Nestoriana, retta da un patriarca con sede a Ninive, dal 378.

Antica Costantinopoli.
Nel 330 - Costantino I inaugura la Nova Roma, copia fedele e nostalgica della prima Roma, che sarà poi chiamata Costantinopoli. Il greco era la lingua di cultura e d'uso, com'era stata da sempre nelle province orientali dell'impero romano. Il latino, piuttosto diffuso presso le classi alte di Costantinopoli fino almeno all'età marcianea (Flavio Marciano è stato un imperatore romano d'Oriente dal 450 al 457), rimase comunque la lingua ufficiale dell'Impero d'Oriente: Eraclio I lo sostituì con il greco intorno al 625. Curiosamente, per lungo tempo fu considerato disdicevole riferirsi all'impero come "greco", poiché tale termine aveva l'accezione spregiativa di "pagano".

Papa Damaso I in un mosaico della
basilica di S. Paolo fuori le mura
a Roma.
Nel 366 - Il 1º ottobre Damaso I è consacrato vescovo di Roma, quindi papa, evento che costerà furiosi scontri costati almeno 137 morti fra due fazioni di cristiani. Damaso I (Roma o Guimarães, 305 ca. - Roma, 11 dicembre 384) è stato il 37º papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Figlio dell'iberico Antonio, prete aggregato alla chiesa di San Lorenzo e di una certa Laurentia, si è ritenuto per molto tempo che fosse nato nell'attuale Portogallo, ma ricerche storiche più recenti sembrano indicare che possa essere nato a Roma. Di certo crebbe a Roma al servizio della chiesa di San Lorenzo martire. Morto papa Liberio il 24 settembre 366, il clero romano si divise in due fazioni. Una, favorevole alla politica del defunto antipapa Felice II, del tutto contraria ad ogni accordo con i sostenitori delle teorie ariane (nonostante Felice II fosse ariano) riunita nella basilica di Santa Maria in Trastevere elesse e consacrò frettolosamente papa il diacono Ursino.
Nello stesso tempo l'altra fazione, maggioritaria, più conciliante e favorevole ad accordi e compromessi, nella basilica di San Lorenzo in Lucina, scelse Damaso, che fu consacrato nella basilica di San Giovanni in Laterano il 1º ottobre 366. Molti dettagli degli avvenimenti inerenti a queste elezioni vennero narrati nel Libellus Precum, una petizione all'autorità civile da parte di Faustino e Marcellino, due presbiteri della fazione di Ursino e dallo storico pagano Ammiano Marcellino, che così narrava: « L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale. ». Il prefetto di Roma, di cui parlava Ammiano Marcellino, era un tal Vivenzio Scisciano, che attese che si concludessero i disordini per prendere posizione nella contesa. Una volta accertata la vittoria del partito di Damaso, esiliò da Roma Ursino, ma i seguaci di Ursino non vollero accettare la sconfitta e si rifugiarono nella basilica di Santa Maria Maggiore, che i damasiani il 26 ottobre assalirono: si accese una vera e propria battaglia, con le conseguenze citate da Ammiano Marcellino. Riammesso l'anno seguente a Roma, Ursino cercò nuovamente di prendere il posto di Damaso, dando vita ad altri disordini e ricavandone un nuovo esilio per decreto dell'imperatore Valentiniano I. Dalla Gallia prima e da Milano successivamente, tramite un ebreo di nome Isacco, nel 370 Ursino fece accusare Damaso di gravi delitti. Fu celebrato un processo che nel 372 assolse il vescovo di Roma e Ursino, per decreto del nuovo imperatore Graziano, fu definitivamente esiliato a Colonia. Questi contrasti si rifletterono non solo sulla reputazione di Damaso ma anche in quella della Chiesa romana. Molti, sia nella società pagana che in quella cristiana, videro in Damaso un uomo le cui ambizioni terrene erano superiori alle preoccupazioni pastorali. Damaso amava infatti il fasto e gli spettacoli e non esitava a commissionare grandi opere visto che in quel periodo le grandi famiglie di senatori e benestanti coprivano di doni gli ecclesiastici. Sotto il suo pontificato la residenza papale assunse un aspetto principesco e la Chiesa iniziò ad accumulare grandi ricchezze, tanto che non pochi accusarono i sacerdoti di essere mossi solo da ragioni economiche. In tal senso, un decreto imperiale del 370 proibì agli ecclesiastici di far visita a vedove ed ereditiere per evitare che le inducessero a fare donazioni alla Chiesa. Nel 378, alla corte imperiale, fu mossa contro Damaso anche un'accusa di adulterio, dalla quale fu scagionato prima dall'Imperatore Graziano e poco dopo, da un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunicò gli accusatori di Damaso.

Dal 368 - Nei due sinodi romani del 368 e 369/370, papa Damaso I condanna fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo.
- Apollinare di Laodicea (310 circa - 390) è stato un vescovo greco antico. Studiò ad Alessandria e ad Antiochia e divenne vescovo di Laodicea nel 360. Teologo erudito, amico di Atanasio di Alessandria e difensore del credo niceno, polemizzò contro pagani, manichei, contro Origene e contro Ario. Nella sua lotta anti-ariana, a partire dal 352, enfatizzò la natura divina di Cristo a scapito di quella umana, cadendo in una posizione cristologica eterodossa, detta da lui apollinarismo. Condannato dai sinodi di Roma del 374 e 377, di Alessandria del 378, di Antiochia del 379 e dal concilio ecumenico di Costantinopoli del 381, Apollinare costituì ad Antiochia una comunità con una propria gerarchia ecclesiastica ma l'imperatore Teodosio I (379-395), con una ordinanza imperiale del 388, lo condannò all'esilio. Alla sua morte, alcuni seguaci tornarono nell'ortodossia, altri abbracciarono il monofisismo di Eutiche.
- La pneumatomachia è una corrente di pensiero teologica del primo Cristianesimo d'Oriente risalente al IV secolo, dichiarata eretica durante il Primo Concilio di Costantinopoli che trattava del mistero della Trinità, in particolar modo della subordinazione dello Spirito Santo rispetto al Padre ed al Figlio. Il nome deriva dal greco, e vuol dire letteralmente “la lotta dello spirito”. Il concetto di pneuma, e cioè soffio, respiro, mutò infatti, nel suo profondo significato descrittivo filosofico, da significato di semplice anima-soffio individuale o respiro/soffio divino-pneuma, a vero e proprio pneumata, e cioè ad indicare una precisa entità metafisica indipendente ed ultraterrena (ad esempio come gli angeli e i demoni). La pneumatomachia non è da confondersi con la pneumatologia, scienza filosofica che invece tratta in generale delle cose spirituali, ed in particolar modo ripresa dal Cristianesimo, come una branca teologica che studia lo Spirito Santo. La pneumatomachia riteneva che lo Spirito Santo non fosse la terza persona della Santissima Trinità, quindi non di pari dignità e divinità del Padre e del Figlio. Per gli pneumatomachi, lo Spirito Santo era una creatura di Dio, superiore sì agli angeli, ma non consustanziale a Dio, quindi subordinato al Padre e al Figlio. Venne indicata anche con il nome di macedonianismo, in quanto Macedonio di Costantinopoli, vescovo morto attorno al 360, ne fu uno dei primi divulgatori, pur provenendo da un pensiero cristologico ariano. La pneumatomachia fu ritenuta eretica sia dai cristiani d'Oriente, sia dai cristiani d'Occidente, a partire dal Primo Concilio di Costantinopoli del 381, che approvarono l'ancora oggi valido credo o simbolo niceno-costantinopolitano. Poco o nulla è rimasto scritto su questa teoria. Quello che si conosce è dedotto dagli scritti di confutazione di tale idea. In particolare gli scritti di Atanasio di Alessandria, con le sue lettere a Serapione di Thmuis e dei documenti del Sinodo di Alessandria del 362. Morto Atanasio, furono in particolare i presbiteri Didimo il Cieco e Basilio il Grande a proseguire il dibattito attorno a questo tema.
Nel secondo dei due sinodi, Damaso scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374, quando fu sostituito da Ambrogio). Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani.

Da papa Damaso I in poi si nota un marcato aumento del volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da parte dei vescovi romani. Questo sviluppo dell'ufficio papale, specialmente ad Occidente portò un grande aumento dello sfarzo. Tale splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san Girolamo, provocando, il 29 luglio 370, un editto dell'imperatore Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e monaci (più tardi anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa impose che la legge fosse strettamente osservata.

Nel 375 - L’Imperatore Graziano, di religione cristiana, rinuncia alla carica di Pontefice Massimo, che con Augusto era stata assorbita dalla figura dell’Imperatore, per donarla al Vescovo di Roma e di lì in poi diventerà sinonimo di Papa. Graziano così opera una netta distinzione fra potere politico e autorità religiosa decretando comunque un primato di Roma nell'ambito del Cristianesimo, in cui Costantino I aveva trasfuso l'istituzionalità dell'Impero Romano.

Nel 379 - L'Illiria si stacca dall'Impero romano d'Occidente, per cui Damaso I si affretta a salvaguardare l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine dell'importante vicariato papale legato a quella sede. Damaso invocò il "testo petrino" (Matteo 16,18), e fu il primo papa a definire la chiesa romana "sede apostolica" (sedes apostolica), definizione utilizzata per tutto il millennio successivo e che rivendicava alla chiesa romana una posizione monopolistica con sovranità e primato su tutte le altre chiese.

Teodosio I.
Nel 380 - Papa Damaso I sostiene l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato, fatto lì ricollocare dall'imperatore Giuliano e sotto il suo pontificato è emanato il famoso "Editto di Tessalonica" di Teodosio I, (27 febbraio 380), che definisce il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Roma “cattolici”, bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni. Nel 380, il 27 febbraio, viene emesso dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest'ultimo all'epoca aveva solo nove anni) l'editto di Tessalonica, conosciuto anche come "Cunctos populos". Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell'impero, proibisce in primo luogo l'arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l'eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. La nuova legge riconosceva alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d'Egitto il primato in materia di teologia. « GLI IMPERATORI GRAZIANO, VALENTINIANO E TEODOSIO AUGUSTI. EDITTO AL POPOLO DELLA CITTÀ DI COSTANTINOPOLI. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all'insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. DATO IN TESSALONICA NEL TERZO GIORNO DALLE CALENDE DI MARZO, NEL CONSOLATO QUINTO DI GRAZIANO AUGUSTO E PRIMO DI TEODOSIO AUGUSTO » Codice Teodosiano, xvi.1.2). Ad Alessandria d'Egitto, viene chiuso una prima volta il Serapeo, tempio della tradizione religiosa ellenistica, che contiene la biblioteca con la memoria del pensiero ellenistico. La popolazione alessandrina decide di desistere dall'occupazione del tempio solo quando i messi imperiali leggono l'ordine dell'imperatore: per gli antichi, lo scritto è sacro, e maggiormente è sacro lo scritto dell'imperatore, rappresentante in terra dell'ordine divino. L'editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell'impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l'attuazione pratica dell'editto di Tessalonica. L'editto di Tessalonica è ritenuto importante dagli storici in quanto diede inizio a un processo in base al quale «per la prima volta una verità dottrinale  veniva  imposta  come legge dello Stato e, di conseguenza, la dissidenza religiosa si trasformava giuridicamente in crimen publicum: ora gli eretici potevano e dovevano essere perseguitati come pericolo pubblico e nemici dello Stato». Nello stesso anno Graziano inviò alcuni generali per liberare l'Illiria dai Goti, consentendo a Teodosio di entrare finalmente a Costantinopoli il 24 novembre del 380, al termine di una campagna militare durata due anni. Durante il regno di Teodosio le regioni orientali rimasero relativamente tranquille, anche se i Goti e i loro alleati, insediatisi stabilmente nei Balcani, erano motivo di continuo allarme. La tensione crebbe a poco a poco, tanto che, a un certo punto, l'imperatore associato Graziano rinunciò a mantenere il controllo delle province illiriche e si ritirò a Treviri, allora compresa nel territorio della Gallia. La manovra aveva lo scopo di consentire a Teodosio di portare avanti senza intralci le successive operazioni militari. Un motivo di grave debolezza degli eserciti romani del tempo era legato alla pratica di arruolare contingenti fra le popolazioni barbare e farli combattere contro altri barbari, spesso etnicamente affini. Per tentare di limitare gli effetti negativi che ne derivavano, Teodosio inviò ripetutamente le nuove reclute in Oriente, nelle province più lontane dai confini danubiani (soprattutto in Egitto), con la necessaria e costosa conseguenza di doverle rimpiazzare con leve romane più affidabili in altre aree dell'impero. Tale politica non fu esente da inconvenienti: oltre a improvvise defezioni si registrarono anche incomprensioni e persino scontri armati fra romani e federati barbari. A Filadelfia, in Lidia, i federati goti diretti in Egitto incontrarono sul proprio cammino un'armata romana proveniente da questa stessa provincia e ingaggiarono contro di essa una assurda e sanguinosa battaglia.

Nel 381 - Concilio ecumenico di Costantinopoli, cui presero parte solo esponenti della Chiesa dell'Impero romano d'Oriente, in cui venne ribadita l'uguaglianza tra le divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e nello specifico è accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma celebrerà un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale modificherà questo dogma e stabilirà che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non sarà accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvederà in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, e si arriverà, nel 1.054 ad uno scisma della chiesa cristiana fra "cattolica" cioè universale, quella romana e "ortodossa", fedele al dogma di Nicea del 325, quella costantinopolitana. Inoltre Graziano, imperatore romano dell'Occidente, sposta la sua capitale da Treviri a Milano. Nello stesso 381, durante la lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in Occidente e Teodosio I in Oriente, papa Damaso I si avvalse anche del grande aiuto di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia. Il momento era favorevole al dogmatismo cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di Costantinopoli (381), dove Damaso inviò i suoi legati e nel quale, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di Nicea del 325. Damaso sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per qualche tempo) ad intraprendere la revisione delle antiche versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro l'arianesimo che laggiù era trionfante. Sulla questione dello scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio, Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede episcopale di Licopoli.

Nel 382 - Si tiene il Concilio di Roma in cui papa Damaso I sancisce il primato di Roma in qualità di sede apostolica. In un periodo piuttosto burrascoso per il cristianesimo e nonostante le accuse a proprio carico, grazie alla sua forte personalità, Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia cattolica contro tutte le eresie. In contrapposizione con i decreti del Concilio di Costantinopoli I, il Concilio di Roma del 382 decretò che la chiesa romana non era stata creata da un decreto sinodale, ma era stata fondata da due apostoli, san Pietro e san Paolo. Altra affermazione del Concilio romano fu quella secondo cui la Chiesa romana era stata fondata per volontà divina. Il risultato ideologico conseguito da questo Concilio fu che la giustificazione storica e politica del primato della chiesa romana fu sostituita dall'affermazione di una legge divina che aveva fatto degli apostoli i suoi fondatori. La formula utilizzata nel Concilio per la prima volta "primato della chiesa romana" ebbe effetti decisivi nella storia papale successiva. Damaso morì l'11 dicembre 384, ma dal 382 il vescovo di Roma, che aveva assunto il titolo di «papa», come d'altra parte il patriarca di Alessandria, rivendicherà il primato del suo patriarcato come continuità del primato dell'apostolo Pietro (sancito da Gesù in Matteo 16:18), che era stato il primo vescovo di Roma.

Nel 388 - In ottobre, Teodosio I si stabilisce a Milano, dove aveva fissato la propria residenza anche Valentiniano II, facendone la sua capitale e dimorandovi, salvo brevi interruzioni, per oltre due anni, fino all'aprile del 391. Intensa fu in questo periodo l'attività legislativa dell'imperatore ispanico, tesa a combattere gli abusi: gratificazioni non dovute che i funzionari esigevano, produzione di monete false, violenze compiute da schiavi talvolta istigati dai loro stessi padroni, vendita di bambini da parte di genitori ridotti in miseria, campi saccheggiati di notte dai militari che oltretutto si dedicavano a tendere anche imboscate sulle strade. Fece anche una legge che dichiarava nulli i codicilli e le clausole mediante i quali venivano attribuiti lasciti all'imperatore o a membri della sua famiglia, che fu particolarmente lodata da Quinto Aurelio Simmaco. 
S. Ambrogio di Milano.
Milano era anche la sede episcopale di Ambrogio, sicché il vescovo poteva mantenere contatti regolari col supremo potere secolare. In occasione degli scontri che ebbero inevitabilmente a verificarsi, Ambrogio difese con tanta fermezza lo «ius (il diritto) sacerdotale» che possiamo riconoscere in lui il primo campione della Chiesa che sia riuscito a tracciare, in sede teorica e pratica, una netta linea di demarcazione tra le giurisdizioni secolare e spirituale. Gli ariani avevano fatto molti proseliti a Milano fino al regno di Teodosio I che, con l'editto del 380, aveva inflitto loro un colpo mortale in tutto il mondo romano. Durante il periodo di maggiore influenza ariana, il governo imperiale, cedendo alle pressioni degli scismatici, aveva ordinato ad Ambrogio di ceder loro la sua basilica episcopale. Egli rifiutò motivando il rifiuto con la teoria che «i palazzi, e non le chiese, son sotto la giurisdizione dell'autorità secolare», e che «le cose divine sono al di sopra del potere imperiale». Ebbe partita vinta e si tenne la basilica.

Nel 390 - In giugno, la popolazione di Tessalonica (l'odierna Salonicco) si ribella e impicca il magister militum dell'Illirico e governatore della città Buterico, reo di aver arrestato un famoso auriga e di non aver permesso i giochi annuali. Teodosio ordina una rappresaglia, per cui viene organizzata una gara di bighe nel grande circo della città a pochi giorni dai fatti e, chiusi gli accessi, vengono trucidate circa 7.000 persone. Un misfatto simile di proporzioni anche maggiori sarà fatto molto tempo dopo da Giustiniano, a Costantinopoli. Quando giunse la notizia in Occidente, l'opinione pubblica ne fu profondamente commossa. Ambrogio, vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità e mosso dal principio che «anche l'imperatore è nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», scrisse a Teodosio una lettera sdegnata, imponendogli di espiare l'ingiusto massacro con mesi di penitenza e una richiesta pubblica di perdono. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del prelato, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Nel Natale del 390, l'imperatore poté tornare a comunicarsi. Tutto ciò accadeva nel IV secolo, solo pochi decenni da quando la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità. Fu un'altra vittoria, ancor più clamorosa, di Ambrogio; secondo molti storici l'inasprimento della politica religiosa di Teodosio nei confronti del paganesimo fu in gran parte dovuta all'influenza che Ambrogio ebbe su di lui e sicuramente, dopo questi fatti, la politica religiosa dell'imperatore si irrigidì notevolmente.

Dalla strage di Tessalonica, Teodosio vieta i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata più di 1000 anni. Interpretando i Giochi olimpici come una festa pagana, Teodosio ne decise la chiusura, influenzato da Ambrogio. A determinare tale decisione contribuì anche l'ormai intollerabile livello di corruzione tra gli atleti, che falsava le competizioni.

Croce gemmata nell'abside della
basilica paleocristiana di Santa
Pudenziana a Roma.
La croce, diventata il simbolo del culto cristiano dopo l'editto di Milano, emanato dagli imperatori Costantino e Licinio nel 313, si inizia a trovare nelle chiese primitive: uno degli esempi più significativi è la croce gemmata realizzata a mosaico (fine del IV - inizio del V secolo), posta sopra il Calvario, nell'abside della basilica paleocristiana di Santa Pudenziana in Roma. Nel mosaico, risalente a circa il 390, è rappresentato Cristo in trono circondato dagli apostoli (ne sono rimasti dieci, gli altri probabilmente sono scomparsi con le ristrutturazioni cinquecentesche) e da due donne che gli porgono una corona ciascuna, la cui identità è oggetto di discussione: secondo alcuni sarebbero le sante Pudenziana e Prassede, figlie di Pudente, secondo altri rappresenterebbero la "Chiesa" e la "Sinagoga", cioè i templi dei cristiani e degli ebrei. Solo la figura del Cristo ha l'aureola, e tiene in mano un libro aperto sul quale campeggia l'iscrizione DOMINUS CONSERVATOR ECCLESIAE PUDENTIANAE. Le figure si stagliano davanti a un'esedra porticata, dietro la quale si intravede il profilo di una città, che potrebbe essere identificata con Gerusalemme, di cui si intravederebbero le chiese costruite da Costantino I. Questa interpretazione è resa plausibile dalla presenza, al centro del mosaico, di una croce ricoperta di gemme che, secondo la tradizione, sarebbe stata fatta erigere dall'imperatore Teodosio II nel 416 sul Calvario, in ricordo, probabilmente di una miracolosa apparizione della croce. Accanto alla Croce svettano in un cielo animato da nuvolette rosacee e azzurre i quattro Viventi dell'Apocalisse (l'angelo, il bue, il leone e l'aquila), una delle più antiche rappresentazioni del Tetramorfo giunte sino a noi in sede monumentale. Altri esempi di rappresentazioni di croci, poco più tardi, sono quelli che troviamo nei mosaici che ornano l'arco trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma ed in quelli del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Rappresentazione della vestale Emilia
che spegne il fuoco sacro.
Nel 391/392 - Tra il 391 e il 392 furono emanati una serie di decreti (noti come decreti teodosiani) che attuavano in pieno l'editto di Tessalonica: venne interdetto l'accesso ai templi pagani e ribadita la proibizione di qualsiasi forma di culto che non fosse il cristianesimo di fede nicea, compresa l'adorazione delle statue. Furono inoltre inasprite le pene amministrative per i cristiani che si fossero riconvertiti al paganesimo e, nel decreto emanato nel 392 da Costantinopoli, l'immolazione di vittime nei sacrifici e la consultazione delle viscere erano equiparati al delitto di (lesa) maestà, punibile con la condanna a morte. I templi pagani furono oggetto di sistematica distruzione violenta da parte di fanatici cristiani e monaci appoggiati dai vescovi locali (in molti casi con l'appoggio dell'esercito e delle locali autorità imperiali) che si ritennero autorizzati dalle nuove leggi: si veda, per esempio, la distruzione del tempio di Giove ad Apamea, a cui collaborò il prefetto del pretorio per l'oriente, Materno Cinegio. L'inasprimento della legislazione con i "decreti teodosiani" provocò delle resistenze presso i pagani. Ad Alessandria d'Egitto il vescovo Teofilo ottenne il permesso imperiale di trasformare in chiesa un tempio di Dioniso, provocando una ribellione dei pagani, che si asserragliarono nel Serapeo (che conteneva la famosa bibblioteca) e compiendo violenze contro i cristiani. Quando la rivolta fu domata, per rappresaglia il tempio di Dioniso fu distrutto. Teodosio durante il suo regno fece coniare monete in cui era raffigurato nell'atto di portare un labaro recante il Chrismon. 

Da quei tempi, l'antica religione delle divinità degli elementi venne praticata di nascosto, nel "pagus" (selva o campagna) per cui da allora venne chiamata pagana.
Da allora, nell'Impero Romano non ci sarebbe più stata libertà di pensiero e di culto al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i successivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura. La Chiesa di Roma ostacolerà l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno la maggioranza delle religioni, ma soprattutto le tre monoteiste.

Divisione dell'impero romano in
Occidentale e Orientale.
Nel 395 - Muore Teodosio I. Teodosio I è stato l'ultimo imperatore a regnare su di un impero unificato e ha fatto del cristianesimo la religione unica e obbligatoria dell'Impero; per questo è stato chiamato Teodosio il Grande dagli scrittori cristiani e dalle Chiese orientali è venerato come santo (San Teodosio I il Grande, commemorato il 17 gennaio). Per ragioni amministrative, l'Impero Romano si divide definitivamente fra Impero Romano d'Occidente con imperatore Onorio, figlio di Teodosio I e Impero Romano d'Oriente con imperatore Arcadio, altro figlio di Teodosio I. La parte orientale dell'impero è ricca, grazie alle produzioni di cereali dell'Egitto e dell'Africa nord-orientale, i commerci della Siria, le produzioni agricolo-artigianali e manufatturiere di Siria, penisola Anatolica e Greca; inoltre la cultura, di stampo ellenistico, ha in Alessandria d'Egitto il centro più evoluto del mondo conosciuto. La parte occidentale ha come risorse agrarie solo la Sicilia e il nord Africa centrale, mentre è continuamente minacciata da invasioni di popolazioni Germaniche, dirottate a occidente dalle solide mura e dalle politiche di Costantinopoli. Mentre aristocratici e notabili di tradizione e formazione romana entrano nel tessuto amministrativo della cristianità, le gerarchie e le formazioni dell'esercito sono sempre più composte da esponenti di quelle popolazioni che minacciano l'integrità dell'impero. Il pagamento dei loro servizi nei territori di confine impoverisce progressivamente l'impero e indebita sempre più un'amministrazione che non ha risorse. Per questi motivi, l'impero romano d'Oriente, che verrà poi chiamato Bizantino dagli storici del XVI secolo, sopravviverà per quasi mille anni all'impero romano d'Occidente.

Rappresentazione di Ipazia
d'Alessandria, da http://www.latina
cittaaperta.info/2018/07/27/
ipazia-di-alessandria/
Nel 415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e patriarca d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa biblioteca contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi), che fu data alle fiamme, ordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca, nata nel 370 ed erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia concepì e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo invece aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo legò a se Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di: "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!".

Nel 445 - In luglio, l'imperatore Valentiniano III emana un editto che contribuisce in maniera determinante all'affermazione dell'autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell'Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l'autorità della Chiesa romana». In molti casi, la politica degli imperatori successivi si basò sul presupposto che l'unità dell'impero richiedesse anche un'unità religiosa. Così Giustiniano impose pesanti restrizioni a tutte le religioni non cristiane.

Nel 482 - Pubblicazione dell'"Henotikon" da parte dell'imperatore romano d'Oriente Zenone, l'«Atto di unione» promulgato nel 482 per mediare tra le opposte visioni dei calcedoniani, che riconoscevano in Cristo due nature, umana e divina (difisisti, da phisis, natura) e dei miafisiti (monofisisti) che ne riconoscevano solo una, divina. Il Concilio di Calcedonia del 451 aveva promulgato il credo calcedoniano e condannato la posizione miafisita, ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province orientali dell'impero, e il Patriarca di Alessandria, Pietro III Mongo, era miafisita. Sostenere i miafisiti era stato uno degli errori dell'imperatore Basilisco (imperatore per un breve periodo, dal 9 gennaio 475 all'agosto 476), in quanto il popolo di Costantinopoli era calcedoniano, ma Zenone aveva bisogno del sostegno delle province a maggioranza miafisita, Egitto, Siria, Palestina e Asia Minore. Anche il Patriarca di Costantinopoli, Acacio, era interessato a ridurre la distanza tra le posizioni delle due fazioni avverse. Per queste ragioni Zenone promulgò, nel 482, l'Henotikon, un documento elaborato con l'aiuto di Acacio e indirizzato alle due fazioni in Egitto. L'editto presentava il credo niceno-costantinopolitano come un simbolo, un'espressione di fede finale e unitaria. Tutti gli altri simboli erano esclusi: Eutiche e Nestorio erano chiaramente condannati con un anatema, mentre i dodici capitoli di Cirillo di Alessandria erano accettati. L'insegnamento di Calcedonia non era ripudiato esplicitamente, ma passato sotto silenzio; Gesù Cristo era descritto come «l'unigenito Figlio di Dio [...] uno e non due» e non c'era un riferimento esplicito alle due nature. Il vescovo di Roma, papa Felice III, si rifiutò di accettare il documento e scomunicò Acacio (484), dando inizio allo scisma acaciano, ricomposto solo nel 519.

Nel 484 - Dopo l'emanazione, da parte dell'imperatore romano d'Oriente Zenone, dell'"Henotikon", avviene uno scisma, detto "acaciano", fra le chiese cristiane, d'oriente e d'occidente. Prese il nome da Acacio, all'epoca patriarca di Costantinopoli, che aveva ispirato l'"Henotikon" stesso, in cui Gesù Cristo era descritto come «l'unigenito Figlio di Dio [...] uno e non due» e non c'era un riferimento esplicito alle due nature, come invece stabilito dal Concilio di Calcedonia del 451, dove era stata condannata la posizione miafisita (solo una natura divina), ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province orientali dell'impero. Il vescovo di Roma, papa Felice III, si rifiutò di accettare il documento e scomunicò Acacio, provocando lo scisma di Costantinopoli, che si ricomporrà nel 519, con Giustino I imperatore d'Oriente. Può essere considerato il primo scisma fra chiese cristiane, orientale ed occidentale. A metà del V secolo, mentre l'impero romano d'Occidente si stava dissolvendo nella barbarizzazione germanica, per l'agiato clero cristiano d'Oriente, divenne improcrastinabile risolvere le dispute teologiche sulla natura di Cristo. Da tempo i teologi discutevano se Gesù possedesse entrambe le nature, umana e divina, oppure solamente quella divina e si interrogavano se le due nature fossero compresenti o distinte. Nelle chiese d'oriente, influenzate dalle speculazioni filosofiche di stampo ellenistico, la questione sollevava da tempo un profondo e articolato dibattito. Le due massime chiese d'oriente erano quelle di Antiochia, in Siria, e di Alessandria d'Egitto, entrambe sede di patriarcato. I teologi di Antiochia, di scuola aristotelica, mettevano in risalto l'umanità di Cristo e l'unione delle sue due nature, rimaste integre in una sola persona. L'autonomia della natura umana veniva accentuata fino a farla diventare un secondo soggetto accanto al Logos. Diversamente da loro, ad Alessandria, di scuola platonica, si dava l'assoluta precedenza alla divinità di Cristo. Il Logos divino sarebbe stato l'unico vero centro di azione in Cristo. I teologi di Alessandria non si riferivano mai a un soggetto umano o a un distinto principio operativo. In Cristo vi era la perfetta unità del Verbo nella carne: l‘uomo è il Verbo, ma il Verbo in quanto unito a un corpo. I massimi esponenti della scuola teologica alessandrina (Didaskaleion) furono Clemente, Origene e Atanasio. Sia la chiesa di Antiochia sia quella di Alessandria accettarono le decisioni del Concilio di Nicea I (del 325), che aveva affermato la consustanzialità, cioè la stessa natura, del Padre e del Figlio. Nel concilio successivo, a Costantinopoli (381), cui presero parte solo esponenti della Chiesa dell'Impero romano d'Oriente, venne ribadita l'uguaglianza tra le divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Nella prima metà del V secolo fu patriarca di Alessandria, Cirillo (370-444), colui che ordinò il femminicidio di Ipazia d'Alessandria. Durante la sua epoca si sviluppò l'eresia nestoriana, teoria cristologica di matrice antiochena. Cirillo fu il primo vescovo a denunciare gli errori del nestorianesimo; fu l'estensore della lista delle 12 rinunce (“anatemi”) che il papa di Roma Celestino I sottopose a Nestorio. Fu la figura centrale del concilio di Efeso I del 431, che condannò definitivamente il nestorianesimo come eresia. Il concilio di Efeso però, aveva lasciato irrisolta una questione fondamentale: che tipo di rapporto sussiste tra la natura umana e quella di Cristo dopo l'incarnazione: sono tra loro subordinate, o sono fuse, ovvero separate? Uno dei discepoli di Cirillo, il monaco Eutiche, provò a dare una risposta. Eutiche viveva a Costantinopoli come rappresentante diplomatico della chiesa di Alessandria. Nella capitale bizantina era anche padre superiore di un importante convento di monaci. Nella sua prova di risposta, Eutiche affermò che in Cristo, dopo l'incarnazione la natura umana è stata assorbita completamente da quella divina. La divinità avrebbe accolto l'umanità "come il mare accoglie una goccia d'acqua". Contro Eutiche si pronunciarono i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia e il papa di Roma. A suo favore si schierò invece Cirillo, che però morì pochi anni dopo. Per dirimere la questione, fu comunque convocato il concilio di Efeso II che si tenne nel 449; gli alessandrini, rappresentati dal loro papa (il titolo del loro patriarca) Dioscoro I, uscirono vincitori: il sinodo confermò l'ortodossia della teoria di Eutiche, definita “monofisismo”, cioè una natura, quella divina.

I quattro regni merovingi
alla morte di Clovis I, da
"Il Santo Graal", 1982
ed. Mondadori.
Nel 496 - Conversione dei Franchi al cattolicesimo. I Franchi, insediati nel nord di quella che divenne la Francia, mantennero per qualche tempo la loro lingua ed i loro costumi germanici; tuttavia, a causa della loro scelta religiosa, il cattolicesimo, (con la conversione ed il battesimo di Clodoveo, il primo re della stirpe reale chiamata merovingia, da Meroveo, il nome del padre e del nonno) divennero gli alleati naturali della Chiesa di Roma e si fecero passare di buon grado per il braccio secolare della “vera fede”. Durante il battesimo di Clovis, il vescovo di Reims, Remigio, gli intimò: "Fiero Sigambro, brucia ciò che hai adorato e adora ciò che hai bruciato!", in quanto il termine Sigambro evocava ancora il significato di valoroso guerriero germanico. Nel 496, la Chiesa di Roma era in una situazione precaria e durante il V secolo la sua stessa esistenza era stata gravemente minacciata. Per gran parte del V secolo, tutte o quasi tutte le diocesi dell'Europa occidentale furono ariane o vacanti. Se la Chiesa di Roma voleva sopravvivere e affermare la propria autorità, le era necessario l'appoggio di un campione, un potentissimo personaggio laico che la rappresentasse. Nel 486 Clodoveo aveva già esteso notevolmente i domìni merovingi, partendo dalle Ardenne per annettersi numerosi regni e principati confinanti. Molte città importanti - ad esempio Troyes, Reims e Amiens - furono così incorporate nel suo regno. In meno di un decennio apparve evidente che Clodoveo era ormai avviato a diventare il sovrano più potente dell'Europa occidentale. Secondo la tradizione, la conversione di Clodoveo fu improvvisa e inaspettata, e si compì grazie alla moglie del re, Clotilde, fervida devota di Roma, che sembra assillasse il marito fino a quando questi accettò la sua fede e che in seguito fu canonizzata per questi meriti. Secondo i documenti del Priorato di Sion, Maria Maddalena (Mariamne Migdal-Eder Principessa della Tribù di Beniamino) ha sposato nel 26, a Tabgha in Galilea, in seconde nozze poiché rimasta vedova, Gesù (Yeshuah Ben Yossef), figlio di Yossef (a sua volta figlio di Jacob) e di Myriam Principessa della Tribù di Giuda Bat Héli (figlia di Héli), nato l' 1 MAR a Bethléem e morto nel 33 a Jérusalem. Loro figli sono stati Sarah-Damaris Principessa della Tribù di Giuda Bat Yeshuah, nata nel 27 e Yeshuah-Joseph Yuz Asaf Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, nato nel 33 in Giudea e morto nel 120 a Sringar, in Cachemire. Da quest'ultimo, attraverso vari "re pescatori", discendeva Clothilde (Santa Clotilde) dei Burgundi di Borgogna, nata nel 475 in Burgundia e morta il 3 giugno 545 nel monastero di St. Martin a Tours, in Francia, figlia di Chilperico II di Borgogna e di Agrippina di Narbonne. Nel 493 Clothilde ha sposato Clovis I di Francia, figlio di Childérico I di Francia e di Basine Di Turingia, nato nell'ago. 466 a Tournai e morto il 27 nov. 511 a Paris, Seine. Si sa che nel 496 vi furono numerosi incontri segreti tra Clodoveo e san Remigio. Subito dopo, fu ratificato un accordo tra il re e la chiesa di Roma. Per quest'ultima, l'accordo rappresentava un grande trionfo politico. Avrebbe assicurato la sua sopravvivenza e la posizione di suprema autorità spirituale dell'Occidente. Avrebbe consolidato la posizione di Roma, alla pari con quella di Costantinopoli e Clodoveo sarebbe stato colui che avrebbe realizzato tutto questo, la spada della Chiesa di Roma. In cambio, Clodoveo ricevette il titolo di «Novus Costantinus». II patto tra Clodoveo e la chiesa ebbe conseguenze enormi per la cristianità. E non solo per la cristianità di quel tempo, ma per tutto il millennio successivo. Il battesimo di Clodoveo segnò la nascita di un nuovo impero romano: un impero cristiano basato sulla Chiesa di Roma e amministrato, a livello laico, dalla stirpe merovingia. In altre parole, venne stretto un vincolo indissolubile tra Chiesa e Stato, ognuno dei quali giurava all'altro fedeltà perpetua. A ratifica di questo vincolo, nel 496 Clodoveo si fece battezzare da san Remigio a Reims. Al momento culminante della cerimonia, san Remigio pronunciò le famose parole: Mitis depone colla, Sicamber, adora quod incendisti, incendi quod adorasti. (China umilmente la testa, o Sicambro, adora ciò che bruciavi, e brucia ciò che adoravi.). È importante notare che il battesimo di Clodoveo non fu un'incoronazione, contrariamente a quanto talvolta sostengono gli storici. La Chiesa non nominò re Clodoveo. Clodoveo era già re, e la Chiesa non poteva far altro che riconoscerlo. E così facendo, si legò ufficialmente non soltanto a Clodoveo, ma anche ai suoi successori: non a un individuo, ma a una stirpe. Sotto questo aspetto, il patto ricorda l'alleanza che, nell'Antico Testamento, Dio stringe con re Davide: un patto che può venire modificato, come nel caso di Salomone, ma non revocato, infranto o tradito. E i Merovingi non persero mai di vista questo parallelo. Per il resto della sua vita, Clodoveo realizzò quanto la Chiesa si attendeva da lui. Con efficienza irresistibile, la fede fu imposta con la spada; e con la sanzione, e il mandato spirituale della Chiesa, il regno franco estese i suoi domini a est e a sud, abbracciando gran parte dell'odierna Francia e dell'odierna Germania. Fra i numerosi avversari di Clodoveo i più importanti furono i Visigoti, che avevano abbracciato l'eresia ariana. Contro l'Impero visigoto, situato nell'odierna Spagna e, a nord, a cavallo dei Pirenei ed esteso fino a Tolosa, Clodoveo condusse le sue campagne più assidue e organizzate.

Nel 527 - Tutti gli eretici e i pagani persero le cariche statali, i titoli onorifici, l'abilitazione all'insegnamento e gli stipendi pubblici.

Raffaello Sanzio:
"La scuola di Atene.
Nel 529 - Fu imposta di fatto la chiusura della scuola filosofica di Atene, ultimo centro di eccellenza ancora attivo della cultura ellenistica mentre a Costantinopoli e in Asia Minore i pagani, ancora numerosi, furono costretti al battesimo.

Mosaico con Giustiniano
nella chiesa di S. Vitale
a Ravenna.
Nel 545 - L'imperatore romano orientale Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, poichè da Costantino in poi, l'imperatore era il capo della chiesa cristiana, emana l'Editto contro i "Tre Capitoli" che provocherà lo scisma della cristianità dell'Italia settentrionale e nord-orientale. Con scisma tricapitolino (o Scisma dei Tre Capitoli, in greco trîa kephálaia) si indica una divisione all’interno della Chiesa avvenuta tra i secoli VI e VII, causata da un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, che interruppero le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, rifiutando le decisioni del Concilio di Costantinopoli II del 553. L'imperatore romano orientale Giustianiano I (527-565), per salvaguardare l'unità dell'impero romano d'Oriente nel suo disegno di espansione dell'egemonia sui paesi dell'area mediterranea, cercò di ingraziarsi gli eretici monofisiti (numerosi e con molti agganci politici, compresa l'imperatrice Teodora, alla corte di Costantinopoli). Le tesi monofisiste, che racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, vennero condannate dal concilio di Calcedonia (451), ma l'imperatore, poiché non avrebbe potuto rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle Chiese, decise di condannare alcuni teologi del passato, assertori di teorie difisiste sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza. Con il termine nestorianesimo si intende la dottrina cristologica attribuita al vescovo di Costantinopoli Nestorio (381-451) e alla Chiesa cristiana afferente alla sua figura religiosa che afferma la totale separazione delle due nature del Cristo, quella divina e quella umana", negandone l'unione ipostatica. Afferma pure che Maria ha generato l'uomo Gesù, e non Dio, per cui rifiuta a Maria il titolo di «Madre di Dio» (Theotókos), riconoscendola solo come "Madre di Cristo" (Christotókos), e afferma che colui che fu nato da Maria era solo un uomo in cui Dio poi discese come discese nei profeti. Riconosce la presenza in Cristo, piuttosto che di due nature, di due persone (Dio e uomo), unite dal punto di vista "morale" più che sostanziale. L'umanità, il corpo di Gesù sarebbe stata una sorta di "tempio dello Spirito", in cui era accolta la divinità. Tale dottrina fu condannata dal Concilio di Efeso del 431, che insegnò come dogma della Chiesa l'applicazione a Maria della descrizione Theotókos. Il concilio fu perciò rigettato da quei cristiani che poi venivano chiamati nestoriani e in particolare da quelli dell'Impero persiano, che vivevano ad est dell'Impero romano, nella Chiesa d'Oriente.Pertanto, con un editto imperiale intorno all'anno 545, Giustiniano condannò come eretici:
- la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428),
- gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo,
- una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro. Questi scritti, raccolti appunto in tre "capitoli", venivano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore all'attribuzione Theotokos (Madre di Dio) a Maria e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoro, inoltre, era considerato il maestro di Nestorio e nei suoi scritti tendeva a giustapporre le due nature, senza riuscire a spiegare, in maniera soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona. Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia, ed erano morti da tempo. La confutazione dei "Tre Capitoli" era stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea. Il vescovo africano Facondo di Ermiane, contrario alla condanna, pubblicò la Difesa dei Tre Capitoli esponendo in modo circostanziato i motivi della sua contrarietà. Giustiniano convocò anche un concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553). Molti vescovi dell'Italia Settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano, anche perché già durante il concilio di Calcedonia, nel 451, i teologi antiocheni erano stati riammessi nelle loro sedi e la vicenda doveva essere chiusa. Pertanto, questi vescovi non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa. Tra questi "ribelli" all'autorità imperiale e conciliare c’erano i vescovi delle province ecclesiastiche di Milano, Ansano e di Aquileia, Macedonio. Il loro dissenso si acuì ulteriormente ai tempi del successore di papa Vigilio, papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo tentativi di chiarimento e persuasione, invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Narsete non volle però obbedire alla richiesta del papa. Frattanto la Chiesa di Aquileia si era resa gerarchicamente indipendente ed il suo vescovo Paolino I (557 -569) fu nominato Patriarca dai suoi suffraganei (568: patriarcato autonomo) per sottolineare la propria autonomia. Nel 568 i Longobardi iniziano l'invasione del Nord Italia. Il patriarca Paolino trasferì la sua sede e le reliquie alla città di Grado (Aquileia Nova), rimasta bizantina finché nel 606 il Patriarcato di Aquileia si divise in due sedi: Aquileia e Grado. Il territorio ecclesiastico era suddiviso in diocesi, governate da un vescovo (episcopus) e corrispondenti grosso modo ai municipia amministrativi romani. Più diocesi erano "suffraganee" (dipendenti) di una sede "metropolitica". Le “metropoli” nel nord Italia furono inizialmente Milano ed Aquileia, cui si aggiunse Ravenna nel V secolo, in quanto sede imperiale in tale periodo. I metropoliti vennero chiamati “arcivescovi” (“archiepiscopi”) e le sedi metropolitiche “arcidiocesi”; alcuni metropoliti, nelle sedi più importanti, presero il titolo di “Patriarchi” (ad Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Aquileia), mentre quello di Roma, ma non solo lui, ad un certo punto iniziò a chiamarsi “Papa”. Da Milano dipendevano non soltanto l’Italia nord occidentale, ma anche terre transalpine, come ad esempio, la diocesi di Coira (l'antica Curia e attuale Chur, capitale del Canton Grigioni svizzero) e la provincia ecclesiastica di Aquileia, che oltre a comprendere l’Italia del nord Est, si spingeva addirittura nella Raetia secunda (Baviera), nel Norico (Austria) e nei Balcani, fino alla Pannonia (Ungheria). Così, sia per la sua vastità che per la sua importanza, divenne un patriarcato. Ad Aquileia venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il sostegno dei Longobardi (come il duca del Friuli, Gisulfo II); a Grado, alla cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori di dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano, cattolico, sostenuto dall'esarca bizantino Smaragdo). La Chiesa scismatica tricapitolina, come aveva ribadito un sinodo convocato a Grado nel 579 dal patriarca Elia, rimaneva rigorosamente calcedoniana: manteneva il credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica (anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita, come prevedibile) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza dei Nestoriani. La Chiesa scismatica di Aquileia non riconobbe più l'autorità del papa perché contestò vigorosamente, fino alla rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie e, inoltre, i tricapitolini non ritenevano necessaria tale condanna perché i teologi antiocheni avevano accettato la cristologia espressa dal concilio di Calcedonia. L'arcidiocesi di Milano, che inizialmente faceva parte del gruppo che aveva rifiutato con sdegno la condanna dei tre teologi antiocheni, tornò però presto in comunione con l'ortodossia romana e greco-orientale: l'arcivescovo Onorato, incalzato dall'invasione longobarda intorno all'anno 570, si trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina) e rientrò in piena comunione con Roma e con Bisanzio. Il clero minore milanese, rimasto sul territorio diocesano, che dal 568 era sotto la dominazione longobarda, rimase prevalentemente tricapitolino ancora per diversi anni. Le altre diocesi dipendenti dal metropolita di Aquileia (dei due, quello che aveva la sua sede proprio ad Aquileia longobarda) rimasero scismatiche. In particolare la diocesi di Como, il cui vescovo sant'Abbondio aveva avuto un ruolo diplomatico importante proprio durante la preparazione del concilio di Calcedonia, recise il rapporto di dipendenza dall'arcidiocesi di Milano e Como divenne suffraganea di Aquileia. La diocesi comense venera ancora oggi, con il titolo di santo, un vescovo, Agrippino (vescovo dal 607 al 617), che si mantenne in modo intransigente su posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana. I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto, cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Austria longobarda (l'Italia nord-orientale), tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento "cattolico" si impose definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli. Il consolidamento anche nell'Italia settentrionale, dopo che nel resto dell'Europa, di un cattolicesimo saldamente unito alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di San Colombano a Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda; Colombano riprese il simbolo del trifoglio, già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, ma anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed il papato di Gregorio I e successori. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica. In molti casi, la politica degli imperatori romano-orientali si basò sul presupposto che l'unità dell'impero richiedesse anche un'unità religiosa. Così Giustiniano impose pesanti restrizioni a tutte le religioni non cristiane.

Papa Gregorio I Magno,
da https://it.wikipedia.org/
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Nel 590 - Inizia il pontificato di Gregorio Magno, durante il quale i Longobardi, divisi fra cristiani di fede ariana e pagani, si convertiranno al cattolicesimo. Il romano, di fatto e di cultura, Gregorio, si sente suddito dell'imperatore d'oriente, ma deve difendere e tutelare il territorio di Roma dall'invasione longobarda da solo, poichè l'impero costantinopolitano ha problemi di maggiore e più vicina entità con la Persia. Gregorio si erge quindi come tutore dell'integrità della cristianità occidentale. Nonostante lo scisma tricapitolino, è proprio in questa fase che si intenderà, per Europa, l'insieme della cristianità nei territori barbarizzati dell'ex impero romano d'occidente. Sarà un'Europa sempre più Germanizzata. Popolazioni Germaniche domineranno la Francia, l'Inghilterra, Belgio, Olanda oltre a Germania (con la Prussia nei territori russi), Scandinavia, Austria, Svizzera oltre a una vera e propria mescolanza con le popolazioni della Romania e della Russia (dove le aristocrazie erano di ceppo germanico) e mediterranee, invase e occupate per secoli, Italia per prima oltre all'area balcanica, i territori iberici e il nord-Africa.

Nel 625 - Nell'Impero romano d'Oriente, l'imperatore Eraclio I sostituisce il latino, lingua ufficiale dell'impero, col greco.

Dal 726 - Leone III Isaurico proibisce il culto delle immagini sacre. Leone III Isaurico (675 circa - 18 giugno 741) è stato Basileus dei Romei (Imperatore d'Oriente) dal 25 marzo 717 sino alla sua morte del 741. Durante il periodo di regno introdusse numerose riforme fiscali, trasformò i servi della gleba in una classe di piccoli proprietari terrieri e introdusse nuove norme di diritto della navigazione e di famiglia, non senza sollevare molte critiche da parte dei nobili e dell'alto clero. Proibì il culto delle immagini sacre, con due editti distinti nel 726 e 730, e nel 726 promulgò un codice di leggi, l'Ecloga, una selezione delle più importanti norme di diritto privato e penale vigenti. L'Ecloga, pur rifacendosi al diritto romano e in particolare al Codice di Giustiniano, apportò alcune modifiche sostanziali quali un ampliamento dei diritti delle donne e dei bambini, la disincentivazione del divorzio, la proibizione dell'aborto e l'introduzione di mutilazioni corporali (taglio del naso, delle mani ecc.) come pene. Queste riforme aggiornavano il diritto bizantino alla situazione dell'epoca, che era cambiata rispetto a quella di Giustiniano e rendevano le leggi più accessibili dato che i libri di Giustiniano erano troppo vasti e difficilmente consultabili. Poi Leone III iniziò a chiedersi se le calamità che affliggevano l'Impero non fossero dovute alla collera divina e cercò di conseguenza di ingraziarsi il Signore, imponendo il battesimo a Ebrei e a Montanisti (nel 722). Constatando che queste prime leggi non erano bastate a far finire le calamità (tra cui un'eruzione nel mar Egeo), l'Imperatore iniziò a credere che il Signore fosse in collera con i romano-orientali perché adoravano le icone religiose, cosa contraria alle leggi di Mosé. L'opposizione alle immagini religiose era già diventata piuttosto diffusa nelle regioni orientali, influenzate dalla vicinanza con i musulmani, che vietavano l'adorazione delle icone. Secondo Teofane l'Imperatore fu convinto ad adottare la sua politica iconoclastica (distruzione delle icone) da un tal Bezér, un cristiano che, fatto schiavo dai musulmani, rinnegò la fede cristiana per passare a quella dei suoi padroni e che, una volta liberato e trasferitosi a Costantinopoli, riuscì a indurre nell'eresia l'Imperatore. Nel 726, su pressione dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore e in seguito a un maremoto che lo convinse ancora di più della correttezza della sua teoria dell'ira divina, Leone III iniziò a battersi contro le immagini religiose. Inizialmente tentò di predicare alla gente la necessità di distruggere le immagini, successivamente decise di distruggere un'icona religiosa raffigurante Cristo dalla porta del palazzo, scatenando una rivolta sia nella capitale che nel tema Ellade. L'esercito dell'Ellade mandò una flotta a Costantinopoli per deporre Leone e porre sul trono l'usurpatore da loro scelto, un tal Cosma, tuttavia durante una battaglia con la flotta imperiale (avvenuta il 18 aprile 727), la flotta ribelle venne distrutta dal fuoco greco e l'usurpatore, catturato, venne condannato alla decapitazione. Nel frattempo in Asia Minore gli Arabi assediarono Nicea ma non riuscirono ad espugnarla, a dire di Teofane, per intercessione del Signore. Gli Arabi si ritirarono quindi con ricco bottino. L'Imperatore allora cercò di convincere il Patriarca di Costantinopoli e il Papa ad accettare l'iconoclastia, ma tali tentativi non ebbero effetto: entrambi infatti si mostrarono contrari e quando, forse nel 727, Papa Gregorio II ricevette l'ordine di vietare le icone religiose, (l'imperatore infatti, come Pontefice Massimo esercitava sia il potere temporale che religioso) si oppose strenuamente, ottenendo l'appoggio di buona parte delle truppe bizantine nell'Esarcato, che si rivoltarono all'autorità imperiale. Gli abitanti dell'Italia bizantina considerarono anche la possibilità di nominare un usurpatore e mandare una flotta a Costantinopoli per deporre l'Imperatore a loro dire eretico ma il Papa si oppose, un po' perché sperava che l'Imperatore si ravvedesse, un po' perché contava sull'aiuto dell'Imperatore per respingere i Longobardi. Le truppe bizantine fedeli all'Imperatore tentarono di deporre il Papa e di assassinarlo, ma tutti i loro tentativi non ebbero effetto a causa dell'opposizione delle truppe romane che appoggiavano il Papa. Scoppiò una rivolta anche a Ravenna, nel corso della quale venne ucciso l'esarca Paolo: nel tentativo di vendicare l'esarca, fu mandata dai Bizantini una flotta a Ravenna, che però non riuscì nell'intento, subendo anzi una completa disfatta. Venne nominato esarca Eutichio, il quale però a causa del mancato appoggio dell'esercito, non poté instaurare l'iconoclastia in Italia e fallì anche nel tentativo di assassinare il Papa. Cercando di approfittare del caos in cui si trovava l'esarcato a causa della politica iconoclastica dell'Imperatore, i Longobardi condotti dal loro re Liutprando, invasero il territorio bizantino conquistando molte città dell'esarcato e della pentapoli. Quindi, con l'editto del 730, Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose e contemporaneamente convocò un silentium (un'assemblea) a cui impose la promulgazione dell'editto. Di fronte all'insubordinazione del patriarca Germano, contrario all'iconoclastia e che si rifiutava di promulgare l'editto se non veniva convocato prima un concilio ecumenico, Leone lo destituì e pose al suo posto un patriarca a lui fedele, tal Anastasio. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo Papa Gregorio III, nel novembre 731, riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Al Concilio, a cui parteciparono 93 vescovi, si stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone. Il Papa tentò di persuadere l'Imperatore ad abbandonare la sua politica iconoclastica ma i suoi vari messi non riuscirono nemmeno a raggiungere Costantinopoli poiché arrestati prima di raggiungerla. Come contromossa l'imperatore bizantino decise prima di inviare una flotta in Italia per reprimere ogni resistenza nella penisola, ma questa affondò e quindi, successivamente, confiscò le proprietà terriere della Chiesa Romana in Sicilia e Calabria, danneggiandola economicamente e decise inoltre di portare la Grecia ed il sud dell'Italia sotto l'egida del Patriarca di Costantinopoli. Tali misure non ebbero un grande effetto e l'esarca non poté comunque applicare il decreto iconoclasta in Italia, anzi cercò di perseguire una politica conciliante con il Pontefice. L'Italia bizantina si trovava sempre più in difficoltà. Forse nel 732, Ravenna cadde temporaneamente in mano longobarda e solo con l'aiuto di Venezia l'esarca poté rientrare nella capitale dell'esarcato. Poi nel 739/740, Liutprando invase il ducato romano e si impadronì del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e fu solo per l'autorità del Pontefice che rinunciò a queste sue conquiste.

Nelle fonti papali del VI-VII-VIII secolo l'Impero romano d'oriente era definito "Sancta Res Publica" o "Res Publica Romanorum": solo con la rottura dei rapporti tra Papa e Imperatore d'Oriente in seguito all'Iconoclastia (a metà dell'VIII secolo) coloro che venivano fino a poco tempo prima definiti "Romani" divennero per la Chiesa di Roma "Greci" e la "Res Publica Romanorum" si trasformò in "Imperium Graecorum". Il papa, patriarca latino di Roma, definendo l'impero romano d'oriente "impero dei greci", si impadronisce della "romanità imperiale" e del potere di poterla dispensare. Il patriarcato romano, secondario nella storia della cristianità, si pone invece come centro della chiesa "universale" o "cattolica" ed erede dell'impero romano.

La Corona Ferrea dei Re d'Italia.
Nell' 800 - La notte di Natale, a Roma, tradendo il patto fatto con i merovingi, papa Leone III incorona Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero, nuova entità politica erede, attraverso la romanità cristiana, dell'impero romano d'occidente. Quella di Carlo Magno come imperatore del Sacro Romano Impero, è stata la più famosa e significativa incoronazione della storia occidentale, per la prima volta officiata dal papa romano. Secondo Eginardo, biografo del re dei Franchi, Carlo era assorto in preghiera nella Basilica vaticana quando, inaspettatamente, il papa Leone III cinse il suo capo con una corona, mentre il popolo lo acclamò per tre volte con la formula "A Carlo augusto, coronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria!". Carlo stesso, al titolo di re dei Franchi, aggiunse quello di "Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium", conferitogli da papa Leone III durante l'incoronazione. Si è trattato di un evento storico di portata eccezionale, visto che questa è stata la prima incoronazione imperiale celebratasi in Europa occidentale dalla deposizione di Romolo Augusto con la rappresentazione dei due poteri universali nel nuovo assetto euro-occidentale in cui il potere politico è sancito dal papa, il vescovo di Roma, che in tal modo si erge a garante del diritto divino degli imperatori cristiano-latini, proiettandoli così nella continuità dell'impero romano occidentale, visto che nell'impero romano d'oriente dal 457 l'incoronazione imperiale è competenza del patriarca di Costantinopoli. L'aggettivo "Sacro" nel titolo del nuovo Sacro Romano Impero, oltre che manifestare il diritto divino del regnante va a confermare il monopolio del papato romano sul collegamento fra la divinità e la cristianità "cattolica", che significa universale. Si tratta di un episodio-chiave su cui gli studiosi ancora s'interrogano, perché è proprio dalle modalità di quel rito che derivarono i successivi conflitti fra l'autorità papale e quella imperiale. In ossequio a questo illustre precedente, le successive incoronazioni imperiali furono tradizionalmente celebrate dal papa secondo lo stesso rituale, il solo in grado di sancire in piena legittimità la consacrazione degli imperatori del Sacro Romano Impero. Esso rappresentò un fondamentale strumento di lotta nelle mani dei pontefici, che se ne servirono per arginare le mire dei sovrani troppo ambiziosi, e fu un costante terreno di trattativa politica fra le due massime autorità dell'Europa medievale.

Nel 1.054 - Scisma d'Oriente: la Chiesa cristiana si scinde in "cattolica" a Roma e "ortodossa" a Costantinopoli. Nel 1.054 la tradizionale estraneità tra la Chiesa occidentale che faceva riferimento al Papa di Roma e la Chiesa orientale che faceva riferimento al Patriarca di Costantinopoli era sfociata in uno scisma. La figura di papa Leone IX resta legata al grande scisma. Nel Concilio ecumenico di Costantinopoli dell'anno 381, sotto papa Damaso I (che nel Concilio di Roma del 382 sancì il primato di Roma in qualità di sede apostolica) era stato accettato il dogma che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio (in latino: ex Patre procedit). Successivamente, la sola Chiesa di Roma aveva celebrato un suo Concilio a Toledo, nell'anno 589 (sotto Papa Pelagio II), nel quale questo dogma era stato modificato e si era stabilito che lo Spirito Santo promana dal Padre e dal Figlio (in latino: ex Patre Filioque procedit). Questa variazione non era stata accettata dagli altri patriarcati, soprattutto da quello di Costantinopoli, che intravvedeva in questo cambiamento una sorta di negazione del monoteismo, mettendo sullo stesso piano il Padre e il Figlio. Era iniziata, così, una disputa dottrinale all'interno del mondo cristiano destinata a durare per molti secoli. Nel tempo, sorsero diverse interpretazioni sul “filioque” deciso da Roma, volte ad aumentarne l'autorevolezza. Alla metà del secolo XI, mentre a Roma regnava Leone IX, a Costantinopoli era stato nominato Patriarca Michele Cerulario. Va ricordato che, mentre il Papa di Roma veniva eletto con il concorso di tante componenti (anche laiche, ma con la preminenza di quelle ecclesiastiche), il Patriarca di Costantinopoli veniva nominato direttamente dall'imperatore a cui doveva rendere conto, la qual cosa poneva il capo della Chiesa d'Oriente in subordine rispetto all'imperatore, così come era stato l'intento di Costantino I, l'architetto della chiesa cristiana. Michele Cerulario, sulla scorta della mai accolta variazione del dogma sullo Spirito Santo, cominciò a contestare tutte le innovazioni che Leone IX stava introducendo nelle regole della Chiesa. Per contrastare la Chiesa di Roma in ogni modo, Michele cominciò prima a contestare il celibato ecclesiastico, poi la tonsura della barba, quindi la celebrazione dell'eucarestia con pane azzimo. Leone IX inviò, allora, a Costantinopoli alcuni legati con l'incarico di convincere i cristiani d'oriente a rimuovere le contestazioni e ad accettare le nuove direttive che egli, in qualità di Primate dei cinque patriarcati cristiani, riteneva suo diritto impartire a tutti i cristiani, pena la scomunica del Patriarca contenuta in una bolla già in possesso dei legati. Michele Cerulario rifiutò l'invito del Papa e subì la scomunica, a seguito della quale emanò, a sua volta, una scomunica verso i cristiani d'occidente. Nel frattempo, Leone IX morì. Queste scomuniche incrociate determinarono, dopo la sua morte, lo scisma tra le due Chiese, tuttora in essere. Da allora in poi, la Chiesa cristiana di Roma si definì "cattolica", cioè universale; quella di Costantinopoli si definì "ortodossa", cioè fedele al dogma del concilio di Nicea del 325.

Papa Innocenzo III.
Nel 1.198 - Innocenzo III è eletto papa. Forse a proposito di nessun altro papa si è parlato tanto di teocrazia quanto nei riguardi di Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni, papa dal 1198 al 1216), ed a lui più che ad altri è stata fatta risalire la responsabilità di atteggiamenti troppo superbi o di condanne ingiustificate delle autorità temporali. All'indomani della propria elezione al soglio pontificio, nella sua prima enciclica dell'agosto 1198, papa Innocenzo III vede la liberazione di Gerusalemme come necessaria e indice così la quarta crociata, che doveva essere diretta contro i musulmani in Terra santa ma che in realtà si risolse nel saccheggio di Costantinopoli da parte dell'esercito crociato, portando alla spartizione di quello che era rimasto dell'Impero Romano d'Oriente (bizantino) e alla costituzione da parte dei crociati dell'Impero Latino.

Papa Innocenzo IV.
Nel 1.243 - Sinibaldo Fieschi dei Conti di Lavagna (1195 circa - 1254) è eletto papa (il 180°) con il nome di Innocenzo IV. Se a proposito di Innocenzo III si pensa alla teocrazia, Innocenzo IV fu il primo vero papa teocratico, e la sua preoccupazione eminente fu quella religiosa; soltanto in funzione di questa si spiegano i suoi gesti in campo politico. Solo dopo questa precisazione si può inquadrare nei suoi giusti termini la concezione innocenziana del potere spirituale e la sua teologia del primato papale; non s'incontreranno novità dottrinali nel vero senso della parola, ma un'inusitata energia nell'affermazione dei diritti della sede romana ed una più consapevole dimostrazione delle basi che li giustificano. Egli ribadì anzitutto l'idea che la preminenza del papa nella Chiesa è fondata sul passo evangelico di Matteo, dato che esso consacrava il posto del primo pontefice e giustificava tutte le prerogative che vennero poi formulate a favore dei successori: «Il primato della sede apostolica, che Iddio ha stabilito, è provato dalle testimonianze dei Vangeli e degli Apostoli; da esse derivano le costituzioni canoniche che asseriscono concordemente che la Chiesa romana è sopra le altre come maestra e madre»; «come uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, così Gesù Cristo volle che nella sua Chiesa uno solo fosse il capo di tutti»; «Cristo mise a capo di tutti uno solo che ordinò suo vicario in terra perché, come a lui si piega ogni ginocchio, così a quello tutti ubbidiscano affinché vi sia un solo ovile ed un solo pastore». Da qui in poi il papa è il vicario (colui che fa le veci di un suo superiore) di Cristo stesso.


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